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Niccolò Machiavelli (Firenze 1469-1527), scrittore, storico, uomo politico e filosofo italiano.

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Niccolò Machiavelli (Firenze 1469-1527), scrittore, storico, uomo politico e filosofo italiano.

Introduzione: Alla fine del quattrocento l'Italia viene a trovarsi in una situazione critica. Essa, infatti, non è arrivata a costituirsi in uno Stato unitario come, invece, è avvenuto per gli Stati confinanti. Questi, naturalmente, per assicurarsi la supremazia in Europa, danno inizio a una politica espansionistica della quale fa le spese in particolare l'Italia, conquistata per la prima volta nel 1494 da Carlo VII. Da questo momento in poi si moltiplicano le invasioni di francesi, tedeschi, spagnoli, svizzeri e l'Italia diventa oggetto di assedi, calate e sacchi fra i quali particolarmente feroce il "sacco di Roma" del 1527. finalmente nel 1559 il trattato di Caveau Cambrèsis mette termine a questo travagliato periodo, lasciando l'Italia sotto una solida dominazione straniera. Il movimento verso l'unità è stato arrestato e riprenderà solo due secoli e mezzo più tardi; mentre l'invasione straniera ha creato in Italia una crisi economica e morale, inevitabile ogni qualvolta un paese perde la propria libertà.

Nonostante questi avvenimenti e in forte contrasto con essi, all'inizio del Cinquecento la vita sociale e culturale in Italia attraversa un periodo di floridezza. Nelle corti dei principati si conduce una vita raffinata e lussuosa anche da un punto di vista artistico, tanto da incrementare uno dei periodi più ricchi e fecondi culturalmente per l'Italia. Questo rinascimento, come viene chiamato il primo Cinquecento, è dovuto all'impulso generato dalla società comunale e venuto in contatto, nel primo umanesimo, con il mondo della cultura classica, ma che solo ora giunge alla sua piena maturazione. La situazione storica, però, è cambiata completamente per cui si creano co 646e48g ntrasti laceranti e il rinascimento è allo stesso tempo un periodo di fioritura e decadenza.



Gli atteggiamenti tipici del mondo rinascimentale son ben evidenziati da uno dei personaggi più grandi e importanti di questo periodo: Niccolò Machiavelli.

Egli nasce a Firenze il 3 Maggio 1469 da famiglia nobile. Poche notizie si hanno sulla sua giovinezza: sappiamo che aveva ricevuto una vasta educazione di tipo umanistico e che sapeva bene il latino ma non così il greco. Non fu, però, mai un erudito e un letterario ne vero senso della parola, in quanto il suo interesse era rivolto alla storia e alla psicologia umana più che alla forma.

A ventinove anni, nel 1498, entra nell'attività politica della sua città divenendo segretario della seconda cancelleria che si occupava di affari interni e della guerra; da questo incarico gli deriva , poi, l'appellativo di Segretario fiorentino. Machiavelli non è un abile uomo politico né la carica affidatagli è di particolare importanza, ma questa attività, ma questa attività è comunque determinante per lui in quanto il contatto diretto con i protagonisti degli avvenimenti contemporanei gli permette di formare le sue teorie, aderendo alla realtà ed eliminando ogni rischio di astrazione eccessiva.

In questi anni al Machiavelli vengono affidate delle missioni importanti nelle quali, però, egli è più un osservatore che un ambasciatore vero e proprio. Nel 1500 si reca al campo di Pisa dove Firenze era da tempo impegnata a domare la ribellione e dove assiste a periodi di rivolta da parte delle milizie mercenarie. Viene mandato, tra il 1500 e il 1511, quatto volte in Francia alla corte di Luigi XII; nel 1502 si reca prima a Urbino e poi a Senigallia per spiare le manovre di Cesare Borgia; nel 1503 a Roma segue il conclave nel quale viene eletto papa Giulio II che poi accompagnerà, nel 1506, nella spedizione militare contro Imola; nel 1507 viene mandato in Tirolo presso l'imperatore Massimiliano, che sembrava avere delle mire espansionistiche in Italia. 

Questa sua attività pubblica intensa gli fornisce la materia per redigere, in questi anni, una serie di scritti nei quali si va precisando il suo pensiero: Del modo di trattare i popoli della Val di chiana ribellati (1502); descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nell'ammazzare Vitellozzi Vitelli, Oliverotto da fermo, etc. (1503), Rapporto delle cose della Magna (1508); Ritratti delle cose di Francia (1510); ritratti delle cose di Alemagna (1512), etc.

Nel 1512 i Francesi vengono sconfitti; crolla di conseguenza la repubblica fiorentina loro alleata e a Firenze si ristabilisce la signoria medicea sotto il governo del cardinale Giovanni de' Medici, il futuro Papa Leone X. Nonostante il suo atto di sottomissione, il Machivelli non riesce a conquistare la fiducia dei nuovi spignori e nello stesso 1512 viene sollevato dal suo incarico e mandato al confino per un anno. Nel 1513 vine coinvolto in una congiura atimedicea e, dopo essere stato arrestato e torturato, il Machiavelli si ritira nella sua villa presso San Casciano, all'Albergaccio. Durante questo periodo di forzato allontanamento della vita politica egli crea le sue opere maggiori, prima fra tutte Il Principe.

Il trattato De principatibus, come anche si chiama, viene composto in pochi mesi, dal luglio al dicembre 1513, sotto l'impulso della grave crisi cui soffriva l'Italia e per la quale egli vende un rimedio nell'azione di un principe autoritario. Questo principe deve creare uno stato unitario raccogliendo e organizzando i vari signori allo scopo di raggiungere l'indipendenza del Paese. Il Machiavelli ha come esempio quello delle monarchie nazionali, dove però esisteva una tradizione unitaria che manca in Italia. Il principe deve quindi creare questo stato dalle fondamenta, basandosi solo sua abilità ed energia.

Dopo la dedica a Morendo de' Medici e l'analisi fatta dei vari tipi di principato (ereditari, nuovi o misti), il Machiavelli tratta il problema della milizia. Dato che lo stato deve essere volto a garantire la tranquillità e il benessere dei sudditi, questi ultimi si preoccuperanno di proteggerlo per difendere la propria autonomia. E' quindi necessario che l'esercizio sia costituito no più da mercenari, ma dagli stessi cittadini al cui addestramento il principe deve dedicare cure particolari.

 I capitoli centrali sono quelli più discussi e innovativi, dove vengono elencate le qualità che deve possedere questo principe e i metodi che egli utilizzerà nel governo dello stato. Per comprendere la teoria machiavelliana dello stato bisogna dire che, come prima cosa, egli guarda in faccia alla realtà, senza perdersi nelle mistificazioni e nelle immaginazioni dei vari utopisti antichi e moderni, e che, in secondo luogo, egli è un pessimista. Da ciò deriva al Machiavelli la convinzione che gli uomini sono malvagi ed egoisti e che quindi è proprio contro loro che lo stato deve combattere per mantenersi solido. Lo Stato unitario in cui tutti tendono ai medesimi fini è, per il Machiavelli, l'unico modo di vivere civilmente e ordinatamente, mentre al di fuori di esso c'è solo caos. Per lo Stato, allora, l'uomo, e in particolare il principe, deve sacrificare tutti e tutto (la religione, l'arte, al cultura, la morale) deve contribuire a mantenerlo solido e potente. In questo ambito anche la religione deve diventare un fatto sociale, uno strumento di governo, per cui il Machiavelli arriva ad accusare la Chiesa e il cristianesimo di distrarre l0attenzione degli uomini dal mondo reale a quello divino. In questo modo viene e fissato un criterio di giudizio elusivamente politico e quindi completamente nuovo, vale a dire che le azioni dell'uomo non vengono più valutate secondo una legge morale ma secondo l'utilità che esse hanno verso lo stato. Così l'uomo politico va giudicato diversamente da quello privato, per cui ciò che può essere considerato malvagio per un uomo comune, può essere invece considerato buono e giusto per un politico. Molto spesso, dice il Machiavelli, le azioni di un principe sono crudeli e violente, ma vanno giustificate poiché in questo modo egli slava lo stato da attacchi alla sua solidità e quindi agisce nell'interesse della comunità. Il principe, è per Machiavelli, come un centauro, mezzo uomo e mezzo bestia, ed è costretto ad essere centauro, e d è costretto ad essere tale per la malvagità dell'uomo. Questo principe si distingue dagli altri uomini perché possiede la "virtù" che non ha, per il Machiavelli, un valore morale e dogmatico, è invece una forza elusivamente terrena che lo porta ad agire per la pubblica utilità.

In questo modo, dal quale è esclusa la provvidenza, l'uomo è il protagonista e raggiunge la statura di un eroe quando compie grandi azioni per la comunità. Così è successo nel passato e continua nel presente (Cesare Borgia).

Nell'azione dell'uomo politici, però, non è determinante solo la virtù che egli possiede, ma anche l'occasione, cioè la condizione storica adatta al manifestarsi delle sue doti. Il mondo rinascimentale, escludendo l'azione della Provvidenza divina nella Storia, aveva creato una forza che in qualche modo limitava l'agire umano. Questa forza chiamata Fortuna dal Machiavelli, è il caso fortuito e brutale, cioè che in nessun modo l'uomo può prevedere o condizionare; ma a questa  Fortuna il Machiavelli non vuole dare troppo importanza e quindi le dà un peso peri a quello della virtù.

Nella sua opera il Principe il Machiavelli aveva interrotto la composizione dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, iniziati appunto nel 1513 e poi terminati nel 1521. l'opera, concepita come una serie di dissertazioni su alcuni passi del testo liviano che racconta la storia di Roma a partire dalla sua fondazione, è divisa in tre libri. Il primo libro tratta del formarsi dello stato e dei Problemi interni inerenti ad esso; il secolo della sua organizzazione militare e della sua politica espansionistica; il terzo libro parla dei motivi che hanno determinato la potenza, la stabilità e la decadenza di questo Stato. Il tono dell'opera è diverso da quello del Principe; l'autore sembra aver meditato più a lungo; mancano i tono passionali e polemici; sembra che ci sia un distacco dagli eventi contemporanei arrivando a modi più teorici. In realtà queste differenze sono solo apparenti. Il Machiavelli non pensa mai in astratto; le sue generazioni derivano sempre dai fatti reali e dalla consapevolezza che l'Italia sta attraversando un periodo di crisi che la rende inferiore, rispetto agli altri stati, politicamente, militarmente e moralmente,e che unico rimedio a questo è l'intervento di un solo capo geniale. Per mantenere stabile e forte questo stato occorre, però, dopo l'intervento decisivo di un principe, un tipo di governo repubblicano, che armonizzi l'elemento monarchico, aristocratico e democratico e che abbia come solide basi il consenso e la collaborazione del popolo. Quindi, mentre il Principe teorizza il sistema per superare la crisi ed arrivare a costituire uno Stato unitario, i Discorsi teorizzano la forma più elevata di quello Stato, vale a dire la repubblica. Il Principe è una specie di livello politico, i Discorsi sono un trattato sulla tecnica di governo.

Nei Discorsi è più vivo il ricorso agli antichi come sostegno ad esempio per i moderni, cosa che è tipica del rinascimento, ma che il Machiavelli per la prima volta introduce anche nell'agire politico. Vediamo così che le differenze fra le due opere non sono sostanziali; esiste, invece, un'unità di fondo tipica anche degli altri scritti di Machiavelli: il bene dello stato è sempre al di sopra di tutto; la virtù politica è diversa da quella comune; la religione è solo uno strumento di governo, la milizia cittadina è la base della forza politica dello Stato.

Gli altri scritti storici del Machiavelli si possono considerare come completamento o trattazione di alcuni particolari delle teorie esposte nel Principe e nei Discorsi.

Nei dialoghi Dell'arte della guerra, noti anche come De re militari (1519-20), vengono esposti i vantaggi derivanti dall'arruolamento di truppe nazionali rispetto agli eserciti mercenari, e la supremazia della fanteria sui corpi di cavalleria e artiglieria.

Nonostante l'intensa attività letteraria, il Machiavelli si strugge dal desiderio di tornare alla vita politica attiva e di questo abbiamo testimonianza in una serie di lettere che egli scrive al suo amico Francesco Vettori, ambasciatore fiorentino aRoma. Da questa corrispondenza vediamo come il Machiavelli cerca di avvicinarsi ai Medici, che però lo tengono in disparte per molti anni, finché nel 1519 gli chiedono un parere sul progetto di riforma della costituzione fiorentina ed egli scrive il Discorso sopra il riformare lo Stato fiorentino.

Nel 1521 riceve, dallo studio fiorentino e per iniziativa del Cardinale Giulio de' Medici, l'incarico di scrivere una storia della città. Nascono così le Istorie fiorentine composte tra il 1520 e il 1525 e dedicate a Papa Clemente VII. Si dividono in otto libri: i primi quattro trattano la storia d'Italia in generale e quella di Firenze in particolare fino al 1434, anno in cui si stabilisce la potenza medicea; gli altri trattano di Lorenzo de' Medici. Il fine dell'opera, come il Machiavelli dice nel Proemio, è quello di mostrare come sia decaduta una repubblica e come si sia arrivati alla situazione attuale.

In tutte le sue opere storiche il Machiavelli non si preoccupa di fare una cernita delle fonti alle quali attinge. Ciò che gli interessa è di trarre dai fatti che narra una lezione che sia valida in eterno e per questo, a dimostrare certe sue opinioni, utilizza tutte le notizie che possiede, anche quando sono evidentemente pura leggenda. La materia storica viene così pervasa e arricchita dalla sua passione patriottica e dal suo profondo interesse politico.

Il Machiavelli scrive anche opere di carattere letterario che sono, però,assai meno impegnate e piuttosto dilettantesche rispetto a quelle storiche e politiche. Si tratta di Canti carnevaleschi, sonetti e rime varie. Scrissi anche alcune commedie, la più importante e la Mandragola.

La più riuscita delle commedie di Machiavelli, che coltivò l'interesse per il teatro soprattutto durante il periodo di forzata lontananza dalla vita politica attiva, è senza dubbio La mandragola (1518), un'acuta rappresentazione della società e dei rapporti umani delineata con grande forza espressiva. Proprio lo svolgersi della vicenda senza tante digressioni e il suo stile asciutto, così vicino al gusto moderno, hanno fatto di questa commedia un grande successo sia ai tempi dell'autore sia ai giorni nostri. E non si tratta solo dell'argomento (la vittoria della simulazione e della logica dell'utile sulla stupidità), ma anche della rappresentazione dei personaggi, ritratti con singolare lucidità e schiettezza e caratterizzati attraverso il linguaggio con cui si esprimono. Si pensi al parlare pacato e riflessivo di Lucrezia, o all'arguzia dei doppisensi di Ligurio, o alla bieca dialettica di frate Timoteo. È costui forse il personaggio più negativo dell'intera commedia, un corrotto-corruttore senza scrupoli, che ha fatto dell'utile la sua vera religione e che non si vergogna nemmeno ad ammetterlo: proprio nel seguente monologo, tratto dal terzo atto (scena IX), il frate smaschera se stesso, dichiarandosi disposto a ingannare Lucrezia facendo leva sulla sua stessa bontà, pur di trarne guadagno. E poco più avanti (scena XI), per perorare la sua causa con la giovane e indurla a compiere un'azione della cui moralità ella dubita, non esita a citare addirittura le Sacre Scritture.

Lo stile delle sue opere si adegua perfettamente all'argomento trattato ed è quindi privo di superflui ornamenti per cui il suo periodare è ampio quando complesse e molteplici sono le cose da dire, ma può essere, all'occasione, anche estremamente strigliato e semplice.

Così varia anche la lingua che usa latinismi tecnici oppure nuovi, vocaboli desueti, ma anche termini del parlare quotidiano; egli può essere aulico e solenne oppure energico e plebeo o fondere le due cose.

Nelle opere tarde però, questo stile cambia e perde originalità, diventa più accurato e vicino alla prosa classicheggiante tipica del Cinquecento

Negli ultimi anni della sua vita il Machiavelli riceve ancora qualche incarico di scarsissimo valore, finché nel 1527, in seguito al sacco di Roma e alla sconfitta di clemente VII, i Medici vengono di nuovo cacciati da Firenze dove si ristabilisce la repubblica. Il Machiavelli spera di poter riprendere il vecchio incarico presso la seconda cancelleria, ma ormai è sospetto ai repubblicani per il comportamento avuto durante la signoria medicea. Nuovamente messo in disparte muore a soli 58 anni, il 22 giugno 1527 lasciando poverissima la famiglia.

Subito dopo la sua morte ha inizio l'età della controriforma che riprende il pensiero cattolico e ha, ovviamente, come bersaglio maggiore proprio il Machiavelli considerato eretico e immorale. Ma le sue teorie politiche costituiscono una novità troppo importante per poterla trascurare e la nuova teoria della "ragion di Stato" procede sulle orme di Machiavelli.

Solo col risorgimento si comincia ad avere una valutazione positiva del Machivelli che culmina nelle pagine del De Sanctis

Machiavelli: introduzione (2)

I problemi di fondo della politica europea gli si erano così progressivamente chiariti: la necessità di uno stato unitario moderno, la necessità di truppe non mercenarie, il dramma della divisione italiana e della inettitudine della nostra classe dirigente.

I problemi che affronta Machiavelli non sono mai problemi astratti (anche quando sembra che lo siano ), non sono mai problemi che si pongono sul piano delle categorie universali (moralità, utilità, politicità, e così via), ma sono problemi collegati alla valutazione e alla soluzione di una situazione storico-politica concreta, quella dell'Italia nei primi decenni del sec. XVI

La politica ha alcune leggi che non coincidono sempre con con quella della morale: essere buono può sovente procurare la "ruina" di un principe, al contrario, mancare di parola, ingannare, assassinare spesso può salvare uno stato. Di qui l'accusa di immoralità che gli venne presto rivolta, e la formula del "fine che giustifica i mezzi" che gli viene attribuita.

L'interesse del Principe si accentra tutto, invece, sulla figura del "principe nuovo" come la sola che possa sciogliere positivamente la complessa trama della crisi italiana.

Sollecita a provoca il lettore , cui si rivolge , di frequente , con un " tu " perentorio e aggressivo , a farsi compagno e sodale del suo autore , lo immedesima nei dubbi e nelle incertezze di questo . In tal senso la prosa di Machiavelli é eminentemente moderna .

Machiavelli: il pensiero politico e filosofico

 

Machiavelli non è un puro teorico , inteso a costruire freddamente una teoria politica per così dire " in laboratorio " : le sue concezioni scaturiscono dal rapporto diretto con la realtà storica , in cui egli é impegnato in prima persona grazie agli incarichi che ricopre nella Repubblica fiorentina , e mirano a loro volta ad incidere in quella realtà , modificandola secondo determinate prospettive . Il suo pensiero si presenta così come una stretta fusione di teoria e prassi : la teoria nasce dalla prassi e tende a risolversi in essa . Alla base di tutta la riflessione di Machiavelli vi é la coscienza lucida e sofferta della crisi che l' Italia contemporanea sta attraversando : una crisi politica , in quanto l' Italia non presenta quei solidi organismi statali unitari che caratterizzano le maggiori potenze europee e appare frammentata in una serie di Stati regionali e cittadini deboli e instabili ; crisi militare , in quanto si fonda ancora su milizie mercenarie e compagnie di ventura , anzichè su eserciti " cittadini " , che soli possono garantire la fedeltà , l' ubbidienza , la serietà di impegno ; ma anche crisi morale , perchè sono scomparsi , o comunque si sono molto affievoliti , tutti quei valori che danno fondamento saldo ad un vivere civile , e che per Machiavelli sono rappresentati esemplarmente dall' antica Roma , l' amore per la patria , il senso civico , lo spirito di sacrificio e lo slancio eroico , l' orgoglio e il senso dell' onore , e sono stati sostituiti da un atteggiamento scettico e rinunciatario , che induce ad abbandonarsi fatalisticamente al capriccio mutevole della fortuna , senza reagire e senza lottare .

Gli Stati italiani sono prossimi a perdere la loro indipendenza politica e a divenire satelliti delle potenze europee che si stanno disputando il territorio della penisola . Per Machiavelli l' unica via d' uscita da una così straordinaria " gravità de' tempi " é un principe dalla straordinaria " virtù " , capace di organizzare le energie che potenzialmente ancora sussistono nelle genti italiane e di costruire una compagine statale abbastanza forte da contrastare le mire espansionistiche degli Stati vicini . A questo obiettivo storicamente concreto é indirizzata tutta le teorizzazione politica di Machiavelli.



Machiavelli elabora una teoria che aspira ad avere una portata universale , a fondarsi su leggi valide in tutti i tempi e tutti i luoghi .

Machiavelli ne delinea chiaramente il metodo . Esso ha il suo principio fondamentale nell' aderenza alla " verità effettuale " : proprio perchè vuole agire sulla realtà ne deve tener conto e quindi per ogni sua costruzione teorica parte sempre dall' indagine sulla realtà concreta , empiricamente verificabile , mai da assiomi universali e astratti . Solo mettendo insieme tutte le varie esperienze si può poi giungere a costruire principi generali . L' esperienza per Machiavelli può essere di due tipi : quella diretta , ricavata dalla partecipazione personale alle vicende presenti , e quella ricavata dalla lettura degli autori antichi . Machiavelli le definisce ( nella dedica del Principe ) rispettivamente " esperienza delle cose moderne "

Machiavelli ha il coraggio di mettere in luce ciò che avviene realmente nella politica , non di delineare degli Stati ideali " che non si sono mai visti essere in vero " . Proclama infatti di voler andar dietro alla " verità effettuale della cosa " anzichè all' " immaginazione di essa "

Concordemente Machiavelli é stato definito come il fondatore della moderna scienza politica : innanzitutto egli determina nettamente il campo di questa scienza , distinguendolo da quello di altre discipline che si occupano ugualmente dell' agire dell' uomo , come l' etica . Machiavelli , poi , rivendica vigorosamente l' autonomia del campo dell' azione politica : essa possiede delle proprie leggi specifiche , e l' agire degli uomini di Stato va studiato e valutato in base a tali leggi : occorre cioè , nell' analisi dell' operato di un principe , valutare esclusivamente se esso ha saputo raggiungere i fini che devono essere propri della politica , rafforzare e mantenere lo Stato , garantire il bene dei cittadini . Ogni altro criterio , se il sovrano sia stato giusto e mite o violento e crudele , se sia stato fedele o abbia mancato alla parola data , non é pertinente alla valutazione politica del suo operato . E' una teoria di sconvolgente novità.

Solo mettendo insieme tutte le varie esperienze si può poi giungere a costruire principi generali . L' esperienza per Machiavelli può essere di due tipi : quella diretta , ricavata dalla partecipazione personale alle vicende presenti , e quella ricavata dalla lettura degli autori antichi . Machiavelli le definisce ( nella dedica del Principe ) rispettivamente " esperienza delle cose moderne "

Machiavelli é convinto che l' uomo sia un fenomeno naturale al pari di altri e che quindi i suoi comportamenti non variino nel tempo , come non variano il corso del sole e delle stelle . Per questo ha fiducia nel fatto che , studiando il comportamento umano attraverso le fonti storiche o l' esperienza diretta , si possa arrivare a formulare delle vere e proprie leggi di validità universale . Proprio per questo la sua storia é costellata di esempi tratti dalla storia antica : essi sono la prova che il comportamento umano non varia e che quindi l' agire degli antichi può essere di modello . Per lui gli uomini " camminano sempre per vie battute da altri " , perciò propone il principio tipicamente rinascimentale dell' imitazione : Machiavelli nota che ai suoi tempi l' imitazione degli antichi é pratica costante nelle arti figurative , nella medicina , nel diritto e depreca quindi che lo stesso non avvenga nella politica . Da questa visione naturalistica scaturisce la fiducia di Machiavelli in una teoria razionale dell' agire politico , che sappia individuare le leggi a cui i fatti politici rispondono necessariamente e quindi sappia suggerire le sicure linee di condotta statistica . Il punto di partenza per la formulazione di tali leggi é una visione crudamente pessimistica dell' uomo come essere morale : l' uomo agli occhi di Machiavelli é malvagio : non ne teorizza filosoficamente le cause , non indaga se lo sia per natura o in conseguenza ad una colpa originariamente commessa , ma si limita a constatare empiricamente gli effetti della sua malvagità sulla realtà . Gli uomini sono " ingrati , volubili , simulatori e dissimulatori , fuggitori de' pericoli , cupidi di guadagno " e dimenticano più facilmente l' uccisione del padre che la perdita del patrimonio : la molla che li spinge é l' interesse materiale e non sono i valori sentimentali disinteressati e nobili . Tra tanti uomini malvagi il principe non deve nè può " fare in tutte le parti la professione di buono " perchè andrebbe incontro alla rovina : deve anche sapere essere " non buono " laddove lo richiedano le necessità dello Stato . Il vero politico agli occhi di Machiavelli deve essere un centauro , ossia un essere metà uomo e metà animale , deve cioè essere umano o feroce come una bestia a seconda delle situazioni . Tuttavia Machiavelli sa bene come il venir meno alla parola data o l' uccidere spietatamente i nemici per un principe siano cose ripugnanti moralmente : tuttavia se il principe eticamente é malvagio in politica diventa buono , perchè uccide per difendere lo Stato e le sue istituzioni ; allo stesso modo i " buoni " moralmente sarebbero " cattivi " politicamente perchè non uccidendo e non compiendo azioni malvagie lascerebbe perire lo Stato .

Machiavelli individua un ordine di giudizi autonomi che si regolano su altri criteri , non il bene o il male , ma l' utile o il danno politico . E' interessante notare che Machiavelli distingue tra principi e tiranni : principe é chi usa metodi riprovevoli a fin di bene , in favore dello Stato ; tiranno , invece , é chi li usa senza che ci sia necessità . E' solo lo Stato che può costituire un rimedio alla malvagità dell' uomo , al suo egoismo che disgregherebbe ogni comunità in un caos di spinte individualiste contrapposte le une alle altre . Per quel che riguarda il rapporto con la religione , a Machiavelli interessa

solo ed esclusivamente come " instrumentum regni " , ossia come strumento di governo . La religione , in quanto fede in certi principi comuni , obbliga i cittadini a rispettarsi reciprocamente e a mantenere la parola data : questa era la funzione che la religione rivestiva già ai tempi degli antichi Romani , secondo Machiavelli . Tuttavia nei Discorsi Machiavelli muove anche un biasimo alla religione , accusandola di essere spesso stata colpevole di rendere gli uomini miti e rassegnati , di far sì che essi svalutassero le cose terrene per guardare solo al cielo . La forma di governo che meglio compendia in sè l' idea di Stato per Machiavelli é quella repubblicana , che argina e disciplina le forze anarchice dell' uomo . Il principato é per Machiavelli una forma d' eccezione e transitoria , indispensabile solo in certi momenti , come quello che l' Italia sta vivendo ai suoi tempi , per costruire uno Stato sufficientemente saldo . La forma repubblicana é la migliore perchè non si fonda su un solo uomo , ma ha istituzioni stabili e durature .

Machiavelli: il rapporto virtù- fortuna

In Machiavelli si delineano due concezioni della virtù : la virtù eccezionale del singolo, del politico-eroe, che brilla nei momenti di eccezionale gravità, e la virtù del buon cittadino, che opera entro stabili istituzioni dello Stato, e che non è meno eroica della prima.

Machiavelli ha comunque una visione eroica dell'agire umano. Machiavelli sa bene che l'uomo nel suo agire ha precisi limiti, e deve fare i conti con una serie di fattori a lui esterni, e che non dipendono dalla sua volontà. Questi limiti assumono il volto capriccioso e incostante della fortuna. E' questo un altro grande tema della civiltà umanistico-rinascimentale.

Dalla tradizione umanistica Machiavelli eredita la convinzione che l'uomo può fronteggiare vittoriosamente la fortuna. Egli ritiene che essa sia arbitra solo della metà delle cose umane, e lasci regolare l'altra metà agli uomini. Vi sono per Machiavelli vari modi in cui l'uomo può contrapporsi alla fortuna. In primo luogo essa può costituire "l'occasione" del suo agire, la "materia" su cui egli può imprimere la "forma" da lui voluta. La "virtù" del singolo e l' "occasione" si implicano a vicenda: le doti del politico restano puramente potenziali se egli non trova l'occasione adatta per affermarle, e viceversa l'occasione resta pura potenzialità se un politico "virtuoso" non sa approfittarne. L'occasione può anche essere una condizione negativa, che serve di stimolo ad una virtù eccezionale.

In secondo luogo la "virtù" umana si impone alla fortuna attraverso la capacità di previsione, il calcolo accorto. Nei momenti quieti l'abile politico deve prevedere i futuri rovesci, e predisporre i necessari ripari, come si costruiscono gli argini per contenere i fiumi in piena. Si fronteggiano così, nel pensiero di Machiavelli, due forze gigantesche, la fortuna incostante , volubile , e la virtù umana , che è in grado di contrastarla, imbrigliarla, impedirle di far danno, piegarla ai propri fini. La "virtù" di cui parla Machiavelli è quindi un complesso di varie qualità: in primo luogo la perfetta conoscenza delle leggi generali dell'agire politico, ricavate, come sappiamo, sia dall'esperienza diretta sia della "lezione" della storia passata; in secondo luogo dalla capacità di applicare queste leggi ai casi concreti e particolari, prevedendo in base ad esse i comportamenti degli avversari e gli sviluppi delle situazioni, il mutare dei rapporti di forza, l'incidenza degli interessi dei singoli ; infine la decisione, l'energia, il coraggio nel mettere in pratica ciò che si è disegnato: la "virtù" del politico è quindi una sintesi di doti intellettuali e pratiche , che conferma che nel pensiero machiavelliano teoria e prassi non vadano mai disgiunte. Ma vi è ancora un terzo mondo teorizzato da Machiavelli per opporsi alla fortuna, e quindi un'altra dote che concorre a determinare la "virtù" umana: il "riscontrarsi" con i tempi, cioè la duttilità nell'adattare il proprio comportamento alle varie esigenze oggettive che via via si presentano, alle varie situazioni, ai vari contesti in cui si è obbligati ad operare. Ad esempio, in certe occasioni occorre agire con cautela e ponderatezza, in altre con impeto e ardimento, in certi casi occorre l'astuzia della volpe, in altri la forza del leone. E qui compare una nota pessimistica: questa duttilità è una dote altamente auspicabile, ma quasi mai si ritrova negli uomini, che non sanno variare il loro comportamento secondo le circostanze , perchè , se hanno sempre avuto buon esito nell' operare in un certo modo , difficilmente sanno adattarsi a ricorrere a moduli diversi ; per cui i politici avranno buon esito solo se le circostanze saranno conformi alle loro doti naturali : cioè la statistica , se sarà cauto e prudente , avrà successo solo se si troverà ad agire in circostanze che esigono prudenza , ma se i tempi variassero , ed esigessero decisioni pronte ed audaci , egli non saprebbe certamente adattarsi ed andrebbe in rovina . Come si vede Machiavelli reintroduce così , pessimisticamente , un fattore di casualità che sfugge al controllo dell' uomo .

Il Principe: descrizione dei capitoli

Con il ritiro all'Albergaccio la sua vita politica attiva sembra definitivamente chiusa, e vani risulteranno tutti gli sforzi per ritornare ad ottenere un posto di rilevante importanza; il ritorno dei Medici a Firenze e il loro predominio sulla scena politica fiorentina renderà tutto vano: perfino il riconoscimento della sua innocenza nella vicenda della congiura di Boscolo e Capponi non avverrà mai e si ricorrerà piuttosto all'espediente dell'amnistia in occasione della salita al trono pontificio di Giovanni dei Medici col nome di Leone X: apparve un atto di magnificenza e perdono ma conteneva una profonda ingiustizia; o meglio: era una decisione politica.

Per oltre un anno, dal momento della destituzione, Machiavelli visse come in trance, ma lentamente cominciò a prendere coscienza della situazione e a reagire cercando di utilizzare sia la sua razionalità intellettiva che le esperienze che era venuto facendo nei lunghi anni come segretario, fino a riacquistare quella visione razionale ma anche ironica e satirica della realtà che lo porterà a firmarsi come "quondam segretario". Machiavelli cerca di reagire con grande forza morale alla nuova situazione, rendendosi conto che nulla più potrà essere come prima. Rimane praticamente fuori dalla vita attiva, e risponde alle lettere dei suoi amici e al suo amico Francesco Vettori, solo "per parere vivo", ben sapendo che egli ormai è "alieno con l'animo da tucte queste pratiche, come ne fa fede lo essermi riducto in villa, et discosto da ogni viso humano, et per non sapere le cose che vanno adtorno, in modo che io ho ad discorrere al buio". (a Vettori, 29 aprile 1513)

 Nel 1513 scrive Il Principe, in pochi mesi; il 10 dicembre così scrive all'amico e compare Francesco Vettori descrivendo la sua giornata "in villa" a Sant'Andrea in Percussina::

"Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto i panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà; non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro. E, perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo avere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus; dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono".

DATA:  1513

SUDDIVISIONE:   Machiavelli stesso autorizza  in qualche modo la  bipartizione  dell'opera

I-XI CAPITOLO:  PRINCIPATI

XII-XIV   CAPITOLO: MILIZIE INTERMEZZO

XV-XXIV:  IL PRINCIPE

XXV  CAPITOLO:  FORTUNA-VIRTU'

XXVI CAPITOLO:  ESORTAZIONE UTOPICA A L. DE MEDICI  A PORSI A CAPO D'UN MOVIMENTO NAZIONALE CHE LIBERI LA PENISOLA DAL POTERE STRANIERO

Il Principe  è  un'opera che rappresenta un ideale spartiacque fra le concezioni politiche medievali, e    la visione  realistica  del pensiero politico occidentale che contempla la  natura reale dello Stato nella sua complessità.

Machiavelli ha una visione della politica come DOMINIO   all'interno della  struttura statale.

Dal punto di vista esegetico  l'opera   prima di Machiavelli  ha vissuto alterne fortune.

Il  Principe  ha una struttura complessa, divisa in due  parti:  Machiavelli autorizza a  considerarla tale.

Dopo aver parlato dei Principati, ora resta da analizzar   la condotta che un principe deve portar avanti!

Quali siano le arti del governo.

Machiavelli nell'espor le proprie  idee,  esplica  quello che può esser considerato il manifesto del suo realismo politico.

E' necessario secondo l'intellettuale fiorentino fondar la propria visione sulla realtà!

I capitolo:  distinzione principati

Questo capitolo, di appena 10 righe,   presenta una suddivisione,  classificazione, delle forme di Stato, secondo questo schema

REPUBBLICHE   [Machiavelli  asserisce d'averne già parlato, in riferimento ai Discorsi,  sicché non    approfondirà  ulteriormente  quest'argomento  esposto in precedenza]

STATI                                                 EREDITARI  [Discendenza d i sangue]

COMPLETAMENTE NUOVI  [Milano-Francesco Sforza]




 
                                    PRINCIPATI

Il principe è un individuo che si è imposto e ha acq. quel dominio!

 
                                                                        NUOVI 

MISTI   [Domini aggiunti, Napoli alla Spagna]

 


II capitolo: i principati ereditari

III capitolo: parzialmente  atipico.

IV  capitolo:    prosegue  il discorso dei principati misti con esempi.

VI-XI capitolo: principati nuovi; acquisiti da un soggetto ch' antecedentemente non aveva posizioni di potere.


Condottiero                     Designato al principato dai sudditi (designazione popolare)

Classificazione principati nuovi

XV-XXIV Modo di condursi del Principe

V    CAPITOLO

Esaltazione libertà. ATIPICO

Il  Principe si colloca a livello cronologico    in un breve periodo    in cui  l'autore interruppe la vergatura de "Discorsi" per dedicarsi allo scriver di getto l'opera   da noi studiata.

IN CHE MODO SI DEBBAN GOVERNAR CITTA' O PRINIPATI CHE PRIMA DI ESSER ACCORPATI VIVEVANO CON PROPRIE LEGGI

Ovviamente i principati di cui si parla son quelli misti!

Vi son tre modi per governar con esiti soddisfacenti le  suddette  lande

  • Ruinarle
  • Abitarvi
  • Farle viver con le proprie leggi

a) ruinarle

I  principati o città che vivevan con  leggi consuetudinarie presentan i problemi più complessi per un principe:

ruinare, ovvero di fare tabula rasa delle istituzioni precedenti per imporre un nuovo ordine.

b)    stabilire la corte

Teoricamente    il  trasferimento del monarca nel  luogo del domini potrebbe esser utile perché il governo avvenga   rendendosi conto delle reali  problematiche della popolazione, vivendo a stretto contatto con loro; in pratica d'altronde per il sovrano  è  utile perché tale  sistemazione permette un controllo capillare dei tentativi di rivolta, e dei sentimenti della popolazione nei suoi confronti.

c) oligarchia

L'ultimo modo di governar un principato nuovo secondo  Machiavelli è quello di  affidare l'esercizio del potere a una oligarchia  locale che  avesse già prima  qualche particolare incarico di governo,  che conservi la popolazione amica del sovrano, e che, pur avendo potere, non si  potrebbero sostenere in tal carica senza l'aiuto del  principe!

VII CAPITOLO

Distinzione fra  crudeltà bene usate e  male usate; il principe  non deve farsi odiare,  ma talora è necessario che susciti nei sudditi un senso di timore, e per  tal cagione è opportuno che talvolta  compia delle crudeltà,  secondo l'autore.

Machiavelli   propone l'esempio di Cesare  Borgia, il Valentino, che assoldò Ramiro de Lorqua, crudelissimo,  per sedare una rivolta a Urbino. Questi infatti occupò la città,  eliminò fisicamente i responsabili, i capi, e  sedò la rivolta.

Il Borgia,  in seguito, entrò  nella città, e,  ricevute lamentele per il comportamento del Lorqua, lo fece presentare al suo cospetto, lo fece imprigionare, e squartare, esponendolo poi sulla pubblica piazza. In tal modo egli si guadagnò il timore e l'amore dei cittadini.  Liberati dalla crudeltà del de Lorqua,  ma timorosi di  far la stessa fine.

Il fine di tali azioni è sempre il mantenimento del potere.

XII capitolo

Machiavelli affronta  il problema delle milizie mercenarie, che sentì  sempre profondamente;   anzitutto esse sono inutili  e pericolose,  poi non sono fedeli; agendo  unicamente per denaro,  i mercenari non   hanno disposizioni e motivazioni  adeguate per rischiare la vita per il proprio    padrone  effimero,  e son pronte a   cambiar campo di battaglia  giudicando il  ricavo  supposto.

la loro avanzata è fonte di NON   ORDINE!

XV CAPITOLO

Quando si scrive un'opera di storia bisogna stare attenti a non confondere la "verità effettuale della cosa" con le proprie fantasie e i propri desideri. Solo la verità della storia può essere un utile insegnamento. Perché "un uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene ruini infra tanti che non sono buoni". E il fine dell'uomo di Stato non è la bontà, bensí il mantenimento del potere.

XVII CAPITOLO

La condizione ideale per un principe è quella di essere ad un tempo amato e temuto, ma se non è possibile avere le due cose insieme è da preferire l'essere temuto. La natura degli uomini, infatti, è tale che è molto piú facile offendere chi si fa amare piuttosto che chi si fa temere. Si noti, però, che essere temuto non può significare essere odiato. Machiavelli insiste su questo concetto: il principe non deve agire contro i sudditi in modo da provocarne l'odio. La crudeltà di Annibale, ad esempio, è tollerata dai suoi soldati perché si accompagna a "infinite virtú": se le virtú da sole non bastano ad ottenere il rispetto, nemmeno può ottenerlo da sola la libertà.

XVIII capitolo

Emerge in questa pagina, forse piú che in altre, la forte tensione dialettica fra una disillusa e realistica concezione dell'uomo e il desiderio dell'avvento di un uomo e di un mondo diversi e migliori. La natura dell'uomo si differenzia nettamente da quella della bestia: l'uomo possiede il ragionamento che si concretizza nelle leggi, la bestia conosce soltanto la forza. Ma nell'uomo permane una parte della bestia: Chirone, il centauro maestro di Achille, è il modello ideale non soltanto per il principe, ma pertutti. La doppia natura dell'uomo non può far dimenticare il ruolo preminente della ragione: finché è possibile il principe deve evitare il ricorso alla bestia, e quando è costretto dalle circostanze a usarla non deve diventare bestia, ma accogliere e governare con la ragione le qualità migliori della bestia, come, ad esempio, quelle della volpe e del leone.

XIX capitolo

Machiavelli sviluppa le proprie teorie  sulle modalità da seguir per     evitare  l'astio e l'odio dei sudditi verso il Principe.

Secondo  Machiavelli il mezzo più efficace per conseguire tale scopo è  evitare di  ricorrere a pressioni   particolarmente    intense    sulle popolazioni,     avendo  cura di  colpire i pochi oligarchi che  all'occasione   susciterebbero  l'impeto rivoluzionario della folla.

Machiavelli: colpir i pochi  che emergono per mantener salda    la base.

Simile meccanismo è la vicissitudine di  Masaniello:   da pescivendolo napoletano,  di vivace ingegno, si pose a capo d'un moto   di rivolta contro il potere   monarchico spagnolo;   il Viceré, d'ingegno ancor più   vivace,  l'invitò a Corte,  attribuendogli incarichi   d'elevata responsabilità, carrozze, bei vestiti, ecc..  Assaporato il gusto  del potere e della agiatezza,   il giovane napoletano  attirò su di sé   le ire della  folla, che, rovesciatolo dalla carrozza, lo  sottopose    al linciaggio. La rivolta fu sedata!

XXI capitolo

Un importante  brano del Principe, nel presente capitolo, contiene un elogio  di  Ferdinando il Cattolico.

La politica di Ferdinando è analizzata da Machiavelli dall'istante in cui diviene  praticamente re di Spagna:    il compimento della Riconquista fu la base del suo potere  successivo,  giacché, senza dare  impressione di mire espansionistiche,   ebbe  il concorso dei feudatari nell'impresa militare; coi  mezzi finanziari della Chiesa Cattolica, inoltre, poté  creare   quell'esercito che  diverrà  il reale fondamento del suo potere; un ulterior  motivo di sostegno da parte della  Chiesa venne a Ferdinando dalla   cacciata degli Ebrei (!!!); operando per una "giusta  causa"  i baroni non ebbero   il tempo ne'   possibilità   d'operare  controlli sulla gestione del potere da parte del  monarca, e  gradualmente si videro esautorati delle proprie prerogative di governo.

Machiavelli asserisce che il principe, per restare saldo nel potere, deve convogliare,   come Ferdinando fece,  morendo  "sul trono",    l'attenzione dei subordinati all'esterno, in modo che non s'avvedano delle reali intenzioni del sovrano

XXV CAPITOLO

Talvolta, soprattutto quando si attraversano periodi storici particolarmente burrascosi, si ha l'impressione che ci sia un Destino che domini la realtà e l'uomo non abbia altra possibilità che quella di accettare la sorte e sottomettersi ad essa. Ma l'uomo possiede la libertà, per cui è piú corretto attribuire alla Fortuna solo la responsabilità della metà delle cose che ci capitano. Dell'altra metà i responsabili siamo noi. "LA FORTUNA AIUTA GLI AUDACI"

XXVI  CAPITOLO
Si tratta d'un'esortazione utopistica a   Lorenzo de'Medici

Machiavelli trascorse diverso tempo presso gli "Orti  Oricellari", assieme a altri uomini di cultura, amanti della  "bella vita",    uniti  dall'odio verso gli uomini in scatola, i soldati mercenari.

Fra  gli intellettuali di conoscenza  di Machiavelli  vi fu anche Pietro Bembo, Vescovo Cardinale,  di dubbia moralità evangelica,  essendo  stato, fra l'altro, uno degli amanti di Lucrezia Borgia, e  avendo  vissuto fra  lo sfarzo più sfrenato,  e  un impegno  costante nell'umanesimo  filologico  fiorentino.



Machiavelli: antimetafisico e scopritore del moderno

 

Nel capitolo XV del Principe troviamo brillantemente esposta, in maniera sintetica e icastica, la prospettiva machiavelliana: "sendo l'intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara più tosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità. Lasciando adunque indrieto le cose circa uno principe immaginate, e discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti li uomini, quando se ne parla, e massime e principi, per essere posti più alti, sono notati di alcune di queste qualità che arrecano loro o biasimo o laude".

Machiavelli mette alla berlina (Antica pena inflitta a certi condannati esponendoli in pubblico e rendendo nota, la loro colpa. Derisione)

la Repubblica di Platone e la Politica di Aristotele, massime espressioni della tramontante età metafisica; chi si ostina a guardare non al come si vive ma al come si dovrebbe vivere, va inevitabilmente incontro alla propria rovina, poiché la propria preservazione - concetto squisitamente moderno - è impossibile per chi vuol essere buono in mezzo a tanti che buoni non sono; ne consegue allora che chi cerca fantasticamente di essere quel che dovrebbe essere cade in miseria, sicchè il principe che aspira a restar tale deve apprendere a poter non essere buono.

Il "principe", dunque, altro non è se non una metafora dell'uomo e il trattato di Machiavelli mira innanzitutto ad insegnare come mantenere la propria preservazione, cosicchè, prima di essere un manuale di politica, esso è un manuale di sopravvivenza rivolto a tutti gli uomini, affinchè essi imparino a sopravvivere nella giungla della vita senza esser travolti dai soverchiamenti altrui; e la politica sarà allora in primo luogo la ricerca della propria preservazione, senza domandarsi se sia giusta o ingiusta o, tanto meno, che cosa siano il giusto e l'ingiusto in sé.

i suoi principali ingredienti siano il realismo, il pragmatismo e il pessimismo. Vi troviamo un secco rifiuto dell'immaginazione (propria della metafisica) e un invito alla ricerca della verità effettuale della cosa, rivendicata nel momento stesso in cui Machiavelli dichiara - nella dedica del Principe - esser frutto del suo sapere una lunga esperienza delle cose moderne e una continua lettura di quelle antiche (attraverso le storie narrate da Livio, Tacito, ecc).

Dobbiamo però prestare molta attenzione alla terminologia impiegata da Machiavelli, spesso fuorviante: per "buono" egli intende qualcosa di radicalmente diverso a ciò a cui noi tutti siamo abituati, e in particolare egli si riferisce all' "efficace", cosicchè per Machiavelli può dirsi "buono" ciò che risulta "efficace". Discorso analogo vale per il termine "virtù", di cui il pensatore toscano si serve in un'accezione diversissima rispetto a quella tradizionale: nell'accezione medica di "potestas quaedam faciendi", come quando si parla delle virtù terapeutiche di una medicina, alludendo al suo saper sortire un determinato effetto.

Egli pone al centro dei suoi interessi l'uomo o, meglio, i singoli uomini.

Occorre piuttosto indagare l'essere e non il dover essere, sicchè verso la fine del secolo un altro grande inauguratore dell'età moderna, Francesco Bacone, scriverà nel suo De augmentis scientiarum (cap. VIII, par. 2) che si deve esser grati a Machiavelli per l'aver mostrato quello che gli uomini sono e non ciò che dovrebbero fare; viene esaltata da Bacone (e da molti altri) la franchezza, l'avversione all'ipocrisia, e la concretezza nella sua efficaceità, giacchè meno ipocriti siamo verso noi stessi e tanto meglio riusciamo ad organizzare la nostra esistenza in questo mondo, muovendoci in direzione del nostro personale interesse, che è in primo luogo la nostra preservazione.

Machiavelli sulla questione religiosa e, in particolare, la distinzione da lui operata tra la religione dei moderni (il cristianesimo) e quella degli antichi (il paganesimo), con particolare attenzione ai diversi effetti che esse producono: quella dei moderni ha effetto indebolente, poiché fa perdere la stima di questo mondo, concepito alla stregua di un'anticamera rispetto al presunto vero mondo, cosicchè non è importante se in tale anticamera ci si trova sdraiati o seduti, liberi o in catene, padroni o servi, giacchè semplicemente di un'anticamera si tratta; viceversa, la religione degli antichi sortisce effetti rafforzanti, rivaluta pienamente il mondo che ci sta dinanzi e esorta a dedicarsi interamente ad esso, compiendo azioni determinate e "bellicose". In altri termini, il cristiano vive il mondo passivamente, giacchè quello che ha davanti non è il vero mondo, mentre il pagano - per il quale il mondo che gli sta dinanzi è il solo - vive attivamente, cavalcando l'onda degli accadimenti. Scrive a tal proposito Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (II, 2) : "la religione antica, oltre a di questo, non beatificava se non uomini pieni di mondana gloria, come erano capitani di eserciti e principi di repubbliche. La nostra religione ha glorificato piú gli uomini umili e contemplativi che gli attivi. Ha dipoi posto il sommo bene nella umiltà, abiezione, e nel dispregio delle cose umane; quell'altra lo poneva nella grandezza dello animo, nella fortezza del corpo ed in tutte le altre cose atte a fare gli uomini fortissimi". Qui Machiavelli inaugura quell'accesa polemica contro il cristianesimo che si trascinerà per tutta l'era moderna, facendo leva sul fatto che quello cristiano è un modo di vivere che ha reso debole la vita stessa e l'ha consegnata nelle mani degli "scellerati" che possono adeguatamente maneggiare il mondo, vedendo come i più, per andare in paradiso, pensano più a sopportare le proprie ingiustizie anziché vendicarle, rendendosi in tal maniera passivi e sottomessi a chi non ha di questi scrupoli. Ne consegue allora che gli antichi avevano una religione falsa ma buona (cioè utile), mentre i moderni ne hanno una vera ma non buona ai fini mondani, giacchè, per ottenere la propria preservazione, occorre essere astuti come volpi in modo tale da scovare le trappole disseminate sul percorso della vita (e in modo da disseminarle sui percorsi altrui) e forti come leoni, in maniera tale da spaventare i lupi che ci circondano (è l'homo homini lupus di Hobbes che qui trova un antecedente).

Machiavelli parla delle leggi proprio perché parla delle armi, che ne sono il fondamento; è infatti la forza a porre le leggi, e pertanto lo Stato non è il naturale frutto di una presunta socievolezza umana (come invece si illudeva Aristotele), per cui la ragione andrebbe evolvendosi verso sempre più complesse forme di convivenza (la famiglia, il villaggio, la poliV), bensì è imposto manu militari, in maniera coercitiva e attraverso la sottomissione dei più deboli da parte dei più forti, dove la forza in questione è sia quella leonina (cioè fisica) sia quella volpina (cioè intellettuale); ne segue che lo Stato altro non è se non il frutto di un conflitto d'interesse e, quindi, di una lotta per il potere, e non già della cooperazione di sapienti virtuosi in vista dell'esercizio della giustizia; esso è dunque intessuto da rapporti di forza variamente mediati e sia la presa sia il mantenimento del potere richiede la consapevolezza delle forze in gioco.

Aleggia però negli scritti machiavellici la consapevolezza che la vita politica è teatro di scontri fra interessi contrastanti e, pertanto, il problema centrale è come districarsi in questo caotico groviglio di situazioni in cui padrona è la forza.

se gli uomini fossero tutti buoni (nel significato tradizionale di "buono"), allora questo precetto sarebbe da respingersi, ma poiché essi sono "tristi" (ossia malvagi) e non ci risparmierebbero, dobbiamo essere noi i primi ad agire, non risparmiandoli. Il mondo che Machiavelli esibisce nei suoi scritti - infinitamente lontano da quello armonico della metafisica, in cui ogni cosa occupava magicamente il posto che le competeva - è assolutamente umano e appare retto da una logica economica di concorrenza spietata, in cui non pare vi sia posto per altra regola e in cui tutti gareggiano contro tutti in vista della propria individuale sopravvivenza.

E' necessario presupporre che tutti gli uomini siano malvagi (cioè succubi delle passioni) e che usino la malvagità del loro animo ogni qual volta ne abbiano l'occasione.

così scrive Machiavelli nell'Introduzione ai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio: "e veggiendo, da l'altro canto, le virtuosissime operazioni che le storie ci mostrono, che sono state operate da regni e republiche antique, dai re, capitani, cittadini, latori di leggi, ed altri che si sono per la loro patria affaticati, essere più presto ammirate che imitate; anzi, in tanto da ciascuno in ogni minima cosa fuggite, che di quella antiqua virtù non ci è rimasto alcun segno; non posso fare che insieme non me ne maravigli e dolga". E' come se qui il pensatore toscano ci stesse segnalando un cortocircuito in virtù del quale l'ammirazione per i grandi personaggi si sostituisse all'imitazione dei medesimi, quasi come se ammirandoli li si imitasse. E Machiavelli rileva quanto sia discosto il come si dovrebbe vivere dal come realmente si vive: il principe deve perciò saper usare la "bestia" che è in lui (cioè la volpe e il leone), precetto questo che non sarebbe valido se gli uomini fossero tutti buoni. Sorge spontaneo domandarsi fino a che punto, tuttavia, Machiavelli quando tratteggia il principe non ricada egli stesso nei meandri dell'aborrita metafisica: in realtà, egli non ci dice mai che cosa l'uomo sia, proprio per evitare di inciampare in una nuova metafisica - ancorchè di segno opposto -, ma resta sul piano delle considerazioni empiriche, tenendosi lungi da generalizzazioni metafisiche, osserva più di quanto non spieghi, cosicché il suo si qualifica come un prudente e limitato empirismo che generalizza ipoteticamente e provvisoriamente, sempre in attesa di smentite empiriche. Dove risiede, dunque, il pessimismo di cui il pensiero di Machiavelli è intriso? E cosa dobbiamo intendere quand'egli afferma che gli uomini sono malvagi? All'origine della loro malvagità vi è l'istinto di conservazione che ciascuno di noi ha, in quanto animato dalla ricerca della propria sopravvivenza, che deve perennemente confrontarsi con la fortuna, essendo esposta al rischio di trovarsi in situazioni non prevedibili e, quindi, tali da mettere sempre e di nuovo in pericolo la conservazione, il cui istinto si sviluppa in una congenita insicurezza che lo frantuma, moltiplicandolo in una miriade di passioni (l'avarizia, la brama di dominio, ecc) e induce a proteggersi dai colpi della capricciosa fortuna accumulando ciò di cui essa può in qualsiasi istante privarci. La malvagità umana è quindi prodotta dal timore che naturalmente accompagna l'istinto di conservazione. Il piacere di godere dei beni, così come il timore di perderli, spiega come la sete di ricchezza sia universale quanto l'avarizia e l'ingratitudine; ma, parallelo al desiderio di ricchezza, è anche quello di reputazione e di gloria, giacchè onore e fama danno potere e, quindi, come le ricchezze, procurano la conservazione, diventando in questa maniera il fine a cui ciascuno tende. Da ciò si evince come per Machiavelli l'uomo sia precipuamente "bisogno", come affiora dai suoi stessi scritti: "essendo gli effetti umani insaziabili perchè avendo dalla natura di potere e volere desiderare ogni cosa e dalla fortuna di potere conseguitarne poche, ne risulta continuamente una mala contentezza nelle menti umane, il che fa biasimare i presenti tempi, laudare i passati e desiderare i futuri". Altrove (nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio), egli scrive: "la natura ha creato gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa e non possono conseguire ogni cosa: talchè essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la magra contentezza di quello che si possiede, e la poca soddisfazione d'esso.

Machiavelli si limita a constatare empiricamente che gli uomini sono per natura desiderosi.

In Machiavelli affiora l'immagine di un uomo che non è più tutt'altra cosa rispetto alle passioni (tra le quali rientra l'amor di sé), ma come loro stessa espressione e funzione nella misura in cui cerca incessantemente la propria conservazione, mosso da quell'istinto che lo accomuna agli altri animali. Tale istinto, per l'appunto, nell'uomo si dota di quella particolare facoltà che è la ragione, della quale si avvale per meglio raggiungere il proprio fine. In altri termini, la natura ha attrezzato i viventi dell'istinto di conservazione, e in più agli uomini ha dato quel sofisticato strumento che è la ragione. Di qui nasce un processo di accumulazione costante di beni e ricchezze, spinto dal timore di perderle: sorgono l'odio, l'invidia e tutte le altre manifestazioni del desiderio di dominare, desiderio dal quale tutti siamo animati; e l'insicurezza in cui siamo immersi è determinata, più che dalla fortuna (ossia ciò che sfugge al controllo della ragione), dalla finitezza della nostra esistenza, finitezza che si concretizza nei rischi che ci derivano dall'incontrollabilità della fortuna e dall'essere in compagnia (spesso pessima) dei nostri simili. E allora, ancor prima che di timore della fortuna, si tratta di timore del prossimo, "desiderando gli uomini in parte di avere di più, parte di perdere l'acquistato, si viene alle inimicizie e alla guerra, dalla quale nasce la rovina di quella provincia e l'esaltazione di quell'altra". In queste righe, Machiavelli sta inconsapevolmente delineando quello che sarà lo stato di natura di cui parlerà Hobbes qualche tempo dopo. Gli uomini sono ad avviso del filosofo fiorentino spinti essenzialmente da due cose: l'amore di sé e il timore, "né per altra cagione si cerca la vittoria né gli acquisti per altro si desiderano che per fare sé potente e debole l'avversario" (Historie fiorentine, VI, 1).Ben si vede come il discorso di Machiavelli tenda a procedere su due piani diversi, quello politico e quello antropologico, sicchè la vittoria di cui egli parla può essere tanto quella ottenuta sul campo di battaglia, quanto quella riportata invece in una faida familiare, ed è interessante come venga posto l'accento sugli acquisti che gli uomini fanno per sembrar ricchi, per accrescere la loro reputazione e, conseguentemente, per aumentare il proprio potere sugli altri: in un certo senso, così parlando, Machiavelli sta fotografando una realtà giunta fino ai giorni nostri. Il suo è un pessimismo assolutamente laico, dove non vi è alcun peccato originale che spieghi tale condizione: un pessimismo, dunque, che è frutto dell'esperienza che si ha e che gli storici ci tramandano, e che dunque si configura come un pessimismo da sempre esistente.

"E pensando io come queste cose procedino, giudico il mondo sempre essere stato ad uno medesimo modo, ed in quello essere stato tanto di buono quanto di cattivo; ma variare questo cattivo e questo buono di provincia in provincia, come si vede per quello si ha notizia di quegli regni antichi, che variano dall'uno all'altro per la variazione de' costumi, ma il mondo restava quel medesimo: solo vi era questa differenza, che dove quello aveva prima allogata la sua virtú in Assiria, la collocò in Media, dipoi in Persia, tanto che la ne venne in Italia e a Roma" (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, II, Proemio). Il mondo, allora, si presenta come l'immobile variare del "tristo": non solo non vi è progresso nella e della storia verso un qualche fine (quale poteva essere in passato la realizzazione della polis o della città celeste), ma neppure vi è un qualche senso che rischiari il ripetersi ciclico del tempo, per Aristotele motivato dalla necessità di un eterno riprodursi della ragione umana. Sembra anzi che l'unico senso della storia sia la coazione a ripetere della forza e dell'arbitrio, e ce ne accorgiamo non appena gettiamo uno sguardo a come procedono le cose oggi e a come procedevano ieri - ai tempi degli antichi -, sicché siamo di fronte - per usare un'espressione del Gattopardo - ad un tentativo di cambiare tutto per non cambiare nulla. Una grande agitazione che non porta alcun mutamento, poiché le cose sono operate dagli uomini ed essi sempre hanno ed ebbero le stesse passioni: la storia umana è allora - flirtando con Shakespeare - "tanto rumore per nulla".

"Gli uomini possono secondare la fortuna e non opporsegli" (Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio), possono tessere gli orditi suoi e non romperli, ma in realtà è sempre la fortuna a creare le condizioni affinchè un uomo si imponga sugli altri, e tale uomo deve solamente afferrarla e accoglierla facendola propria.

"Coloro che, per cattiva elezione o per naturale inclinazione, si discordono dai tempi, vivono, il più delle volte, infelici, ed hanno cattivo esito le azioni loro" (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, libro III): la fortuna fornisce la virtù e la stimola donandole le occasioni, sicchè i virtuosi seguono i disegni della fortuna, che sono quelli di far vincere i virtuosi stessi secondo la legge del più forte. E' nella logica della natura che il virtuoso colga l'occasione creata ad hoc per lui, e se non la coglie, ciò per la natura non ha alcuna importanza, perché essa - come dirà Schopenhauer - "non fa economia", è dissipatrice, si sbarazza di chi non è all'altezza. Così, sarà lecito affermare che a consentire l'impero dei Romani sia stata la loro privilegiata relazione con la fortuna, che ha fornito loro le giuste occasioni: e in questa prospettiva ben si inquadra il discorso di Machiavelli sulle religioni "buone" e su quelle "cattive". La fortuna è donna e, in quanto tale, deve essere picchiata: ma la forza bruta, da sola, non è sufficiente, come Machiavelli rileva ne La vita di Castruccio Castracani da Lucca, dove descrive le vicende di questo capitano di ventura forte e irruente mandato in rovina dalla fortuna per via della sua stessa irruenza. Non si deve dunque far leva sulla forza bruta, ma piuttosto sulla virtù che afferra l'occasione proposta dalla fortuna, senza però sottomettere e battere quest'ultima. Allora l'espressione "battere" qui impiegata da Machiavelli va presa nel significato di saper cogliere l'occasione, e se vogliamo seguire il pensatore toscano nella sua metafora erotica del rapporto fra marito e moglie, possiamo dire che con la fortuna avviene lo stesso che accade agli uomini con le donne, delle quali essi si credono conquistatori senza accorgersi che si tratta di una conquista che avviene non per loro volontà, bensì è la fortuna che ci è dota della virtù per cogliere le occasioni che essa stessa fortuna propone e lascia credere all'idiota di turno di essere stato lui stesso il protagonista piuttosto che l'oggetto passivo del reticolo della vita. Dunque la virtù è sola, assediata dalla necessità naturale e dalla fortuna dominante il mondo e la virtù stessa, la quale porta al successo solamente se asseconda la fortuna. Si tratta, evidentemente, di un quadro desolante ma che pretende di essere veritiero, una realtà crudele e sanguinaria, in cui necessariamente trionfa la simulazione (ed è questo un elemento caratteristico della modernità), voluta dalla ragione astuta e calcolatrice: "ma è necessario [.] essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare" (Il principe, cap. XVIII).

Per Machiavelli il principe deve essere: dissimulatore: Nascondere o mascherare qualità, difetti, sentimenti sotto diversa apparenza; e simulatore: Far parere che ci sia qlco. che in realtà non c'è.

Sallustio scrive che Catilina era "quoius rei lubet simulator ac dissimulator", Livio narra l'arte del simulare di Annibale, e Machiavelli stesso racconta che "Alessandro VI non fece mai altro, non pensò mai ad altro che ad ingannare uomini" ("Il principe", cap. XVIII). Un altro basilare elemento di modernità che emerge con Machiavelli è il procedere per tentativi, come un cieco che saggia il terreno col bastone prima di allungare il passo, giacchè siamo immersi in una routine complessa, dove nulla è sicuro, fuorchè la generale insicurezza, e tutto è rimesso sempre e di nuovo in gioco, sicchè si deve procedere coi piedi di piombo e il bene altro non è che il male minore. La politica stessa assume i tratti del luogo del compromesso, in cui regna incontrastato non già il bene, bensì il minor male.







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