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ITALO CALVINO - Il sentiero dei nidi di ragno

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Italo Calvino             

Il sentiero dei nidi di ragno

L'autore del romanzo è il celebre Italo Calvino, vissuto tra il 1923 e il 1985, anni dominati dalla rivoluzione partigiana, durante i quali l'esplosione letteraria in Italia fu, prima che un fatto d'arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. Unico letterato della famiglia, lo scrittore passò la sua infanzia nel territorio sanremese, sfondo di molte sue opere, e fu educato severamente dai due genitori dalla personalità forte e caratteristica; lui stesso ammette, comunque, di vivere in un mondo agiato e sereno.

"Il sentiero dei nidi di ragno" può essere considerato il suo primo scritto se si tralasciano brevi racconti. Esso, costruito sul tema della Resistenza e della guerra partigiana, nasce non tanto dal desiderio di documentare sui fatti e le condizion 242i89c i del tempo, quanto per esprimere il sapore aspro della vita che avevano appreso e liberare la pulsione irrefrenabile di raccontare e di illustrare gli anni della lotta silenziosa, della paura, della morte e anche del disinganno.

Nel complesso, il romanzo narra la storia di un ragazzino, un monello privo di famiglia, che vive in pessime condizioni e si trova in mondo non suo, costretto a frequentare persone molto più grandi di lui. Egli, giovane e inesperto e, a un tempo, spregiudicato e voglioso di crescere, si trova tra le mani un pistola, oggetto magico da cui prenderà forma una vicenda dai toni insieme fiabeschi e aspri, che filtreranno la morale; il "bambino vecchio" si troverà di fronte a un personaggio che lo incanta e che gli darà la forza di muoversi nel buio, solo e abbandonato, e, nel momento in cui lo forze gli mancano e il pianto lo raggiunte, disperato e irrefrenabile, un uomo misterioso, in grado di consolarlo e di comunicargli protezione e sicurezza. La vicenda prosegue tra accampamenti partigiani sulle montagne, dove la nuova conoscenza condurrà il bambino, e azioni militari grazie ai quali Pin crescerà, farà esperienze e ma non cambierà la sua opinione sui "grandi"; egli continuerà a prendersi gioco di costoro, sui loro inspiegabili e sciocchi comportamenti, fino a trovarsi costretto a fuggire. Di nuovo solo, tornerà nell'unico luogo al mondo dove fanno i nidi i ragni, dove ha nascosto la sola cosa che gli è rimasta, la P- 38, il suo segreto, e dove può sognare, fantasticare, fare strani incantesimi, diventare un re, un dio. Ritroverà poi Cugino, il rassicurante consolatore, e capirà che è il grande amico tanto cercato, quello che s'interessa dei nidi di ragni, lo stesso che ucciderà sua sorella senza farglielo capire, una ragazza che vende l'amore agli uomini, diventata però spia tedesca. 



L'ambiente nel romanzo, quindi, diviene un protagonista, rappresentando, ancora prima del Cugino, la serenità e la purezza di cui Pin ha davvero bisogno, solo e sperduto in quella storia di sangue e corpi nudi che è la vita degli uomini; il legame con quel posto magico in cui i ragni scavano le loro tane costituisce una sicurezza, anche se piccola, sempre presente nel monello vagabondo. Lo scenario ligure, in cui è ambientato, è lo stesso in cui l'autore ha trascorso la sua infanzia. Convinto che la Resistenza rappresenti la fusione tra persone e paesaggio, taglia fuori l'aspetto tipicamente turistico, per addentrarsi in un luogo straordinario e romanzesco. Il racconto nasce, infatti, tra i carrugi sanremesi, i lunghi ma stretti vicoli di ciottoli e gradini che risalivano la città vecchia e su cui si affacciavano finestre messe qua e là in disordine sui muri, su per i torrenti, tra i campi geometrici di garofani e le fasce di vigneti e oliveti che si protraevano sulle colline fino a lasciare posto a vasti boschi di pini e castagni da cui si scorgeva "a ritagli" la luce del mare. Di tutto ciò, l'autore ne fa brevi ma suggestive descrizioni, talvolta indicando i nomi dei passi e delle vegetazioni; l'attenzione si sofferma però, sui sentieri che girano intorno al torrente, posti scoscesi dove nessuno coltiva e dove fanno i nidi i ragni. L'atmosfera calma e silenziosa crea un clima magico in cui non solo l'ambiente pare prendere vita nell'insieme di suoni e sussurri, ma anche fondersi con l'animo del bambino che, con perfetta quasi surreale armonia, si accosta alla natura e mette alla luce il suo animo giovane ma che spesso si nasconde dietro un atteggiamento spregiudicato. È questo l'unico luogo in cui non arriva la guerra, né tedesca né partigiana, né giusta né sbagliata, e solo qui, Pin, sempre infelice, trova la sua pace e serenità con le voci delle rane, con le piccole bestie e con le tane segrete dei ragni che soltanto lui conosce; quando sparerà, si spaventerà, si pentirà e non lo rifarà più perché quei silenzi e quei rumori gli fanno paura, riportandolo alla cruda realtà.

I luoghi sono quasi sempre esterni e si spostano dai vicoli cittadini, al torrente, a boschi e colline, a postazioni per gli accampamenti e passi di vallate, eccetto uno spaccato d'interno del ripostiglio, dimora del bambino, una cuccia al di là d'un tramezzo del legno, con una finestra che sembra una feritoia, e della stanza della sorella, trasandata e sporca. Appena accennata, poi, l'immagine della prigione, predisposta in realtà in una villa d'inglesi immersa in campo di araucarie e in cui sono abbozzate piccole e strane celle di legno e linoleum, camini e lavabi che testimoniano l'origine dell'edificio.

Il romanzo, che propone un vasto fiore di elementi singolari e molto caratteristici, si gioca intorno a tre figure, estremamente diverse ma molto significative per esprimere pensieri, realtà e morali.

La più curiosa creazione riguarda il protagonista, Pin, un giovane monello dall'animo buono, circondato da solitudine e infelicità; solo dalla morte della madre e dall'abbandono del padre, di cui ricorda solo le braccia, grandi e nude, vive con la sorella in una sorta di ripostiglio, e con il suo padrone, Pietromagro, il calzolaio del paese con cui dovrebbe lavorare. In realtà trascorre il suo tempo presso un'osteria, insieme agli adulti, dagli occhi lacrimosi dal fumo e dall'alcool, che si diverte a canzonare per quei loro comportamenti tanto strani e inconcepibili ai suoi occhi; lui, dal viso punteggiato di lentiggini rosse e nere e mangiato da un frangia di capelli spinosi, con due braccine smilze smilze e un'assordante risata in i, è cresciuto troppo in fretta in un mondo che non gli appartiene. Ama i grandi, ama fare i dispetti ai grandi, ai grandi forti e sciocchi di cui conosce tutti i segreti, ma di cui in fondo ha paura poiché non è in grado di prevedere i comportamenti e nemmeno spiegarseli e si rende conto che in realtà è considerato un qualcosa di divertente e noioso. Dietro quel suo modo scanzonato e provocatore, orgoglioso e irriverente, con il quale si prende gioco di loro, ne attira l'attenzione e ne imita i costumi, Pin nasconde tutta la sua insicurezza, la sua ingenuità e un desiderio sconfinato di essere come ogni ragazzo della sua età, fare bellissimi giochi, saltare su pietre bianche e arrampicarsi sugli alberi con i compagni, che però, nella realtà non gli vogliono bene perché lui, non sa che raccontare storie d'uomini e donne nei letti e di uomini ammazzati o messi in prigione. Rimasto solo, lontano dagli uomini riflette e capisce tutto ciò, piange e ha paura, si perde in una solitudine senza via d'uscita.



A cavallo tra due mondi molto lontani, egli si sente triste, non riesce a trovare la sua serenità, cerca disperatamente un punto di riferimento che non ha mai avuto, una figura guida da ammirare e di cui seguire le tracce e un amico vero in grado di proteggerlo e consolarlo.

Intorno a lui, infatti, ruota gente ambigua e bugiarda, persone inaffidabili che non badano a lui se non per ridere e prendersi gioco di lui. Così sono gli uomini dell'osteria, che passano a il tempo a guardare il viola del bicchiere e a far fumo fino a lacrimare, e gli uomini del distaccamento, con i gomiti puntati ed occhi duri, che parlano sempre di guerra e di nemici ammazzati, sempre alla ricerca di qualcosa che nemmeno loro lo sanno; sono gente venuta lì per vie diverse, molti disertori dalle forze fasciste o presi prigionieri e assolti, molti ancora ragazzi, spinti da un impeto caparbio, con solo una voglia indistinta di dar contro a qualcosa. Tra loro c'è Mancino, l'anziano ed esperto cuoco, un estremista che sfoga la rabbia a parole ma non a colpi di fucile, sua moglie, Giglia, dagli occhi verdi, che muove il collo come una schiena di gatto, Zena il Lungo, l'uomo più pigro che sia mai capitato nelle bande e che trascorre il suo tempo a leggere un libro, i quattro cognati calabresi, Pelle, un ragazzino gracile, sempre raffreddato ma acceso da due passioni incontenibili, le donne e le armi, che tradirà la compagnia, il comandante, il Dritto. Quest'ultimo, un giovane magro, con uno strano movimento delle narici e lo sguardo incorniciato da ciglia nere, di mestiere fa il cameriere e, grazie al suo carattere fondamentalmente tenace e sicuro, è stato mandato al distaccamento; egli ama comandare sugli altri, dare ordini senza prenderli da nessuno, ma evita sempre di esporsi e dar l'esempio in prima persona. Orgoglioso e arrogante, sdegnato del distaccamento a lui assegnato, si rivela talvolta bonario e schivo quando si trova nel torto, accomodante e supplichevole con chi potrebbe inabissarlo.

A sé, Calvino da vita ad un personaggio più che mai strano e misterioso, il vero amico a cui Pin rivela il grande segreto. Cugino appare nel momento di spannung, quando nel bosco al bambino mancano le forze fisiche e morali, si perde d'animo precipitando in una crisi quasi esistenziale; egli, un omone con la faccia camusa come un mascherone da fontana, si presenta solo, grande e grosso, armato di mitra ma fin da subito lascia trasparire un animo buono e un'indole amichevole. Il Cugino, che probabilmente nasconde alle spalle un'infelice storia con una donna, appare un uomo solitario, di poche parole e con tanto rancore da smaltire, uno a cui piace restare amico con tutti, ma che non ha peli sulla lingua e quando ha da dire qualcosa la dice anche ai comandanti. L'intesa tra lui e Pin è immediata; per lo "scugnizzo" dal coraggio da vendere egli rappresenta un aiuto e un punto di riferimento. Egli pare, infatti, trovare sicurezza in quest'uomo che gira la notte da solo ad ammazzare la gente e grandissimo compiacimento nel vedere che un adulto è interessato ai ragni, quei ragni unici al mondo che scavano misteriose tane tra l'erba secca e il terriccio umido, in mezzo ai boschi che costeggiano il torrente e alle rane che cantano in coro.




Suggestivo si presenta l'intreccio di caratteri, modi fare e agire, atteggiamenti e ideali dei personaggi che interagiscono nella vicenda; tratti con tutta probabilità dalle conoscenze dell'autore che ne ha deformato i volti essi ripropongono modelli di uomini che, in quel periodo, si sentivano persi, vagavano tra brigate nere e distaccamenti partigiani, saziavano le loro voglie con donne trovate durante il cammino e, traditi dal mondo, trovavano nella guerra un'occasione per dimenticare o un senso o una motivazione per cui continuare a vivere. Con parole spesso aspre e crude, Calvino mette alla luce tutto ciò, lasciandosi sfuggire morali severe e inesorabili che vogliono dar voce a quella difficile quanto confusa Resistenza partigiana.

Il romanzo è perciò giocato su sequenze narrative, veloci e spesso dialogate, descrittive, profonde e toccanti, e riflessive, nelle quali, attraverso lo sguardo e i pensieri di un bambino, sono liberate confessioni e sfoghi dell'autore stesso, che non riuscendo a esprimersi in un'autobiografia, si nasconde dietro un animo giovane e inconsapevole dalla straordinaria capacità introspettiva. Anche il lessico è quindi vario: frequente il campo semantico di guerra, con espressioni tecniche e soprannomi caratteristici, ma pure presenti sono i nomi di piante e fiori, così come cenni tipici della lingua parlata. Infatti, in quest'opera, è presente, nella sua prima fase, il tema lingua- dialetto su cui Calvino ha lavorato cercando di accostare un linguaggio proprio ai letterati con una scrittura ineguale [.] che corre giù come vien viene badando solo alla resa immediata, un repertorio che va da canzoni popolari a modi di dire grossolani e che arriva quasi al folklore. Con questa tecnica, poco consueta, l'autore ha la possibilità di rendere estremamente realistico il racconto, scarno di figure retoriche e riferimenti astratti, delineando così, con tratti brevi e sicuri e perfetta naturalità, volti grotteschi colti in smorfie contorte e atteggiamenti esasperati; nasce così una sorta di espressionismo letterario, legato, qui, alla necessità di contraffare cari amici divenuti protagonisti.

È forse anche questo elemento a contribuire all'unicità dell'opera: i personaggi, estremamente realistici, mostrano un quadro esemplare dell'epoca, scopo ultimo dell'autore. Egli stesso, infatti, pare trovare uno sfogo nel descrivere e soprattutto esprimere attraverso uomini, bambini, luoghi e avvenimenti un'esperienza come quella; esalta un orgoglio cieco dei partigiani, condanna l'irrazionalità inumana dei fascisti, dipinge la condizione di un popolo vinto nell'anima da una guerra interminabile e, infine, mette in luce la purezza di una natura incontaminata e lontana dal sangue, lasciando trasparire il suo modo di pensare, piuttosto rigido e severo.

Io, personalmente, trovo incredibile la capacità del Calvino nel delineare una delle guerre più complesse e travagliate, sostenuta da mille interessi ed ideali, attraverso gli occhi di un bambino, forse dall'io un po' più vecchio in confronto alla reale età, ma pur sempre un ragazzo, mantenendo un registro adatto al suo personaggio. Pur non appoggiando a pieno l'ideale dello scrittore, sono rimasta molto colpita da questa singolare caratteristica che accosta, inoltre, una realtà cruda e ingiusta, con un'atmosfera vicina al surreale che crea un gioco magico di ambienti, situazioni e sentimenti. A ciò si aggiunge poi il fascino scaturito dall'intreccio di temi morali con quelli sociali e politici anche molto complessi ad articolati in un testo equilibrato e piacevole.     







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