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IL RAPPORTO TRA LO STATO E LA SOCIETÀ IN ITALIA

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IL RAPPORTO TRA LO STATO E LA SOCIETA' IN ITALIA

"Lo scopo della società è il bene comune.




Il governo è istituito per garantire all'uomo il godimento dei suoi diritti naturali ed imprescrittibili."

Art. 1della "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino" del 1793

 

Robespierre, nel primo articolo della "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino", esprime quello che dovrebbe essere il rapporto tra la società e lo stato.

Ogni individuo si realizza se visto in una società, come ci ricorda Aristotele noi siamo "animali politici" e come tali dobbiamo essere analizzati all'interno di una comunità. È quindi fondamentale il concetto di società, intesa come collettività stabile di uomini, i quali, per poter vivere assieme, devono essere dotati di un'organizzazione, questa organizzazione è data dallo stato, il quale ha la funzione di garantire che tutto all'interno della società funzioni per il bene di ognuno nel rispetto dei diritti di ognuno.

È difficile definire quale sia la forma di governo migliore, affinché si realizzi ogni individuo all'interno di uno stato ed allo stesso tempo siano rispettati i diritti di ognuno.

Ci sono diverse opinioni al riguardo, il rapporto tra lo stato e la società è sempre stato oggetto di discussione, ognuno intende la propria visione politica in conformità a quella che è la sua visione della vita, ogni individuo concepisce lo stato come quell'organo che idealmente dovrebbe portare alla realizzazione di se stesso e di tutti gli uomini. Esistono quindi diverse concezioni di governo, ho pensato in questo elaborato di trattare tre diversi modi di intendere questo dualismo: lo stato totalitario, lo stato liberale e lo stato socialista.

Il totalitarismo si realizza quando lo stato invade la società e ne soffoca ogni autonomia. Infatti, lo stato totalitario opera attraverso un controllo serrato di ogni ambito della società e non accetta qualunque istituzione che possa limitare questa capacità di controllo, di conseguenza ogni istituzione o associazione che esprime idee contrastanti con il potere centrale è soppressa. Il totalitarismo si esprime soprattutto nei momenti di crisi di una società, inoltre si esprime meglio se la società su cui si impone è una società massificata, la quale è in genere molto vulnerabile alle manipolazioni di piccoli gruppi estremisti più organizzati.

Il totalitarismo si è realizzato nella storia in particolari epoche in cui la società viveva momenti di crisi, momenti in cui la destabilizzazione di alcuni valori portava all'accettazione di regimi forti che apparentemente riportavano l'ordine e la serenità che si era persa. Molti sono gli esempi di governi totalitari, nella mia analisi ho preso in considerazione due mom 323f57d enti storici molto diversi della nostra nazione in cui si è diffusa questa forma di governo: il primo si riferisce alla Roma dell'età dei Flavi, mentre il secondo esempio fa riferimento alla dittatura fascista di Mussolini.

Per analizzare come queste due forme di totalitarismo abbiano influenzato la società occorre analizzare la produzione letteraria di quel periodo storico, in quanto la letteratura è la maggiore espressione della società.

La letteratura durante l'età dei Flavi perde i caratteri creativi della letteratura latina, la produzione perde quindi in originalità diviene per lo più una letteratura erudita (Quintiliano) che non propone nulla di nuovo ai suoi lettori. Gli autori di questo periodo si sono formati entro le righe dell'impero, non riescono a vedere altre alternative; il concetto di repubblica, che pure a Roma aveva avuto un grande sviluppo, ha perso di significato e con esso il concetto classico di libertà perde di significato, anche la libertà è diventata un comando, Plinio il giovane a Traiano diceva: "tu ci comandi di essere liberi e noi lo saremo; tu ci comandi di manifestare apertamente il nostro pensiero, e noi lo manifesteremo". Così svuotato il concetto di libertà tutta la letteratura perde in originalità e guadagna in servilismo all'imperatore. Uno dei maggiori autori di questo periodo è Marziale il quale si dedica soprattutto agli epigrammi, una poesia semplice ma che può anche essere pericolosa, in poche righe Marziale ironizza sui vizi, gli istinti e le perversioni dei cittadini romani, ma la sua poesia è indirizzata a privati cittadini e mai apertamente critica i personaggi pubblici anzi adula apertamente Domiziano, così come facevano la maggior parte dei suoi contemporanei. Come Marziale anche Giovenale traccia un quadro scuro della società della capitale, anche lui per non avere contro di se le mire dei potenti del tempo pone l'attenzione sulle generazioni passate. La sua poesia molto spesso crassa, pesante, fangosa descrive la società romana e pone in evidenza gli aspetti più sordidi della capitale. La satira nei confronti della caduta di valori della società romana non nasce da un bisogno di purificazione dei vecchi valori di Roma piuttosto da un sentimento di vendetta verso tutti coloro che a Roma lo avevano escluso da quella società. Anche Tacito si pone il problema della decadenza di Roma senza però trovare una soluzione, la sua conclusione è molto deludente in quanto ritiene che ognuno debba "fare il proprio dovere"verso lo stato senza servilismo all'imperatore ma anche senza porsi apertamente contro di lui. L'atteggiamento di Tacito è quello di colui che non favorisce le iniziative del dispotismo ma non oppone a questo alcuna resistenza.

Il secondo esempio di governo totalitario in Italia lo abbiamo avuto con il governo di Mussolini, il quale approfittò di un periodo di crisi dell'Italia per farsi avanti e imporsi con una dittatura. Il Fascismo in un primo momento, intorno al 1920-21, prese il potere legalmente con l'appoggio dei ceti della media borghesia e della borghesia terriera scontenta della politica che era stata condotta dopo la prima guerra mondiale, in questo periodo il governo era nelle mani della sinistra che si era imposta sull'economia e sulle amministrazioni provocando un sentimento di rivalsa nella borghesia italiana che non si sentiva garantita. Il movimento fascista in un primo momento fu sottovalutato e visto solo come un movimento giovanile che si sarebbe presto estinto. Anche Benedetto Croce aveva esaltato questo movimento in quanto portatore dei veri valori italici che avrebbero svegliato l'Italia dal torpore in cui viveva. Il 28 ottobre 1922 quello che doveva solo essere un movimento giovanile prese concretezza in un atto di forza: la marcia su Roma, un atto che invece d'essere osteggiato venne coperto dai monarchi italiani. Il re non accettò di firmare lo stato di assedio e affidò l'incarico di formare il nuovo Governo a Mussolini, di lì in poi la politica di Mussolini invece di essere volta alla normalizzazione come i suoi sostenitori si aspettavano, fu totalmente indirizzata al rafforzamento del suo potere, il regime si impose definitivamente nel 1926 con lo scioglimento di tutti i partiti, associazioni ed organizzazioni democratiche. Gli anni migliori del regime si ebbero dal 1929 al 1933, gli anni in cui il fascismo si consolidò ed operò le maggiori riforme. Le operazioni più importanti in ambito economico furono la rivalutazione della lira, la ruralizzazione e la formazione dell'IRI (istituto di ricostruzione industriale), queste riforme seppure importanti furono operate sotto un governo dittatoriale che si era imposto sul paese con la forza e che sopprimeva ogni forma di libertà, di opinione, di fede, di pensiero. Come tutti i governi dittatoriali, anche il governo di Mussolini fu volto all'esaltazione dello spirito nazionalistico, delle virtù eroiche del popolo italiano, delle glorie di un Risorgimento ideale inteso come espressione di una filosofia nazionale antigiacobina e rivoluzionaria.



Nonostante questa propaganda fascista, in questo periodo si sviluppa la letteratura di Pirandello e Svevo i quali mettono in evidenza la frantumazione dell'uomo e le difficoltà esistenziali e di relazione dell'uomo comune del '900.La dicotomia tra l'esaltazione di virtù eroiche del fascismo e la fragilità dell'uomo messa in evidenza dai letterati italiani è presente in questi anni senza che l'una influenzi l'altra, queste sono due realtà separate che camminano ignorandosi reciprocamente. Ci si può chiedere ora quale sia la vera società degli anni '20-'30, se quella propagandata dal fascismo o quella che emerge dall'analisi di Pirandello e Svevo. La società di quegl'anni è sicuramente una società decadente una società in crisi alla ricerca di nuovi valori, una società che ha perso i suoi punti di riferimento tradizionali, profondamente delusa dalla storia, una società che trova nel fascismo quelle sicurezze che nessun intellettuale avrebbe potuto darle. L'intellettuale si trova a disagio all'interno della società, questa condizione del letterato del '900 che si era già delineata con l'estetismo, raggiunge il suo apice con il Decadentismo. L'uomo non si sente più al centro dell'universo ma si sente estraneo ad esso, come conseguenza di ciò si chiude in se stesso e crea una nuova realtà all'interno della quale si rifugia, alcuni autori si rifugiano in un mondo fatto di illusioni (Pascoli), altri trovano una risposta nella religione (Fogazzaro), infine altri trovano una soluzione nella guerra (D'annunzio). Dalla poesia di quest'ultimo autore prende il via una nuova corrente: il Futurismo, questa corrente esalta la violenza, l'attivismo , la vita eroica, le macchine ed i toni gridati. Il Manifesto del Futurismo redatto da Filippo Tommaso Marinetti mette in evidenza proprio questi aspetti, esalta infatti "il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno". C'è inoltre un profondo rifiuto del passato attraverso l'esaltazione dell'automobile a discapito di tutte le opere classiche, questo rifiuto del classicismo è messo in evidenza anche da un tipo di sintassi diversa spezzata senza punteggiatura e con l'uso di molte parole onomatopeiche ("La pioggia nel pineto" di G. D'annunzio"). Fondamentale in questo movimento è anche l'esaltazione della guerra intesa come "sola igiene del mondo", la guerra sembra essere l'unica soluzione alla crisi dell'uomo moderno. Il Futurismo si presenta come un movimento letterario, culturale, poetico, artistico, ma anche come un movimento ideologico; infatti molti futuristi appoggiarono il fascismo, rappresentarono la base ideologico-culturale di questo movimento.

La diffusione del Decadentismo avvalora la tesi per cui i regimi dittatoriali si diffondono la dove la società è in crisi e alla ricerca di certezze e di valori. Il fascismo riesce a colmare apparentemente questo vuoto dell'uomo contemporaneo attraverso la propaganda che induce ad esaltare la figura di colui che diffonde questi valori, di qui il culto dell'immagine, presente in tutti i regimi dittatoriali, di Mussolini, il duce, "l'uomo della speranza"che aveva "scoperto" i valori morali e tradizionali della tradizione italica. Nei governi dittatoriali si realizzano inoltre dei programmi finalizzati alla "costruzione" delle generazioni successive. Il programma nel campo dell'istruzione prevedeva la formazione di una nuova società nata in laboratorio che avrebbe mantenuto saldi i valori fascisti.

Con questo tipo di politica Mussolini spezzò definitivamente il rapporto tra lo stato e la società , facendo dello stato l'artefice pianificatore della storia, il creatore e manipolatore della società, l'educatore delle nuove generazioni secondo lo schema del collettivismo che non lasciava più spazio all'individuo. 

Molti hanno visto nella filosofia di Nietzsche la base culturale per la diffusione del nazismo in Germania, in Nietzsche c'è infatti l'esaltazione dell'uomo e con esso dell'umanità, ma al suo interno non tutti gli uomini riescono ad accettare la "morte di Dio" che consiste nell'eliminazione di tutti i valori che sono stati a fondamento dell'umanità, valori basati sull'etica e sulla religione. Non tutti riescono però ad accettare questa situazione di estrema fragilità in cui l'uomo viene a trovarsi, la perdita di tutti i valori in cui fino a quel momento si credeva destabilizzano l'uomo comune, si giunge quindi su posizioni nichilistiche che occorre superare attraverso la trasmutazione di tutti i valori, cioè una nuova creazione di tutti i valori visti però in funzione dell'uomo. Tutto ciò però non può essere operato da tutti, ma dal super-uomo, cioè colui che ama la vita e riesce a ricreare il senso della terra, in lui emerge il dionisiaco come volontà di potenza. La concezione superomistica è stata la più criticata in quanto fa emergere un individuo dall'umanità, in appoggio quindi di tutti coloro che si identificano con la volontà di potenza, e quindi le grandi personalità come Hitler e Mussolini. Inoltre sembra emergere dalle sue teorie anche la superiorità di una razza sulle altre. Alcuni ritengono che questa interpretazione sia errata in quanto nelle sue opere Nietzsche non parla mai di negazione dell'umanitarismo o della democrazia.         

Il liberalismo ha valori nettamente opposti a quelli del totalitarismo tanto da poterlo definire come l'antitesi di quest'ultimo. Il liberalismo riconosce, come lo stesso nome suggerisce, il suo valore principale nelle libertà individuali e di conseguenza sostiene che il potere politico deve essere esercitato entro limiti ben definiti senza coercizione, per questo motivo il liberalismo si è sempre caratterizzato in senso antiassolutistico. A differenza del totalitarismo nei governi liberali viene esaltata l'individualità ed apprezzata la diversità, non si teme il conflitto e la competizione purché tutto si svolga all'interno del quadro costituzionale.

Il liberalismo nasce nel Regno Unito intorno al XVII sec. in Italia, invece, si realizza in tempi più recenti. Tutta la politica italiana post-risorgimentale ha una base liberale in quanto in Italia non si afferma mai definitivamente il socialismo, anche la politica di esponenti di sinistra sarà volta al liberalismo. Giolitti fu il maggiore rappresentante del liberalismo italiano pur essendo un esponente di sinistra. Infatti Giolitti concepisce lo stato come un giudice sereno e quindi conciliatore delle parti sociali e come tutore dell'ordine pubblico. Abbiamo un esempio di questo modo di fare politica nel 1901 quando dopo una lunga serie di scioperi Giolitti non intervenne a favore di nessuna delle parti sociali e lasciò la risoluzione della questione agli interessati senza che lo stato intervenisse. Grazie alla politica oculata di Giolitti poté esserci un periodo di grande serenità in Italia che inoltre vide un buono sviluppo industriale. In questo periodo sotto il patrocinio dell'ILVA poterono nascere alcuni importanti centri industriali, soprattutto a carattere metallurgico, manifatturiero e meccanico. Inoltre in questi anni si sviluppa l'industria automobilistica (FIAT), si ha una maggiore produzione di energia elettrica, come conseguenza di questo sviluppo si ha formazione di grandi banche. Ma il liberalismo giolittiano non ebbe solo aspetti positivi, infatti fu molto criticata questa politica in quanto mirata all'arricchimento solo di alcune zone dell'Italia, zone già relativamente ricche come il settentrione rispetto al mezzogiorno. Tutto ciò portò all'aumento di disparità tra il nord ed il sud dell'Italia, ed aggravò la già difficile questione meridionale. Giolitti in questo periodo riuscì ad avere una grande influenza su tutto il parlamento, operò un nuovo tipo di trasformismo che aveva portato Giolitti ad allearsi sia con i socialisti di Turati che con i nazionalisti. Questo tipo di politica non fu sempre condiviso da tutti anzi incontrò notevoli opposizioni da parte di numerosi meridionalisti che come abbiamo già visto criticavano la politica protezionistica di Giolitti comunque in vantaggio del settentrione. La differenza tra il liberalismo giolittiano e quello canonico consiste anche in questo, in quanto il protezionismo non è ammissibile in una politica liberale che è sempre a favore dei liberi scambi commerciali, non solo all'interno della propria nazione ma anche nei confronti di tutti gli stati esteri.




Molto diversa è la situazione inglese dove la base socio-culturale è molto diversa, il liberalismo in Inghilterra si afferma intorno alla fine del XVII secolo quando si afferma la monarchia costituzionale basata su tre pilastri: rifiuto dell'assolutismo con un accordo "costituzionale" tra il re ed il popolo, il bilanciamento tra re e parlamento, il riconoscimento delle libertà individuali. Questo tipo di governo è tuttora presente e sostanzialmente non è cambiato, in quanto il Regno Unito continua ad essere la patria del liberalismo. Diversamente dall'Italia, il Regno Unito grazie a questo tipo di politica ha avuto lo sviluppo dell'industrializzazione molto veloce, la rivoluzione industriale inglese si ha infatti nel XVII secolo; in Italia si avrà solamente con il governo di Giolitti alla fine del XIX secolo. Il liberalismo può avere un così grande sviluppo nel Regno Unito in quanto la società inglese era molto più evoluta di quella europea-continentale e soprattutto di quella italiana. I principi del liberalismo sono gli stessi propinati dalla borghesia, questa classe sociale era molto diffusa nel Regno Unito mentre totalmente inesistente in Italia. La base culturale del liberalismo inglese risiede inoltre nel puritanesimo inglese in quanto molto diffuso in Inghilterra era il calvinismo che rappresenta la base del puritanesimo. La dottrina calvinista si basa sulla concezione della salvezza per cui ci sono individui destinati sin dalla nascita alla salvezza, la propria predestinazione è dimostrata dal successo economico e sociale che riescono ad ottenere in vita, per cui assume un valore immenso il lavoro, in quanto strumento di salvezza. Ogni uomo quindi seguendo questo principio è portato ha dimostrare la propria salvezza attraverso un intensa attività lavorativa, con questi presupposti nasce la competizione, carattere fondamentale del liberalismo. Questa particolare concezione del lavoro unita allo sfruttamento di molte risorse minerali diedero vita alla rivoluzione industriale inglese.      

     

La mia analisi procede con lo studio del socialismo. Il socialismo come forma di governo ha il suo fondatore in Marx ma come concezione ha radici molto antiche, anche in Platone troviamo una concezione politica molto simile a quella socialista. Anche altri filosofi e letterati avevano idealizzato una società ugualitaria che avrebbe consentito la realizzazione dei bisogni di ognuno.

In Italia grandi letterati hanno discusso su problemi politici ma sono rimasti su piani puramente teorici in quanto la situazione politica italiana prima dell'unificazione era così frammentaria da non poter immaginare una realizzazione prossima di qualunque idea politica. Per questo motivo ho preso in esame due autori italiani: Leopardi e Carducci, i quali l'uno prima l'altro dopo l'unificazione hanno espresso una propria concezione politica molto vicina al socialismo.

        La concezione politica di Leopardi emerge soprattutto nel suo ultimo periodo, le opere che meglio evidenziano la visione politica del lirico di Recanati sono "La Ginestra" e i "Paralipomeni della Batracomiomachia". In quest'ultima opera attraverso un'allegoria viene descritta la situazione dell'Italia pre-risorgimentale sotto il dominio austriaco. Tutta l'opera è costituita da una satira della società e della politica del tempo, il carattere antiassolutistico della concezione politica del Leopardi emerge soprattutto dalla satira accesa nei confronti dei granchi e dei loro capi che rappresentano l'assolutismo politico. I topi invece, pur derisi per i loro atteggiamenti velleitari, vengono quasi compresi dall'autore che vede in essi l'espressione della libertà che si contrappone all'assolutismo. Nei Paralipomeni emerge, come nella Ginestra, una forte critica della società del tempo plagiata dalle dottrine spiritualistiche ed ottimistiche. Per cui la critica di Leopardi è mossa soprattutto alla società e non a particolari movimenti politici. Il lirico idealizza una sua visione politica ma non interviene attivamente per realizzarla. La visione politica di Leopardi è strettamente connessa con la sua concezione filosofica dell'uomo, la quale verte sul concetto di "social catena". Nella Ginestra il poeta raggiunge la sua più completa maturazione, ormai ha compreso che il vero nemico dell'uomo è la natura ma ha anche compreso come deve affrontarla, l'uomo non può vivere solo in quando non potrebbe sopravvivere solo con la natura, l'uomo deve unirsi agli altri uomini in una "social catena", quindi Leopardi giunge alla conclusione che lo scopo dell'uomo nella sua vita è quello di aiutarsi vicendevolmente. Alla base di questo modus vivendi si presuppone il concetto di uguaglianza profondamente radicato nella coscienza del lirico, principio assolutamente laico che non deve essere influenzato da alcun dogmatismo religioso e spiritualistico. Leopardi si rifà ai grandi pensatori illuministi come Rousseau e Robespierre che avevano esaltato l'uomo e con lui il concetto di uguaglianza e fratellanza da applicare nella vita politica.



        Carducci, a differenza di Leopardi, interviene attivamente nella vita politica della nazione, in età giovanile le sue tendenze politiche furono perlopiù giacobine e repubblicane, lo testimoniano le sue amicizie nell'ambito della Scapigliatura e dell'anarchismo di Bakunin, in età più avanzata Carducci mostrò tendenze filomonarchiche. Le prime due raccolte di poesie di Carducci, "Jambi ed Epodi" e "Rime nuove", sono influenzate dalle posizioni giacobine e repubblicane. Nella raccolta "Rime nuove" troviamo una poesia, "Il comune rustico" che mette in evidenza le posizioni politiche carducciane: in questo componimento Carducci esprime il suo ideale politico, che prende forma nel comune medioevale, inteso come esempio di libertà in quanto in esso risiedono uomini liberi che decidono di convivere nel rispetto di ognuno. Carducci descrive la fondazione del comune rustico, durante la quale viene distribuito il territorio in parti uguali, quindi senza alcuna proprietà privata, tra coloro che prendono parte alla fondazione. Questo può ritenersi un perfetto esempio di democrazia diretta, nel quale ognuno liberamente decide di collaborare per il bene della collettività.   

Le concezioni dei letterati e dei filosofi, a differenza di quelle di Marx, piuttosto che essere mirate alla realizzazione di un governo socialista rimanevano dei concetti utopistici. L'opera di Marx consiste invece nello studio approfondito della società post-industriale soprattutto nei suoi aspetti economici. Marx, infatti, critica Hegel poiché non ha considerato nel suo sistema filosofico i bisogni dell'uomo, Marx restituisce all'individuo il suo contesto storico ponendo la storia come il luogo dove si realizzano i bisogni dell'uomo, bisogni che sono soprattutto economici, l'economia è quindi l'essenza strutturante della realtà sociale, la cultura, l'educazione e lo stato, che rappresentano la sovrastruttura, variano al variare della struttura e quindi dei rapporti di produzione (materialismo). La filosofia di Marx riprende dalla filosofia hegeliana il concetto di dialettica per cui tutta la realtà tende ad una società perfetta in cui tutti potranno sentirsi realizzati, la storia procede verso forme sempre più evolute. La società perfetta per Marx è la società comunista che si potrà raggiungere attraverso una nuova rivoluzione. Ogni epoca, infatti, è caratterizzata da rivoluzioni, queste sono il momento dialettico dell'antitesi in cui c'è la negazione del momento precedente per poi poter realizzare la sintesi che è uno stadio più evoluto. In termini storici, Marx prevede una rivoluzione che annullerà la proprietà privata causa delle disparità sociali e dell'alienazione dell'uomo, alla quale seguirà l'istituzione di una società gestita dalla società. Marx prevede quindi che la borghesia sarà eliminata dal proletariato che prenderà il potere. Il filosofo tedesco conduce la sua analisi nelle società borghesi, quindi annuncia la rivoluzione tra gli operai delle industrie dove è possibile la diffusione delle idee socialiste. Il marxismo in pratica non si è mai realizzato in quanto le società industriali, pur essendo influenzate da queste idee, non riuscirono ad eliminare la base culturale liberale su cui erano fondate, il socialismo si realizzò invece in Russia dove non esisteva una società industrializzata ma solo una società contadina.

In Italia come abbiamo già detto pur essendo diffuse idee socialiste non era presente nessuna organizzazione che le proponesse in maniera programmatica fino alla seconda metà del XIX secolo. Le prime organizzazioni di stampo socialista sono quelle operaie di Andrea Costa e di Osvaldo Gnocchi-Viani, il primo fondò il partito socialista rivoluzionario delle Romagne, fu il primo socialista ad entrare in parlamento come deputato, pur avendo origini anarchiche, mentre Gnocchi-Viani fu soprattutto un sindacalista, creò il partito operaio italiano, ma questo si disinteressò della politica elettorale e si impegnò a lottare soprattutto per rivendicazioni economiche e per la libertà di sciopero. Questo partito fu a carattere anti-parlamentare, anti-borghese, inoltre fu contrario ad ogni forma di socialismo autoritario. Già dalla nascita si denota il carattere operaistico del socialismo italiano che quindi poté interessare solo il settentrione e mai il mezzogiorno dove mancava la figura dell'operaio. Il socialismo italiano fu inoltre a carattere intellettualistico, infatti ebbe come fondatori alcuni dei più grandi intellettuali come Turati, che si era formato tra gli scapigliati, e Labriola che era docente di filosofia. Ufficialmente il partito socialista nasce il 14 agosto 1892 durante il congresso di Genova ad opera di Turati che appoggiava il socialismo riformista. In questo periodo si vengono a formare due diverse posizioni socialiste, la visione riformista e quella massimalista, il programma del primo aveva gli stessi fini del secondo cioè entrambe miravano al raggiungimento del potere del proletariato: mentre i socialiste di Turati intendevano arrivarci attraverso una politica di riforme che lentamente avrebbe fatto assorbire questo tipo di pensiero e avrebbe modificato l'ossatura stessa del sistema industriale, al contrario i socialisti massimalisti ritenevano che le riforme pur migliorando la situazione degli operai non intaccavano minimamente il sistema capitalistico. I socialisti riformisti inoltre praticavano una politica di collaborazione con lo stato in quanto ritenevano che attraverso l'azione politico- legislativa ci sarebbe stata una graduale conquista dei pubblici poteri ne è un esempio il tacito accordo tra Turati e Giolitti all'inizio del secolo; i massimalisti ritenevano invece che non ci potesse essere questo tipo di collaborazione di classe ma che si dovesse operare esclusivamente per la lotta di classe, senza alcun rapporto con lo stato borghese che era l'incarnazione dello sfruttamento operaio, per cui la stato era visto come l'organo di dominio dell'uomo sull'uomo per cui da abolire, lo stato doveva essere riassorbito all'interno della società stessa. In Italia non si è mai avuto un governo veramente socialista. Quando la sinistra è andata al potere con Agostino Depretis la sua politica pur operando numerose riforme, è comunque stata una politica basata sul trasformismo, cioè una politica basata sulla ricerca di nuove maggioranze parlamentari di centro che non tenevano conto delle ideologie dei partiti ma solo dell'appoggio dei singoli parlamentari a seconda dei singoli problemi da discutere.

Riassumendo la politica italiana in circa un secolo, ha visto tre diverse forme di governo, molto diverse tra loro ma tra loro strettamente connesse, per un lungo periodo infatti il liberalismo ed il socialismo hanno convissuto e dalla crisi del liberalismo giolittiano è scaturito il totalitarismo di Mussolini. Posso dedurre che la politica italiana affonda le sue radici non in un ideologia, infatti nessuna delle tre ideologie è sviluppata in maniera canonica, ma nelle grandi personalità come Giollitti, Mussolini e Turati.

                   







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