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Prof.: Fabrizio Bartaletti

geografia



Geografia B


Appunti presi alle lezioni:




Un primo quesito da porsi affrontando la Geografia, è il seguente: chi può essere considerato il fondatore della geografia moderna? E di conseguenza anche: quando si è creato un pensiero geografico coerente? Al primo quesito si può rispondere con alcuni nomi. Di sicuro il primo fu Strabone, un greco, ma non si faceva ancora geografia vera e propria. Dunque è necessario fare un salto di alcuni secoli, arrivando al XVII secolo, con Bernhard Varen (detto Varenius): era un olandese e scrisse un libro intitolato "Geografia generale", un primo manuale di geografia. Rimase però un caso isolato, è dunque da considerare un precursore. Successivamente, nella seconda metà dell'800, tra il 1850-70, si sviluppa un vero pensiero geografico, nel periodo dell'evoluzionismo. Alcuni geografi però non d'accordo con questo salto così lungo nel tempo e trovano un inizio di geografia vera e propria un po' prima, a cavall 222i86c o tra '700 e '800, con l'Illuminismo. Dunque si dibatte se la geografia sia un prodotto dell'Illuminismo o del Darwinismo. Analizzando la tesi che sposterebbe la nascita della geografia a cavallo tra '700 e '800, si trovano due nomi molto importanti, Von Humboldt (1779) e Ritter (1788). Anche loro però sembrano rimanere isolati: hanno dato vita ad una buona geografia ma hanno avuto poco seguito. Von Humboldt viaggiò molto, soprattutto tra il 1799 e il 1804, periodo in cui visitò l'America Centrale e Meridionale, visitando molti luoghi. Fece osservazioni molto interessanti: individuò ad esempio la corrente fredda del Sud-America che porta a tuttora il suo nome. Visitò inoltre le Galapagos ed avanzò teorie. Raccolse poi le sue osservazioni in 20 volumi circa, salvo successivamente compendiare tutte le sue conoscenze in un'opera denominata "Kosmos" (trattava per lo più geografia fisica). Utilizzò le curve di livello per una carta del clima, e fu il primo a creare una carta climatica; fu il primo anche a fare ricerche sull'altezza media dei continenti. Si è occupato molto anche di botanica. Ritter invece, suo contemporaneo, rappresenta l'altro aspetto, quello umano che lui sviluppa molto di più. Fu il primo ad avere una cattedra di geografia all'Università. Scrisse moltissimo (circa 50 libri), ma viaggiò poco. Si dice ad esempio che scrisse su Africa, Asia e Medio-Oriente senza esservi mai stato. Perché non gli interessava il lato naturalistico ma intendeva la geografia come scienza teleologica (dal greco telos: scopo, fine). Di sicuro lo si può comprendere come un geografo deterministico, che studiava le influenze dell'ambiente sull'uomo; per questo Ritter si colloca già in un'ottica come quella Darwinista. Per lungo tempo questa matrice deterministica è stata molto accettata in geografia e fino al 1900-10, quando qualcuno (Vidal de la Brache e Lucien Febvre) si è opposto a questa matrice proponendo di contro il possibilismo, affermando che l'ambiente offre molte possibilità tra cui però è l'uomo a scegliere. Meno si è sviluppati tecnologicamente e più si è soggetti all'influenza dell'ambiente. Il clima talvolta ha costretto a migrazioni e cambiamenti.






Ritter esprime un concetto già avanzato, quello di geografia comparata: quindi un passo avanti rispetto a Von Humboldt. Ritter aveva una concezione del mondo teleologica (dal greco telos = fine, scopo). Appartiene alla schiera dei deterministi che dal '900 in poi saranno messi all'indice. Non si può fare geografia con il determinismo, era l'accusa mossa dai critici, perché guidati da finalità ben precise. Come già detto, secondo Claval, la geografia nasce nell'età dell'evoluzionismo. Ratzel fondò anche la geografia politica oltre ad essere stato uno dei precursori del determinismo. Credeva nelle influenze dell'ambiente sull'uomo. Più che Ratzel saranno deterministi i suoi seguaci, i suoi allievi. Ratzel sarà docente a Lipsia e la Semple sarà sua allieva. Caso molto particolare quello della Semple, una delle geografe più lette e conosciute negli Usa, che nonostante il divieto alle donne di frequentare corsi universitari vigente in Germania, trovò il modo di seguire ugualmente le lezioni. Un altro determinista è Huntington, che si specializzò in climatologia. Dimostrò come il clima avesse influenzato le attività umane. Affermò inoltre che le grandi civiltà erano quelle che si erano evolute in seguito a grosse difficoltà. Altro geografo importante è Pinchemel, il quale affermò che non esiste geografia senza determinismo. Se non si ha un fine non vi è geografia unitaria, quindi vi è una fratturazione. Al determinismo abbiamo visto come si opponga il possibilismo; il possibilismo afferma che la natura propone e l'uomo dispone. Grande allievo di Vidal de la Brache, uno dei più grandi precursori di questa corrente, fu De Marton, che mise per iscritto un'opera di Vidal nel 1922 "Principi di Geografia umana". Grande rilievo hanno avuto le "monografie regionali". In passato chiunque volesse fare carriera come geografo doveva scriverne una all'inizio della sua carriera. Vidal sviluppa l'aspetto umano pur non ritenendo la geografia una disciplina umana. Disse "la geografia è una scienza dei luoghi non degli uomini".




Dopo la parte epistemologica spostiamo la nostra attenzione sulle Alpi. Esistono pochi testi su questo argomento. Un primo manuale trattante questo problema è francese, scritto da Veyre-Verne; la premessa è molto interessante perché definisce le Alpi come le montagne più belle del mondo, perché giuste nella loro grandezza. Non troppo grandi e non troppo piccole. Un altro studioso, Knafou, ribatte a questa affermazione dicendo che è solo la posizione a renderle particolari. Sono al centro di un continente tra i più densamente popolati e industrializzati, raccolgono più civiltà, ma non per questo sono le più belle. Sono esattamente come le altre. In realtà ci vorrebbe una via di mezzo a queste due affermazioni. Forse però sono le più belle del mondo grazie ad una serie di caratteristiche che solo loro presentano: climatiche, morfologiche, insediative. Ci sono tanti popoli che hanno plasmato le Alpi, sia nell'urbanizzazione che nella coltivazione. Rispetto ad altre catene montuose presentano di sicuro caratteristiche più accoglienti; in Himalaya ci sono condizioni climatiche proibitive, a sud nevica molto spesso a nord vi è deserto freddo. In Patagonia i venti soffiano quasi sempre a velocità elevate (140 km/h). Quindi il clima gioca a favore delle Alpi. E poi dato non da poco, le Alpi offrono un paesaggio diverso da altri luoghi (tipo le Alpi Giapponesi) che offrono paesaggi moderni anche ad alte quote. Quindi un discorso climatico e morfologico anche nei confronti del Giappone, come del resto anche per gli Usa: entrambi offrono paesaggi monotoni e moderni. In Canada invece vi è un luogo che per bellezza potrebbe competere con le Alpi, Lake Louise: ma vi è solo un albergo, manca del tutto il lato umano. Lato umano che le Alpi, complessivamente, hanno: non ovunque, ma nella maggior parte di esse. Non mancano infatti anche luoghi isolati, poveri e spopolati. Le Alpi sono anche inquinate, perché al centro della grande viabilità (M.te Bianco, Gran S.Bernardo,.). Altre zone invece sono del tutto incontaminate. Insomma sono presente molti aspetti nelle Alpi. Un altro studioso importante nello studio delle Alpi è il tedesco Batzing. Le Alpi racchiudono 6000 comuni. Esiste una Convenzione Alpina, stipulata dai paesi membri (compresi Montecarlo.) per dare alle Alpi uno sviluppo ed una protezione comune. Voluta per lo più dalla Germania, questa convenzione ha trovato largo consenso anche in Austria e Svizzera. E' stata successivamente fatta propria dalla CIPRA, un'associazione che protegge le Alpi con sede a Schaan in Liechtenstein. A capo di tale associazione vi è un miliardario egiziano. Batzing si è adattato alla schematizzazione delle Alpi in 190.000 km con 14 milioni di abitanti al contrario della sua che prevedeva un'estensione di 180.000 km e 11 milioni di abitanti. E' una delimitazione delle Alpi. In un certo periodo si voleva addirittura far rientrare in tale delimitazione anche la Baviera, l'Emilia-Romagna, Rimini e Riccione. Questo perché si voleva coinvolgere le grandi città nella gestione e nello sviluppo delle Alpi (viabilità.). Per quanto riguarda la descrizione morfologica, si è soliti dividere le Alpi o in tre settori o in due. La prima suddivisione in Orientali, Centrali e Occidentali, la seconda in Orientali e Occidentali. Si è soliti usare questa suddivisione:

da Cadibona al M.te Bianco: Alpi Occidentali

M.te Bianco-Brennero: Alpi Centrali

Brennero in poi: Alpi Orientali

Il M.te Bianco è stato incluso nelle Alpi Occidentali, fissando il limite al Gran S.Bernardo. I germanici fissano invece il limite al Passo dello Spluga. Quindi le Alpi ladine vengono considerate tutte come Orientali. La divisione poi in Marittime, Cozie, Graie. è limitata solo all'Italia, ma le Alpi non sono solo Italia; ci sono molte catene che si incontrano quindi la suddivisione dovrebbe essere molto più ampia.  




Le Alpi hanno una densità di 74 abitanti/ km ; le nazioni che si spartiscono le Alpi sono l'Austria (54 mila km ) e l'Italia (52 mila km ). In più l'Italia, può contare su tutto l'arco alpino meridionale, non si deve accontentare solo di una "fetta". Quindi grande vastità di territori e varietà di culture. La Svizzera, che è un paese alpino per eccellenza e che rivolge molti dei suoi occupati ad esse, ha circa 26 km . In Italia, pur avendo maggior territorio, gli occupati sono pochi. Le Alpi in alcuni punti si gettano in mare: è il caso delle Alpi Marittime, ed in particolare di Montecarlo. Lì, il Monte Agel (1100 m) si getta direttamente nel mare, ed è il più alto, tra quelli interessati da analoga situazione. Vi è poi il monte Gran Mondo, che arriva nei pressi dei famosi "balzi rossi". Anche a Finale Ligure le Alpi si gettano nel mare, ma in Liguria solo tre comuni sono stati considerati "alpini" (Ventimiglia, Taggia e .). Un altro problema circa questa inclusione tra i comuni alpini, l'ha rappresentato il caso del Mittelland, una zona svizzera vicina al lago di Ginevra. La zona si trova a circa 500 m, ma è completamente pianeggiante. Un territorio presenta un clima particolare e che però è stato escluso. Per quanto riguarda le cime più elevate, esse si trovano nelle Alpi Nord-Occidentali; nelle Alpi Pennine (sconosciute all'estero con tale denominazione, ma chiamate Walliser Alpen o Alpes du Valais, ovvero Alpi del Vallese), Retiche e Bernesi, si riscontrano le maggiori elevazioni e la maggior copertura glaciale. Ci sono più di 20 cime che superano i 4000 m di altezza nelle Pennine. Quindi cime di rilievo e ghiacciai; il ghiacciaio più lungo (21 km) è l'Aletsch, che ha un'estensione di circa 90 km (in diminuzione rispetto agli anni '50 in cui erano 130). A sud del Monviso invece, le Cozie e le Marittime non hanno cime superiori ai 3500 m e sono pochi anche i ghiacciai (Gelas, Argentera, Chambeyron). Sono ghiacciai piccoli e ormia in sfacelo (per il clima). Le Alpi marittime sono state interessate da grandi sbalzi (30-31° all'ombra tra i 1500-2000 m in estate.). In tutte le Alpi occidentali i valichi carrozzabili sono solo due (Monginevro e Passo della Maddalena). Si intendono valichi naturali, sono esclusi quelli artificiali. In Svizzera le Alpi Bernesi non sono valicabili (vi è un solo valico ma estivo). Quindi in pratica, dal S.Gottardo a Nizza vi è come un muro invalicabile. Dal Sempione si può scendere al Rodano ma non proseguire poi verso nord. Nelle Alpi Orientali vi è il Passo Reschen (Resia), il Brennero, Tarvisio e Scharnitz (in Austria) ma la situazione è nettamente più favorevole. Molti sono i massicci calcarei che si innalzano tra due fiumi: oltre alle conosciute Dolomiti, troviamo massicci di questo tipo tra i fiumi Inn e Salzach. Sono Alpi dette "Alpi calcaree del Nord-Tirolo". Vi sono note stazioni turistiche austriache e tedesche in questi luoghi. Apriamo ora il capitolo riguardante i fiumi. I più importanti sono il Rodano, il Reno (1300 km), il Po e la Drava. Il Reno nasce in Svizzera come il Rodano; il Po nasce dal Monviso, la Drava al confine tra Austria ed Italia e confluisce poi nel Danubio. Tutti questi fiumi, tutti di grande portata, non hanno però molto rilievo per le Alpi. Un fiume per avere rilievo sotto questo aspetto, deve aprire grandi valli, offrire possibilità di canalizzazione ed irrigazione, aprire valichi,.; questi fiumi non presentano tali caratteristiche nei confronti delle Alpi per cui non hanno molta importanza per esse. Il Po ad esempio non apre valichi verso la Francia e attraversa poi la Pianura Padana. Il Reno diventa importante in una parte del suo corso, tra Coira e il lago di Costanza. Sono 70 km importanti perché aprono un solco vallivo. Uscito dal Lago di Costanza, il Reno nonha più importanza alpina. Il Rodano, percorre un asse viario molto importante nonché un tratto significativo di Alpi. Anche l'Inn apre un solco vallivo molto sfruttato (turismo, canalizzazione,.). Ci sono poi corsi d'acqua modesti (come l'Aare in Svizzera) che però per le Alpi hanno grande importanza. L'Aare ad esempio confluisce nel Reno immettendo una grande quantità d'acqua. Anche l'Adda e il Ticino (in Italia) hanno grande importanza alpina. Per quanto riguarda passi e valichi, vengono ritenuti importanti quelli relativi alla viabilità; entra in gioco anche il turismo. Infatti dagli anni '30 in poi si è registrata una vera e propria corsa degli Stati per assicurarsi un passo importante ciascuno. L'Austria nel 1925 si prese lo Stelvio (2757 m) per poter arrivare a Sud senza toccare la Svizzera. L'Austria per anni riuscì a tenerlo aperto anche nella stagione invernale, nonostante i costi altissimi (oggi è chiuso in inverno). Nella metà degli anni '30 la Francia aprì il Col de l'Iserà (2770 m) che oggi però non ha più grande importanza né per la viabilità che per il turismo.

Ancora la Francia negli anni '60 aprì il Col de la Bonette (2807 m). L'Austrai invece ha realizzato una via asfaltata a circa 2820 m nella Valle dell'Otz, quasi per ottenere una sorta di primato. Primato che però spetta all'Italia che a Bardonecchia, presenta un valico a 2991 m dall'altezza. E' un valico senza sbocco, perché le autorità francesi non hanno mai provveduto all'apertura di un valico per accedere a quello in questione. È carrozzabile ma pericoloso. Ci sono poi strade che stanno chiudendo: è il caso del Passo del Nivolet (2617 m) in Piemonte. Quindi vi sono valichi per cui le autorità si stanno muovendo, anche in vista di un progresso turistico, e altri che invece chiudono sotto la spinta di associazioni ambientaliste, o perché pericolosi e soggetti a frane e valanghe.




Svolgiamo la lezione sull'osservazione ed il commento di diapositive;


1° diapositiva: mostra il paese di Ortana, in forte spopolamento; è un paese che conta 50-60 abitanti, che si riducono a circa 9 in inverno. Nonostante la posizione ed il paesaggio siano molto accoglienti (si trova infatti ai piedi del Monviso, 3841 m) non ha conosciuto un importante sviluppo turistico.

2° diapositiva: Conca di Cervinia, il paesaggio offre un notevole colpo d'occhio. Siamo nelle Alpi Pennine (o del Vallese) nelle quali si concentra il numero più elevato di cime superiori ai 4000 m. Nelle Alpi esistono però anche massicci isolati, come è il caso del Bernina, Gran Paradiso e Barre dese Crines (Francia).

3° diapositiva: il Monte Rosa, seconda vetta italiana dopo il M.te Bianco. E' presentata la celebre parte Est (versante di Macugnaga).

4° diapositiva: ancora la parete est del M.te Rosa con vista sui cosiddetti "laghi effimeri". Si sono formati due laghi in seguito alla frana di un ghiacciaio che ha ostruito un altro ghiacciaio vicino. E' un fenomeno molto comune sulle Alpi, ma si pensa che siano destinati a prosciugarsi dato il clima.

5° diapositiva: veduta dell'estremo nord della Val d'Ossola. Siamo alle sorgenti del Toce, immissario del Lago Maggiore. Non è un fiume notissimo ma nasce proprio dai due laghi mostrati dalla diapositiva. Si vede l'area del massiccio del S.Gottardo con il passo S.Giacomo. Il massiccio del Gottardo è un massiccio orografico perché si dice che da esso nascano i principali fiumi europei (il Ticino a sud, il Rodano a ovest, il Reno a est, il Reuss a nord e l'Aare a nord-ovest). Il S.Gottardo non è solo un passo, situato a 2100 m, ma non è neanche un singolo massiccio: non esiste infatti un monte con tale nome, ma un complesso di tre massicci (Pizzo Lucento, Rotondo e Centrale) che prende questo nome. In Val d'Ossola siamo prossimi alla Svizzera.

6° diapositiva: si vede lo Jungfrau, che fa parte delle Alpi Bernesi. Il paesaggio, nonostante la foschia, è comunque molto apprezzabile. Sono presenti ghiacciai e il bacino del Rosculani, in cui è forte il turismo alpino.

7° diapositiva: il Lago dei 4 cantoni (o di Lucerna). Si presenta come un fiordo, poiché ha tanti "rami". Si vede il cosiddetto "ramo di Uri" che in Svizzera è considerato proprio come un lago. Sullo sfondo le Alpi Bernesi; visione primaverile in condizione di Fohen.

8° diapositiva: Alpi Svizzere che presentano forme particolari. Si vede chiaramente il Monte Hohgant in cui si può notare come lo sviluppo compatibile uomo-natura, renda le Alpi ancora più belle ed interessanti.

9° diapositiva: Prealpi Svizzere, con il Monte Sentis durante un'escursione.

10° diapositiva: Passo del Gran S.Bernardo, in una giornata piuttosto cupa. E' situato tra Aosta e Martigny a circa 2500 m; si vede l'ospizio. E' un passaggio storico, ma oggi non è più molto utilizzato perché si preferiscono i trafori vicini.

11° diapositiva: Passo del Foscagno, 2890 m, tra Bormio e Livigno in Valtellina. La veduta riguarda la strada che collega Livigno con le principali vie di comunicazione e che per questo motivo viene tenuta aperta nonostante le grandi difficoltà (soprattutto d'inverno) a causa della grande quantità di neve. Bisogna sapere che Livigno fino al 1951 durante l'inverno era praticamente chiusa al mondo, perché non vi era accesso.

12° diapositiva: ancora un ospizio, questa volta al Sempione. Ogni passo ha il proprio ospizio. Non si registrano più grossi movimenti nella viabilità. Si intravede il Monte Leone (3550 m) nelle Alpi Lepontine. La strada fu aperta da Napoleone nel corso dell'800.

13° diapositiva: passo della Furca (2500 m); si vede il massiccio del Gottardo e il ghiacciaio del Rodano da cui nasce il fiume.

14° diapositiva: altro passo alpino, Passo del Bernina, nelle Alpi Retiche. Si vede un lago, la cui presenza sui valichi è normale. Questo perché i passi si situano nei punti di "trasfluenza" dei ghiacciai; ovvero il ghiacciaio traboccava in due sensi. Ritirandosi, esso ha spianato la "strada" a questi laghi. L'altezza è tra i 2000-2500 m.

15° diapositiva: ghiacciaio Aletsch, lungo circa 22 km, nelle Alpi del Vallese, fotografato da circa 2900 m. Lo spessore del ghiaccio è di circa 800 m ma è comunque in ritiro, mentre la superficie è 87 kmq. Si è assottigliato il manto e ritirato un po' il ghiacciaio rispetto al passato.

16° diapositiva: si intravede il "concordia platz" dove si uniscono le tre lingue del ghiacciaio Aletsch. L'estensione, come detto, è circa 87 kmq ma vengono considerati anche gli affluenti; nel caso essi si ritirino non vengono più calcolati.

17° diapositiva: si vede il lago del ghiacciaio con una sorta di iceberg. Fino al 1975-79 vi era un lago (di Merielen).

18° diapositiva: ghiacciaio del M.te Ratsch, nel massiccio del Bernina, vicino St. Moritz.

19° diapositiva: esempio di ritiro di un ghiacciaio sopra Bardonecchia, che si estendeva per 500-600 m. Si chiamava Galambra (fotografato nell'agosto 2002), ma nello stesso posto l'anno seguente (agosto 2003) del ghiacciaio non vi era più traccia.

20° diapositiva: Veduta del Lago d'Iseo, di 50 kmq circa. E' un lago prealpino (esistono laghi alpini, prealpini ed entroalpini). Si trova intorno a Sulzano, nel versante Bresciano, Val Camonica. I laghi prealpini sono in genere profondi e situati in fosse tettoniche, così come gli entroalpini che però hanno profondità più modeste. Il lago d'Iseo ospita anche un'isola, chiamata M.te Isola, forse una delle più grandi nel suo genere.

21° diapositiva: veduta della cittadina di Ascona (Svizzera), sul lago Maggiore. Mostra un clima mite pur essendo nelle Alpi.

22° diapositiva: a N-NE, le Alpi sembrano finire di colpo, poiché ci si ritrova quasi all'improvviso in pianura. Questo avviene in maniera più marcata in Germania; un caso ne è la cittadina di Fussen subito dopo il confine austriaco. Pur provenendo da circa 2900 m (M.te Zugspitze 2963 m) ci si trova quasi subito in pianura. Il comune di Fussen è molto impervio; nei suoi pressi vi è un lago incassato tra montagne di dimensioni modeste (2600 m) ma di difficile accesso.

23° diapositiva: ancora il comune di Fussen con vista però sullo sviluppo urbano e sullo sfondo il massiccio soprastante il comune stesso (il comune si trova a circa 480 m, il massiccio supera i 2600 m).




Cerchiamo di quantificare, per quanto possibile, i ghiacciai europei. Ogni paese li ha più o meno censiti, in Italia l'ultimo censimento risale però al 1950-60. Negli altri paesi alpini, ad esempio in Austria e Svizzera, vi sono dati più aggiornati, mentre in Francia i dati non sono consultabili. Ad ogni modo si contano più di 4000 ghiacciai (partendo dall'Aletsch) per un'estensione di 2.900 kmq (290000 ha) ma sono dati di circa venti anni fa e la situazione è sicuramente cambiata, come abbiamo già avuto modo di vedere nelle lezioni precedenti. La superficie totale dei territori ghiacciati sulla Terra è di 16.200.000 kmq (considerando però anche Antardide e Groenlandia). Quindi i ghiacciai delle Alpi incidono ben poco in questo dato mondiale. In Europa (non si considerano europee Groenlandia e Caucaso) le aree ghiacciate più consistenti si trovano in Islanda con 11.000 kmq di estensione (ghiacciaio più esteso il Vatnajokull), in Norvegia-Svezia con 3.000 kmq e nei Pirenei (qualche centinaio di kmq). In Europa dunque l'estensione dei ghiacciai è di circa 17.000 kmq e le Alpi ne costituiscono 1/5, un dato abbastanza significativo. Nelle Alpi i complessi ghiacciati più importanti ed estesi si trovano in Svizzera (quasi la metà, 1.400 kmq) ed in Austria (600-700 kmq), la restante parte in Italia e Francia. Le zone ed i massicci che ospitano le maggiori masse ghiacciate sono: Alpi Bernesi nella zona dell'Oberland Bernese (tra la valle del Rodano e Berna, vi si trova tra gli altri lo Jungfrau), Alpi Pennine e Alpi di Otztal (divide Val Venosta e Valle dell'Inn). Tra le Alpi Pennine e di Otztal si diramano, da Sud a Nord, almeno tre grandi catene con massicci alti e ghiacciati; è un fenomeno unico nel suo genere. Il Dom ad esempio, terza vetta d'Europa, fa parte del Nischabel e si trova proprio tra le Pennine e le Alpi Otztal. Spostandosi in Austria non si superano mai i 3800 m, la vetta più elevata è il Wildspitze seguito dal Großglockner, che ospita il Pasterze, il ghiacciao più ampio d'Austria. Una connessione ghiacciai-economia, è stata fatta spesso, ovviamente sotto il profilo turistico: infatti la possibilità di accedere con funivie ai cosiddetti belvedere ha fatto aumentare la spinta turistica e l'interesse verso i ghiacciai. Si pensi ad esempio alla Mer de Glace a cui si può accedere da almeno tre belvedere. Molti ghiacciai si presentano neri, a causa dell'accumulazione detritica dovuta alle frane. Il ghiacciaio Pasterze addirittura con un strada asfaltata, a pagamento. Per quanto riguarda l'Italia, i maggiori ghiacciai si trovano nelle Alpi Retiche (Massiccio Bernina, Adamello, Ortles-Cevedale). Il ghiacciaio maggiore è la calotta che ricopre l'Adamello con circa 17-18 kmq di estensione (Mandrillo-Pian di Neve). In passato si individuava come ghiacciaio maggiore quello dei Forni, sull'Ortles, con un'estensione di 20 kmq (zona di Bormio, Sondrio). In realtà la sua estensione è molto minore, circa 12-13 kmq, e quindi non è il maggior ghiacciaio italiano. Nel Bernina, si trova un altro importante ghiacciaio, denominato Fellario. Sono in realtà due ghiacciai distinti, uno occidentale ed uno orientale, ma unendosi in uno unico verso la vetta del massiccio si è soliti parlare di un solo ghiacciaio Fellario, di circa 10 kmq. Nel M.te Bianco invece si trova il Niage (circa 10 kmq) e il Lys. In generale, nella catena alpina solo quattro ghiacciai superano l'estensione di 30 kmq, e sono: Aletsch, Mer de Glace, Garner e Fiesch.


GEOLOGIA delle ALPI:


Le Alpi si suol dire si siano formate nel Terziario, ma è un po' un luogo comune. La storia delle Alpi ha inizio nel Primario (Paleozoico) con il coniugamento Caledoniano-Varisico (o Ercinico). Siamo tra i 450-280 milioni di anni fa, e tale coniugamento impiega dunque 170 milioni di anni per compiersi. Oltre alle montagne scozzesi e scandinave, si formano massicci anche nelle Alpi (M.te Bianco, Aar-Gottardo, Pelvoux e gruppo dell'Argentera). Si formano dei rilievi esattamente dove si trovano oggi, ma con caratteristiche diverse dalle odierne. E' in questi massicci che si trovano le rocce più dure: questo perché hanno subito un doppio coniugamento (caledoniano ed alpino), quindi rappresentano il cuore delle Alpi. Nel Carbonifero, tra i 280-245 milioni di anni fa si forma la pangea (dal greco e + γησ: tutta terra) che ingloba tutti i massicci che si erano formati. Comincia l'erosione che modella i massicci, e sulla pangea si formano delle fiumane impressionanti che trasportano detriti. Tra i 245-200 milioni di anni fa, si forma il Mar della Tetide che invade la Pangea: è poco profondo ma provoca il deposito di sedimenti marini sulla Pangea stessa (siamo nel Secondario, era Triassica). Tra i 200-150 milioni di anni fa, la Pangea viene smembrata da movimenti congiunti delle placche di Africa ed Eurasia. Viene smembrata (non distrutta) e anche varie sezioni del Mar della Tetide vengono separate: si formano delle fosse, che vengono riempite dai detriti. Tali fosse prendono i nomi di: Bacino Elvetico, Penninico, Austro-Alpino e Sud-Alpino. Costituiranno falde di ricoprimento per il sistema alpino. Le fosse in sostanza non sono altro che grandi canaloni profondi colmati, da cui il nome di bacini. Tali fosse separavano le varie zone di Pangea. Tra i 150-135 milioni di anni fa, si ha un sollevamento dei massicci ma soprattutto un movimento orizzontale. Si parla di movimento delle placche: avviene dunque un sovrascorrimento di una placca su un'altra, nello specifico la Placca africana sulla Tetide. La placca africana prosegue fino a trovarsi di fronte ad alcuni massicci ercinici, contro i quali cozza, dando vita al corrugamento. Questo provoca il ripiegamento e l'accavallamento di tutto il sistema alpino.




Concludendo il discorso relativo alla formazione delle Alpi, un ultima analisi si rivolge ai termini usati e coniati. Ad esempio "Mar della Tetide" è stato inventato da un geologo, Süss, mentre Pangea si deve ad Alfred Wegener, un geofisico. La geografia, ritornando all'epistemologia, è ciò che ne hanno fatto i geografi. Almeno questo era il pensiero di un famoso geografo del passato. Anche se nel passato la geografia era diversa da quella attuale: era meno ramificata, racchiudeva in sé più ambiti ma l'attenzione era rivolta quasi esclusivamente al pianeta e mancava l'aspetto umano. Analizzando il determinismo di Ratzel, egli abbiamo già avuto modo di notare come studiasse alcune caratteristiche di una popolazione e da esse cercava di dedurne l'esistenza passata, presente e futura. Ad esempio, arrivò ad alcuni risultati veritieri studiando le popolazioni insulari della Grecia che effettivamente si comportarono come lui aveva previsto, ma non sempre il risultato fu analogo, come dimostra il caso di Sardegna e Corsica, verso cui le previsioni si dimostrarono errate. Questo si spiega col fatto che non tutte le popolazioni sono uguali, e questo forse veniva ignorato. Infatti i sardi ad esempio non hanno mai conosciuto uno sviluppo commerciale o economico rimanendo pastori anche a tutt'oggi, specie nell'entroterra. Stesso discorso vale per la Corsica: se si fa eccezione per Bastia ed Ajaccio, l'isola è pastorale al suo interno. Quindi intervengono anche altre cause nella determinazione di una popolazione, come ad esempio il clima, la posizione geografica, l'ambiente circostante e soprattutto l'incidenza dei gruppi umani (la più plausibile fra le varie cause addotte). Al determinismo si oppone il possibilismo, secondo cui l'uomo non sarebbe influenzato dall'ambiente e dalla natura, ma dall'insieme dei due fattori, quindi l'interazione tra questi due fattori produrrebbe la situazione reale. E' di fatto geografia, come la intendiamo noi; il precursore del possibilismo si fa coincidere con Vidal de la Brache, anche se in realtà fu un suo allievo il primo ad esporre certe tesi. Vidal si occupa di geografia umana, e la sua opera, pubblicata nel 1922, si occupa proprio di questo. Si arriva sempre ad una maggiore divisione dei campi di indagine della geografia; nel 1927 un tedesco, Hettner, disse che la geografia è "studio della differenziazione dei luoghi, quindi scienza della differenziazione spaziale". Un'altra problematica sollevata dalla geografia, una volta superato lo scontro possibilismo-determinismo, è: di cosa si occupa la geografia e il geografo? Il geografo alla lunga è stato definito un "tuttologo", una studioso in possesso di un'infarinatura generale in tante discipline ma che non ne conosceva nel dettaglio nessuna. In un certo senso è vero affermare che il geografo è un "tuttologo": si occupa dell'uomo, della natura, del paesaggio, delle regioni e di economia, e chi più ne ha più ne metta! Giustamente Hartshorne disse che non bisognava preoccuparsi del fatto che la geografia non abbia un suo ambito ben definito, ma "si è geografi in base al punto di vista da cui si considerano i fenomeni". Un geografo deve essere in grado di cogliere le correlazioni, i legami tra vari tematismi; non studierà una città come puro insieme di case, altrimenti sarebbe un architetto, ma guarderà alla città da un punto di vista umano, ovvero come e dove l'uomo potrà intervenire. L'uomo dunque, entra nella geografia nella misura in cui influisce. Fare geografia sostanzialmente è saper prendere in considerazione più aspetti in funzione di uno sviluppo umano c'è stato o che ci sarà.




Cosa si intende in geografia per differenziazione spaziale? Apre così un capitolo del suo libro R.Hartshorne. Non è una definizione proprio sua, ma ripresa da un altro studioso, Sawer, che nel 1925 aveva a sua volta parafrasato il geografo tedesco Hettner. Quest'ultimo, nel 1898, afferma che sin dai tempi più antichi la geografia era conoscenza degli spazi terrestri nella misura in cui essi differiscono. Più avanti, nel 1905, nuovamente Hettner parla di geografia come scienza degli spazi e dei luoghi, della differenziazione dei luoghi ma anche delle interrelazioni. Il comitato dei geografi americani, riunitosi nel 1954, disse: "La geografia si occupa di associazioni di fenomeni che danno particolari caratteristiche a determinati luoghi, ma anche di somiglianze e differenze tra i luoghi". E Hartshorne sposa pienamente tale affermazione, poiché non ritiene possibile l'esistenza di luoghi identici tra loro. La geografia è idiografica non nomotetica; si cerca la particolarità e non la legge (dal greco particolarità e norma, legge). La geografia studia la differenziazione spaziale, i luoghi non saranno identici ma potranno presentare similitudini (dice Hartshorne) e quindi anche in Hartshorne che è molto idiografico si può riscontrare un certo nomotetismo, utilizzando la geografia comparata. La geografia si occupa di un'infinità di fenomeni: per Hartshorne non è certo un difetto, se il riferimento è sempre l'intervento umano sul territorio. Nello studio geografico deve prevalere lo studio delle interrelazioni o della differenziazione spaziale? E' un'altra domanda che si pone Hartshorne, e a cui non si trova una risposta ben precisa; dipende dal punto di vista del geografo che effettua la ricerca, sarà la risposta che lo stesso Hartshorne darà. Che cos'è la superficie terrestre? Ritter dice che è il campo d'indagine della geografia, ma cosa rappresenta in realtà? Subito la si intese come "erdoberfläche" (superficie della Terra) poi come "erdkülle", cioè crosta.

ALPI: Tornano all'argomento delle Alpi, troviamo una linea detta "insubrica" che divide le Alpi meridionali da quelle settentrionali: partendo da Ivrea, passa il lago d'Orta, taglia il Lago Maggiore, segue la Valtellina, il P.sso dell'Aprica e del Tonale e giunge a Merano, fin quasi in Austria. La faglia "delle Giudicarie" è un'altra faglia vicino Trento che si inserisce nell'Insubrica. Le Alpi presentano una struttura centrale cristallina, mentre quella settentrionale e meridionale calcarea. Partendo da Ivrea la parte cristallina,  non essendovi le Prealpi, finisce con il coincidere quasi con la pianura. Le forme del paesaggio alpino, sono abbastanza varie: ampie vallate dal fondo piatto, piani vegetazionali (montano, alpino, sub-montano e sub-alpino), grossi massicci e formazioni glaciali. Ci sono poi opere umane: dighe, elettrodotti, impianti di risalita. In morfologia ci sono tre importanti elementi: 1) strutturale, 2) glaciale, 3) carsico, più un ulteriore elemento, legato alle frane. Il primo non è sempre visibile (linea insubrica) mentre il secondo lo è già di più (glaciazioni; sono state cinque).




Un altro elemento ricorrente ed importante nelle Alpi è rappresentato dal cosiddetto detrito di falda: in pratica sono quei ghiaioni che si accumulano lungo le pareti rocciose. Come abbiamo già avuto modo di vedere, esistono nelle Alpi rocce cristalline, verdi, scure e cupe. Il massiccio dell'Argentera ad esempio è molto interessante, poiché presenta rocce cristalline ma scure. Esistono poi anche le sedimentarie, tra cui i calcescisti che danno luogo a paesaggi monotoni con suoli spessi e quindi facilmente a portata dell'uomo. Analizziamo il clima alpino: è un clima particolare, perché risente di alcuni elementi in più rispetto ad altri climi. Un primo elemento è rappresentato dall'altitudine, si parla di un gradiente verticale pari a 0,6° ogni 100 metri. Il secondo elemento è la latitudine, che non è sempre la stessa lungo l'arco alpino (Nizza è circa 43°, mentre nei pressi di Vienna sono 48°): quindi variazioni anche di 4-5°. Poi c'è da considerare la stessa variazione anche per la longitudine (le Alpi si estendono per circa 1200 km, subendo influenze da oceaniche a continentali). Inoltre il clima non è determinato solo dalla temperatura, ma anche dalle precipitazioni: le fasce più piovose risultano essere quelle prealpine, settentrionali e meridionali, mentre la parte centrale è la meno battuta dalle piogge. Quindi sono maggiormente interessate dalla pioggia le zone ad ovest del Lago Maggiore (tra il Brenta e il Piave), quelle tra Innsbruck e le Alpi dell'Oberland e anche le Alpi Marittime. Esistono poi valli longitudinali che si inseriscono nelle Alpi (Val Venosta, Val Pusteria, Valle d'Aosta, Valtellina,.) che presentano scarse precipitazioni (400-500 mm). Piove poco, specialmente nel periodo estivo, mentre in inverno si registrano quelle poche precipitazioni. Sono aree che comunque delimitano anche zone con problemi particolari: è il caso ad esempio del Bacino di Klagenfurt, che è detto anche "lago d'aria fredda". Questo perché qualora scenda aria fredda in tale bacino, vi ristagna anche per 1-2 mesi data la mancanza di correnti. Questo produce temperature di 2°-3° inferiori rispetto a luoghi posti alla medesima altitudine (500 m). Un altro esempio simile si registra anche in Svizzera nella cittadina di La Brevime (circa 900 m) con temperatura che raggiungono i - 41°!. In Italia si ha qualcosa di simile a Tarvisio, ma le temperature non superano mai i - 25°. Un vento particolare presente nelle Alpi (ma non solo) è il Fohn, che può provenire da qualsiasi direzione. Può venire da nord o da sud, e può favorire l'agricoltura ma provoca slavine e alluvioni. Altra condizione di micro clima è quella legata ai versanti: in base all'esposizione al Sole, quote più elevate possono offrire condizioni di vita migliori di quote più basse che però sono meno esposte. Nelle zone asciutte, nelle quali si registrano precipitazioni poco abbondanti, vi è la necessità di acqua per ad esempio irrigare: se ci si trova in un fondo valle in genere fiumi se ne trovano parecchi, ma in quote più elevate il problema diventa già più grave, e quindi si ricorre di frequente a canalizzazioni anche sfruttando i ruscelli, l'importante è che si riesca ad irrigare i campi (in Valle d'Aosta li chiamano "ru" in Sud-Tirolo "Waal"). Per quanto riguarda invece le calamità naturali, i terremoti non hanno mai avuto grande importanza nelle Alpi: se ne registrano alcuni nel XIV secolo, nel 1348 in Carinzia e nel 1387 in Liguria; in tempi più recenti si ricorda nel 1966 il terremoto che colpì con effetti disastrosi il Friuli. Le grandi catastrofi nelle Alpi sono costituite da frane e valanghe, in parte innescate dalla natura in parte dall'uomo. Le frane sono un fenomeno normale, perché le montagne vengono erose e a volte si staccano. In Germania si distingue tra grandi frane di montagna (1 kmq di estensione o 100 ha, 1 milione di m³ di massa smossa e anche di più) e le frane normali. La più grande frana registrata nelle Alpi è stata a Flins (Svizzera), con 50 kmq di estensione; ha cambiato il paesaggio ma per fortuna probabilmente nessuno l'ha mai ammirata, essendo accaduta nella Preistoria; è stato il Reno a causarla, facendosi spazio per deviare il proprio corso. Sempre in tempi antichissimi, analogo fenomeno si è avuto con il cambiamento di corso del Rodano che ha causato un'altra grande frana, sempre in Svizzera, chiamata Illgroben. Nel corso del '600, in seguito ad una valanga è stato sepolto il paese di Piuro, in Valtellina. Nel 1642 venne sepolto per metà il paese di Antrona, vicino Domodossola. Ancora nel corso del '600, stessa sorte toccò a Goldau in Svizzera. Tra le catastrofi favorite dall'uomo invece si ricorda senza dubbio quella del 1963, nella diga del Vajont. In questo caso se l'uomo non fosse intervenuto, molto probabilmente si sarebbe solamente staccato un pezzo di montagna ma senza causare la catastrofe avvenuta poi. In sostanza, cedette una parte del Tock (che nel dialetto bellunese vuol dire "marcio".) che andò a finire nella diga creata proprio sulle pareti di questo monte, e che generò un'onda anomala che seppellì il paese di Longarone (più di 2000 vittime). In precedenza, nel 1923, vi era già stata un'altra catastrofe, il disastro del Gleno, un tormentino che si getta in un affluente dell'Oglio. Anche in questo caso, una diga alla base della tragedia: tale diga, in seguito ad un'alluvione, si ruppe seppellendo il paese di Dezzo (600-700 morti). Altre catastrofi che si possono registrare nelle Alpi sono le alluvioni, con straripamenti di fiumi e valanghe, tra cui è famosa quella che negli anni '90 colpì Cervinia. Ultimamente nelle Alpi si sono registrate strane tempeste di vento, con valori in crescendo: questo ha preoccupato non poco i climatologi che individuano la causa nell'innalzamento delle temperature. Sono in pratica uragani, tra cui si ricordano negli anni '90, il Vivian, e nel 1999 l'uragano Lothar, che si abbattè sulla Val di Susa con venti a velocità anche di 90-100 km/h. Furono distrutte foreste e sradicati alberi secolari che hanno ostruito molte vie di passaggio.




Vediamo un po' la storia delle Alpi: ad esempio quando sono state popolate? Esistono reperti che permettono di affermare che la parte sud-occidentale sia stata la prima ad essere popolata, all'incirca tra il 4000-2000 a.C. (Neolitico). Si sa che si praticava il pascolo, la caccia e ci sono numerose incisioni rupestri. Nell'epoca successiva, l'età del Bronzo, si diffondono le incisioni; ne sono esempi siti come Capo di Ponte (Val Camonica) e Grosso (SO), ricchissimi di incisioni. Le incisioni Camune invece sono molto interessanti perché si collocano in luoghi interessati da fenomeni di rifrazione solare, interpretati in vari modi dalle popolazioni che lì si trovavano: si trovano infatti tra il Massiccio della Concarena (che risulta spaccato) e il Pizzo Badile Camuno. Nel VII, VI e V secolo a.C. vi è l'nvasione dei Celti, che popolano le Alpi Orientali e le attuali Alpi Francesi. I Celti si sovrappongono a popolazioni già esistenti come i Liguri per esempio, tanto da parlare di popolazione Celto-Ligure. Oltre ai Liguri vi erano anche Salassi, Leponzi (Alpi Lepontine) e Reti (Lago Maggiore-Belluno). I Romani conquistarono le Alpi intorno al 15 a.C., con Druso: successivamente, tra il 9 e l'8 a.C. anche i Liguri verranno sottomessi (forse non del tutto specie nell'entroterra imperiese). I Romani hanno costruito città e strade (la Claudio-Augusta dall'Adige al P.sso Reschen, la via che da Ventimiglia collega la Costa Azzurra,.), favorito alcune coltivazioni (come la vite) e garantito la Pax Romana per quattro secoli. A partire dal V° secolo d.C, si registrano le invasioni barbariche, con Germani, Slavi, Unni da est, Saraceni in Liguria e nelle Alpi Cozie. Si insediarono nel V°-VI°, ma in particolare due popoli ebbero un ruolo importante nelle Alpi, e sono i Baiuvari (Bavari) e gli Alemanni. I Baiuvari hanno dato vita, tra le altre cose, ad usi e costumi propri del Sud-Tirolo, mentre gli Alemanni sono stati un popolo decisamente più chiuso. Questi popoli portano un innovamento nel popolamento delle Alpi: i latini privilegiano la coltivazione dei campi, quindi l'agricoltura. I popoli Baiuvari e Alemanni privilegiano invece l'allevamento bovino, e costruiscono case sparse e isolate, mentre i latini le costruivano in pietra e vicine tra loro. Cambia dunque il paesaggio. Nel 1895 Meitzen, un etnologo, affermò che l'opinione del villaggio compatto era germanica, contraddicendo un po' quello che è stato detto finora. Poi, un altro studioso, Hunziker ripristinò la tesi secondo cui, case in legno e sparse erano germaniche, vicine ed in pietra erano latine. Infine il Weyss sostenne che, date certe eccezioni in cui gli elementi si mischiano, tutto dipende dalle zone. Infatti, nel Vallese Orientale, a Goms, si trovano villaggi in legno ma ampiamente coltivati. Vicino a Ginevra, case di legno e non coltivate. Sono eccezioni che aumentano i dubbi. Analizziamo il periodo medioevale: molto importante che in questo periodo le Alpi sono state abitate da contadini liberi, mentre nel resto dell'Europa era forte la servitù della gleba. Una libertà ottenuta in seguito alla bellicosità delle popolazioni unita all'importanza dei luoghi in cui risiedevano: infatti, spesso tali popolazioni vivevano vicino passi importanti (Spluga, Gottardo,.) che i signori feudali avevano necessità che fossero sempre aperti e sicuri. Il periodo d'oro delle Alpi coincise con l'apertura agli scambi, nel 1300-1400. Nel frattempo in Europa si sviluppa la Peste Nera, che nelle Alpi fa poche vittime: questo insieme di fattori fa trarre sempre maggiori vantaggi alle Alpi dal punto di vista economico con lo sfruttamento di Passi (si pagava la gabella per transitarvi). Oggi la Svizzera ha mantenuto tale pratica. Dal punto di vista economica, dal '400, alcune parti delle Alpi si specializzano nell'allevamento. Un allevamento bovino, ma anche da latte e da carne, con produzione di formaggi, il tutto da esportare. Le Alpi possono produrre in grandi quantità e rifornire i grandi mercati. La zona che più si sviluppò è la "terra dei pastori" tra la Gruviera e la Penzel, territorio tutto lavorato. È qui che nascono molte tradizioni alpine: si crea una dicotomia culturale. I pastori si danno sempre più importanza, perché considerano la loro, un'attività libera, mentre quella del contadino non lo è. Ed è qui che nasce anche il mito di Heidi, un romanzo dell'800; si preferisce la vita sulle Alpi, totalmente liberi, piuttosto che in città, vincolati. Si sviluppano molto, soprattutto in Svizzera, prove di abilità, tra cui ad esempio una lotta libera, denominata schwingen. 






Le ricerche sulle città, ormai da 50 anni almeno interessano la geografia generale in maniera sistematica e costante. Il turismo infatti è gestione del tempo libero e risolve quindi un problema alla città; l'urbanistica è costantemente legata all'aspetto turistico, poiché si ricorre ad essa ogni volta che si fa turismo. Lo sviluppo delle città coincide con la Rivoluzione Industriale ed è proprio della civiltà ricche. Inoltre appartiene ad un'ideologia antichissima (Mesopotamia) che si è evoluta nel tempo e si evolve oggi grazie allo sviluppo tecnologico. I tassi di accrescimento maggiore si registrano però nei paesi del terzo mondo, contraddicendo un po' quanto detto finora circa le caratteristiche necessarie per lo sviluppo urbano. La città è stata definita come un fenomeno di concentrazione, di uomini, attività ed edifici in un spazio tutto sommato ristretto. Oggi si va sempre più ad inglobare le campagne, perché la città tende a "scoppiare" ed invade ciò che una volta le era antitetico. Le città quindi rappresentano concentrazione e sono sorte in seguito alle attività commerciali: la città dunque sembra essere figlia del commercio. Non tutti la pensano così: ad esempio uno studioso, il Munford, ritiene la città soprattutto come una necessità di difesa. E non è un concetto sbagliato, ma comunque senza commerci non si sarebbero potute sviluppare. La città mercato è tipica del Medioevo ma rimane ancora oggi nella tipologia dei centri germanici: è infatti ideologia diffusa sia in Austria che in Germania dove si parla di Markt-gemeinde o Stadt-gemeinde, cioè centri (o comuni) mercato. La città è vista anche come un insediamento permanente con densità superiore rispetto al territorio circostante e in cui si svolgono attività diversificate nel terziario. Un dato importante è anche la presenza delle mura: nel mondo vennero murati i centri più importanti, in Europa praticamente tutti. Casi limite sono quelli orientali di Cina e Giappone: in Cina il dato era ristretto ai centri amministrativi, in Giappone si ebbe la muratura dei centri abitati solo a partire dal '600. Tali mura, si mantennero finchè ebbero funzione di difesa. Dal '600-'700 con l'artiglieria, il ruolo delle mure diventa ben poco utile e quindi a partire dall'800 vengono abbattute e costruiti al loro posto dei viali. L'unico caso in Italia in cui vengono mantenute le mura è Lucca (prendendo in considerazione centri con più di 50.000 abitanti). La città come centro amministrativo ha avuto grande diffusione in Europa e nel mondo: se in Cina i centri considerati importanti sono solo quelli amministrativi, anche nell'antichità hanno avuto grossa diffusione (civiltà minoica e cretese: nei grandi palazzi si assolvevano le funzioni amministrative e culturali). È stato un aspetto importante anche e soprattutto nel Medioevo: le città erano libere, quindi rappresentavano la libertà, e chi vi abitava godeva di privilegi. Bisogna comunque distinguere in ogni città quale amministrazione si sviluppi. In altri paesi non si usa stabilire l'importanza di una città in base all'amministrazione interna: è il caso degli Usa, in cui New York non è né capitale della Nazione né del suo Stato, pur essendo una delle città più importanti a livello mondiale. Lo stesso avviene anche in Australia. La città è anche modello culturale: si parla di urbanesimo come modo di vivere, ma è sempre la città a designare la tipologia. La città è luogo di cultura; la città è polifunzionale, come già detto in precedenza. Qui torna in gioco la densità, analizzata per prima cosa in base al dato demografico (per cui una città più abitanti ha, più è probabile sia una città importante). Poi va analizzato il contesto: ad alcuni centri bastano 10 mila abitanti per svolgere le attività che il territorio gli consente, mentre altri centri per arrivare alla stessa soglia necessitano magari di 30 mila abitanti. Fino a 20-30 anni fa si ritenevano i centri periferici delle grandi metropoli come "città-dormitorio" (è il caso di Settimo Torinese, Sesto S.Giovanni, Cinisello Balsamo,.). Oggi invece per definire tali centri periferici come centri importanti si considerano altri parametri, quali l'impiego nella pubblica amministrazione, il grado di tale impiego, ed altri criteri funzionali (non solo quindi il metodo demografico). Il turismo contribuisce alla crescita urbana ma oggi non si usa considerare questo parametro perché interessa periodi di tempo limitati. Il turismo può rendere centri urbani alcuni comuni, perché grazie ad esso si sviluppano in tali comuni altre attività indipendenti: quindi questi comuni vengono considerati centri urbani senza considerare il parametro turistico che ha "solo" contribuito a renderli tali.




Da sempre la città è sinonimo di attività non-agricole, quindi settore terziario. È un'impostazione corretta. Nel 1951, il primo censimento del dopoguerra affermava che il 44-45 % della popolazione era impiegato nell'agricoltura, mentre oggi la percentuale è scesa al 6% (è una media nazionale, ci sono differenze infatti ad esempio tra Lombardia 1-2 % e Molise-Basilicata 15-20 %). Un comune con molti addetti all'agricoltura non è da considerarsi come un centro non-importante: ci sono comuni con tecnologie molto sviluppate nel settore. Ad esempio: Alberga presenta il 18 % di occupati nel primario, ma presenta anche un terziario sviluppato, così come Sanremo con il 13 %, e non si tratta di centri proprio insignificanti. La Liguria, la zona di Viareggio e la provincia di Latina sono le zone più sviluppate nell'agricoltura: questo testimonia come per operare delle classificazioni poi accettabili e veritiere sia necessario usare altri criteri, come ad esempio la soglia di addetti al commercio fissata al 15 %. Viene però fuori che Terracina (LT), che rappresenta un centro-urbano, non raggiunge tale soglia. Resta allora il criterio funzionale. Dal 1963 al 2003 si sono alternate più classificazioni (vedi fotocopia): la prima fu ad opera dell'Istat, ma è poco significativa.




Oggi ormai vi è una dicotomia tra Alpi ricche ed Alpi povere, ma non è sempre stato così. Nel '300-'400 le Alpi conoscevano uno sviluppo molto più veloce, e un esempio ne sono i pedaggi. Ma non solo; le Alpi si distinguevano anche per lo sfruttamento minerario (oro, rame, argento, sale e uranio). Salisburgo racchiude nel suo nome proprio questa attività di raccolta mineraria, in particolare salina (in tedesco Salzburg = borgo del sale). Un altro centro famoso era Schwaz (vicino Innsbruck) per l'estrazione dell'argento. Siamo dunque in un periodo molto fiorente per le Alpi. Il declino invece coincide con il '500 e persiste fino al '700. Le cause sono varie, la prima è costituita dalla scoperta dell'America che apre nuovi mercati e dunque contribuisce al crollo dei traffici N-S che interessavano le Alpi con conseguente perdita di importanza di alcuni suoi passi (S.Bernardo), mentre una seconda causa è rappresentata dal Rinascimento. E' un fenomeno prettamente italiano sebbene si tenda ad estenderlo a tutta l'Europa, ed un fenomeno che taglia fuori le Alpi, interessando i grandi centri urbani. Inoltre bisogna anche considerare il fatto che stanno nascendo gli stati nazionali, con capitali sempre più distanti dalle Alpi e dai passi alpini (si parlava di "Paßstaaten" per le regioni con uno o più passi alpini nel suo territorio; è il caso della Savoia, di Ventimiglia e Nizza). Un ulteriore elemento, però pseudo-deterministico, è il clima che cambia: in questo periodo si assiste alla piccola era glaciale, a partire (sembra) proprio dal 1500, quindi un clima più freddo e i ghiacciai che si espandono. Le miniere vengono sfruttate sempre più da ricchi mercanti che vivevano al di fuori delle Alpi, e comincia a verificarsi il fenomeno dell'emigrazione, a partire dal 1600. Le migrazioni, bisogna però sottolineare, c'erano sempre state ma erano stagionali. Inoltre va diffondendosi il fenomeno del servizio mercenario (soprattutto in Svizzera). Si assiste dunque ad una perdita di autonomia, anche in seguito all'accentramento di potere attuato da Francia e Savoia. La Svizzera si esula da questa perdita di potere ma si chiude in se stessa. Essa nasce come un paese democratico, insofferente ai controlli esterni, ai poteri esterni, alle grandi città. Si forma come alleanza di contadini e montanari contro una grande potenza, gli Asburgo, e riescono ad avere la meglio (unico caso in Europa). Instaurano la Repubblica, in un periodo sono molto fiorenti principati, signorie,. Le leghe di contadini si erano formate in Svizzera contro l'ingerenza dei signori feudali. Intorno al 1250 i quattro cantoni (Uri, Unterwalden e Schwyz che è diviso in due) stipulano un accordo di immediata dipendenza dal S.R.I., per cui si rispondeva solo di fronte all'Imperatore e non al Signore feudale. Nel 1291, dopo un interregno complicato, il 1° agosto, nel prato del Rutli, tali cantoni stipulano un patto di mutua alleanza.





Nel Medioevo era comune stringere alleanze per difendersi dalle ingerenze dei signori locali; era più frequente che le stipulassero città, difficilmente lo facevano contadini e montanari. In Svizzera è accaduto, e come abbiamo già visto in precedenza, riuscirono anche ad avere la meglio sui potenti Asburgo. Infatti, nel 1218 Federico II assegnò il territorio di Uri agli Asburgo, come feudo, ma gli Urani, abitanti del Cantone, non accettarono e nel 1231 ottengono l'immediata dipendenza dall'imperatore (gli Asburgo sono originari della Svizzera, esiste un castello Asburg vicino Araau). Tra il 1250-1273, la Svizzera vive anni turbolenti: muore Federico II (fase di interregno) e nessuno viene eletto al suo posto. Nel frattempo i cantoni centrali (probabilmente) stringono una prima alleanza difensiva; sul trono viene successivamente eletto Rodolfo I d'Asburgo che cerca di pacificare l'ambiente, ma i cantoni si dimostrano ostili e provocatori nei confronti degli Asburgo (soprattutto quello di Schwyz). Nel 1291 muore Rodolfo I e i cantoni centrali firmano (il 1° agosto) un patto di mutua alleanza: nasce di fatto la Svizzera. Gli Svizzeri non accettano inoltre di essere giudicati da persone provenienti da fuori e che hanno assunto l'incarico solo per soldi. I giudici devono essere del luogo. Se c'è discordia tra due confederati, gli altri (che devono dimostrarsi più saggi) devono intervenire per sedare il conflitto; se una delle due parti non accetta, si trova contro tutti i cantoni. Nel 1315 a Morgatten (un altopiano ondulato tipico per le battaglie) gli Asburgo vengono duramente sconfitti dai montanari. Quindici anni dopo e più tardi ancora nel 1351, si uniscono rispettivamente Lucerna e poi Zurigo. Nel 1352 è il turno di Glarus (Glarone) e Zug (uno dei luoghi più ricchi al mondo), nel 1353 Berna, allora città molto potente. Nel 1370 per la prima volta, i Cantoni stabiliscono una linea comune da tenere in politica estera (carta dei preti) e viene stabilito che anche gli ecclesiastici devono sottostare al tribunale civile. Nel 1386 a Seubach e nel 1388 a Nefels, si registrano due nuove vittorie contro gli Asburgo e si stabilisce che è necessario affrontare tutti insieme le successive battaglie. Nel XV° secolo gli svizzeri iniziano a mirare in alto, con una politica di espansione volta a tre direzioni particolari: ovest (Borgogna), nord (Svevia) e sud (Milano), ottenendo anche numerose vittorie. Nel 1403 conquistano la Valle Leventina, nel 1413 Domodossola, ma nel 1422 perdono sia la Leventina che Bellinzona, per poi riconquistarle nel 1478 sottraendole agli Sforza. Il Cantone Appenzel attacca gli Asburgo e l'abate di S.Gallo, sconfiggendoli vicino al Lago di Costanza, ma essi si riorganizzano battendo a loro volta gli Appenzel; questi ultimi chiedono aiuto al Cantone Schwyz ed insieme sconfiggono definitivamente gli Asburgo. Dopo aver attraversato un periodo di guerre civili, la Svizzera si rivolge ad ovest, dove Zurigo voleva appropriarsi dell'eredità di una famiglia vicina; gli altri cantoni decidono che tale eredità spettava a Schwyz e decidono di fare guerra (1439-46) con la conseguente sconfitta di Zurigo. Nel 1444 un gruppo di 100-200 confederati mandati alla frontiera a Basilea, all'improvviso attaccano 30000 persone che muoiono tutte (armagnacchi francesi) destando molta impressione. Si arriva dunque alla guerra di Borgogna contro Carlo il Temerario che viene sconfitto due volte (Grauson e Murten, 1476); il Re francese cerca di contrattaccare a Nancy ma rimane ucciso. La Borgogna è dunque sconfitta, ma non viene annessa (forse per paura che Berna così si espandesse troppo, oppure perché il Re di Francia sborsò una notevole somma di denaro). Nel 1477 i Cantoni storici della Svizzera, non ricevendo la somma pattuita, formano una lega nel segno della scrofa: attraversano tutti i i territori fino a Ginevra, seminando il panico; solo quando arrivarono i soldi si ritirarono. Rappresenta il primo passo verso la disgregazione, poiché Berna e Zurigo avevano paura e formano tra loro una lega contro gli altri tre, che per risposta emettono un ultimatum: solo l'intervento di Nicolau de la Fre, evita la guerra mettendo d'accordo le parti. A partire dal 1499 iniziano le campagne d'Italia (Ginevra cadrà successivamente, battaglia di Marignano), con la Svizzera che mira ad arrivare sul mare, ma si scontra con i francesi; nel 1512 sconfiggono duramente i Francesi e si impossessano di Milano in cui governava Ludovico il Moro; ancora scontri con i Francesi nel 1513 a Novara e Digione. Nel 1515 (Marignano-Melegnano) perdono contro Francesco I, forse a causa della polvere da sparo, forse per l'abbandono di Zurigo e Berna. Successivamente si registra ancora qualche annessione dalla Savoia (Ginevra) ma viene persa gran parte dell'Alsazia. Questa sconfitta determinerà la fine dell'espansione svizzera, si registrerà solo il conflitto religioso, tra cattolici e protestanti. La rivoluzione Industriale nelle Alpi segna un momento negativo; le Alpi rappresentavano zona di traffici, soprattutto per l'artigianato e le miniere. Vengono colpite dal miglioramento delle vie di comunicazioni che rende il prodotto alpino sempre meno concorrenziale, perché in pianura i costi sono più contenuti. Spariscono le guide per i passi alpini, le alpi non si industrializzano come il resto del paese, salvo alcuni fondovalle raggiungibili con le vie di comunicazione. In tali fondovalle molto importante il ruolo dell'industria, accanto a quello dell'energia (es. Mauren)




Analizziamo gli aspetti economici e culturali delle Alpi: per il primo aspetto continuiamo il discorso relativo alla Rivoluzione Industriale che nelle Alpi procedette un po' a rilento. Tranne che in poche zone, fino al 1850 nelle Alpi non si può parlare di industrializzazione. Con l'apertura di alcuni nodi ferroviari (Semering) lo sviluppo prese il via. Importante fu il ruolo del carbone, che in Austria si trova in molte miniere, specie nella zona del "Mur-Murz furche" (solco tra i fiumi Mur-Murz); sempre in Austria molto sviluppate le industrie pesanti, favorite anch'esse dal carbone, nella zona di Linz. Dal 1880 si è sviluppata l'industria idroelettrica; c'era il problema relativo al trasporto dell'energia (oggi si usano i tralicci) e quindi le industrie si collocavano proprio dove l'acqua cadeva, e ovviamente le ferrovie dovettero arrivare a raggiungere questi siti. Le ferrovie infatti andavano potenziate e questo dette loro una mano. Un esempio di tali centri industriali è Villa d'Ossola; diverso lo scenario delle valli francesi, cupe e con industrie pesanti (es.: tra Albertville e Montiers). Esistono poi centri come Bourg St.Maurice che devono il loro sviluppo alla posizione geografica, ovvero ai piedi del piccolo S.Bernardo. Molti sono i centri che come questo si sono sviluppati ai piedi dei valichi (Aosta, Susa, Chiavenna): oggi Bourg St.Maurice è un importante nodo ferroviario e centro turistico. Nel parco del Gran Paradiso invece un esempio di dove la rivoluzione non è arrivata, con i segni visibili dell'abbandono. Sempre nelle Alpi, ha avuto un grande sviluppo per l'industria pesante la Valle dell'Arc (Modane-S.Jean) con produzione di alluminio, così come il Vallese per l'industria chimica. Infine industria tessile (Biella, Valdagno). Arriviamo ai passi, che hanno avuto vicende particolari nel corso dei secoli. Alcuni oggi sono dimenticati, non solo dal traffico ma anche dagli stessi escursionisti. Alcuni di essi magari costituivano in passato vie importantissime, specie nel Medioevo. E' il caso del passo del Gries (Piemonte, 2400 m) che rappresentava la strada più percorsa per raggiungere l'Europa nord-occidentale partendo da Milano. Non si faceva il Sempione. Erano passi più frequentati nonostante fossero faticosi perché siamo ancora nel periodo "caldo", nel '300-'400. Il Sempione pur essendo sensibilmente più basso (2009 m) nascondeva un grosso problema per arrivarvi, ovvero le Gole di Gondo (8 km): si percorreva una strada strettissima, con pareti a strapiombo, e conseguente rischio di frane. Stessa situazione per il Gottardo, in cui la natura si presentava talmente impervia da portare alcuni studiosi a definirlo come un passo inventato dall'uomo. In alcuni casi, i passi portarono benefici ai signori locali: è il caso di un certo Stockhalter abitante di Briga presso il Sempione, che nel '600 fece costruire un castello con parte dei proventi ricavati dal pedaggio, che oggi rappresenta il simbolo della cittadina. Molto sviluppato anche il Passo del Bernina, toccato anche dalla ferrovia più alta (arriva fino a 2350 m). Analizzando invece l'aspetto culturale, le Alpi hanno prodotto numerose leggende: non solo fantasie popolari, ma anche racconti di studiosi. Questo spiega l'esistenza di molti "Ponti del Diavolo" e testimoniano che le Alpi dovevano incutere davvero timore. Inoltre le fantasie legate ai mostri, sono dovute anche a curiosi ritrovamenti (ossa giganti). Tornando ai passi, non tutti hanno avuto lo stesso sviluppo e la stessa importanza: tra questi ultimi, ricordiamo il Frejus (inaugurato dal 1871) lungo 12-13 km tra Bardonecchia e Modane. Bardonecchia è diventato un centro turistico da sperduto villaggio che era, ed ha dovuto anche cambiare la propria urbanistica per dare alloggio alle numerose persone che vi si sono trasferite (soprattutto per i lavori del Frejus). Per quanto riguarda la lunghezza, il Sempione è rimasto il più lungo per più di 100 anni (battuto da un passo norvegese di recente costruzione).




In passato la Savoia si affacciava sui due versanti delle Alpi ma il Moncenisio ne collegava i territori interni, mentre il Monginevro no, e fino al 1713 (Pace di Utrecht) faceva parte del Delfinato, dunque Francia. Il Monginevro quindi costituiva a tutti gli effetti un passo interno della Francia. La Savoia faceva uso di Moncenisio e Gran San Bernardo praticandovi alti pedaggi. Nel 1748 la Val d'Ossola entra nell'orbita dei Savoia, che comincia a boicottare i passi cosiddetti "obliqui" (quelli N-S) come il Sempione (ad esempio non apportando migliorie alle strade o con alti pedaggi). Un altro passo che è stato abbandonato via via con il tempo è il SeptimerPass (Valtellina) perché era in una zona a rischio frane; ne hanno beneficiato altri passi come i Passi Malora e Julier. Nella carta distribuita viene riportata la cosiddetta "Via Mala" che conferma quanto detto nelle lezioni precedenti circa le leggende che circolavano nelle Alpi (il nome suggerisce già uno scenario poco confortante). È riportata anche la frana alpina più grande di tutti i tempi, la frana di Flims. Per quanto riguarda le Alpi Orientali, lì si trovano altri passi molti importanti, tra cui il Brennero: esso non ha sempre avuto vita facile, specie per la presenza di gole molto difficili da oltrepassare. Questi ambienti ricchi di difficoltà, di improvvisi mutamenti climatici, improvvise piene dei fiumi, hanno dato vita alle leggende. Si parla di draghi, uomini-selvatici,.


Documentazione allegata: "Carte dei passi alpini"




In seguito alla grande espansione delle città, si è cominciato a parlare di alcuni concetti, quali la rururbanizzazione, la periurbanizzazione e la suburbanizzazione. Tutti questi concetti alludono allo sviluppo delle città oltre i propri confini. I francesi usano il termine "mitage du paisage" intendendo la "polverizzazione delle popolazioni". Il primo termina, la rururbanizzazione, deriva dai due termini che sono: rurale e urbanizzazione; secondo le teorie più seguite, essa si manifesta con la comparsa di villette lungo gli assi viari più importanti, oppure con la comparsa all'improvviso di veri e propri quartieri in campagna, o ancora con i cosiddetti "villaggi integrati" (ne vedremo alcuni esempi nelle Alpi) con un design omogeneo e una propria viabilità interna ben definita. Per quanto riguarda le aree perturbane, il termine fu coniato da una geografa italiana che studiò il caso di Pavia. Negli Usa invece si parla di suburbanizzazione; il termine richiama ai "sobborghi" ma essi negli Usa sono molto diversi da ciò a cui siamo abituati ad identificare con questo termine in Italia. Sono costituiti infatti da villette e di fatto rappresentano centri autonomi (suburbs); ci si allontana dunque dalle città in questo caso. Negli ultimi anni negli Usa si è usato il termine "edge city" ovvero "città margine" e rappresentano quei centri che si sviluppano all'incrocio tra due autostrade, in zone che in precedenza non sarebbero mai state considerate per l'urbanizzazione. Sono centri anche con 30-40 mila abitanti, alcuni raggiungono addirittura gli 80 mila, offrono tutti i servizi di una metropoli e soprattutto molti posti di lavori, il cui numero a volte supera i residenti. Rappresentano a tutti gli effetti le città del futuro. I concetti appena analizzati fanno sorgere spontanea una domanda: perché le città si sono accresciute così tanto? La risposta per alcuni è da ricercarsi nel fatto che una volta raggiunto un certo grado di sviluppo, la popolazione ha cominciato ad abbandonarle. Questa è la teoria del Barry, secondo il quale si sarebbe innescata una sorta di contro-urbanizzazione. Ma analizzando i dati numerici relativi alle popolazioni urbane si scopre che alcune negli Usa (la maggior parte in Italia) hanno subito un deciso spopolamento: perché? E soprattutto perché avviene più spesso nei paesi evoluti? Nei paesi africani e del 3° mondo non avviene infatti, anzi le città continuano ad aumentare a dismisura (Nairobi, Kampala). Secondo alcune teorie la risposta si deve alla nascita di un'economia di esternalità, cioè basata su di una serie di attività e servizi che fanno in modo che le persone si agglomerino; a lungo andare però il centro diventa ingestibile e si forma una dis-economia (cioè un'economia negativa). Secondo altre teorie invece, il tutto è sintetizzabile in un processo distinto in quattro fasi: 1) agglomerazione, 2) suburbanizzazione, 3) contro-urbanizzazione, 4) recupero delle città. Analizzando i dati di alcune città degli Usa, si vede come le città poste a Sud ed a Ovest abbiano conosciuto, nel periodo 1961-2001, una grandissima crescita della popolazione urbana (ad esempio: Las Vegas + 600 %); tutt'altra situazione si presenta per le città del Nord e dell'Est che perdono tantissimo (St. Louis - 53,6 %). Si deve alla presenza di attività diverse, di industrie forti e anche al clima. In Italia, analizzando il periodo 1971-2001, la città che più ha perso è Cosenza, con - 28,5 %. Rappresenta un caso anomalo, perché al Sud in genere non accade, ma si giustifica con la crescita del vicino comune di Rende, che è diventato uno dei centri più importanti della Regione Calabria, a scapito proprio di Cosenza. Nell'ordine, seguono poi Milano e La Spezia. 




Cerchiamo di fornire una serie di domande e risposte, tratte dal libro dell'Hartshorne:

L'interazione di fenomeni eterogenei è peculiarità della geografia? Secondo Hartshorne sì, perché la geografia si occupa di tantissimi aspetti (popolazione, clima, quadro fisico, viabilità) quindi non si limita ad analizzare singole categorie di fenomeni. Ad un certo punto individuare categorie di fenomeni è diventato indispensabile e a questo proposito sono state individuate due categorie in particolare: a) paesaggio; b) regione. Esse diventano le categorie di studio della geografia. Il paesaggio è comunque una sintesi di elementi (esattamente come la regione) quindi secondo Hartshorne si vuole eludere il problema. I tedeschi invece usavano una parola sola per individuare entrambe le categorie: "landschaaft" (inglese "landscape"). Sempre in risposta alla domanda inizialmente posta, altri grandi studiosi, Humboldt e Ritter dissero che la geografia deve studiare l'unità nella sua molteplicità.

Qual è il criterio della significatività nella geografia? Quindi cos'è geografico e quindi meritevole di essere ricercato? Secondo Hartshorne si sceglie di studiare ciò che è significativo per l'uomo; tra i fenomeni significativi si studiano quelli che si presume possano contribuire a comprendere in modo razionale un fenomeno sulla Terra. Il rischio che vi sia poca omogeneità in geografia è alto, ma spetta a chi compie la ricerca studiare solo ciò che si ritiene utile. E soprattutto per Hartshorne non bisogna studiare l'ambiente solo considerando ciò che vi è ambientato. Quindi il criterio della significatività è studiare il "Kultur landschaaft" cioè il paesaggio modificato dall'uomo.

E' necessaria una distinzione in fattori naturali e umani? No. Se si volesse davvero scomporre i primi dai secondi bisognerebbe scomporre la complessità: non è impossibile ma arduo. E' molto arbitrario arrivare ad una distinzione tra scienze umane e naturali: si fa da tempo ma non è utile. Bisogna considerarle insieme se si vuole essere geografi.

E' utile una divisione della geografia in argomenti, quali la geografia fisica e la geografia umana? Per Hartshorne questo dualismo non ha senso e finisce con l'attaccare le due componenti. Innanzitutto Hartshorne afferma che se fossero due ambiti così diversi avrebbero due metodi di studio diversi, ma soprattutto secondo lui la geografia fisica non ha una sua coerenza interna perché al suo interno prevede discipline molto diverse tra loro. Attacca anche la geografia umana perché si occupa di temi e discipline che sono a tutti gli effetti appartenenti ad altri ambiti.


Città e territorio: studiando la storia delle città (che è il segno più tangibile della trasformazione del territorio) vi è un problema di date, di collocazione geografica, del perché si sia verificato un tale fenomeno, di dimensioni delle prime città, se tutti i continenti hanno prodotto il fenomeno urbano (quest'ultimo interrogativo soprattutto è soggetto a continui cambiamenti). Vediamo di dare brevemente delle risposte a ciascun quesito: intendendo come città un centro murato-fortificato, si parla di Gerico come prima città. Siamo nel 7000 a.C. circa e in Palestina. Intorno al 6500 a.C. abbiamo notizia di altri due centri in Anatolia e in Iraq, ma non murati. Un vero sviluppo del fenomeno urbano si ha tra il 4000 e il 3500 a.C. nell'area sumero-mesopotamica. Si svilupperanno intorno a valli fluviali (Nilo 3000 a.C., Indo 2800 a.C., Fiume Giallo 1500 a.C.) e in una zona non fluviale, l'altopiano messicano dove troviamo Toltechi ed Aztechi. Si pervenne a forme di agricoltura redditizia che rendeva benestanti le popolazioni che la praticavano. La ricchezza però generò delle bramosie e popolazioni di predoni assalivano i popoli "agricoltori" per depredarli. Quindi si arrivò alle mura; inoltre vi era la necessità di pagare soldati e sacerdoti, quindi si ha come risultato una popolazione che lavora e si sposta. Le città non dovevano oscillare tra i 5000 e i 20000 abitanti. Tutti i continenti, anche se in epoche diverse, hanno prodotto il fenomeno urbano che è in continua evoluzione. La città di Dhola Vira in India risalente al 2000 a.C. circa, è sorta autonomamente in un luogo dove non si credeva potesse sorgere alcun centro. Kerma, in Sudan, è stata ritrovata da un ricercatore svizzero che pian piano sta riportando alla luce la storia di questa città e della civiltà che vi stava dietro; sembra fosse la capitale di un regno che era autonomo ed indipendente dall'Egitto. Egitto che non ha prodotto città vere e proprie, ma città religioso-funerarie.




Vediamo oggi i legami tra la pittura e le Alpi. Nella seconda metà del '700 si forma un filone che mira a ritrarre le Alpi nelle sue forme reali (principale esponente fu Kaspar Wolf) denominato "Piccoli maestri svizzeri". Non sono paesaggi da cartolina, ma furono di grande aiuto a scienziati e studiosi perché di fatto sostituivano le fotografie che ancora non esistevano. Si possono trovare soggetti come le Gole di Dala, lo Jungfrau, il ghiacciaio Grindenwald tutti molti stereotipati. Nell'800 si sviluppa una pittura paesaggistica con soggetto alpino: si ricorda ad esempio il pittore Birman, che rappresentò molto bene il M.te Bianco, Chamonix e il ghiacciaio che oggi è chiamato Mer de Glasses (oggi è piuttosto scuro perché pieno di detriti ma allora no e inoltre si estendeva fino a valle, per cui questo quadro rappresenta un vero e proprio documento). Un altro pittore A.Kalamer, svizzero, dipinse "Temporale sull'Andech" un quadro molto romantico. Un altro pittore, più famoso forse dei precedenti, è Segantini che dette origine al Divisionismo (originario del Trentino, visse per tutta la vita presso il P.sso Malora e rappresentò nelle sue opere quasi sempre paesaggi dell'Engadina). In alcuni casi le Alpi hanno aiutato lo sviluppo scientifico, specie in cartografia. Nel '500 si avevano visioni per lo più prospettiche, mentre dal '600 più topografiche (es.: "Topografia Helvetiae" di Imerion). Un contributo importante nello sviluppo scientifico lo ha dato anche un geologo svizzero di Neuchatel, Agassiz, che studiò i ghiacciai, i loro movimenti,. Analizziamo ora alcuni caratteri comuni nelle Alpi, nell'ambito della cosiddetta "società e cultura alpina". Un primo elemento è di sicuro la pratica della transumanza: essa è relativa a zone con clima asciutto e arido, rivolta all'allevamento ovino e caprino e durante l'estivazione prevede un soggiorno all'aperto (al contrario dell'alpeggio in cui si trovano le stalle). E' una pratica propria di persone che vivono in inverno nelle zone immediatamente a ridosso delle coste (es.: Provenza). La transumanza è antichissima, si parla di 5000-6000 anni fa. L'alpeggio invece si pratica tra i 1900-2300 metri; si forma di fatto un piccolissimo centro, con stalle per gli animali. In alcuni casi si possono ottenere alpeggi anche con 300 abitazioni, per cui un centro vero e proprio con i relativi servizi del caso. La salita e la discesa (rispettivamente giugno e settembre) sono decise e stabilite secondo date fisse. Nella discesa, si rimane ancora per un mese in una zona intermedia, per poi tornare a valle nel mese di ottobre. Un'altra caratteristica tipicamente alpina è la comunanza della proprietà: non è che non esista una coscienza riguardo alla Proprietà Privata, ma è limitata ad alcuni ambiti (casa, orto.). Il pascolo ad esempio è comune e non potrebbe essere altrimenti; dove non lo è, lo si rende comune. Anche l'emigrazione, come abbiamo già avuto modo di vedere, è un fenomeno tipico nelle Alpi. Ci si spostava in genere nel Centro-Sud Italia per svolgere attività tra le più svariate (falegnami, taglialegna, muratori, imbianchini, spazzacamini,.)




Analizziamo il fenomeno linguistico nelle Alpi. Si parlano molte lingue, appartenenti ai tre ceppi linguistici più importanti, ovvero neo-latino, germanico e slavo. Ovviamente la distinzione nasce dalla zona su un determinato territorio si affaccia. La realtà svizzera è quella che offre la situazione più variegata: il francese si presenta in realtà come franco-provenzale, così come l'italiano si presenta in una forma di antico lombardo (simile al Comasco o al Varesotto). Si parla anche il romancio in Svizzera, una lingua di origine ladina, specie nel Canton Grigioni. Si deduce quindi che la Svizzera è una paese multi-lingue (tedesco, francese, italiano). Anche in Italia è presente una situazione simile, ma molto alla lontana: infatti si parla di minoranze linguistiche, peraltro recentemente protette da una legge in materia. Il ladino ad esempio lo si trova nella Val Badia, dove in provincia di Bolzano viene insegnato nelle scuole, e nella Val di Fassa, quindi anche a Trento, limitatamente però alle elementari (specie nella parte alta, Canazei-Moena). Il 3° comune "ladino" è quello di Belluno; il vero centro di tale lingua però è rappresentato da Cortina d'Ampezzo, famoso centro invernale che negli ultimi anni ha subito un decremento del 25 % della popolazione (la gente è costretta ad emigrare dati i troppo elevati costi della vita). Altro comune in provincia di Belluno, importante per il ladino è Livinallongo. Questa divisione del ladino sostanzialmente in tre provincie è dovuta al fascismo: tali territori ladini infatti appartenevano all'Impero Austro-Ungarico e passarono all'Italia quando esso perse la guerra; l'Italia operò in seguito questa divisione nonostante le popolazioni interessate volessero un'unificazione sotto un'unica provincia. Caso a parte è costituito dal friulano, che è comunque ladino e si parla da Udine in su, non interessando la costa: la lingua di recente è stata protetta grazie ad una legge che ne prevede l'insegnamento alle elementari. Altre due lingue del panorama alpino, che però non sono attualmente protette sono l'occitano (che si parla a sud della Val di Susa fino a Frabosa) e il franco-provenzale (dalla Val di Susa in poi: Val d'Aosta e Vallese ne sono il centro). Il franco-provenzale è molto simile al francese, mentre l'occitano sembra un vecchio dialetto piemontese. La differenza tra una lingua e un dialetto sta effettivamente nell'uso che di essa se ne fa: la lingua si usa nei rapporti lavorativi, economici, ., mentre il dialetto è quello parlato negli ambienti familiari e di cui magari si ha vergogna nel parlarlo in pubblico. Passando alle tradizioni alpine, abbiamo già avuto modo di vedere come sia molto frequente la "comunione familiare". Come già detto nelle Alpi ci sono molti aspetti che sono "in comune" ed è forte la coscienza del darsi una mano a vicenda. Importante però è l'appartenenza storica a determinate famiglie: questo infatti dà la possibilità di accedere a tutta una serie di vantaggi e servizi che gli altri non hanno. E' sicuramente anti-democratico perché non accetta "l'altro". Ad esempio a Cortina esistono terreni che non vengono usati per costruirvi perché di proprietà di determinate famiglia che non hanno nessuna intenzione di venderli o di costruirvi loro. Questa consuetudine è detta "delle Regole", da cui si parla di terreno regoliero (soggetto alle regole). In Francia a spartirsi le Alpi sono i cosiddetti dipartimenti, i cui nomi sono stati fissati da Napoleone. Essi si sviluppano secondo un ordine formato da quattro entità: prefettura, sotto-prefettura, capoluogo del cantone, comune. E' chiaro il forte accentramento, tipico tratto francese. L'Italia presenta anch'essa regioni particolari che si dividono le Alpi, denominate a Statuto Speciale (Val d'Aosta, Trentino Alto-Adige, Friuli Venezia-Giulia). Il caso del Trentino è ancora più particolare: il Consiglio Regionale non ha di fatto alcuna importanza, esistono due province autonome. L'Italia concesse uno Statuto d'Autonomia nel 1972, ma non venne applicato. Solo nel 1992, dopo costanti pressioni da parte Austriaca che di fatto vigilava sulla situazione, l'Austria stessa firmò la "quietanza liberatoria" e lo Statuto venne applicato del tutto.




Continuando ad analizzare l'aspetto politico-amministrativo delle Alpi, si è già detto del caso di Bolzano. Sempre in quella zona, lo Stato italiano aveva cercato di mandare più persone possibile per "italianizzare" la zona. Per i posti di lavoro nella pubblica amministrazione esiste la legge proporzionale etnica a regolamentarne le assunzioni: essa prevede l'assunzione di tre persone di lingua tedesca, una di lingua italiana ed una ladina. Ultimamente è garantita la possibilità anche a persone provenienti da fuori che facciano domanda di assunzione in Bolzano e provincia. Spostando la nostra attenzione sugli altri paesi alpini, vediamo ad esempio come la Francia presenti forti differenze fra Alpi settentrionali e meridionali: una sorta di linea spartiacque non è facilmente individuabile, si è soliti fare riferimento a quella passante per Monginevro-Grenoble-Briançon, ma non è assoluta. La Svizzera invece, dal punto di vista politico è divisa in 23 cantoni e 26 stati, questo perché esistono 2 semi-cantoni Basilea città e Basilea campagna, Appenzel interno ed esterno (Basel Stadt e Basel Land, Appenzel A.Rh. e Appenzel I.Rh.) e inoltre la divisione dell'Unterwalden in Obwalden e Nidwalden (alto e basso). Politicamente tutti i cantoni hanno lo stesso peso, non si usa il proporzionale: esprimono due voti ciascuno. E' un metodo ormai utilizzato in pratica solo qui, ma si usa per non fagocitare le campagne. L'Austria invece è divisa in Lander, alcuni totalmente alpini (Carinzia e Sud-Tirolo), mentre la Germania non è molto interessata dal fenomeno alpino se non per la Baviera (unico land tedesco) che è al suo interno molto centralistica. Le Alpi nonostante questo hanno importanza nello spirito tedesco, tanto che sono stati tra i fautori della loro protezione. Tornando per un attimo alla Svizzera, in alcuni cantoni è ancora presente la "Landsgemeinde", ovvero un'istituzione ancestrale risalente al Medioevo che rappresenta l'assemblea popolare. Tale istituzione viene usata nei cantoni in cui è vigente nelle elezioni governative: in pratica vengono riunite tutte le persone in una piazza e l'elezione è pubblica. Si vota con l'alzata di mano, chiunque si può candidare (anche senza supporto) e il conteggio viene effettuato tramite una stima. Fino a poco tempo fa era aperta solo agli uomini, poi dal 1992-93 è stata aperta anche alle donne. Questa istituzione è stata abolita a Schwyz nell'800, a Uri nel 1928, a Unterwalden 1996. E' ovvio che si può mantenere ed attuare in luoghi che non presentano troppi abitanti. In alcuni cantoni fu abolita a causa dell'esposizione al pubblico ludibrio di alcuni governatori. A Schwyz però non è stata abolita del tutto infatti è ancora usata nei distretti che sono molto forti e rappresentano di fatto degli stati nello stato. Ovvio che con l'assemblea popolare il voto non poteva essere segreto. Brevemente vediamo la Convenzione delle Alpi: è un istituto abbastanza giovane, sedici anni fa nacque nel 1988: è un organismo interstatale patrocinato dall'Unione Europea, con lo scopo di un omogeneo trattamento del patrimonio alpino. Con essa infatti si obbligano tutti i paesi alpini ad avere una linea comune nella salvaguardia. Un ruolo rilevante per tale convenzione lo ha avuto la CIPRA, un'organizzazione con sede a Vaduz in Liechtenstein. Passando allo studio della popolazione alpina, si prende in considerazione il 1871 perché è la data del primo censimento attendibile per i paesi alpini. Il 2° passo è il 1951, che rappresenta il primo censimento alpino del dopoguerra per tutti gli Stati e coincide con la fine della civiltà rurale. La 3° tappa è il 1951-1981, ovvero il periodo pre-industriale, mentre il 1981-2000 quello post-industriale. Le scelte che invece opera Bartaletti saranno differenti, ad esempio nella data di partenza: il 1901. La scelta si motiva con il fatto che fino a quella data la popolazione alpina "tiene", cioè resiste senza decrementi notevoli. Successivamente, in Italia, ci sarà il crollo demografico, che colpì le Alpi soprattutto con la privatizzazione degli usi comuni. In Francia tale decremento inizia prima, per poi conoscere un nuovo aumento, poiché la popolazione andò a risiedere nei fondovalle: Grenoble ne è un esempio. Una metropoli in un fondovalle.


Documentazione allegata: 2 fotocopie "Dati sulle popolazioni alpine e loro variazioni"

" Bacini dei principali corsi d'acqua alpini"




Come abbiamo già avuto modo di notare in precedenza, l'Italia non conobbe subito il decremento demografico alpino. L'ultima fase presa in considerazione nelle tabelle relative a tale fenomeno si riferisce al periodo 1981-2001 che risulta essere molto simile al primo grande periodo 1871-1901. Ci si attesta infatti sugli stessi valori, con un rallentamento rispetto al precedente periodo analizzato (quello del boom economico). Questo però è un comportamento rilevato solo in tre paesi alpini: Francia, Svizzera e Germania. O meglio, qui è maggiore l'incremento alpino rispetto agli altri paesi. Italia ed Austria hanno conosciuto uno sviluppo ma non così grande (1/5 rispetto alle altre tre). Successivamente i dati vengono paragonati a quelli urbani: in Italia la popolazione urbana guadagna 1.6 %, quella alpina 1.7 %, per cui i valori sono molto vicini. A contribuire a questo incremento alpino sono però soprattutto le grandi aree metropolitane: esistono comuni alpini che però fanno parte delle aree metropolitane di grandi città. Si assiste quindi ad un fenomeno di "metropolizzazione". Perché infatti se si analizzano i comuni alpini in sé, si scopre che essi sono per lo più in perdita demografica: le zone a forte incremento demografico sono Valtellina (Bormio-Livigno), parte della Val di Susa, alcune zone della Val d'Aosta. Quindi per il resto le altre zone non vanno "a gonfie vele". In Germania e Austria la situazione è ancora peggiore perché il fenomeno di urbanizzazione è stato ancora più spinto. Analizzando i dati italiani la situazione è di forte decremento. Non mancano le zone in aumento come Bolzano (+ 107,8 %) e Varese-Como-Lecco (+ 76,8 %): in quest'ultimo caso il dato è però viziato dalle aree metropolitane di fondo-valle. Situazioni non rosee sono anche Cuneo (Alpi Cozie), Liguria non costiera, Torino (Alpi Graie) e Friuli. Poi ovviamente dietro ogni dato si cela una ragione e realtà ben precisa. Per fare un esempio si può citare il caso del Nord-Piemonte: Biella ed Ossola sono state colpite dal crollo dell'industria tessila (Biella) e chimica metallurgica (Ossola), nonché dal massacro delle bellezze naturali da parte delle industrie idro-elettriche.


Documentazione allegata: 1 fotocopia "Tabella delle variazioni % della popolazione alpina italiana"




Negli studi sulle Alpi molto importante è il contributo di Betzing: trasmette uno stampo germanico nelle sue indagini. Limitatamente al fenomeno italiano troviamo il Dainelli. Analizzando i dati percentuali relativi all'incremento/decremento alpino, si nota che le zone a maggior incremento sono Bolzano e Aosta: ma questo incremento è dovuto a vari fattori. Nel primo caso, fu il fascismo a contribuire in maniera determinante, poiché inviò numerose persone dal Sud e dal Veneto a popolare quella zona in modo da contrastare un possibile ritorno austriaco. Nel caso di Aosta invece fu lo sviluppo metallurgico che portò lavoro e quindi persone. Tali incrementi dunque risultano essere viziati, e l'unica zona prospera per forze proprie (senza cioè interventi esterni) sembra essere la Valtellina. Soprattutto la provincia di Sondrio vive un buon momento e non per il turismo, che verrà nel dopoguerra. In questa zona si sviluppano industrie tessili, agricoltura e scambi commerciali con la Svizzera. I suoi punti forti sono essenzialmente i centri di Sondrio, Morbegno, Chiavenna e Bormio. Nel ventennio 1951-71 entra in crisi la provincia di Belluno per vari motivi, tra cui la zona poca turistica, le difficoltose vie di comunicazione e la scarsità di industrie (che arriveranno successivamente). Dal 1971-91 rallenta la crescita delle zone al margine alpino: questo perché vi è crisi della grande industria (tessile e metallurgica). Per cui Trento, Aosta, Bolzano e la Valtellina sono le uniche a resistere e a mantenersi su buoni livelli. Crisi invece per il Nord-Piemonte: ha goduto per un certo periodo della produzione industriale ma con il tempo viene abbandonato. Ma i motivi di tali vanno ricercati anche nell'emarginazione dovuta alle vie di comunicazione e alla crisi di quel poco turismo che ancora vi è. Dal 1991 al 2001 si registrano segnali di ripresa in zone che sembravano derelitte come le Valli Cuneesi e il Bellunese. Un altro dato importante, è che le città alpine furono a lungo definite "zona grigia" delle geografia, cioè trascurate dallo studio geografico. Pochi infatti risultavano i lavori e le ricerche compiute in merito, prima dell'interessamento del Batzing e l'unico in circolazione era rappresentato dal volume di G.De Matteis; egli promosse inoltre un Congresso a Verbania nel 1971 che segnò una divisione tra la vecchia e la nuova geografia. De Matteis fece una ricerca su tutte le città alpine utilizzando dati parametri. Il problema più grosso che ci si accorge di dover affrontare svolgendo ricerche sulle città alpine, è l'assenza di ricerche sulle reti urbane, da quelle generali (figurarsi per quelle specificatamente alpine.). Altro ostacolo è la divisione del territorio alpino. Ad esempio Perlick usa come parametro quello svizzero che fissa in 10 mila abitanti la distinzione fra urbano e non urbano. Lo stesso Perlick opera successivamente una correzione: se non si possiedono 10 mila abitanti, bastano 5 mila posti di lavoro (in qualunque settore). Anche questo criterio si rivela però errato. Perlick ha il merito di individuare le agglomerazioni alpine, ma lo fa tramite un parametro non giusto, ovvero il pendolarismo (fissato al 30 %).




Perlick pone una differenza tra città medio-piccole e agglomerati urbani: il parametro necessario per la distinzione è il numero di occupati nei grandi settori. Come già visto, egli ritiene che anche nelle Alpi esistano queste realtà ma per identificarle utilizza un parametro non esatto, cioè il pendolarismo (con sogli del 30 %). Secondo Bartaletti, nel 1998 esistono un certo numero di "città" nelle Alpi che vengono aumentate nella successiva ricerca. Nelle classificazioni bisogna tenere conto di un fatto: la popolazione del centro urbano va distinta da quella delle frazioni circostanti. La Francia ha stabilito questo criterio a 2000 unità; i censimenti invece riportano i dati relativi a comuni e frazioni insieme. E' necessaria quindi una distinzione. Se nelle Alpi si parla di città in termini di comune troviamo solo Trento che supera i 100 mila abitanti; se si parla si città in termini di agglomerato solo Trento e Bolzano. Se si estende la ricerca anche alla fascia alpina che interessa le grandi città, allora troviamo anche Biella, Varese, Lecco e Bassano del Grappa. Esiste un processo di metropolizzazione nelle città alpine: è un termine usato da studiosi svizzero-tedeschi: in pratica le Alpi mantengono ancora un ruolo industriale, controllato però dalle città di pianura. Questo ruolo è un segno negativo: perché siamo nell'era post-industriale e a chi viene affidato tale ruolo viene rifilato un materiale non più utile (o poco) e magari inquinante. Un altro aggettivo molto usato in studi di questo tipo è "entro-alpino": gli svizzero-tedeschi affermano che tali città cosiddette "entro-alpine" invece non hanno più tale ruolo industriale di secondo piano, anzi: danno lavoro ad un cospicuo numero di persone e forniscono anche importanti settori (ma sono attività che rimangono per lo più sconosciute alla maggior parte delle persone). Il quadro economico alpino, che qui chiudiamo, non è dunque roseo, per molti motivi già analizzati (Rivoluzione Industriale, turismo poco esteso e molto localizzato). Gli indicatori Batzing invece sono parametri divisi in categorie particolari: agricoli, industriali, terziari, di turismo, equilibrati, di pendolarismo, zentren (comuni urbani), piccoli (sono tutti aggettivi riferiti alla parola "comuni": es. comuni agricoli, industriali,.). Si parla anche di dominanza di un settore sull'altro (dove si hanno almeno 30 posti in più). Bartaletti invece usa un'altra classificazione in base al quoziente di localizzazione (q.l.)




Chiudendo l'argomento circa gli indicatori, uno dei limiti degli indicatori Batzing è che, collocando un comune in una determinata classe, non lo si può poi collocare in nessun'altra. Spostiamoci ora alla vegetazione delle Alpi: non esiste un dato preciso per quanto riguarda la copertura forestale alpina, almeno perl'Italia. Si fanno delle stime e sono a livello regionale. Oltre tutto esse non permettono di effettuare grosse distinzioni tra conifere, bosco misto e abete rosso. Come già detto il dato è regionale, il che significa che non si riferisce solo alla parte alpina della Regione ma bensì a tutta la Regione. Esistono poi anche dati provinciali più dettagliati ma poco confrontabili con gli altri. In Svizzera e Germania, la vegetazione è composta per lo più da conifere, in Francia da abeti rossi e pini. In Italia la situazione è un po' una via di mezzo tra le due precedenti: da notare però la presenza dei larici. La zona in cui sono più diffusi è quella delle Alpi Piemontesi. Questi alberi hanno la caratteristica di sopportare i grossi sbalzi di temperatura, cosa che non fa l'abete rosso (che inoltre necessita di umidità). Nel Parco della Val di Susa fa eccezione la folta presenza di abeti rossi (per il micro-clima e il suolo). Veniamo alla produzione energetica nelle Alpi: si stima che si producano circa 40 milioni di Mega Watt, con Italia, Francia e Svizzera come nazioni più potenti nel settore (anche se alla Svizzera va il primato assoluto). E' però una risorsa al servizio di altri. Il vantaggio per i paesi alpini un tempo era costituito dall'occupazione che tale risorsa offriva: ad esempio valli come la Val Formazza e Val Antrona avevano circa 70-80 occupati e in comunità (come quelle) di 300 abitanti significava in pratica la piena occupazione. Peccato che negli ultimi anni, l'automazione dei sistemi abbia fatto drasticamente calare anche il numero di occupati. Ovviamente un cenno meritano anche le dighe: la più alta si trova in Francia (+ 300 m), in Italia c'è la Diga di S.ta Giustina in Trentino. Alcune sono diventate oggetto di turismo vero e proprio.




Concludiamo il corso parlando dell'evoluzione del turismo alpino, che si articola sostanzialmente in 5 fasi:

E' la fase della "Bel Epoque", la fase dei pionieri. Il turismo alpino anticipa un po' il turismo balneare, almeno come noi lo intendiamo oggi. Verso il 1880 inizia il turismo alpino più vicino a quello odierno. Era un turismo di pionieri e alpinisti che con le loro scoperte invogliavano le persone a scoprire i luoghi alpini. Un primo sviluppo turistico nelle Alpi si ha già dal 1840: si scelgono siti di fondovalle intorno ai 1200 m. Per lo più località teatro di imprese alpinistiche e che offrivano un paesaggio molto affascinante. Si ha dunque la formazione di grandi stazioni turistiche alpine come Chamonix, Courmayeur e Cortina, tutte legate alla presenza di grandi alberghi. E' un tipo di turismo che oggi ormai non esiste più ma che ha contribuito ad aprire la strada alla scoperta delle Alpi.

Fine 1° conflitto mondiale-Metà anni '50 (1920-1955). La fase si articola dal primo dopoguerra fino al periodo precedente il boom economico (Anni '60). Si assiste ad una democratizzazione del turismo, quindi un turismo alpino che apre le porte non solo ai nobili, ma anche a borghesi e medio-borghesi. E' ancora forte la villeggiatura estiva, ma va in crescendo anche quella invernale. Località più in vista sono Ortisei, Davos e St.Moritz, meno invece Courmayeur, Sestriere e Val di Susa (anche se qui il centro di Sestriere era stato progettato dalla Famiglia Agnelli come un puro centro sciistico e di villeggiatura già dal 1935). La costruzione dei primi impianti di risalita ha dato una forte spinta al turismo invernale: tali impianti inizialmente venivano sfruttati per trasportare le persone sui belvedere. I primi impianti furono costruiti intorno al 1880-90, con le cremagliere, ma non nascono solo per la stagione invernale. Infatti il trasporto delle persone sui belvedere era sfruttato anche d'estate. Anno decisivo in questo senso fu il 1926: si comincia a concepire tali impianti come per lo più invernali. Quindi gli anni '20 vedono i primi mezzi di risalita, ovvero funivie con un trasporto di circa 10/20 persone (impianti bifune). Tra le due guerre nascono gli Skilift (soprattutto in Svizzera ma anche in Italia ed Austria) verso il 1935. Comincia a vedersi un turismo alpino invernale finalmente diverso da quello estivo: addirittura tale differenza la si può notare dai cartelloni pubblicitari del tempo; estate = belvedere, inverno = sci (e quindi abbigliamento particolare come tuta, occhiali,.)

1960-1982, anni del boom. Si assiste ad una popolarizzazione del turismo alpino e balneare. Quest'ultimo rimane più forte perché più economico, quello alpino è comunque in forte crescita: sempre più persone svolgono turismo invernale per almeno 15-20 giorni all'anno. Con l'arrivo degli anni '70 c'è la vera e propria ascesa del turismo invernale che supera quello estivo sempre più in calo: le località si specializzano in sci di discesa e alcune in quello alpino. Nascono molte località nuove, e si consolidano quelle di antica data (contrassegnate dalla presenza delle funivie, diventate una sorta di contrassegno). Nascono inoltre nuove stazioni d'alta quota: negli anni '30 era sorto Sestriere, negli anni '60 è la Francia ad investire nell'urbanizzazione di alta quota (La Plagne, Courchevel). Incremento anche degli impianti di risalita: con gli anni '60 si sviluppano le prime seggiovie. Alcuni "sintomi" sembrano presagire una crisi del turismo estivo mentre quello invernale sembra in ascesa.

Metà Anni '80-Metà Anni '90: Crisi del settore, specialmente estivo in cui i sintomi precedentemente detti diventano realtà. In generale l'Europeo e in dettaglio l'Italiano, cambiano modo di viaggiare, anche in funzione di una maggiore disponibilità di denaro. Cambia anche il turismo alpino che diventa prettamente invernale. A svantaggiare il settore, sia alpino che balneare, contribuiscono anche le cosiddette vacanze "mordi e fuggi" nei week-end. Nelle Alpi si creano comprensori inter-vallivi con la conseguente penalizzazione delle piccole località. Si tende ad unificare piste su versanti diversi e chi quindi può offrire tale servizio cresce e si sviluppa, chi non può addirittura rischia la chiusura (che in alcuni casi c'è stata). Alcune località poi sono state "riportate in vita" (è il caso di Crissolo, Argentera, Ponte Chianale) ma sembra essere solo questione di tempo. Si tende inoltre a dismettere vecchie funivie e/o sciovie, per costruire grandi mezzi che permettono di portare mediamente 1200-1400 persone l'ora (la media con i vecchi mezzi era di circa 500 l'ora) ma alcune località toccano anche i 1800, 2400 e anche 3000 persone l'ora. Ovviamente questi moderni mezzi di agganciamento automatico privilegiano le località che li possiedono ma escludono le altre: i mezzi costano dai 7-8 miliardi di lire fino ai 12, ed inoltre necessitano delle presenza di molti battipista (che costano sui 350 milioni) per avere piste sempre perfette e battute. Per cui, si capisce che solo le grandi stazioni possono permettersi tutto questo mentre le altre vengono tagliate fuori. Questo "trend" è seguito da Italia, Francia e Austria ma non dalla Svizzera (crescono gli impianti ma non la loro portata, forse per una politica di risparmio).
















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