Caricare documenti e articoli online  
INFtube.com è un sito progettato per cercare i documenti in vari tipi di file e il caricamento di articoli online.
Meneame
 
Non ricordi la password?  ››  Iscriviti gratis
 

La Battaglia di Zama

latino


Inviare l'articolo a Facebook Inviala documento ad un amico Appunto e analisi gratis - tweeter Scheda libro l'a yahoo - corso di



ALTRI DOCUMENTI

Il teatro romano arcaico
TRADUZIONE E TRASRIZIONE DELLA VERSIONE 302 A PG.185 DI "STUDIUM" DI GIUSEPPE DE MICHELI
De Bello Gallico 1-1, pag. 393, da Cesare
Dai severi a Diocleziano - Mutamenti sociali
I PRIMI RE DI ROMA
NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE: MATERIALI DI LAVORO 2
CARME 71
Una battaglia vittoriosa - Versione scheda
LA BATTAGLIA DI FARSALO- Cesare
SALLUSTIO (86-35 a.C.)

La Battaglia di Zama

Hinc (= dall'Italia) invictus patriam defensum revocatus, Hannibal bellum gessit adversus P. Scipionem, filium eius Scipionis quem ipse primo apud Rhodanum, iterum apud Padum, tertio apud Trebiam fugarat (= fugaverat). Cum hoc, exhaustis iam patriae facultatibus, cupivit impraesentiarum bellum componere, quo valentius postea congrederetur. In colloquium convenit: condiciones non convenerunt. Paucis diebus post id factum apud Zamam cum eodem conflixit; pulsus - incredibile dictu - biduo et duabus noctibus Hadrumetum pervenit, quod abest ab Zama circiter milia passuum trecenta. In hac fuga Numidae, qui simul cum eo ex acie excesserant, insidiati sunt ei, sed is non solum insidias effugit, sed etiam ipsos oppressit. Hadrumeti reliquos e fuga collegit, novis dilectibus paucis diebus multos contraxit.

Traduzione

Richiamato di qui (= dall'Italia) per difendere la patria (senza essere) mai (stato) sconfitto,  Annibale combatté contro Publio Scipione, figlio di quello Scipione che lui stesso aveva messo in fuga prima presso il Rodano, (poi) una seconda volta presso il Po, una terza volta presso il Trebbia. Con c 141c23b ostui, essendo ormai esauste le risorse della patria, desiderò per il momento fare la pace, per affrontar(lo) con maggior forza in seguito. (Lo) incontrò a colloquio: non si accordarono sulle condizioni di pace1. Pochi giorni dopo questo fatto si scontrò conto il medesimo (= Scipione) presso Zama; respinto, in due giorni e due notti - incredibile a dirsi - giunse ad Adrumeto, che dista da Zama circa trecento miglia. In questa fuga i Nùmidi, che insieme a lui erano usciti dal campo, gli tesero un'insidia, ma egli non solo sfuggì all'insidia, ma anche li sconfisse. Ad Adrumeto raccolse i superstiti della fuga2 (e) con nuove leve in pochi giorni arruolò molti (soldati).



Le oche del Campidoglio

Galli de Alpibus in Italiam descenderunt et totam regionem ferro ignique vastaverunt. Mortis terror hostiumque formido omnes urbium incolas repente invaserunt. Statim contra ingentes barbarorum copias consul cum duabus legionibus a romanis missus est sed Galli consulem eiusque legiones petiverunt et acri proelio apud Alliam flumen vicerunt, postea Romam accesserunt.Tum Romani, formidine capti, Urbem reliquerunt et cum senibus, mulieribus liberisque in silvas confugerunt. Barbari sine periculo ad Urbem pervenerunt et Capitolium, Romae arcem, obsederunt. Iam Galli arcis moenia ascendebant, cum repente vigiles anseres acribus clangoribus Marcum Manlium, Capitolii custodem, e somno excitaverunt. Tum Manlius Romanos milites vocavit, qui ingenti vi pugnaverunt et Gallos reppulerunt: itaque Capitolium a barbarorum insidiis liberatum est et Roma anserum clangoribus servata est.

Traduzione

I Galli discesero dalle Alpi in Italia e misero a ferro e fuoco1 tutta la regione. All'improvviso il terrore della morte e la paura dei nemici invasero tutti gli abitanti delle città. Subito contro le ingenti truppe dei barbari fu mandato dai Romani un console con due legioni, ma i Galli assalirono il console e le sue legioni e con un aspro combattimento (li) vinsero presso il fiume Allia, poi si avvicinarono a Roma. Allora i Romani, presi dalla paura, abbandonarono la città e con i vecchi, le donne e i figli si rifugiarono nei boschi. I barbari senza pericolo arrivarono in città e presero d'assedio il Campidoglio, rocca di Roma. Ormai i Galli scalavano le mura della rocca, quando improvvisamente le vigili oche svegliarono dal sonno con forti schiamazzi Marco Manlio, custode del Campidoglio. Allora Manlio chiamò i soldati Romani, che combatterono con enorme forza e respinsero i Galli: perciò il Campidoglio fu liberato dalle insidie dei barbari e Roma fu salvata dagli schiamazzi delle oche.

Cerere e Proserpina

Ceres, agricolturae dea, benigna et benevola erga viros feminasque erat; filiam habebat, Proserpinam. Proserpina pulchra erat: sic Pluto, maestus umbrarum dominus, puellam in Sicilia apud Hennam cum ancillis videt et rapit: Sicula terra enim dehiscit et funestum Plutonis vehiculum cum quattuor nigris equis apparet. Vehiculum Proserpinam in Inferos tenebrosos ducit, ubi puella Inferorum regina est. Ceres omnia ignorat: per totas terras cum lacrimis errat et filiam quaerit; sed nusquam invenit. Natura infecunda fit, quia dea aegra est. Tunc Iuppiter deam obsecrat, sed Ceres firma est et deorum domino dicit: "Filiam meam statim videre cupio!". Iuppiter respondet: "Proserpina sex menses in terra vivet, sex menses sub terra, quia matrimonium cum Plutone contraxit". Ceres laeta est et plantae, herbae et fruges in terra reflorescunt.  

Traduzione

Cerere, dea dell'agricoltura, era buona e benevola verso gli uomini e le donne; aveva una figlia, Proserpina. Proserpina era bella: così Plutone, triste sovrano delle ombre, vede la ragazza in Sicilia presso Enna con le ancelle e ( la) rapisce: infatti si spalanca la terra di Sicilia e appare il funesto carro di Plutone con quattro cavalli neri. Il carro conduce Proserpina negl'Inferi tenebrosi, dove la ragazza diventa regina degli Inferi. Cerere ignora ogni cosa: vaga  per tutte le terre con le lacrime (agli occhi) e cerca la figlia; ma non (la) trova da nessuna parte. La natura diventa infeconda, poiché la dea è triste. Giove allora supplica la dea, ma Cerere è decisa e al signore degli dei dice: "Desidero vedere immediatamente mia figlia!". Giove risponde: "Proserpina vivrà sei mesi sulla terra, sei mesi sotto terra, poiché si sposò con Plutone". Cerere è contenta e le piante, le erbe e le messi ricrescono sulla terra.

Teseo e il minotauro

Theseus illustris Graeciae heros est. Olim Athenienses propter gravem cladem in bello atrox tributum Minoi, Cretae regi, pendere debebant; septem enim pueros et septem puellas mittebant ad Minotaurum, crudele monstrum qui corpus humanum sed caput taurinum habebat. Minotaurus Athenienses infelices iuvenes devorabat. Sed Theseus, Athenarum regis filius, Cretam petit, in Labyrinthum, ubi monstrum vivebat, intrat et Minotaurum Ariadnae auxilio magna audacia occidit. Ariadna enim, pulchra Minois filia, ob ardentem erga Theseum amorem, fili glomus heroi dat: sic Theseus filum in Labyrintho evolvit et exitum per multas Labyrinthi vias facile invenit. Itaque Athenienses obsides liberat et Athenas repetit: secum nobilem Ariadnam ducit. Theseus coniugium Ariadnae promittit, sed postea puellam insula Naxo relinquet.

Traduzione

Tèseo è un famoso eroe della Grecia. Una volta gli Ateniesi, a causa di una grave sconfitta in guerra, dovevano pagare a Minosse, re di Creta, un atroce tributo: mandavano infatti sette fanciulli e sette fanciulle al Minotauro, mostro crudele che aveva corpo umano ma testa di toro1. Il Minotauro divorava gli infelici giovani ateniesi. Ma Tèseo, figlio del re di Atene, si dirige a Creta, nel Labirinto, dove viveva il mostro, (vi) entra e, con l'aiuto di Arianna, uccide con grande audacia il Minotauro. Infatti Arianna, la bella figlia di Minosse, a causa del (suo) ardente amore per Tèseo, dà all'eroe un gomitolo di filo: così Tèseo srotola il filo nel Labirinto e trova facilmente l'uscita attraverso i molti corridoi del Labirinto. Perciò libera gli ostaggi ateniesi e ritorna ad Atene: conduce con sé la nobile Arianna. Tèseo promette il matrimonio ad Arianna, ma in seguito abbandonerà la fanciulla sull'isola (di) Nasso.

Il topo di Campagna e il topo di città (Fedro)



Olim mus rusticus urbanum murem, veterem amicum suum, ad cenam in paupere cavo invitavit et hospiti in humili mensa ciceres et uvas aridas et duras vicini nemoris glandes apposuit. Urbanus mus vix vilem cibum dente superbo tangebat et rustica alimenta contemnebat. Tandem sic exclamavit: "Cur, amice, vitam tam miseram ruri agis? Veni mecum in urbem ubi magnam cibi suavis copiam invenies et beatus sine curis vives". Placuit consilium rustico muri et in magnificam domum urbanam cum comite migravit. Ibi, dum tranquilli securique cenant atque delicatas dapes gustant, subito canum latratus resonant atque servi irrumpunt. Mures territi per totum conclave currunt et refugium petunt. Tum mus rusticus urbano muri dicit: "Salve, amice mi; tu in urbe mane cum exquisitis cibis tuis, ego rus reverto ad meam pauperem sed securam vitam".

Traduzione

Una volta un topo di campagna invitò a cena nella (sua) povera tana un topo di città, vecchio amico suo, e servì all'ospite sulla (sua) umile tavola ceci e uva secca1 e dure ghiande del bosco vicino. Il topo di città toccava a malapena il cibo scadente con morsi sdegnosi2 e disprezzava i cibi rustici. Alla fine esclamò così: "Perché, amico, trascorri una vita così misera in campagna? Vieni con me in città, dove troverai una grande abbondanza di buon cibo e vivrai felice senza preoccupazioni". La proposta piacque al topo di campagna e si trasferì con il compagno in una magnifica case di città. Qui, mentre pranzano tranquilli e sereni e gustano gli squisiti manicaretti, all'improvviso risuonano i latrati dei cani e irrompono i servi. I topi spaventati corrono per tutta la stanza e cercano rifugio. Allora il topo di campagna dice al topo di città: "Addio, amico mio; tu rimani (pure) in città con i tuoi squisiti cibi, io me ne torno in campagna alla mia vita umile ma tranquilla".

Il pavone e giunone

Pavo ad Iunonem venit, dolens quod luscinii cantus sibi non tribuerat: "Luscinius est cunctis avibus admirabilis, ipse contra derideor simul ac vocem emitto". Tunc consolandi gratia dixit dea: "Sed forma vincis et magnitudine: nitor smaragdi in collo tuo praefulget et pictis plumis gemmeam caudam explicas". "Quo - inquit - fata mihi dederunt mutam speciem, si vincor sono?" Respondit dea: "Fatorum arbitrio partes vobis datae sunt: tibi forma, vires aquilae, luscinio melos, augurium corvo, laeva omina cornici. Omnesque propriis dotibus contentae sunt. Noli adfectare quod tibi datum non est, ne delusa spes ad querelam recidat".

Traduzione

Il pavone andò da Giunone, lamentandosi del fatto che non gli avesse attribuito il canto1 dell'usignolo: "L'usignolo è oggetto di ammirazione2 per tutti gli uccelli, io invece vengo deriso non appena emetto la (mia) voce!" Allora la dea, per consolar(lo), disse: "Ma tu (lo) vinci in bellezza e in grandezza; lo splendore dello smeraldo rifulge sul tuo collo, e dispieghi con le (tue) piume variopinte una coda tempestata di gemme [oppure: una coda tempestata di gemme dalle piume variopinte]". "A che scopo", disse (il pavone), "il destino1 mi diede una bellezza muta, se sono inferiore3 nel canto?" La dèa rispose: "Le parti vi sono state assegnate ad arbitrio del fato1: a te la bellezza, la forza1 all'aquila, all'usignolo la melodiosità, la profezia al corvo, i presagi sfavorevoli alla cornacchia. E tutti sono contenti delle proprie doti. Non pretendere quello che non ti è stato dato, perché la speranza delusa non (ti) ritorni in lamento4".

Gelosia di Ino

Athamas habuit ex Nebula uxore filium Phrixum et filiam Hellen et ex Ino filios duos, Learchum et Melicerten. Ino, cum Nebulae natos interficere voluisset, iniit consilium cum aliis mulieribus, et coniuravit ut fruges et sementes torrerent, ita ut, cum sterilitas et penuria frugum essent, civitas tota partim fame, partim morbo interiret. De ea re Delphos, ad consulendum oraculum, mittit Athamas satellitem, cui Ino praecepit ut hoc falsum responsum referret: si Athamas Phrixum, sui et Nebulae filium, immolasset Iovi, pestilentiae fore finem. Quod cum Athamas se facturum abnuisset, Phrixus ultro ac libens pollicetur se unum civitatem aerumna liberaturum. Itaque Phrixus, cum ad aram cum infulis esset adductus ut sacrificaretur, satelles, misericordia adulescentis, Inus consilium Athamanti patefecit. Athamas rex, facinore cognito, Ino et filium eius Melicerten Phrixo dedit ut eos necaret. Qui cum ad supplicium a Phrixo ducerentur ut perirent, Liber eis caliginem iniecit et facultatem videndi abstulit; sic Ino, quae sui nutrix fuerat, eripuit. Athamas postea, ab Iove insania obiecta, Learchum filium interfecit. At Ino cum Melicerte filio suo in mare se praecipitavit; quam Liber Leucotheam voluit appellari, nos contra eam Matrem Matutam dicimus.

Traduzione

Atamante ebbe dalla moglie Nuvola un figlio, Frisso, ed una figlia, Elle, e da Ino due figli, Learco e Melicerte. Ino, avendo deciso di uccidere i figli di Nuvola, preparò un piano con altre donne, e s'impegnò (con loro) a bruciare1 le messi e le sementi, di modo che, essendoci sterilità e carestia di messi, tutta la popolazione morisse in parte di fame, in parte di malattia. A proposito di questo fatto, Atamante mandò a Delfi, per consultare l'oracolo, un (suo) servitore, al quale Ino ordinò di riferire questo falso responso: se Atamante avesse immolato a Giove Frisso, figlio suo e di Nuvola, ci sarebbe stata la fine della pestilenza. Ma poiché Atamante si era rifiutato di fare questo, Frisso di sua iniziativa e volentieri promise2 che lui solo avrebbe liberato la popolazione dalla sofferenza. Perciò, essendo stato portato all'altare Frisso con le sacre bende per essere sacrificato, il servitore, per pietà (nei confronti) dell'adolescente, rivelò ad Atamante il piano di Ino. Il re Atamante, saputo (del) misfatto, consegnò a Frisso Ino e suo figlio Melicerte perché li uccidesse. Ma mentre erano condotti al supplizio da Frisso per morire, Libero (= Dioniso) gettò su di loro una nebbia e li sottrasse alla vista3; così strappò (alla morte) Ino, che era stata sua nutrice. In seguito Atamante, essendo(gli) stata infusa da Giove la follia, uccise il figlio Learco. Ma Ino con suo figlio Melicerte si gettò in mare; e Libero volle che ella si chiamasse Leucotea, mentre noi la chiamiamo "Madre Matuta".




Morte di Alcibiade

Itaque Pharnabazus mittit Bagaeum et alterum ministrum in Phrygiam, ubi Alcibiades erat. Bagaeus clam insidias contra Alcibiadem (acc. sing. di Alcibiades) barbaris imperat. Illi impetum facere ferro non audent; ergo noctu ligna aggerunt circa casam ubi Alcibiades quiescebat, ligna succendunt et incendium conficiunt. Flammae autem sonitus excitat Alcibiadem, qui (= che), etsi gladium non habet, amici sui telum eripit; namque erat cum eo quidam ex Arcadia hospes, qui discedere nolebat. Alcibiades amicum secum ducit et multa vestimenta arripit. Deinde pannos in incendium conicit flammaeque violentiam transilit. Ut barbari eius (gen. sing. di is, ea, id) fugam vident, tela eminus mittunt et Alcibiadem interficiunt; deinde caput (= testa) eius Pharnabazo tradunt. At mulier, quae (= che) cum Alcibiade (abl. sing. di Alcibiades) vivebat, vestimentis suis mortuum contegit et aedificii incendio cremat. Sic Alcibiades vir circiter quadraginta annorum occidit.

Traduzione

Perciò Farnabàzo manda Bageo e un altro (= un secondo) incaricato in Frigia, dove si trovava Alcibiade. Bageo di nascosto ordina ai barbari (di compiere) un agguato contro Alcibiade. Essi (però) non osano fare irruzione con le armi1; dunque di notte ammucchiano della legna intorno alla casa ove riposava Alcibiade, dànno fuoco alla legna ed appiccano un incendio. Il rumore della fiamma, tuttavia, sveglia Alcibiade, il quale, sebbene non abbia una spada, afferra l'arma di un suo amico; infatti c'era con lui un ospite (proveniente) dall'Arcadia, che non voleva andarsene. Alcibiade porta con sé l'amico ed afferra molte vesti. Poi getta i panni sull'incendio e supera con un balzo2 la violenza dell'incendio. Non appena i barbari vedono la sua fuga, scagliano dardi da lontano ed uccidono Alcibiade; poi consegnano la sua testa a Farnabàzo. Ma la donna che viveva con Alcibiade ricopre il cadavere con le sue vesti e (lo) brucia nell'incendio3 dell'edificio. Così Alcibiade morì all'età di circa quarant'anni4.

La leggenda di re Mida

Tmolus sumpsit iudicem Midam, regem Mygdonium, filium Matris deae, eo tempore quo Apollo cum Marsya fistula certavit. Tmolus victoriam Apollini dedit, sed Midas dixit eam Marsyae potius esse. Tunc Apollo iratus Midae dixit: "Quale cor in iudicio habuisti, tales et auriculas habebis". His verbis Apollo asininas eius aures fecit. Eo tempore, cum Liber1 pater exercitum in Indiam duxit, Silenus aberravit, quem Midas hospitio liberaliter accepit; ducem autem dedit qui eum in comitatum Liberi deduxit. At Midae Liber pater ob beneficium dixit eum quidlibet a se posse petere. Tum Midas respondit: "Quod tetigero, id in aurum se convertere cupio". Postquam id impetravit et in regiam venit, quicquid tetigerat in aurum se convertebat. Quia tamen fames eum iam cruciabat, rogavit Liberum sibi speciosum donum eripere. Eum Liber iussit in flumine Pactolo se abluere, cumque corpus eius aquam tetigit, in aurum eam convertit. Hoc flumen nunc Chrysorrhoas appellant in Lydia.

Traduzione

Tmolo scelse come giudice Mida, re dei Mìgdoni1, figlio della dèa Madre, in quel tempo in cui Apollo gareggiò con Marsia con il flauto. Tmolo assegnò la vittoria ad Apollo, ma Mida disse che essa spettava piuttosto a2 Marsia. Allora Apollo, adirato, disse a Mida: "Come3 avesti l'animo nel giudizio, così3 avrai anche le orecchie". Con queste parole Apollo rese le sue orecchie simili a quelle di un asino4. In quel tempo, quando il padre Libero (= Dioniso) guidò il (suo) esercito in India, si allontanò (dal séguito) Sileno, che Mida accolse generosamente in ospitalità; (gli) diede poi una guida, che lo ricondusse nel séguito di Libero. Ma il padre Libero, a causa del beneficio, disse a Mida che poteva chiedergli qualsiasi cosa. Allora Mida rispose: "Desidero che ciò che toccherò5 si trasformi in oro". Dopo che ebbe ottenuto questa cosa e fu tornato alla reggia, tutto ciò che toccava6 si trasformava in oro. Poiché, tuttavia, la fame ormai lo tormentava, pregò Libero di togliergli il bel dono. Libero gli ordinò di lavarsi nel fiume Pattolo, e quando il suo corpo toccò l'acqua, la trasformò in oro. Ora in Lidia chiamano questo fiume "Crisorròa" (= dalle correnti d'oro).

Storia di un cane fedele

Cum Liber pater ad homines descendisset ut suorum fructuum suavitatem atque iucunditatem ostenderet, ad Icarium et Erigonam in hospitium liberale devenit. Iis utrem plenum vini donavit, ut in reliquas terras vinum propagarent. Icarius, plaustro onerato, cum Erigone filia et cane Maera in terram Atticam ad pastores devenit et vini suavitatem ostendit. Sed pastores, cum immoderatius bibissent, ebrii conciderunt; postea, existimantes Icarium sibi malum medicamentum dedisse, fustibus eum interfecerunt. Canis autem Maera ululans Erigonae monstravit ubi pater insepultus iaceret; at virgo, cum in locum venisset, super corpus parentis in arbore suspendio se necavit. Ob id factum Liber pater iratus Atheniensium filias simili poena afflixit. Athenienses de ea re ab Apolline responsum petierunt, iisque responsum est id evenisse quod Icarii et Erigones mortem neglexissent. Ideo de pastoribus supplicium sumpserunt et Erigonae diem festum instituerunt; postea per vindemiam de frugibus Icario et Erigonae primum semper delibaverunt. At ii deorum voluntate in astrorum numerum sunt relati: Erigone signum Virginis, quam nos Iustitiam appellamus, dicta est, Icarius Arcturus appellatus est, canis autem Maera Canicula.



Traduzione

Dopo che il padre Libero (= Dioniso) era disceso presso gli uomini per rivelar (loro) la dolcezza e l'amabilità dei suoi frutti, si recò presso Icario ed Erìgone e fu da loro generosamente ospitato1. Ad essi donò un otre pieno di vino, perché diffondessero il vino in tutte le altre terre. Icario, caricato il carro, giunse con la figlia Erìgone ed il cane Mera  presso (alcuni) pastori nella regione (dell') Attica, e mostrò (loro) la dolcezza del vino. Ma i pastori, dopo aver bevuto in modo piuttosto smodato, caddero (a terra) ubriachi; poi, pensando che Icario avesse dato loro una pozione malefica, lo uccisero a bastonate. Allora il cane Mera, ululando, mostrò ad Erìgone dove il padre giacesse insepolto; ma la vergine, dopo essersi recata sul luogo, si uccise impiccandosi ad un albero sopra il corpo del genitore. Il padre Libero, adirato per questo fatto, colpì con una pena simile (= il suicidio) le figlie degli Ateniesi. Gli Ateniesi chiesero ad Apollo un responso su questo avvenimento, e fu loro risposto che questo era accaduto perché non si erano curati della morte di Icario e di Erìgone. Perciò (gli Ateniesi) inflissero un castigo ai pastori ed istituirono un giorno festivo in onore di Erigone; in seguito, durante la vendemmia, consacrarono sempre la prima parte del raccolto2 ad Icario ed Erìgone. Ma essi, per volontà degli dèi, furono trasformati in costellazioni3: Erìgone fu detta "segno della Vergine", che noi chiamiamo Giustizia, Icario fu chiamato "Arturo" e il cane Mera "Canicola".

Ulisse e telefono

Telegonus Ulixis et Circes filius missus a matre, ut genitorem quaereret, tempestate in Ithacam est delatus ibique, fame coactus, agros depopulari coepit; cum quo Ulixes et Telemachus ignari arma contulerunt. Ulixes a Telegono filio est interfectus. Quem postquam cognovit qui (= quis) esset, iussu Minervae cum Telemacho et Penelope in patriam redierunt (= rediit), in insulam Aeneam; ad Circem Ulixem mortuum deportaverunt ibique sepulturae tradiderunt. Eiusdem Minervae monitu Telegonus Penelopen, Telemachus Circen duxerunt uxores. Circe et Telemacho natus est Latinus, qui ex suo nomine Latinae linguae nomen imposuit; ex Penelope et Telegono natus est Italus, qui Italiam ex suo nomine denominavit.

Traduzione

Telegono, figlio di Ulisse e di Circe, mandato dalla madre a cercare il genitore, fu sospinto da una tempesta ad Itaca e qui, costretto dalla fame, cominciò a saccheggiare i campi; e con lui Ulisse e Telemaco, ignari, ingaggiarono un combattimento1. Ulisse fu ucciso dal figlio Telegono. Ma dopo che (questi) riconobbe chi fosse (l'ucciso), per ordine di Minerva ritornò2 in patria con Telemaco e Penelope, nell'isola Enea; portarono a Circe Ulisse morto e qui (lo) seppellirono3. Per ordine della medesima Minerva, Telegono sposò4 Penelope, Telemaco Circe. Da Circe e Telemaco nacque Latino, che dal suo nome diede il nome alla lingua latina; da Penelope e Telegono nacque Italo, che diede il nome all'Italia5







Privacy

Articolo informazione


Hits: 2276
Apprezzato: scheda appunto

Commentare questo articolo:

Non sei registrato
Devi essere registrato per commentare

ISCRIVITI

E 'stato utile?



Copiare il codice

nella pagina web del tuo sito.


Copyright InfTub.com 2019