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Situazione economica generale della Spagna XVI-XVII secolo

storia



Relazione :

Situazione economica generale della Spagna XVI-XVII secolo


La supremazia che la Spagna aveva mantenuto nel XVI secolo era stata determinata da due fattori ovvero dalla presenza dei metalli preziosi provenienti dalle colonie americane e dalla capacità della Castiglia di continuare a rispondere alla pressione fiscale.

Uno stimolo decisivo allo sviluppo del mercato monetario fu la continua richiesta di denaro liquido da parte delle monarchie nazionali dell'Europa occidentale che si indebitarono progressivamente con i maggiori finanzieri. Gli stati avevano un incessante bisogno di denaro per le crescenti necessità belliche cui un sistema di prelievo fiscale ancora imperfetto e frammentario non riusciva a corrispondere. I governi non riuscivano generalmente a sostenere il ritmo delle spese che dovevano affrontare: perciò impegnavano le loro entrate in anticipo anche di due o più anni. Si ricorreva quindi al prestito dei mercanti-banchieri privati. Quando i galeoni spagnoli arrivavano nel porto di Siviglia con il loro carico di metalli preziosi c'erano i finanzieri di mezza Europa ad attenderli. Nonostante la corona ritirasse il 20% circa di tutte le quantità di metallo prezioso che giungevano dalle colonie americane, ben presto esse si rivelarono insufficienti a sostenere il peso dei debiti e dell'incipiente inflazione. Le bancarotte della Spagna si susseguirono nel 1557, nel 1596, nel 1607, nel 1627 e nel 1647. Quella del 1557, essendo la prima, fu la più rovinosa estendendosi a catena in tutti i territori direttamente controllati dalla Spagna (bancarotte si susseguirono nei Paesi Bassi, a Milano, a Napoli) oppure ad essa legati da stretti rapporti commerciali come la Francia. Il cataclisma bancario provocò vittime soprattutto fra i piccoli risparmiatori che avevano prestato i loro fondi tramite i banchieri privati. L'instabilità finanziaria dilagò in tutta Europa mentre le zecche procedevano a svalutare le monete provocando fenomeni di inflazione. Furono soprattutto i banchieri privati a risentire negativamente della congiuntura e a vedere scoraggiata la loro attività (i fallimenti e le chiusure negli ultimi decenni del '500 riportano cifre consistenti in Spagna, Francia e Italia). La vulnerabilità degli istituti privati fu superata dalla nascita di banchi pubblici che iniziarono a sorgere soprattutto in Italia (Ge 323i83d nova, 1586; Venezia e Messina, 1587; Milano, 1597; Roma, 1605). Successivamente le banche pubbliche si diffusero anche al nord nelle capitali del commercio internazionale; quella di Amsterdam fu fondata nel 1609, quelle di Londra e di Amburgo poco dopo. L'espansione del debito pubblico non comportò effetti di sola destabilizzazione, perlomeno nei paesi economicamente più dinamici; al contrario essa favorì una vasta categoria di titolari di rendite che, in cambio dell'acquisto di titoli, si garantirono un interesse annuo più modesto ma meno aleatorio delle grandi somme prestate direttamente e che gli stati si trovavano in difficoltà a restituire interamente.






Un celebre autore francese, Jean Bodin (Angers 1530-Laon 1596), poteva sostenere, in un suo scritto del 1560, che gli spagnoli non potevano vivere senza la Francia perché erano costretti ad importare dalla nazione vicina materie prime, derrate alimentari, prodotti e manufatti dell'artigianato. Il paradosso era che per pagare simili importazioni gli spagnoli erano costretti a cercare in capo al mondo metalli preziosi e spezie. Il senso di questo discorso era molto semplice: le enormi ricchezze che affluivano dalle colonie nella madrepatria non si fermavano in Spagna ma andavano ad arricchire le altre nazioni europee.

Questo era dovuto al mancato sviluppo economico della potenza iberica, tutta protesa nella sua politica di espansione militare che sotto Filippo II ebbe una forte accelerazione.

Sul piano interno i settori artigianali e mercantili rimanevano tutto sommato a livelli piuttosto bassi, mentre la cacciata e la persecuzione di alcune minoranze etniche e religiose aveva ulteriormente impoverito un panorama in cui non venne a svilupparsi un intraprendente ceto borghese. L'agricoltura restò limitata ad un ruolo di pura sussistenza che non riusciva a garantire neppure il fabbisogno alimentare della nazione. La presenza di un ceto dirigente ancora pervaso da ideali cavallereschi, amante del lusso e portatore di profondi pregiudizi sociali e religiosi nei confronti delle attività imprenditoriali, ingessava fortemente una struttura sociale ancora piuttosto arretrata. Lo stesso commercio con le colonie viveva sui rigidi canali di un rapporto di esclusività che imponeva pesanti restrizioni; tutti i traffici dovevano transitare dal porto di Siviglia dove erano attentamente controllati dall'alto. Nonostante l'afflusso sempre più consistente di oro e argento americani, la corona di Spagna si mantenne in una condizione di indebitamento quasi permanente: durante il regno di Filippo II, addirittura, per almeno tre volte fu dichiarata la bancarotta.












































Analisi economica dall'unificazione della Spagna al 1600

Nel 1469 il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona segnò l'unificazione delle due corone spagnole.

Nel 1492 la scoperta dell'America offrì un nuovo impulso alla storia spagnola infatti la penisola iberica si trasformò in un ponte fra la vecchia Europa e il nuovo mondo.

Tuttavia l'unione dei regni ispanici era nata costellata da vari problemi poichè da principio si trattava solamente del frutto di un' unione dinastica;ma molto presto la precaria unità diede adito a un intreccio di interessi comuni che finì con il rafforzarla.

A favore della restaurazione del potere reale e della pace del paese era stata istituita la Hermandad General, unione di città per l'instaurazione di un corpo armato comune e ciò sta a significare un contesto di imposizione assoluta in cui la monarchia cattolica rinnovò il valore della religione, ereditato dalla fine della guerra contro Granada dei secoli XIV e XV, accentuando i rigori contro la minoranza ebraica castigliana.

A tal fine nel 1468 si stabilì il moderno tribunale dell'Inquisizione in conseguenza del quale nel 1492 decretarono l'espulsione degli ebrei ispanici o la loro conversione forzata al Cristianesimo. Seguendo l'esempio di Abraham Senior, capo rabbino di Siviglia, una gran parte della classe dirigente scelse il battesimo come via di salvezza, sebbene in molti presero la strada dell'esilio.

La partenza di un consistente numero di persone, circa centocinquantamila castigliano-aragonesi, dissanguò per un certo periodo di tempo la demografia e l'economia delle città.



Se il regno dei Re Cattolici vide un generale recupero demografico in tutta Europa, nella penisola iberica l'aumento delle nascite castigliane venne rovinato dal calo catalano.

Iniziato il progresso fin dalla metà del XV secolo, la vitalità castigliana si prolungò fino al 1585 mentre la confederazione aragonese proseguì a ritmo lento la sua crescita rimanendo vacillante almeno fino al secondo decennio del XVII secolo.

La ripopolazione dei territori della Nuova castiglia e dell'Andalusia, gli uomini diretti verso l'America e il trasferimento di numerose famiglie castigliane a Granada indicano il buono stato demografico della Castiglia che sotto il regno di Carlo I e di Filippo II passò dai sei agli otto milioni di abitanti fra 1l 1530 e il 1591.

Malgrado questo sviluppo, sicuramente superiore a quello degli altri stati europei, la monarchia era incapace a liberarsi da tutti quei fattori negativi che minavano la sua crescita.

A quelli tradizionali come peste, siccità, mortalità infantile, la Castiglia ne aggiunse alcuni tipicamente suoi.

L'emigrazione verso le Indie, che interessa la popolazione maschile in età di procreazione, le perdite militari e lo stanziamento dei soldati nei possedimenti europei, l'incremento delle vocazioni religiose tolsero una parte della sua forza alla società ispanica. Solamente un elevato tasso di natalità e l'affluenza di commercianti, artigiani e manovali europei trasferitisi nei grandi centri urbani, riuscirono a pareggiare la bilancia.


L'economia dei secoli XVI e XVII continua quella tradizionale del basso Medioevo.

La produzione passò per due fasi: fino agli anni Ottanta del XVI secolo, l'economia si espanse favorita dalla pace, dalla piena integrazione con gli affari europei e dal boom della domanda americana. Boschi e pascoli vennero dissodati per sostenere la crescita demografica e l'urbanizzazione e non apportò alcun beneficio all'incremento dei raccolti lo sfruttamento delle terre scarsamente fertili in cui un superficiale lavoro agricolo e una scarsa concimazione non riuscirono a far fronte agli svantaggi causati da una climatologia avversa; da qui i continui problemi di sussistenza e un generale peggioramento a partire dal 1580.

L'incapacità di alimentare la popolazione spiega l'importanza strategica di alcuni orizzonti politici per la monarchia: il Nord Africa, il mezzogiorno italiano e il mar Baltico.

Attenti alle richieste di vettovagliamento, i proprietari terrieri riuscirono ad elevare le rendite della terra, mentre allo stesso tempo peggiorarono le condizioni della classe contadina. Allo scopo di ampliare i propri poderi o di difendersi dai cattivi raccolti, i piccoli proprietari terrieri si affidarono al prestito ipotecario ma gli opprimenti interessi e le condizioni meteorologiche finirono con il rovinarli.

Commercianti, nobili ed ecclesiastici approfittarono così della crescita dei pezzi agrari, esplosi per l'inflazione monetaria e per la proibizione di esportare i metalli preziosi che obbliga i mercanti stranieri a esportare grandi quantità di materie prime per recuperare i loro investimenti.

Non si tratta di un fenomeno isolato; la terra entrò nel XVI secolo in un galoppante processo di concentrazione in poche mani. Numerosi terreni comunali si convertirono in beni privati in seguito a vendite e debiti dei comuni. Filippo II e i suoi successori vendettero gran parte delle proprietà statali, dei pascoli e degli ordini militari per compensare i costi di una rovinosa politica imperialista.

Incalzata da questi problemi, la Spagna perse sotto Filippo II il suo antico splendore riducendo di un terzo il numero dei suoi capi di bestiame.

Per quanto riguarda i centri manufatturieri possiamo affermare che questi continuarono ad essere gli stessi del basso Medioevo sebbene favoriti dall'aumento delle vendite.Come nel resto d'Europa, il manufatto più lavorato era quello della lana seguito da quello del lino e della canapa. Nuovi prodotti di tintoria, cocciniglia, anile e campeggio, provenienti dall'America arricchirono la tradizione ispanica, ma gli interessi politici precedettero quelli economici, e Carlo I e Filippo II sacrificarono lo sviluppo delle industrie tessili e seriche che non poterono nulla contro le leggi antisuntuarie dei monarchi asburgici alla fine del XVI secolo.

Nel 1593 venne fondata la Real Fabrica de Armas per concentrare gli sforzi nelle forniture militari. L'industria militare serviva per far sviluppare l'industria nel settentrione, che imponeva il suo monopolio nella vendita dei lingotti, chiavi e armi alle colonie fino a diventare la prima nel settore in Europa.

Sempre controllate dalla corona rimangono le altre industrie belliche, ma le difficoltà della finanza pubblica obbligarono a cederle all'iniziativa privata . L'unica industria che assunse un'importanza strategica fu quella del mercurio di Almadèn soprattutto da quando si scoprì il suo uso per l'amalgama dell'argento, indispensabile per lo sfruttamento dei ricchissimi giacimenti messicani e peruviani. La corona stabilì nel 1559 il monopolio di produzione, vendita e prezzo del mercurio, sebbene le sempre impellenti necessità dell'imperatore obbligarono a cederlo in usufrutto temporaneo alla famiglia Fugger.

Lo sviluppo industriale si ripercosse sulle condizioni lavorative, soprattutto negli opifici tessili, tendendo a concentrare il processo di rifinitura nelle città dopo aver relegato ai circondari urbani le attività preliminari che necessitavano di una cospicua mano d'opera a basso prezzo. In questa maniera diminuirono i costi, liberando gli imprenditori cittadini dalla restrittiva regolamentazione corporativa e offrendo ai cittadini un'ulteriore fonte di reddito.

Sommati tutti gli affari, la bilancia commerciale rimase lo stesso deficitaria per l'impero; l'esportazione di materie prime non riuscì ad equilibrare il pagamento dei costosi prodotti europei, per cui l'oro e l'argento americani finirono per compensare la differenza. I metalli coloniali arricchirono in questo modo i commercianti fiamminghi, francesi, inglesi e tedeschi mentre accelerarono l'aumento dei prezzi nella penisola.

Come denunciarono già alcuni contemporanei, la ricchezza delle Indie rovinò la metropoli.


Avvicinandosi il cambio di secolo, la demografia peninsulare si arenò.

Il primo colpo al momento d'espansione lo diede il ripetersi delle ondate di peste che apportarono circa mezzo milione di morti. Allo stesso tempo le difficoltà umane ed economiche facilitarono l'emigrazione verso l'America. Mezzo milione di persone affluirono nelle colonie nell'arco di un secolo, arruolate negli eserciti e nella burocrazia dello stato o come pionieri per la colonizzazione.

Fu un duro colpo per un regno in netta recessione, i cui nuovi poveri si ammassavano a Siviglia in cerca di un passaggio verso il nuovo mondo. L'esodo americano colpì particolarmente l'Andalusia e la Castiglia. In maniera simile, l'aggressiva politica militare assorbì un consistente numero di abitanti. La rovina finanziaria e l'impossibilità di trovare i mezzi con cui pagare truppe mercenarie portarono alla leva forzata dei popoli della Castiglia.


Non ancora rimarginate le ferite della peste, la popolazione si disperse ulteriormente in seguito all'espulsione dei mori nel 1609. Ciò indicò l'evidente fallimento della politica di assimilazione di questa minoranza da parte della società cristiana intimorita dal fatto che tale problema potesse venir manipolato dalla Francia o dall'impero Ottomano in una congiuntura internazionale così delicata.

I mori costituivano fra il due e il quattro per cento della popolazione peninsulare, ma la loro presenza oscillava molto da regione a regione concentrandosi soprattutto in Valencia e in Andalusia.

Segregati in sobborghi, i loro elevati tassi di natalità sembravano minacciare la restaurazione dell'equilibrio tra le comunità cristiane e mussulmane.

Di fronte al pericolo reale o immaginario, il consiglio di stato, diretto dal duca di Lerma, accordò l'espatrio a tutta la popolazione mora e in tre mesi uscirono dal paese più di centosedicimila mori.

Di conseguenza ai nobili venne a mancare un'eccellente mano d'opera che la corona cercò di ricompensare con i beni lasciati dai mori.

L'espulsione peggiorò la crisi interna della monarchia, già grave per lo spopolamento dei regni e la fuga dei capitali, che fece scomparire la moneta dai mercati. La chiesa e lo stato soffrirono nelle loro entrate il mancato pagamento dei debiti e della caduta delle imposte, mentre la scarsità degli operai contribuì alla crescita dei prezzi e dei salari nei settori, tradizionalmente occupati dai mori, della seta, degli orti e del trasporto.

I proprietari terrieri cercarono di trasferire ai loro nuovi inquilini quelle imposte che pesavano sopra i vecchi, scoraggiando il ripopolamento.

Ordini religiosi e classi medie risultarono molto penalizzati dal generale deficit e dall'inflazione scatenata dalla scarsità di denaro contante.

Ne beneficiarono invece le classi popolari che compravano a basso prezzo gli appezzamenti dei mori e approfittarono del mancato pagamento dei debiti e della fine della concorrenza.
























Carlo V e le finanze


Nel 1538 le Corte nominarono una commissione costituita da nobili spagnoli con l'intento di accertare la necessità di imporre una nuova tassa in Castiglia.

Le conclusioni a cui si giunse stabilivano che se l'imperatore avesse soltanto ridotto le spese non ci sarebbe stata la necessità di imporre nuove tasse. Per questo i nobili raccomandavano a Carlo di ridurre i costi della corte e di liberarsi dai suoi impegni all'estero che erano esageratamente costosi.

Questi suggerimenti nascevano sull'intuizione delle principali cause che giustificavano la debolezza finanziaria di Carlo.

Corte e spese personali costituivano quasi un sesto delle uscite di Carlo. Parsimonioso nel vestire, amava tuttavia riti sociali costosi: tornei fastosi, cacce e balli mascherati.

In occasione della sua incoronazione nel 1530 aveva elargito 300.000 ducati, 8.000 dei quali erano stati donati tra la folla degli spettatori.

Francisco de Los Cobos, segretario del consiglio castigliano delle finanze, intraprese una dura opposizione per frenare la passione dell'imperatore per i diamanti e per l'omaggio che amava farne.

Tuttavia, prima di condannare Carlo V per l'evidente sperpero di denaro, è bene fare delle opportune considerazioni.


Nelle spese di corte sono compresi i costi della burocrazia e del servizio diplomatico, i salari, le pensioni e i costi delle gestioni personali degli averi dell'imperatrice e del futuro Filippo II.

Ci si aspettava dunque che Carlo V si comportasse da imperatore e questo implicava dimostrazioni di generosità.

I numerosi impegni europei di Carlo e il costo degli approvvigionamenti militari comportavano una spesa sempre più alta per la guerra e la difesa.

La diffusione di strategie difensive e la cosiddetta "vittoria per logoramento" resero necessarie armate sempre più numerose e i costi della guerra aumentavano di conseguenza.

L'incremento della spesa militare aumentò il peso fiscale su quasi tutti i possedimenti di Carlo. Anche se nel 1521 era stata fornita una lista di contribuenti per facilitare la riscossione di tasse, ogni intervento in questo settore richiedeva l'assenso della dieta. Questa avrebbe voluto votare un contributo in forma di "mesata imperiale" ovvero una somma fissa basata sul presunto costo indispensabile a mantenere un esercito in campo per quattro settimane. Il pagamento dell'imposta sarebbe stato diviso tra principi, vescovi e città ma, dal momento che in tutto l'impero c'era solo una dozzina di esattori e che la lista del 1521 fu presto superata, il valore della "mesata" scese durante il regno di Carlo dai 127.000 ai 94.000 fiorini.

Di conseguenza Napoli, i Paesi Bassi e la Spagna furono chiamate a fornire a Carlo il denaro che la dieta tedesca era restia a concedere.

Nonostante fosse una terra ricca, il regno di Napoli assorbiva al suo interno un'abbondante parte delle entrate ordinarie che venivano raccolte. Sollecitati dal sovrano o dal vicerè, il parlamento napoletano votava a intervalli regolari dei sussidi (donativi) per sopperire le esigenze del re fuori dai confini. Durante il regno di Carlo furono raccolti complessivamente otto milioni di ducati di donativi. In questo settore l'arrendevolezza del parlamento napoletano era dovuto alle sue divisioni interne di cui il vicerè era abile a servirsi.

Quanto alle altre zone d'Italia, la Sicilia contribuiva solo in misura trascurabile alle finanze imperiali e rimase quello tassato in maniera più blanda.

Al contrario Milano sopportava un'imposizione fiscale fortissima ma a causa degli impegni militari di Carlo nella zona, non gli diede mai cifre aggiuntive.

I Paesi Bassi costituivano la più importante entità economica dell'impero in quanto il governo delle reggenti Margherita e Maria era efficiente e la loro guida teneva in considerazione tanto gli interessi del commercio tanto quelli della dinastia. Comunque nessuna delle due donne ottenne risultati nel riuscire ad esentare i Paesi Bassi dalle richieste finanziarie di Carlo.

Nel 1540, in una lettera privata al fratello Ferdinando, Carlo scriveva di non poter essere mantenuto se non dai suoi regni spagnoli.

La validità di questa affermazione e se fosse la Spagna o i Paesi Bassi a sostenere il peso dei bilanci reali, è un fatto difficile da stabilire, comunque è stato notato che alla fine del regno di Carlo l'indebitamento castigliano era quattro volte più alto di quello dei Paesi Bassi.

Le finanze castigliane furono aiutate da frequenti eventi fortuiti ad esempio Francesco I pagò per suo figlio un riscatto di un milione di ducati, il re del Portogallo consegnò a Carlo una somma analoga come dote della figlia, la vendita delle isole Molucche rese una somma di 350.000 ducati, garanzie papali completarono il livello delle entrate che Carlo riceveva dalla chiesa di Castiglia. La promessa di Paolo III di versare un milione di ducati derivati dalla vendita delle terre di proprietà ecclesiastica in Spagna, costituì la più importante sicurezza finanziaria di Carlo V.

Nonostante l'enormità di queste somme, l'imperatore rimase insoddisfatto dalle entrate provenienti dalla Castiglia e nel 1538 cercò di imporre una nuova tassa sui generi alimentari. La nobiltà si rifiutò di riconoscere questa imposizione e Carlo, avvisato anche dal figlio Filippo del fatto che la gente comune era esausta di tali oneri, cominciò a vendere le terre della corona, a ricorrere al prestito e a requisire vascelli privati che trasportavano oro dalle terre americane.

Si può dedurre facilmente la preoccupazione imperiale dovuta dall'impossibilità di sopperire ogni necessità tramite i contributi castigliani.

All'epoca in cui Carlo V abdicò, il debito della Castiglia ammontava a dodici milioni di ducati contro i tre dei Paesi Bassi.

I dati sopraindicati dimostrano quindi che Carlo trovava sostegno economico non tanto dalla Spagna, come egli dichiarava, quanto nei banchieri che gli permettevano di indebitarsi.






























Fonti utilizzate


"Storia della Spagna dalle origini al ritorno della democrazia" di Fernando Garcia de Cortazar e Josè Manuel Gonzales Vesga, edizione Bompiani


"Carlo V e il suo tempo" di Martin Rady, edizione Il Mulino Universale Paperbacks


"Le grandi epoche storiche-Dalla riforma all'assolutismo" del Gruppo editoriale L'Espresso






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