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L'ANIMA IN TEMPESTA UGO FOSCOLO

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L'ANIMA IN TEMPESTA

UGO FOSCOLO

L' esperienza letteraria foscoliana rimarcò con nettezza il cambiamento di prospettiva culturale, che l'Europa aveva già da qualche decennio assimilato e che, in Italia, si stentò invece a metabolizzare: mi sto riferendo all'innovazione rappresentata da Foscolo rispetto all'altisonante tradizione neoclassica che aveva ormai fatto il suo tempo, cioè esaurito i suoi filoni vitali. Foscolo seppe fondere gli insegnamenti della cultura classica, di cui pure era figlio, con l'apertura - dal caratter 939b11j e persino internazionale come dimostra la sua intensa attività di traduttore - ai nuovi ideali romantici.  Foscolo era legato ad un ambiente condizionato, almeno dopo la disfatta di Napoleone, dal potere austriaco: il fatto è significativo se si pensa che gli austriaci non incentivavano mai alcuna forma di cultura liberale ma anzi si chiusero in una miope politica repressiva, che rappresentò una delle ragioni per le quali Foscolo abbracciò il partito dell' esilio. Non era più moralmente accettabile, ad esempio, ascoltare parole come quelle dell'amico Vincenzo Monti che gli consigliava :<< Il tuo studio deve essere di conservarti la grazia del principe >>, al quale di rimando egli replicava:<<  Nel  vostro epitafio parlerà l' elogio e sul mio si leggerà che io ho servato pur sempre la mia penna incontaminata dalla menzogna >>.Chi abbia letto il romanzo epistolare " Le ultime lettere di Jacopo Ortis", potrebbe avere l' impressione che queste ultime parole siano pronunciate da Jacopo, giovane ingannato dai suoi stessi sogni; a proposito di ciò, Foscolo osservò: << Non lo nego: e chi non s'inganna? E chi, quand' anche tema d'ingannarsi, lascia intentato ciò che accarezza la passione perpetua della sua vita >>.E di nuovo si fa fatica a distinguere se siano pensieri dell'autore o del suo personaggio: in realtà le due "maschere" si sovrappongono spesso in un'unica fisionomia, cui daremo le fattezze  dell'eroe romantico, violato dai potenti, dalle guerre dalla malvagità umana nelle sue segrete aspirazioni, spesso mortificato dalle contingenze storiche ma non da esse vinto, passionale negli slanci affettivi ed incapace di creare intorno a sé rassicuranti equilibri di vita. Ugo ritrae Jacopo con la mano disinvolta di chi conosce a memoria il suo eroe, eppure il romanzo epistolare  risulta un' opera complessa e stratificata, sottoposta a molteplici revisioni, che abbracciano uno spazio ventennale, se si considera che la prima elaborazione manoscritta dell' Ortis - andata persa in ogni sua parte - è del 1798 e l' ultima redazione è del 1817, quando cioè un Foscolo ormai maturo aveva dato alle stampe da oltre dieci anni il carme dei Sepolcri. Tanta complessità strutturale dell'opera non può che riflettersi in una tormentata psicologia del personaggio Jacopo. Uno dei tratti salienti dell'eroe romantico è dato appunto dalle tragiche preclusioni sentimentali, che non devono avere necessariamente le fattezze di una donna amata ma possono anzi concretizzarsi nell' amore viscerale per la propria terra , per quelle case e quegli alberi che restano ad attenderti se è vero che è scritto nella nostra storia personale un ritorno, dopo la partenza. Né Foscolo né lo stesso Jacopo poterono mai pregustare la dolcezza di un ritorno, fosse esso dalla propria donna o dalla  propria terra. Jacopo è una creatura fin troppo sensibile, che accarezza le sue illusioni e le cura, come farebbe un padrone con un servo devoto; d'altro canto, << se il suo cuore non volesse più sentire >> Jacopo si dichiara disposto << a strapparlo dal petto e a cacciarlo come un servo infedele >>. Tra quelle illusioni ce n' è una che, per ripescare un' immagine contenuta nei Sepolcri, riassume in sé le caratteristiche della Venere celeste e la Venere terrestre: è la << divina fanciulla >> Teresa, colei un bacio rende divini, colei che epifanicamente si manifesta nella luce, in netta opposizione  al promesso sposo di lei, Odoardo, inquadrato nelle tenebre. All'amico Lorenzo Alderani  Jacopo scrive: << hai tu veduto dopo i giorni della tempesta prorompere fra l'auree  nuvole dell' Oriente il vivo raggio del Sole e  riconsolar la natura? Tale per me è la vista di costei >>. Animati da un simile sentimento, certamente ci si attacca alla vita; Jacopo confessa: << senza questo angelico lume, la vita mi sarebbe terrore, il mondo caos, la Natura notte e deserto >>. Spento dunque il lume, un giovane eroe romantico potrebbe motivare in altri termini, quelli ad esempio del senso patriottico e dell'impegno politico, il suo ulteriore innamoramento per l' esistenza: ma gli è preclusa anche questa via, come Jacopo spiega con indignazione lamentando la fiacchezza morale dei suoi simili e la codardia di quanti, inneggiando al vincitore, accettano con collo servile la loro condizione di vinti. Sono queste, del resto, le considerazioni che già nell' attacco dell' opera , lo hanno indotto ad affermare :<< il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto >>. Ma non sarebbe andata persa, nel tempo, la memoria del giovane sognatore << predestinato ad avere l'anima perpetuamente in tempesta >> .



Claudia Nucci

Liceo Classico







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