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Aristofane

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Aristofane

Aristofane, figlio di Filippo, nacque intorno al 450 a.C. ad Atene e giovanissimo iniziò la sua carriera di comico.Nel 427 a.C. presentò la sua prima commedia, detta I BANCHETTANTI sotto il nome di Callistrato poiché, per la giovane età non avrebbe potuto ottenere l'incarico di presentare la sua opera alle feste dionisiache. L'anno successivo mise in scena I BABILONESI   con lo stesso prestanome, e dileggiò Cleone, personaggio di rilievo del partito democratico. Cleone, per tale motivo intentò causa contro l'autore e il suo prestanome, ma Aristofane scrisse I CAVALIERI prendendosi ancora gioco di Cleone e ottenendo una certa impunità grazie al consenso del pubblico.

La carriera di commediografo durò per una quarantina d'anni e accompagnò tutte le fasi salienti della vita ateniese. La sua ultima commedia fu l'ELOSICONE che fu messa in scena col nome del figlio Araros, anch'egli poeta co 242g61c mico. Aristofane morì nel 385 a.C.

Delle quarantaquattro commedie tramandate sotto il nome di Aristofane ne restano solo undici:



ACARNESI, CAVALIERI, NUVOLE, VESPE, PACE, UCCELLI, TERMOFORIAZUSE, LISISTRATA, RANE, ECCLESIAZUSE, PLUTO.

Aristofane è il massimo esponente della commedia antica, che fu essenzialmente politica: portò in scena personaggi d'attualità e tradusse in commedie strutture profonde della cultura ateniese.La commedia di Aristofane è quindi uno specchio della società ateniese.

L'eroe comico si ribella allo stato di infelicità in cui trascorre la sua realtà cittadina ed escogita una soluzione irreale e fantastica per migliorare o evadere da questo mondo. A questo punto della commedia si passa dal mondo reale a quello surreale dell'utopia in cui tutto diventa accessibile e nessuna regola deve essere rispettata. Fra il realismo e la dimensione fantastica si apre davanti al pubblico un mondo nuovo, come una favola, in cui l'eroe comico deve debellare i suoi antagonisti e creare la realtà secondo i suoi desideri e infine la commedia si conclude con un matrimonio o una festa.

È difficile ritrovare momenti di cedimento o rallentamenti dell'azione perché il ritmo dell'azione è incalzante e serrato; poco curante della verosimiglianza Aristofane punta a determinare sviluppi inattesi e vari colpi di scena che prevalgono sull'insieme. I personaggi non hanno uno spessore psicologico, ma sono solamente dei tipi e si susseguono sull'azione creando una realtà fantastica. La lingua usata dall'autore è unica: scintillante, ricca di esclamazioni e vari giochi di parole, metafore, neologismi si mescola alla lingua parlata e insieme a quest'ultima si arricchisce e muta; infine, con fini giochi stilistici, bisogna ricordare che spesso la commedia si avvale della parodia del linguaggio tragico.

Rane

L'ultima grande commedia di Aristofane, scitta nel 405 a.C., nell'ultimo periodo della guerra contro Sparta, vede la contesa fra un'arte impegnata dedita ad educare la società e posta al servizio di questa, rappresentata da Eschilo,burbero e sdegnoso, e un'arte che rivendica la sua indipendenza dai costumi tradizionale rappresentata da Euripide, maligno e pungente.

 Dioniso si reca nell'Ade allo scopo di riportare sulla terra Euripide, dato che la scena tragica è rimasta vuota e desolata. Per avere via libera si traveste da Eracle, ma incappa nei personaggi che, avendo subito in passato le angherie di Eracle, non vedono l'ora di agguantarlo. Spaventato, Dioniso scambia più volte il suo travestimento con il servo Xantia che lo accompagna. Dopo varie avventure, alcune anche piacevoli, i due giungono presso Eschilo e Euripide, che stanno contendendosi il titolo di primo poeta tragico. Dionisio viene nominato giudice di gara. A Eschilo, Euripide rinfaccia il linguaggio troppo solenne e pesante e la staticità dei personaggi e delle situazioni. Euripide viene accusato di essere venuto meno al ruolo civile del poeta tragico. I versi dei due tragici vengono pesati su una bilancia, dove quelli di Eschilo risultano più pesanti.Superata ogni esitazione, Dioniso riporta in vita Eschilo affinché sia, come un tempo, ottimo consigliere dei cittadini.

La rapida successione di battute all'inizio della commedia assolve come di consueto la funzione di attirare l'attenzione dell'auditorio.

Xantia chiede a Dioniso quale aneddoto divertente raccontare, e Dioniso gli intima di non essere scurrile e di non raccontare sempre il solito perchè ormai è venuto a noia. Dopo un rapido scambio di battute serrate, Dioniso bussa alla porta di Eracle che entra in scena.

Eracle non può far a meno di ridere dell'abbigliamento di Dioniso e gli domanda dove è diretto; Dioniso risponde di essersi imbarcato con Clistere e di aver combattuto ma di essere stato assalito all'improvviso da una voglia irresistibile. Eracle prova subito ad indovinare di che razza di voglia si tratti, ma Dioniso, non trovando le parole, cerca di spiegarsi con un indovinello: hai mai avuto voglia di polenta?




Eracle, sicuro, risponde di aver avuto quella voglia mille volte nella sua vita e Dioniso conclude dicendo di aver quella stessa voglia per Euripide e chiede ad Eracle un modo non faticoso e veloce per discendere nell'Ade a resuscitare Euripide, poiché di altri poeti validi non ce n'erano in giro.

Avendo ascoltato i vari modi, Dioniso sceglie di recarsi nell'Ade attraversando il fiume con Caronte e dice al suo servo Xantia di accompagnarlo e di portare i bagagli.

Arrivati sulle sponde del fiume Dioniso s'imbarca con Caronte, mentre Xantia li raggiunge a piedi. Giunti nell'Ade, da Eaco, Dioniso dice di essere Eracle e, avendo sentito come risposta numerose minacce decide di scambiarsi gli abiti con Xantia. Quando Eaco torna alla porta dice di aver preparato gustose vivande e belle danzatrici, così Dioniso dice di voler indietro i suoi abiti e la sua falsa veste di Euripide, ma Xantia non gliele restituisce e la situazione si fa nuovamente pericolosa.

Eaco ordina di legarlo, ma Xantia affermando di essere innocente giura offrendo come prova a qualsiasi tortura il suo servo e Eaco acconsente. Dioniso però, prima di essere torturato afferma di essere un dio figlio di Zeus e che il vero schiavo è Xantia. Eaco non crede e Xantia propone di frustarlo e dato che si reputa un dio non sentirà alcun dolore, ma Dioniso gli ricorda che anche lui ha detto di essere un dio così che Eaco inizia a frustarli entrambi aspettando di giudicare un non dio chi dei due si fosse lamentato delle frustate per primo. Eaco inizia a frustarli, ma nessuno dei due sembra lamentarsi o curarsi del dolore perciò Eaco decide di far giudicare chi dei due fosse un dio a Persefone che è dio anche lui.

Dopo l'intervallo del coro Xantia scambia alcune battute con un servo e si abbracciano nello scoprire di amare le stesse malefatte ai loro padroni, poi, sentendo delle urla, Xantia chiede di cosa si tratti e il servo gli spiega che è una lotta per la palma dell'arte tra Eschilo, detentore della palma, e Euripide, ultimo arrivato, acclamato dal popolo dei malfattori per aver cantato più volte le loro imprese. Xantia chiede per quale motivo non sia in gara anche Sofocle e il servo continua a spiegare che Sofocle era troppo amico di Eschilo per combattere contro di lui e che si presenterà solo nel caso in cui lui perda la gara con Euripide, poi il servo si ritira per andare dal padrone ed esce di scena. Il coro conclude con un breve riepilogo gli eventi e entrano in scena Eschilo, Euripide e Dioniso.

I due poeti si scambiano una serie di insulti e di insinuazioni mentre Dioniso, pur facendo le parti a Eschilo cerca di placarli, ma decidono di sfidarsi in una gara poetica e dopo essersi assicurati agli dèi e aver celebrato i riti la gara ha inizio. Euripide comincia ad attaccare Eschilo accusandolo di aver fatto delle tragedie ricche di parole pesanti e il poeta si difende accusandolo a sua volta di una tragedia scontata, mentre Dioniso fa da giudice. I due poeti continuano a esaminare le loro tragedie e a far delle loro caratteristiche accuse e pregi. Riempiendosi di insulti e ingiurie esaminano i loro prologhi, i personaggi, i toni, le ripetizioni, i lirici e le monodie fino a pesare con la bilancia i loro versi, ma la gara finisce pari così che Dionisio decide che riporterà in città colui che troverà una soluzione per la sua salvezza. I due poeti danno soluzioni diverse e Dioniso è più volte assalito dal dubbio.Al termine dei loro discorsi viene decretato vincitore Eschilo che aveva prospettato la salvezza della città nel considerare la patria altrui come propria e la propria come altrui. Dioniso quindi sceglie Eschilo per la sua saggezza abbandonando l'amico Euripide negli inferi. La scena si chiude con il saluto da parte di Plutone e il suo augurio affinché si risolvano i problemi della città, mentre Eschilo lascia la sua palma dell'arte a Sofocle.  







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