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La Congregazione dei Buonomini di S. Martino - Statuto della Congregazione

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La Congregazione dei Buonomini di S. Martino

La Confraternita dei Buonomini di S. Martino deve la sua nascita ad Antonino Pierrozzi (Sant'Antonino), priore Domenicano del convento di S. Marco che diventò in seguito arcivescovo di Firenze.

Nel 1442 egli chiamò dodici cittadini di Firenze e propose loro di entrare a far parte di una nuova compagnia che aveva lo scopo di portare aiuto e soccorso ai componenti di famiglie di nobile origine ridotte in povertà. I dodici Procuratori dovevano raccogliere viveri e denaro e successivamente distribuirli in segreto a coloro che avevano bisogno.

Queste persone cadute in disgrazia per rovesciamenti politici e finanziari o a causa di malattie e morti, non essendo abituate a chiedere elemosina, proprio per l'orgoglio tipico del loro casato, si vergognavano di mendicare, come cittadini qualunque, e soffrivano così in silenzio.

Fu loro attribuito l'appellativo di 'poveri vergognosi' e di conseguenza, i componenti della nuova congregazione cominciarono ad essere chiamati 'Procuratori dei poveri vergognosi'. La 434c25e scelta dei dodici Procuratori da parte di Antonino Pierozzi avvenne in base a precise qualità morali che ogni componente avrebbe dovuto possedere.



L'onestà, il rigore, la pratica degli esercizi spirituali ed anche l'abilità intellettuale erano caratteristiche necessarie perché l'opera caritativa fosse svolta in modo corretto e con totale devozione nei confronti dei poveri vergognosi, in modo che la Confraternita stessa non perdesse lustro nella città, a causa di cattivi comportamenti dei suoi membri, e di conseguenza ricevesse meno donazioni.

Gli stessi criteri di scelta furono poi mantenuti quando doveva essere introdotto nella Congregazione un nuovo elemento per riempire un posto resosi vacante.

Con il passare del tempo, però, venne data sempre più importanza alla classe sociale di provenienza, fino a che l'ammissione fu concessa solo al ceto della media borghesia. Questo sia perché individui di classi sociali differenti avrebbero potuto trovarsi in conflitto tra loro, sia perché, al contrario dei componenti delle classi umili, i borghesi avevano a disposizione tempo e risorse economiche da investire nelle attività della Congregazione.

Statuto della Congregazione

Il primo documento, che sancisce la nascita della Congregazione, risale al 1442 ed è un breve e semplice atto di fondazione costituito da un solo paragrafo che precisa le aspirazioni dei fondatori. A questo fa seguito una prima versione dei capitoli, risalente a poco tempo dopo la fondazione, con una schematica regolamentazione in cui sono riportate le norme basilari dell'associazione, sebbene ancora molto simili a quelle delle altre compagnie, in quanto di chiara derivazione biblica.

L'ultimo documento, probabilmente del Cinquecento, è quello definito lo 'Statuto Riformato' e si articola, invece, in trentadue regole vere e proprie, comprendenti anche delle disposizioni comportamentali.

In questo statuto compaiono alcune regole fondamentali cui la Congregazione fu legata fin dalla sua nascita ed il cui rispetto era indispensabile al fine di svolgere bene l'opera di elemosina voluta da Antonino Pierozzi. Esse dettano che l'opera della Compagnia deve essere svolta senza mirare ad alcun interesse personale, in modo tale che crescano sia l'onore che il credito di cui essa gode; d'altra parte, alla stessa Compagnia non è permesso accumulare beni stabili né entrate perpetue e tutto ciò che è ricevuto da donazioni deve essere velocemente ridistribuito come elemosina.

Questo è uno dei principali motivi per cui ancora oggi questa confraternita vive.

Infatti la Congregazione dei Buonomini di S. Martino, non possedendo alcun bene, sia mobile che immobile, e dando sempre spazio ad un forte impegno umanitario, non destava preoccupazione nel potere comunale vigente, detenuto dalla famiglia dei Medici che ambiva all'ingresso nell'associazione sia per motivi spirituali sia perché attraverso la Confraternita avrebbe potuto ottenere comunque un maggiore controllo politico sulla città.

Inoltre gli oggetti che non servivano ai bisognosi venivano venduti all'asta, ma era proibito a Buonomini l'acquisto di tali oggetti. Viene anche ribadito che l'elemosina deve sempre rivolgersi principalmente a beneficio dei 'poveri vergognosi', i quali devono, però, essere oggetto di osservazione accurata in modo che la loro condotta morale possa essere giudicata irreprensibile. Il merito e il bisogno personale costituivano i fattori che determinavano la scelta degli individui bisognosi, ma si potevano prendere in considerazione anche le raccomandazioni fatte da altre persone.

I Buonomini si impegnavano a compiere l'atto caritativo nel massimo della segretezza, in quanto i poveri non volevano che altri fossero a conoscenza della loro necessità di chiedere aiuto e si preoccupavano che il loro buon nome venisse protetto.

Al fine di passare inosservati, quindi, i procuratori non indossavano, come avveniva nelle altre Confraternite, una divisa che celasse la loro identità coprendo il volto con la 'buffa', un cappuccio unito a cappa lunga che arrivava fino a terra e aveva due buchi per lasciare scoperti solo gli occhi. Per non dare adito a sospetti nel vicinato, inoltre, essi si preoccupavano di fare le consegne sempre a coppie e di prestare attenzione che nessun Procuratore si recasse nella stessa casa due volte consecutivamente.

L'elemosina elargita dai Buonomini della Congregazione consisteva nel fornire aiuti non solo di tipo economico, ma essi davano da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, distribuivano abiti ai bisognosi di qualunque età e ceto, prestavano assistenza agli infermi e soccorso ai pellegrini, si adoperavano per liberare dal carcere i detenuti per debiti, sovvenzionavano le doti delle fanciulle e il seppellimento dei morti.

Affinchè la Compagnia mantenesse buona reputazione e non ne venisse offuscato il nome, cosa che avrebbe comportato una riduzione delle donazioni da essa ricevute, era necessario che i Procuratori tenessero un comportamento onesto e corretto e che dimostrassero di possedere le doti di umiltà, cortesia, gentilezza e sensibilità.

Era quindi vietato loro di frequentare luoghi di cattiva fama o anche solo di intrattenersi a chiacchierare con le donne nelle case private o di farsi sorprendere in conversazioni futili quando i bisognosi si recavano all'oratorio. Se un Procuratore si fosse comportato in maniera indegna macchiando la reputazione della Casa sarebbe stato subito espulso, sebbene con il massimo della discrezione nascondendo la cosa sotto qualche pretesto onorevole per non danneggiare ulteriormente la Compagnia.

Nel trattare il tema delle donazioni, i Buonomini dovevano sempre tener conto di possibili malcontenti da parte degli eredi che dovevano passare alla Confraternita ciò che si aspettavano di ricevere. Di conseguenza i Procuratori erano tenuti a fare un atto di umiltà e ad accettare che parte del lascito spettasse agli eredi naturali, in modo da ottenere il resto senza suscitare le loro proteste. Questo comportamento, che non solo evitava la difficoltà di recuperare le donazioni ostacolate dagli eredi, ma favoriva la capacità di accordarsi senza dispute, anche a costo di qualche perdita, contribuiva a dare lustro alla Compagnia agli occhi del popolo.

Il testo dello statuto è un documento storico molto importante perché permette di capire attraverso un'attenta analisi il pensiero dell'epoca.

Innanzitutto lo Statuto, che fu redatto definitivamente nel 1500, è la sommatoria di più testi messi insieme, come si arguisce dalla diversa lunghezza delle regole prescritte: mentre le prime sono brevi e coincise, raggiungendo in modo soddisfacente e sintetico l'obiettivo, le ultime regole sono molto più prolisse e contengono delle annotazioni esplicative che tendono in qualche modo a giustificare le problematiche trattate. Questi paragrafi più estesi ed elaborati rivelano una grande sottigliezza psicologica e una profonda conoscenza dell'uomo.

Lo Statuto è un documento altamente suggestivo per il suo contenuto ideologico che è il risultato della fusione di diverse tradizioni teologiche, letterarie e religiose e di esperienze dirette riguardo all'uomo e al suo mondo.[1]

L'organizzazione interna della Confraternita

La Compagnia dei Buonuomini di S. Martino fa parte di un genere di confraternite, dette 'Buche', che sorsero a partire dagli anni dieci del Quattrocento e che si distinguevano dagli altri sodalizi esistenti per la disciplina interna. Alla Congregazione erano vietati sia il possesso di beni stabili, che poteva portare ad interessi di lucro da parte dei confratelli, sia la partecipazione alle processioni cittadine, che erano occasione per ostentare, oltre alla religiosità, anche la rilevanza ed il prestigio di una compagnia e che per questo erano in genere considerate importanti. I sodalizi che vi prendevano parte cercavano perciò di essere immediatamente riconoscibili grazie agli stemmi sugli stendardi ed al colore degli abiti tradizionali indossati dai loro membri.

I Buonuomini, inoltre, non potevano essere iscritti contemporaneamente ad altre congregazioni, procedura spesso usata per poter usufruire di un maggior numero di aiuti economici e di soldi per le indulgenze, ma dovevano occuparsi solo dell'elemosina, della custodia di una compagnia 'di ragazzi' e delle pratiche religiose. Queste pratiche consistevano nel riunirsi in preghiera nell'oratorio tutti i sabati e la vigilia delle feste, trascorrere la notte in dormitori comuni e svegliarsi per il 'mattutino' riprendendo gli uffici canonici.



L'organizzazione interna della Confraternita, inoltre,  manifesta una certa affinità con la struttura dei governi comunali.

Sin dai primi tempi la città era suddivisa in Sestieri, ognuno dei quali rappresentato da due Procuratori, che, raggiungendo un numero complessivo di dodici, si occupavano della raccolta e della distribuzione di fondi nella zona della città loro assegnata.

Nel 1470 fu introdotta la nuova figura dell'Aiutante, complessivamente in numero di sei, uno per Sestiere. Questi facilitavano lo svolgersi delle attività in quanto ad ogni Sestiere era garantita l'elemosina e non si creavano disparità tra le varie zone.

La caratteristica principale della Confraternita dei Buonomini di San Martino, che ha facilitato l'armonia tra i suoi membri e ha permesso alla Compagnia di arrivare fino ai giorni nostri, senza lacerarsi in diatribe interne, è l'uguaglianza tra i Procuratori. Infatti, l'unica carica importante, cioè quella di Proposto, a cui era affidata la gestione dei fondi, veniva ricoperta ogni mese a turno da un diverso Procuratore. Anche gli Aiutanti dovevano essere partecipi di quest'armonia e perciò erano trattati alla stessa maniera dei Procuratori, in modo che non avessero ambizione a diventare tali, cosa non prevista dal Regolamento della Compagnia. Il controllo attento dei libri contabili e il conseguente accertamento di eventuali irregolarità nelle entrate e nelle uscite permetteva ai Procuratori di verificare il comportamento dei propri subalterni. Sebbene lo Statuto mirasse a creare una certa omogeneità tra i Buonomini, si riscontra che nella Confraternita invece si erano creati due gruppi distinti, i Procuratori con il loro controllo tenevano in timore e in soggezione gli impiegati, i quali erano stati assunti per svolgere dei compiti di carattere pratico. All'interno della Confraternita era presente anche la figura di un prete, o del suo vicario, che prendeva parte regolarmente alle discussioni e svolgeva anche altri ruoli, come direttore spirituale, assistente ai soci ammalati, organizzatore, mediante sorteggio, della scelta del Proposto.

La Storia della Confraternita

I primi dodici membri del sodalizio furono scelti da Antonino Pierozzi tra gli ascritti alla 'Buca di San Girolamo'. Le prime adunanze della Congregazione furono tenute in casa di uno dei dodici Procuratori, ma nel 1478, essi, desiderando avere una sede propria, ottennero in affitto dai Benedettini della Badia Fiorentina, per dodici fiorini annui, un locale, contiguo alla Chiesa di S. Martino del Vescovo e adibito alla lavorazione della lana.

Il governo della Repubblica fiorentina cercò sempre di aiutare la Confraternita, incitando i cittadini a versare denaro alla Compagnia; inoltre nel 1492 si rese noto che chiunque avesse dovuto rendere del denaro al Comune o avesse commesso il reato di frode verso il Comune stesso, poteva considerarsi liberato da ogni obbligo, se avesse restituito la somma alla Confraternita.

Un altro importante provvedimento fu preso nel 1495. Per proteggere la popolazione in mano agli usurai, il governo della Repubblica, al termine dell'anno, impose che le somme di denaro, avanzate nelle casse del 'Monte della Pietà', venissero ridistribuite tra coloro che erano stati costretti a dare in pegno le loro cose. Però se, dopo un certo lasso di tempo, rimaneva ancora del denaro, questo doveva essere versato ai Procuratori della Confraternita dei Buonomini di San Martino che l'avrebbero distribuito ai poveri vergognosi, sembrando che «assai probabilmente tornerebbe a coloro cui si doveva, come a quelli che più sovente si trovano astretti a dare in pegno le cose loro per denaro»[2].

Nello stesso 1495 per opera di Fra Girolamo Savonarola, a cui era cara la Confraternita dei Buonomini, fu approvato un decreto col quale la Confraternita stessa riceveva in dono i tremila fiorini dell'imposta dei preti.

Nel 1498, però, proprio il governo della Repubblica mise a rischio la vita della Congregazione. Cacciati ancora una volta i Medici da Firenze e soffocata l'azione rivoluzionaria di Savonarola, che aveva guidato il popolo verso un'effimera libertà, gli 'Otto Priori di Libertà' proposero e fecero approvare dal Consiglio Maggiore della città un decreto, con il quale, pur elogiando la Congregazione e gli stessi Buonomini, si ordinava che essi fossero sostituiti da «otto cittadini 'statuali', appartenenti cioè a famiglie che avessero o avessero avuto cariche pubbliche, che dovevano durare in carica un anno»[3].

La Repubblica infatti volle distruggere l'originario Sodalizio e crearne un altro per timore dei Buonomini che, ricevendo elemosine sempre più cospicue, acquistavano maggiore potere e favore tra la popolazione.

E' questo il momento più critico per la vita della Confraternita, che sembra distrutta; ma è proprio il divario di fondo tra l'operato della Congregazione e quello della repubblica fiorentina e cioè, come scrive Niccolò Martelli, «quella è carità cristiana, questa è carità politica»[4], che salverà la Confraternita. Infatti mentre i Buonomini di S. Martino cercavano di alleviare il dolore della povera gente, consolando e dividendo con essi il proprio pane, le proprie vesti, i propri averi, la Repubblica agiva con il più semplice e mite dei modi: accontentava e rimpinzava la moltitudine, pur di non farla scendere in rivolta.

In breve tempo, dunque, ci si accorse che la statalizzazione della Congregazione aveva dato pessimi risultati. I cittadini, che avevano apprezzato l'opera così discreta e riservata dei Buonomini, non erano più generosi come in passato perché avevano paura che, offrendo in elemosina una somma ingente di denaro, sarebbero stati poi più facilmente ricattati e derubati dei loro averi a causa della scarsa onestà, delle gelosie e degli odi degli otto 'statuali'. Nel 1501, pertanto, i Priori di Libertà decisero di ripristinare l'antico ordinamento affidando l'incarico di eleggere i dodici Procuratori e i sei Aiutanti a quattro religiosi; da quel giorno la Congregazione acquistò una sua indipendenza e non vi fu nessuno che la violò.

In occasione della peste che colpì Firenze nel 1522 i Buonomini, pur continuando a soccorrere i poveri vergognosi, prodigarono il loro aiuto anche verso i mendicanti. Essi, infatti, gettavano i pani dalla finestra a tromba, un'apertura sul lato della cappella che si affaccia sulla strada, evitando di farsi vedere e al tempo stesso mettendosi al riparo dal contagio.

Dopo il 1522 il governo della Repubblica cadde e i Medici tornarono ad essere gli unici signori della città; da questo momento la Confraternita dei Buonomini di San Martino poté intessere buoni rapporti con essi, ricevendone favori e benefici che aumentarono quando Lorenzo di Piero dei Medici accettò di essere uno dei dodici Procuratori della Congregazione. La benevolenza dei Medici continuò con Cosimo I, salito al trono di Toscana nel 1537, il quale non solo approvò provvedimenti favorevoli alla Compagnia, ma ai consiglieri, che gli facevano notare che i Buonomini, secondo le regole dettate dal loro Santo fondatore, elargivano ai poveri tutto ciò che ricevevano e non si preoccupavano di costituire un fondo per assicurare la continuità della istituzione, rispose che la Confraternita «doveva essere lasciata libera di governarsi in quel modo» e aggiunse che «se non possiede roba e non vuol possederne e continuamente distribuisce in buona quantità, non si può più da lei desiderare»[5].

Nel Seicento alcuni privati cittadini mostrarono la loro fiducia nella Compagnia lasciandole in dotazione cospicue beneficenze da destinare non ai poveri vergognosi, ma a favore delle classi meno abbienti. Benedetto Giorgini di Figline, infatti, lasciò alla Congregazione la somma di trentaduemila fiorini con l'obbligo di investirli in "Luoghi di Monte" e di spenderne ogni anno le rendite per acquistare vesti da donare a cento poveri vecchi e per fornire la dote a fanciulle povere. Le clausole di questo lascito, però, erano in contrasto con la Regola del fondatore che vietava di tenere fermi i capitali e perciò i Buonomini dovettero ricorrere all'aiuto della Chiesa e si rivolsero al Papa Urbano VIII chiedendo l'autorizzazione a distribuire in sussidi tutto il patrimonio ereditato. Il Papa accolse l'istanza e gli eredi diretti, dopo essersi opposti e aver presentato ricorso al tribunale Supremo di Segnatura, accettarono dai Buonomini  un'indennità di mille scudi.

Quando alla dominazione dei Medici subentrò quella dei Lorena, le altre confraternite subirono restrizioni o addirittura soppressioni, perché non aumentassero i beni immobili delle 'mani morte', cioè di quegli enti che, tenendo nelle loro mani le proprietà immobili (terreni o fabbricati), creavano un danno allo Stato privandolo delle tasse di registro e di trapasso dei beni per vendita e per successione. La Congregazione dei Buonomini di San Martino, invece, vide riconosciuta la sua particolare posizione e fu esentata da ogni provvedimento che potesse danneggiare la sua attività.




Anche nei secoli successivi la Compagnia mantenne la sua condizione privilegiata e, dopo l'annessione della Toscana al Piemonte, il nuovo regno d'Italia, nel 1862, riconobbe la particolarità di questo ente morale, che pur ricevendo eredità e legati, non aveva alcun patrimonio in quanto ridistribuiva rapidamente ciò che riceveva. Pertanto dal 1442 la Compagnia dei Buonomini di S. Martino, risolvendo problemi politici e fronteggiando calamità naturali, ha proseguito ininterrottamente la propria attività caritativa per cinquecento anni ed è attualmente ancora esistente. La segretezza nel chiedere aiuto e nel concederlo, il rispetto nei confronti di chi domanda sostegno, l'uguaglianza tra i Procuratori e la trasparenza nell'amministrazione sono i motivi fondamentali che hanno consentito al sodalizio di restare attivo.

La Sede della Confraternita

La Chiesa di S. Martino del Vescovo fu fondata nell'anno 986 dall'Arcidiacono Giovanni di Fiesole e dal suo erede fu donata ai benedettini della Badia Fiorentina nel 1034.

L'edificio fino al 1584 è rimasto pressoché immutato nell'aspetto esterno, mentre, già intorno alla metà del Quattrocento, rimaneggiamenti interni avevano apportato la divisione in due oratori distinti. Allora la facciata era situata sul lato opposto della costruzione; in seguito la chiesa fu in parte assimilata agli edifici adiacenti, tanto che ne rimangono visibili solo pochi segni, ed una nuova facciata fu aperta sulla piazza dove attualmente si trova.

I Buonomini di S. Martino nel marzo del 1478 presero inizialmente in affitto, per dodici fiorini annui, una stanza adiacente alla chiesa, probabilmente una bottega dell'Arte della Lana. Grazie ad una donazione di Domenico Giovanni dei Bartoli, nel 1481 i Buonomini riuscirono ad acquistare definitivamente, per 218 fiorini, l'edificio, il quale venne tempestivamente adattato ad oratorio con l'apporto di alcune modifiche quali l'apertura del portale, la sistemazione dell'altare e la decorazione ad affresco.

Ancora oggi la Chiesa di S. Martino del Vescovo mantiene le caratteristiche architettoniche derivate dalla ristrutturazione operata dalla Compagnia, compresa la distribuzione dei locali che si articola nell'oratorio, nelle stanze per le adunanze e nell'archivio.

L'oratorio è una sala rettangolare con volta divisa in spicchi che poggiano su peducci scanalati. Nella facciata dell'oratorio figura un portale ad arco rotondo. La lunetta al di sopra di questo rappresenta a mezza figura S. Antonino Pierozzi benedicente con l'abito domenicano e il pallio, simbolo vescovile, e vicino ad esso si trova un tabernacolo dove è raffigurato da Cosimo Miselli San Martino che distribuisce le elemosine. La facciata è caratterizzata anche da altri oggetti, come la "Buca per le istanze" destinata a ricevere le richieste di aiuto in ogni momento della giornata, scegliendo quello più propizio per non essere riconosciuti, e, dal lato opposto, la "Buca delle limosine" nella parte più bassa sotto il tabernacolo. Quando mancavano i fondi i Buonomini accendevano sulla soglia dell'oratorio un lume per informare la cittadinanza delle difficoltà economiche e finanziarie. Le pareti perimetrali dell'oratorio sono decorate nella parte più alta, compresa tra le lunette delle volte, da un ciclo pittorico significativo costituito da due Storie del Santo protettore S. Martino di Tours e da altre raffigurazioni che invece non ripropongono genericamente le sette opere di Misericordia, ma le carità svolte dai Buonomini e pertanto sono preziose testimonianze della vita quotidiana fiorentina del tempo.

Sull'altare, costruito in pietra serena, vi è un tabernacolo, anch'esso in pietra, che racchiude una pittura rappresentante il Redentore mentre opera il prodigio della moltiplicazione dei pani. Ai lati dell'altare si aprono due piccole porte: quella a destra conduce alle stanze terrene, quella a sinistra accede ad una scala stretta e ripida che porta alle stanze superiori con una loggia attualmente adibita a casa del custode. Sempre all'interno, posta nella parete che guarda verso Via S. Martino, si trova una finestra a tromba, ora cieca, dalla quale veniva distribuito il pane ai bisognosi durante la peste. Appena varcato il portale, sulla sinistra, c'è una minuscola stanza che probabilmente conduceva al forno, mentre un largo foro quadrato nel soffitto portava forse al sovrastante granaio.

Annessa all'oratorio vi è la stanza delle adunanze in cui si possono ammirare l'acquasantiera, una tavola a fondo oro, attribuita a Niccolò Gerini, che rappresenta la Madonna ed alcuni santi. Sulla parete di fondo, a sinistra c'è il banco del Proposto, sopra al quale, in alto, si trova un grande Crocifisso scolpito in legno, a destra invece c'è il banco del Segretario, su cui troneggia una copia del Busto di S. Antonino, modellato dal Verrocchio. Nelle pareti laterali della stanza delle adunanze si trovano due quadri rappresentanti quattro Santi dell'Ordine Domenicano, alcune antiche Piante di Firenze ed una Madonna della scuola di Andrea del Sarto. Nell'altra stanza, detta del Proposto, sono degni di nota: una statuetta scolpita in legno rappresentante S. Girolamo, gli alberi genealogici di antiche famiglie che beneficiarono la Congregazione ed i due codici contenenti i Capitoli del sodalizio, miniati da Francesco di Antonio del Chierico che fu Procuratore dal 1478 al 1486.

L'ultima sala, l'archivio, si trova al piano superiore e conserva importanti manoscritti.

Le sedi delle altre confraternite fiorentine erano, invece, articolate in modo che l'accesso all'oratorio vero e proprio avvenisse attraverso un 'vestibolo' o 'ricetto', spesso dotato di altare. La cappella aveva la conformazione di un lungo rettangolo in cui la parete opposta all'entrata accoglieva un altro altare, mentre le altre tre pareti erano circondate da scanni, detti anche 'manganelle' o 'prospere'. Nella parete di fondo, divisa simmetricamente dall'ingresso, questi scanni erano rialzati e prendevano il nome di 'arcibanchi'; lungo le pareti laterali, invece, essi erano disposti su tre livelli, il primo dei quali era costituito da un sedile sorretto da mensole, mentre gli altri due erano formati da una struttura che fungeva da inginocchiatoio per la prima fila e da sedile per la seconda. Inoltre la parete dell'entrata era dotata di due banconi o 'deschi' che contenevano oggetti sacri. Gli scanni, addossati alle pareti, permettevano ai confratelli di rivolgersi verso l'altare durante la celebrazione e verso i 'deschi' nelle altre fasi della funzione senza mai volgere le spalle al tabernacolo.


Gli Affreschi

Il ciclo pittorico degli affreschi comprende, come già detto, due storie del Santo protettore S. Martino di Tours e le opere caritative effettuate dai Buonomini. Gli affreschi sono stati realizzati da mani molto diverse tra loro a 'mezzo buon fresco' cioè quando la calce si è ormai seccata.

Molti critici e studiosi d'arte hanno cercato di individuare l'autore di questi dipinti, ma le ipotesi formulate sono numerose e tutte abbastanza contrastanti tra loro.

Fr. Von Rumohr, che giudica questi dipinti delle opere schiette e modeste, ma al tempo stesso penetranti, li ascrive a Filippino Lippi. La sua supposizione nasce dal confronto di quest'opera con gli affreschi della Cappella Brancacci, attribuiti allo stesso autore.

H. Ulmann smonta l'ipotesi di Fr. Von Rumohr e ritiene che i dipinti presentino alcune note caratteristiche della scuola del Ghirlandaio; da una certa timidezza nel movimento delle persone ed una palese debolezza nel disegno ipotizza che essi siano l'opera di una mano ancora inesperta, ma dotata, quale quella di David Ghirlandaio, fratello di Domenico, artista giovane e acerbo. A conferma di tale ipotesi vengono portate le molte analogie con gli affreschi delle cappelle di Santa Fina a S. Gimignano, Sassetti in Santa Trinità e Tornabuoni di S. Maria Novella; diversi però sono i temi, infatti i cicli pittorici rappresentati in queste ultime narrano le vicende di Lorenzo de i Medici e della sua famiglia, mentre le lunette di S. Martino documentano con fedeltà usi e costumi della Firenze quattrocentesca.

I. B. Supino considera gli affreschi l'opera di un artista eclettico e mediocre che dipinse in maniera povera e poco precisa ed esclude, perciò, in modo categorico che tale artista possa essere Filippino Lippi, che in quegli stessi anni fu l'autore di opere di gran pregio come quelle della Cappella Brancacci. Non è possibile che un artista possa realizzare quasi contemporaneamente opere di spessore così diverso, pertanto Supino propende per l'attribuzione a Lorenzo di Credi.

Sono stati avanzati come autori dei dipinti anche i nomi di altri artisti, quali Sandro Botticelli, Francesco Botticini, Francesco di Antonio del Chierico, Raffaellino del Garbo e Cosimo Rosselli.



Un'analoga incertezza riguarda la questione della data di esecuzione degli affreschi, collocati tra il 1470 ed il 1486, con qualche propensione da parte di Rosselli - Sassatelli - Del Turco e Paatz per la data di istituzione della cappella (1478 - 1479).

Partendo dalla parete di fondo, ossia quella caratterizzata dall'altare si possono osservare le due storie di S. Martino: il dono del mantello a sinistra e il sogno di San Martino a destra. Nella prima il Santo, a cavallo mentre il suo scudiero tiene le briglie dell'animale, si è fermato vedendo un povero ignudo e con la sua spada divide il suo mantello rosso in due parti e ne dona una al mendicante mettendogliela sopra le spalle. Sullo sfondo appaiono le mura di una città, dietro le quali si elevano una torre e un campanile, ed un colle sormontato da una chiesa.

Nella seconda è rappresentato il sogno di San Martino; tolta l'armatura, il Santo è steso sul suo giaciglio e riposa, mentre il suo scudiero è assopito ai piedi del letto. A sinistra, circondato da angeli, appare il Cristo, avvolto nel mantello rosso e con l'aspetto del mendicante a cui Martino lo ha donato. Lo sfondo di questo dipinto, in stile prettamente quattrocentesco, è caratterizzato da un loggiato su cui si affaccia un paesaggio verdeggiante con un castello e un fiume che lentamente scompare tra le colline.

Nelle restanti lunette sono raffigurati i Buonomini mentre svolgono diverse attività caritative e sono facilmente riconoscibili perché indossano, sopra i loro abiti, il lucco, un ampio mantello di colore rosso scuro o nero che è simbolo di dignità che conferisce loro un'aria severa.

Nel dipinto della prima lunetta, sopra la porta d'ingresso, si assiste alla distribuzione di vino e pani. Al centro uno dei Procuratori versa del vino in un fiasco ad una donna mentre a destra forse un Aiutante travasa il vino da un grande barile in alcuni fiaschi, appoggiati su un asse collocato trasversalmente al barile. In secondo piano altri Buonomini distribuiscono pani ad alcuni bambini.

La lunetta successiva raffigura i Buonomini impegnati nella distribuzione di stoffe e abiti ai bisognosi; tra questi vi sono un bimbo, un ragazzo e, di lato, una donna che accompagna un uomo anziano. Attraverso l'analisi dell'abbigliamento si può risalire alla classe sociale a cui questi personaggi appartengono: il ragazzo al centro sembra essere un artigiano avendo addosso calze attillate, scarpe nere e una camicia gialla che fuoriesce dal farsetto, invece il vecchio è vestito come un Buonomo. Attraverso questo dipinto emerge la profondità di intenti dei Buonomini: un aiuto umano è concesso a tutti coloro che ne hanno bisogno, senza far distinzioni tra le varie classi sociali e tra le persone che percorrono i vari stadi della vita, dall'infanzia alla giovinezza, dalla maturità alla vecchiaia.

La lunetta seguente mostra come i Buonomini visitavano e soccorrevano gli infermi. In un'umile stanza giace, sotto le coperte, una puerpera con accanto il suo piccolo bambino. I Procuratori porgono all'infelice donna un rotolo di fasce, mentre un altro, in primo piano, offre ad una donna un fiaschetto di vino liquoroso ed un pollo. 

Il dipinto successivo illustra uno dei compiti istituzionali dei Buonomini, cioè il visitare i carcerati e liberare i detenuti per debiti. Esso raffigura, infatti, due Procuratori, uno dei quali consegna la somma per il riscatto del detenuto al creditore che restituisce un documento, forse una cambiale firmata dal debitore stesso, sulla sinistra un messo del Comune con una mazza in mano fa uscire il recluso dal carcere, sullo sfondo si può riconoscere l'edificio, adibito a carcere, in mattoni e caratterizzato da grandi aperture e pesanti grate da cui si affacciano i detenuti.

Al sodalizio spettava anche l'accoglienza dei pellegrini. Sull'affresco sono rappresentati due Buonomini che ricompensano in anticipo l'albergatore, vestito di bianco, che ospiterà i due pellegrini, facilmente riconoscibili sia per il bastone, sia per il cappello con le insegne del pellegrinaggio, che erano le chiavi incrociate di coloro che tornavano da Roma e la conchiglia che non solo distingueva chi era stato a Santiago de Compostela, ma veniva utilizzata per bere alle fonti lungo il cammino. Dietro i due Procuratori sono rappresentati sette orcioli, ognuno di misura diversa, costituenti un'intera batteria; sulla destra vi è un rinfrescatoio appoggiato sulla credenza, con i bicchieri immersi nell'acqua fredda per far raffreddare il vino.

La lunetta successiva descrive un altro compito della Confraternita, quello di provvedere al seppellimento dei morti. Secondo le usanze del tempo la salma, avvolta in una veste funebre bianca, è deposta nella tomba scavata a pochi metri dai gradini della chiesa, ove il parroco recita l'ufficio funebre, circondato da chierici che portano la croce e l'aspersorio. Dall'altra parte un Buonomo ricompensa il mortuario che ancora stringe i ceri usati per il rito.

Un'altra lunetta mostra la raccolta del lascito ai Provveditori dei poveri vergognosi. A destra alcuni Buonomini, aiutati da un uomo e da un ragazzo in abiti miseri, esaminano il contenuto di un cassone; al centro una donna detta il contenuto mentre un Aiutante registra, sul fondo alcune donne lavorano con il fuso. A questa scena sono state date molte interpretazioni, ma per la povertà delle vesti dei protagonisti, si pensa che essa stia a raffigurare il momento in cui, secondo la prassi, viene verificato l'effettivo stato di necessità di coloro che chiedono un sussidio.

Nell'ultima lunetta viene rappresentato il rito del matrimonio e quindi l'opera dei Buonomini di fornire la dote alle fanciulle in età da marito. Secondo le usanze il matrimonio prevedeva diverse fasi. Tutto aveva inizio con le trattative tra i rappresentanti delle due famiglie per decidere la somma della dote. Giunti ad un accordo questo veniva sancito con un 'giuramento grande', chiamato anche 'giure'. Spesso passavano anni prima che la famiglia della giovane riuscisse a raccogliere tutto il denaro e solo in quel momento, davanti ad un notaio, potevano avvenire l'attestazione del consenso e lo scambio dell'anello. Fino al Concilio di Trento la presenza di un sacerdote non era ritenuta necessaria; per rendere valido il matrimonio era sufficiente il consenso espresso dagli sposi. Secondo la tradizione del tempo, gli amici, durante lo scambio degli anelli, colpivano lo sposo sulla spalla per sottolineare che da quel momento in poi avrebbe abbandonato il celibato. Nel dipinto è rappresentata la scena in cui i giovani si scambiano le loro promesse davanti a tutta la comunità. Il padre, vestito in abito nero consegna la figlia allo sposo, che le infila la vera nuziale al dito. Sulla destra, accanto alla sposa, vi sono la madre ed i parenti, sulla sinistra, alle spalle dello sposo, alcuni giovani. Dietro la coppia appare la figura di un Buonomo che consegna allo sposo la somma stabilita, mentre, in primo piano, un notaio registra il contratto di nozze e la dote. L'eleganza degli abiti dello sposo sottolinea la generosità dei Buonomini che hanno permesso l'unione in matrimonio di una povera ragazza con un esponente di una ricca famiglia.



[1] O. Zorzi Pugliese, Lo statuto riformato dei Buonuomini di S. Martino, in «Rinascimento», 31, 1991, pp. 261-280.

[2] N. Martelli, Buonomini di San Martino, Discorso Storico, Firenze 1937, p. 14.

[3] A. Busignani - R. Bencini, Le chiese di Firenze, Quartiere di Santa Croce, Firenze, Lanson, 1982.

[4] N. Martelli, 1937 cit., p. 16.

[5] C. Torricelli, La Congregazione dei Buonomini di S. Martino in Firenze, Notizie Storiche, Firenze, p. 7.







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