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Il Settecento - Cenni Storici, Caratteri generali

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Il Settecento

1.1        Cenni Storici

Il Settecento è contraddistinto da profondi rivolgimenti nelle strutture politiche, sociali e culturali della nostra, come di tutte le altre nazioni europee. Le origini di tali cambiamenti sono da ricercare in alcuni eventi storici di grande portata: le tre sanguinose guerre di successione (spagnola, polacca e austriaca), la guerra dei sette anni (Francia, Russia, Polonia, Austria contro Inghilterra e Prussia), il conflitto coloniale tra Inghilterra e Spagna, cui vanno aggiunte, nella seconda metà del secolo, la Rivoluzione americana e quella francese.

Questi eventi comportano modificazioni territoriali ed avvicendamenti di Sovrani per tutta l'Europa, anche in seguito alla tendenza diplomatica, che caratterizza gran parte dei trattati del tempo. Si delinea così quell'assetto politi 424d37e co-terrotoriale che si sarebbe poi protratto, tranne la parentesi napoleonica, fino alla guerra del Risorgimento.



La pace di Utrecht (1713) segna la fine della dominazione spagnola in Italia, e l'inizio di quella Austriaca, più dinamica ed efficiente; con la pace dell'Aia (1720) il duca di Savoia Vittorio Emanuele II, cede all'Austria la Sicilia, ottenendo in cambio la Sardegna e assumendo da quel momento appunto il titolo di Re di Sardegna (rimasto ai Savoia fino al 1861).

La pace di Vienna (1738) ritenuta il capolavoro della "diplomazia settecentesca" per i complessi scambi territoriali operati, stabilisce l'insediamento dei Lorena in Toscana (dove si era estinta la dinastia dei Medici); il Regno delle due Sicilie acquista l'indipendenza sotto il ramo della dinastia dei Borboni (dinastia che regna già in Francia e Spagna); un altro ramo cadetto di questa famiglia ottiene poi il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla; con la pace di Aquisgrana (1748) agli austriaci resta il Milanese ed il Mantovano, sotto diretto dominio dell'Imperatore, mentre, il Piemonte ottiene accrescimenti territoriali verso la Lombardia.

Gli effetti di questo nuovo assetto politico sono indubbiamente positivi per l'Italia, che vede la riduzione numerica dei suoi Stati, mentre grazie all'origine straniera dei Lorena e dei Borboni, esce dall'isolamento culturale in cui era stata tenuta per un secolo e mezzo dagli spagnoli, inserendosi nella vita politico-economica dell'Europa proprio quando, al di là delle Alpi, va sviluppandosi una vera e propria Rivoluzione in campo agricolo e industriale.

I Borboni fin dal loro insediamento a Napoli, operano in maniera più consona agli interessi locali, di quanto non fosse mai stato fatto in precedenza. Gli stessi Asburgo estendono al Ducato di Milano le ampie riforme volte a dare un'organica unità amministrativa ai molti domini della Casa d'Austria. Tale opera riformatrice, propagatasi in quasi tutte le regioni italiane, rientra nei principi del dispotismo illuminato, di quella nuova formula di governo cioè che vuole accentrato il potere sottratto alla nobiltà e al clero, al fine di agire proficuamente, con l'appoggio interessato della borghesia, in ordine allo sviluppo economico del paese, premessa indispensabile ad un rinnovamento sociale e culturale.

Protagonista del rinnovamento in ogni campo dell'attività umana è proprio la borghesia che ora si afferma erigendosi in vere e proprie dinastie familiari che controllano le attività bancarie, i commerci interni e internazionali, le imprese manifatturiere; essa si organizza in corporazioni di professionisti, piccoli mercanti, liberi artigiani, si inseriscono nella pubblica amministrazione, di cui spesso determina e condiziona l'operato, in aperto contrasto con i "privilegiati" e con il sistema politico-sociale precedente. Dalla borghesia il dinamismo borghese si estende, infatti, anche al campo culturale, tanto che è da ricollegarsi a tale classe sociale il fermento di pensiero e di civiltà nuovi che, attraverso l'orientamento razionalistico e le ambizioni universalistiche, sollecitano e favoriscono il progresso della scienza e l'evoluzione dell'arte.

1.2        Caratteri generali

Si è visto come la letteratura barocca fosse fiorita in tutta l'Europa come espressione di quell'età ansiosa e insieme turbata di novità, nel cui ambito matura la scienza sperimentale e la filosofia razionalistica, si affina la speculazione morale e politica, si schiude agli artisti l'intuizione di un mondo in cui domina la fantasia, trasfiguratrice del reale e creatrice inesauribile di nuove forme. E abbiamo inoltre visto come accanto alla letteratura barocca se ne svolgesse un'altra di tendenza razionale e insieme fedele agli antichi, (dalla lirica classicheggiante alla prosa scientifica e storica), che attesta come anche in Italia larghi strati della cultura rimanessero estranei, se non persino ostili, a quell'atteggiamento di spirito che nelle forme barocche trovava espressione. Queste, infatti, varcata la metà del secolo XVII, almeno nella letteratura, iniziano una fase di declino, divenendo più contenute e disciplinate dal gusto per l'espressione chiara e precisa.

La tendenza critica e razionale conquista progressivamente gli spiriti, mentre lo smarrimento culturale è superato dalla spinta ad esaminare alla luce della ragione e dell'esperienza i problemi della natura e dell'uomo. Si diffonde così il gusto del vero e del naturale nella poesia, prima che nelle altri arti, perché avendo essa come mezzo espressivo la parola, (strumento abituale del discorso logico), sente più fortemente il richiamo a disciplinare razionalmente l'uso.

In tale nuova condizione di spirito si ritorna ancora, non più polemicamente ribelli, ma con maggiore libertà di giudizio che nel Rinascimento, a considerare i grandi scrittori del passato; si cerca in loro l'esempio di quell'espressione semplice, razionale, aderente alla natura, non solo "dolce", ma anche "utile", secondo il precetto oraziano, che essi intendono opporre al cattivo gusto barocco (non avendo, infatti, un concetto di arte come civiltà, il mutamento di gusto induce a ritenere "cattivo" quello precedente).

Prevale nel secolo quel razionalismo che prende le mosse da Cartesio (1596-1650); la sua teoria "meccanicistica", secondo la quale l'universo sarebbe nella sua complessità un'immensa macchina in cui s'inserisce l'uomo che, escludendo la sua capacità di pensiero, sarebbe poi un "automa", come tutti gli altri esseri viventi, troverà larghi consensi, particolarmente tra gli illuministi.

In Francia la reazione al Barocco risulta particolarmente vivace proprio in seguito al forte influsso della filosofia cartesiana, che induce a pregiare la parola come espressione di idee chiare e distinte, strumento di conoscenza, e non lusinga del senso e della fantasia.

Il Boileau in particolare muove battaglie ai poeti barocchi italiani e francesi, giungendo ad attaccare persino il Tasso (Art poétique, 1674).

I letterati italiani, primo il bolognese Giuseppe Orsi, si sentono così chiamati a difendere la poesia nazionale, condividono con i cartesiani il ripudio del marinismo, ma non certamente la condanna alla fantasia: essi, infatti, individuano la distinzione tra parola prosaica, strumento di ragione, e parola poetica, espressione di fantasia, concordando in ciò con i secentisti.

Tuttavia finiscono con l'identificare ancora quel carattere fantastico in certi elementi formali di eleganza e preziosità nel lessico e nello stile, confermando così con orgoglio la tradizione rinascimentale e cioè, contro il linguaggio poetico francese, il carattere aulico e scarsamente popolare di quello italiano che perdurerà, contrastato dalla Rivoluzione romantica, fino all'alba del nostro secolo.

In Italia l'Arcadia rappresenta la più viva reazione al Barocco, incarnando letterariamente quell'esigenza di riforme sentita in ogni campo del vivere sociale, riforme reputate "razionali" contro l'irrazionalità del passato. L'arte, presa così coscienza dalla crisi originata dalle deformazioni secentiste e mariniste, contrappone al concettismo immaginifico del Barocco semplicità d'espressione e schiettezza di sentimento.

Successivamente, favorita dal mutamento del costume, in cui al gonfio e festoso cerimoniale spagnolo si è sostituita la grazia del Rococò francese, si muove sulle orme dell'Illuminismo, accogliendo le proposte di nuovi compiti e ideali dell'uomo, di una rinnovata concezione della letteratura e dei suoi fini, del gusto dell'erudizione e la tendenza iconoclaste[1] del passato; essa contribuisce così in misura determinante alla rinascita spirituale, culturale e civile del nostro paese.

 

Nei capitoli che seguono si prenderà in esame la prima metà del Settecento, la cosiddetta Età dell'Arcadia, per poi tracciare un quadro dell'Età dell'Illuminismo e dei letterati più rappresentativi del periodo.  E' importante però precisare che i due momenti non vanno intesi come periodi disgiunti e privi di continuità: per quanto in Italia l'Illuminismo attecchisca dopo la metà del secolo XVIII, occorre ricordare che anche nei primi decenni è riscontrabile un atteggiamento razionalistico. Allo stesso modo l'Arcadia eserciterà una forte influenza anche nella seconda metà del secolo, ne troveremo traccia nei maggiori letterati di formazione illuministica, nello stesso Parini, in Alfieri e persino in Foscolo.

 

 

 

1.3        L'Età dell'Arcadia

La programmatica volontà di restaurare il "cattivo gusto" barocco non è un proposito esclusivo di una ristretta cerchia di letterati, ma un'esigenza universalmente avvertita, nell'ultimo scorcio del Seicento, dagli uomini di cultura che si ritengono incaricati di educare se stessi ed i loro connazionali a quello che definiscono "buon gusto".

Scienziati, medici, giuristi, filosofi in ogni luogo della nostra penisola, comprendono che l'antibarocchismo non può essere limitato ad un fatto puramente letterario, ma deve rientrare in quel vasto movimento europeo che andava postulando riforme in ogni campo dell'attività umana, riforme, come dicevamo in precedenza, razionali.

Occorre non confondere pertanto l'antibarocchismo letterario dell'Arcadia con il fervore di nuova vita che anima quella stessa età che la vede nascere e prosperare.

Arcadi sono i più grandi poeti del secolo, Alfieri compreso, all'Arcadia aderiscono i più grandi letterati stranieri giunti in quel periodo a Roma (Goethe ad esempio); uomini di scienza, di Stato, filosofi come il Vico, aristocratici e sacerdoti, non disdegnano di mutare il loro nome in quello d'innocenti pastori, o di dedicarsi alla poesia, questo perché essi vedono incarnato nell'Arcadia quello stesso fervore di entusiasmo che li spinge, resisi conto della condizione d'inferiorità del nostro paese rispetto al resto d'Europa, a tentare di recuperare il tempo perduto.

Accanto a tale atteggiamento rinnovatore, di cui sono testimonianza i vari scritti, filosofici, storici, scientifici, intesi a diffondere la nuova cultura in ogni strato sociale, il primo Settecento ci presenta una civiltà raffinata ed elegante, frutto proprio di quell'ingentilimento del costume che trova corrispondenza nell'ingentilimento letterario propugnato dall'Accademia dell'Arcadia.

Gli scrittori che si erano già radunati nel salotto romano della regina Cristina di Svezia deliberano dopo la sua morte di continuare le loro riunioni e pochi mesi dopo (il 15 ottobre 1690), nel giardino dei padri riformati di San Pietro in Montorio sul Gianicolo, uno di loro, assolto ad ascoltare le poesie declamate dai colleghi, afferma: "Egli mi sembra che noi oggi abbiam ritrovato l'Arcadia"; questo diviene così, per le sue suggestive reminescenze classiche, il nome del sodalizio.

L'Arcadia rappresenta, infatti, nella tradizione letteraria, la terra dei pastori poeti, che vivono una vita semplice a contatto con la natura, lontano dall'affanno dell'artificio della società cittadina.

Si delibera successivamente di dare al presidente il nome di "Custode generale" e al luogo delle riunioni quello di "Bosco parrasio"; la sala dell'archivio viene definita "serbatoio", mentre si scelgono poeti come Teocrito, Virgilio, Sannazzaro come modelli letterari nell'intento di risollevare la poesia dalla barbarie dell'ultimo secolo.

Dal 1726, sotto l'insegna della siringa del Dio Pan, l'Accademia fissa stabilmente la sua sede sul Gianicolo, mentre in Italia si diffondono delle "Colonie": essa può essere, infatti, considerata la prima accademia a carattere veramente nazionale, per aver contribuito ad avvicinare diverse regioni e diverse classi sociali.

Il suo intento restauratore è accentuato dal crescente influsso della filosofia cartesiana e dalla sempre maggiore conoscenza delle letterature europee. Così, come il razionalismo favorisce la formulazione di un nuovo pensiero estetico, per cui alla poesia si richiedono ora immagini fondate sul "vero" (in particolare sulla "verità degli affetti"), il raffronto con la letteratura straniera amplia le prospettive della critica; emblematica è la polemica cui si è fatto cenno in precedenza, circa la tendenza d'oltr'Alpe a diffidare di un'arte troppo "fantastica" e "immaginosa", in omaggio alla "chiarezza" e alla "ragionevolezza" che ogni poetica avrebbe dovuto possedere; gli arcadi giungono in risposta, infatti, ad una vera e propria difesa della poesia, riaffermandone i diritti della fantasia.

Ma il movimento arcadico prende anche coscienza, dal raffronto con altre letterature, dello scadimento cui erano pervenute le nostre lettere: ritorna così, con rinnovato entusiasmo, allo studio dei classici e dei poeti italiani (Petrarca in particolare), ritenuti maestri di "buon gusto", per apprendere nuovamente da loro purezza e semplicità di stile.

Il neoclassicismo arcadico non ha nulla in comune con quello rinascimentale, di cui riprende solo l'elemento decorativo, il rinnovato fervore per gli scrittori antichi non è dettato da esigenze spirituali, ma piuttosto formali: si intende creare una poesia più vera e utile di quella secentesca, traendo dalla lezione dei classici una maggiore compostezza espressiva.

L'Accademia accoglie l'ideale umanistico di un otium letterario, inteso come evasione dalla realtà quotidiana in un mondo idilliaco, ne consegue però spesso una mascherata di pastori e pastorelle, che risulta ancora più appariscente dalla degenerazione del mondo vagheggiato del Sannazzaro nella sua Arcadia; la semplicità di forma e sentimento si traduce spesso in dilettantismo e all'aborrita artificiosità secentesca subentra un'artificiosità più aggraziata, decorosa, ma non meno deleteria della precedente.

Questo aspetto negativo che, sarà oggetto di satira successivamente, non deve però far dimenticare la validità e l'importanza storica delle riforme operate dall'Arcadia in campo linguistico, metrico e stilistico; ne è testimonianza l'influenza poi esercitata sul Parini, sull'Alfieri e persino su Foscolo.

Molti critici hanno visto nell'Arcadia una "mediatrice" tra l'Italia del Rinascimento e quella del Risorgimento, per aver diffuso tra un vasto pubblico di diversa origine sociale e culturale un rinnovato gusto artistico, un raggentilito costume letterario.

Due acquisizioni positive dell'esperienza arcadica sono la nuova sensibilità del paesaggio, scaturita dal vagheggiato mondo pastorale, presente nella moltitudine di odi, canzonette e sonetti del tempo, e la musicalità, non più fine a se stessa, ma ricercata come complemento della sobrietà stilistica. Tali elementi preannunciano la lirica preromantica del tardo Settecento e romantica del primo Ottocento, ma anche la spiccata aspirazione all'euritmia [2]della poesia Neoclassica.

Tra i vari poeti arcadici ricordiamo Frugoni, Rolli, Vittorelli, Ravioli; ma tra i più noti è certamente Metastasio che, conformemente all'esigenza di riforme avvertita per tutto il secolo, apporta riforme significative al genere del melodramma.

All'inizio del secolo molti sono coloro che si ripropongono di porre un freno alla prepotenza dei virtuosi del canto e al gusto corrotto del pubblico, cause del deterioramento del melodramma.

Apostolo Zeno (1669-1750), coltiva l'ambizioso proposito di ricondurre tale genere alla regolarità della tragedia greca; egli non è tuttavia dotato di grande qualità poetiche e non ha dimestichezza con la musica; finisce così per limitare il suo tentativo di restaurazione ad un'esteriore riforma contenutistica (con soggetti tratti da poemi e tragedie greche, da drammi spagnoli e francesi) e tecnica (eliminazione dei prologhi, distinzione dei recitativi dalle ariette, collocate a fine scena); la sua riforma risulta pertanto insufficiente al recupero di quel perfetto accordo tra parola e musica auspicato, all'origine, dalla "Camerata dei Bardi".

Bisognerà in tal senso attendere Metastasio, l'unico ad aver pienamente compreso la necessità di un compromesso tra le esigenze dell'arte e quelle dello spettacolo, ossia tra le aspirazioni dei letterati ad una maggiore decorosità poetica e stilistica del melodramma e le pretese coreografiche e musicali del pubblico e degli attori.

Nella sua riforma del melodramma egli parte proprio dalle soluzioni di Zeno, ampliandole, sostituendo tre atti ai cinque tradizionali e mantenendo, seppur in maniera elastica, l'osservanze delle unità aristoteliche (tempo, luogo, azione), che egli ritiene regole arbitrarie, perché non fondate sulla ragione, ma di cui deve riconoscere i limiti imposti dal gusto del pubblico e dalla volontà degli attori.

Alla morte di Metastasio viene coniata una medaglia con l'epigrafe "Sofocli italico": in realtà i personaggi dei suoi drammi non sono, come quelli sofoclei, potenti ed elementari forze della natura, pervasi da un unica ed irrefrenabile passione, essi sono esseri idilliaci, soggetti al conflitto tra l'amore e un altro sentimento (amor di gloria, di patria, gratitudine, ad esempio) e sono vincolati all'ubbidienza della ragione. Non vi è quindi nessuna tragica lotta dell'uomo con l'inflessibile volontà del Fato; i conflitti interiori dei personaggi non sono mai fortemente disegnati, i sentimenti e i problemi morali non sono mai approfonditi oltre una tenera effusione lirica e i tanti personaggi finiscono col parlare sempre lo stesso linguaggio, privo di carattere individuale.

E' comunque grande merito di Metastasio l'aver liberato il Melodramma dalle secentesche tirannie della musica e della macchinosità scenografica.


 

1.4        La storiografia durante l'Età dell'Arcadia

L'aspetto culturale dell'Età arcadica risulta più interessante di quello poetico: i dotti aspirano, infatti, a restituire agli italiani la conoscenza della loro tradizione, mentre avvertono già lo spirito di rinnovamento che di lì a pochi anni coinvolgerà ogni campo del sapere.



La vita intellettuale non si restringe però solo alla trattazione del problema letterario, ma si rivolge a svariati altri argomenti: arti figurative, architettoniche, la filosofia, la giurisprudenza, la medicina e così via, cui si dedicano anche le maggiori menti del secolo quali, Vico, Volta, Muratori, Galvani.

A Muratori si deve una vasta indagine sul Medioevo, fino ad allora sconosciuto.

L'importanza di Muratori sta nell'aver imposto un nuovo indirizzo metodologico nel campo delle discipline storiche: rifacendosi alla tradizione della storiografia erudita della Controriforma, applicando all'indagine storica il procedimento positivo introdotto da Galilei e da Newton nel campo delle scienze fisiche, dà l'avvio ad una storiografia basata sul rigoroso controllo delle fonti, al di fuori di ogni pregiudizio filosofico o morale.

Pietro Giannone  anticipa invece l'atteggiamento anticlericale, poi tipico degli illuministi: nella sua Istoria del Regno di Napoli egli riconduce tutta la storia del meridione della penisola al principio della difesa della libertà e sovranità dello Stato contro le ingerenze politiche della Chiesa.

Giannone configura lo Stato come bene assoluto, progresso, civiltà; la Chiesa sarebbe invece male, regresso, oscurantismo. Anche la fisionomia morale dei singoli personaggi storici si delinea a seconda del loro campo di appartenenza. L'acceso ghibellinismo trasforma spesso il fatto storico in pretesto alla discussione giuridica: divengono pertanto logiche la disinvoltura di utilizzo delle fonti, senza verifiche di validità, e le deficienze dello stile, che risente della fretta dell'appassionata eloquenza dell'avvocato e della persuasiva vigoria dello storiografo.

L'opera otterrà immediata risonanza in tutta Europa e il principio di autonomia dello Stato ne farà uno dei libri più diffusi di tutto il Settecento nel campo della pubblicistica politica.

La negazione del potere temporale, che si richiama nella Istoria al concetto protestante di una Chiesa primitiva, povera, spoglia di privilegi, si amplia nel Triregno fino a diventare una negazione della trascendenza. Si tratta di un saggio storico-critico in tre libri, scritto in carcere e apparso in edizione solo nel 1940; Giannone vi distingue tre fasi nella storia della religione cristiana: la prima dominata dalle preoccupazioni terrene, corrispondente al "Regno terreno", quale fu tra i primi ebrei; la seconda corrisponde al "Regno Celeste" che posa sulla promessa di Cristo sulla resurrezione e la vita eterna, promessa che è alla base della fede dei primi cristiani; la terza è identificata nel "Regno Papale", regno della confusione temporale e spirituale.

Il Triregno precorre, per il suo protendersi verso una forma primitiva verso un ideale stato di natura, gli atteggiamenti del Rosseau, oltre che le polemiche illuministiche contro la Chiesa gerarchica e contro alcune idee cattoliche.

Certamente però uno degli esponenti più significativi del periodo è Giambattista Vico.

1.4.1Giambattista Vico: lo storico filosofo

Giambattista Vico nasce a Napoli nel 1668; "maestro di sé medesimo" attende agli studi letterari, giuridici, filosofici e, per breve tempo, persino medici; all'età di diciotto anni entra nel castello di Vatolla in Cilento, dove resta nove anni come precettore dei figli del marchese Domenico Rocca, continuando nel frattempo i suoi studi. Tornato a Napoli gli viene conferita la cattedra di eloquenza presso l'Università della città, cattedra che conserva anche dopo la nomina a storiografo regio nel 1735. Nonostante le ristrettezze economiche e le numerose disgrazie familiari, continua a dedicarsi alla sua attività: intorno al 1725 scrive l'Autobiografia e nello stesso anno dà alla stampa la prima edizione dei Principi d'una Scienza nuova d'intorno alla comune origine delle Nazioni. A quest'opera, la sola che avrebbe voluto fosse rimasta, egli dedica i rimanenti anni della sua vita, rimaneggiandola e riordinandola per la seconda edizione del 1730; nuovi ritocchi vengono poi apportati per la terza edizione apparsa postuma nel 1744. Muore, infatti, nel gennaio di tale anno, dopo che, a lui che aveva spaziato in tutte le età del mondo, per un crudele scherzo del destino vien meno la memoria, proprio come a Galileo, che aveva scrutato l'immensità dei cieli, era toccato perdere la vista.

Vico viene educato nello stesso ambiente filosofico di Gravina, (uno dei fondatori dell'Arcadia e legislatore dell'Accademia) tra Cartesio cioè ed Epicuro; deriva così dal primo il rigoroso ragionamento critico, dal secondo, conosciuto ed amato attraverso la poesia di Lucrezio, l'interesse per la primitiva età del genere umano, con la lenta e faticosa evoluzione dello stato ferino a quello civile.

Queste molteplici sollecitazioni intellettuali confluiscono nella sua opera maggiore, ma già nell'Autobiografia egli afferma di essersi reso conto della mancanza, nel mondo delle lettere, di un sistema che potesse accordare la filosofia (scienza del vero) con una filologia (scienza del certo) capace di applicare il metodo scientifico ad entrambe le componenti (storia delle lingue e storia delle idee); si volge così alla ricerca di un principio capace di ricomporre il dualismo tra idee e fatti e, dopo venticinque anni di "continua ed aspra meditazione", espone tale principio nella Scienza Nuova.

In un momento in cui l'influsso cartesiano nega ogni valore al passato, Vico proprio in reazione all'astrattezza di tale razionalismo, intuisce il continuo divenire della storia, interpretando lo sviluppo della società umana come la manifestazione di un disegno divino che, operando attraverso gli istinti e le azioni degli uomini, li porta dalla barbarie alla civiltà, la quale a sua volta culmina e declina in una nuova barbarie, rinnovandosi in un perpetuo ciclo.

Il principio naturale e divino che promuove l'incessante divenire della storia è si superiore, ma non tiranno della volontà umana: esso è partecipe sia della razionalità (individuale e collettiva) dell'uomo, sia della Provvidenza Celeste (considerata dal Vico, in senso cattolico "divinamente legislatrice"). Secondo il filosofo compito dello storico è proprio quello di offrire una ricostruzione teoretica e concreta di tutte le manifestazioni che hanno condotto il genere umano da un primitivo stato di ferinità al moderno e civile consorzio (tale concezione rappresenta un'anticipazione dello storicismo moderno).

Vico parte dall'idea cardine che il mondo civile, o mondo delle nazioni, sia stato fatto dagli uomini, e non dal caso, dalla fortuna, o dal destino: approfondendo la conoscenza del processo naturale e progressivo del nostro spirito, dal momento della pura animalità a quello della ragione, si ha la storia delle "leggi eterne sopra le quali corrono i fatti di tutte le nazioni né loro sorgimenti, stati, decadenza e fini".

Nell'uomo, infatti, ad un primo momento di attività istintiva ed irriflessa, succede una fase di vita fantastica, in cui prevalgono le "sentenze poetiche formate con sensi di passione ed affetti"; a queste segue in ultimo il momento razionale, caratterizzato dalle "sentenze filosofiche" dedotte con riflessione e ragionamento.

Questi gradi evolutivi (del senso, della fantasia e dell'intelletto) corrispondono all'infanzia puramente animale, alla fanciullezza immaginosa, alla maturità razionale dell'uomo.

Ad essi fanno riscontro nella vita dei popoli tre età, che rappresentano l'infanzia, la fanciullezza e la maturità di tutto il genere umano: l'età degli dei (o del senso), l'età degli eroi (o della fantasia), l'età degli uomini (o della ragione).

 In ognuno di tali periodi storici è dato scorgere, rispettivamente, una delle tre forme del diritto (divino, eroico, umano) ed una delle tre specie di governo (teocratico, aristocratico, umano), che possono essere realizzate sia sotto forma di monarchia che di repubblica popolare.

Conclusosi il ciclo di questi tre momenti ideali (corso), il genere umano, giunto all'estremo grado di perfezione, decade e per il naturale logorio delle forze che lo hanno portato al vertice della civiltà, ritorna alle barbarie; attraverso poi un nuovo medioevo, ricco di fantasia poetica, esso rinasce più maturo, per un nuovo Stato civile, riflesso e razionale (ricorso).

Questa teoria dei corsi e ricorsi è sicuramente la parte più popolare, anche se per certi versi più discutibile, del pensiero vichiano: certo al filosofo non è sfuggita l'impossibilità per la società di ripercorrere meccanicamente lo stesso cammino, perché ogni barbarie non può prescindere in senso assoluto dai risultati positivi conseguiti in ogni precedente civiltà, tuttavia Vico sembra non essersi reso conto che la successione dei corsi e ricorsi può essere solo ideale, non cronologica: sarebbe assurdo pensare ad un'epoca dominata solo dalla fantasia o succube della ragione, così come è impossibile pensare ad una ragione distinta in tutto e per tutto dalla fantasia e viceversa.

E' in campo estetico che Vico perviene alla sua più importante scoperta: l'autonomia della fantasia dalla ragione. La fantasia è considerata infatti la prima forma di conoscenza, anteriore ed indipendente dal raziocinio; essa non formula opinioni ed idee, ma crea immagini che interessano solo la poesia, espressione di un animo perturbato e commosso". Si avverte ancora in tale concetto l'eredità secentesca della poesia intesa immagine emblematica, o metafora; per Vico però quest'ultima non è costruzione ingegnosa del letterato, bensì esigenza espressiva primordiale e universale: insomma un modo di percepire la realtà.

La poesia stessa non deve quindi più essere considerata come "mero diletto", o "esercitazione ingegnosa", o ancora mezzo di espressione di "utili verità", come si era sostenuto in precedenza: essa per il filosofo napoletano è un momento fondamentale ed eterno dello spirito e costituisce, precedendola, il logico e necessario presupposto alla riflessione. Più semplicemente i poeti sarebbero il "senso" ed i filosofi "l'intelletto" del genere umano: i primi simboleggiano la fanciullezza, e fioriscono in epoca di barbarie; i secondi rispecchiano la maturità e prosperano nelle età di riflessione, tanto è vero che nella storia delle nazioni la poesia ha sempre preceduto la prosa.

  Ricorso

         Corso

Uomo

Infanzia

Fanciullezza

Maturità

Gradi evolutivi

Senso

Fantasia

Ragione

Età

Età degli dei

Età degli eroi

Età degli uomini

Forme di diritto

Diritto divino

Diritto eroico

Diritto umano

Forme di governo

Teocratico

Aristocratico

Umano

 (monarchia o repubblica)

Cultura

Poeti

Filosofi

                                  



[1] distruttore di immagini sacre, inteso in senso figurato come azione critica spregiudicata ed irriverente verso principi e credenze ritenuti indiscussi.

[2] armonica distribuzione delle varie parti di un opera d'arte.



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