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Il Fascismo - Premessa

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Il Fascismo - Premessa

Il Fascismo

-Premessa

 Il fascismo è un movimento fondato in Italia da Benito Mussolini nel 1919 con la conseguente conquista del potere nel 1922. Benché non costituisca un fenomeno esclusivamente italiano, il fascismo ha avuto origine nel nostro Paese come reazione e conseguenza della grave crisi politica ed economica seguita alla prima guerra mondiale.

La classe dirigente, erede dello Stato liberale post-risorgimentale, aveva voluto spingere l'Italia nel conflitto, senza prevedere le gravissime perdite umane che ne sarebbero derivate. Così, dopo la fine vittoriosa, si era trovata improvvisamente costretta a dover fronteggiare una situazione difficilissima, ricca di tensioni e contrasti interni, dove gli interessi dei gruppi economico-sociali privilegiati si scontravano con le aspirazioni della maggioranza della popolazione, fino ad allora tenuta ai margini della vita dello Stato. Il ritorno alla "normalità" non aveva offerto a milioni di reduci la meritata ricompensa, dopo i lunghi anni di pericoli e sofferenza in trincea. Anzi, insieme al dissesto delle finanze pubbliche, che i responsabili al governo non riuscivano a sanare, l'aumento dei prezzi e il diffondersi della disoccupazione alimentavano le agitazioni popolari. In questo sconvolgimento sociale, dove l'inefficienza economica stimolò il rafforzamento dei partiti di massa, con una forte crescita dei socialisti, soprattutto fra gli operai, e un'affermazione del Partito Popolare fra i cattolici dell'ambiente contadino, nacque e si andò affermando il movimento fascista.



Alla riunione di piazza San Sepolcro a Milano nel 1919 parteciparono un centinaio di persone(questi primi fascisti furono chiamati sansepolcristi). Il movimento aveva un programma vago ed era alla ricerca di un'ideologia. Tentava di fondere i motivi nazionalistici, cari soprattutto ai combattenti, con la polemica contro l'inefficienza del parlamentarismo, che trovava facili consensi anche negli ambienti piccolo-borghesi.

Mussolini capì che la debolezza della classe dirigente, incapace di stabilizzare la situazione economica e sociale, si poteva vincere solo conquistando i favori dei gruppi dominanti del padronato industriale e dei proprietari terrieri, sempre più intolleranti verso le manifestazioni popolari e pronti ad appoggiare chiunque fosse disposto a usare la "mano forte".

Così, nel giro di pochi mesi, la propaganda fascista conquistò terreno e, senza far segreto di una volontà autoritaria, dichiaratamente antidemocratica, cercò di sfruttare il malcontento e di incanalare la spinta reazionaria delle forze borghesi e conservatrici, già deluse per la "vittoria mutilata" a Versailles e atterrite dalla ascesa delle classi popolari, che sembravano voler scuotere e schiacciare il tradizionale assetto gerarchico della società italiana.

Il fascismo rifiutava ogni forma di lotta fra le classi e faceva appello al principio della superiore "unità nazionale", intesa come un organismo vivente cui dovevano essere subordinati tutti gli interessi particolaristici. Parve quindi, inizialmente, fornire un'efficace alternativa tanto alla debolezza di una classe politica dilaniata da insanabili contrasti interni, che mettevano capo a continue crisi di governo, quanto alle velleità rivoluzionarie dei socialisti, che si scontrava con le opposte cautele delle centrali sindacali, ancora fiduciose di spingere la borghesia sulla via delle riforme. Ma proprio l'esaltazione di un ipotetico primato nazionale, da raggiungere non più nel segno della politica liberale, che aveva caratterizzato tutto il periodo del Risorgimento e la storia postunitaria, ma attraverso un esplicito rifiuto degli ideali democratici e una vigorosa difesa della "diseguaglianza irrimediabile e benefica degli uomini", accentuò il ricorso ai metodi della violenza fisica, con l'intervento delle squadre d'azione. Queste si diffusero alla prima sconfitta politica accusata dal movimento nelle elezioni del 16 novembre 1919: il fascismo riuscì infatti a presentarsi solo a Milano.

Certamente il movimento mussoliniano pagò anche l'errore di avere appoggiato l'impresa dannunziana di Fiume(12 settembre 1919) che non trovò eco in un'Italia stanca di imprese belliche e velleitarie. L'infiltrazione del fascismo nella zona industriale e agraria era avvenuta; la presenza nella capitale era assicurata. L'alta industria aveva trovato nel fascismo la forza da opporre alle rivendicazioni operaie, agli scioperi, alle durezze della lotta sociale che raggiunse il vertice con l'occupazione delle fabbriche nel 1920.

Il movimento fascista, divenuto partito nel novembre del 1921, cercò di darsi una dottrina e , poiché il grande momento per i socialisti era passato, Mussolini, prima di puntare decisamente al potere, tentò la politica delle alleanze. Entrò, per le elezioni del 1921, nei blocchi nazionali giolittiani, ottenne un primo successo mandando alla camera 35 deputati e cercò l'alleanza con i socialisti e i popolari. Era l'equivoco di una grande coalizione che portò al patto di pacificazione con i socialisti, ma che non convinse i fascisti intransigenti e rappresentò una parentesi brevissima, perché pochi mesi dopo riprendevano scontri, lotte, violenze e il fascismo nuovamente autonomo, si appoggiava ai liberali, convinti che il movimento di Mussolini avrebbe restituito a molti il senso dello Stato. E infatti Mussolini espose nella sua Dottrina del fascismo una concezione dello stato che sembrava riallacciarsi al pensiero risorgimentale, ma in realtà il fascismo pretese di costruire uno Stato che accogliesse in sé ogni individualità per annullarla nella concezione di una propria priorità assoluta volta solo ad affermare il primato del dominio e della forza. Nello Stato vide l'organo supremo per garantire la libertà individuale. Di conseguenza, il drastico annullamento della volontà individuale significa esaltazione mistica del sacrificio, subordinazione assoluta alla volontà del capo per il bene della patria.

La marcia su Roma non fu tuttavia la conquista del potere, ma il cammino verso il potere e, mentre socialisti e comunisti si schierarono subito all'opposizione, molti rappresentanti della vecchia classe politica liberale, non diversamente da una parte dei popolari, si illusero di poter controllare l'ascesa del fascismo al potere, incanalandolo nell'ambito della vita democratico- parlamentare. Il primo governo Mussolini poté così ottenere una larga maggioranza alla Camera. Ma la speranza di una rapida normalizzazione non si realizzò, mentre lo svuotamento delle istituzioni parlamentari e l'avvio verso un sistema dittatoriale cominciarono subito con l'inquadramento delle camicie nere nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, vero esercito di partito messo direttamente "agli ordini del capo del governo" e con la creazione del Gran Consiglio del Fascismo destinato nel 1928 a diventare l'organo supremo che avrebbe coordinato e integrato tutte le attività del regime. Inoltre, la riforma elettorale del 1924, con la legge Acerbo che riduceva la rappresentanza delle forze di opposizione, non solo non mise a tacere le intimidazioni fasciste, ma accentuò le violenze e i brogli elettorali, che il deputato socialista Matteotti denunciò alla Camera, anche se l'atto coraggioso gli costò la vita ad opera di alcuni sicari fascisti. Nonostante lo sdegno dell'opinione pubblica e la reazione degli altri partiti che abbandonarono il Parlamento, Mussolini, con il discorso del 3 gennaio 1925, diede una svolta decisiva al regime dittatoriale. Furono varate le leggi fascistissime che consacrarono la nuova struttura e lo strapotere dello Stato. Croce, Giolitti e altri dovettero arrendersi all'evidenza. Ogni speranza legalitaria o di riporto alla legalità del fascismo cadeva. Essa moriva con la soppressione della libertà di stampa, le persecuzioni contro gli antifascisti, col ripristino della pena di morte, l'istituzione di un tribunale speciale per i reati politici, l'istituzione dell' O.V.R.A. polizia politica segreta, e con l'attribuzione al potere esecutivo di emanare norme di legge. I normali meccanismi dello Stato di diritto e i fondamenti della libertà politica e della sovranità popolare vennero sovvertiti, mentre a cominciare dal 1926 nelle amministrazioni comunali alla procedura elettiva del sindaco e del consiglio venne sostituita la nomina governativa del podestà e della consulta, così da sconvolgere l'intero ordinamento centrale e periferico nel processo di fascistizzazione dello stato.

Il Parlamento risultò svuotato di ogni prerogativa e le elezioni(1929) vennero ridotte a semplici plebisciti di approvazione di una "lista unica" di deputati designati dal Gran Consiglio.

Il capo del governo, che era contemporaneamente duce del fascismo, prese a occupare il vertice della piramide politica, che simboleggiava l'ordinamento gerarchico del regime, e venne sottratto a qualunque controllo o sanzione, con l'obbligo di rispondere solo al sovrano. Con le elezioni plebiscitarie del 1929 Mussolini poté contare su una Camera tutta composta da fascisti e il carattere totalitario del fascismo finì rapidamente per coinvolgere ogni settore della vite italiana.

Mussolini dovette subire, pur di mantenere il controllo, forti pressioni, non solo dai vecchi centri di potere, ma anche dai maggiori centri economici. La pianificazione economica varata dal conte Volpi, industriale e finanziere, chiamato al ministero delle finanze, fu causa di gravi difficoltà. I salari italiani, nel 1930, erano al penultimo posto in Europa, seguiti solo da quelli spagnoli. I salari dei contadini venivano sempre più compressi per consentire ai produttori di sopportare la concorrenza straniera favorita dall'alto corso della lira.

Il fascismo aveva autorizzato i proprietari agrari, come gli industriali, a rifarsi sui lavoratori e pubblicamente elogiava il sacrificio accettato.

L'organizzazione paramilitare della scuola, l'istituto dell' Opera nazionale Balilla(O.N.B.) valse a monopolizzare, fin dalle prime classi elementari, il processo di formazione educativa de giovani secondo il principio del "credere, obbedire, combattere" , che tendeva a fare di ogni cittadino essenzialmente un "soldato" , pronto a rispondere agli ordini e fedele esecutore delle direttive imposte dall'alto.

Imbevuto di retorica, il fascismo creò una divisa per ogni italiano, dalla più tenera età fino alla maturità. Marciarono, sfilarono in ogni paese d'Italia, al grido "Viva il Duce!" figli della lupa, piccole italiane, balilla, avanguardisti, giovani fascisti e fasciste, donne e massaie rurali, salutando romanamente, battendo il passo romano.

Nella scuola fascistizzata, l'insegnamento travisò la storia. N 717h78h acque la scuola di mistica fascista. L'obbedienza al fascismo divenne un obbligo per gli stessi professori universitari, ai quali venne imposto il giuramento come condizione per poter mantenere la cattedra. Inoltre, dopo aver costretto la maggioranza degli oppositori a patire carcere e violenze o a trovare asilo politico all'estero, per meglio rafforzare la propria posizione interna, il regime fascista aveva trovato un accordo con la Chiesa cattolica, realizzando attraverso i Patti Lateranensi del 1929 la conciliazione fra lo Stato italiano e la Santa Sede, così da garantire a Mussolini l'appoggio delle più alte gerarchie ecclesiastiche. L'accordo non fu giudicato favorevolmente dai fascisti. Molti furono i malumori per il pesante riscatto imposto dalla Chiesa, ma quest'ultima, che pur vedeva il cattolicesimo riconosciuto come religione di Stato, accettava il divieto per i cattolici di organizzarsi in partiti politici. Ciò non impedì all'Azione Cattolica di svolgere la propria azione presso i giovani al di fuori dello spirito fascista, tant'è vero che nel 1931 il regime fascista accusò esplicitamente l'Azione Cattolica di sottrarre uomini e giovani alla disciplina fascista. Sembrò la rottura, ma si giunse al compromesso e il fascismo mantenne l'appoggio della Chiesa

L'ascesa del fascismo culminò nel 1936 con la conquista dell'Etiopia, la proclamazione dell'impero e la vittoria sulle sanzioni economiche proclamate da cinquantadue Stati della Società delle Nazioni che aveva condannato l'aggressione italiana in Africa. Furono sanzioni blande, cui non aderì la Germania.

Mussolini, seguendo l'esempio di Hitler, promulgò le leggi razziali nel 1938- 39 segnando la prima vera scissione tra il Paese e il regime. Nel 1940 l'Italia, assolutamente impreparata, fu trascinata dalla Germania nel secondo conflitto mondiale e ciò determinò la progressiva caduta del fascismo.

-Le Cause

Vi sono state molteplici cause dell'avvento del fascismo in Italia:

  • una causa remota è la volontà di rivincita di un Paese rimasto per secoli diviso, debole e soggetto alla dominazione straniera, e nemmeno dopo l'indipendenza pienamente ristabilito (alcuni gruppi parlavano in tal senso di una Italietta incapace di reggere il confronto con le grandi potenze europee): di qui il nazionalismo fascista, il suo rifarsi al modello romano-imperiale per ridare all'Italia una grandezza sulla scena internazionale;
  • è stato anche sottolineato come il fascismo sia da connettersi all'esperienza della Prima Guerra mondiale: in particolare l'esperienza del cameratismo come appartenenza a un corpo collettivo militarmente impegnato (senso di dedizione a una causa comune, coraggio e sfida del pericolo, obbedienza cieca al capo), l'esperienza della violenza come valore positivo e l'esperienza dello stato come garante del bene collettivo;
  • come altre forme di totalitarismo il fascismo ha una componente di collettivismo come sottolineata appartenenza a una realtà di gruppo (la squadra, la Milizia, il Partito, lo Stato): ciò diventa tanto più importante nell'epoca contemporanea, che soprattutto nelle grandi città vede una dissoluzione di antichi legami comunitari e un prorompente bisogno per l'individuo, altrimenti isolato, di aggregarsi in realtà collettive, che gli forniscano una identità rassicurante ed esaltante;
  • ma più di tutto ha influito sul successo del fascismo il suo presentarsi come unica valida alternativa al pericolo comunista: dopo la Prima Guerra mondiale in effetti si verifica in Italia una forte pressione della sinistra, galvanizzata dalla vittoria del bolscevismo in Russia nel 1917. A tale ondata, che spaventa i ceti medi, la vecchia classe politica liberale (il centro moderato) non riesce a far fronte in modo credibile e deciso. Inoltre il sistema elettorale proporzionale, introdotto nel 1919, ha come effetto quello di destabilizzare la situazione politica, frammentando il panorama politico in tre grandi forze (liberali, cattolici del PPI e socialisti) tra loro incompatibili, per cui non possono nascere maggioranze stabili e forti.

Nell' immediato primo dopoguerra, la situazione italiana era molto difficile, infatti nonostante la vittoria le condizioni sociali e politiche del nostro Paese erano tutt'altro che rosee. Vi era per prima cosa la difficile situazione dei reduci della Grande Guerra che dovevano fare i conti oltre che con le ferite fisiche, le mutilazioni (tanto è vero che molti furono quelli curati presso l'istituto rizzoli di Bologna) anche con un difficile reinserimento post-bellico nella vita quotidiana, un reinserimento tutt'altro che agevole vista anche la grave crisi economica in cui versava l'Italia a causa dei debiti contratti con le spese belliche. In primis vi era la situazione dei contadini, i quali erano l'ossatura del nostro esercito e ai quali il Generale Diaz aveva promesso come incentivo, a guerra finita la terra, o meglio una equa distribuzione delle terre che avesse "accontentato" tutti; ma ciò si scontrava con l'opposizione dei grandi propietari terrieri,gli agrari i quali sostenevano che le terre vanno date ai contadini quando si perde una guerra e non quando la si vince. Tutto ciò finì col fare da catalizzatore ad una situazione già tesa, tanto che gli ex combattenti senza terra in molte regioni invasero i latifondi incolti,insieme con i contadini più poveri. Se quindi nelle campagne la situazione era al limite,meglio certamente non andava nelle città,infatti il costo della vita aumentava a dismisura anche a fronte di provviste scarse, i salari allo stesso tempo rimanevano fissi e addirittura in qualche caso diminuivano;tutto ciò portò anche al saccheggio di molti negozi da parte di persone allo stremo,ridotte alla fame. Gli operai abbinavano alle loro rivendicazioni economiche,ideologie politiche sull'esempio della rivoluzione russa, tutto ciò avrebbe portato al "biennio rosso"(1919-1920) caratterizzato dall'occupazione delle fabbriche da parte degli operai che in alcuni casi cercarono di ispirarsi al motto diffusosi in quegli anni in tutta Europa, "fare come in Russia". Paradossalmente chi risentì maggiormente della difficile situazione economica, furono i cosiddetti"ceti medi", tra i quali figuravano molti complementari dell'esercito e anche generali, senza dimenticare il malcontento degli "arditi di guerra" un gruppo di assalto costituito negli ultimi anni di guerra, che ora si trovava a disagio nel nuovo clima di democrazia e di pace. E' in questo scenario che si inserisce la figura di Benito Mussolini, che fino allo scoppio della prima guerra mondiale era dirigente socialista e, dal 1912, addirittura direttore de l'Avanti!. Dopo un'iniziale adesione alla linea di neutralismo del partito, Mussolini divenne interventista e allora il 20 ottobre del 1914 si dimise dalla direzione del giornale. In novembre realizzò un suo quotidiano, "Il popolo d'Italia", ultranazionalista, radicalmente schierato su posizioni interventiste a fianco dell'Intesa. Espulso immediatamente dal Psi, qualche anno dopo, nel '18, ruppe anche gli ultimi legami ideologici con l'originaria matrice socialista, in nome di un superamento dei tradizionali antagonismi di classe. Finita la guerra, nel 1919 fondò i fasci di combattimento. Il nuovo movimento era inizialmente noto come "sansepolcristi" (da P.zza San Sepolcro a Milano,dove il 23 Marzo 1919 furono fondati i "fasci italiani di combattimento"e fu emanato il "programma di San Sepolcro") che non a caso fece leva sul disagio diffuso soprattutto tra i ceti medi, i militari e gli ex combattenti,per ottenere un consenso sempre maggiore, rivendicando inoltre la cosiddetta "vittoria mutilata" in cui l'Italia non aveva ottenuto il giusto riconoscimento ai suoi sacrifici, bellici e umani,che aveva sostenuto. Analizzando il "Programma di San Sepolcro" possiamo notare tra gli altri punti trattati da Mussolini e i "sansepolcristi", una serie di provvedimenti volti a cercare di risolvere la difficile situazione sociale instauratasi nel Paese all'indomani della fine della guerra: tra le altre cose si chiede una legge che sancisca la giornata legale di otto ore di lavoro,una modifica alla legge sull'assicurazione e sulla vecchiaia (la pensione potremmo dire) con abbassamento del limite di età da 65 a 55 anni. Da questo momento cominciò l'escalation dei fascisti che avrebbero fatto largo uso della violenza squadrista per prendere il controllo, prima con il "fascismo agrario"con squadre fasciste che pagate dai propietari terrieri cercavano di far tornare nelle loro mani il controllo dei latifondi in cui le cosiddette "leghe rosse" sembravano aver preso il potere,obbligando tra l'altro i propietari terrieri ad accettare condizioni come l'imponibile di manodopera (ovvero erano le stesse leghe rosse a imporre al propietario la lista dei lavoratori per quel certo latifondo). Tra gli squadristi più rappresentativi del fascismo agrario,va senza dubbio ricordato Roberto Farinacci "ras" di Cremona. Quindi la situazione si profilava sempre più favorevole ai fascisti che tra l'altro già nel 1919 avevano assaltato la sede del giornale socialista "Avanti" e che giunsero anche all'occupazione militare di ampie zone del nord Italia nel corso del 1921 grazie alla connivenza allo stesso tempo delle forze dell'ordine,come è dimostrato da molti documenti. Divenuto deputato al Parlamento con le elezioni del 1921, Mussolini si avvicinò maggiormente alla monarchia (mentre il suo programma originario era di fedeltà agli ideali repubblicani) con il discorso di Udine (20 settembre 1922). In quel 1921, un'accellerata agli eventi, fu molto probabilmente svolta dalla conclusione dell'occupazione di Fiume,città a maggioranza abitata da italiani che era stata data con un accordo siglato dal governo Giolitti alla Yugoslavia, da parte delle truppe o meglio dei volontari guidati dal poeta Gabriele D'Annunzio (Gabriele Rapagnetta) che già durante il conflitto mondiale aveva dimostrato tutto il suo coraggio con diverse azioni tra le quali il famoso volo su Vienna;molto probabilmente il grande consenso acquisito dai "fiumani" di D'Annunzio, portò Benito Mussolini a voler prendere l'iniziativa, anche perchè il futuro Duce non nascondeva il timore per il consenso sempre maggiore ottenuto da D'Annunzio che si proponeva come,possiamo dire,"capo naturale". del fascismo. Così il 24 ottobre del 1922 a Perugia fu formato un quadriumvirato composto da Italo Balbo,Cesare Maria De Vecchi,Mario Rossi tra gli altri,che aveva il compito di coordinare la "marcia su Roma" , il 28 ottobre 1922 bande non molto organizzate di fascisti cominciarono a confluire su Roma e qui, il Re preso atto della situazione, invece di allertare l'esercito per disperdere i fascisti, non firmò lo stato d'assedio, ma anzi il giorno seguente affidò a Mussolini, che nel frattempo era giunto a Roma comodamente in treno,il compito di formare il nuovo governo, così senza colpo ferire ma in maniera del tutto democratica il Duce cominciava quel cammino che avrebbe condotto l'Italia ad una dittatura ventennale e ad una guerra disastrosa.

-Lo Sviluppo

"Siamo stati nobilmente, abbondandemente assecondati dall'altra parte. E forse occorreva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare......."questa fu la frase attribuita al Papa Pio XI (riportata nel libro "L'Italia contemporanea" edito da Einaudi nel 1961) che nel discorso tenuto agli studenti dell'Università Cattolica di Milano, così si riferiva a Mussolini, capo del fascismo, il 14 Febbraio del 1929 nello spiegare la soddisfazione per l'avvenuta firma dei Patti Lateranensi.

Mussolini fu davvero l'uomo della Provvidenza? La domanda è del tutto retorica considerato che la risposta negativa è del tutto ovvia.

Il fascismo da molti, anche intellettuali, fu considerato l'unico "baluardo" contro il "pericolo" del "Bolscevismo" che in Unione Sovietica si affermò con la Rivoluzione dell'Ottobre del 1917.

Il fascismo fu l'espressione più aggressiva del Capitalismo Finanziario che, in quel momento, seppe far volgere a suo favore i rapporti di forza all'interno stesso di una Borghesia divisa.

Il 7 Marzo del 1920 il Congresso della Confindustria approvò un documento in cui tra l'altro si affermava: "il Congresso fa voti per un indirizzo di governo che realizzi la disciplina nel potere", "porti alla direzione dello Stato uomini e metodi nuovi".

Sin dal suo nascere il fascismo adottò, per la sua affermazione, due "metodi": la demagogia del programma di San Sepolcro del 1919 e la violenza delle squadre armate che seminarono il terrore.

Con la prima si cercò il consenso di una base sociale che comprendeva, oltre ai reduci della prima guerra mondiale "vittoriosa", rappresentati da ufficiali di una casta militare che non si sentì gratificata dagli accordi di pace, anche una piccola e media borghesia oscillante e vittima di una "paura" sociale sotto l'incalzare da una parte della grande borghesia e dall'altra di un proletariato che sempre più acquistava coscienza di sé come espressione di un movimento operaio internazionale.

Molti, anche intellettuali, si lasciarono convincere dal Programma di San Sepolcro del 1919, apparentemente "rivoluzionario".

Si era negli anni del "Biennio Rosso" 1919//1920 nei quali lo scontro sociale diveniva sempre più acuto. Gli scioperi delle fabbriche di Torino, con il movimento dei Consigli di Fabbrica così come teorizzati dal giornale "Ordine Nuovo" di Antonio Gramsci ed altri dirigenti socialisti, che nel 1921 saranno tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia, a partire dalla seconda metà del 1919 saranno duramente contrastati dagli industriali che rigetteranno tutte le richieste operaie.

I blocchi sociali contrapposti si delinearono, quindi, già in quegli anni e in quelle lotte: da una parte gli operai che con una difficile politica di alleanze "conquistavano" l'adesione dei tecnici e degli specializzati in fabbrica e dei contadini e dei braccianti nelle campagne. Dall'altra parte gli industriali e i proprietari terrieri che per imporre le proprie scelte e respingere le lotte della classe operaia non disdegnarono di finanziare la violenza delle squadre fasciste .

Il 1920 vide l'inasprimento della lotta con l'occupazione delle fabbriche.

Gli industriali scelgono l'appoggio economico al Fascismo che inizia il suo triste cammino con l'azione sempre più violenta delle squadre che assaltano sedi di partito e sedi sindacali.

La violenza e la sopraffazione nascono molto prima della Marcia Su Roma del 28 Ottobre 1922 che, a quel punto, è solo una parata propagandistica di fronte al quale si genuflette il Re che affida il compito di formare il governo a Mussolini.

Da quel momento il fascismo, sul piano parlamentare, iniziò ad approvare leggi che gli avrebbero dato il controllo totale dello Stato.

Nel 1923 le squadre armate fasciste vennero legalizzate diventando, così, la "Milizia volontaria per la sicurezza nazionale".

Sempre nel 1923 venne introdotto un sistema maggioritario che assegnava i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto almeno il 25% dei voti.

Nel 1924 alle elezioni il listone del partito fascista ottenne il controllo della camera dei deputati. Quello stesso anno il deputato socialista Giacomo Matteotti venne assassinato dai fascisti.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini con il discorso alla Camera dei Deputati proclama la fine dei diritti civili e dei diritti politici.

Ha inizio il processo di fascistizzazione dello Stato che dà al Capo del Governo enormi poteri tra i quali, praticamente, il potere di nomina e di revoca dei ministri anche se formalmente il re manteneva questa prerogativa.

Nel 1928 ci fu l'introduzione della norma per l'elezione dei deputati su un'unica lista del partito fascista.

Nel 1939 venne soppressa la camera dei deputati e sostituita con la camera dei fasci e delle corporazioni i cui membri vennero nominati dal governo o dal partito fascista.

I Partiti politici tranne che quello fascista, ovviamente, vennero vietati. Al PNF ed al Gran Consiglio del Fascismo venne riconosciuto il ruolo fondamentale per lo Stato di dare al Governo pareri obbligatori riguardanti la successione stessa al trono, la scelta del capo del Governo nel caso di vacanza della carica, i rapporti tra Stato e Partito Fascista.

Nel 1926 venne istituito il sistema corporativo: i lavoratori vennero organizzati in un unico sindacato fascista obbligatorio. Il mondo del lavoro e dell'economia venne organizzato in corporazioni di categoria che comprendevano, in un delirio velleitario di controllo totale, sia i datori di lavoro sia i lavoratori che perdevano così ogni possibilità di vedersi riconosciuti i propri diritti.

Il consenso al fascismo fu imposto soprattutto con il Tribunale speciale che reprimeva ogni forma di opposizione.

Nel 1938 furono emanate le leggi razziali. La teoria della razza "ariana" inventata dal nazismo che, con essa, perseguitò gli ebrei sino al genocidio ed eliminò anche fisicamente handicappati e uomini "diversi" perché "esseri inferiori", entra a far parte dell'ordinamento italiano. Le leggi volute dal fascismo prefigurano la "razza ariana italiana" . Da qui la discriminazione degli ebrei in tutta la vita sociale diventa legge dello stato che indica quali scuole potessero frequentare, quali lavori potessero fare e quale patrimonio potessero detenere. L'eccedenza del patrimonio veniva confiscato.

Fu necessaria una legge per cambiare lo stesso Statuto del Partito fascista per impedire ad ebrei di farne parte!

Sul piano internazionale il Fascismo spingendo sino in fondo sulla strada del Nazionalismo iniziò nel 1935 la guerra di Etiopia per dare un "impero" al Re; nel 1936 mandò l'esercito a sostenere la dittatura franchista e nel 1940 inizia la II guerra mondiale alleandosi con Hitler.

Fu l'inizio della fine. Nel 1945 soprattutto per effetto della guerra di liberazione e della Resistenza antifascista il fascismo cadde con il suo capo.

-La Marcia su Roma

La possibilità di conquistare il potere con la forza fu prospettata per la prima volta da Benito Mussolini il 29 settembre 1922, in una seduta segreta a Firenze della direzione fascista. La decisione di passare all'azione si ebbe il 16 ottobre 1922, nella riunione a Milano del gruppo dirigente fascista, nel corso della quale venne anche costituito il quadrumvirato che avrebbe diretto l'insurrezione, formato da De Vecchi, De Bono, Balbo e Bianchi. Pochi giorni dopo, il 24 ottobre, al Congresso fascista di Napoli, arrivò il proclama ufficiale di Mussolini: "O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma".

Secondo i piani, il quadrunvirato, insediato a Perugia, avrebbe assunto nella notte tra il 26 e il 27 i pieni poteri e nei due giorni successivi sarebbe seguita la mobilitazione delle squadre fasciste che avrebbero occupato i punti chiave dell'Italia centrale. Le bande destinate a marciare sulla capitale (26.000 uomini) furono inquadrate in quattro colonne (una di riserva e tre concentrate a Santa Marinella, Monterotondo e Tivoli) e cominciarono a muovere verso Roma il 27. Mussolini rimase a Milano in attesa degli sviluppi della situazione a livello governativo.

In grande ritardo, dopo la mezzanotte tra il 27 e il 28 ottobre 1922, il presidente del consiglio Luigi Facta, richiamato il re da San Rossore (Pisa) a Roma, convocò il Consiglio dei ministri per predisporre il decreto di stato d'assedio, che dava pieni poteri al governo per disperdere i fascisti con l'esercito. Il generale Pugliese, capo del territorio di Roma, predispose, con i suoi 28.000 uomini, la difesa della capitale. La mattina del 28  le bande fasciste vennero temporaneamente fermate a Civitavecchia,  Orte, Avezzano e Segni.

Vittorio Emanuele III, che alle due del mattino aveva espresso il suo accordo con la decisione del governo, quando di prima mattina ricevette Facta con il decreto (che era già stato affisso nelle strade della capitale), anche perché influenzato dal parere negativo di Salandra e di Giolitti, si rifiutò di firmarlo.

Caduto Facta, il re propose a Mussolini un ministero con Salandra, ma il duce rifiutò sostenendo la richiesta di un governo interamente fascista. Il 29 ottobre Vittorio Emanuele cedette e chiese formalmente a Mussolini di formare il nuovo esecutivo.

Quando i fascisti entrarono a Roma, era già tutto deciso. Nonostante la successiva mitizzazione della "marcia", essa fu essenzialmente una parata: le squadre fasciste, infatti, giunsero nella capitale 24 ore dopo che Mussolini aveva già ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo. Lo stesso duce arrivò a Roma in vagone-letto da Milano la mattina del 30 ottobre e la sera salì al Quirinale per sottoporre al re la lista dei suoi ministri.

La marcia su Roma e la conquista del potere da parte di Mussolini rappresentarono il momento culminante di un periodo di scioperi (il cosiddetto biennio rosso, 1919-20), violenza e illegalità diffusa cui le istituzioni dello Stato liberale - governi deboli e incapaci di durare a lungo - non erano riuscite a porre rimedio, e che aveva visto gli squadristi fascisti protagonisti, in contrapposizione ai socialisti, ai sindacati e alle leghe contadine.

Vissuto in forma minoritaria e marginale fino all'inizio del 1921, il fascismo si inserì nel vuoto di potere e nella crisi dello Stato liberale mediante la violenza e le spedizioni punitive delle "squadre d'azione" - spesso tollerate dalle autorità locali e in alcuni casi perfino appoggiate da esercito e polizia - contro Case del Popolo, sezioni socialiste e amministrazioni comunali rosse. Con le parole d'ordine del nazionalismo e dell'anti-socialismo, il movimento di Benito Mussolini raccolse in breve tempo il largo consenso sia di ex-combattenti, agrari a media borghesia urbana, sia dei centri di potere degli industriali e dell'alta borghesia (di qui la tesi secondo la quale l'avvento del fascismo avrebbe avuto la funzione di impedire la presa del potere da parte dei socialisti in Italia, accreditata anche dal fatto che le forze conservatrici europee inizialmente guardano con un certo favore all'ascesa di Mussolini).

Quando Mussolini andò al potere, buona parte della classe politica liberale era convinta che sarebbe durato poco. Lo stesso Giolitti, del resto, inserendo i fascisti nei Blocchi Nazionali - l'alleanza elettorale per il rinnovo del Parlamento del maggio 1921 - si era illuso di poterne sfruttare la forza contro l'esuberanza della classe operaia, per poi far rientrare gli squadristi nella legalità. Il fascismo invece si stava rapidamente costituendo come una vera e propria struttura statuale alternativa e quindi in grado di sostituirsi al modello liberale in decomposizione.

-La dittatura Fascista

Il primo governo Mussolini, al quale partecipano anche ministri liberali, ottiene il voto di fiducia di un ampio fronte parlamentare che va dalla maggioranza dei liberali al partito popolare (306 voti favorevoli e 116 contrari). Utilizzando i poteri costituzionali, tra il 1922 e il 1925, Mussolini svolge un sistematico processo di fascistizzazione dello Stato, delle sue strutture e del suo ordinamento, gettando le basi della dittatura: rafforzamento del potere esecutivo, indebolimento delle prerogative del Parlamento, integrazione delle strutture militari e politiche fasciste nell'apparato statale, riduzione del pluralismo politico per imporre il partito unico, eliminazione delle libertà costituzionali come quelle di stampa, di associazione e di sciopero. Nel 1922 nasce il Gran Consiglio del fascismo e l'anno seguente lo squadrismo viene istituzionalizzato nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, con il doppio scopo da parte di Mussolini di potersene servire contro i nemici politici ed esercitare un controllo diretto sul braccio armato del suo stesso movimento. Sempre nel 1923, viene approvata una nuova legge elettorale, la legge Acerbo, che elimina di fatto il sistema proporzionale fissando un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei seggi per la lista che ottiene più del 25%.

Le elezioni dell'aprile 1924 si svolgono in un clima di terrore e di violenza. Le opposizioni sono disunite e non riescono ad offrire una alternativa valida al "listone" fascista - cui aderiscono anche la maggior parte dei liberali, escluso Giolitti - che conquista 403 seggi contro i 106 delle opposizioni. Poco dopo però il fascismo si trova a dover affrontare una gravissima crisi. In seguito al rapimento e all'uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti, che all'apertura della nuova Camera aveva denunciato le illegalità e le violenze della campagna elettorale, nel paese si diffonde una ondata di proteste e indignazione. Le forze d'opposizione, dai liberali di Amendola, ai socialisti, ai comunisti, abbandonano il Parlamento e si ritirano su quello che Filippo Turati definisce "l'Aventino delle coscienze". Restano però le differenze interne - più prudenti i liberali e i socialisti, mentre i comunisti pensano ad un vero e proprio Parlamento alternativo - e il progetto di convincere il re a liquidare Musolini e indire nuove elezioni ripristinando la proporzionale fallisce.

Il 3 gennaio 1924 Mussolini pronuncia il seguente discorso alla Camera: "Dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto". Nei giorni seguenti vengono imbavagliati i giornali di opposizione, chiusi 35 circoli politici, sciolte 25 organizzazioni definite "sovversive", serrati 150 esercizi pubblici, arrestati 111 oppositori ed eseguite 655 perquisizioni domiciliari.

Intanto la violenza contro gli oppositori si scatenava ancora una volta in modo selvaggio: Amendola, principale capo dell'opposizione dopo la morte di Matteotti, fù nuovamente aggredito, il 20 luglio 1925, da una squadra guidata da Carlo Scorza, futuro segretario del partito fascista, e morì nell'aprile successivo in Francia; la famiglia Rosselli subì tre "azioni punitive"; Filippo Turati e Gaetano Salvemini furono forzati a seguire in esilio Sturzo e Nitti.
Il 4 ottobre 1925 si ripeté a Firenze una strage di antifascisti come quella del 18 dicembre 1922 a Torino (la "notte di San Bartolomeo"). Anche alla Camera dei deputati, del resto chiusa per lunghi periodi agli oppositori, i fascisti, non permettevano praticamente più di prendere la parola. Mussolini si esprimeva contro "il parlamentarismo parolaio", che, diceva, gli faceva solo perdere tempo.

Pochi mesi dopo vengono varate le "leggi fascistissime". Approfittando dell'attentato progettato dal deputato Tito Zaniboni, denunciato in anticipo da una spia (4 novembre 1925), Mussolini fece occupare le logge massoniche, sciolse il Partito Socialista Unitario e ne soppresse l'organo La Giustizia, s'impadronì del Corriere della Sera e della Stampa, sciolse centinaia di associazioni, decretò il licenziamento di migliaia di impiegati statali, tolse la cittadinanza agli esuli politici, modificò o Statuto stabilendo che al capo del governo, nominato dal re e non più soggetto alla fiducia parlamentare, venivano attribuiti poteri speciali tra cui la nomina a sua discrezione dei ministri e la decisione sugli argomenti in discussione in Parlamento. All'inizio del 1926 vengono abolite le amministrazioni locali di nomina elettiva e il sindaco viene sostituito dal podestà di nomina governativa.

E non era finita. In seguito a un altro attentato assai misterioso, che venne attribuito al giovinetto Anteo Zamboni, linciato sul posto a Bologna il 31 ottobre 1926, Mussolini sciolse tutti i partiti - a eccezione, naturalmente, di quello fascista -, soppresse i giornali antifascisti, istituì la pena del confino, introdusse la pena di morte, creò la polizia segreta (OVRA) e il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, col compito di reprimere i reati politici, cioè gli oppositori del fascismo, proclamò la decadenza di 120 deputati d'opposizione accusati di aver disertato i lavori parlamentari, compresi però i comunisti che a Montecitorio erano rientrati tentando di far sentire la loro voce di opposizione. Tutti questi provvedimenti, che tra l'altro aumentavano i poteri dell'esecutivo sul legislativo, passarono in novembre alla Camera e al Senato senza che fosse consentita la minima discussione. Durissime condanne furono comminate agli oppositori (da 20 a 23 anni di carcere a Gramsci, Terracini, Scoccimarro, ma furono centinaia gli antifascisti che riempirono le carceri). Le investigazioni e la repressione furono attuate soprattutto dagli uffici speciali di polizia che costituirono l'OVRA, la cui sigla, sempre rimasta misteriosa, fu inventata personalmente da Mussolini.

Col novembre 1926 si può dire che si abbia in Italia la fine di ogni vita politica e l'inizio del "regime". Comincia la "fascistizzazione" di tutte le istituzioni e di tutti i settori dell'attività nazionale: stampa, scuola, magistratura, diplomazia, esercito, organizzazioni giovanili e professionali. La soppressione di libere elezioni completa l'opera. Il regime parlamentare, a questo punto, non esiste più, sostituito da un regime autoritario a partito unico, incentrato sull'autorità del capo del governo e basato sul terrore poliziesco.

-L'Italia fascista in guerra

     Guerra in Etiopia

      La politica coloniale dell'Italia riprese slancio negli anni Venti, trovando una sua coerente giustificazione nell'ideologia fascista. Subito dopo l'avvento di Mussolini, la presenza italiana in Libia fu consolidata: fu ampliata l'occupazione della Tripolitania settentrionale (1923-1925) e della Tripolitania meridionale, mentre una dura repressione fu avviata in Cirenaica, guidata con successo dal generale Graziani.

Tra il 1923 ed il 1928 fu inoltre completata la conquista della Somalia, fino a quel momento limitata alla parte centrale del Paese.

In Etiopia, invece, il fascismo non ritenne, in questa prima fase, di modificare la situazione. Anzi, nel 1928 Italia ed Etiopia stipularono un patto di amicizia ed una convenzione stradale.

La decisione di intraprendere una campagna militare in Etiopia iniziò a maturare a partire dal 1930.

Il pretesto per l'avvio delle operazioni militari, i cui piani erano stati preparati già da tempo, fu offerto il 5 dicembre 1934 da un incidente presso la località di Ual-Ual, lungo la frontiera somala. L'imperatore d'Etiopia, Hailè Selassiè, preoccupato dai progetti italiani, si rivolse alla Società delle Nazioni, di cui il suo Paese era membro dal 1923. Ma Inghilterra e Francia, che non volevano alienarsi l'appoggio di Mussolini nel nuovo scenario politico d'Europa, impedirono di fatto che l'azione italiana fosse ostacolata. Solo in un secondo tempo, quando l'opinione pubblica internazionale iniziò a mobilitarsi contro la violenta aggressione dell'Italia, la Società delle Nazioni approvò una serie di sanzioni economiche contro l'Italia (ottobre 1935).

Il 2 ottobre 1935, in un famoso discorso pubblicato il giorno successivo su tutti i giornali italiani, Mussolini annunciò l'inizio di una guerra provocata senza alcuna causa plausibile, rispolverando come giustificazione la bruciante sconfitta subita dall'Italia alla fine del secolo precedente:

«Con l'Etiopia abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!»

L'esito della guerra era facilmente immaginabile considerato l'enorme dispiegamento di mezzi disposto dall'Italia.

Il 3 ottobre le truppe italiane invasero l'Etiopia dall'Eritrea, occupando in breve tempo Adua, Axum, Adigrat, Macallè.

A metà novembre la direzione delle operazioni fu affidata al generale Pietro Badoglio, che, dopo aver affrontato la controffensiva etiopica, entrò ad Addis Abeba il 5 maggio 1936.

Il 9 maggio 1936 Mussolini poté proclamare la costituzione dell'Impero italiano di Etiopia, attribuendone la corona al Re d'Italia Vittorio Emanuele III.

    La persecuzione degli Ebrei

All'inizio del Novecento le comunità israelitiche sono quasi del tutto integrate in Italia, e l'antisemitismo è limitato a frange minoritarie del mondo cattolico e ad alcune riviste, come La Civiltà Cattolica dei gesuiti. Alcuni esponenti delle comunità ricoprono cariche importanti nella politica e nell'esercito: nel 1902, fra i 350 senatori nominati dal re, figurano 6 senatori ebrei (nel 1920 diventeranno addirittura 19); nel 1906 il barone Sidney Sonnino, ebreo convertito al protestantesimo, è nominato presidente del Consiglio, dopo essere stato ministro delle Finanze e degli Esteri; nel 1910 un altro ebreo, Luigi Luzzati, questa volta non convertito, ricopre la carica di primo ministro, dopo essere stato anch'egli ministro delle Finanze. Il sociologo Leopoldo Franchetti è senatore conservatore per molti anni, prima di suicidarsi dopo la sconfitta italiana di Caporetto. Salvatore Barzilai, giornalista irredentista di Trieste, è eletto deputato per otto mandati e, dopo la Grande Guerra, fa parte della delegazione italiana alla conferenza per la pace a Versailles. Ernesto Nathan, ebreo e massone, è sindaco di Roma dal 1907 al 1913. Giuseppe Ottolenghi, primo ebreo a rivestire il grado di generale nel 1888, diventa istruttore del futuro Vittorio Emanuele III e nel 1902 viene nominato senatore e ministro della Guerra. E' significativo anche il contributo ebraico al primo conflitto mondiale: l'Italia ha 50 generali ebrei; uno di questi, Emanuele Pugliese, sarà il più decorato dell'esercito; un altro, il generale Roberto Segre, idea le difese sul Piave.

Nascita del fascismo: ebrei fascisti e ebrei oppositori

L'avvento del fascismo non mette in crisi l'integrazione degli ebrei in Italia. Nella famosa riunione in piazza San Sepolcro a Milano (23 marzo1919), fra i 119 fondatori del fascismo ci sono anche cinque ebrei, ed è uno di loro (Cesare Goldman) a procurare la sala all'associazione industriali dove Mussolini tiene a battesimo il movimento. Tra i "martiri fascisti" che muoiono negli scontri con i socialisti fra il 1919 e il 1922, figurano tre ebrei: Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo. Più di 230 ebrei partecipano alla marcia su Roma nell'ottobre del 1922 e risulta che a quella data gli iscritti al partito fascista o a quello nazionalista (che poi nel 1923 si fondono) siano ben 746. A Fiume con D'Annunzio ci sono ebrei, fra cui Aldo Finzi che diviene poi sottosegretario agli interni di Mussolini e membro del Gran Consiglio (allontanato dal Regime, entrerà poi nella Resistenza e morirà alle Fosse Ardeatine), mentre Dante Almansi ricopre addirittura sotto il fascismo la carica di vice capo della polizia. Guido Jung è eletto deputato fascista e viene nominato ministro delle Finanze dal 1932 al 1935. Maurizio Rava è nominato vicegovernatore della Libia, governatore della Somalia e generale della milizia fascista. Tanti altri ebrei, pur occupando posti di minore importanza, contribuiscono all'affermazione del fascismo, come il commendator Elio Jona, finanziatore de Il Popolo d'Italia, e come gli industriali lombardi di origine ebraica che, per paura del comunismo, sostengono finanziariamente il movimento.

Lo stesso Benito Mussolini conta fra i suoi amici esponenti dell'ebraismo quali la russa Angelica Balabanoff, Cesare Sarfatti e Margherita Sarfatti, per lungo tempo amante del duce, condirettrice della rivista fascista "Gerarchia" e autrice della prima biografia di Mussolini dal titolo Dux, tradotta in tutte le lingue, che contribuisce significativamente a propagandare il fascismo a livello mondiale.

Questo non significa che l'ebraismo italiano sposi la causa del fascismo. Mussolini, fin dai primi anni, deve fare i conti con l'opposizione anche di molti ebrei: i socialisti Treves e Modigliani sono fra i protagonisti dell'Aventino; il senatore Vittorio Polacco pronuncia un coraggioso discorso, che ha una vasta eco nel paese; Eucardio Momigliano, che era stato uno dei sansepolcristi ebrei, abbandona il fascismo quasi subito, fondando l'Unione democratica antifascista; il deputato Pio Donati, aggredito e percosso due volte, è costretto all'esilio e muore in solitudine nel 1926; alcuni professori universitari rifiutano fedeltà al Regime (tra i 12 coraggiosi in tutt'Italia, tre sono ebrei: Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida e Vito Volterra), il presidente della Corte Suprema Ludovico Mortara si dimette; nel maggio del '25 il Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Croce è sottoscritto da 33 ebrei.

 

Primi anni del Regime, il problema ebraico non esiste

Nei primi anni Venti per il fascismo il problema ebraico non esiste, anzi Mussolini - quando ciò corrisponde ai suoi fini politici - non manca di corteggiare le comunità israelitiche, come testimoniano le sue parole sul Popolo d'Italia del 1920: "In Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei, in tutti i campi, dalla religione, alla politica, alle armi, all'economia... la nuova Sionne, gli ebrei italiani, l'hanno qui, in questa nostra adorabile terra". Solo dopo il '38, molti zelanti gerarchi italiani filo-nazisti, per far piacere a Hitler, spulceranno alcuni vecchi discorsi di Mussolini, con qualche frase che si poteva interpretare razzista (sul Popolo d'Italia del 4 giugno 1919 il duce affermava: "Sulla Rivoluzione Russa mi domando se non è stata la vendetta dell'ebraismo contro il cristianesimo, visto che l'80 per cento dei dirigenti dei soviet sono ebrei... La finanza dei popoli è in mano agli ebrei, e chi possiede le casseforti dei popoli dirige la loro politica" e concludeva che il bolscevismo era "difeso dalla plutocrazia internazionale, e che la borghesia russa era guidata dagli ebrei; quindi proletari non illudetevi").

Ma si tratta soltanto di battute. Nel novembre del '23 Mussolini, dopo aver ricevuto il rabbino di Roma Angelo Sacerdoti, fa diramare un comunicato ufficiale in cui si legge: "(.) S.E. ha dichiarato formalmente che il governo e il fascismo italiano non hanno mai inteso di fare e non fanno una politica antisemita, e che anzi deplora che si voglia sfruttare dai partiti antisemiti esteri ai loro fini il fascino che il fascismo esercita nel mondo". Nel 1930, l'anno dopo il Concordato col Vaticano, il duce fa approvare la Legge Falco sulle Comunità israelitiche italiane, accolta molto favorevolmente dagli ebrei italiani.

In realtà con questa legge il fascismo vuole soltanto servirsi degli ebrei per la sua politica. Il rabbino di Alessandria d'Egitto (David Prato) è un italiano; in tal modo si pensa che l'influenza italiana nel Levante si affermi; viene perciò aperto un Collegio rabbinico a Rodi; i consoli italiani fanno opera di persuasione perché gli ebrei italiani all'estero non rinuncino alla cittadinanza; si facilita l'iscrizione alle Università italiane di quegli studenti stranieri che provengono da paesi dove vige il "numerus clausus". Il Collegio rabbinico da Firenze viene nuovamente trasferito a Roma. Nel '32 la Mondadori pubblica i famosi Colloqui con Mussolini di Emil Ludwig, e il duce condanna il razzismo senza riserve, definendolo una "stupidaggine", quanto all'antisemitismo, afferma che "non esiste in Italia". Dopo la presa del potere da parte di Hitler, i profughi ebrei dalla Germania vengono accolti e il loro insediamento non è ostacolato dalle Autorità.

Se non si tratta di un corteggiamento, poco ci manca. La risposta delle comunità ebraiche è ottima: tra l'ottobre del 1928 e l'ottobre del 1933, sono 4920 gli ebrei che si iscrivono al partito fascista; poco più del 10 per cento della popolazione ebraica italiana.

 

1933-34, comincia l'antisemitismo

I primi germi dell'antisemitismo incominciano a manifestarsi dopo la conquista del potere da parte di Hitler in Germania nel 1933. Su diversi giornali fascisti appaiono i primi segni dell'antisemitismo che, raccogliendo la letterature tradizionali, accusano gli ebrei di voler conquistare il potere mondiale.

Nel marzo del 1934 due giovani ebrei torinesi aderenti a Giustizia e Libertà, Sion Segrè e Mario Levi, sono fermati dall'Ovra alla frontiera mentre tentano di introdurre manifestini e propaganda antifascista. Levi riesce a darsi alla fuga gettandosi nelle acque del Lago Maggiore. Nella rete cadono anche i loro "complici": Leone Gizburg, Carlo Mussa Ivaldi, Barbara Allaso, Augusto Monti. Questo fatto da' occasione a molti giornali di sfogare il loro livore antisemita. tanto che il gerarca Roberto Farinacci invita tutti gli ebrei italiani a scegliere tra sionismo e fascismo. E mentre alcuni ebrei corrono ai ripari, e nella stessa Torino viene fondato il giornale La nostra bandiera, diretto da Ettore Ovazza (che poi nel '43 sarà ucciso dai tedeschi), esponente dei buoni "cittadini italiani di religione israelitica" , devoti al Regime, altri continuano a tenere un contegno degno delle più nobili tradizioni risorgimentali; fra questi i due fratelli Nello e Carlo Rosselli - discendenti da Pellegrino Rosselli e Jeannette Nathan Rosselli, che ospitarono Mazzini - uccisi in Francia da sicari fascisti nel 1937. Carlo Rosselli, in esilio a Parigi, fonda il movimento "Giustizia e libertà" e poi combatte nella guerra civile in Spagna.

Dal '34 è un crescendo di "segnali" antiebraici. La stampa ospita sempre più di frequente articolo razzisti. Nel 1936, a Tripoli, alcuni esponenti della Comunità ebraica vengono fustigati nella pubblica piazza perché i commercianti ebrei della città si rifiutano di tenere i negozi aperti di sabato. Mussolini, autonominatosi "protettore dell'Islam", appoggia gli Arabi di Palestina, inviando loro armi; si parla di minaccia ai luoghi santi da parte del Sionismo, sostenuto dalla Gran Bretagna. Nel novembre del '36 il Ministro degli esteri Galeazzo Ciano emana precise istruzioni affinché si eviti che funzionari ebrei della Farnesina siano incaricati di trattare con la Germania.

Eppure si tratta ancora di episodi limitati, non ancora di una scelta politica dichiarata dell'intero partito. E infatti si registrano anche avvenimenti di segno opposto.

Nel '34 Mussolini da' il via libera alla creazione della sezione ebraica della scuola marittima di Civitavecchia (molti dei partecipanti costituiranno poi il nucleo della marina israelina): L'anno dopo diversi ebrei partecipano alla guerra d'Etiopia e, successivamente, alla guerra di Spagna Uno dei caduti in Spagna (Alberto Liuzzi) è perfino decorato di medaglia d'oro. Anche quando la Società delle Nazioni sanziona l'Italia, l'adesione alla "giornata della fede" e all'offerta dell'oro da parte delle comunità ebraiche è larghissima. La guerra in Africa mette il Governo italiano in contatto coi 30 mila Falascia che vivono in Abissinia, un nucleo di negri professante la religione ebraica, ma vissuto per secoli in assoluto isolamento. Mussolini, ritenendo opportuno favorire questo gruppo, dopo che i capi Falascia hanno prestato il giuramento di fedeltà, lo mette in relazione con gli ebrei d'Italia. Anche se, contemporaneamente, il Regime mette in cantiere una legislazione indirizzata a contenere il meticciato fra italiani e popolazioni indigene africane che fa da apristrada a a concezione di superiorità della razza italica.



La situazione va nettamente peggiorando col graduale avvicinamento del governo fascista a quello hitleriano, anche se Mussolini, il 16 febbraio del '38, con il documento n. 14 dell'Informazione diplomatica, il bollettino semiufficiale adoperato dal regime per comunicare le sue scelte di politica estera, smentisce ufficialmente le voci, sempre più insistenti, provenienti dall'estero, di misure antisemite che il governo italiano andrebbe elaborando.

Ne sono consapevoli i vertici delle comunità ebraiche. E infatti nel '37, dopo che una delegazione italiana ha partecipato al Congresso antisemita di Erfurt, viene pubblicato un coraggioso "Manifesto dei rabbini d'Italia ai loro fratelli", aperta rampogna agli ebrei italiani che seguendo altre ideologie si ritengono avulsi dal loro ceppo di origine.

Nella primavera del '37 Paolo Orano, rettore dell'Università di Perugia, pubblica "Gli Ebrei Italiani". In questo libro Orano chiede agli ebrei di diventare in tutto e per tutto italiani, di prendere le distanze dal sionismo e di tagliare i ponti con gli ebrei dei paesi liberal-democratici per sostenere la lotta contro l'internazionale ebraica. Intanto Giovanni Preziosi diffonde in Italia il falso documento "I Protocolli dei Savi Anziani di Sion", pesantemente antisemita.

La campagna di stampa si fa sempre più pesante. Il giornale Regime Fascista pubblica regolarmente articoli razzisti firmati Farinacci. Altri giornali antisemiti, Il Tevere, Giornalissimo, Quadrivio, vomitano insulti e calunnie contro gli ebrei; il più zelante divulgatore di odio razziale è Telesio Interlandi, autore del libello "Contra Judaeos".

 

1938, la visita di Hitler e le leggi razziali

Nel maggio del 1938 Hitler viene a Roma per ricambiare la visita di Mussolini. Storicamente non esiste la prova di un collegamento diretto tra la visita e la svolta razzista del Regime (e secondo molti storici, a partire da De Felice, sarebbe ingiusto scaricare le responsabilità dell'Italia e del fascismo su Hitler). Fatto sta che il mese dopo una delegazione di esperti tedeschi di razzismo viene in Italia per istruire funzionari italiani su questa pseudo-scienza; e appena due mesi dopo, il 14 luglio del 1938, viene pubblicato il "Manifesto della razza" , firmato da un gruppo di professori, di cui il più autorevole è Nicola Pende, in cui si sostiene la teoria della purità della razza italiana, prettamente ariana, il cui sangue va difeso da contaminazioni: quindi, gli ebrei sarebbero estranei e pericolosi al popolo italiano. Sempre in luglio l'ufficio demografico del Ministero dell'interno si trasforma in Direzione generale per la demografia e la Razza.

Il massimo consenso alla campagna razzista si manifesta tra gli intellettuali e i docenti universitari. Tutto ciò suscita scarsi dissensi. Uniche eccezioni di rilievo sono il filosofo Giovanni Gentile, lo scrittore Massimo Bontempelli, e il fondatore del futurismo Tommaso Marinetti. Voci discordi si levano anche in ambienti cattolici (in particolare ad opera del gruppo fiorentino di Giorgio La Pira), preoccupati tra l'altro della piega "pagana" che sembra prendere la persecuzione antiebraica, e inizialmente anche da parte del Vaticano che però - come scrive Renzo De Felice - tutto sommato non si dimostra contrario "ad una moderata azione antisemita". E infatti il 10 ottobre l'ambasciatore italiano presso la santa Sede comunica per telespresso a Mussolini: "(.) le recenti deliberazioni del Gran Consiglio in tema di difesa della razza non hanno trovato in complesso in Vaticano sfavorevoli accoglienze (.) le maggiori per non dire uniche preoccupazioni della Santa Sede si riferiscono al caso di matrimoni con ebrei convertiti".

Contemporaneamente al "Manifesto della razza" viene lanciata (in data 15 luglio 1938) un'edizione speciale dei "Protocolli"; e per sostenere e diffondere la teoria razziale, nuova per gli italiani, inizia le sue pubblicazioni una rivista: La difesa della razza, diretta da Telesio Interlandi. Durante tutta l'estate del '38 tutta la stampa italiana pubblica articoli diffamatori contro gli ebrei per preparare l'opinione pubblica alla normativa razziale. Il 1° settembre 1938 viene emanata la legge: tutti gli ebrei italiani sono messi al bando della vita pubblica; perfino le scuole sono precluse ai bambini ebrei. All'interno del partito fascista, tra i pochi ad opporsi c'è Italo Balbo.

 

La persecuzione degli ebrei italiani

Il periodo 1938-1943 è tragico per gli ebrei italiani. Michele Sarfatti nel suo studio certifica che in questi sei anni vengono assoggettate alla persecuzione circa 51.100 persone, cioè poco più dell'1 per mille della popolazione della penisola; i perseguitati sono in parte (circa 46.600) ebrei effettivi e in parte (circa 4500) non-ebrei classificati "di razza ebraica". L'antisemitismo permea la vita del paese in tutti i suoi comparti. In un solo anno, dei 10 mila ebrei stranieri presenti in Italia, 6480 sono costretti a lasciare il Paese. Uno degli epicentri della "pulizia etnica" del fascismo sono le scuole e le Università. Nel giro di poche settimane, 96 professori universitari, 133 assistenti universitari, 279 presidi e professori di scuola media, oltre un centinaio di maestri elementari, oltre 200 liberi docenti, 200 studenti universitari, 1000 delle scuole secondarie e 4400 delle elementari vengono allontanati dagli atenei e dalle scuole pubbliche del regno: una profonda ferita, mai completamente rimarginata, viene inferta alla cultura italiana. Molti illustri docenti sono costretti all'esilio (come Enrico Fermi, che ha una moglie ebrea); altri costretti al silenzio e alla miseria, esclusi da quegli istituti che hanno creato, come Tullio Levi Civita (fisico e matematico), che si vede persino negare l'ingresso alla biblioteca del suo Istituto di Matematica della Università di Roma dal nuovo direttore, Francesco Severi. La stessa tragica sorte subiscono 400 dipendenti pubblici, 500 dipendenti privati, 150 militari e 2500 professionisti, che perdono i loro posti di lavoro e vengono ricacciati nel nulla, senza possibilità non solo di proseguire la loro carriera, ma spesso anche di sopravvivere. Gli episodi di violenza fisica da parte fascista sono per fortuna contenuti (qualche incidente si verifica solo a Roma, Trieste, Ferrara, Ancona e Livorno)

Gli ebrei come reagiscono? Quelli che hanno la possibilità, emigrano: i più verso le Americhe, molti in Palestina (alla data del 28 ottobre 1941 risultano aver lasciato il regno 5966 ebrei di nazionalità italiana). L'1 per mille dei perseguitati si suicida. Il caso più drammatico è quello di Angelo Fortunato Formiggini, giornalista, editore, fra i primi a rendersi conto della pericolosità del fascimo. Si registrano anche molte abiure e pubbliche dissociazioni (3880 casi tra il 1938 e il 1939) ed anche qualche "arianizzazione", ottenuta col presentare documenti falsi e forti somme di denaro. Sono invece pochi quelli che fanno valere una legge, emanata ad hoc, secondo la quale era da considerarsi "ariano" l'ebreo che dimostrava di essere figlio di un adulterio. Gli altri si adattano a vivere come possono, si organizzano in seno alle stesse Comunità e continuano, malgrado le loro peggiorate condizioni, ad aiutare i fratelli d'oltralpe che dall'avvento di Hitler al potere continuano ad affluire numerosi in Italia (tra il '38 e il '41, nonostante i divieti e le leggi razziali, ne arrivano almeno 3mila, anche grazie alla compiacenza delle guardie di frontiera).

Nel 1939, Dante Almansi, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, è autorizzato dal governo a creare un'organizzazione per assistere i rifugiati ebrei giunti in Italia da altre parti d'Europa. Conosciuta come Delasem, il nome per esteso di questa organizzazione era Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei. Tra il 1939 e il 1943 la Delasem aiuta oltre cinquemila rifugiati ebrei a lasciare l'Italia e raggiungere Paesi neutrali, salvando loro la vita.

 

II guerra mondiale, la persecuzione si aggrava

La politica razziale del fascismo dovrebbe concludersi con l'allontanamento di tutti gli ebrei dalla penisola. Mussolini decide nel settembre 1938 l'espulsione della maggioranza degli ebrei stranieri e nel febbraio 1940 l'espulsione entro dieci anni degli ebrei italiani. L'ingresso dell'Italia in guerra il 10 giugno 1940 blocca l'attuazione di queste decisioni.

Con la guerra, però, il fascismo aggrava la persecuzione dei diritti, istituendo nel giugno 1940 l'internamento degli ebrei italiani giudicati maggiormente pericolosi (per il regime) e degli ebrei stranieri i cui paesi avevano una politica antiebraica. Nel '40 gli ebrei italiani internati o confinati sono 200 (tra essi, vi è Leone Ginzburg con la moglie Natalia); nel '43 raggiungeranno il migliaio. Il numero degli ebrei stranieri internati è di gran lunga più alto, anche se mancano dati precisi al riguardo.

Campi di concentramento vengono aperti in ogni parte d'Italia. I più importanti sono quelli di Campagna e di Ferramonti. De Felice nel suo libro "Storia degli ebrei sotto il fascismo", parla di oltre 400 tra luoghi di confino e campi di internamento, ma non è stato ancora fatto un censimento attendibile. Ebrei vengono rinchiusi anche nelle prigioni delle maggiori città italiane, San Vittore a Milano, Marassi a Genova e Regina Coeli a Roma.

Non è finita. Nel maggio 1942 gli israeliti di età compresa tra i 18 e i 55 anni sono precettati in servizi di lavoro forzato(ma su 11.806 precettati, ne saranno avviati al lavoro solo 2038). Nel maggio-giugno 1943 vengono creati dei veri e propri campi di internamento e lavoro forzato per gli ebrei italiani.

Soltanto all'Estero, la situazione è visibilmente migliore: in Francia, Jugoslavia e Grecia, i comandi italiani intervengono spesso a difesa degli ebrei e sottraggono molti di loro ai tedeschi, salvandoli dalla persecuzione e dalle deportazioni. Scriverà in un rapporto a Berlino un alto ufficiale delle SS, Roethke: "La zona di influenza italiana (.) è divenuta la Terra Promessa per gli Ebrei residenti in Francia".

Il 25 luglio del '43 viene destituito Mussolini e sciolto il partito fascista. Il governo Badoglio rilascia i prigionieri ebrei, abroga le norme che prevedono il lavoro obbligatorio e i campi di internamento ma - nonostante la sollecitazione dei partiti antifascisti - lascia in vigore le leggi razziali, che non sono revocate neppure dal Re. Badoglio scriverà nelle sue memorie che "non era possibile, in quel momento, addivenire ad una palese abrogazione delle leggi razziali, senza porsi in violento urto coi tedeschi". Un comodo alibi. Forse qualche peso nella decisione ha anche la nota della Santa Sede al Ministro dell'Interno badogliano secondo cui la legislazione in questione "ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma".

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, gli ebrei rifugiati al Sud tirano un sospiro di sollievo. La persecuzione è finita e il Governo Badoglio prende atto delle richieste degli Alleati. L'articolo 31 del cosiddetto armistizio lungo è chiaro al riguardo: "Tutte le leggi italiane che implicano discriminazioni di razza, colore, fede od opinioni politiche saranno, se questo non sia già stato fatto, abrogate". E infatti il 24 novembre del '43 il consiglio dei ministri comincia ad abrogare le leggi razziali.

Nel centro-nord occupato dai tedeschi, invece, la situazione degli ebrei si aggrava ulteriormente. Già il 15-16 settembre 1943 i nazisti arrestano e deportano 22 ebrei di Merano, e negli stessi giorni rapinano e uccidono quasi 50 ebrei sulla sponda piemontese del lago Maggiore, a Meina, Baveno, Arona. Il 23 settembre il RSHA, la centrale di polizia tedesca che gestiva la politica antiebraica, comunica che gli ebrei di cittadinanza italiana sono divenuti immediatamente assoggettabili alle "misure" in vigore per gli altri ebrei europei. La prima retata delle SS è quella del 16 ottobre 1943 a Roma: quel sabato vengono rastrellati 1259 ebrei; due giorni dopo 1023 di essi vengono deportati ad Auschwitz (tra di essi vi è anche un bambino nato dopo l'arresto della madre); di questi deportati, solo 17 sopravviveranno.

La neonata Repubblica di Salò non è più tenera del fascismo con gli ebrei, anzi. La Carta di Verona del 14 novembre 1943 - il manifesto politico della Rsi - risolve il problema degli ebrei italiani nel capitolo settimo, affermando che tutti i membri della razza ebraica sono "stranieri e parte di una nazione nemica". L'Ordine di Polizia numero 5, emanato il 30 novembre 1943 e trasmesso il giorno seguente alla radio, annuncia che tutti gli ebrei saranno inviati ai campi di concentramento, fatta eccezione per quelli gravemente malati o di età superiore ai settant'anni. Tutte le proprietà ebraiche nella Repubblica di Salò saranno sequestrate e assegnate alle vittime dei bombardamenti alleati. Una legge del 4 gennaio 1944 trasforma i sequestri in confische (alla data di Liberazione il numero dei decreti di confisca sarà di circa 8mila; la Rsi si approprierà di terreni, fabbricati, aziende, titoli, mobili, preziosi, merci di famiglie ebraiche pari a oltre 2 miliardi di lire).

Già il 1° dicembre le autorità italiane cominciano ad arrestare gli ebrei e a internarli in campi provinciali; alla fine di quel mese iniziano a trasferirli nel campo nazionale di Fossoli, nel comune di Carpi, in provincia di Modena. Nella "caccia agli ebrei", i più accaniti sono i fascisti delle bande autonome, la banda Carità a Firenze, la banda Kock a Roma e poi a Milano, la legione Muti, e la Guardia nazionale repubblicana, le Brigate Nere, le SS italiane. Ma si macchiano di complicità con i nazisti pure le prefetture, la polizia e i carabinieri (alcune prefetture e comandi - scrive De Felice - ci mettono "uno zelo veramente incredibile, fatto al tempo stesso di fanatismo, di sete di violenza, di rapacità"). E' un fatto ormai accertato che i 4210 ebrei deportati dopo l'Ordine n. 5, siano stati arrestati quasi tutti dalle autorità italiane. Una "caccia" che durerà fino alla fine: il 25 aprile del 45, un gruppo di militi fascisti in fuga verso la Francia, si ferma a Cuneo per prelevare sei ebrei stranieri e li uccide, gettando i loro corpi sotto un ponte.

L'8 febbraio del 1944 il campo di Fossoli passa sotto il comando tedesco e il comandante italiano del campo, che pure aveva assicurato più volte che non avrebbe mai consegnato i suoi prigionieri ai nazisti, all'atto pratico non mantiene le sue promesse. A Fossoli si realizza - come ha scritto Sarfatti - "la saldatura tra le politiche antiebraiche italiane e tedesca". Dal campo modenese, infatti, gli ebrei catturati dalle autorità italiane vengono inviati nei lager dell'Europa orientale. E che in quei luoghi gli ebrei non vadano in gita ma vengano uccisi, Mussolini lo sa almeno dal febbraio del '43, quando aveva ricevuto un rapporto segreto di Ciano sulle deportazioni e le "esecuzioni in massa degli ebrei" in Germania.

Il 15 marzo del '44 Mussolini compie un ulteriore grave passo: istituisce un Ufficio per la razza, alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, e vi pone a capo il super-razzista Giovanni Preziosi che sostiene apertamente che il "primo compito" della Rsi è "quello di eliminare gli ebrei". Preziosi si adopera per inviare nei campi di concentramento non solo gli ebrei puri, ma anche i cittadini di "origine mista", e per confiscare i beni anche degli ebrei "arianizzati".

Prima dell'arrivo delle forze alleate, gli ebrei vengono trasferiti nel campo di Bolzano-Gries, luogo noto per le torture e gli assassinii. Dalla Risiera di San Sabba a Trieste un numero alto di ebrei viene indirizzato a morte sicura e lo stesso destino incontrano 1805 ebrei di Rodi e Kos. Le SS e la milizia fascista catturano e giustiziano sommariamente più di duecento ebrei (77 vengono fucilati alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo, insieme a molti partigiani). In questo sono aiutati da due collaboratori ebrei - a Roma e Trieste - che identificano i correligionari e li consegnano ai loro carnefici.

Per fortuna la persecuzione degli ebrei trova scarso consenso nel popolo italiano, salvo poche eccezioni; molti, pur consci del pericolo cui si espongono, salvano la vita a ebrei italiani e stranieri, nascondendoli nelle loro case; i partigiani accompagnano alla frontiera svizzera vecchi e bambini, e li mettono in salvo. Tra tutti, spiccano gli atti di eroismo di Giorgio Perlasca e del questore di Fiume Giovanni Palatucci (poi morto a Dachau). Anche la Chiesa Cattolica interviene in modo deciso. Molti ebrei trovano rifugio e salvezza nei monasteri o nelle parrocchie (solo a Roma il Vaticano aiuta oltre 4 mila ebrei).


Le cifre della deportazione in Italia

Quante vittime ha fatto la deportazione degli ebrei in Italia? Liliana Picciotto Fargion nell'aggiornamento del "Libro della Memoria" (Mursia) riscrive le cifre. Gli ebrei arrestati e deportati nel nostro Paese furono 6807; gli arrestati e morti in Italia, 322; gli arrestati e scampati in Italia, 451. Esclusi quelli morti in Italia, gli uccisi nella Shoah sono 5791. Ovvero circa il 20 per cento della popolazione ebraica italiana ( tra i rabbini-capo la percentuale sale al 43 per cento). A questi vanno aggiunte 950 persone che non si è riusciti a identificare e che quindi non sono classificabili.

Ci sono novità anche sul meccanismo della persecuzione. La Picciotto è convinta, sulla base delle circolari che i nazisti inviavano alle autorità italiane, che tra i ministeri degli Interni tedesco e della Rsi ci fosse un accordo preciso: gli italiani avrebbero pensato alle ricerche domiciliari, agli arresti e alla traduzione nei campi di transito (in particolare quello di Fossoli); i tedeschi alla deportazione nei campi di sterminio. "Manca il documento- precisa - ma i sospetti sono oramai quasi realtà".

Chi si salvò? Secondo i calcoli di Michele Sarfatti, i perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell'Italia meridionale; 5500-6000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera (ma per lo meno altri 250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti); gli altri 29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città. Circa 2000 ebrei, tra i quali Enzo e Emilio Sereni, Vittorio Foa, Carlo Levi, Primo Levi, Umberto Terracini e Leo Valiani, parteciparono attivamente alla Resistenza (1000 inquadrati come partigiani e 1000 in veste di "patrioti"), pari al 4 per cento della popolazione ebraica italiana. Una percentuale di gran lunga superiore a quella degli italiani nel loro complesso. Circa 100 ebrei caddero in combattimento o, arrestati, furono uccisi nella penisola o in deportazione; cinque furono insigniti di medaglia d'oro alla memoria. Fra i caduti, vanno ricordati il bolognese Franco Cesana, il più giovane partigiano d'Italia, il torinese Emanuele Artom, i triestini Eugenio Curiel e Rita Rosani, il milanese Eugenio Colorni, il toscano Eugenio Calò, gli emiliani Mario Finzi e Mario Jacchia, e l'intellettuale Leone Ginzburg. Un alto contributo al ritorno della libertà e della democrazia in Italia.

La Seconda Guerra Mondiale:campagna d'Africa,in                                                                                           Grecia,in Russia,lo sbarco in   Sicilia,l'Armistizio,Campagna di Italia.

Le operazioni in Africa Settentrionale iniziarono il 10 giugno 1940, al momento della dichiarazione di guerra. I soldati italiani, al comando del generale Rodolfo Graziani, più numerosi, ma peggio armati ed organizzati, dopo un'iniziale offensiva nel settembre-ottobre dello stesso anno, si spinsero fino a Sidi-el-Barrani a 90 Km dalla frontiera egiziana. Un deciso contrattacco inglese, appoggiato da mezzi corazzati e da una forte aviazione, travolse le divisioni italiane in Egitto, riuscendo persino ad invadere la Cirenaica e conquistarla. Il morale delle truppe italiane, scosse e disorganizzate, scese molto in basso, ma il comando inglese non poté approfittarne per tentare la conquista della Tripolitania. Uomini e mezzi dovettero essere trasferiti in Grecia, dove le truppe italiane erano in forte difficoltà. Mussolini constatando la gravità in cui si trovavano i soldati italiani in Libia, accettò l'offerta d'aiuto di Hitler. Un'armata tedesca, totalmente corazzata e meccanizzata, addestrata per la guerra nel deserto, fu inviata in Africa sotto il nome di Afrikakorps. Il comando dei reparti fu affidato a Erwin Rommel, un brillante ufficiale che si era distinto in Francia, al comando di una divisione corazzata.

Il duce prese la decisione definitiva di attaccare la Grecia il 15 ottobre del 1940. Quella mattina si tenne a Palazzo Venezia una riunione dei capi militari italiani. Egli aprì la seduta con le parole seguenti: «Lo scopo di questa riunione è quello di definire le modalità dell'azione (nel suo carattere generale) che ho deciso di iniziare contro la Grecia. Questa azione, in un primo tempo, deve avere obiettivi di carattere marittimo e di carattere territoriale. Gli obiettivi di carattere territoriale ci debbono portare alla presa di possesso di tutta la costa meridionale albanese, quelli cioè che ci devono dare la occupazione delle isole ioniche (Zante, Cefalonia, Corfù) e la conquista di Salonicco. Quando noi avremo raggiunto questi obiettivi, avremo migliorato le nostre posizioni nel Mediterraneo nei confronti dell'Inghilterra. In un secondo tempo, o in concomitanza di queste azioni, l'occupazione integrale della Grecia, per metterla fuori combattimento e per assicurarci che in ogni circostanza rimarrà nel nostro spazio politico economico.
Precisata così la questione, ho stabilito anche la data, che a mio parere non può essere ritardata neanche di un'ora: cioè il 26 di questo mese. Questa è un'azione che ho maturata lungamente da mesi e mesi; prima della nostra partecipazione alla guerra e anche prima dell'inizio del conflitto... Aggiungo che non vedo complicazioni al nord. La Jugoslavia ha tutto l'interesse di stare tranquilla... Complicazioni di carattere turco le escludo, specialmente da quando la Germania si è impiantata in Romania e da quando la Bulgaria si è rafforzata. Essa può costituire una pedina nel nostro gioco, e io farò i passi necessari perché non perda questa occasione unica per il raggiungimento delle sue aspirazioni sulla Macedonia e per lo sbocco al mare...». L'idea strategica - di conquistare una base nel Mediterraneo con la Grecia e le isole -  forse poteva essere quella di favorire l'impresa in Africa. Ma che sia stata una decisione presa a livello politico e non militare è assodato; basti dire che alla riunione che si svolse per definire il piano d'invasione (pur trattandosi di un paese dove le azioni in mare erano strategicamente  molto importanti) non fu chiamato nemmeno un rappresentante della Marina. L'impresa in Grecia doveva dunque far ritornare all'interno del Paese il prestigio. Ma non ultimo motivo, era quello - in vista di una eventuale pace -  di potersi sedere l'Italia al tavolo delle trattative con qualche cosa in mano (e non com'era andata a finire in Francia). Essendo il governo greco da ormai tre anni filo-fascista e filo nazista, un avvicinamento politico sarebbe stato molto più agevole e più redditizio di un conflitto,  iniziato poi con un inverno alla porte e con una evidente impreparazione militare.

Il 22 giugno 1941 scattò l'operazione Barbarossa, l'attacco tedesco contro l'Urss. I vertici militari sottovalutarono l'Armata Rossa ed erano convinti di sconfiggerla in cinque settimane, prima del rigido inverno russo (che già era costato caro a Napoleone). I sovietici attuarono la tattica della terra bruciata, indietreggiando verso l'interno, mentre Stalin si appellava al nazionalismo russo per spingere la popolazione civile alla resistenza contro l'invasore e ad atti di sabotaggio nelle retrovie. Mussolini, che era stato tenuto all'oscuro dei piani hitleriani, si associava e inviava un corpo di spedizione di circa 60.000 uomini, il Csir - Corpo di spedizione italiano in Russia - poi Armir - armata italiana in Russia, composto dalle divisioni Pasubio, Torino e Celere, al comando del generale Giovanni Messe.

L'avanzata tedesca

L' invasione della Russia da parte di Hitler mutò radicalmente tutte le prospettive della guerra. Hitler, ma anche i suoi generali, si erano lasciati fuorviare dalla cattiva prova data dai russi contro i finlandesi. Ciò nonostante furono i russi ad esser colti di sorpresa e a subire inizialmente enormi perdite. Il fronte tedesco di combattimento correva lungo tutta la frontiera dal Baltico al Mar Nero. Il gruppo d'armate settentrionale, agli ordini di von Leeb, forte di 29 divisioni, di cui 3 corazzate e 3 motorizzate doveva avanzare dalla Prussia orientale su Leningrado. Il gruppo d'armate centrale, agli ordini di von Bock, composto di 50 divisioni, di cui 9 corazzate e 6 motorizzate, doveva dalla Polonia settentrionale puntare su Smolensk. Il gruppo d'armate meridionale di von Rundstedt, con 41 divisioni, di cui 5 corazzate e 3 motorizzate, doveva muovere dalla Polonia meridionale in direzione del basso Dneper. Altre 26 divisioni furono tenute a disposizione, o sarebbero state disponibili di là a poco, come riserva generale. Appoggiavano l'attacco più di 2700 apparecchi. Inoltre, nel nord, 12 divisioni finniche dovevano avanzare su Leningrado appoggiando l'attacco principale. Nel sud, 11 divisioni dell'esercito romeno dovevano rimanere sulla difensiva lungo il Prut, mentre altre 6 avrebbero partecipato all'avanzata del gruppo d'armate meridionale. In complesso, 164 divisioni si misero in marcia verso oriente. Gli invasori, secondo i migliori resoconti disponibili, si trovarono di fronte a 119 divisioni russe e ad almeno 5000 apparecchi. Altre 67 divisioni erano disponibili in Finlandia, nel Caucaso e nella Russia centrale.

Il contributo italiano

Nell'estate del '41, unito alla 11a armata tedesca, il Corpo di Spedizione Italiano, fu incaricato di forzare il fiume Dnestr in più punti, dove i tedeschi avevano scarsi rinforzi, e tentare di chiudere in una sacca, tra il Dnestr e il fiume Bug, alcuni contingenti sovietici. In agosto scoppiarono i primi veri e propri combattimenti che impegnarono in particolar modo la divisione Pasubio che dette ottima prova di sé, anche se il problema dell'impreparazione si manifestava in modo sempre più insistente. Il Csir dimostrò immediatamente di non essere all'altezza della situazione sia come qualità che come quantità di armamenti e mezzi trasporto: i carri armati erano inadeguati alle caratteristiche delle rotabili, l'artiglieria, come riferisce la Storia Ufficiale del Corpo di spedizione, era preda bellica austro-ungarica e i cannoni erano già veterani della guerra italo-turca e della prima guerra mondiale. A volte si arrivava a livelli paradossali. A causa dello scarsissimo numero di autocarri infatti, le divisioni erano costrette a fare a turno per utilizzarli, così che tra un reparto e l'altro si formavano centinaia di chilometri di distanza, provocando il fenomeno della dispersione delle truppe e rendendo i collegamenti tra le stesse estremamente difficoltosi. Nel primo mese, i tedeschi invasero e devastarono la Russia per una profondità di 500 chilometri. Smolensk fu occupata dopo aspri combattimenti, nel corso dei quali i russi avevano lanciato potenti contrattacchi. Fino a quando l'altrettanto impreparato esercito russo adottò la tattica della difesa ad oltranza, le vittorie si susseguirono con relativa facilità ed in poche settimane l'esercito tedesco insieme ai suoi alleati, attaccando sul Dnepr, obbligò alla resa la città di Kiev e fece seicentomila prigionieri.

I russi arretrano

Caduta Kiev, l'Alto comando sovietico decise per la strategia del ripiegamento di fronte all'avanzata nemica: da questo momento iniziò la lenta ma inesorabile disfatta dei due eserciti invasori, incalzati dagli assalti inaspettati della disperata resistenza dei siberiani, assediati dai terribili inverni russi e completamente disorientati di fronte alle aperte e sterminate pianure sovietiche. Altri paesi erano stati colti di sorpresa e completamente occupati dalla Germania. Solo l'immensa Russia aveva il supremo vantaggio della profondità; e questo vantaggio doveva ancora una volta costituire la sua salvezza. Si era ormai ad autunno inoltrato.

Mosca assediata

Il 2 ottobre, il gruppo di armate centrale di von Bock riprese ad avanzare su Mosca; le sue due armate puntarono direttamente sulla capitale da sud-ovest mentre un gruppo corazzato svolgeva una manovra di aggiramento a largo raggio contro i due fianchi del nemico. L'8 ottobre veniva occupata Orel, e una settimana dopo Kalinin sulla strada di Mosca-Leningrado. Con i fianchi così gravemente minacciati e sotto la potente pressione tedesca contro il centro del suo schieramento, il maresciallo Timosenko ritirò le sue truppe su di una linea a 65 chilometri ad occidente di Mosca, dove si attestò per riprendere i combattimenti. La situazione russa in questo momento era estremamente grave. Il Governo sovietico, il corpo diplomatico e tutte le industrie che potevano essere trasferite, abbandonarono la città per riparare a Kujbysev, oltre 800 chilometri più ad oriente. Il 19 ottobre Stalin proclamò lo stato d'assedio nella capitale ed emanò un ordine del giorno: «Mosca sarà difesa sino all'ultimo». I suoi ordini furono fedelmente obbediti. In autunno furono assegnati al Csir gli obiettivi del bacino industriale del Donetz e la zona di Rostov e alla fine di ottobre, dopo alcuni aspri combattimenti come quello di Nikitovka, le nostre truppe entrarono a Stalino.
Sebbene il gruppo corazzato di Guderian avanzasse da Orel sino a Tula, sebbene Mosca fosse ormai circondata da tre lati e ripetutamente bombardata dall'aria, la fine di ottobre registrò un netto irrigidimento della resistenza russa e un arresto evidente dell'avanzata tedesca. Il generale Messe, nel frattempo faceva continui rapporti a Roma sulla situazione disastrosa delle truppe che non avevano più viveri, mancavano di scarpe adeguate ed erano logorati completamente nel fisico e sosteneva che nessun'altra azione era possibile fintanto che non si fosse risolto il problema logistico. Ma la principale preoccupazione di Mussolini continuava ad essere il doveroso aiuto da offrire all'alleato e fremeva per spedire altri contingenti in Russia. All'inizio di dicembre il gelo insopportabile impose la sosta di tutte le truppe e i reparti tedeschi abbandonarono l'idea di conquistare Mosca entro la fine dell'anno.

La conquista della Crimea

Nel febbraio 1942 viene deciso l'invio al fronte russo di nuovi contingenti italiani. Hitler riteneva che la conquista di Mosca avrebbe comportato una grande perdita di tempo e impose di procedere sulle due ali del fronte, verso nord, per mettere fuori gioco Leningrado e a sud, per conquistare la Crimea ed occupare Stalingrado e il Caucaso fino al confine turco. In primavera e in estate riprende l'offensiva tedesca, concentrata sui territori sovietici sud-orientali. In maggio la Crimea era conquistata, eccetto Sebastopoli e l'esercito tedesco marciava, oltre il Don, verso il Volga, alla volta del Caucaso. I russi, che dal primo luglio avevano sostituito la strategia dello spazio aperto con quella della strenua difesa di ogni palmo di terreno, subivano continue sconfitte. Ma attingendo ad un serbatoio umano che sembrava inesauribile, riuscendo ad organizzare la produzione industriale e ricevendo aiuti americani, riuscivano incredibilmente a compensare lo spaventoso numero di perdite.

L'Italia manda altre truppe: nasce l'Armir

Il 2 giugno 1942 Messe, ricevuto a colloquio da Mussolini, aveva ribadito per l'ennesima volta i suoi cattivi presagi sulle sorti della guerra e aveva dichiarato espressamente che l'invio di altri contingenti poteva costare un alto prezzo all'Italia. "Caro Messe" - replicò Mussolini - "al tavolo della pace peseranno assai più i 200 mila dell'Armata che i 60 mila del Csir. Così il 9 luglio del 1942 arrivarono in Russia altre unità italiane: Cosseria, Ravenna e Sforzesca, la divisione d'occupazione Vicenza e tre divisioni del Corpo d'Armata Alpino, la Tridentina, la Julia e la Cuneense, che insieme alle prime presero il nome di ARMIR, la 8a Armata Italiana in Russia, al comando del generale Italo Gariboldi. In totale 229 mila uomini male attrezzati e quasi privi di mezzi. Inizialmente l'ARMIR fu inquadrata nella 17a armata tedesca e da essa riceveva gli ordini. Stanziata alla destra del Don, le fu assegnato il compito di lanciarsi alla conquista di Stalingrado, mentre altre divisioni tedesche sarebbero avanzate verso il Caucaso. I comandi tedeschi avevano l'ordine di non svelare tutti gli obiettivi e i piani militari agli alleati, mentre invece Berlino esigeva rapporti dettagliati sulla situazione degli italiani sul campo. Nonostante le vive lamentele di Gariboldi per la posizione di netta inferiorità in cui veniva tenuto dagli alleati, Roma eseguiva alla lettera le direttive del Führer e ripeteva di attenersi scrupolosamente agli ordini impartiti dall'esercito tedesco. La notte del 24 agosto 1942 avvenne il celebre assalto del Savoia Cavalleria nella steppa di Isbuscenskij. Alcune truppe sovietiche si erano portate pericolosamente vicine agli acquartieramenti del Savoia. Avvistate da un reparto in perlustrazione, fu dato l'allarme e il colonnello Bettoni, comandante del reggimento, ordinò al 2° squadrone di andare all'assalto. Seicentocinquanta cavalieri italiani si erano scontrati contro duemila siberiani, respingendoli, si seppe in seguito.

La Battaglia di Stalingrado

Nel settembre 1942 comincia la lunga battaglia di Stalingrado: i tedeschi stringono d'assedio la città, ma alla metà di novembre si trovano accerchiati dalla controffensiva sovietica. Lo schieramento italiano si estendeva lungo il Don per ben trecento chilometri; proseguiva, alla sua sinistra, una sottile linea ungherese lunga duecento chilometri e a destra un'armata romena, quindi c'erano armate tedesche fino a Stalingrado. L'incredibile lunghezza dello schieramento andava a scapito della sua robustezza: esso era infatti troppo sottile e totalmente sfornito di rincalzi.
Le truppe sovietiche invece, numerose e imponenti, erano tutte ammassate contro i punti deboli del fronte, cioè contro il settore rumeno e contro le divisioni Ravenna e Cosseria. Il 16 dicembre, dopo alcuni giorni di intensi bombardamenti di logoramento, i russi sferrarono l'attacco decisivo. Le due divisioni italiane di fanteria, con 47 carri armati, 132 pezzi d'artiglieria, 114 cannoni controcarro, resistettero per quattro giorni ai colpi di dieci divisioni di fanteria motorizzata e di due reggimenti corazzati forniti di 754 carri armati, 810 pezzi d'artiglieria, 300 cannoni controcarro e le terribili Katiuscie, razzi multipli piazzati su autocarri. Inoltre i MIG, i famosi caccia sovietici, attaccavano di continuo dall'alto ed in tutto effettuarono 4177 sortite a volo radente: di aerei italiani neanche l'ombra. Si aggiunga la disperata condizione fisica in cui versavano i singoli soldati italiani, che non avevano un equipaggiamento adatto a quel clima. Il secondo corpo d'Armata era completamente annientato e altre divisioni, arretrando precipitosamente, riuscirono a creare una linea di difesa alcuni chilometri più a sud. Gli obiettivi dei sovietici erano la città di Karkov, il bacino industriale del Donetz e l'accerchiamento da nord dei tedeschi sul Don che supportavano la 6a armata che assediava Stalingrado.

La ritirata dalla Russia

Già il 18 dicembre, in un incontro al vertice in Germania, Ciano prospetta l'eventualità di un armistizio con l'Urss, ma Hitler rifiuta. Il 19 dicembre del '43, nella valle del Don, viene dato alle truppe italiane l'ordine di ripiegamento: inizia la drammatica ritirata dell'Armir. A metà gennaio avvenne sul Don lo sfondamento definitivo e anche il corpo d'armata alpino e la divisione Vicenza, ultimi baluardi italiani ancora praticamente intatti, si sfasciarono. Ma dovettero aspettare a lungo fermi nelle loro posizioni perché l'ordine di ripiegamento, che doveva provenire direttamente dagli alti comandi tedeschi, tardava. Il 26 gennaio, in piena ritirata, a Nikolajewka ci fu una sanguinosa battaglia per lo sfondamento dell'ultimo sbarramento sovietico: morirono dai quattro ai seimila soldati. Il ruolo maggiore lo svolse la Tridentina con non pochi aiuti da parte della Julia, Cuneense e Vicenza. Riuscì a penetrare attraverso le difese russe, dopodiché, fino alla metà di marzo, momento della partenza per l'Italia, fu un'unica tirata verso la libertà.

Perdite dell'Armir

Di 229.000 soldati italiani inviati in Russia, 29.690 furono rimpatriati perché feriti o congelati. Dei rimanenti, i superstiti furono solo 114.485. Mancarono all'appello 84.830 uomini di cui 10.030 furono restituiti dall'Urss. Il totale delle perdite ammontò a 74.800 uomini. Molti di loro, in base ai documenti scoperti di recente negli archivi del Pcus, morirono di stenti nei campi di prigionia russi.

Alla vigilia dello sbarco le forze italiane impegnate in Sicilia assommavano a 170.000 uomini con 100 carri armati, mentre i tedeschi erano 28.000 con 165 carri.  La superiorità aerea degli Alleati era assoluta e quella della marina totale poiché la nostra flotta, benché numerosa e potente, era rintanata nei porti di Taranto e di La Spezia.  Da parte loro, gli Alleati prevedevano di impegnare nell'operazione Husky, come veniva indicato in codice lo sbarco in Sicilia, 1375 navi da guerra e da trasporto, 1124 mezzi da sbarco, 4000 aerei e circa 160.000 uomini con 600 carri armati e 800 camion.  La superiorità alleata era dunque schiacciante.  Fin dalle prime ore dello sbarco contro la Sicilia sarebbe stata scaraventata una forza immane, imbarcata su una flotta di cui mai, nella sua storia millenaria, il Mediterraneo aveva visto l'eguale.

Preliminare necessario allo sbarco era considerata l'occupazione di Pantelleria che l'opinione pubblica italiana, suggestionata dalla propaganda, era abituata a considerare una specie di Malta, cioè una base quasi inespugnabile.

L'8 giugno 4 incrociatori e 4 cacciatorpediniere scaricarono le loro batterie contro l'isola: l'azione fu seguita personalmente da Eisenhower e dall'ammiraglio Cunningham, imbarcati sull'incrociatore Dawn.  Lo stesso giorno gli aerei lanciarono migliaia di manifestini che invitavano la guarnigione alla resa.  Il 10 giugno, poche ore dopo un nuovo bombardamento, l'aviazione dell'Asse scoprì che dal porto tunisino di Susa stavano partendo mezzi da sbarco con uomini e carri armati, l'isola venne messa in stato di allarme.  Nelle ore successive, il ritmo dell'azione diventò concitato.  Alle 18,20 Supermarina, ritenendo che l'isola potesse resistere almeno qualche giorno, propose al comando supremo che la difesa venisse prolungata finché la guarnigione aveva «acqua da bere e munizioni da sparare».  Ma si trattò di un'illusione di breve durata.  Meno di un'ora dopo l'ammiraglio Pavesi, comandante della base, faceva sapere al comando supremo che, a causa delle condizioni dell'isola, provava «il triste dovere di dichiarare che tutte le possibilità materiali di resistenza erano esaurite».

Alle 11,30 del giorno 11 gli Alleati sbarcano a Pantelleria senza incontrare resistenza.  Il giorno successivo si arrende anche la guarnigione di Lampedusa.  L'episodio di Pantelleria resta peraltro abbastanza oscuro: l'isola aveva acqua e munizioni per resistere ben più a lungo di quanto effettivamente fece e da un'inchiesta giudiziaria istruita nel dopoguerra risultò che si arrese appena apparvero le prime navi alleate.   Una difesa, insomma, non sarebbe stata neppure tentata.

L'attacco a Pantelleria e a Lampedusa rivelò, ormai senza ombra dì dubbio, che il prossimo obiettivo degli Alleati sarebbe stata la Sicilia.  La località degli sbarchi restava però ignota.  I tedeschi pensavano alla Sicilia occidentale; gli italiani ritenevano invece più probabile uno sbarco nella Sicilia orientale, nella zona dove effettivamente avvenne.

Venne adottata una soluzione di compromesso che si sarebbe rivelata inefficiente e al limite disastrosa.Ai primi di luglio dei 1943 tutto era pronto nel campo alleato.  Lo sbarco in Sicilia, considerato dagli storici un episodio secondario, rappresentò in realtà il primo attacco a quella «fortezza Europa» che Hitler pensava di avere reso inespugnabile.  Esso fu anche la prima operazione anfibia effettuata dagli Alleati e, come tale, fu una specie dì prova generale dell'operazione Overlord, lo sbarco in Normandia.

Lo sbarco

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George S. Jr. Patton alla fine della guerra conquistò la quarta stelletta

La notte del 9 luglio la 7^ armata statunitense, al comando del gen. George S. Patton, e l'8^ armata inglese del gen. Bernard Law Montgomery, a bordo di circa 3000 natanti, salpano dai porti della Tunisia alla volta della Sicilia (le due armate fanno parte del XV Gruppo di armate comandato dal gen. Alexander). La difesa della Sicilia è affidata alla 6^ armata italiana del gen. Alfredo Guzzoni, in cui militano agguerriti contingenti tedeschi di rinforzo.
Nella notte truppe aviotrasportate vengono lanciate sulle zone sud- orientali dell'isola in cui è previsto lo sbarco anglo-americano, ma il vento impetuoso (che raggiunge forza 7), la scarsa visibilità e la poca esperienza di lanci notturni rendono praticamente inutile questo primo tentativo di attacco aviotrasportato.
13400 paracadutisti, del colonnello americano James M. Gavin comandante l'82^ divisione aviotrasportata, finiscono con il disperdersi su una area vastissima rendendo scarsamente efficace l'intervento. Intanto la navigazione delle unità che trasportano le forze da sbarco prosegue tra gravi difficoltà: il vento impetuoso e il mare agitato mettono a dura prova i fanti alleati.

Alle prime luci dell'alba del 10 luglio, alle ore 4,45, inizia lo sbarco alleato sull'isola (operazione "Husky"): 160.000 uomini con 600 carri armati mettono piede sulla costa sud-orientale della Sicilia, gli americani della 7^ armata nel Golfo di Cela (tra Licata e Scoglitti), gli inglesi dell'8^ armata di Montgomery nel Golfo di Siracusa, tra il capoluogo e Pachino. Gli sbarchi avvengono senza troppe difficoltà grazie al preciso e intenso fuoco di copertura delle navi e perché i difensori non si aspettano uno sbarco in quelle condizioni meteorologiche (in effetti non meno di 200 mezzi da trasporto vengono messi fuori combattimento per effetto della violenta risacca): durante le operazioni, caccia anglo-americani decollati da Malta e Pantelleria sorvolano in formazione i punti dello sbarco per respingere eventuali contrattacchi dell'Asse. Mentre l'8^ armata inglese non trova praticamente resistenza e i suoi reparti nella notte entrano a Siracusa, gli americani della 1^ divisione e i Rangers, una volta conquistata Gela (verso le 8), devono affrontare i vigorosi contrattacchi della divisione tedesca Hermann Goring e della italiana Livorno. Gli scontri termineranno solo alle 14 del 12 luglio, con la ritirata degli italo-tedeschi. Alla fine gli americani  catturano 18.000 prigionieri ma perdono, tra morti e feriti, un migliaio di uomini.

La conquista della Sicilia da parte degli Alleati sarà completata in 39 giorni, il 17 agosto del 1943, con l'occupazione di Messina e la ritirata delle truppe italo-tedesche in Calabria.

8 settembre 1943, una data fatidica per l'Italia. La data dell'annuncio dell'armistizio con gli Alleati e della fine dell'alleanza militare con la Germania, ma anche la data della dissoluzione dell'esercito italiano e della cattura di centinaia di migliaia di militari, a causa della mancanza di precise disposizioni da parte dei Comandi militari. La data dei primi episodi di Resistenza contro i tedeschi (a Roma, a Cefalonia, a Corfù, in Corsica, nell'isola di Lero), ma anche la data della frettolosa fuga del Re e dei membri del governo Badoglio a Brindisi (senza un piano di emergenza e senza disposizioni ai militari), che però servì ad assicurare la continuità dello Stato italiano nelle regioni liberate del Sud. C'è chi, come Galli Della Loggia, a proposito dell'8 settembre, ha parlato di "Morte della Patria", e chi, come il presidente Ciampi, ha replicato che quel giorno è morta una certa idea di Patria, quella fascista, e ne è nata un'altra, quella democratica.

Dopo avere occupato nel giugno del 1943 Pantelleria e Lampedusa, il 10 luglio tre divisioni americane, una canadese e tre inglesi sbarcarono in Sicilia, battendo quattro divisioni italiane e due tedesche e superando, il 17 agosto, l'ultima resistenza dell'Asse. Mussolini fu rovesciato il 25 luglio dal Gran Consiglio del Fascismo e arrestato per ordine del re: il nuovo governo italiano, presieduto da Pietro Badoglio, aveva avviato i negoziati firmando il 3 settembre un armistizio segreto, reso pubblico l'8 settembre.  

I tedeschi, al comando del maresciallo Albert Kesselring, occuparono militarmente l'Italia centrosettentrionale (compresa Roma), mentre il governo italiano fuggiva nel Meridione, riparando presso gli Alleati e abbandonando a se stesso l'esercito, privo di ordini chiari. Mussolini fu liberato dai tedeschi e trasferito al Nord, dove diede vita alla Repubblica di Salò. 

Il 3 settembre truppe dell'VIII Armata, guidate da Montgomery, attraversavano lo stretto di Messina e sbarcarono a Reggio Calabria e poi il 9 a Taranto, incontrando una scarsa resistenza. Il 9 settembre la V Armata americana, al comando del generale Mark Wayne Clark, sbarcava nei pressi di Salerno, incontrando invece la reazione dei tedeschi.   Il 16 settembre l'ala sinistra dell'VIII Armata si congiunse all'ala destra della V, e successivamente la V Armata avanzò lungo la costa occidentale, occupando Napoli (già liberata dai napoletani con le Quattro Giornate) il 1° ottobre mentre l'VIII Armata risaliva la costa orientale conquistando Termoli il 3 dello stesso mese. Il 12 ottobre gli angloamericani avevano  stabilito una solida linea attraverso la penisola, dal fiume Volturno, a nord di Napoli, fino a Termoli, sulla costa adriatica.

Fu la fine delle avanzate rapide. Dopo la vittoria degli Alleati nella battaglia di Montelungo, con il contributo fondamentale di alcuni reparti del rinnovato esercito italiano, per la fine dell'anno la resistenza tedesca aveva fermato gli Alleati a circa 100 km a sud di Roma. Il 12 gennaio 1944 una serie di attacchi furono portati soprattutto contro la roccaforte di Cassino ed il 22 vi fu uno sbarco alleato ad Anzio con l'obiettivo di tagliare le linee di comunicazione tedesche e minacciarle alle spalle. Lo sbarco ad Anzio, il 22 gennaio del 1944, non permise all'esercito alleato di fare molti progressi, perché i tedeschi si erano attestati lungo il fiume Liri e a Cassino, lungo la cosiddetta linea Gustav, che attraversava l'Appennino fra Termoli e Gaeta. I tedeschi resistettero a Cassino non solo al primo ma anche a due successivi attacchi, e contrattaccarono ad Anzio cosicché la testa di ponte fu mantenuta solo con difficoltà.   

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Le armate di Clark, che comprendevano truppe americane, britanniche, francesi e polacche, sferrarono l'attacco decisivo solo l'11 maggio e presero Cassino il 18 maggio del '44. Cinque giorni dopo, la rottura dell'accerchiamento della testa di sbarco ad Anzio costrinse i tedeschi ad abbandonare la linea Gustav; la strada attraverso la valle del Liri fu così aperta e gli Alleati entrarono a Roma, dichiarata città aperta dal 4 giugno.  

La ritirata tedesca, dapprima precipitosa, rapidamente divenne ordinata e ci furono successive resistenze sulle Linee Trasimeno, Arezzo, Arno e Gotica. Dopo aver conquistato Ancona e Firenze, la seconda settimana di agosto gli Alleati si arrestarono sulla linea gotica.

Benchè un'offensiva lanciata il 10 settembre facesse breccia nelle fortificazioni della Linea Gotica, le montagne stesse sbarrarono in seguito la strada eccetto che sul fianco adriatico dove il fronte fu portato in avanti fino a Ravenna. Nel dicembre, con l'arrivo dell'inverno, gli alleati si posero sulla difensiva per raccogliere le forze per l'offensiva di primavera lanciata il 9 aprile, anche perché le divisioni americane e francesi avrebbero dovuto essere presto impegnate nell'invasione della Francia meridionale.  

Bloccato l'accesso alla valle del Po, nel nord del paese, occupato dai nazisti, si sviluppava la Resistenza partigiana. 

Il 5 aprile del '45 venne finalmente decisa dagli alleati dopo cinque mesi di stallo la grande offensiva finale ripartendo dallo Linea Gotica, mentre il 9 si mossero anche le divisioni ferme da mesi sul litorale Adriatico romagnolo. Destinazione era ora il Po.

Nell'Italia settentrionale i tedeschi avevano ventisette divisioni, di cui quattro italiane, contro ventitre degli Alleati (Inghilterra, Stati Uniti, Polonia, Brasile e Italia). Gli Alleati, in compenso, dominavano i cieli con l'aviazione e godevano dell'appoggio dei partigiani italiani.

Il 14 e il 16 aprile 1945, la quinta Armata americana e l'ottava Armata britannica lanciarono l'offensiva verso la Pianura Padana. Qualhce giorno prima, il 10, i partigiani, volontari nella Resistenza, ebbero l'ordine dell'insurrezione generale dal Comitato di liberazione nazionale Alta Italia che coordinava i comitati militari regionali e provinciali e rappresentava le diverse componenti politiche dell'antifascismo. 

Intanto un'ondata di scioperi paralizzava le grandi fabbriche del Nord. Nelle principali città, Bologna, Torino, Genova, Milano, le formazioni partigiane entrarono in azione tra il 18 e il 25 aprile e in pochi giorni costrinsero alla fuga i tedeschi, ancora prima che sopraggiungessero le truppe alleate. Mussolini, catturato nei pressi di Como mentre tentava la fuga in Svizzera con un'autocolonna tedesca, fu giustiziato il 28 aprile. 

L'Italia era libera. Rappresentanti dei comandi tedeschi in Italia si accordarono con gli Alleati per la resa, entrata in vigore il 2 maggio; negli stessi giorni la Germania di Hitler soccombeva. Il 2 maggio, data della resa tedesca, la V Armata aveva raggiunto Torino ad ovest, mentre l'VIII raggiungeva Trieste all'est.

Nella campagna d'Italia erano morti 42.000 marinai, soldati ed aviatori delle forze Alleate.

-Giudizio Finale sul Fascismo

Non sono mancati aspetti anche positivi nella esperienza del fascismo, ma prevalgono comunque i lati negativi:

l'aver combattuto contro il comunismo, che oggettivamente ha costituito un grave pericolo per valori umani fondamentali

ma ciò non poteva anche essere fatto senza il ricorso alla violenza e alla dittatura?

aver assicurato una certa tranquillità in termini di ordine pubblico

anche questo non poteva anche essere fatto senza il ricorso alla dittatura?

aver conciliato Stato italiano e Chiesa cattolica

a prezzo però della soppressione del Partito Popolare e di limitazioni alla espressione pubblica del cattolicesimo

L'ideologia dell'Uomo Nuovo Fascista è inaccettabile dal punto di vista cristiano, vicina com'è al Superuomo nicciano, come pure la propensione a una soluzione dei problemi basata sulla forza e non di rado sulla prepotenza: ciò contrasta con l'antropologia cristiana, per la quale la dimensione più autentica dell'uomo non è un cieco istinto di autoaffermazione, ma la ragione, che implica la capacità di ascoltare e soppesare le ragioni e le esigenze degli altri.

Particolarmente inaccettabili pure sono le decisioni prese dal regime in tema di "difesa della razza" (si veda qua sotto, in "Testi"), come pure in generale la sua alleanza col regime nazista, portatore di una ideologia gravemente lesiva della dignità umana.

La rovina dell'Italia nella fase conclusiva della seconda guerra mondiale, con la devastante lacerazione e gli innumerevoli episodi di atrocità (è vero, non solo ad opera dei nazi-fascisti) sono il drammatico emblema del fallimento di un regime che pretendeva la grandezza dell'Italia e finì col prostrarla in una umiliazione senza precedenti.

La stessa fine di Mussolini, che pure non fa onore a chi la volle (senza alcun processo, senza rispetto per le più elementari regole di civiltà giuridica), testimonia drammaticamente il fallimento della ideologia di chi, avendo costruito per vent'anni una immagine di sè come Uomo Forte e indomabile, fuggì travestito da tedesco, terrorizzato dall'idea di essere catturato dai partigiani.

Una prova in più, non tanto dell'incoerenza di un uomo, perché non ce ne sarebbe da stupirsi, né da scandalizzarsi, quanto del fallimento della pretesa antropocentrica di costruire una umanità orgogliosamente autosufficiente, una umanità che si erge senza Dio e contro Dio (dal giovane Mussolini stoltamente sfidato con la frase: "do a Dio 10 secondi di tempo per fulminarmi. Se non lo fa, vuol dire che non esiste").

Lavoro ad opera di Shepherd90,buono studio a chiunque scarichi questo file.



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