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TRACCIA - IL PUNITORE DI SE STESSO (HEAUTONTIMORUMENOS)

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TRACCIA

La tragedia che ha sconvolto tanta parte dell'oceano Indiano ci ha mostrato come, di fronte alla violenza della natura e alla insipienza dell'uomo, la più immediata risposta possibile siano la pietà e la condivisione. Di questo profondo bisogno presente in ogni uomo sono testimonianza le tante iniziative di solidarietà fiorite nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, che manifestano un istinto di sopravvivenza che vuole diventare una indomabile speranza. Ma come può agire l'uomo per non rendere vana la speranza? Se c'è una constatazione derivabile dal cataclisma che ci ha colpiti è che il mondo della natura e degli uomini - dei singoli e dei popoli - non basta a se stesso. Quali possono essere gli strumenti che rendono effettiva la spinta alla solidarietà che è propria dell'uomo? Le organizzazioni politiche, nazionali e soprannazionali, come possono diventare capaci di rendere presente la solidarietà senza le grandi dispersione di risorse e la lentezza con cui oggi operano? 151b13b

 

IL PUNITORE DI SE STESSO (HEAUTONTIMORUMENOS)

E' l'una e 58 ora italiana del 26 Dicembre 2004.

La placca indiana scivola improvvisamente sotto quella di Burma, lungo la frattura che le separa, venti metri in una manciata di secondi quando in media il fenomeno avviene alla velocità di 4 - 6 cm all'anno. Così una gigantesca onda chiamata tsunami ("onda di porto" traduzione dal giapponese) investe le coste a nord ovest dell'isola di Sumatra, penetrando per decine di km all'interno e mietendo le sue prime vittime, poi a distanza di alcune ore l'onda arriva, senza aver perso nulla della sua energia, lungo i litorali di Thailandia e Sri Lanka uccidendo altre migliaia di persone.



Un' onda s'alza, passa e si dissolve.ritirandosi il mare lascia alle sue spalle distruzione, macerie, paura e morte. Vite spazzate via da quello stesso mare che le nutriva (pescatori, abitanti delle coste, tribù indigene), da quello stesso mare che le divertiva (turisti). Stupisce però come la vita, sorella e antagonista della morte, riesca sempre a reagire a quest'ultima: ecco infatti il bisogno di andare avanti, nonostante tutto, ricostruire, pensare. << Homo sum: humani nihil a me alienum puto >>. Con questa celeberrima battuta, che è diventata un po' l'emblema dell'ideale classico di humanitas, Terenzio, autore latino, voleva esprimere il complicato ed innato sentimento di solidarietà umana. << Sono uomo: nulla di ciò che è umano mi è estraneo >> in queste poche parole è racchiusa una delle più grandi verità sociologiche di noi uomini coabitanti della Madre Terra, che non sappiamo e non possiamo restare inattivi davanti alle catastrofi che colgono inermi i nostri (seppur distanti) fratelli. Infatti alle spalle dell'onda di morte se n'è propagata un'altra fortissima di solidarietà proveniente da tutte le parti del mondo. Indubbiamente l'enorme attenzione mediatica data al maremoto, causa le numerose vittime occidentali, ha contribuito a sensibilizzare i portafogli dell'opinione pubblica mondiale. Beffardamente è come se quest'onda avesse compiuto un "tour organizzato": dall'Indonesia agli arcipelaghi più gettonati dell'oceano indiano, dritto fino alle coste africane, entrando così nella nostra dimensione quotidiana. Oggi la televisione, regina dei media, aumenta il "fascino" delle catastrofi:

<< le immagini favoriscono il coinvolgimento [.] >> spiega Adriano Zamperini docente di psicologia. Insomma questo profondo coinvolgimento collettivo e la forte immedesimazione creano questo sentimento di solidarietà nei confronti di chi è stato vittima, si diventa altruisti perché ci si sente parte del dramma.

Questa raccolta di aiuti comunque ha mostrato che la gente comune può fare molto, al di là delle scelte dei suoi governi: gli aiuti raccolti provengono per lo più da cittadini privati, mentre sappiamo alcuni governi hanno stanziato molti più dollari per la guerra.questione di priorità!

Il problema è dunque politico.

I governi decidono come si debbano sfruttare le risorse, quale direzione dare alla ricerca, alle scoperte scientifiche e anche quanto denaro stanziare per le agenzie delle Nazioni Unite come l'Unicef, che spesso vengono erroneamente equiparate alle Ong (Organizzazioni non governative) in quanto non potendo più far leva sui fondi forniti dagli stati membri, si comportano come tali, chiedendo donazioni dirette. Il maggiore problema per le organizzazioni umanitarie sia governative che non, è dunque reperire i fondi necessari per sostenere i loro progetti, ma anche per pagare il lavoro dei grandi professionisti capoprogetto che sottraggono dall'ammontare circa 4 mila euro al mese di stipendio. I soldi, noi sappiamo, devono servire per i progetti finalizzati ad uno scopo e ad un risultato non per mantenere in vita la struttura che li progetta, ma non sempre è così. Dai bilanci di alcune Ong risulta che possono arrivare a spendere anche il 60% delle quote per le strutture organizzative! Mio modesto parere è che questo utilizzo di risorse provenienti dalle generose tasche dei donatori, vada contro e non rispecchi sicuramente più tutti quegli ideali e quei principi che negli anni settanta hanno portato alla nascita delle Ong stesse.

Che fine ha fatto quell'ideale romantico di volontariato?

Ormai queste organizzazioni umanitarie sembrano più simili ad imprese che a gruppi di volonterosi, si asseconda troppo la logica dell'imprenditoria che rende la funzionalità di questi enti goffa, lenta e dispersiva,  anche a causa dell'aumento della burocrazia e delle spese.

Come si può dunque migliorare questo stato di cose?

Fronteggiare emergenze di questa portata e di questo ampio raggio può risultare un impresa erculea senza precedenti e con un alto indice di possibilità di fallimento. Per questo motivo credo che debba esistere un diverso tipo di solidarietà, maggiormente costruttiva: una sorta di solidarietà che sia preventiva, che metta le popolazioni in condizione di limitare i danni quando avviene una catastrofe e quindi che si crei un margine di prevedibilità. Non tutti i paesi possibili bersagli a rischio di eventi naturali pericolosi sono dotati di centri metereologici, sismici o di sistemi di allerta adeguati, infatti impianti così sofisticati richiederebbero una spesa gravosa, inoltre ai macchinari è indispensabile aggiungere un piano di emergenza previsto per accorciare i tempi dei soccorsi, che sia sufficientemente dettagliato da prevedere il quadro della catastrofe: strategia e organizzazione dei soccorsi, divisione dei compiti, destinare alcune aree per il ricovero o per la conservazione delle eventuali salme, ecc.

Un sistema di allarme globale contro tutti i rischi naturali non ci sarà mai, costerebbe così tanto e sarebbe talmente vulnerabile da risultare inefficiente. Si può fare molto per limitare i mali peggiori per esempio grazie ai satelliti che possono prevedere l'arrivo di uragani. E se non saranno i satelliti o altre apparecchiature elettroniche saranno l'istruzione e l'informazione a salvare vite. Come ben sapevano fare i nostri progenitori, anche senza servirsi di un lessico scientifico rigoroso o di sistemi di misurazione raffinati, con una capacità di osservazione dei fenomeni e di intelleggere la natura, con intuito profondo ed infallibile nel cogliere sottili ed oscuri intrecci delle relazioni tra gli elementi. Come del resto ha saputo fare la piccola tribù di 73 Onge, in quanto è stata la loro straordinaria conoscenza dell'oceano e dei suoi movimenti, accumulata in 60000 anni di vita nelle Piccole Andamane a scongiurarne l'estinzione: non appena ha visto le acque del mare ritirarsi, infatti, la tribù è fuggita sopra delle alture. Anche gli animali si sono allontanati dalle coste il giorno della catastrofe: all'interno dello Yala National park, la più grande riserva dello Sri Lanka, lo scenario è quello delle altre zone colpite ma non vi è alcuna traccia di animali morti. Sesto senso? Vi è questa teoria diffusa che gli animali siano aiutati da un più acuto senso dell'udito e della percezione delle vibrazioni del suolo; allora perché non "servirsene", dove e quando non esistono le possibilità economiche per mantenere strumenti tecnologici con il medesimo compito di allerta?!




Tutto il mondo conosce, infine, la storia della piccola Tilly Smith, londinese di soli 10 anni, la quale ha riconosciuto il fenomeno in seguito alla spiegazione effettuata in classe dalla sua maestra, lanciando l'allarme. Grazie ad una semplice infarinatura sull'argomento si è salvata la vita di circa 200 persone, chissà quanto di più potrebbe fare un informazione dettagliata su larga scala, quanto potrebbe insegnare.

Presi dalla continua avidità di "sviluppo", di modernità, abbiamo dimenticato quale sia l'autentico, il vero, rapporto che vige tra uomo e natura. Già nei tempi più arcaici dell'esperienza umana, abitare era un atto religioso di corresponsione con l'energia spirituale della terra, vera Mater, nel suo accogliere nel proprio grembo. Vi era un simmetrico, reciproco ricevere e donare. Il rapporto con la terra è stato messo in crisi "dall'abitare prometeico" della civiltà occidentale, che fa degli organismi, delle risorse, degli enti, che occupano insieme a noi (ma non necessariamente per noi) lo spazio planetario, oggetti, cose nelle nostre mani, di cui disponiamo con dissennata leggerezza. Più ci allontaniamo dalla semplicità di gesti con cui si deve amare Natura, più Natura diventa una sconosciuta Matrigna.

Qualunque popolo non si preservi, non si difenda in vista di un plausibile avvenimento problematico futuro, fa solo del male a se stesso, si punisce. L'umanità intera diventerebbe punitrice di se stessa se non impiegasse il meglio delle proprie risorse fisiche, materiali, di pensiero, di comunicazione, allo scopo di tutelarsi. Anche il grande filosofo e scrittore latino Seneca, nelle "Epistolae morales ad Lucilium", affronta il tema della solidarietà: la nostra società è simile ad una volta di pietre, dice Seneca, che << cadrebbe se esse non si sostenessero a vicenda >>. Perciò dobbiamo fare del bene al nostro prossimo, praticare l'equità e la giustizia e riconoscere che << siamo nati per una vita comune >>. La solidarietà è quindi duramente impiantata nella nozione di un interesse comune, faticosamente attuabile. All'interno però dell'aspra società contraddittoria è doveroso creare uno spazio umano, in cui radicare quei valori che l'uomo stesso ha elaborato nella sua faticosa esperienza storica, ma che sono negati, soprattutto oggi, dal gigantesco macchinismo industriale e da tutti i conflitti materiali e morali che questo inevitabilmente provoca.

La soluzione dunque, oggi, è di tutelarsi dalla natura, intesa in senso leopardiano, con un disegno che si progetti contro natura, in un atto di liberazione: l'uomo non potrà non essere schiavo dell'onnipotente Matrigna, ma non sarà schiavo di se stesso, si farà portatore di nuovi valori da costruire. L'umanità deve chinare il capo davanti alla furia distruttrice della natura, ma questa sua sconfitta non cancella la sua dignità, che si rigenera partendo da un nome di speranza, il nome dato alla piccola nata quella stessa notte, la piccola Tsunami.

                    

 







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