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Letteratura - Eugenio Montale

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Letteratura


Eugenio Montale



Nasce a Genova da un'agiata famiglia della media borghesia (il padre è titolare di una ditta importatrice di prodotti chimici). Trascorre gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza fra Genova e monterosso, nelle Cinque Terre, dove i Montale possiedono una villa.



Porta a termine gli studi di ragioneria, più brevi e meno impegnativi dei lunghi studi classici, che i suoi genitori hanno preferito a causa della salute malferma del piccolo Eugenio. Nello stesso anno montale comincia a prendere lezioni di canto dal maestro Ernesto Sivori (vuole diventare baritono) e a frequentare assiduamente la Biblioteca Comunale, ponendo le basi di una cultura vastissima, perseguita per lo più da autodidatta, con la sola "guida" della sorella maggiore Marianna (iscrittasi, nel 1916, alla Facoltà di Lettere), appassionata studiosa di filosofia.






Viene chiamato alle armi: frequenta il corso di allievi ufficiali a Parma, dove, tra altri letterati e scrittori conosce Sergio Solmi, il quale lo introdurrà poi nell'ambiente degli intellettuali torinesi raccolti intorno a Pietro Gobetti. Viene inviato al fronte in Trentino, prima a Valmorbia e poi a Rovereto. Al finire della guerra comanderà il campo di prigionia di Lanzo Torinese.



Congedato, fa ritorno a Genova, e qui entra in amicizia con il poeta Camillo Sbarbaro, con Angelo Barile, con Adriano il Grande e con altri esponenti della vita letteraria e culturale della città.



Collabora a "Primo T 939d32j empo", rivista torinese di Giacomo Debenedetti e Sergio Solmi.



Collabora anche alla rivista di Pietro Godetti, "Il Baretti". Nello stesso anno firma il Manifesto degli intellettuali Antifascisti di Giovanni Amendola e Benedetto Croce. Conosce Roberto Bazlen, singolare figura di letterato triestino culturalmente aggiornatissimo, il quale fa conoscere a Montale le opere di Svevo: sono proprio gli articoli montaliani sulla narrativa sveviana pubblicati fra il 1925 e il 1926 a dare inizio alla fortuna critica italiana ed europea di Svevo.



Dopo la morte tragica, nel 1926, di Pietro godetti, esule a Parigi per le persecuzioni fasciste, stringe amicizia con Italo Svevo, con il quale intratterrà un importante carteggio. A Trieste, ospite di Svevo, conosce Umberto Saba. In quell'anno collabora ad importanti riviste come "Il Convegno" e "La Fiera letteraria".



Viene assunto come redattore della casa editrice fiorentina Bemporad. Deve quindi trasferirsi a Firenze, in quegli anni vera capitale culturale della nazione.



E' direttore della Biblioteca del gabinetto Vieusseux fino a quando è allontanato dall'incarico perché si è rifiutato di prendere la tessera del Partito fascista. Questi anni sono caratterizzati da una straordinaria intensità di rapporti umani e culturali: assiduo frequentatore delle "Giubbe rosse", il caffè punto di incontro degli intellettuali fiorentini, Montale conosce, fra gli altri, Elio Vittoriani, Carlo Emilio Gadda, Salvatore Quasimodo, Arturo Loria, Guido Piovene, Gianna Mancini e i critici Giuseppe de Robertis e Gianfranco Contini.

In quegli anni collabora a "Solaria", la rivista di Carocci, Ferrara e Bonsanti e a "Pegaso", di Ometti, Pancrazi e de Robertis. Conosce numerosi scrittori come Vittorini, Gadda, Loria e Drusilla tanti, la "Mosca" che diventerà poi sua moglie (allora era moglie del critico d'arte Matteo Marangoni).



E' allontanato dal Gabinetto Viesseux. Collabora a "Campo Marte" di Gatto e Pratolini e a "Letteratura" di Bonsanti.



Cominciano i duri anni di guerra. I compensi per poesie e articoli pubblicati in varie riviste e per alcune traduzioni sono i soli proventi.



Si iscrive al Partito d'Azione e lavora per il Comitato Nazionale di Liberazione toscano; nel '45 fonda, con Bonsanti, Loria e Scavarelli, il quindicinale "Il Mondo", che diresse per due anni.



Dopo un periodo di collaborazione alla "Nazione", si trasferisce a Milano, dove lavora come redattore al "Corriere della Sera" (cui ha cominciato a collaborare nel 1946) e critico musicale nel "Corriere dell'Informazione".



E' nominato senatore a vita.



Ottiene i premio nobel. Aveva già ricevuto la laurea honoris causa dalle Università di Milano e Roma.



Fino agli ultimi anni continua a vivere solo (la moglie era morta già nel 1963), a Milano, città che prediligeva perché anonima e discreta. Muore il 12 settembre 1981.



La poesia di Montale


Il motivo di fondo della poesia di Montale è una visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, in cui, crollati gli ideali romantici e positivistici, tutto appare senza senso, oscuro e misterioso. Vivere, per lui, è come andare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia (Meriggiare pallido e assorto) e che impedisce di vedere cosa c'è al di là, ossia lo scopo e il significato della vita.

Né d'altra parte c'è alcuna fede religiosa o politica (chierico rosso o nero, egli scrive in Piccolo testamento, con chiara allusione al cristianesimo e al marxismo), che possa consolare e liberare l'uomo dall'angoscia esistenziale. Nemmeno la poesia, che per Ungaretti e in genere per i poeti del Decadentismo è il solo strumento per conoscere la realtà, può offrire all'uomo alcun aiuto.

Perciò, egli scrive, «non domandarci la formula che mondi possa aprirti», ossia la parola magica e chiarificatrice, che possa darti delle certezze, come pensano di dirla «i poeti laureati». L'unica cosa certa che egli possa dire, è «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», ossia gli aspetti negativi della nostra vita.

Di fronte al «male di vivere» non c'è altro bene che «la divina Indifferenza», ossia il distacco dignitoso dalla realtà, essere come una statua o la nuvola o il falco alto levato (Spesso il male di vivere).

Questa indifferenza non è sempre concessa al poeta, il quale è spesso preso dalla nostalgia di un mondo diverso, dall'ansia di scoprire «una maglia rotta nella rete / che ci stringe», «lo sbaglio di natura», «che ci metta nel mezzo di una verità».

La negatività di Montale oscilla tra la constatazione del «male vivere» e la speranza vana, ma sempre risorgente, del suo superamento. Questa speranza di trasformare in inno l'elegia è evidente negli ultimi versi di Riviere, che chiude la raccolta Ossi di seppia:

Basta guardarsi intorno, suggerisce Montale, per scoprire in ogni momento e in ogni oggetto che osserviamo il male di vivere, come nei paesaggi aspri della Liguria, nei muri scalcinati, nei greti dei torrenti, nel rivo strozzato che gorgoglia, nella foglia riarsa che s'accartoccia, nel cavallo stramazzato di Spesso il male di vivere.

Ogni paesaggio e ogni oggetto è visto da Montale contemporaneamente nel suo aspetto fisico e metafisico, nel suo essere cosa e simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. E' questa la tecnica del "correlativo oggettivo", teorizzata dal poeta inglese T.S. Eliot, consistente nell'intuizione di un rapporto tra situazioni e oggetti esterni e il mondo interiore.

La stessa visione tragica della vita ispira le liriche della seconda raccolta, Occasioni (1939). In essa Montale rievoca le «occasioni» della sua vita passata, amori, incontri di persone, riflessioni su avvenimenti, paesaggi, ricordati non per nostalgia del passato a consolazione del presente, come avviene in Quasimodo, ma per analizzarle e capirle nel loro valore simbolico, come altre esemplificazioni del male di vivere, così che anche il recupero memoriale, tema consueto del Decadentismo, il Montale si risolve in una conferma della propria solitudine e angoscia esistenziale.

Il male di vivere è, per esempio, in Dora Markus. Dora Markus è una donna che il poeta ha conosciuto a Porto Corsini presso Ravenna. Nella prima parte la donna è colta nella sua inquietudine e incertezza, che cerca di scongiurare affidandosi a un amuleto, un topo bianco d'avorio, racchiuso nella borsetta. Nella seconda parte è colta nella sua casa di Carinzia, ripresa dalle sue abitudini casalinghe, ignara che su lei, ebrea, e sull'Europa indifferente «distilla veleno / una fede feroce»: è il presentimento delle persecuzioni naziste e della guerra.

In un'altra poesia (Non recidere, forbice), Montale accenna alla forza disgregatrice del tempo, che ci porta via anche i ricordi più belli. Nella memoria che si sfolla, da cui cioè svaniscono persone e cose care, non recidere, o forbice, invoca il poeta, l'ultimo volto caro che vi è rimasto. Ma è inutile supplicare, un colpo di scure colpisce la vetta dell'albero e l'acacia ferita lascia cadere il guscio di una cicala nel primo fango di novembre. Tutto dunque svanisce lasciando l'uomo in una fredda solitudine.

Nella Casa dei doganieri il poeta ricorda la casa a strapiombo sulla scogliera, che era stata luogo degli incontri con la donna amata; ma il ricordo di quella casa è vivo solo in lui, mentre la donna, frastornata da altre vicende, ha dimenticato. Anche qui la rievocazione del passato si risolve per il poeta in una conferma del "male di vivere", della nostra solitudine.

Temi analoghi, tutti centrati sul male di vivere si leggono nelle due ultime raccolte di liriche, La bufera ed altro (1957), in cui la guerra è l'altra "occasione" di meditazione del poeta, e Satura (1971), che comprende una serie di colloqui del poeta con la moglie Drusilla Tanzi su episodi di vita passata.

Questa sostanziale identità di temi, da Ossi di seppia a Satura, discosta Montale da Un garetti. Mentre in Ungaretti l'«uomo di pena» si trasforma in uomo di fede, Montale rimane sempre solo uomo di pena.



Le Opere


Ossi di seppia

la prima raccolta poetica, pubblicata da Gobetti a Torino nel 1925, comprende poesie composte fra il 1920 e il 1925 (ma Meriggiare pallido e assorto risale al 1926). La seconda edizione si accresce di sei poesie scritte nel frattempo (Vento e bandiere, Fuscello teso dal muro, I morti, Delta, Incontro, Arsenio), ma ne espunge una (Musica sognata), recuperata in seguito e reintrodotta negli Ossi a partire da un'edizione del 1977.

La terza edizione non apporta nessuna aggiunta ma solo qualche cambiamento di posizione delle poesie nell'ambito della raccolta. Lievi ritocchi saranno introdotti nelle edizioni successive, uscite dapprima da Einaudi e poi, a partire dal 1948, da Mondadori.

Gli «Ossi» risentono di molte letture: Dante (non solo della Commedia ma anche delle rime petrose), Pascoli, i simbolisti francesi, i crepuscolari e i vociani, in particolare i liguri Boine, Mario Novaro e Sbarbaro. Ma sopra tutti sta Leopardi, il vero ispiratore di grandissima parte della poesia montaliana.

La metrica degli Ossi non è una metrica rivoluzionaria: i metri tradizionali sono ben riconoscibili e semmai sono "lavorati dall'interno", alla loro struttura se ne sovrappone cioè un'altra, creata da un uso raffinato delle assonanze e dei legami fonici in genere, delle rime ipermetre, degli sdruccioli, sulla scorta dell'insegnamento dannunziano. E' indicativo il fatto che correggendo gli Ossi più antichi, Montale abbia proceduto sempre verso una "normalizzazione" e regolarizzazione dei versi, e mai in senso contrario.


Le occasioni

La seconda raccolta montaliana, edita da Einaudi nel 1939, comprende poesie scritte tra il 1928 e il 1939 e per lo più già apparse in rivista o giornale; cinque liriche erano state anticipate nel libricino La casa dei doganieri e altri versi. La seconda edizione delle Occasioni si accresce di quattro componimenti: Alla maniera di Filippo de Pisis, Addii, fischi nel buio, Ti libero la fronte dai ghiaccioli, II ritorno. Seguono molte altre edizioni, che si scostano da questa solo per lievissimi ritocchi.



L'attenzione poetica montaliana passa dall'esterno (Ossi di seppia) all'interno (Occasioni) così che, oltre all'uscita di scena del paesaggio ligure, si determina anche un accentuarsi dell'oscurità della lettura, legata però quasi esclusivamente all'ignoranza da parte del lettore dell'antefatto biografico di un determinato luogo poetico, all'ignoranza cioè dell'occasione-spinta.

La metrica si muove sempre più saldamente nel solco della tradizione e raggiunge punte altissime di raffinatezza sul piano ritmico e fonico-timbrico.


La bufera e altro

Parzialmente anticipata dalla edizioncina di Finisterre (quindici poesie), uscita dapprima clandestinamente a Lugano (1943) e poi a Firenze (1945; con aggiunte). Comprende liriche composte in maggioranza negli anni più bui della guerra e del dopoguerra: qui, in un linguaggio più aperto a toni discorsivi e polemici, è affrontato, accanto all'analisi di problemi individuali, il confronto con i problemi e le ideologie del tempo, in una visione ancora una volta sostanzialmente critica. Con La bufera e altro si chiude la prima grande stagione della poesia montaliana, seguita da un lungo silenzio.


Quaderno di traduzioni

Del 1948, raccoglie le traduzioni di testi poetici stranieri.


Farfalla dì Dinard

Riunisce brevi racconti usciti sul "Corriere della Sera" e sul "Corriere d'informazione" a partire dal 1946.


Fuori di casa

Raccolta di alcuni articoli scritti in qualità di "inviato speciale" del "Corriere della Sera".


Auto da fé

Del 1966, riunisce poco meno di cento articoli e interventi sulla cultura (ideologia, arte, poesia, musica) e sul costume contemporanei; il titolo richiama alla solenne cerimonia pubblica con cui, in Spagna, l'inquisitore emana le sentenze e allude quindi "al rogo" in cui l'autore brucia le sue opinioni, dando così ad esse una forma definitiva e contemporaneamente distaccandosene per sempre.


Satura

Del 1971, inaugura un modo diverso di fare poesia (le "occasioni" poetiche non sono più alluse per illuminazioni liriche, ma esplicitate in una sorta di diario in versi). La raccolta è caratterizzata da un linguaggio semplice e ormai lontano dalle tensioni ermetiche, da un tono spesso ironico, dall'apertura verso il mondo degli affetti familiari nel ricordo della moglie da poco scomparsa. Montale si accosta di volta in volta ai temi più vivi e sentiti dalla coscienza del tempo, considera la crisi individuale dell'uomo d'oggi, alla vana ricerca di una via d'uscita dalla solitudine interiore, e la crisi generale, storica, della vita sociale, senza nulla mai concedere alle mode del momento.


Diario del 71 e del 72 del 1973.

Altri versi del 1980

Sulla poesia

Raccoglie molte delle recensioni ai poeti, mentre le recensioni ai prosatori sono tutt'oggi ancora disperse in giornali e riviste.


  • Prime alla scala

Raccoglie gran parte delle recensioni musicali (a opere liriche rappresentate per lo più al Teatro alla Scala di Milano, concerti, balletti) scritte negli anni cinquanta e sessanta.


Come ho accennato, Montale vive sia il periodo del primo sia il periodo del secondo conflitto mondiale. Le sue idee politiche lo vedono schierato contro il fascismo.


Parte seconda - Storia



Avvento e caduta del fascismo e la nascita della Costituzione


Nel fascismo lo storico Renzo De Felice ha distinto due fasi, il "fascismo-movimento", dal 1919 al 1922, e il "fascismo-regime", dal 1922 al 1943, anno della caduta della dittatura.

Grazie a questa distinzione, egli pone all'origine del fascismo un ceto medio emergente che prima della guerra si era sentito schiacciato tra una borghesia privilegiata e un proletariato organizzato e socialista, mentre durante la guerra aveva vissuto un momento di protagonismo e di esaltazione e, a guerra conclusa, non accettando di appiattirsi nuovamente, aveva cominciato ad aspirare al potere e a contestare il governo democratico per la "vittoria mutilata", cioè per la mancata assegnazione all'Italia di Fiume (occupata per qualche settimana da Gabriele D'Annunzio) e della Dalmazia. Questo gruppo sociale era anticlericale, antiborghese, anticapitalista e soprattutto antisocialista; amava la guerra e la violenza, di­sprezzava il Parlamento e la donna. A determinare la nascita del fascismo si aggiunsero anche al­tre cause di natura economica e politica. Già nel corso della guerra era emersa la debolezza dell'economia italiana e, su­bito dopo, l'inflazione aveva tagliato drasticamente i salari determinando nel 1919-1920 un periodo turbolento chiamato Biennio rosso per l'ondata di scioperi nell'industria e nell'agricoltura e di occupazioni delle fabbriche e delle terre. Lo stesso Giolitti non era più in grado di fronteggiare la situazione né di costruire coalizioni di governo con i nuovi partiti di massa: non con il Partito socialista, né con il Partito popolare a causa dei princìpi laici e anticlericali del governo liberale.

Nel 1919 Benito Mussolini, ex socialista e pacifista, poi divenuto interventista, fondò i Fasci di combattimento raccogliendo un gruppo di ex combattenti, molti dei quali avevano occupato Fiume con D'Annunzio, li vestì in camicia ne­ra e con essi aggredì i contadini socialisti radunati a Bologna. Gli eventi, noti come fatti di Palazzo Accursio, ebbero con­seguenze sanguinose e furono l'atto di nascita del fascismo. Le camicie nere, infatti, ottennero l'appoggio finanziario di agrari e industriali per effettuare spedizioni punitive contro gli esponenti sindacali e socialisti e bloccare gli scioperi semi­nando il terrore.

Nel 1921, trasformati i Fasci in Partito Nazionale Fasci­sta, Mussolini entrò a far parte dei Blocchi nazionali, la coalizione formata da Giolitti nel tentativo di ottenere una mag­gioranza stabile, ed entrò in Parlamento. Giolitti non riuscì ugualmente a formare un governo. Intanto, a indebolire le si­nistre, avveniva la scissione del Partito socialista e la conse­guente formazione, a opera di Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga del Partito comunista d'Italia, legato alla Terza Internazionale. Subito dopo, un inutile sciopero generale le­galitario veniva stroncato dalle camicie nere.

Intanto gli eventi precipitavano. Il 27 ottobre 1922 30.000 fa­scisti effettuarono la Marcia su Roma che si compì felice­mente grazie alla complicità del re, dal quale Mussolini rice­vette anche la nomina a presidente del Consiglio. Presen­tando alle Camere il nuovo esecutivo, di cui facevano parte li­berali e popolari, il duce pronunciò un discorso di totale di­sprezzo per il Parlamento. Finiva il "fascismo-movimento" e cominciava il "fascismo-regime": la presidenza Mussolini, che fu messo a capo di un governo di coalizione, dimostrava in­fatti che il duce aveva pienamente accettato un compromesso con le classi dirigenti.

Nelle elezioni del 1924, ricorrendo a intimidazioni e brogli, il fa­scismo ottenne il 67% dei voti. L'assemblea parlamentare, co­stituita dopo queste elezioni, contava ancora un'opposizione, ma una nuova svolta fu impressa dal delitto Matteotti, cioè il rapimento e l'assassinio del segretario del Partito socialista che aveva denunciato le irregolarità compiute nelle operazioni elettorali e che probabilmente si accingeva a denunciare due grosse truffe del governo ai danni dello Stato. Per protesta gli esponenti dell'opposizione abbandonarono il Parlamento (secessione dell'Aventino), ma Mussolini rivendicò la re­sponsabilità del crimine senza che né il re né il paese reagis­sero a tanta spudoratezza.

Nel 1925, forte del consenso degli Italiani, Mussolini costi­tuì quindi un Parlamento interamente fascista, peraltro con pochissime competenze perché molte delle sua funzioni pas­sarono al Gran Consiglio del fascismo, mise fuorilegge par­titi e sindacati, imprigionò i comunisti e impose la censura sul­la stampa. Inoltre, ridimensionato il potere del re, cumulò la ca­rica di capo dello Stato con quella di primo ministro, emanò leg­gi per decreto, senza cioè farle approvare dal Parlamento, ri­dusse a una farsa le elezioni in quanto si votava per una lista unica e istituì le Corporazioni, un'organizzazione che inverti­va il rapporto lavoratori-dirigenti sindacali: qui i dirigenti era­no i funzionari di un ministero e non raccoglievano le richieste dei lavoratori, ma imponevano loro dall'alto orari e salari. Il passaggio al regime fu completato nel 1926 dalle Leggi fascistissime che abolirono il diritto di sciopero, istituirono il tri­bunale speciale, il confino di polizia, la pena di morte e l'Ovra, una polizia politica che agiva autonomamente dalla magi­stratura. Il confino avveniva in condizioni durissime e colpì 15.000 persone tra cui numerosissimi gay. Gli antifascisti fu­rono ridotti al silenzio. Vittime illustri del fascismo furono i li­berali Giovanni Amendola e Piero Gobetti.

La costruzione del regime proseguì con la creazione di strutture fasciste parallele a quelle statali come la Milizia, che aveva la stessa struttura dell'esercito, e ponendo il Partito sot­to lo stretto controllo di Mussolini. Aumentarono burocrazia e corruzione. Occorreva ora assicurarsi il consenso dei cattolici.

Dopo la riforma Gentile del 1923 che conteneva vantaggi per le scuole private cattoliche e che il Vaticano compensò con lo scioglimento del Partito popolare, inviso a Mussolini, nel 1929 fu firmato il Concordato che pose fine al contrasto fra Stato e Chiesa che si protraeva dal giorno della presa di Porta Pia. Grazie a questo accordo, il Papa riconobbe l'esi­stenza dello Stato italiano con Roma capitale, ricevette una for­te somma in risarcimento dei territori perduti, la religione cattolica divenne la religione ufficiale dello Stato e la Città del Vaticano uno Stato indipendente.

Mussolini avrebbe voluto costruire uno Stato totalita­rio, ma ci riuscì solo parzialmente. È vero, infatti, che il governo non fu più controllato da nessuna istituzione democratica e che attraverso organizzazioni giovanili, censura e propaganda fu esercitata una continua manipolazione e mobilitazione delle masse, è anche vero però che Mussolini non divenne un ca­po carismatico sia per la presenza della Chiesa sia per quel­la della monarchia.

Sul piano economico il duce continuò sulla via del libe­rismo e varò opere pubbliche ottenendo risultati positivi qua­li la maggiore disponibilità di energia elettrica e di cereali, l'au­mento della rete ferroviaria e autostradale, il risanamento delle Paludi Pontine. Nel 1925 però passò al protezionismo, esaltando il valore morale dell'autarchia, e allo statali­smo, che fu realizzato attraverso l'Iri. Questa svolta depres­se l'iniziativa imprenditoriale, alimentò la corruzione e, togliendo alle aziende ogni incentivo alla competitivita, determinò un au­mento dei prezzi. La battaglia per la lira rivalutò la moneta italiana e abbassò i prezzi delle materie prime favorendo l'industria pesante, ma danneggiò le esportazioni, le piccole e me­die aziende e la nascente industria turistica.



Dopo la Grande Depressione iniziata nel 1929 la si­tuazione economica precipitò. I salari erano i più bassi d'Eu­ropa e il reddito medio nonché i beni di consumo erano di molto inferiori allo standard europeo. In realtà Mussolini, del tutto incompetente circa i meccanismi dell'industria, aveva il mito di un ritorno al mondo rurale e dell'autosufficienza del paese, per raggiungere il quale gli parvero funzionali la bat­taglia del grano e una campagna demografica che fornis­se manodopera per l'agricoltura, ma anche facesse apparire l'Italia un paese forte e bisognoso di espandersi. La Guerra d'Etiopia del 1935-1936 fu lo sbocco naturale del disastro economico e delle velleità guerriere del fascismo. Es­sa si concluse con la conquista di Addis Abeba e la nascita del­l'Impero coloniale italiano. La guerra, nel corso della quale gli Italiani ricorsero a feroci rappresaglie e all'uso di gas a-sfissianti, accrebbe la popolarità di Mussolini nel paese, ma gli alienò le simpatie delle democrazie occidentali che de­cretarono contro l'Italia le cosiddette "inique sanzioni".


Nel 1940 l'Italia entra in guerra a fianco della Germania nazista; è soltanto nel luglio 1943, dopo lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia che, dallo stesso partito fascista, si manifesta un'opposizione al duce.

Il 25 luglio 1943 a Mussolini viene tolta la fiducia dagli stessi gerarchi del partito, che invitano il re a ripristinare l'osservanza dello Statuto.

Vittorio Emanuele III fa arrestare Mussolini e nomina capo del Governo il maresciallo Pietro Badoglio.

L'8 settembre 1943 il nuovo Governo firma l'armistizio con gli anglo-americani; sarà però impossibile difendersi dalla prevedibile reazione dei Tedeschi, prima nostri alleati e, dopo tale data, nostri nemici. Ben presto le truppe tedesche occupano l'Italia del Nord; il re e Badoglio si rifugiano prima a Brindisi poi a Salerno, sotto la protezione degli anglo-americani. Da quel momento e f no al 1945 l'Italia resta divisa in due parti:

  • nell'Italia settentrionale i soldati tedeschi appoggiano lo Stato fascista restaurato e posto sotto la guida di Mussolini (Repubblica di Salò); contro gli invasori e i fascisti nasce un movimento di resistenza armata condotta dai partigiani;
  • nell'Italia meridionale, invece, governano formalmente il re e Badoglio.

I partiti antifascisti costituiscono i Comitati di liberazione nazionale (C.L.N.) che, nonostante siano ostili al re per aver appoggiato il regime fasci­sta per vent'anni, decidono di stipulare con quest'ultimo un accordo contro il comune nemico tedesco. Tale patto, dal quale nasce un regime transitorio, prevede:

  • di rinviare ogni decisione sulla futura forma istituzionale (la scelta fra monarchia e repubblica) alla fine del conflitto;
  • di eleggere un'Assemblea costituente che ha il compito di redigere una nuova Costituzione;
  • di formare un nuovo Governo con la partecipazione di tutti i partiti democra­tici.

L'accordo prevede inoltre che il re Vittorio Emanuele III si ritiri a vita privata e lasci le funzioni di capo dello Stato all'erede Umberto, nominato "luogotenente del regno".

Con la liberazione (25 aprile 1945) l'Italia riacquista la libertà e dà avvio alla ri­costruzione.


II 2 giugno 1946 il popolo italiano viene chiamato a scegliere, con un referen­dum istituzionale, la forma di governo (monarchia o repubblica) e contem­poraneamente vota per eleggere l'Assemblea costituente.

Si tratta di una data di grande importanza: si decide quale forma di Governo adottare e, per la prima volta nella storia del Paese, gli Italiani possono esprimer­si con il suffragio universale; con un decreto del 1° febbraio 1945, infatti, il diritto di voto era stato esteso anche alle donne.

Il referendum decreta la nascita della Repubblica; il nuovo re, Umberto II, sa­lito al trono in seguito all'abdicazione del padre, dopo aver regnato dal 9 maggio al 17 giugno, è costretto a lasciare l'Italia, mentre l'Assemblea costituente eleg­ge come capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola e inizia i lavori per l'e­laborazione della nuova Costituzione.



Parte terza - Diritto pubblico



La Costituzione della Repubblica Italiana


I Principi Fondamentali


La Costituzione repubblicana si compone di articoli, oltre a dispo­sizioni transitorie e finali, ed è così suddivisa:

  • Principi fondamentali (artt. 1-12);
  • Parte prima: Diritti e doveri dei cittadini (artt. 13-54), comprendente quattro titoli (Rapporti civili; Rapporti etico-sociali; Rapporti economi­ci; Rapporti politici);

La Costituzione del 1948 differisce, come vedremo, dallo Statuto albertino per alcune fondamentali caratteristiche:

  • è una Costituzione votata, ossia approvata dal popolo attraverso un'as­semblea costituita da suoi rappresentanti elettivi (e non ottriata, ossia concessa dal sovrano);
  • è rigida (e non flessibile): ciò significa che essa non può essere modifi­cata con una legge ordinaria, bensì esclusivamente attraverso una parti­colare procedura aggravata e con una legge formale costituzionale (art. 138Cost.).

Ha inoltre un carattere programmatico, nel senso che molte delle sue disposizioni non sono di immediata applicazione, ma possono essere applicate solo dopo che siano state integrate con una legge ordinaria.

E' una Costituzione aperta, nel senso che alcune disposizioni, formulate in modo generico, possono essere interpretate diversamente nel tempo essere dunque riempite con contenuti differenti a seconda della diversa nazione storico-politica (è il caso, per esempio, della norma relativa alla proprietà privata, che è stata interpretata in modo via via più restrittivo).

I primi 12 articoli, che enunciano i principi fondamentali in base ai qua­li devono essere interpretate tutte le altre norme costituzionali contengono i concetti di democrazia, la­voro, libertà, uguaglianza, pluralità, solidarietà nazionale, coesistenza paci­fica e cooperazione fra Stati.

  • II principio della democrazia significa che a tutti i cittadini deve essere offer­ta la possibilità di partecipare direttamente o indirettamente alle decisioni relative alla gestione della cosa pubblica. Tale principio è contenuto nell'art. 1, dove si afferma che «L'Italia è una Repubblica democratica» e che «La sovranità appartiene al popolo».
  • L'art. 1 sottolinea inoltre che l'Italia è un paese fondato sul lavoro, indivi­duando così in tale elemento la base dell'intera società. Il principio lavorista è poi ribadito dall'art. 4, che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro ma, nello stesso tempo, impone loro il dovere di svolgere un'attività o fun­zione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
  • Il principio di libertà, o principio personalista, sta a significare che l'ordina­mento giuridico deve sempre rispettare e valorizzare la personalità uma­na, garantendone la massima libertà di pensiero e di azione e tutelando l'inviolabilità dei relativi diritti, come si deduce dal testo dell'art. 2 («La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo») e del­l'art. 3.
  • Il principio di uguaglianza (formale e sostanziale) è una delle più importan­ti conquiste degli Stati moderni, che lo affermarono in contrasto con i principi degli Stati assoluti in cui i cittadini godevano di condizioni giuridiche differenti a seconda della loro classe sociale. Secondo tale principio, come afferma l'art. 3, comma 1, tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge: questa è un'ulteriore garanzia delle libertà riconosciute ai cittadini, tanto che molte leggi ordinarie sono state giu­dicate incostituzionali per violazione di tale principio. Si afferma qui la cosiddetta uguaglianza dei punti di partenza o uguaglianza formale. Spetta, poi, alla Repubblica, cioè alle forze attive della comunità nazionale (enti pubblici, associazioni, società, organizzazioni, partiti, sindacati, confessioni religiose e altre formazioni sociali), «rimuovere» gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono l'effettiva realizza­zione dell'uguaglianza (art. 3, comma 2) favorendo, per esempio le perso­ne deboli o bisognose, garantendo servizi sociali adeguati, assicurando un buon livello di istruzione e di cultura al più ampio numero di cittadini pos­sibile, incentivando l'occupazione (uguaglianza sostanziale).
  • Il principio di pluralità afferma che l'ordinamento giuridico riconosce l'esi­stenza, all'interno della società, di opinioni, interessi, organizzazioni diffe­renti; non solo lo Stato tollera questo pluralismo, ma lo incoraggia in base al presupposto che esso produca un complessivo arricchimento della socie­tà. La pluralità è affermata sotto diversi aspetti: ideologica, sociale e istitu­zionale (artt. 3, 6, 8).
  • Il principio di solidarietà nazionale si collega strettamente con il principio di uguaglianza; in base a esso, lo Stato si impegna a rimuovere le situazioni di disagio e inferiorità delle classi sociali subalterne, a favorire e riconoscere le autonomie locali pur restando lo Stato uno e indivisibile, a tutelare le minoranze linguistiche e soprattutto a tutelare il diritto al lavoro e a pro­muovere le condizioni che rendono effettivo tale diritto (artt. 4, 5, 6).

La Costituzione non tralascia tra i suoi fondamenti il principio di coesistenza pacifica e cooperazione tra gli Stati (art. 11). L'Italia, in verità, fa parte di mol­ti organismi internazionali che si prefiggono di conseguire e mantenere la pace nel mondo (Onu) o di tutelare gli Stati contro eventuali aggressioni esterne (Nato) e, storica­mente, ha svolto un ruolo di primo piano nel progetto di nascita e di svi­luppo dell'Unione europea. Inoltre partecipa in prima fila, con le altre na­zioni del mondo, a tutte le iniziative di carattere umanitario, culturale e so­ciale che richiedono la cooperazione tra i popoli e gli Stati. Si veda, per esempio, il contributo dell'Italia per la risoluzione delle più importanti e urgenti questioni che affliggono i popoli più poveri del pianeta (fame, guerre, analfabetismo, malattie, distruzione dell'ambiente); a Roma ha sede la Fao, l'Agenzia dell'Onu per l'alimentazione e l'agricoltura.



Diritti e doveri dei cittadini


I diritti soggettivi si distinguono in privati (che comprendono i diritti della personalità, di fa­miglia, reali, di obbligazione e che sono trattati dal diritto privato) e pub­blici. Questi ultimi sono appunto contenuti nella Parte prima della Costi­tuzione e si distinguono in:

  • diritti di libertà civile;
  • diritti politici o di libertà politica;
  • diritti civici;
  • diritti sociali ed economici.



I diritti di libertà civile


I diritti di libertà civile attribuiscono al cittadino una sfera giuridica privata sottratta alle interferenze dello Stato.

Essi trovano il più ampio riconoscimento nella nostra Carta costituzionale che, nella sua prima parte, riconosce:

. la libertà personale (artt. 13-16);

. la libertà di riunione (art. 17);

. la libertà di associazione (art. 18);

. la libertà di culto (artt. 19-20);

. la libertà di pensiero (art. 21).


  • La libertà personale comprende la libertà fisica della persona, l'inviolabi­lità del domicilio, la segretezza della corrispondenza, la libertà di circo­lazione e di soggiorno. Nessuno può essere arrestato o perquisito se non per ordine dell'autorità giudiziaria, ordine che può essere emanato nei soli casi e modi previsti dalla legge e deve sempre essere motivato. In casi eccezionali di necessità e urgenza, indicati dalla legge, è ammesso il fer­mo da parte dell'autorità di pubblica sicurezza: questa deve, però, chie­derne la convalida entro 48 ore all'autorità giudiziaria, e, se la convalida non è data entro le 48 ore successive, il provvedimento s'intende revo­cato. Pertanto il fermo di polizia non può protrarsi oltre 96 ore. Analo­gamente, qualsiasi limitazione all'inviolabilità del domicilio e alla libertà e segretezza della corrispondenza può avvenire soltanto con atto motiva­to dall'autorità giudiziaria e con le garanzie stabilite dalla legge. La liber­tà del cittadino di circolare e soggiornare in qualsiasi parte del territorio nazionale può essere limitata dalla legge, in via generale, per soli motivi di sanità o di sicurezza. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvi gli obblighi di legge.
  • La libertà di riunione è pure tutelata dalla nostra Costituzione, la quale stabilisce che tutti i cittadini possono riunirsi pacificamente e senz'armi. Per le riunioni in luogo privato o in luogo aperto al pubblico non è richie­sto preavviso.
  • La libertà di associazione è pienamente garantita dalla Costituzione, che accorda a tutti i cittadini il diritto di associarsi liberamente, senza esse­re tenuti a chiedere autorizzazione.
  • La libertà di culto consiste nel diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, di farne propaganda e di esercitarne in privato e in pub­blico gli atti di culto.

Solo per questi ultimi la Costituzione pone una limitazione, prescriven­do che non siano contrari al buon costume.

La libertà di pensiero (ovviamente, da intendersi come libertà di manife­stazione del pensiero) è riconosciuta in ogni sua forma dalla legge fon­damentale, nella quale viene proclamato che «tutti hanno diritto di ma­nifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».


I diritti politici


I diritti politici, o di libertà politica, attribuiscono al cittadino il potere di partecipare, direttamente o indirettamente, al governo dello Sta­to e degli enti pubblici territoriali.

I più importanti diritti politici, che trovano riconoscimento nella nostra Costituzione, sono:

  • il diritto di elettorato, ossia il diritto di partecipare con il proprio voto («personale ed eguale, libero e segreto») all'elezione delle persone da preporre alle cariche pubbliche (elettorato attivo); il suo esercizio viene considerato, al tempo stesso, un «dovere civico» (art. 48);
  • il diritto di eleggibilità e, in genere, di essere ammessi (elettorato passivo} alle cariche pubbliche (art. 51);
  • il diritto di petizione, per cui tutti i cittadini possono rivolgere petizioni al Parlamento per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità (art. 50);
  • il diritto di associarsi liberamente in partiti politici (art. 49).

I partiti politici, secondo il profilo giuridico, sono associazioni non rico­nosciute, liberamente organizzate, di cittadini che concordano su un me­desimo programma di governo dello Stato e mirano, attraverso le ele­zioni, alla conquista del potere, al fine di dare a quel programma con­creta realizzazione.

La Costituzione assegna loro una funzione fondamentale per la vita democratica dello Stato. Secondo l'art. 49 della Costituzione, «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con meto­do democratico a determinare la politica nazionale».

L'azione dei partiti ha un maggior peso nelle forme di governo parlamentare: qui la stessa designazione dei membri del Governo, la permanenza in carica dell'esecutivo e anche l'elezione del capo dello Stato (se vi è una repubblica) dipendono dalla direzione dei partiti, di fronte alla quale esce spesso morti­ficato il prestigio degli organi costituzionali.


I diritti civici


I diritti civici sono i diritti di ottenere dallo Stato determinate prestazioni.

Fra questi:

  • il diritto di azione, cioè il diritto di rivolgersi agli organi giurisdizionali per ottenere l'attuazione della legge nel caso concreto, sancito dal­l'art. 24 della nostra Costituzione, la quale, dopo aver affermato che «Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e inte­ressi legittimi» e che «La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e gra­do del procedimento», dichiara che «Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giu­risdizione»;
  • il diritto di ammissione alle scuole pubbliche (art. 34, comma 1: «La scuo­la è aperta a tutti»; art. 34, commi 3 e 4: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli stu­di.). Rientrano ancora in questo gruppo il diritto a usu­fruire dei pubblici servizi (postale, telegrafico, telefonico, ferroviario), il diritto all'uso normale dei beni demaniali, il diritto alla protezione diploma­tica all'estero ecc.

I diritti sociali ed economici


I diritti sociali sono diritti che il singolo ha nei confronti dello Stato a tutela delle sue stesse possibilità di esistenza.

Fra questi rientrano:

  • il diritto al lavoro riaffermato all'art. 4 della Costituzione italiana, nei Principi fondamentali: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo que­sto diritto».
  • il diritto alle diverse forme di assicurazioni sociali (art. 38) ecc. La Repub­blica provvede ad assicurare al cittadino inabile al lavoro un'adeguata as­sistenza sociale; uguale assistenza è assicurata in caso di disoccupazione involontaria, infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia.
  • I diritti economici rientrano tra le libertà economiche previste dalla Co­stituzione. A norma dell'art. 41, si stabilisce che «l'iniziativa econo­mica privata è libera» e non può svolgersi in contrasto con Futilità so­ciale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla di­gnità umana.

I doveri dei cittadini


La Costituzione precisa - all'art. 4 - che «ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che con­corra al progresso materiale o spirituale della società».

Vi è, inoltre, il dovere-diritto per i genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio.

Altri doveri sono precisati negli artt. 52-54.

  • L'art. 52 prevede il dovere di difendere la patria, che si concretizza nell'obbligo di prestare il servizio militare a carico di tutti i cittadini ma­schi, salva la possibilità di prestare un servizio civile sostitutivo nel caso di obiezione di coscienza al servizio militare.
  • L'istituto, modificato da più leggi, ha trovato un significativo riconosci­mento con la legge 8 luglio 1998, n. 230, Nuove norme in materia di obie­zione di coscienza, che fa rientrare l'obiezione di coscienza nei diritti sog­gettivi del cittadino, secondo una concezione più matura della demo­crazia.

Di recente, sono state emanate norme che hanno innovato profondamen­te il sistema militare: da un lato, si è provveduto a istituire l'esercito di volontari, abolendo la leva obbligatoria, e, dall'altro, è stata de­liberata la partecipazione delle donne al servizio nei vari Corpi armati dello Stato, anche con funzioni di comando.

  • L'art. 53 impone l'obbligo di concorrere alle spese pubbliche, versando i tri­buti in proporzione alla propria capacità economica (la cosiddetta «ca­pacità contributiva»).
  • L'art. 54 prevede il dovere di essere fedeli alla Repubblica, di osser­varne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina e onore alle fun­zioni pubbliche, prestando giuramento nei casi richiesti dalla legge.

Parte seconda: Ordinamento della Repubblica (artt. 55-139), comprenden­te sei titoli (Il Parlamento; Il presidente della Repubblica; Il Governo; La Magistratura; Le Regioni, le Province, i Comuni; Garanzie costitu­zionali).









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