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Monaci pellegrini e monaci girovaghi

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Monaci pellegrini e monaci girovaghi

 

            Nel suo capitolo sulle diverse categorie di monaci san Benedetto menziona rapidamente e con parole piuttosto severe una quarta categoria, che chiama quella dei "girovaghi". La descrive come costituita da monaci che "per tutta la vita,. 121b11b passano da un paese all'altro, restando tre o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri, schiavi di quello che vogliono loro".

            E forse importante sottolineare che Benedetto reagisce qui, con tutta evidenza, contro un abuso di certi monaci del suo tempo e del suo paese, ma non bisognerebbe in nessun modo identificare questo "andare girovagando" con una tradizione importante del monachesimo primitivo, quello della "peregrinatio". Questa tradizione si ritrova in diversi settori della Chiesa dei primi secoli, così come la si ritrova alcuni secoli prima nelle tradizioni monastiche dell'Estremo Oriente.



            La "peregrinatio" consiste nell'abbandonare, per ragioni spirituali, il proprio ambiente con tutte le sue relazioni sociali e famigliari, per vivere in un altro paese, da straniero.  Vuol dire disfarsi da ogni sorta di dipendenza materiale da un luogo, una casa, un nucleo famigliare, per diventare straniero, senza nessuna residenza permanente in questo mondo, al fine di arrivare ad un grande distacco interiore e alla purezza e povertà di cuore. Questa tradizione si incardina prima di tutto nel racconto della vocazione di Abramo in Genesi 12 ("Lascia il tuo paese e la casa  dei tuoi padri, e va in un luogo che io ti indicherò"). Essa si nutre di tutta la spiritualità dell'Esodo e del Deserto, e anche di quella dell'Esilio, ma si arricchirà anche della mistica della "ricerca", che si ispira alla ricerca dello sposo nel Cantico dei Cantici. Si ritroverà la stessa mistica della ricerca ("questua") più tardi, nella leggenda  della Ricerca del Santo Graal.

            Questo distacco si radica nell'insegnamento della Scrittura secondo cui noi non abbiamo quaggiù una dimora permanente, ma la nostra vera dimora è nei cieli. E' anche una risposta alla chiamata di Cristo a lasciare tutto per seguire lui (Mt 16,24). Come atteggiamento spirituale, questo distacco è essenziale ad ogni forma di vita monastica. Certe tradizioni monastiche l'hanno espresso  in una "peregrinatio" fisica. I greci avevano una parola per designarlo: xeniteia, che Antoine Guillaumont traduce come "dépaysement"[1][1].

            Contrariamente al monachesimo egiziano, che fu sedentario dalle sue origini (sia nella sua forma eremitica che cenobitica), dato che i monaci provenivano soppratutto dalla classe contadina legata al villaggio e alla terra, il monachesimo siriaco, in cui i monaci provenivano prevalentemente dalla classe dei commercianti, fu soprattutto un monachesimo itinerante. Mentre il monachesimo egiziano (da cui dipenderanno Cassiano e Benedetto) insiste sul carattere spirituale di questo distacco, il monachesimo siriaco è a sua volta preoccupato di incarnare questo atteggiamento spirituale in una forma di vita spesso itinerante. Vivere sulle strade a quell'epoca non era "turismo".

            In Occidente, poco dopo Benedetto, questa tradizione della "peregrinatio"  fiorì in un modo tutto particolare nelle regioni celtiche, influenzate molto presto dall'Oriente. Il monaco irlandese realizza ed esprime il suo distacco da tutto ciò che è materiale e temporale, dandosi alla "peregrinatio". Spesso sarà il "dépaysement" verso un isola non molto lontana dalla costa; poi sarà l'esilio verso le altre isole britanniche, poi verso il continente. E' noto come questi monaci, spesso molto più colti degli abitanti delle regioni in cui emigravano, divennero, senza averlo cercato, evangelizzatori, fondatori di chiese, e lasciarono sulle loro tracce numerosi centri di cultura e di intensa vita spirituale. Erano uomini liberi.[2][2]

            Nella tradizione benedettina, e più tardi nella tradizione cistercense, questa spiritualità del taglio delle radici, del distacco, della rinuncia ad ogni legame e ad ogni proprietà sarà integrato in una visione spirituale che integra anche la nozione di stabilità. E' la tradizione in cui ci collochiamo noi. Ma è importante, quando leggiamo le osservazioni di Benedetto sui "girovaghi", non assimilare a questi ultimi tutti questi monaci pellegrini di cui dicevo.

            Uno dei nomi dati a Cristo nella letteratura cristiana dei primi secoli è quello di Straniero. Lui che era presso Dio (Fil. 2), è venuto fino a noi, ha vissuto come straniero fra noi. E poi, si ritrova la tradizione dell' "espatrio", dell'esilio volontario come pratica ascetica e come espressione di una  ricerca spirituale, non solo nel Cristianesimo, ma nelle più grandi tradizioni spirituali, come l'induismo, il buddismo, e perfino l'islam.

            Il monachesimo siriaco primitivo era stato influenzato dalle tradizioni dell'Oriente pre-cristiano. Ma si trova questa tradizione della "peregrinatio" sotto diverse forme nei monachesimi dell'India. Il primo monachesimo dell'India è il monachesimo Hindou, che appare qusi duemila anni prima di Cristo, nel periodo dei Veda, nel momento in cui la religione hindou, malgrado il suo orientamento contemplativo fondamentale, si irrigidiva gradualmente in una religione di culto e di leggi. Questo primo monachesimo è una reazione contro questo carattere  "sistematizzato", istituzionalizzato (si direbbe oggi) della religione.

            Secondo la legge di Manu, un documento celeberrimo dell'Induismo, vi sono tre grandi tappe nella vita di un uomo: all'inizio si ritira in monastero, per un periodo di formazione; poi fonda una famiglia e alleva dei figli; quando sono adulti, si fa samnyasi, cioè monaco errante. Ecco che cosa dice la legge di Manu:

Che non ci sia né fuoco domestico, né casa, mantenendo il silenzio più assoluto, vivendo di radici e di frutti; esente da qualsiasi inclinazione ai piaceri sensuali, casto come un novizio, avente per letto la terra, non consultando il suo gusto per un'abitazione e dimorando ai piedi degli alberi. Che riceva l'elemosina necessaria al sostentamento della sua esistenza.e, per unire la sua anima all'Essere Supremo, deve studiare le diverse parti delle Scritture. Se ha qualche malattia incurabile, che si diriga verso la regione invincibile del Nord-Est e cammini con passo spedito fino alla dissoluzione del suo corpo, aspirando all'unione divina, e non vivendo più che di aria e d'acqua."

            Non ha più casa,  famiglia, focolare domestico (nel senso fisico del termine); va di villaggio in villaggio. Potrà eventualmente fissarsi un giorno in un luogo in cui la sua parola è recepita; una piccola comunità gli si creerà intorno. E' così che nasce normalmente un Ashram.

            [Apro qui una piccola parentesi: In una riunione monastica pan-asiatica a Bangalore, in India, nel 1973, il Padre Bede Griffith faceva il paragone, in modo umoristico e leggermente caricaturale, tra la maniera in cui si crea una fondazione monastica nel monachesimo hindou e nel monachesimo cristiano occidentale. In Occidente, diceva, quando si vuole fondare un monastero, si comincia col cercare il denaro, poi si compre un terreno e si costruisce, infine si cercano i monaci per venire a vivere in questo luogo. In India  un maestro spirituale itinerante ha un giorno con la sua parola toccato a tal punto il cuore di alcuni uditori che gli viene chiesto di restare qualche giorno con loro. Gli costruiscono una capanna e alcuni discepoli vengono a costruire la loro intorno alla sua. Così nasce un Ashram - intorno all'insegnamento di un maestro. e spesso scomparirà al momento della sua morte.]




            Vi sono monaci pellegrini nel buddismo; ma la tradizione della peregrinatio non è veramente caratteristica della spiritualità buddista. D'altronde, esiste in Oriente un'altra grande religione, in cui la peregrinatio  ha una grande importanza. Si tratta della tradizione Jain, all'interno della quale il monachesimo femminile si è sviluppato ancor più di quello maschile. Contrariamente al monachesimo buddista (e si potrebbe anche dire contrariamente al monachesimo cristiano) i Jains non si sono mai lasciati conquistare dal gusto delle grandi strutture e dal lusso. Non hanno mai avuto monasteri. Eppure hanno attraversato i secoli ed esistono ancora numerosi (soprattutto "numerose") fino ad oggi, sempre in pellegrinaggio verso l'assoluto[3][3].

 

*     *     *

           

Nel proseguimento della nostra riflessione sulla Regola di San Benedetto, noi andremo evidentemente ad occuparci della tradizione di vita cenobitica, vissuta nella stabilità di un monastero. Ma era importante  gettare uno sguardo su una tradizione differente che fu sempre presente nel monachesimo, non fosse altro che per ricordarci che il cammino spirituale costante è anche una esigenza della nostra conversione monastica.

 

Armand VEILLEUX

 

(traduzione di Anna Bozzo)

 



[1][1] Antoine GUILLAUMONT, Le dépaysement comme forme d'ascèse dans le monachisme ancien, dans  Ecole Pratique de Hautes Etudes, Vème Section, Sciences religieuses, Annuaire 1968-69, 76, Paris 1968, 32. Questo articolo è stato riprodotto in Aux origines du monachisme ancien. Pour une phénoménologie du monachisme, Bellefontaine 1979.

 

[2][2] L'opera  di J.Ryan, anche se datato 1931, resta un grande classico: Irish Monasticism, Dublin 1931. Altro classico più recente: Nora K. Chadwick, The Age of the Saints in the Early Celtic Church, London 1961.

[3][3] L'opera capitale a loro riguardo è N. Shântâ, La voie jaina. Histoire, spiritualié, vie des ascètes pèlerines de l'Inde. Édition O.E.I.L. Paris 1985.







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