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OPERE DI GAIO SVETONIO TRANQUILLO - Caratteri Generali

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OPERE DI GAIO SVETONIO TRANQUILLO

Caratteri Generali

Svetonio attinge informazioni utili alla composizione delle sue biografie da varie fonti, quali documenti archivistici, tradizione orale, satire, storiografie, soprattutto anticesaree; egli però non si preoccupa di verificarne la validità. Al giorno d'oggi non si sono riuscite a ritrovare le genesi delle fonti; Svetonio tralasciò sicuramente le opere di Tacito, dal momento che non ne condivideva le idee. La storiografia di quest'ultimo fu definita aristocratica rispetto a quella di Svetonio, definita minore poiché troppo dedita al pettegolezzo; ciò delinea il carattere del destinatario, gli equites, una classe sociale che ama l'esposizione del documento inedito in modo ordinato e preciso, senza ricercatezze nel linguaggio che è molto oggettivo, chiaro e semplice, con un fraseggio rapido e vivace: uno stile, che è <<un abile compromesso fra il classicismo (più o meno ciceronianeggiante) e il manierismo della moda del tempo>> [F. Cupaiuolo]; le sue opere possono considerarsi solo un attento lavoro di copiatura e assimilazione. Inoltre l'assenza dei pensieri dell'autore e l'abbondanza delle indiscrezioni, consentono una visione dei fatti con una prospettiva più reale.  L'autore si sofferma maggiormente sulla vita privata e sul carattere del personaggio, differenziandone in rubriche le virtutes e i vitia. A ciò può essere dovuto il successo delle opere, perché predilige i pettegolezzi e gli aneddoti, che potevano essere fatti intimi e privati oppure il rapporto coi potenti, in modo da creare un ritratto più completo possibile del personaggio.Le vicende non seguono un ordine logico e cronologico In questo modo rinuncia al classico schema annalistico e scandisce il succedersi dei periodi in base alla durata dei regni degli imperatori, <<inaugura una maniera nuova [di fare storiografia], applicando il metodo della biografia letteraria alla biografia politica>> [Funaioli]. Con Svetonio dunque la biografia assume la sua forma definitiva, che fu il modello in base al quale furono raccolte, nel IV secolo, tutte le biografie imperiali sotto il titolo di Historia Augusta. Anche San Girolamo, Petrarca lo presero a modello, altri ne trassero notizie storiche. L'influsso di Svetonio sugli eruditi fu ed è certamente molto rilevante.
 



Schema Delle Biografie

Lo schema al quale si attiene Svetonio mentre scrive il De viris illustribus e De vita Caesarum è ispirato a quello tracciato da Varrone e Nepote, i primi autor 838j91i i latini che trattarono il genere, di origine greca, della biografia in Roma; per questo motivo le biografie di Svetonio sono definite "alessandrine". Ecco riportata in seguito il modello invariato al quale l'autore si atteneva per ogni biografia:

-          Nome del personaggio trattato (poeta, oratore, scrittore o artista nel De Viris Illusrtibus; imperatore nel De Vita Caesarum);

-          Discendenza;

-          Infanzia;

-          Condizione sociale;

-          Studi e formazione letteraria;

-          Qualità fisiche, morali ed intellettuali;

-          Fatti fondamentali della vita (come attività militari e giochi offerti al popolo nel De Vita Caesarum e opere nel De Viris Illusrtibus);

-          Data di morte;

-          Dati relativi alle statue dedicate al personaggio trattato.

De Vita Caesarum

Le "Vite dei Cesari" costituiscono l'opera più importante di Svetonio, poiché, oltre a essere giunte ai giorni nostri quasi del tutto intatte, sono un documento ricco di notizie per ricostruire la storia del primo periodo dell'età imperiale. Rappresentano una fonte sostitutiva alle opere non del tutto integre di Tacito, quali gli "annali" e le "storie". Pubblicate dopo il 121 d.C., le "Vite dei Cesari" sono una raccolta di biografie dei dodici imperatori compresi tra Cesare e Domiziano. Ecco degli esempi di biografia, Nerone paragrafo uno:


Della stirpe Domizia due famiglie si resero famose: quella dei Calvini e quella degli Enobarbi. Gli Enobarbi fanno risalire sia la loro origine, sia il loro soprannome a L. Domizio.

Secondo la tradizione un giorno costui, ritornando dalla campagna, incontrò due giovani, fratelli gemelli, di maestosa bellezza, i quali gli ordinarono di annunciare al Senato e al popolo una vittoria che ancora non era sicura, e per dimostrargli la loro divinità gli accarezzarono così bene le guance che diedero alla sua barba nera un colore rosso, simile a quello del bronzo.

Questo contrassegno particolare si trasmise ai suoi discendenti, dei quali buona parte ebbe la barba rossa.

Quantunque avessero ottenuto sette consolati, un trionfo, due censure e fossero stati elevati al rango dei patrizi, tutti conservarono lo stesso soprannome. Non presero altri prenomi che quelli di Gneo e Lucio; inoltre, particolare significativo, ora ciascuno di questi due prenomi era portato successivamente da tre di loro, ora prendevano alternativamente l'uno o l'altro. La storia infatti ci dice che il primo, il secondo e il terzo degli Enobarbi si chiamavano Lucio, i tre seguenti, l\'uno dopo l'altro, Gneo, e gli altri, alternativamente, Lucio o Gneo.

Personalmente credo che sia importante far conoscere molti membri di questa famiglia, per poter meglio dimostrare che se Nerone degenerò dalle virtù dei suoi antenati, all'incontro i vizi di ciascuno di loro si ritrovano in lui come se glieli avessero trasmessi attraverso il sangue.

Narra la discendenza della famiglia

Questa frase introduce un fatto che naturalmente sarà una leggenda popolare.

Conclude la notizia curiosa, dando la spiegazione della folta barba rossa di Nerone

Spiega la ragione dei nomi della dinastia di Nerone, mischiando talvolta realtà a dicerie.

 

Con queste parole conferma che le informazioni che va riportando sono tratte da qualche documento imperiale.

Piccola e rara espressione personale.



Nerone, paragrafo ventisei:

Manifestò l'impudenza, la libidine, la lussuria, l'avarizia e la crudeltà dapprima gradualmente e di nascosto e come se si trattasse di errori giovanili, ma in un modo tale che anche allora nessuno aveva dubbi che quei vizi fossero di natura (e) non per l'età.

Subito dopo il crepuscolo, calzato un berretto o una parrucchino, entrava nelle taverne e vagabondava per le strade in vena di follie, d'altronde non inoffensive, visto che era solito picchiare (la gente) che ritornava da cena, ferirla e buttarla nelle fogne se opponevano resistenza, e anche sfondare le porte delle botteghe e saccheggiarle. Mise nel suo palazzo una cantina dove si prendeva il frutto del bottino diviso e messo all'asta.

E spesso, nelle risse di questo genere, corse il rischio di (perdere) gli occhi e la vita, ferito quasi a morte da un tale rivestito del laticlavio (il laticlavio era un distintivo dei senatori), del quale aveva messo le mani sulla moglie, per questo, in seguito, non si avventurò mai più in pubblico a quell'ora senza i tribuni, che lo seguivano da lontano e con discrezione.

Anche in pieno giorno, fattosi trasportare di nascosto in teatro su una lettiga, assisteva dall'alto del proscenio alle dispute dei pantomimi, nel contempo come antesignano e come spettatore, e poiché si era venuti alle mani e si combatteva con e con pezzi di sgabelli, ne gettò anch'egli molti sulla gente e ferì pure gravemente alla testa un pretore.

Espone i vizi di Nerone, dicendo che non erano i normali capricci dovuti all'età ma propri della personalità di colui.

Espone un fatto molto indiscreto e insolito per la vita di un imperatore, in questo modo ne definisce un aspetto molto più realistico e crea un'immagine del Nerone che, assetato di ricchezze, è disposto a tutto.

Così dopo aver corso un grave rischio decide di andare sempre in giro con la scorta. Questo è uno dei piccoli aneddoti di Svetonio.

Ora riporta una sorta di voce, cioè che anch'egli finì per ferire la testa un pretore con uno sgabello.




Tito, paragrafo tre:


Organizzò spettacoli molto spesso stupendi e sontuosi, non solo all'Anfiteatro, ma anche al Circo Massimo. E lì fece eseguire, oltre alle solenni corse di bighe e quadrighe, anche un doppio combattimento terrestre ed a cavallo; tuttavia nell'Anfiteatro organizzò persino un combattimento navale. Inoltre spettacoli di gladiatori e cacce anche notturne, illuminate dalle torce; e non solo combattimenti fra uomini, ma anche fra donne.

Inoltre con le cariche di questore - che, un tempo trascurate, aveva fatto tornare ad essere importanti - fu sempre così presente da dare il potere al popolo di richiedere il bis del suo spettacolo e di introdurre quelli più nuovi con splendore regale. Creò combattimenti navali delle flotte quasi al completo, dopo aver fatto scavare e costruire un lago vicino al Tevere, e stette a guardare sino alla fine dello spettacolo, pur sotto una pioggia scrosciante.

Descrive i giochi organizzati da Tito per il popolo.

Notizia curiosa.

Notizia storica, proveniente probabilmente dell'archivio imperiale.


De Viris Illustribus                                                                                                                       L'opera sugli "uomini illustri" fu pubblicata dopo il 113 d.C.. Essa comprendeva vari libri dedicati a oratori, poeti, grammatici, rètori e filosofi; di questi, sono sopravvissuti fino ai giorni nostri solamente quelli riguardanti i grammatici e i rètori; altri libri sono stati rinvenuti in frammenti, per altri,invece, è possibile procedere ad una ricostruzione, poiché furono citati da molti scrittori. Il più importante fu Gerolamo che, nel suo libro "Cronaca" fornì informazioni su Terenzio, Virgilio, Orazio e Lucano.

Opere Minori                                                                                                                                   Altri libri scritti da Svetonio sono presenti nella "Suda" ossia il lessico greco - bizantino composto intorno al 1000. Naturalmente le opere sono molto incomplete, ma ne conosciamo i titoli:

·         "Historia ludicra", sui giochi romani;

·         "De anno romanorum", sul calendario;



·         "De genere vestium", sull'abbigliamento;

·         "De notis", sulle abbreviazioni e sui segni diacritici usati dagli editori;

·         "De republica Ciceronis", sul pensiero politico appunto dell'Arpinate;

·         "De regibus", sui re stranieri;

·         "De institutione officiorum", sui pubblici incarichi;

·         "De rebus variis";

·         "De vitiis corporalibus", sui difetti fisici;

·         "De rerum natura";

·         "De animalium naturis";

·         "Roma"enciclopedia sulla vita pubblica e privata dei Romani;

"Prata", enciclopedia sul mondo umano e su quello del fisco.

Morte dl Nerone (I)

Come giunse ad una curva, lasciati i cavalli, attra­versò macchie e- roveti, per il viottolo di un canneto, messo di volta in volta sotto i piedi il mantello per riuscire a camminare, uscì alle spalle della sua villa. Qui poiché lo stesso Faonte lo consigliava a rifugiarsi nel frattempo in una cavità, (ricavata dopo essere stata) estratta la terra, (Nerone) rispose che non vo­leva andare sotto terra vivo, e mentre aspettava che gli venisse aperto un varco clandestino alla villa, at­tin~e con la mano da un pozza (sottoposta) dell'acqua per assetarsi ed esclamò: £ Questa è l'acqua depurata di Nerone! »; quindi reso inutilizzabile dai rovi il suo mantello rotondo, fu costretto a strappare via i tralci che gli ostacolavano il percorso. E così cam­minando come un quadrupede (cioè carponi) per la ristrettezza della cavità scavata sbucò in una vicina stanzetta, si gettò sopra un letto con un piccolo ma­terasso e con un vecchio mantello a mo' di coperta. Avendo fame e poi sete, non accettò un peno di pane nero che gli era stato offerto e bevve soltanto un po' d'acqua tiepida. Frattanto sollecitato di qua e di là, di volersi sottrarre agli oltraggi imminenti, diede l'or­dine che fosse scavata davanti a lui la fossa, a misura del suo corpo, che fossero messi insieme dei pezzi di marmo, se si trovassero, e che preparassero- l'acqua ed il fuoco per lavare il cadavere, accompagnando que­sti ordini con il pianto e ripetendo di quando in quan­do:  Quale artista perisce! ..

LA MORTE DI CESARE

I CONGIURATI COL PRETESTO DI RENDERGLI OMAGGIO  LO CIRCONDARONO MENTRE SI SEDEVA , E LI CIMBRO TULLIO CHE SI ERA ASSUNTO IL COMPITO DI IMCOMINCIARE , QUASI PER CHIEDERE QUALCOSA GLI SI AVVICINO' ,E A LUI CHE RIFIUTAVA E CON UN GESTO DELLA MANO RINVIAVA AD UN ALTRO MOMENTO AFFERRO' LA TOGA DA ENTRAMBE LE SPALLE . QUINDI  MENTRE GRIDAVA  " MA QUESTA E' VIOLENZA "  UNO DEI  CASCA LO COLPISCE DA DIETRO POCO SOTTO IL COLLO . CESARE AFFERATO IL BRACCIO DEL CASCA LO TRAPASSO CON IL PUGNALE E AVENDO TENTATO DI BALZAR SU FU FRENATO DA UN ALTRO COLPO.E QUANDO SI ACCORSE , ESSENDO STATI AFFERRATI I PUGNALI , CHE ERA ASSALITO DA OGNI PARTE ,NASCOSE LA TESTA CON LA TOGA , NELLO STESSO TEMPO CON LLA MANO SINISTRA TIRO'  IL LEMBO DELLA TOGA SINO ALL'ESTREMITA' DELLE GAMBE , PER CADERE PIU' DIGNITOSAMENTE ANCHE CON LA PARTE INFERIORE DEL CORPO COPERTA .E COSI' FU TRAFITTO DA 23 COLPI , DOPO AVER EMESSO SOLTANTO UN GEMITO SENZA VOCE AL PRIMO COLPO , ANCHE SE ALCUNI TRAMANDARONO CHE AVESSE  DETTO A MARCO BRUTO , MENTRE GLI SI GETTAVA CONTRO :" ANCHE TU FIGLIO". PER MOLTO TEMPO GIACQUE ESANIME MENTRE TUTTI FUGGIVANO , FINO A CHE TRE GIOVANI SCHIAVI DEPOSTOLO SU UNA LETTIGA CON UN BRACCIO PENZOLANTE LO RIPORTARONO A CASA . FRA TUTTE QUANTE LE FERITE, COME STIMAVA IL MEDICO ANTISTIO , NON NE FU TROVATA  ALCUNA LETALE , SE NON QUELLA CHE AVEVA RICEVUTO AL PETTO IN UN SECONDO MOMENTO . I CONGIURATI AVEVANO AVUTO L'INTENZIONE DI GETTARE  IL CORPO DELL'UCCISO NEL TEVERE DI CONFISCARE I SUOI BENI, DI ANNULLARE I SUOI DECRETI , MA PER PAURA DEL CONSOLE MARC' ANTONIO E DEL CAPO DELLA CAVALLERIA LEPIDO DESISTETTERO .

TACITO

 (55 d.C.? ca - 120 ca)

Vita.

Origini nobili. Molto incerti e lacunosi sono i dati biografici di T. (a partire già dai suoi "tria nomina"): nacque probabilmente nella Gallia Narbonese (ma forse a Terni, o addirittura nella stessa Roma), da una famiglia ricca e molto influente, di rango equestre. Studiò a Roma (frequentò probabilmente anche la scuola di Quintiliano), acquistò ben presto fama come oratore (dovette essere anche un valentissimo avvocato), e nel 78 sposò la figlia di Gneo Giulio Agricola, statista e comandante militare.

La fortunata carriera politica e letteraria. Iniziò la carriera politica sotto Vespasiano e la proseguì sotto Tito e Domiziano; ma, come Giovenale, poté iniziare la carriera letteraria solo dopo la morte dell'ultimo, terribile, esponente flavio (96 d.C.), sotto il cui principato anche il nostro autore, come altri intellettuali del resto, non dovette vivere momenti certo tranquilli. Questore poi nell'81-82 e pretore nell'88, T. fu per qualche anno lontano da Roma, presumibilmente per un incarico in Gallia o in Germania. Nel 97, sotto Nerva, fu console (anche se in veste di supplente) e pronunciò un elogio funebre per Virginio Rufo, il console morto durante l'anno in carica.

Gli ultimi anni profusi negli studi storici. Abbandonò poi decisamente oratoria e politica (ebbe solo un governatorato nella provincia d'Asia, nel 112-113), per dedicarsi totalmente alla ricerca storica. Fu intimo amico, nella vita e negli studi, di Plinio il Giovane.

Germania: virtù dei barbari e corruzione dei Romani.

Opuscolo etnico-geografico di "attualità". Gli interessi etnografici sono al centro della "Germania", non a caso scritta in quel particolare momento storico-politico, quando l'agitarsi delle popolazioni ultrarenane indusse Traiano ad affrontare decisamente il problema germanico: unica testimonianza, comunque, di una letteratura specificatamente etnografica che a Roma doveva godere di una certa fortuna.

[A tal proposito, non è certo se T. abbia ideato quest'opera come una composizione a sé stante o se l'abbia pensata come una parte, un "excursus", da inserire successivamente nelle "Historiae": invero, però, la critica odierna sembra agevolmente acquietarsi sulla prima ipotesi].

I contenuti e le fonti. L'operetta è divisa in 2 parti: nei primi 27 capitoli è descritta la Germania in generale, condizioni del suolo e del clima, abitanti, loro costumi, religioni, leggi, divertimenti, virtù e vizi; la II parte, invece, contiene un catalogo con le notizie particolari dei diversi popoli, in ordine geografico, da occidente ad oriente.

Le suddette considerazioni etnogeografiche (sui popoli e sui luoghi appunto tra Reno e Danubio) non derivano tuttavia da una visione diretta, ma da fonti scritte, e soprattutto dai "Bella Germaniae" di Plinio il Vecchio, che aveva prestato servizio nelle armate del Reno. T. sembra aver seguito la sua fonte con fedeltà, aggiungendo qua e là pochi particolari per ammodernare l'opera: ciò nonostante, rimangono alcune discrepanze, poiché la "Germania" sembra descrivere abbastanza spesso la situazione come si presentava, invero, prima che gli imperatori flavi avanzassero oltre il Reno e oltre il Danubio.

Visione "manichea": barbari sani e Romani corrotti. E' possibile notare (ed anzi non è rilievo secondario), nell'opuscolo di T., l'esaltazione di una civiltà ingenua e primordiale, non ancora corrotta dai vizi raffinati di una civiltà decadente: in questo senso, tutta l'opera sembra percorsa da una vena implicita di contrapposizione dei barbari, ricchi di energie sane e fresche, ai romani, contrapposizione evidentemente frutto di un filtro etico attraverso il quale lo storico scandaglia osservazioni e descrizioni. E molto probabilmente, al di là di ogni "idealizzazione", T. intendeva sottolineare la pericolosità di quel popolo per l'Impero: i Germani potevano davvero rappresentare una seria minaccia per un sistema politico basato sul servilismo e sulla corruzione (ovviamente, T. parla anche dei molti difetti di un popolo che gli appare comunque come essenzialmente barbarico). Un accorato invito, dunque, a raccogliere le residue forze contro il potente e minaccioso nemico.

Differenza fra la biografia di Tacito e quelle di Svetonio

Fra le 12 biografie imperiali di Svetonio e L'Agricola di Tacito è possibile riscontrare alcune differenze.Innanzitutto mentre Tacito adotta lo schema plutarcheo secondo cui la vita del protagonista è presentata in ordine cronologico,Svetonio invece procede "per species".

Inoltre a differenza di Tacito che si concentra esclusivamente sulla vita pubblica di Agricola,Svetonio fa conoscere i suoi personaggi sia attraverso eventi storici rilevanti sia attraverso pettegolezzi,aneddoti curiosi e abitudini stravaganti.Anche lo stile dei 2 autori è molto diverso:Svetonio infatti non abbellisce mai i discorsi degli imperatori limitandosi a citarli con precisione letterale,Tacito invece anche attraverso le parole di Agricola vuole esaltare la sua figura.La differenza più importante è costituita dal fatto che Svetonio non prese mai posizioni politiche,Tacito al contrario fin dalla prefazione espresse la sua condanna nei confronti del regime di Domiziano(colpevole della morte di Agricola e di aver soppresso ogni forma di libertà).

In entrambi i tipi di biografia si trovano comunque degli elementi del tutto inconsueti come excursus etnografico sulla Britannia(Tacito) ed informazioni ecnomiche ,fiscali e giuridiche(Svetonio).

Caratteristiche della sua storiografia

Prese come modelli per le sue 2 opere storiografiche Sallustio e Livio cercando di imitarne l'imparzialità e veridicità,ma nonostante le intenzioni nessuno sfuggiva al suo severo giudizio da cui emerge una concezione profondamente pessimistica della natura umana.

Nella narrazione egli esprime la consapevolezza sulla differenza fra la sua storiografia e quella dei predecessori,causata dall'istituzione del principato che concentrava tutto il materiale storico sulle vicende dell'imperatore,sugli intrighi di corte e sulle lotte per il potere.

Dà grande importanza all'indagine psicologica,costruisce i suoi personaggi attraverso un ritratto dove vengono tralasciati i dati fisici e sottolineati i sentimenti(paura e ospetto) e le passioni(brama di potere).I protagonisti sono poi descritti anche attraverso un'altra tecnica,quella della"caratterizzazione indiretta" che espone discorsi e mette in luce la condotta.

Molto spesso per emozionare e coinvolgere il lettore inserisce descrizioni di morti tragiche,sciagure e catastrofiPLINIO il Giovane    

Plinio il Giovane è una delle figure più interessanti del periodo dei Flavi. Naque a Como nel 61(62?) d.C. Un ricco e noto zio gli lasciò le sue ricchezze ed il suo buon nome. Potè così permettersi una educazione superiore, divenendo avvocato. Fu un contemporaneo di Tacito, per il quale provava la massima stima, e con il quale collaborò ad alcuni processi. Accadde una volta che quest'ultimo, anch'esso grande avvocato, gli propose di trattare insieme una causa contro un funzionario corrotto. Al momento di pronunciare l'arringa accusatoria, Plinio si lasciò invece andare ad un elogio di Tacito che durò ben due ore, dopo le quali Tacito a sua volta elogiò Plinio.

Una della caratteristiche più apprezzate di Plinio era la sua capacità di trattare con le persone. Estremamente gentile, tranquillo e moderato, era da tutti stimato e considerato affidabile, e per questo motivo gli venivano affidati compiti più vari, anche queli diplomatici e di ambasceria. Traiano infatti lo nominò governatore e console della Bitinia. Tanto per dare un'idea del tipo di uomo, quando andava in missione non si faceva mai pagare, e rifiutava diaria e trasferte. In compenso di tasca sua comprava regali e doni per tutte le personalità importanti che avrebbe incontrato nel viaggio, e per le loro mogli. Non mancava di farsi accompagnare da qualcuno con cui parlare di letteratura durante il viaggio. In genere il prescelto era Svetonio, altro grande letterato, per il quale Plinio nutriva un debole.

Aveva la mania di scrivere di tutto e a tutti, e, mantenendo contatti con tantissime personalità, ovunque si trovasse veniva inevitabilmente sommerso da inviti a banchetti. A questi rispondeva sempre per iscritto, chiedendo di essere trattato frugalmente e di essere congedato presto, e di limitare "con moderazione" le discussioni filosofiche a tavola. Proprio questo suo essere incline alla moderazione fa di lui uno dei più affidabili narratori degli eventi del suo tempo, sebbene i suoi scritti non riescano a suscitare forti emozioni, come quelli di altri suoi contemporanei, come Tacito. Plinio Il giovane morì nel 114 d.C.




Opere e considerazioni.

Panegyricus. Considerato dai contemporanei - e ancor più da se stesso - un oratore di primo piano, P. pronunciò (nell'anno 100) il "Panegyricus" ufficiale dell'imperatore Traiano, e questo "saggio", di cui disponiamo, ci permette di giudicare delle sue qualità nell'eloquenza ufficiale.

La sua frase è ampia, lunga e sinuosa; il pensiero aggrovigliato e, per lo più, "banale". Ma bisogna mitigare questa impressione sfavorevole, tenendo conto che il genere aveva le sue esigenze, la prima delle quali era che l'allusione dovesse prevalere sulle affermazioni, perché era piuttosto pericoloso parlare troppo e chiaro. Sotto questo rispetto, quindi, P. ci appare come un vero maestro: dalle sue parole emerge, ad es., un'immagine dell'imperatore che corrisponde esattamente al modo in cui Traiano desiderava proporsi agli occhi del suo popolo. Insomma, con P., l'eloquenza diventa una specie di lavoro poetico, esattamente ciò che Platone, in passato, temeva che potesse divenire: maestra di illusione e di menzogna (ma questo, come detto, è tratto comune dell'eloquenza del tempo).

Il "panegirico", comunque, risulta interessante - oltre che per essere l'unico esempio di oratoria romana nella I età imperiale e il punto d'inizio di un genere effettivamente nuovo ed originale nella letteratura latina - quanto meno per l'importante auspicio, in esso contenuto, di un periodo di rinnovata e costruttiva collaborazione tra imperatore, senato e ceto equestre (con qualche ingenuità, P. sembra rivendicare per sé una sorta di funzione "pedagogica" nei confronti del Principe).

Epistulae. E' probabile però che l'eloquenza giudiziaria di P. (fu, tra l'altro, un avvocato di grido) fosse di diversa qualità, giacché egli ci appare nelle sue "Epistulae" (parte fondamentale della sua opera) un onest'uomo, anche piuttosto scrupoloso (perlomeno quando scrive a Traiano, durante l'esercizio della carica di governo in Bitinia, per chiedergli consigli sul comportamento da adottare nei confronti dei suoi amministrati).

Le "Lettere" sono in 10 libri: i primi 9, raccolti e ordinati dallo stesso P. per consiglio dell'amico Setticio, contengono lettere di indole privata ("Ad familiares"), indirizzate ad amici e (meno) a parenti. Si presentano come veri e propri saggi, per lo più brevi, di cronaca sulla vita mondana, intellettuale (vi compaiono, tra gli altri, Marziale e Tacito, cui del resto P. fu molto legato) e civile (di cui, visto il suo "status", egli è osservatore privilegiato): lo spunto per l'impostazione di fondo, etico-didascalica, gli viene certamente da Seneca (si ricordino le lettere di questi a Lucilio). Il X libro, pubblicato postumo, è riservato invece al carteggio ufficiale intercorso, come detto, con Traiano.

I libri su citati, non meno di quest'ultimo, rivelano nella forma (il modello stavolta è Cicerone, ma con accenni di "maniera") una ricercatezza e una lisciatura che direbbero da sole - quand'anche l'autore stesso non lo avvertisse col suo "paulo maiore cura" - che esse sono state rivedute per affrontare il giudizio del pubblico: ben lo testimonia l'ordinamento interno, attento alla "variatio" degli argomenti.

Il nostro mostra notevoli interessi verso le cose intellettuali, in particolare per la filosofia e per la scienza naturale, ma più con lo spirito del "dilettante" che con quello del vero pensatore o scienziato. Inoltre, ci offre un esempio esauriente della cultura "umanistica", così come era concepita al suo tempo; nonché - come detto - un ampio, suggestivo e dettagliato monitoraggio sulla vita dell'Impero. E' possibile, infine, al di là delle differenti personalità dei due autori e dei loro differenti ruoli politici e contesti storico-culturali, valutare ciò che la perdita della libertà ha potuto produrre nello spirito romano, se si paragonano queste "Lettere" di P. proprio con l' "Epistolario" di Cicerone.

DECIMO GIOVENALE    

 

 

O meglio Decimus Junuis Juvenalios, nacque ad Aquino il 55 d.C., fu adottato poi da un ricco liberto e sembra anche ricoperto cariche pubbliche in questa città. A Roma, città del benessere, del "consumismo" e dello sfarzo, scrisse le sedici satire per cui è famoso, praticamente un'invettiva contro la mancanza di valori nella società opulenta romana e contro la corruzione dilagante ad ogni livello. Delle sedici satire la più nota è la sesta e costituisce un attacco veemente contro i vizi delle donne, tutte corrotte, nobili o di umili origini che siano. E' anche la satira che ha fatto passare alla storia la moglie dell'Imperatore Claudio, la celeberrima Messalina, ormai, per "merito" di Giovenale, per tutti esempio di donna dissoluta e depravata. Tra le altre satire, le più "illuminanti" circa il clima dell'epoca, sono la prima in cui il poeta afferma che la corruzione dilagante lo spinge a scrivere, e che per evitare le più che certe reazioni violente degli uomini del suo tempo, parlerà dell'immoralità dei tempi passati; la terza in cui parla dell'Umbricio, suo amico, costretto ad allontanarsi da Roma perché non resiste allo spettacolo dei vizi che la inquinano. 

La quinta sferzante satira contro la cortigianeria e lo stupido uso del potere in cui narra la storia di un grosso rombo che si fa pescare per essere offerto a Domiziano che convoca un consiglio di militari per decidere in che modo cuocerlo; la settima in cui depreca la triste condizione dei letterati; l'ottava in cui afferma che l'unica vera nobiltà è quella dell'anima; la dodicesima, in cui si scaglia contro chi cerca la ricchezza ad ogni costo, in questo caso attraverso la "caccia" ai testamenti; la tredicesima in cui consola l'amico Calvino che, fiducioso, ha prestato denaro che poi non gli è stato restituito; la quattordicesima in cui tratta della responsabilità dei genitori nell'educazione dei figli, da attuarsi non con l'imposizione, ma soprattutto tramite l'esempio; la quindicesima in cui attacca le superstizioni religiose. Non c'è bisogno di rimarcare la profonda analogia con il clima morale di oggi, ne c'è da meravigliarsi che dando fastidio ai potenti, qualcuno di questi ultimi non abbia perdonato gli attacchi che non risparmiarono, come s'è visto, nemmeno i personaggi della famiglia imperiale. Sembra infatti che sia morto in esilio molto lontano da Roma, tra il 135 ed il 140 d.C., quindi più che ottuagenario. 

Del nostro poeta sono i celeberrimi detti che vanno dall'ottimistica "mens sana in corporae sano" agli amari "set quis custodiet ipsos custodes ?" e "panem et circences" di cui si accontenterebbero tanti uomini non desiderosi d'altro, secondo lui, che di mangiare e divertirsi.

Opera.

La raccolta. G. scrisse "Satire" [vers.lat] (100-127 d.C.?), in esametri, in numero di 16 (l'ultima è incompleta) e per un totale di 3870 versi ca., pubblicate - forse da lui stesso - in 5 libri, che uscirono dopo la morte di Domiziano, quando cioè il clima politico lo permise; le satire sono disposte nella raccolta in ordine cronologico: 5 nel I libro, 1 nel II, 3 nel III e nel IV, 4 nel V.

I contenuti. Eccone brevemente i contenuti

Considerazioni.

Satira "necessaria" di un provinciale contro il "sistema". G. non crede che la sua poesia possa influire sul comportamento degli uomini, giudicati prede irrimediabili della corruzione: la sua satira - ispirata in particolare a Lucilio ed Orazio, ma non aliena dalle suggestioni della diàtriba cinico-stoica - si limiterà a denunciare, a gridare la sua protesta rancorosa ed astiosa ("indignatio", placata - apparentemente? - solo verso la fine, a partire dalla satira X, e soprattutto nelle XV e XVI), senza coltivare illusioni di riscatto, rifiutando in toto la connotazione consolatoria del pensiero moralistico tradizionale romano.

L'invettiva e il sarcasmo di G., allora, sono rivolti contro tutto il "sistema" (soprattutto nei suoi gangli rappresentativi), quel sistema che lo ha emarginato (il "democraticismo" del poeta è così solo apparente) e che gli fa rimpiangere, ed idealizzare, la tradizione nazionale e repubblicana, coi suoi valori morali e politici, oramai mortificati. La scelta programmatica del genere satirico è, quindi, per il poeta una necessità, dettata dall'ipocrisia e dai vizi che lo circondano (ai suoi tempi, egli dice francamente, "difficile est saturam non scribere"), anche se - come già detto - ambienti personaggi e soggetti sono scelti, con molta cautela, dal periodo precedente.

Nella civiltà che gli sta intorno, G. ha - ad es. - in orrore tutto ciò che non è "romano", nella buona tradizione del termine: detesta gli orientali, l'ellenismo, i liberti arricchiti, tutto ciò che, a suo giudizio, sottrae ai romani le proprie conquiste. Ma non detesta meno i senatori che non hanno il coraggio di opporsi al tiranno, o le donne che si fanno beffe della fedeltà coniugale e rendono la vita del proprio marito un lungo martirio. In ogni modo, combatte con pari vigore tanto i vizi (di cui talora pur sembra avvertire il pericoloso fascino) e le semplici forme di ridicolaggine, la donna che pratica aborti come la pedante.

Il ruolo "scioccante" della retorica. Per cui ci si può chiedere fino a che punto queste satire non siano anzitutto delle "amplificazioni", espressioni volontarie di estremismo, che non meritano di essere confuse con delle testimonianze obiettive (anche se, indubbiamente, ci propongono un grande affresco dell'epoca). Le "Satire" recano difatti, e in modo forte, l'impronta della retorica: declamatore, G. lo è per i temi che affronta ("luoghi comuni" sui costumi del tempo, la povertà, la ricchezza, ecc, topoi in cui più evidente è l'influsso della diàtriba), e più ancora per il tono che lo distingue, fatto di una virulenza appassionata che si propone di "aggredire" e "scioccare" il lettore e di un'eloquenza che hanno contribuito a modificare fortemente l'evoluzione del genere satirico. E alla violenza dell' "indignatio" (e alla mostruosità del mondo che ne è oggetto) s'addice - quasi per contrasto - un'altezza di tono e una grandiosità di stile che accostano la satira - rivoluzionariamente - alla tragedia, analogamente "sublime".



Apuleio

(Madaura, Algeria 125 d.C. ca - Cartagine, dopo il 170 d.C.)

Vita.

La nascita e gli studi.
Poche sono le notizie in nostro possesso sulla vita di questo che è certamente il personaggio più poliedrico e affascinante dell'età degli Antonini (lo stesso "praenomen" tramandatoci sembra essere piuttosto una conseguenza del fatto che il protagonista del suo romanzo si chiama appunto Lucio); notizie, del resto, tutte ricavabili da certe informazioni che lo stesso scrittore ci fornisce nelle sue opere, soprattutto nell' "Apologia". Così sappiamo che nacque a Madaura intorno al 125 d.C, che fu di estrazione agiata e che studiò a Cartagine, dove apprese le regole dell'eloquenza latina; si recò poi ad Atene, per avviarsi allo studio del pensiero greco. Ciò che principalmente l'attraeva erano le dottrine nelle quali il pensiero religioso aveva una sua funzione: ma lo stoicismo, al quale rimanevano fedeli in gran parte i nobili romani e di cui Marco Aurelio sarà un adepto, lo attraeva molto meno del platonismo, o della dottrina che allora passava sotto questo termine (platonismo se così possiamo dire "teosofico"), impregnata di misticismo e addirittura di magia. L'iniziazione ai culti misterici. A. si fece iniziare a tutti i culti più o meno segreti che a quei tempi abbondavano nell'Oriente mediterraneo: misteri di Eleusi, di Mitra, misteri di Iside, culto dei Cabiri a Samotracia, e tanti altri di minore fama. La sua speranza era di trovare il "segreto delle cose" e, al pari della sua eroina Psiche, si abbandonava a tutti i dèmoni della curiosità, avventurandosi fino alle frontiere del sacrilegio. L'accusa di magia e il processo. La strada del ritorno dalla Grecia all'Africa lo condusse attraverso le regioni asiatiche, in Egitto e quindi in Cirenaica, dove lo attendeva una straordinaria avventura verso Alessandria (155-156). Ad Oea (l'odierna Tripoli), infatti, conobbe Pudentilla, madre di uno dei suoi compagni di studi ad Atene, Ponziano, la quale, rimasta vedova, desiderava riprendere marito. A. le piacque, e i due si sposarono. I parenti della nobildonna, adirati nel vedere compromessa l'eredità, intentarono un processo al "filosofo" straniero accusandolo di aver plagiato e sedotto la donna con arti magiche per impossessarsi dei suoi averi, e lo tradussero davanti al governatore della provincia. Per difendersi, A. compose un'arringa scintillante di spirito, che ci è stata conservata col titolo di "Apologia" (158).Gli ultimi anni. Dopo il processo, lo scrittore tornò a Cartagine, dove ottenne varie dignità (come quella di "sacerdos provinciae" del culto imperiale, ma fu pure sacerdote e propagandista del culto di Asclepio) e dove proseguì la sua brillante carriera di conferenziere (i Cartaginesi giunsero ad innalzare statue in suo onore). Infine, la sua morte va collocata probabilmente dopo il 170 d.C., dal momento che da quest'anno in poi non abbiamo più notizie sul suo conto.Opere.

- "Apologia" [trad.it] o "De magia" (158), come detto, versione successivamente rielaborata della propria, vittoriosa, orazione difensiva. L'episodio autobiografico viene filtrato attraverso una densa rete letteraria, che lo rende quasi emblematico, se non addirittura mitico; costante vi è poi l'ironia, da cui traspare la sicurezza della vittoria. In quest'opera, così, è già in nuce lo stile caratteristico dello scrittore, fatto di folgorazioni, sospensioni, parallelismi, allitterazioni, di espressioni nuove ed inaspettate, dove il ciceronianismo di fondo già si sfalda in una serie di brevi, frizzanti periodi. Dal punto di vista della difesa, invece, A. distingue tra filosofia e magia: la differenza è che il filosofo può avere contatti coi demoni (vd. oltre, "De deo Socratis") per fini di purificazione spirituale, mentre il mago, con le sue arti, intende raggiungere scopi malefici. E', infine, interessante paragonare questo genere di eloquenza, di discorso effettivamente pronunciato davanti a un tribunale, con quella dei "Florida" [vers.lat] (antherà, "selezioni di fiori"), estratti di conferenze (23 brani oratori) tenute dallo scrittore a Cartagine e a Roma, antologizzati in 4 libri da un anonimo ed eccezionali esempi di virtuosismo retorico.

 

Tre opere filosofiche:

- "De mundo" [vers.lat], rifacimento - in chiave stoicheggiante - dell'omonimo trattato pseudoaristotelico;- "De Platone et eius dogmate" [vers.lat], una sintesi della fisica e dell'etica di Platone, cui doveva seguire una logica ("Perì ermeneias"?): ne emerge un Platone permeato di neopitagorismo, di teorie misteriche ed iniziatiche;- "De deo Socratis" [vers.lat], un opuscolo in cui A. esamina la demonologia di Socrate: sotto l'influsso delle filosofie orientali, i "demoni" (ovvero, divinità) diventano Angeli, o affini ad essi, per A., spiriti che fungono da intermediari tra gli dèi e gli uomini, e che presiedono a rivelazioni e presagi.- Numerose, poi, le opere perdute, o di cui ci resta molto poco. Scrisse di aritmetica, musica, medicina ecc., e, tra le altre cose, compose "Carmina amatoria", "Ludicra" (di questa raccolta faceva parte un carme su un dentifricio e due epigrammi d'amore conservati nell' "Apologia") e poi una traduzione del "Fedone" platonico, un romanzo, "Hermagoras", di cui ci restano due frammenti e nel quale doveva essere celebrato il culto di "Ermete Trismegisto". Il carattere enciclopedico e insieme misterico e salvifico della sua produzione minore è confermato pure da scritti trasmessi sotto il suo nome, specie da un dialogo ermetico apocrifo, l' "Asclepius".

 

- "Metamorfosi" ("Metamorphoseon libri XI"), denominato a volte "L'asino d'oro" ("Asinus Aureus"), certamente il suo capolavoro ("Asino d'oro" è il titolo con cui la prima volta lo indicò Sant'Agostino nel "De civitate Dei": ma non si sa se l'aggettivo "aureus" sia stato coniato in riferimento alle doti eccezionali dell'asino, oppure alla qualità artistica del romanzo, oppure ancora al valore di edificazione morale insito nella storia del protagonista).Le "Metamorfosi". 

Considerazioni.
*Il romanzo, opera stravagante in 11 libri, è forse l'adattamento (almeno nei primi 10) di uno scritto di Luciano di Samosata di cui non siamo in possesso, ma del quale ci è pervenuto un plagio intitolato "Lucius o L'asino": si discute se A. abbia seguito il modello solo nella trama principale, o ne abbia ricavato anche le molte digressioni novellistiche tragiche ed erotiche. Non è improbabile, poi, che sia A. che Luciano abbiano (sia pure con intenti del tutto diversi) rielaborato un'ulteriore fonte, di cui ci testimonia Fozio: ovvero, un'opera intitolata, manco a dirlo, "Metamorfosi", e attribuito ad un certo Lucio di Patre, il cui canovaccio esteriore è praticamente lo stesso dell'opera del nostro. "Le "Metamorfosi" di A. gravitano comunque nella tradizione della "milesia", ma anche in quella del romanzo greco contemporaneo, arricchito però dall'originale e determinante elemento magico e misterico.Dunque, nell'opera, il magico si alterna con l'epico (nelle storie, ad es., dei briganti), col tragico, col comico, in una sperimentazione di generi diversi (ordinati ovviamente in un unico disegno, con un impianto strutturale abbastanza rigoroso), che trova corrispondenza nello sperimentalismo linguistico, nella piena padronanza di diversi registri, variamente combinati nel tessuto verbale: e il tutto in una lingua, comunque, decisamente "letteraria".

Trama
*La storia narra di un giovane chiamato Lucio (identificato da A. con lo stesso narratore), appassionato di magia. Originario di Patrasso, in Grecia, egli si reca per affari in Tessaglia, paese delle streghe. Là, per caso, si trova ad alloggiare in casa del ricco Milone, la cui moglie Panfila è ritenuta una maga: ha la facoltà di trasformarsi in uccello. Lucio - avvinto dalla sua insaziabile "curiositas" - vuole imitarla e, valendosi dell'aiuto di una servetta, Fotis, accede alla stanza degli unguenti magici della donna. Ma sbaglia unguento, e viene trasformato in asino, pur conservando coscienza ed intelligenza umana. Per una simile disgrazia, il rimedio sarebbe semplice (gli basterebbe mangiare alcune rose), se un concatenarsi straordinario di circostanze non gli impedisse di scoprire l'antidoto indispensabile. Rapito da certi ladri, che hanno fatto irruzione nella casa, durante la notte stessa della metamorfosi, egli rimane bestia da soma per lunghi mesi, si trova coinvolto in mille avventure, sottoposto ad infinite angherie e muto testimone dei più abietti vizi umani; in breve, il tema è un comodo pretesto per mettere insieme una miriade di racconti.Nella caverna dei briganti, Lucio ascolta la lunga e bellissima favola di "Amore e Psiche", narrata da una vecchia ad una fanciulla rapita dai malviventi: la favola racconta appunto l'avventura di Psiche, l'Anima, innamorata di Eros, dio del desiderio, uno dei grandi dèmoni dell'universo platonico, la quale possiede senza saperlo, nella notte della propria coscienza, il dio che lei ama, e che però smarrisce per curiosità, per ritrovarlo poi nel dolore di un'espiazione che le fa attraversare tutti gli "elementi" del mondo) (vd oltre, la parte dedicata specificamente alla favola).

Sconfitti poi i briganti dal fidanzato della fanciulla, Lucio viene liberato, finché - dopo altre peripezie - si trova nella regione di Corinto, dove, sempre sotto forma asinina, si addormenta sulla spiaggia di Cancree; durante la notte di plenilunio, vede apparire in sogno la dea Iside che lo conforta, gli annuncia la fine del supplizio e gli indica dove potrà trovare le benefiche rose. Il giorno dopo, il miracolo si compie nel corso di una processione di fedeli della dea e Lucio, per riconoscenza, si fa iniziare ai misteri di Iside e Osiride.

La chiave "mistagogica"
*L'ultima parte del romanzo (libro XI), che si svolge in un clima di forte suggestione mistica ed iniziatica, non ha equivalente nel testo del modello greco. E' evidente che è un'aggiunta di A., al pari della celebre "favola" di Amore e Psiche, che si trova inserita verso la metà dell'opera: centralità decisamente "programmatica", che fa della stessa quasi un modello in scala ridotta dell'intero percorso narrativo del romanzo, offrendone la corretta decodificazione. Ci si può chiedere se queste aggiunte non servano a spiegare l'intenzione dell'autore. In realtà l'episodio di Iside, come quello di Amore e Psiche, ha un evidente significato religioso: indubbio nel primo; fortemente probabile nel secondo, interpretato specificamente ora come mito filosofico di matrice platonica, ora come un racconto di iniziazione al culto iliaco, ora - ma meno efficacemente - come un mito cristiano. Certo è, comunque, che tutto il romanzo è carico di rimandi simbolici all'itinerario spirituale del protagonista-autore: la vicenda di Lucio ha, infatti, indubbiamente valore allegorica: rappresenta la caduta e la redenzione dell'uomo, di cui l'XI libro è certamente la conclusione religiosa (lo stesso numero dei libri, 11, sembra del resto far pensare al numero dei giorni richiesti per l'iniziazione misterica, 10 appunto di purificazione e 1 dedicato al rito religioso). Il tutto farebbe delle "Metamorfosi", così, un vero e proprio romanzo "mistagogico", che sembrerebbe invero registrare l'esperienza stessa dello scrittore.Romanzo che, tuttavia, qualunque sia la sua reale intenzione, ci offre una straordinaria descrizione delle province dell'impero al tempo degli Antonini e, in modo particolare, della vita del popolo minuto. Confrontato con quello di Petronio, dà però la curiosa impressione che i personaggi vi siano osservati a maggiore distanza, come in un immenso affresco dove si muovono, agitandosi, innumerevoli comparse.

 

La favola di "Amore e Psiche".

Come detto, la favola di Amore e Psiche, che si estende emblematicamente dalla fine del IV libro (paragrafo XXVIII) a buona parte del VI (prg. XXIV incl.), ha un'importanza esemplare nell'economia generale del romanzo, svolgendo una funzione non solo esornativa, ma fornendocene invero la corretta chiave di lettura e di decodificazione, fulcro artistico ed etico dell'opera tutta. 

Trama
La favola inizia nel più classico dei modi: c'erano una volta, in una città, un re e una regina, che avevano tre figlie. L'ultima, Psiche, è bellissima, tanto da suscitare la gelosia di Venere, la quale prega il dio Amore di ispirare alla fanciulla una passione disonorevole per l'uomo più vile della terra. Tuttavia, lo stesso Amore si invaghisce della ragazza, e la trasporta nel suo palazzo, dov'ella è servita ed onorata come una regina da ancelle invisibili e dove, ogni notte, il dio le procura indimenticabili visite. Ma Psiche deve stare attenta a non vedere il viso del misterioso amante, a rischio di rompere l'incantesimo. Per consolare la sua solitudine, la fanciulla ottiene di far venire nel castello le sue due sorelle; ma queste, invidiose, le suggeriscono che il suo amante è in realtà un serpente mostruoso: allora, Psiche, proprio come Lucio, non resiste alla "curiositas", e, armata di pugnale, si avvicina al suo amante per ucciderlo. Ma a lei il dio Amore, che dorme, si rivela nel suo fulgore, coi capelli profumati di ambrosia e le ali rugiadose di luce e il candido collo e le guance di porpora. Dalla faretra del dio, Psiche trae una saetta, dalla quale resta punta, innamorandosi, così, perdutamente, del'Amore stesso. Dalla lucerna di Psiche una stilla d'olio cade sul corpo di Amore, e lo sveglia. L'amante, allora, fugge da Psiche, che ha violato il patto. L'incantesimo, dunque, è rotto, e Psiche, disperata, si mette alla ricerca dell'amato. Deve affrontare l'ira di Venere, che sfoga la sua gelosia imponendole di superare quattro difficilissime prove, l'ultima delle quali comporta la discesa nel regno dei morti e il farsi dare da Persefone un vasetto. Psiche avrebbe dovuto consegnarlo a Venere senza aprirlo, ma la curiosità la perde ancora una volta. La fanciulla viene allora avvolta in un sonno mortale, ma interviene Amore a salvarla; non solo: il dio otterrà per lei da Giove l'immortalità e la farà sua sposa. Dalla loro unione nascerà una figlia, chiamata "Voluttà". 

La chiave di lettura della favola
La successione degli avvenimenti della novella riprende quella delle vicende del romanzo: prima un'avventura erotica, poi la "curiositas" punita con la perdita della condizione beata, quindi le peripezie e le sofferenze, che vengono alfine concluse dall'azione salvifica della divinità. La favola, insomma, rappresenterebbe il destino dell'anima, che, per aver commesso il peccato di "hybris" (tracotanza) tentando di penetrare un mistero che non le era consentito di svelare, deve scontare la sua colpa con umiliazioni ed affanni di ogni genere prima di rendersi degna di ricongiungersi al dio. L'allegoria filosofica è appena accennata (se non altro, nel nome della protagonista, Psiche, simbolo dell'anima umana), ma il significato religioso è evidente soprattutto nell'intervento finale del dio Amore, che, come Iside, prende l'iniziativa di salvare chi è caduto, e lo fa di sua spontanea volontà, non per i meriti della creatura umana.







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