Caricare documenti e articoli online  
INFtube.com è un sito progettato per cercare i documenti in vari tipi di file e il caricamento di articoli online.
Meneame
 
Non ricordi la password?  ››  Iscriviti gratis
 

Crollo delle Ideologie

tesina


Inviare l'articolo a Facebook Inviala documento ad un amico Appunto e analisi gratis - tweeter Scheda libro l'a yahoo - corso di


ALTRI DOCUMENTI

DECADENTISMO - La visione di un mondo decadente
VIAGGIO ATTRAVERSO LA NATURA
Le origini della borsa - La Borsa valori - I principali mercati della Borsa Italiana
Emigrazione italiana nel periodo compreso tra il 1876 e il 1913
PARAMETRI PSICOFISICI DEL COLORE
Il Fascismo - Premessa
Crollo delle Ideologie

Crollo delle Ideologie

Indice Concettuale diviso per materie esaminate *

Introduzione *

Il Totalitarismo *

Sentimenti e presagi *

L'età dei Totalitarismi *

Antropologia di un seguace di un'ideologia totalitaria *

Max Weber e il "Capo Carismatico" *

La Teoria della Circolazione delle Elites di Pareto *

L'uomo: individuo liberamente critico *

Pietà e amore per l'uomo risvegliano il senso critico: Ignazio Silone *

Il pensiero politico *

La Poetica siloniana *



Fontamara *

Vino e Pane *

La Scuola dei Dittatori *

Lucida condanna di un'idea asservita al potere personale: George Orwell *

"Why I Write" *

George Orwell: vita di un idealista *

Orwell & Marx: Animalism against Marxism *

Mass society nightmare: 1984 *

Tacito e l'impossibilità di individuare una forma di governo ideale *

La "rivoluzione personalista" di Emmanuel Mournier *

La Rivoluzione Personalistica *

Il Personalismo contro il moralismo e l'individualismo *

Critica e del Capitalismo e del Marxismo *

La Nuova Società *

Il Crollo della Fisica Classica *

La Relatività *

La Teoria Quantistica *

Effetto Fotoelettrico: *

Meccanica Quantistica: *

Le Due teorie emblematiche della fisica moderna *

L'equazione d'onda di Schoringer: *

La formulazione del Principio di Indeterminazione di W. Heisenberg *

Implicazioni della Fisica Quantistica *

Un Grande Dibattito *

Il Probabilismo e L'Acausalità *

Il Principio di Indeterminazione e le Fluttuazioni nel Vuoto *

La Disuguaglianza di Bell *

L'Effetto Tunnel Quantistico *

Implicazioni Cosmologiche. *

Breve storia della Cosmologia *

L'espansione dell'Universo *

L'Universo è soggetto a un moto di espansione generale *

Dal Big Bang alla formazione delle galassie. *

L'Orizzonte Cosmologico e il Modello Inflazionario *

La Cosmologia Quantistica *

Indice Concettuale diviso per materie esaminate

FILOSOFIA

·         Cenni e citazioni da Hannah Arendt

·         La teoria del "capo carismatico" di Max Weber

·         La teoria della circolazione delle élites di Pareto

·         Il Personalismo di Emmanuel Mournier

STORIA

·         Analisi del fenomeno totalitario

LETTERATURA ITALIANA

·         Analisi del pensiero siloniano attraverso romanzi e poetica

LETTERATURA INGLESE

·         Analisi del pensiero di George Orwell e del suo pensiero politico

LETTERATURA LATINA

·         Analisi della posizione tacitiana di fronte all'assolutismo imperiale

FISICA

·         Il crollo della fisica classica e la nascita di una nuova fisica quantistica.

® implicazioni epistemologiche delle

nuove scoperte e teorie

SCIENZE NATURALI

·         Breve storia della cosmologia

·         Cosmologia quantistica e nuovi modelli inflazionari

Introduzione

Nel 1945 l'Europa occidentale scopre di essere un campo di rovine; trascorso mezzo secolo i suoi abitanti si godono il livello di vita del borghese medio e il piacere di viaggiare su libere terre dove la tortura non è ancora assurta a procedura di ordinaria amministrazione. Inaspettata riuscita di democrazie il cui concetto stava andando a picco. è ha sempre bisogno di essere protetto.

Paradossalmente, proprio nel momento in cui il suffragio universale conquista la maggior parte delle capitali occidentali (intorno al 1880), non si trovano più molte penne di studiosi che lo legittimino. I politici elogiano o screditano le elezioni correndo l'alea delle carriere ma la meditazione li abbandona; si trovano pochissime pagine dedicate all'arte banale del votare e alla silenziosa filosofia che probabilmente questa comporta. Politicamente l'Europa dell'Ovest fa quel che non pensa e pensa quel che non pratica più; quando i piedi si spingono nelle cabine elettorali, la mente naviga già nelle lotte finali.

Se incessantemente si delibera, ci si accorda, si discute, il cuore o l'opportunismo eleggono. Si delega, si rappresenta, si ricomincia; interrompete quel microparlamentarismo permanente e avrete subito spezzato la vita di una burocrazia morente. Ma per quanto si fantastichi sulle sue tare, la democrazia si svela, nel vecchio continente, condizione della possibilità di una libera comunicazione individuale e collettiva.

La Rivoluzione, con la sua febbre o le sue tiepidezze, finisce per decidere quanto vale la democrazia: reale o apparente, formale o concreta, alienante o balbettante. E intanto, da due secoli, l'intellighenzia, all'opposto, trascura di misurare le rivoluzioni attraverso la democrazia che le rivoluzioni lasciano appunto vivere o uccidono. La colpa di chi è? Non di Marx, di Hegel, di Fichte o di Gramsci, ma di chi si fossilizza sulle loro analisi senza adattarle ai tempi o esaminarle criticamente.

Dimenticare un pensatore non equivale a voltare pagina, a cambiare capitolo, a passare dalla lotta di classe a Dio, dalla sinistra alla destra o dalla politica all'idillio. Non se ne esce. Per dimenticare un pensiero bisogna abitarlo, scrutarne l'occhio, guardare con questo pensiero e dentro questo pensiero, seguirlo attentamente finché finisca per esaurirsi e mostrare il suo abbaglio. Non giova ridurre il pensiero a una struttura che lo determini; non abbandoniamolo, seguiamolo fino al punto di accecamento in cui rovina, quando, come dice Platone, "con tutta l'intensità che può sopportare l'umana potenza, brilla la luce della saggezza e dell'intelligenza". strana luce che capta e cattura un sapere che si riteneva supremo e tocca in sé il fondo della propria insufficienza. L'esame dei passaggi attraverso le rivoluzioni e l'uscita da esse costituisce questo punto d'accecamento.

Per un fascino retrospettivo, l'analisi storica ortodossa semplifica spesso i concetti di produzioni e prodotti, attori e spettatori, giudicanti e giudicati, carnefici e vittime. L'autore della legge battezzato Popolo Sovrano diventa soggetto della legge senza perdere il privilegio d'arbitrio iniziale mentre il corso delle cose sale alla ribalta come il dio di Cartesio, in creazione continua. Come una collettività partorisce uno Stato? A che vale chiederselo? Non c'è soluzione ad un falso problema; come si fa ad essere sicuri che una collettività sia una prima di qualsiasi stato?

Le infantili nazioni europee presero ferma coscienza di se stesse solo mirandosi con sospetto l'un l'altra e la loro assunzione nazionale esplose in guerre mondiali. I nuovi stati nascono dalle guerre civili e destinati alla guerra straniera, la filosofia che li anima è quella del popolo in armi e del "comunismo di guerra". A volte la virtù è alienata in alto, ispirata da un principe solitario e glaciale; a volte è presupposta in basso nella democrazia della piazza; ad ogni modo, la virtù collega l'alto e il basso, li fa esistere l'uno in rapporto all'altro. Poco importa che questo Verbo ritenuto esclusivo venga chiamato "spirito delle leggi" (Montesquieu), "spirito del popolo" (o Volksgeist hegeliano), coscienza di classe, coscienza di razza o egemonia culturale; in tutti questi casi, qualunque sia la figura, piaceva immaginare che lo stato fosse unico perché, consapevolmente o no, i sudditi si erano uniti intorno a un'idea del Bene, del Bello e del Vero che risultava un'idea comune.

L'uomo europeo non ha aspettato i missili nucleari per pensare se stesso mortale. fin dall'origine vive nell'orizzonte collettivo di un possibile annientamento. Quel suo libro principe che è l'Iliade che cosa conta se non i dieci anni che prepararono il genocidio dei Troiani? Così Auschwitz irrompe nella cultura con venti secoli d'anticipo, l'evento più recente si fa decifrabile nella più antica minaccia che l'uomo occidentale abbia dovuto affrontare: non il diluvio dove spunto il dito di Dio, ma il massacro incrementato metodicamente, e sistematicamente eseguito, dalla mano dell'uomo. Come fare fronte se si ignora ciò a cui ci si oppone? Nessuno è davvero democratico se non osa dire: nulla d'inumano reputo a me estraneo.

"Non essere posseduti né dal passato né dal futuro.

Occorre esser totalmente presenti."

Karl Jasper

Il Totalitarismo

Sentimenti e presagi

Due guerre mondiali in una generazione, separate da un'ininterrotta catena di guerre locali e rivoluzioni, e non seguite da un trattato di pace per i vinti e da una pausa di respiro per i vincitori, si sono risolte nella previsione di una terza guerra mondiale fra le due grandi potenze rimaste in lizza.

Questo momento di attesa è come la calma che interviene quando ogni speranza è svanita. Noi non speriamo più nel futuro ristabilimento del vecchio ordine mondiale con tutte le sue tradizioni, o nella reintegrazione delle masse di cinque continenti, che sono state gettate nel caos prodotto dalla violenza di guerre e rivoluzioni e dalla progressiva disintegrazione di quanto era stato risparmiato. Nelle condizioni e circostanze più disparate assistiamo allo svolgimento degli stessi fenomeni: mancanza di patria su una scala senza precedenti, sradicamento in una profondità inaudita.

Mai il nostro futuro è stato più imprevedibile, mai siamo stati tanto alla mercé di forze politiche che non si può confidare seguano le norme del buon senso e del proprio interesse, forze che danno l'impressione di pura follia se giudicate coi criteri di altri secoli. E' come se l'umanità si fosse divisa fra quelli che credono nell'onnipotenza umana (ritenendo che tutto sia possibile purché si sappia come organizzare a tale scopo le masse) e quelli per cui l'impotenza è diventata la maggiore esperienza della loro vita.

Sul piano dell'indagine storica e del pensiero politico prevale in genere il consenso, sia pure in modo mal definito, sul fatto che la struttura essenziale di ogni civiltà è sul punto di rottura. Benché possa sembrare meglio preservata in certe parti del mondo che in altre, essa non può fornire la guida allo sfruttamento delle possibilità del secolo, o un'adeguata risposta ai suoi orrori. Speranza ingiustificata e disperato timore sembrano spesso più vicini al centro di tali avvenimenti che il giudizio e la visione improntati ad equilibrio. Gli avvenimenti fondamentali del nostro tempo sono efficacemente dimenticati tanto da quelli che credono nell'inevitabile rovina quanto da quelli che si sono abbandonati a un cieco ottimismo.

Tanto è il pessimismo in quest'amaro sfogo del filosofo Hannah Arendt, che si può leggere nella prefazione alla prima edizione del 1951, terminata già nel 1949, del suo saggio "Le origini del Totalitarismo". Lo sfogo è amaro, ma non si abbandona cieco a se stesso; come già si può vedere dagli ultimi passi del tratto citato, la Arendt ha ancora un impeto verso l'attività; indegno è solo colui che non analizza ciò che è successo con criticità e su tutti i fronti, prescindendo da ogni pregiudizio ideologico. Ciò si può chiaramente intuire dal passo successivo:

Questo libro è stato scritto su uno sfondo di ottimismo e disperazione sconsiderati. Esso ritiene che progresso e rovina siano due facce della stessa medaglia; che entrambi siano articoli di superstizione, non di fede. E' stato scritto nella convinzione che sia possibile scoprire il segreto meccanismo in virtù del quale tutti gli elementi tradizionali del nostro mondo spirituale e politico si sono dissolti in un conglomerato, in cui ogni cosa sembra aver perso il suo valore specifico ed è diventata irriconoscibile per la comprensione umana, inutilizzabile per fini umani. Quella di cedere al mero processo di disintegrazione è diventata una tendenza irresistibile, non solo perché esso ha assunto l'equivoca grandezza di "necessità storica", ma anche perché ogni cosa ad esso estranea ha cominciato ad apparire inanimata, esangue, insignificante e irreale.

La convinzione che tutto quanto avviene sulla terra debba essere comprensibile all'uomo può condurre ad interpretare la storia con grandi luoghi comuni. Comprendere non significa negare l'atroce, dedurre il fatto inaudito da precedenti, o spiegare i fenomeni con analogie ed affermazioni generali in cui non si avverte più l'urto della realtà e dell'esperienza. Significa piuttosto esaminare e portare coscientemente il fardello che il nostro secolo ci ha posto sulle spalle, non negarne l'esistenza, non sottomettersi supinamente al suo peso. Comprendere significa insomma affrontare spregiudicatamente, attentamente la realtà, qualunque essa sia. In questo senso deve esser possibile affrontare e comprendere il fatto straordinario che un fenomeno così piccolo (e nella politica mondiale così insignificante) come la questione ebraica e l'antisemitismo sia potuto diventare il catalizzatore, prima, del movimento nazista, poi di una guerra mondiale, e infine della creazione delle fabbriche della morte. O il grottesco divario fra causa ed effetto che inaugurò l'era dell'imperialismo, quando le difficoltà condussero in pochi decenni a una profonda trasformazione delle condizioni politiche in ogni parte del mondo. O il curioso contrasto fra il cinico "realismo" professato dai movimenti totalitari e il loro palese disprezzo per l'intero tessuto della realtà. O l'irritante incompatibilità fra l'effettivo potere dell'uomo moderno (così grande da permettergli di mettere in forse la stessa esistenza del suo universo) e la sua incapacità a vivere in un mondo creato dalla sua forza e a comprenderne il senso.

Il tentativo totalitario di conquista del globo e di dominio totale è stato un modo distruttivo per uscire dal vicolo cieco. La sia vittoria poteva, e può, coincidere con la distruzione dell'umanità; dovunque ha imperato, esso ha cominciato a distruggere l'essenza di uomo. Ma voltare le spalle alle forze distruttive del passato non serve a nulla.

Il nostro periodo ha così stranamente intrecciato il bene col male che senza "l'espansione per l'espansione" degli imperialisti il modo non sarebbe mai diventato tutt'uno; senza l'invenzione della borghesia, il "potere per il potere", non si sarebbe mai scoperta l'estensione della forza umana; senza il mondo fittizio dei movimenti totalitari, in cui sono venute in luce con ineguagliata chiarezza le incertezze essenziali del nostro tempo , noi saremmo forse stati spinti verso la rovina senza neppure renderci conto di quel che stava accadendo.

E se è vero che nelle fasi finali del totalitarismo appare un male assoluto (assoluto perché non lo si può più far derivare da motivi umanamente comprensibili), è altresì vero che senza di esso non avremmo forse mai conosciuto la natura veramente radicale del male.

L'antisemitismo (non il semplice odio contro gli ebrei), l'imperialismo (non la semplice dittatura), il totalitarismo (non la semplice dittatura) hanno dimostrato, uno dopo l'altro, uno più brutalmente dell'altro, che la dignità umana ha bisogno di una nuova garanzia che si può soltanto in un nuovo principio politico, in una nuova legge sulla terra, destinata a valere per l'intera umanità pur essendo il suo potere strettamente limitato e controllato da entità territoriali nuovamente definite.

Non possiamo più permetterci il lusso di prendere quel che andava bene in passato e chiamarlo semplicemente retaggio, di scartare il cattivo e considerarlo semplicemente un peso morto che il tempo provvederà a seppellire nell'oblio. La corrente sotterranea della storia occiden 515j97f tale è finalmente venuta alla superficie usurpando la dignità della nostra tradizione. Ecco perché tutti gli sforzi compiuti per evadere dall'atmosfera sinistra del presente nella nostalgia per un passato ancora intatto, o nell'oblio anticipato di un migliore futuro, sono vani.

Questa è la condizione comune a tanti intellettuali del nostro secolo. Questa, a mio parere, è la convinzione che contraddistingue gli intellettuali del nostro secolo che hanno sposato l'onestà come punto cardinale del loro pensiero; di quegli uomini che, pur rimanendo fedeli alle loro idee politiche, non hanno potuto chiedere gli occhi di fronte ai corpi straziati nei gulag siberiani, non hanno potuto impedire che le terrificanti urla provenienti dai lager raggiungessero le loro orecchie.

Ma prima di esaminare come si siano espressi questi uomini, non possiamo prescindere da una definizione più dettagliata del fenomeno totalitarismo.

L'età dei Totalitarismi

2 + 2 = 5

Cartello affisso a Mosca durante il primo piano quinquennale.

L'età dei totalitarismi è, soprattutto, l'arco di storia compreso tra le due guerre mondiali. Per totalitarismo s'intende un sistema politico sociale (cioè l'organizzazione complessiva di una società) che tende a mettere in pratica un'ideologia totalitaria, traducendola nelle forme di governo, nelle leggi, e nei costumi, nella cultura diffusa, nell'insieme dei rapporti sociali. Il totalitarismo può essere quindi definito un'ideologia totalitaria realizzata: non deve perciò essere confuso con l'assolutismo o con la dittatura, sebbene abbia assunto di regola forme assolute o dittatoriali.

Ma il fenomeno dei totalitarismi si collega e in parte dipende da altri fenomeni storici più generali e di più lunga durata, ai quali è necessario dedicare qualche parola. Uno di questi è il profilarsi, nel primo dopoguerra, di movimenti sociali e civili di massa, cioè quei movimenti che mobilitano e coinvolgono estesi gruppi sociali, per il raggiungimento di comuni obbiettivi determinati da una comune ideologia. Alla base dei movimenti di massa stavano le trasformazioni provocate dalla società industriale, a base capitalistica, che produceva due effetti contrastanti. Da un lato tendeva a uniformare il corpo sociale, sia uniformando i prodotti che uscivano dal sistema industriale ed estendendone il consumo, sia uniformando, per quanto possibile, le abitudini, le aspettative, gli stili di vita di strati sociali sempre più estesi (grande influenza dei mass-media).Dall'altro lato, la società industriale, almeno ai suoi inizi, tendeva ad accrescere i conflitti, perché creava diversità e dislivelli tra gruppi e classi sociali, e nello stesso tempo forniva loro gli strumenti e le occasioni per prendere coscienza dei comuni problemi e per agire in modo organizzato. Così, per fare degli esempi, quegli stessi mezzi di comunicazione che potevano servire ad uniformare i modi di pensare e di vivere, potevano anche servire per diffondere messaggi alternativi o rivoluzionari; quella stessa fabbrica che rendeva uniforme la vita di migliaia di operai, poteva diventare il luogo in cui essi si organizzavano in modo solidale per far valere le proprie rivendicazioni. La guerra mondiale, che aveva imposto una disciplina autoritaria alle masse combattenti, aveva anche alimentato molteplici impulsi verso un nuovo ordine politico sociale.

Da quanto detto derivano due conseguenze importanti. La prima è che nelle società industriali venivano assumendo un'importanza crescente le organizzazioni, cioè le strutture stabili della vita collettiva, che davano forma alle masse, raccogliendole e indirizzandole. Sotto questo aspetto il passaggio tra il XIX e il XX secolo fu segnato dalla tendenziale prevalenza delle organizzazioni sugli individui, o almeno dall'emergere di un dualismo tra la vita individuale e quella organizzata. La seconda conseguenza è che i movimenti di massa mutarono alla radice i termini in cui si era svolta sino allora la lotta politica. Il cammino compiuto dalle società industriali rese anacronistica la concezione della politica e del governo degli Stati riservati a gruppi sociali più o meno ristretti. Nel dopoguerra fecero irruzione nella politica i ceti e le classi che ne erano rimaste ai margini: la piccola borghesia, gli operai, i contadini.

Questo fatto cambiò i soggetti e gli strumenti della politica, e in qualche misura ne modificò anche i fini e gli obiettivi.

Cambiò i soggetti politici, perché la scena venne occupata stabilmente dai partiti di massa. Essi si differenziavano dalle forme politiche dell'età precedente per il fatto di avere una struttura organizzativa stabile e capillare, una diffusa militanza di base e un'ideologia di riferimento che ne costituiva il principale fattore d'identità.

Cambiarono anche gli strumenti della politica. In un tale cambiamento esercitò un ruolo fondamentale la somma di esperienze compiute durante la prima guerra mondiale. Un primo effetto dell'esperienza bellica fu il trasferimento dell'uso della violenza organizzata dalla sfera militare a quella della lotta sociale e politica. Un secondo effetto fu l'uso della propaganda come strumento di mobilitazione delle masse a fini politici. Un terzo effetto fu l'emergere di capi politici che istituivano un rapporto diretto con le masse, simile al rapporto esistente in guerra tra ufficiali e truppe.

Vi è infine da considerare che l'irruzione delle masse nella politica tendeva anche a modificarne i fini e gli obiettivi. Terminava l'epoca in cui i fini della politica e del governo erano quelli definiti, in linea teorica, dalla cultura e dalla tradizione liberale: convivenza civile, difesa, potenza nazionale, ordine pubblico, giustizia e amministrazione, promozione dell'istruzione popolare. Le nuove attese si erano tradotte, nel dopoguerra, in una diffusa aspirazione ad un nuovo ordine. Alla base di questa richiesta stava anzitutto l'idea di una diversa ripartizione del potere politico; c'era, quindi, una pressante richiesta di democrazia politica.

Ma proprio in tema di democrazia le strade si divaricarono radicalmente. Da una parte si collocarono i movimenti che, ispirandosi ai principi della democrazia rappresentativa, puntavano innanzitutto ad un allargamento della sua base sociale, a una profonda riforma dei suoi istituti, a un rinnovamento per vie parlamentari, a un più incisivo intervento da parte dello stato sul piano sociale. Obiettivi completamente diversi si proposero i movimenti e i partiti per i quali la democrazia rappresentativa era un simulacro di democrazia, una semplice copertura data al predominio delle classi e dei ceti dominanti (come affermava la sinistra rivoluzionaria), oppure era un fattore di disgregazione dell'unità, della compattezza e della forza dello Stato nazionale (come affermava la destra nazionalistica)

Ora la politica dilatava i propri confini e questa dilatazione raggiunse il suo culmine nelle ideologie totalitarie. Nelle ideologie totalitarie la politica si proponeva fini ultimi e supremi, che riguardavano non solo l'ordine sociale o l'organizzazione degli Stati, bensì l'uomo nella sua interezza e tutto il sistema di valori che ne dovevano orientare la vita, anche privata. Esse proclamavano come fine della politica la creazione di un uomo nuovo. La politica si assumeva pertanto aspetti sacrali, si alimentava di riti e di miti collettivi, penetrava nella sfera delle coscienze, richiedeva una dedizione totale e incondizionata, era autorizzata a servirsi di qualunque mezzo. In questo senso le ideologie totalitarie sono state definite religioni secolari, in quanto proponevano ai loro seguaci una salvezza terrena, cioè la realizzazione di un ordine perfetto in nome di valori supremi, ai quali tutti gli altri dovevano venire subordinati. Le ideologie totalitarie erano diverse tra loro in quanto ai contenuti e ai valori proclamati, ma erano simili in questo assegnare alla politica un significato di assolutezza e di totalità. Per questo motivo tutte si presentano come ideologie aggressive e ideologie intolleranti.

Antropologia di un seguace di un'ideologia totalitaria

Max Weber e il "Capo Carismatico"

Appare verso la fine del secolo XIX uno dei grandi padri della sociologia moderna. Dalla Germania, che si avvia a essere una delle più grandi potenze industriali d'Europa, Max Weber lancia al mondo culturale del suo tempo un richiamo all'ordine: attenzione, la sociologia va considerata come la scienza comprensiva dell'azione sociale. Weber rifiuta nettamente la massificazione operata da Spencer e da Marx. Partendo dal dato di fondo che il metodo scientifico procede per astrazione, Weber decide che l'analisi corretta, per arrivare ad una conclusione corretta, va fatta iniziando dal soggetto agente nella società, cioè l'uomo. Studiando il significato profondo delle azioni dell'uomo in interazione con gli altri uomini, si può capire l'agire sociale e perciò spiegare casualmente il suo iter e i suoi effetti. Weber sostiene che la determinazione della causalità sociologica comporta la necessità di operare all'interno di un quadro probabilistico. Questo tipo di generalizzazione cerca di stabilire, per esempio, che il sorgere del capitalismo presupponeva l'esistenza di un certo tipo di personalità: quella in gran parte formata dalle prediche dei religiosi calvinisti. La prova di tale affermazione si ha quando, sia attraverso l'esperimento mentale, sia attraverso lo studio comparativo di altre culture, si stabilisce che il capitalismo moderno probabilmente non si sarebbe potuto sviluppare senza tali personalità; comunque il calvinismo deve essere considerato una causa, non la causa del sorgere del capitalismo. Questo esempio riporta l'attenzione sul fatto che le riflessioni metodologiche di Weber servono da strumento per le sue concrete ricerche. L'interesse per la metodologia non era, in Weber, fine a sé stesso per cui egli, come molti altri scienziati, non seguì sempre i suoi principi metodologici.

Quando di una questione si dice che è "politica", che un ministro o un funzionario sono "politici", che una decisione è condizionata "politicamente", s'intende sempre dire che gli interessi relativi alla ripartizione, al mantenimento e allo spostamento del potere sono determinanti per la risposta a tale questione, oppure condizionano quella decisione o definiscono la sfera d'attività di quel funzionario: chi fa azione politica aspira al potere, e come mezzo al servizio di altri fini - ideali o egoistici - o per il potere in se stesso, per godere del senso di prestigio che ne deriva.

Lo Stato, esattamente come le associazioni politiche che lo hanno preceduto storicamente, consiste, per Weber, in un rapporto di dominazione di alcuni uomini su altri uomini; il rapporto poggia sul mezzo della forza legittima (o, per meglio dire, considerata legittima). Perché esso esista è necessario che i dominati si sottomettano all'autorità pretesa dai dominatori del momento. Quando e per quali ragioni si assoggettano a questa autorità? Su quali motivi di giustificazione essenziale appoggia questa dominazione, quali sono i mezzi esteriori che la sostengono? Le principali giustificazioni per quanto riguarda i motivi di legittimità di una dominazione possono essere tre: l'autorità del costume, o della tradizione, la cui stabilità è consacrata da una validità d'antichissima data fondata sulla consuetudine (la dominazione "tradizionale" tipica della società patriarcale); l'autorità derivante da una dote o da un complesso di doti personali eccezionali che determinano il carisma: in questo caso si ha la dominazione "carismatica" come quella esercitata dal profeta, oppure, nell'ambito politico, dal capo nominato sul campo di battaglia o dal sovrano eletto per plebiscito, dal grande demagogo e dal pilota di un partito politico; infine, la dominazione nata dalla legalità, sanzionata dalla fede nella validità della norma di legge e della competenza obiettiva che appoggia su regole razionalmente formulate, e cioè in forza dell'obbedienza fondata sull'adempimento di doveri stabiliti da norme: una dominazione qual è quella esercitata dal moderno funzionario statale e da tutti quei titolari del potere che hanno analogo ruolo. "S'intende facilmente - puntualizza Weber - che in realtà la docilità dei soggetti è condizionata da motivi, estremamente influenti, di timore e di speranza - timore della vendetta di potenze magiche o dello stesso detentore del potere, speranza della ricompensa in questo o nell'altro mondo - e inoltre da interessi di ogni sorta. [...] A noi interessa soprattutto la seconda di queste tipizzazioni: la dominazione in rapporto alla dedizione del seguace al carisma puramente personale del capo. Qui infatti ha le sue radici il concetto della professione [del politico] nel suo aspetto più caratteristico. La dedizione al carisma del profeta o del capo in guerra o del grande demagogo nella "ecclesia" o nel parlamento, significa che egli è personalmente, per altri uomini, un capo per vocazione intima, e che costoro lo seguono non in forza del costume o della legge ma perché credono in lui. Dal canto suo, egli vive per la sua causa, quando non sia un fatuo e meschino eroe del momento. Ma, per la sua persona e per le sue qualità, quel che conta è la dedizione dei suoi fautori: di una schiera di discepoli, di seguaci, di uomini legati al suo partito personale". La figura del capo è certamente apparsa in tutte le epoche, in tutti i Paesi e nelle collettività ad articolazione primitiva. "Ma per l'Occidente - osserva Weber - è caratteristico quello che ci concerne più da vicino: il capo politico impersonato anzitutto dal libero demagogo, sorto sul terreno dello Stato cittadino proprio soltanto dell'Occidente e soprattutto della civiltà mediterranea, e in secondo luogo nel capopartito parlamentare, cresciuto sul terreno dello stato costituzionale che solo in Occidente ha messo salde radici ".

La Teoria della Circolazione delle Elites di Pareto

Qual è il contributo della classe intellettuale italiana allo sviluppo dell'analisi antropologica in questo momento storico (fine dell'Ottocento - inizi del Novecento) che vede i primi passi della sociologia, le prime grandi teorizzazioni, il tormento interpretativo di studiosi come Marx o Weber? La sociologia italiana non ha grandi campioni tranne quello, ancora resistente al setaccio della storia, di Vilfredo Pareto prima ingegnere, poi economista, infine sociologo. Nella cultura italiana del tempo Pareto ha una dimensione quasi iconoclasta. Nato in Francia da famiglia italiana, quando completa gli studi di ingegneria al politecnico di Torino mantiene nella sua cultura l'impronta del positivismo francese.

Nel Trattato di sociologia generale, apparso nel 1916, Pareto mette sotto analisi l'irrazionalità del comportamento umano, trascurandone la razionalità, già trattata a fondo nei testi di economia da lui scritti. Egli, insomma, vuole separare in modo concettuale le componenti razionali dell'azione dalle componenti non razionali. "Un politicante - esemplifica lo studioso - è spinto a propugnare la teoria della 'solidarietà' dal desiderio di conseguire quattrini, onori, poteri. [...] É manifesto che se il politicante dicesse 'Credete a questa teoria perché ciò mi torna conto' farebbe ridere e non persuaderebbe alcuno; egli deve dunque prendere le mosse da certi principi che possono essere accolti da chi l'ascolta. [...] Spesso chi vuol persuadere altrui principia col persuadere sé medesimo; e, anche se è mosso principalmente dal proprio tornaconto, finisce col credere di essere mosso dal desiderio del bene altrui".

Quando Pareto passa al settore politico, conclude che la società ha una struttura elitaria, che le masse sono incapaci di governarsi, che le élites sono destinate ad ascendere e a decadere (teoria della circolazione delle élites). I popoli, sostiene Pareto sulla Rivista italiana di sociologia del luglio 1900, a eccezione di brevi periodi di tempo, sono sempre guidati da un'aristocrazia, intendendo questo termine come indicativo dei più forti, energici, capaci sia nel positivo sia nel negativo. Ma per legge fisiologica le aristocrazie non reggono e perciò la storia umana é storia di una serie continua di avvicendamenti di questa aristocrazia. "Mentre una gente sale, l'altra cala. Tale è il fenomeno reale, benché spesso a noi appaia sotto altra forma. La nuova aristocrazia, che vuole cacciare l'antica o anche solo esser partecipe del potere e degli onori di questa, non esprime schiettamente tale intendimento, ma si fa capo a tutti gli oppressi, dice di voler procacciare non il bene proprio ma quello dei più: e muove all'assalto non già in nome dei diritti di una ristretta classe, bensì in quello dei diritti di quasi tutti i cittadini. S'intende che, quando ha vinto, ricaccia sotto il giogo gli alleati o al massimo fa loro qualche concessione di forma. Tale è la storia delle contese dell'aristocrazia della plebe, e dei patres a Roma; tale, e fu ben notata dai socialisti moderni, é la storia della vittoria della borghesia sull'aristocrazia di origine feudale"

Mentre studia, analizza, scrive, Pareto non perde d'occhio quanto accade attorno a lui. È il momento in cui imperversano logomachie ideologiche, i partiti prendono sempre maggior forza organizzandosi meglio e quindi meglio penetrando nel tessuto sociale del Paese.

Quando Pareto dà alle stampe il Trattato di sociologia - è il 1916 - sta divampando la prima guerra mondiale. Da alcuni anni si è trasferito in Svizzera, chiamato alla cattedra di economia politica dell'Università di Losanna. (a seguire le sue lezioni un attento allievo: il giovane Mussolini). A chi studia la scena internazionale con 'attenzione e distacco scientifico, appare chiaro che l'analisi di Pareto trova riscontro frequente nella realtà dei fatti che stanno verificandosi. Un'altra conferma verrà alla fine del grande massacro, nel 1918: la caduta dell'aristocrazia austriaca, tedesca e russa, esito di quel grande scontro fra élites internazionali che è stato il conflitto appena concluso. Qualche anno dopo, dal tranquillo osservatorio di Losanna, Pareto vedrà scorrere sullo schermo della storia i drammatici anni del dopoguerra italiano. Accade qualcosa di simile a quello che aveva immaginato Marx. Ma nel fluire degli avvenimenti non si riscontra la dialettica prevista dal filosofo tedesco (che per altro viene confermata in Russia con la rivoluzione dell'ottobre 1917). Quanto accade in Italia sembra la conferma sperimentale della teoria delle élite: conquista il potere l'élite fascista, che in un primo momento si fa portavoce delle masse popolari, poi si allea, essendo incerto il rapporto di forza, con l'antica aristocrazia che voleva cacciare, per essere "anche solo partecipe del potere e degli onori di questa". Più tardi la nuova élite tenterà di stipulare un'altra alleanza, anche questa da manuale paretiano: quella con la Chiesa romana. Anni dopo, altre conferme: in Germania presa del potere da parte del nazismo e alleanza con la grande borghesia tedesca; nell'Unione Sovietica la dittatura del proletariato non diventa realtà e le grandi masse si trovano dominate, anziché all'aristocrazia guidata dallo zar, dall'élite espressa dal partito al potere.

L'uomo: individuo liberamente critico

Mentre la gran parte delle masse popolari era catturata dalle logomachie delle ideologie, dalle demagogie dei grandi capi partitici e dai presunti profeti portatori di verità assolute e inconfutabili, il mondo intellettuale si trovava in un momento di profonda difficoltà. Molti erano gli scrittori e gli uomini di cultura che sposavano le ideologie totalitarie; non mi sento di esprimere un giudizio su coloro che davvero credevano in ciò che queste ideologie professavano, tutto il fenomeno è troppo complesso e troppo propizio a affermazioni pregiudiziali, mentre tristissima era la situazione di tutti coloro che accettavano passivamente e acriticamente il Verbo dei vari regimi.

Fortunatamente molte sono le voci che in questo periodo, pur non rinnegando la loro eventuale fede politica, si scagliano contro i totalitarismo, si scagliano contro le mistificazioni di tutte le filosofie, assoggettate al comodo di pochi o utilizzate per distruggere una delle caratteristiche più importanti per rendere l'uomo tale: la libertà critica, la libertà di dire no, la libertà di criticare anche soggettivamente una corrente di pensiero che magari aveva sposato fino al giorno prima. Tra questi grandi uomini ora mi accingo a presentare coloro che prestarono il loro servizio nel campo delle lettere; quesiti scrittori sono tantissimi e mi sento di fare una scelta che credo corretta, nel descrivere i campioni di questa linea di pensiero per l'Italia, trattando l'opera e la persona di Ignazio Silone, e per la cultura Inglese, trattando di George Orwell.

Pietà e amore per l'uomo risvegliano il senso critico: Ignazio Silone

Il pensiero politico

Il pensiero di Ignazio Silone dell'autore si polarizza intorno al suo socialismo. Il socialismo di Silone può definirsi come sensibilità sociale vibrante ed inquieta, che si manifesta dapprima, durante gli anni dell'adolescenza, nella forma emozionale della simpatia per il povero, poi si esprime nell'adesione al marxismo e nella lotta al fascismo; poi, dal '27 al '31 passa attraverso il ripensamento del comunismo, sboccando nel ripudio radicale di ogni totalitarismo e di ogni ideologia,

l'ideologia, che uccide l'idea, anzi, la "passione"

(Vino e Pane)

In seguito, negli anni della guerra e del dopoguerra, pare collimare con il socialismo riformista, ma proposto in forma autonoma, rispettoso della religione e secondo una visione che si adegui con concretezza ai problemi italiani; da ultimo si definisce in una posizione dei strenua difesa della libertà o, meglio ancora, della dignità della persona umana, contro qualsiasi tipo di oppressione e di mortificazione, sia essa politica, economica, sociale o tecnologica, in un atteggiamento di ininterrotto allarme teso a scorgere e pronto a denunciare le insidie, da qualunque parte esse vengano e che possono covare anche entro sistemi con apparenze del tutto benefiche. Quest'ultima fase è stata vista da qualcuno come una sorta di sincretismo personale, in cui entrano l'educazione cristiana e l'esperienza marxista, nei due momenti dell'entusiastica partecipazione e della dolorosa rottura. I successivi atteggiamenti assunti dall'autore non sono segno di incertezza politica, di un'oscillazione o, tanto meno, di clamorosi voltafaccia, ma momenti di un processo spirituale, di approfondimenti, di chiarificazione di un ideale dapprima confusa e che progressivamente si decanta, liberando il suo nucleo di tollerante natura morale. Si tratta di un vero Itinerarium mentis in verum, documentato mediatamente nei romanzi e nei drammi, da Fontamara a L'avventura di un povero cristiano, immediatamente in Uscita di Sicurezza, attraverso una penetrante esplorazione della propria storia.

Il socialismo di Silone è dunque sorretto da una salda coscienza morale e sostanziale di religiosità cristiana. Il suo ideale socialista, infatti, si identifica con l'esigenza di estendere alla sfera pubblica i principi che presiedono nella contrada nativa alla morale familiare, limpida e onesta. Di conseguenza l'attività politica è sentita e vissuta dallo scrittore come doverosa partecipazione alla realtà sociale al fine di migliorarla, di combattere i soprusi, di rendere operante in essa il principio cristiano della fraternità. La sua concezione politica rientra in una visione religiosa della vita, da cui è indissociabile e in cui l'individuo è considerato parte integrante della società, con responsabilità e compiti inelusibili verso di essa. La politica dunque intesa come "servizio sociale". La dimensione religiosa in cui essa si colloca è spesso sottolineata dall'autore sia nei saggi sia nelle opere di fantasia, che presentano il ribelle politico come una nuova versione del monaco e dell'asceta medioevale, o del martire cristiano, spinto a testimoniare coraggiosamente il suo anelito alla libertà e alla giustizia in regime di oppressione:

la spiritualità di un serio movimento di popolo non si esaurisce mai nell'ideologia e chiunque voglia farsene una chiara nozione non deve limitarsi a osservare le sue insegne. Chi accetta questo criterio non troverà blasfema l'affermazione che gli uomini che un tempo dicevano no alla società e andavano nei conventi, adesso il più sovente finiscono fra i fautori della rivoluzione sociale (anche se in seguito essi rinnegano, o credono di rinnegare, la spinta d'origine).

La spinta morale che sorregge la vocazione politica di Silone è al fondo della dedizione e del disinteresse con cui egli l'ha sempre seguita e insieme delle difficoltà che la pratica gli ha opposto:

La politica è l'arte del possibile. La rottura è inevitabile, se diventa trasformismo o lotta senza scrupoli per il potere; ma una certa tensione, un certo contrasto sussiste sempre quando della politica si nutre un concetto fondato sopra un senso etico o religioso della vita.

Silone abbandona due volte la milizia politica proprio per la contraddizione che egli è andato scoprendo tra politica e morale o, meglio, tra esercizio della politica e convinzioni ideali (che vengono fatalmente subordinate e sacrificate a ragioni eteronome: l'interesse di un partito, di un gruppo, la potenza di uno stato), e due volte passa alla letteratura, vista non già come fuga, ma come "la forma più libera e coerente e durevole" in cui possano essere soddisfatte "quelle esigenze che avevano finito per concentrarsi nella lotta politica". Ma con questo non ripudia né il socialismo ("la mia fiducia nel socialismo mi è rimasta più che mai viva), né la politica in sé, ma piuttosto rifiuta gli strumenti di cui i politici si valgono:

Il maledetto "a fin di bene". Figli miei, non lo dimenticate: c'è solo il bene puro e semplice; non c'è a fin di bene.

La Poetica siloniana

Silone non ha sistemato la sua poetica in un coerente disegno di ragionamenti filosofici, ma ha chiarito la sua concezione dell'arte e annunciato i criteri informatori della sua opera di scrittori in una serie di osservazioni occasionali, premesse ad alcuni romanzi e drammi, o esposte in saggi, articoli, discorsi, interviste.

I problemi affrontati in questi documenti si possono indicare sommariamente nei seguenti:

a.        il rapporto letteratura-politica o, più ampiamente, arte-società, e quindi l'impegno dello scrittore e, strettamente collegata con esso, la sua funzione;

b.       il rapporto moralità-arte che ne discende;

c.        l'oggetto dell'arte

a) L'evidenza e l'insistenza con cui Silone si pone il problema dell'impegno dello scrittore, si spiegano da una parte con la passione politica dell'autore, che si espresse nell'attività di militante e poi di giornalista e scrittore di irrinunciabile vocazione civile; dall'altra collocando la questione sullo sfondo di una polemica vivacissima sull'impegno dello scrittore, che ha visto schierato in campi opposti molti intellettuali. L'opinione di Silone, chiaramente ed energicamente definita dallo stesso in carie occasioni, può essere sintetizzata con le parole della "Nota" premessa a Vino e Pane:

Di tutte le chiacchiere scritte sul cosiddetto "impegno" degli artisti, che cosa rimane? Il solo "impegno" degno di rispetto è quello che risponde ad una vocazione personale.

A un'osservazione del critico F. Virdia, nel 1967, Silone indica quello che chiama "il dovere dello scrittore" in generale (la sincerità è il suo primo dovere), precisa la sua particolare concezione sulle relazione fra letteratura e politica e, di conseguenza, la posizione da lui costantemente tenuta nella pratica dello scrivere, e infine denuncia l'equivoco della critica marxista:

Personalmente io mi sono sempre sentito impegnato nel senso più rigoroso che il termine ha nel gergo del Monte di Pietà [.] Ho sempre riprovato del concetto di impegno di Sartre o dei comunisti l'errore di farne una norma e un giudizio di valore. Si è visto a quali disastrose conseguenze conduce una tale aberrazione, quando tale norma diventa legge dello Stato, com'è avvenuto nei paesi oltrecortina.

Silone vuole farci intendere questo: in lui la vocazione di scrittore si identifica con la vocazione sociale-politica, ma egli è ben lungi dal pretendere che anche per gli altri i due fatti vengano a coincidere. Silone afferma la totale libertà dell'individuo:

Non credo raccomandabile indurre altri scrittori, che spontaneamente non se la sentono, ad attenersi al medesimo criterio. Ogni scrittore deve esprimersi con la sua voce: non deve parlare o cantare in falsetto.

E' dunque affermata l'autonomia dell'arte, condizione indispensabile per l'autenticità e validità dell'opera letteraria, così com'è proclamato il dovere che ha una società verso i suoi artisti di rispettarne la sincerità. Silone invita lo scrittore a un esame di coscienza, a cercare in sé i motivi di fondo del nichilismo della nostra epoca, nella quale l'intelligenza viene separata dalla morale, a mettere in discussione se stesso. Solo così lo scrittore potrà riprendere nelle società quella funzione di guida che ha spesso tradito, avido di popolarità e di successo, e che consiste nell'illuminare l'opinione pubblica sulle questioni da esso studiate e approfondite. Silone è convinto che la letteratura ha una sua dignità e potenza che deve conservare, e lo può soltanto a patto di non servire altra causa che quella della verità.

b) Per questa via è anche risolto, d'istinto, il problema del rapporto moralità-poesia, che si ristabilisce fra i due valori un circuito che pare interrotto da tanta letteratura contemporanea. E di natura sostanzialmente morale sono i termini stessi con cui Silone imposta e conduce tutto il suo discorso teorico: si parla di "dovere", "dovere morale" dello scrittore, e non di "obbligo", e si qualifica "umile e coraggioso" il servizio della verità. La letteratura, l'arte, come la cultura, sono pertanto ricollegate alla loro vera radice: l'eticità dell'artista. Illuminante a questo proposito è un passo del saggio "La scelta dei Compagni":

La parola intellettuale io l'uso in senso preciso: indico così tutti coloro che contribuiscono alla formazione di una coscienza critica in seno alla loro epoca.

In esso, in base al principio della libertà dell'arte, prima di giudicare caduca e provvisoria la visione nichilistica dell'uomo d'oggi, quale ci è presentata da scrittori e artisti, l'autore intesse per un certo verso l'elogio degli stessi, perché ne ammira la sincerità "senza la quale non esiste né moralità né arte", e riconosce loro il merito di porre l'uomo davanti a se stesso. Ma, d'altra parte, considerando i risultati, constata che nella situazione nichilista "né la letteratura né le arti figurative possono prendere dimora stabile". E propone come via d'uscita a questa situazione "l'esplorare coraggiosamente l'intera superficie" per ritrovare "un qualche valido senso dell'umano".

c) L'oggetto dell'arte si può facilmente ricavare dalle proposizioni precedenti: ciò che lo scrittore sente con sincerità e con passione e conosce a fondo: il mondo dei suoi interessi, problemi, sentimenti. Per quanto lo riguarda personalmente, Silone dice:

la sola realtà che veramente mi ha sempre interessato è la condizione dell'uomo nell'ingranaggio del mondo attuale, in qualunque sua latitudine o meridiano. E naturalmente mi sento, ovunque, dalla parte dell'uomo e non dell'ingranaggio. Se i miei personaggi sono più sovente contadini poveri, intellettuali e preti inquieti, burocrati di opposti apparati e se si muovono in un paesaggio arido, ciò non accade per la mia predilezione di un certo colore locale. Questa è la realtà che meglio conosco: la porto, per così dire, in me stesso, e in essa la condizione umana del nostro tempo mi appare più spoglia, quasi a nudo.

Al centro dell'interesse siloniano è l'uomo nel suo rapporto con gli altri: rapporto difficile, spesso tragico, ma che coinvolge la nostra responsabilità di uomini d'oggi. Questo rapporto è studiato preferibilmente nell'ambiente che l'autore ha più familiare, in una "contrada" a lui "ben nota": la sua terra d'origine; ed è riflesso nelle situazioni dei personaggi dei romanzi e nelle reazioni del protagonista, in cui l'autore trasfonde tanta parte di sé e che rimane sostanzialmente lo stesso anche sotto nomi diversi e con quelle modifiche che il variare delle situazioni comporta e l'evolversi dello spirito dello scrittore impone:

La Storia di Pietro Spina in Vino e Pane, di Rocco in Una manciata di more, di Andrea in Il Segreto di Luca sono una filiazione dello Sconosciuto che fa la sua apparizione prima nell'episodio di Fontamara

E a giustificare questa continuità Silone aggiunge:

Se fosse in mio potere di cambiare le leggi mercantili della società letteraria, io potrei benissimo trascorrere la mia esistenza a riscrivere sempre con la stessa storia, nella speranza che così finirei col capirla e col farla capire, allo stesso modo come nel Medio Evo vi erano dei monaci che passavano l'intera esistenza a dipingere sempre da capo il Volto Santo.

E in Uscita di Sicurezza:

il bisogno di capire, di rendermi conto, di confrontare il senso dell'azione, in cui mi trovavo impegnato, con i motivi iniziali dell'adesione al movimento, si è impossessato interamente di me e non m'ha dato tregua e pace. E se la mia opera letteraria ha un senso in ultima analisi, è proprio in ciò: a un certo momento scrivere ha significato per me assoluta necessità di testimoniare, bisogno inderogabile di liberarmi da un'ossessione.

Lo scrivere diventa per questa via, nella ricerca di una ragione e di una giustificazione al nostro agire, anche la liberazione da un'ossessione e, insieme, testimonianza di una verità acquisita attraverso l'esperienza di vita.

Ora possiamo passare ad esaminare più nel dettaglio l'opera di Silone. Moltissimi dei tanti lavori dello scrittore abruzzese meriterebbero di essere esaminati con attenzione, ma per non uscire dagli spazi che richiede un lavoro come quello che sto affrontando, mi limiterò ad analizzarne solo i principali, omettendo estesi riassunti delle trame delle opere in esame.

Fontamara



La trama del romanzo è data dai fatti che si svolgono a Fontamara, piccolo borgo montano d'Abruzzo, nel corso del decennio Venti-Trenta, quando ai mali antichi della miseria e della fame se ne aggiungono dei nuovi legati all'oppressione fascista. La dittatura aggrava, con il sopruso legalizzato, un destino di ingiustizie economiche e sociali a cui il paese pare condannato, segnandone l'atto finale nello sterminio e nella dispersione degli abitanti.

La storia dei Fontamaresi vuol essere la denuncia dolorosa e forte di una miseria e di un sopruso sofferti dai poveri cafoni marsicani e, in genere, meridionali, sotto il fascismo. Ma il suo significato politico e sociale può essere più vasto: vi si potrebbe vedere, come ha fatto Lewis, una parabola dell'urto fra le comunità contadine più povere e remote, di qualunque paese o continente, e la politica, anzi la storia dei nostri tempi, che le raggiunge, ma solo per devastarle.

Né meno importatene il significato morale: implicito nel risentimento dell'autore di fronte all'iniquità, risentimento che si manifesta nelle forme della pena e del sarcasmo, diventa esplicito nel tono epico che via via assume il racconto: da esso esce l'immagine di un'umanità primitiva e rozza, ma capace di virtù eroiche. E qui è anche l'aspetto etico-religioso della vicenda: nel saper ritrovare la coerenza con se stessi e, più ancora, nell'aprirsi alla realtà degli altri, in questo "perdersi per salvarsi", in questo abbandonare i propri pregiudizi ideologici. Il messaggio del libro è calato in un preciso contesto storico e ambientale, il ventennio fascista e la realtà italiana. Del fascismo è evidenziato l'aspetto sopraffattore, violento e beffardo, d'arbitrio legalizzato, che sfrutta la connivenza dei pavidi e dei pigri intellettualmente; sono descritte alcune tipiche manifestazioni, ora di imbonimento, intese a stordire i perplessi, ora di intimidazione, volte a far tacere i nemici; ed è messa in luce la tendenza a esercitare un controllo sempre più capillare sul cittadino, a irretirlo nelle maglie della burocrazia.

Non vediamo i gerarchi, le grosse autorità, se non una volta di sfuggita. Davanti a noi sta concretamente solo la figura dell'Impresario, che è il simbolo stesso dell'autorità che prevarica, sfrontata e spregiudicata. Incontriamo invece spesso i piccoli zelanti esecutori degli ordini impartiti da questa: ipocriti come Innocenzo la Legge, o viscidi, come il cav. Pelino.

L'ambiente, la Marsica, è presente con la topografia dei suoi villaggi abbarbicati sui cocuzzoli dei colli, l'anfiteatro dei monti aspri e solenni, la piana rigogliosa, strappata alla palude, di cui a godere i frutti migliori sono gli altri, quelli venuti da fuori, i Torlonia, non gli abitanti. Ma, ancora più, la realtà regionale si riflette nella visione della vita dei cafoni. Silone avverte che il paesaggio non ha quel volto idilliaco e pittoresco che attribuisce al Mezzogiorno tanta letteratura celebrativa ad uso dei turisti stranieri. Il quadro è invece scabro e amaro, ritratto a linee dure e a colori cupi e in formi adeguate alla psicologia dei contadini, che non ne danno mai una visione panoramica, ma solo una descrizione per così dire a frammenti. Il paesaggio è parte integrante della vita che i Fontamaresi conducono.

L'azione è corale: vi partecipa come soggetto o come oggetto una popolazione intera. Tutta Fontamara è protagonista della vicenda. Dal coro si staccano alcuni personaggi che hanno però scarso rilievo: sono macchiette o tipi, più che caratteri bene individuati. Basta del resto pensare ai nomi: Ponzio Pilato, Papafasio, Teofilo; soprannomi, per lo più, come si usa nei paesi, ma riferibili a note di carattere che sono di tutta una categoria.

L'unico vero personaggio maschile è Berardo Viola, come l'unico tra quelli femminili è Elvira, comprimaria dell'azione, ma complementare a Berardo. La figura della madre Maria Rosa ha un ruolo subordinato alle altre due: illumina l'ostinazione e il coraggio del figlio con il suo tormento e insieme orgoglio di madre, e fa risaltare anche più il difficile amore di Elvira, mettendolo alla prova con la sua indifferenza. Berardo è l'eroe dei Fontamarsi, l'anima della ribellione. Il destino tragico di famiglia e l'indole selvatica e violenta lo predispongono a una vita irta di difficoltà, che egli affronta con la tempra del lottatore. Alla vigoria fisica, motivo di profonda ammirazione in paese e che ha una dimostrazione vistosa nell'episodio romano del sollevamento di un pesante automezzo, alla resistenza indomita alla fatica, che fa di lui un lavoratore d'eccezione in cerca di prove sempre più ardue, corrispondono ad una forza d'animo, una risolutezza ed una tenacia innegabili di fronte alla malignità della fortuna e alla malvagità degli uomini. Così l'alluvione che gli travolge il campicello, proprio quando comincia a verdeggiare delle prime piantine di mais, strappate alla terra a prezzo di sforzi e rinunce disumane, lo trova rassegnato e preparato, come una fatalità prevista.

Ecco, ecco; Naturalmente, naturalmente.

Queste sono le sole parole di commento al disastro, come se intendesse che la sventura è naturale, inseparabile compagna dei poveri e dei forti. E allo stesso modo, alla fine della storia, le torture e le percosse delle squadracce fasciste non riescono a farlo deflettere da una linea di condotta, che segue in un primo momento solo per suggestione del compagno di cella, ma che si impone poi per libera scelta, quando gli mostrano una stampa recante il suo nome e l'annuncio della morte dell'amata.

Questa volontà di lotta Berardo la trae, più che da una coscienza sociale, da due forze; l'attaccamento alla terra e l'amore per Elvira. Berardo ritiene che il cafone senza terra non sia un uomo: la proprietà è vista come il segno della dignità dell'uomo, della sua capacità di lavorare, di costruire qualcosa di suo e sul suo, di mettere da parte e di saper conservare quello che il padre gli ha lasciato. E' una convinzione radicata nella mentalità del contadino abruzzese. Berardo non possiede più il podere paterno: deciso a emigrare, lo ha venduto per pagarsi il viaggio in America. Bloccata l'emigrazione, non riesce ad entrarne in possesso, perché chi l'ha comperato, soddisfatto del buon affare, non intende rivenderlo. Ma Berardo non si rassegna a fare il bracciante. Da questa situazione nasce in lui il risentimento verso il ricco che specula sul povero, l'insofferenza dell'oppresso, il dramma dell'innamorato che senza avere del proprio non ritiene decoroso chiedere la mano della fanciulla più belle e virtuosa del paese.

L'amore in Berardo è un sentimento ardente e chiuso, violento nella gelosia verso chi osa mettere gli occhi su Elvira, ma pieno di rispetto e delicato, come non ci si aspetterebbe da un omaccione così rude, nei confronti della donna prescelta, che ama con tenerezza e devozione, al pinto di abbandonare prima la lotta rivoluzionaria tra i Fontamaresi per trovare un lavoro più remunerato in città, ma anche, in seguito, al punto di andare al martirio, quando Elvira non c'è più. La fedeltà all'ideale, dia pure un po' confuso in lui, del riscatto sociale e la fedeltà a Elvira paiono a un certo punto porsi in antitesi fra loro. Ma il contrasto, nato da ragioni pratiche, cade sul terreno ideale. E' Elvira stessa a conciliare i due termini, dissipando l'equivoco, quando dichiara a Berardo che lo ama proprio per il suo coraggioso anticonformismo e le fa dispiacere che per lei abbandoni i compagni nel momento cruciale:

Se è per me che ti comporti in quel modo, ricordati che io cominciai a volerti bene, quando mi raccontarono che tu ragionavi nel modo contrario

Berardo al momento non ascolta le parole di Elvira, che commuovono tuttavia il suo animo, poiché è risoluto a trasferirsi in città per mettere insieme la somma che gli consenta di formarsi una famiglia. Ma sotto il calore di quella rivelazione di Elvira tornerà fra gli ostacoli a rifiorire in lui il germe della ribellione. Quindi la passione d'amore conferisce al personaggio una nota patetica, ma insieme ne approfondisce l'aspetto eroico e diventa così la voce più autentica della stessa coscienza di Berardo.

Per Elvira la fedeltà a un sentimento, a un'idea, al di sopra dell'interesse particolare è condizione di salvezza per l'uomo. E perché il fidanzato ritrovi la coerenza ai principi, Elvira offre la sua vita alla Madonna, che accetta l'offerta ed esaudisce la preghiera. Berardo, arrestato per caso nel suo girovagare per la capitale alla ricerca disperata di un'occupazione negata, con beffarda insistenza, dagli uffici di collocamento, gradualmente si esalta alle parole del compagno di cella, un attivista di Avezzano, e dichiara al commissario di essere lui il pericoloso individuo, ricercato dalla polizia, autore di atti di sabotaggio e di propaganda sovversiva, che si fa chiamare il Solito Sconosciuto. Il fontamarese si lascia quindi torturare e uccidere fingendosi il Solito Sconosciuto, e porta in questa sua determinazione non tanto la voluttà della morte, del farla finita, come sbocco disperato alla persecuzione e alla sfortuna per il povero, quanto l'intuizione del valore che il suo gesto può avere, di testimonianza eroica, attiva e operante tra quelli che restano. Così Berardo che potrebbe salvare la vita nel dichiarare semplicemente la sua identità, la perde per l'ostinazione a negarla. Ma nella visione a cui egli è approdato i due termini, salvezza e rovina, sono rovesciati, come per Elvira. Berardo si salva, cioè salve se stesso come uomo, proprio perché muore per gli altri: salvare la vita sarebbe tradire gli altri e se stessi.

Vino e Pane

L'interesse del romanzo è innanzi tutto autobiografico. Pietro Spina è l'alter ego di Silone, il quale di fatto non lasciò l'esilio in terra straniera se non alla caduta del fascismo, ma immagina di ritornare nella Marsica per sollevare i cafoni, per organizzare una "seconda rivoluzione" che rovesci la dittatura e instauri un regime "a immagine dell'uomo".

In questa finzione confluisce l'esperienza clandestina anteriore all'emigrazione, la nostalgia del paese natio, l'insofferenza dell'inerzia forzata. Ma c'è dell'altro. Il rivoluzionario che torna in Abruzzo non è più il comunista di stretta osservanza. Le accese e amare discussioni con i compagni marxisti e il diario segreto intitolato "Colloqui con Cristina" rivelano una crisi non solo in atto, ma già matura per una decisione: il distacco dal partito, alle cui direttive non si sente di conformarsi. Gli ripugna sottoscrivere la condanna di Bukarin solo perché questi non fa più parte della maggioranza, e non gli sembra serio esprimere un giudizio favorevole alla politica agraria russa, senza prima avere piena conoscenza della questione. Ma a chiarire i suoi rapporti con il partito e le motivazioni più vere della sua lotta è proprio la ripresa di un contatto più stretto con la sua gente. Quel contatto lo riporta a se stesso. Il ritorno assume allora una giustificazione più profonda:

Parve quindi a Don Paolo che il suo ritorno in Italia fosse stato, in fondo, un tentativo di sfuggire a quel professionismo rivoluzionario, di tornare nei ranghi, di ritrovare, a ritroso, il bandolo dell'intricata matassa.

Passando le vie di Orta, rivede il momento dell'addio alla società borghese. Non ha rimpianti: il suo cuore se ne è distaccato da tempo:

ho rivisto le spelonche dell'egoismo e dell'ipocrisia da cui fuggi. Mi sono sentito come un morto in transito nel paesaggio della sua vita precedente.

Però, ricorda la prima entrata in un circolo socialista, il distacco dalla Chiesa, il passaggio al marxismo, accettato come "regola della nuova comunità", riflette su quello che era diventata quella comunità: una "sinagoga", e conclude:

Tristezza di tutte le imprese che hanno come scopo dichiarato la salvezza del mondo. Paiono le trappole più sicure per perdere se stesso.

Il ritorno sollecita una risposta coraggiosa alla domanda piena d'angoscia: "sono stato fedele alla promessa?" e inoltre lo induce a misurare le aspirazioni ideali sulla realtà. Il compito che egli si propone si rivela duro, difficile. La società contadina è immatura: si lagna dei soprusi, ma è rassegnata alla miseria e all'ingiustizia, come a legge fatale, che ha gravato da sempre sull'esistenza dei cafoni, e accoglie l'ideale di Pietro con scetticismo, come un "sogno", bello, ma sempre un sogno. Il mondo degli studenti, borghesi o di più umile estrazione, se pur scosso da fremiti di scontento e anelante alla "seconda rivoluzione", si lascia facilmente frastornare dalla propaganda fascista e affascinare da mete meno rischiose, più vicine e proficue. Su tutti gli altri ha presa l'acquiescenza, consigliata dal "particulare", e grava la paura della persecuzione. I compagni di partito o si sono piegati acriticamente alle direttive dall'altro o hanno smesso di fare politica attiva. In questo clima Pietro attraversa momenti di grande sconforto, piange, rabbrividisce, quando ascolta i discorsi dei poveri e dei meno poveri. La sua parola cade al vento o sulla roccia o tra le spine. Egli scrive sul suo diario che i cafoni sono inaccessibili alla politica, ma poi aggiunge: "Forse essi hanno ragione". Questo gli insegna la nuova esperienza: continuare a lottare, anche nel momento in cui si avverte più cupo il senso della solitudine perché "noi siamo responsabili anche per gli altri", ma trovare nuove forme di lotta: non predicare una dottrina, bensì capire gli oppressi e aiutarli a capire, spingerli a pensare non solo al loro piccolo pezzo di terra, sebbene essi si rifiutino di farlo, persuasi che, tanto, non serve; risvegliare insomma delle coscienze, aiutare i diseredati ad umanizzarsi.

La missione del socialista non è tanto diversa da quella del sacerdote: don Benedetto dice di lui che "il socialismo è il suo modo di servire Dio". Il travestimento da prete, a cui Pietro fa ricorso come l'espediente più spiccio e meno rischioso per sfuggire alla cattura, finisce per diventare il segno esteriore di una vocazione missionaria. Se per Pietro c'è stata ribellione e c'è tuttora dissenso, essi riguardano la Chiesa storica, quella che tante volte ha prestato mano alla classe dominante e che "si è identificata con la società corrotta". La maggior differenza tra un certo tipo di preti e don Paolo Spada

consiste nel fatto che essi credono in un Dio domiciliato sopra le nuvole, seduto sopra una poltrona dorata, e vecchissimo.

mentre lui è persuaso che "Egli sia un ragazzo veramente in gamba e sempre in giro per il mondo". Anche se la sua religiosità si muove in una dimensione terrestre, il segno è tuttavia incancellabile. Pietro se ne rende conto particolarmente negli ultimi capitoli del romanzo, nei dialoghi con don Benedetto o Cristina, quei pochi che lo aiutano a perseverare nella sua ricerca, in mezzo a tanto cinismo: il vecchio professore di latino e greco, con la fede e la coerenza che gli sono costate la sospensione a divinis, la giovinetta figlia di possidenti, con la sua ansia di bene, il suo candore e il suo ardore. Scrive a Cristina:

non potremmo rimanere inattivi e consolarci con l'attesa di un mondo ultraterreno. Il male da combattere non è quella triste astrazione che si chiama il Diavolo; il male è tutto ciò che impedisce a milioni di uomini di umanizzarsi. Anche noi ne siamo direttamente responsabili. Vita spirituale e vita sicura non stanno assieme. Per salvarsi bisogna rischiare.

La Scuola dei Dittatori

La passione per la libertà, che anima i primi due libri di Silone, dà vita anche al terzo, scritto nel '37-'38.C'è un rapporto stretto fra questo saggio e i romanzi che lo precedono: il motivo d'ispirazione è il medesimo, pagine di saggistica sono frequenti in Vino e Pane e non mancano, anche se in forma elementare, in Fontamara. E insieme c'è uno svolgimento: La Scuola dei Dittatori segna lo spostarsi deciso dell'obiettivo sull'altro termine del contrasto, dal dramma dei Fontamaresi, dal travaglio di Pietro Spina, dalle vittime, cioè, ai soverchiatori, ai dittatori e al regime dittatoriale, analizzato nel suo formarsi e affermarsi. Il saggio, inoltre, rispecchia l'esigenza dell'autore di dare più ampio respiro al dibattito politico, presente nei romanzi, ma contenuto per ragioni artistiche.

In primo piano sono qui fascismo e nazismo, ma la panoramica del libro abbraccia tutti i regimi, dell'Est e dell'Ovest, che, sotto diverse etichette, hanno in comune il denominatore del totalitarismo. A Mr Doppio Vu che gli chiede:

Perché così di frequente, invece di fascismo, dite totalitarismo? Forse per non far torto ai comunisti?

Tommaso il Cinico-Silone risponde:

Per l'appunto. Ma anche per un giusto riguardo alle possibilità dittatoriali di qualche audace gruppo democratico o liberale.

La materia del dialogo si può articolare, seguendo la falsariga tenuta dal Prof. Pick Up, attorno a due nuclei: a) come si sono formate le dittature;

b) chi sono i dittatori e con quali arti sono venuti al potere.

a) Esaminando la situazione italiana dopo la prima guerra mondiale e quella tedesca alla vigilia della presa del potere nazista Tommaso mette in luce i fattori che preparano e promuovono l'avvento del totalitarismo. Essi sono:

·         la crisi della democrazia, con il degenerarsi di alcuni aspetti delle sue stesse istituzioni. Il logorarsi del regime parlamentare, il decadere della funzione legislativa, spesso ridotta a dibattito inconcludente, la caduta del livello morale degli eletti, la tendenza generale allo statalismo, alla centralizzazione del potere nelle mani di uno Stato-Provvidenza.

·         l'inettitudine del Partito d'opposizione, nei casi esaminati del socialismo, a sfruttare a proprio vantaggio la crisi dello Stato, ad attirare a sé le masse.

·         l'inefficienza dei Partiti al potere, della classe dirigente che, per la sua posizione conservatrice, non è in grado di fronteggiare una situazione d'emergenza; la mancanza di dinamismo, l'incapacità di infondere alle istituzioni ideali nuovi. Dall'altra parte la debolezza verso i centri di potere sempre più autonomi, il timore di osteggiare radicalmente la violenza, quando questa comincia a manifestarsi.

·         In queste condizioni matura il colpo di Stato, che deve essere appoggiato dall'esercito. Ma la condizione fondamentale è la disponibilità delle masse, non educate al culto della libertà e della democrazia, e quindi pronte ad abboccare a nuovi slogans.

b) Delineando la figura del dittatore, di cui si traccia anche una biografia indicativa, Tommasi individua la caratteristica inconfondibile nella esclusiva e sfrenata passione di dominare, nella quale trovano compenso altre frustrazioni. Alla libido dominandi si accompagnano di solito velleità artistiche e letterarie. Tommaso gli attribuisce quelle che sarebbero solo forme inferiori dell'intelligenza: la furbizia e la scaltrezza; ma soprattutto ne fa dipendere la grandezza esclusivamente dal favore delle masse. Il successo del dittatore è legato pertanto alla sua capacità di suggestione, che a sua volta dipende dal potere di autosuggestione, e che egli eserciterà adoperando l'identificazione delle speranze del popolo con i suoi programmi e con l'ispirare un credo, una mistica, un culto, con riti, simboli e feticci.

Quanto alle arti da impiegare, il dittatore, prima di tutto, non avrà programmi. La sua sarà la politica del possibile, saprà trasformarsi secondo le esigenze del momento. Unica regola che dovrà seguire con rigore sarà quella di impedire la discussione, essendo il dubbio il nemico del totalitarismo.

L'interesse del saggio sta nella ricostruzione pacata e lucida degli eventi dai quali germinarono fascismo, nazismo e comunismo, ma soprattutto nella diagnosi acutissima dei mali che la democrazia porta in sé, nelle stesse istituzioni, che possono, degenerando, assumere una pericolosità mortale, e inoltre nell'evidenza data alla forza che le masse rappresentano nella civiltà di oggi e al ruolo decisivo che hanno nel gioco politico, con il loro numero e la loro disponibilità, là dove non siano state educate al culto degli ideali democratici, primo fra tutti quello della libertà:

Il numero senza la coscienza è zavorra servibile a tutti gli usi personalistici.

Le dittature infatti trovano la materia a cui imprimere la loro forma nei popoli stanchi dell'inefficienza di un regime democratico e pronti a seguire l'uomo che ne catalizzi le energie, accendendone l'immaginazione e accogliendone aspirazioni e speranza.

Sono pagine di impressionante attualità, come mirabilmente divinatorie sono quelle dell'ultimo capitolo, sia dove, parlando della fine della dittatura, tra le possibili occasioni l'autore pone in primo piano la guerra, calamità dei dittatori (ricordo che il libro è del '38), sia, ancor più in là, dove prevede, dopo la dittatura, la difficoltà a organizzare la politica in forme veramente libere. Dal canto suo Tommaso, pur ammettendo di fare "congetture astratte", auspica l'approdo a un umanesimo libertario, che liberi l'odierna civiltà di massa dall'eccesso di statalismo.

Nelle prime pagine, tra gli esuli che furono creatori di scienza politica, Tommaso cita per primo Machiavelli. Il riferimento può essere interessante per rilevare, in un abbozzo di confronto, alcuni caratteri di questo trattatello di Silone, tanto più che l'accostamento tra i due scrittori è diventato un luogo obbligato della critica. Al Principe può richiamarsi, in parte, lo schema del dialogo, ma ancor più il metodo di lavoro dell'autore, che trae, per così dire, leggi generali sulla formazione del totalitarismo, partendo dalla "verità effettuale", dallo studio delle simulazioni e dei fatti relativi alla storia del fascismo e del nazismo, integrato da richiami alle tirannidi dell'antica Grecia, ai colpi di stato dell'Ottocento e del Novecento in Europa e in America, che possono servire a confermare una legge o a illustrare le varianti di un fenomeno.

Dal Principe l'opera si stacca tuttavia per molti caratteri fra cui la forma dialogica di tono conversativo, l'ironia di cui il discorso è screziato, il fatto che all'osservazione lucida degli eventi politici, diplomatici e militari si unisce una viva attenzione all'aspetto economico e sociale e la conoscenza, oltre che della politica, della sociologia, della psicologia e ella psicanalisi, integrate da nozioni di antropologia ed etnografia, il complesso cioè delle nuove scienze che permettono non solo di sondare l'animo degli individui, ma anche di penetrare negli istinti e negli umori delle masse, di quel popolo che per il Principe è vulgo, strumento passivo di dominio, per il dittatore è l'elemento da cui egli trae la sua forza.

Ma ciò che discrimina in maniera sostanziale le due opere è la condanna, da parte di Silone, della visione politica come arte, come tecnica:

La tendenza a considerare la politica come mera tecnica è un residuo intellettuale del Rinascimento.

Una frase che nel contesto della pagina in cui è inserita trova il suo chiarimento nell'opposizione scienza-istinto; l'istinto, che per un uomo politico, un dittatore, vale, ai fini pratici, più della scienza, ma nel contesto dell'intera opera siloniana assume il significato di un rifiuto a subordinare l'uomo allo Stato. Senza contare che quello stesso partire dalla verità effettuale per rievocare la serie degli eventi, cogliendone il rapporto causa-effetto, e più ancora l'indagare la personalità dei capi e dei loro gregari e le reazioni dei popoli risponde in Silone a un bisogno fondamentale: quello di capire e di chiarire come e perché i popoli perdano la libertà, chi siano i dittatori coi quali a un certo momento le masse si identificano, a che cosa debbano la loro fortuna. Così se il fine dichiarato dallo scrittore è di insegnare ai capi come instaurare una dittature, il fine vero viene a coincidere con quello del manuale di Tommaso, che vuole mettere in guardia i cittadini dai pericoli che insidiano un paese libero, dalle facili tentazioni e dalle esaltazioni collettive.

Lucida condanna di un'idea asservita al potere personale: George Orwell

Sin dai principi programmatici della sua opera, George Orwell si dimostra un perfetto campione della tesi che stiamo tentando di provare in questo lavoro, come possiamo leggere nel suo pamphlet "Why I Write":

"Why I Write"

Every line of serious work that I have written since 1936 has been written , directly or indirectly, against totalitarianism and for democratic socialism, as I understand it. It seems to me nonsense in a period like our own, to think that one can avoid writing of such subjects. everyone writes of them in one guise or another. It is simply a question of which side one takes and what approach one follows. And more one is conscious of one's political ideas, the more chance one has of acting politically without sacrificing one's aesthetic and intellectual integrity.

What I have most wanted to do throughout the past years is to make political writing into an art. My starting point is always a feeling of partisanship, a sense of injustice. When I sit down to write a book, I do not say to myself, "I'm going to produce a work of art". I write it because there is some lie I want to expose, some facts to which I want to draw attention, and my inital concern is to get a hearing. But I could not do the work of writing a book, or even a long magazine article, if it were not also an aesthetic experience. Anyone who cares to examine my work will see that even when it is downright propaganda it contains much that a full-time politician would consider irrelevant. I am not able, and I do not want, completely to abandon the world-view that I acquired in childhood. So long as I remain alive and well I shall continue to feel strongly about prose style, to love the surface of earth, and to take a pleasure in solid objects and scraps of useless information. It is no use trying to suppress that side of myself. The job is to reconcile my ingrained likes and dislikes with the essentially public, non-individual activities that this age forces on all of us.

George Orwell e la sua opera furono fortemente influenzati dalla vita che lo scrittore si trovò a trascorrere. Non ci può essere nessuna buona analisi della figura di Orwell e del suo pensiero politico che prescinda da un attento studio della sua vita.

George Orwell: vita di un idealista

Although not his real name, George Orwell was more than a nom de plume. For a decade or so before the publication of Animal Farm, in 1945, close friends and acquaitances had called him "George".

In choosing this name, plain, solid and very English, the man who had been born Eric Arthur Blair in Bengal in 1903 seemed to be presenting, probably deliberately, a particular view of himself. Orwell's self-charactezation as a blunt Englishman, decent and direct, is important in understanding his work.

Orwell's father, Richard Blair, was a government official in India. Although Orwell was very young when his mother, born Ida Limouzin (his father was French), in 1904 died, his Indian birth and his career suggested the colonial service when he left school. His education had been a mixed experience. He grew up in the south of England, his family not quite able to support the upper-middle-class image of themselves that, it seems, they would have liked. It was possibly his awareness of this that made him acutely sensitive to graduation of class.

At the age of eight Eric was sent to a preparatory school, St. Ciprian's, at Eastbourne, about which he wrote virulently in his essay "Such, Such Were the Joys". Then, at thirteen, he went to Eton. although Orwell looked back on himself as an oddity at Eton, it is clear that it was not a hostile environment. There was plenty of opportunity for reading and conversation, two activities to which he remained addicted for the rest of his life.

By the time the eighteen-year-old Eric Blair left Eton he had decided to join the Imperial Indian Police. In November, 1922 he arrived in Burma.

Five years later he returned to Europe, and resigned from the police force. He could stomach no longer his role as an instrument of imperialism. In his book The Road to Wigan Pier (1937), in which there is a passage of autobiography, he wrote about the effect of his Burma experience.

I had reduced everything to the simple theory that the oppressed are always right and the oppressors are always wrong: a mistaken theory, but the natural result of being one of the oppressors yourself"

Clearly, this theory, mistaken or otherwise, played an important part in the next phase of Eric Blair's life, when he might almost be described as testing it, from the point of view of the oppressed rather than the oppressor. He made up his mind that he wanted to be a writer, and with that in mind went to Paris, where he wrote and published his first articles. His Paris experiences, and his investigations of life on the road with tramps, both before and after his stay in Paris, provided the material for his first book, Down and Out in Paris and London (1933).

Between 1932 and 1936 Orwell continued to write and publish, but also taught in private schools, worked in a Hampstead bookshop and tried his hand at running a shop in Hertfordshire. He was reviewing books fairly regularly, and writing his first three novels. Burmese Days (1934), A Clergyman's Daughter (1935) and Keep the Aspidistra Flying (1936). Although he was being noticed as a writer he was not very successful, and financially life was a struggle. At this stage, although acutely aware of social and political issues, Orwell would not have described himself as a politically committed writer. Two crucial experiences were to change that.

Early in 1936 Orwell made a trip to Lancashire and Yorkshire to gather material for a book commissioned by the publisher Victor Gollancz. The book, The Road to Wigan Pier, was published the following year. An indication of the significance of this trip, which gave Orwell intimate contact with industrial depression, can be seen in this comment from a close friend, Richard Reese.

There was such an extraordinary change both in his writing and, in a way also, in his attitude after he'd been to the North and written that book. I mean, it was almost as if there'd been a kind of fire smouldering in him, all his life which suddenly sort of broke into flame, at that time

The second crucial experience was his involvment in the Spanish Civil War. In June, 1936, he married Eileen O'Shaughnessy. Seven months later he went to Spain and within a few weeks had enlisted to fight for the Republican cause. Soon afterward his wife also arrived in Spain.

In May, Orwell was seriously wounded in the throat. Although he recovered, his voice was permanently affected. Orwell was in Barcelona at the time when the Communists attempted to suppress the other revolutionary parties that were allied against the Fascists. He was caught up in the fighting that broke out, and his experience left a legacy of profound and bitter distrust of the Communists, although it did not shake his now firm belief in socialism. It was after the Barcelona fighting that he wrote in a letter to his old school friend Cyril Connolly:

I . at last really believe in Socialism, which I never did before.

Orwell wrote about his Spanish experience in Homage to Catalonia (1938). In fact, he had been lucky to survive, first because if his wound, and secondly because he himself was a target for the Communists. He and his wife had to make their escape from Spain, and were back in England early in July, 1937. Some months later Orwell was diagnosed as having a tubercular lesion in his lung, and for the next twelve years, until his death, illness increasingly dominated his life. In spite of this and all kinds of other difficulties, he wrote with, if anything, intensified energy and conviction throughout the years of the Second World War and its aftermath.

During the War he lived mainly in London. His output of essays, articles and journalism increased. He was frustrated at not being able to contribute directly to the war effort - he was medically unfit for the army. In august, 1941, he joined the staff of the BBC, becoming Talks Producer in the Eastern Section, bradcasting to India. At the same time he was contributing regularly to several newspapers and periodicals. After a little more than two years he resigned his post at the BBC, feeling that much of his time and effort there were being wasted. Shortly afterwards he became literary editor of the left-wing newspaper Tribune, and in December, 1943, published the first of his weekly "As I Please" columns. These, and the "London Letters" he wrote for the American Partisan review, reflect the range of his interests and involvments in political, domestic, social and recreational spheres. During these years, both Orwell and his wife led a life that was physically and emotionally demanding. They were in London during the worst of the bombing, and in fact were bombed out, but refused to allow the condition of war to change their lives. They frequently provided food and shelter for those in need and went without basic comforts themselves. In February, 1945, Orwell gave up working for Tribune to become a war correspondent for the Observer. He left for France almost immediately and followed the progress of the Allied armies through France and into Germany. While he was away his wife died under an anesthetic for what should have been a straightforward operation.

By this time Animal Farm was written and Orwell had been experiencing difficulties in finding a publisher. His own health was not good, and the profound blow of Eileen Blair's death and accumulating disappointments and difficulties took their toll. And he now had an added responsibility. In June, 1944, the Blairs had adopted a son, Richard, and Orwell was determined not to give him up. Neither the loss of Eileen nor the gain of Richard were allowed to interfere with his writing. He had produced sufficient substantial essays to make two volumes of collected material, Inside the Whale, and Critical Essays, which both appeared in 1946. But his major undertaking was now the writing of Nineteen Eighty-Four.

Orwell had been full of hopes that the spirit of co-operation and equality generated by the War and the effort to combact Nazism would lead to a genuinely socialist Britain. But in spite of the fact that the General Election of 1945 brought a Labour Government, Orwell saw all around him evidence of the re-establishment of old class attitudes. He also saw evidence of more ominous developments, which influenced the writing of "1984". Recent personal experience was not likely to relieve an increasing foreboarding. In April, 1947, intensely depressed by London, Orwell set up house on the Hebridean island of Jura with his small son and his sister, Avril Blair. He worked on "1984" and wrote a lot of articles and reviews. He was also preparing his last pre-war novel Coming Up for Air (1939) to launch a collected edition of his work to be published by Secker and Warburg. It was a rugged existence on Jura, and a long way from civilazation. To many it has seemed characteristic of Orwell's dogged refusal to compromise that he should have made his life on the remotest part of a remote island, far from doctors and friends at a time when his health was so precarious. By the end of 1947 he was in hospital near Glasgow, with inflammation of the lungs. although he was able to return to Jura briefly, he was never well again. Back in Jura in the autumn of 1948 he revised the first draft of "1984", doing most of the work in bed. Very ill by this time, he typed the final draft, this, too, done partly in bed.

In January 1949 Orwell was admitted to a sanatorium in the Cotswolds, seriously ill with tubercolosis. He corrected the proofs or "1984", wrote many letters and at least one review. He was planning another novel. In September he was transferred to University College Hospital. The following month he was married for the second time, to Sonia Brownell, who worked on the literary magazine Horizon, for which Orwell had written.

He died on 21st January, 1950.

Acutissima è l'analisi che Orwell fa degli avvenimenti della Rivoluzione Russa, di come siano stati travisati gli ideali marxisti in favore della mera sete di potere personalistica e di come la Rivoluzione si sia ridotta ad una mera farsa. Però la sua analisi va ancora più in là: il suo pensiero afferma come in qualunque cosa sarebbe errata anche una totale ed acritica adesione agli ideali propugnati da Marx. La sua critica investe il pensiero del filosofo tedesco in alcuni suoi punti, ma, soprattutto, afferma che ogni idea politica deve essere sempre "in fieri" e pronta a imparare dai suoi errori. Questa analisi è palese in "Animal Farm"

Orwell & Marx: Animalism against Marxism

"Every line I have written since 1936 has been written, directly or indirectly, against totalitarianism," quotes George Orwell in the preface to the 1956 Signet Classic edition of Animal Farm. The edition, which sold several million copies, however, omitted the rest of the sentence: "and for democratic Socialism, as I understand it". It is in Animal Farm, written in 1944 but not published until after World War Two in 1945, that Orwell offers a political and social doctrine whose ideas and ideals can be seen in all of his proceeding works. In an essay published in the summer of 1946 entitled "Why I Write" Orwell claimed to have been motivated over the preceding ten years by a desire to "make political writing into an art.² In the essay, he states that "in Animal Farm he had for the first time in his writing career consciously tried to achieve this goal to harmonize political concerns with artistry. Orwell, however, for reasons such as the omitted portion of his preface and misreadings of his novels, has been mislabeled a traitor of Socialism or a hero to the right wing by theorists and critics. His book, besides a parody of Stalinist Russia, intends to show that Russia was not a true democratic Socialist country. Looked at carefully, Animal Farm is a criticism of Karl Marx as well as a novel perpetuating his convictions of democratic Socialism; these are other inherent less discussed qualities in Animal Farm besides the more commonly read harsh criticism of totalitarianism. Orwell and Marx differed in their views on Socialism and its effects on religion and nationalism as well as Socialism's effects on society and its leaders. Orwell shared many of Marx's viewpoints, but he did not share with Marx the same vision of a utopian future, only the prospects of a worldwide revolution. Orwell's work indicates that he had read Marx with care and understanding. That he remained unconvinced and highly critical does not mean he did could not follow Marx's arguments; or rather, it could mean that only to a Marxist. It is in Animal Farm, lesser talked about for the author's social theories than Nineteen Eighty-Four, that Orwell's criticisms of Marxism can be seen as well as Orwell's social theory, which can be seen through a careful reading of what the animals refer to as Animalism. Animalism, as we will see, has its faults and inaccuracies, but Orwell's use of it is to put forth his own political and social doctrine based on remedying those faults. Orwell's Animalism, what I believe to be his moderately Marxist-Leninist ideology, is different from the animals', but it is Orwell's Animalism that can best be compared to Marxism.

Animalism, based on the theories of old Major, a prized-boar of Mr. Jones, is born early on in Animal Farm. The fact that old Major, himself, is a boar implies that political theory to the masses or a theorist proposing radical change and revolution are, themselves, bores, in the eyes of the proletariate more prone to worrying about work and survival. Old Major, however, is able to gather all the animals on the farm except the sleeping Moses, the tame raven, for a speech about a dream he had the previous night. In his talk, old Major tries to explain the animals' place in nature and how they can get out of it, very much like Marx's writing on the social consciousness of the proletariate in A Contribution to the Political Economy and the evil practices of bourgeois-controlled capitalism in The Communist Manifesto. "It is not the consciousness of men that determines their being" wrote Marx, "but, on the contrary, their social being that determines their consciousness". He also called for revolution by the proletariate in The Communist Manifesto to change the social structure of the state and its distribution of wealth. Orwell agreed with Marx's social arguments, but as we will later see, disagreed on many of his other beliefs. In Animal Farm, we can see his depictions of man as a social animal and his Socialist ideologies through old Major's very Marxist speech in the barn:

"Why... do we continue in this miserable condition? Because nearly the whole of the produce of our labour is stolen from us by human beings. There, comrades, is the answer to all our problems: It is summed up in a single word, Man. Man is the only creature that consumes without producing... He sets [the animals] to work, he gives back to them the bare minimum that will prevent them from starving, and the rest he keeps for himself... Only get rid of Man, and the produce of our labour would be our own... That is my message to you, comrades: Rebellion!"

Old Major, sanctified by the animals after his talk, is the visionary the animals needed to lead them out of their state of nature. But old Major, who dies three days after his speech is not a prophet nor is he representative of the nature of religion in Orwell's view of the state, only as the visionary philosopher responsible for perpetuating social change. It is Moses, the lone animal who slept through the speech, that represents religion. Though his name alone invokes an underlying religious meaning, when we look at the character and his interactions with the animals do we see his role as representative of the Church. Moses does no work; he only sits on a pole and tells tales of a mysterious country called Sugarland Mountain, where all animals go when they die. Moses, like Marx's view of religious institutions, is a tool of the state. Feeding off crusts of bread soaked in beer (an allegory for the body and blood of the ruling bourgeois) left by Mr. Jones, Moses is his especial pet, feeding lies and stories to the animals to give them something to live for. After old Major's speech was heard by the animals and his school of thought, to be known as Animalism, began to spread across the farm, only Moses was too stubborn to listen or pay any attention. Interestingly, after the animals successfully revolt, Moses disappears, only to return a little while later, after Napoleon, the eventual totalitarian leader of the animals, uses him as a tool just as Mr. Jones did. He begins to tell his stories again and gets paid in beer, just as he did before with the animals' leader. Orwell, unlike Marx, believed religion would not fade away after revolution because there would always be a people hard on their luck and looking for answers to questions and places they can go after they die where life is easier. Later, we will see Orwell's views on revolutions themselves. Orwell believed in a society that would always have a class of people who would always turn to religion. Not a dystopian theorist, as many believed after Nineteen Eighty-Four, Orwell was a theorist who was not in favor of any orthodox theories that were naive enough to believe such a class of people would not exist. His books might depict dystopian societies with ruthless leaders, but he did so to convince people how to stave off the ascension of such leaders. His reasons were simple; he favored no society where a leader like Josef Stalin, Big Brother, Napoleon the pig or Napoleon the emperor could emerge to destroy what could be a suitable society based on democratic Socialism. If such a society existed, as it does in Animal Farm, the same problems and social consciousness are still existent. Orwell wrote:

To accept an orthodoxy is always to inherit unresolved contradictions.

It is a belief not unlike Leon Trotsky's view on revolution. "Revolution is full of contradictions, wrote Trotsky. "It unfolds only by taking one step back after taking two steps forward". The paradox, however, is that Orwell wanted to show that capitalism was not the only social injustice nor the only cause for dystopian societies while Trotsky wanted to use the revolutionary process to overthrow a government.

Orwell believed that a nation would always exist where there are people, thereby allowing for nationalism, something Marx said, just like religion, would fade away after the Revolution. The Revolution in Animal Farm, clearly based on the Russian Revolution, did not keep nationalism from disappearing, a point Orwell makes clear early on. The animals, after revolting, are so proud of their newly formed state, that they take a green tablecloth and paint a white hoof and a horn on it similar to the hammer and sickle of the former Soviet Union. It is a flag that flies over the newly-named Animal Farm and at whose base lies a gun taken from a helper of Mr. Jones and later, the disinterred skull of the old Major.

Looking deeper at Animal Farm, we can see that Orwell's criticism of Marx through Animalism goes way beyond religion and the nationalism to revolution and the nature of man. The gun that sits at the foot of the flagstaff, besides being a reminder of the Battle of Cowshed, It is also a criticism on the method behind the Rebellion, thereby a criticism on Trotsky's methods of revolution as well. Whereas old Major's Animalism preached revolution through working "day and night, body and soul, for the overthrow of the human race, the animals revolted with war and bloodshed, symbolized by the gun and the war cry of Snowball (Trotsky) at The Battle of Cowshed: "The only good human being is a dead one". A serious objection by Orwell on Marxism and Trotskyism is their conviction of Socialism's victory by any means necessary. Though hard-working proletarian Boxer, after a subsequent attempt at taking over the farm by the humans, says:

I have no wish to take life, not even human life

when his damage has already been done, having killed a man. Boxer, representative of the anti-capitalistic Boxer Rebellion of 1900 in China, may speak of pacifism, but his words are coming from the mouth of a horse who has killed. To Orwell, Socialism through warring was just as decadent as what Socialism was supposed to overthrow capitalism. Orwell did not want war because it would put Socialism on the same scale as its enemy because, as Vladimir Lenin wrote, capitalism led to war not Socialism. Where Animalism stresses a long process and some sort of mechanism, classical Marxism misses the essential nature of revolution as a complex and extended process. It offers no conception of the natural sequence of stages in the revolution.

Another criticism Orwell had of Marx was the idea that one man could foresee the future and predict the actions of men, as Marx had done in many of writings. Orwell the novelist could write fictional political tales about the future as he did in Nineteen Eighty-Four, but he believed no man could accurately understand the nature by which man acts. He wrote:

The main weakness of Marxism is the failure of human motives... As it is, a Marxist analysis of any historical event tends to be a hurried snap-judgement based on the principle of plus value... Along these lines, it is impossible to have an intuitive understanding of men's motives, and therefore impossible to predict their actions.

It is a criticism evident after the rebellion in Animal Farm, as each animal's heart driven motivations drives them to individually try and make life better for themselves and leads the pigs towards greediness and the eventual assertion of power. The pigs go through the Jones's farm house and eventually come away with all its clothing, excess food and alcohol: three things that eventually set them apart from the rest of the animals. We can see this lead to the argument, inherent in the episode, that man will always be driven towards such things as private property, another evident criticism of Marxist belief. The materialistic understanding of society, however, is a nod to Marxist analysis, though the notion that men are so different that can not fully be understood is but another criticism.

Orwell did, however, want the tendencies that lead some men to guide societies and other men to obey them, to fade away; in effect, he wanted to change the state of nature that led to hierarchal social structures. As critic Alex Zwerdling eloquently puts it in Orwell and the Left: "The born victim and the born ruler; each acts his part in an almost predestined way. The victim's humility and shame become reflex responses; the ruler shifts uneasily between arbitrary assertion of power and the guilty gestures of charity. Orwell suggests that no amount of good will on either side can make this fundamental property of power tolerable. The task is to shatter the molds from which such men are made".

Orwell's disgust of the social structure that separated men and economic classes from one another can clearly be seen in an episode from Down and Out in Paris, where, as a dishwasher, Orwell noticed how social hierarchies developed everywhere. Referring to the fact that no workers in the hotel where he washed dishes could wear moustaches, he writes:

This gives some idea of the elaborate caste system existing in a hotel. Our staff, amounting to about a hundred and ten, had their prestige graded as accurately as that of soldiers, and a cook or a waiter was as much above a plongeur as a captain above a private.

Calling the set-up of the hotel staff a "caste system, Orwell implies that there is very little chance for upward mobility where one is employed as well the implicit nature of contentment within that system. Those at the bottom, like the horses in Animal Farm change very little when there are changes at the top of the system because they just want to do their job; maybe they want to do their job a little harder now, but nothing else changes, especially their place in society after realizing Napoleon is just another Mr. Jones.

They are the proletariat, like the plongeur in the hotel who only worries about keeping his job to keep his children fed and his days filled. It is a proletariate quite different than Marx's; it is a proletariate unaware of a lot going on around them and preoccupied with the notion of bringing home the bacon. Orwell's critique of Marx is that Marx believed too much in a rationalized, educated proletariate that, asserts Orwell, can never exist. To Orwell, the proletariate is too easily swayed by its leaders as well as its guiding ideologies. As mentioned previously, they are the leaders which Orwell detests just as much as a society that allows them to emerge. In Animal Farm, the proletariate is not very swift in recognizing its situations. The animals, indoctrinated by a discourse of revolution put forth by the pigs and perpetuated by the Seven Commandments painted on the barn wall and the song of the revolution, "Beasts of England", do not realize that as the state of their society changes every time the discourse gets molded by a leader, it stays the same. The Seven Commandments, by the end of the novel, eventually become one commandment and "Beasts of England", a song taught to the animals by old Major, is replaced by "Animal Farm", a song taught by Minimus, the poet. "The replacement of "Beasts of England"... Marks the crucial change from collective longing for a freer existence to a government-enforced enthusiasm for a utopia officially proclaimed as now achieved" (Twayne, 37). It is the replacement of "Beasts of England" where Old Major's (Marx's) Animalism, represented by its lyrics, graphically fails, succumbing to a simple song such as "Animal Farm". In Nineteen Eighty-Four, Orwell points out the eventual dystopian drawbacks of governmental control of the social discourse to a much further extent. In Animal Farm, it is Boxer, the hard-working horse who gives his life to the cause, who pledges his allegiance to Napoleon; his speech is indicative of the discourse fed to him day in and day out. What Ignazio Silone's Frank-and-file-Fascist thinks: "If my leader acts in this manner, it must be right!" Boxer says aloud. "Napoleon is always right,' intones the horse at just the crucial moment when a sign of his disapproval or even doubt might have stalled, if not thwarted, Napoleon's bid for sole power.

Boxer's trust in his leader is faulty because it is a trust in an orthodox philosophy of society such as Marxism, according to Orwell. Orwell's view on society is that of moderate Marxist. It is true that many faults are found in old Major's (Marx's) Animalism, but they are exploited so much so as to learn from them and further Orwell's own Animalism based on Marxist ideologies. Their lessons, Orwell's lessons, are that utopias such as old Major's might never exist and that an extremist ideology such as Marxism can never accomplish what it is intended to accomplish. We can see this if we look to the fact that Animalism, obviously communism, is significantly not instituted according to plan. The rebellion occurs spontaneously: once again Jones neglects to feed the animals, who break into the barn for food when they can stand it no longer. The revolution occurred not because of Marxist theory, but from a natural need, hunger. This is not to say though, that Orwell did not want change in the system.

Orwell did, like Marx, want revolutionary change to occur and agreed with the Marxist principle that rebellions would spread and hoped that they would eventually lead to new democratically Socialist societies. Orwell did not, though, believe that revolution would be successful. We see this in Animal Farm when Animalism is suppressed by farmers after word of the Rebellion and its apparent success spreads and animals turn rebellious. Though we hear little of these other societies, the idea that revolutionary social change is bound to occur in them comes in the form of what the farmers think when they listen to their animals singing Animalism's hymn, "Beasts of England": "Rumours of a wonderful farm, where the human beings had been turned out and the animals managed their own affairs, continued to circulate in vague and distorted forms, and throughout that year a wave of rebelliousness ran through the countryside. Bulls which had always been tractable suddenly turned savage, sheep broke down hedges and devoured the clover... The human beings could not contain their rage when they heard [Beasts of England]... Any animal caught singing it was given a flogging on the spot... And when the human beings listened to it, they secretly trembled, hearing in it a prophecy of their future doom" (45-46). The question emerging from this scene is how long can these farmers vent their anger on rebellious animals before those animals are driven so far as to rise up and rebel as Manor Farm's animals did, if they can at all. When a revolution does occur, however, as it does on Manor Farm, it eventually shatters and forms a whole new society in need of another, as it does on Manor Farm, a microcosm of revolutionary societies. It is a comment on the ever-increasing gap in the distribution of wealth and its affects on the proletariate as well as a criticism on Marxist theory of revolutions and dialectic materialism. Combined with Orwell's theories on man, "Orwell is opposing here more than the Soviet or Stalinist experience. Both the consciousness of the workers and the possibility of an authentic revolution are denied" (Williams, 73).

In Animal Farm, Orwell, like Marx in many of writings, wrote for the common man whose place in society was of utmost importance but of little recognition. Orwell's use of satire in the form of a "fairy story" as he calls it on its title page, to get his point across shows his indignation for hard-core ideological doctrines whose purposes are to lead to the eventual destruction of a society. Another general aim of Animal Farm as a satire is to offer itself as an example of temperate, responsible criticism, in no way a rancorous verbal assault. It is a generally sympathetic criticism of Marxism that offers to ease many of Marx's statements about man, revolution, religion and society. It is a moderate Marxism whose definitive ideas are not really stated, but whose ideology surely exists throughout the novel.

Orwell's Animalism shares many of the same beliefs as Marxism, but its political goals are not as extreme, its trust in revolution is not as confident and its (Orwell's) forecast of the future is not as utopian as Marx's. Successful Animalism is the political and social doctrine George Orwell waited years to write; often misconstrued and rarely considered more than a criticism of totalitarianism, its natural tendency to be compared with Marxism has been too often overlooked.

Ora possiamo vedere come Orwell e Silone si avvicinino per la totale avversione a ogni conformazione totalitaria del potere. Silone aveva sentito fortemente il bisogno di comunicare con sufficiente chiarezza le sue analisi sul fenomeno totalitario e sulle debolezze della democrazia scrivendo La Scuola dei Dittatori. In quell'opera si vedeva ancora una speranza; Silone aveva abbandonato la viziata politica attiva, ma credeva ancora nella importante figura di educatore che poteva avere lo scrittore; Orwell è disgustato dalle esperienza di vita ed è malato; il pessimismo in lui è totale. Il bisogno di dare forma alle sue idee sul totalitarimo sorge anche in Orwell, ma in lui trova un uomo quasi prostrato, sicuramente disilluso; Orwell allora facilmente adotta la forma del romanzo, descrivendo quella che potrebbe essere una possibile, mostruosa, futura civiltà, nel caso di excalation totalitaria.

Questo lo fa nel suo capolavoro, 1984.

Mass society nightmare: 1984

All the early work was really preparation for 1984, although I do not mean by this that the 1984 he actually wrote was the inevitable product of the earlier development. I simply mean that it seemed natural that he should ultimately give a picture of the future state, the state towards which all others were tending. That the picture he did give us was almost devoid of hope was not entirely due to the existing situation; his now deteriorating health must have hints in abundance factor. In his earlier work we can find hints in abundance of the malevolent superstate that might be building, but not until the end do we have the convinction that worst must thriumph.

1984 is a completely rational demonstration of the victory of irrationalism in politics and human society. The corrective it needs is the irrational faith that rational behaviour will never be wholly abandoned.

The best analysis of the political basis of the society existing in 1984 is contained in the work of the system's chief enemy, Emmanuel Goldstein, and to be found in his book, The Theory and Practice of Oligarchical Collectivism. (It is doubtful that such a person as Goldstein ever existed, but he is as necessary to social discipline in the superstate of Oceania as Trotsky had been to Soviet Russia and Snowball to Animal farm) Goldstein's analysis consisted of two parts, the War Situation and the Party Control.




It is possible to state his view of the War Situation in a series of propositions. There is no doubt at all that Goldstein's alalysis is accepted as a true one by Orwell. As Goldstein's book had been in all probability written by a member of the Inner Party of Oceania, it is also an official picture of the situation.

The first proposition is that three great superstates exist and necessary exist. None desire to defeat the other. There is a permanent war but the war cannot be crucial. It is merely a struggle for possession of the equatorial quadrilateral and the northern ice-cap. The primary aim of the war is to use the products of industry without raising the general standard of living. An all-round increase of wealth would threaten the destruction of hierarchical society. Therefore the essential act of war was the destruction of the products of human labour and war accomplished destruction in a psychologically acceptable way. In each case it is a merely internal affair; each state is virtually a self-contained universe.

Another proposition is that society had always consisted of three classes, the High, the Middle and the Low and that it had always been the aim of the Middle to replace the High by recruiting the support of the Low. During the 20th century the Middle dropped the old concepts of liberty and justice and planned to turn out the High and keep its position permanently by conscious strategy. By this time human equality had became possible and so, to the new High, it was no longer an ideal to striven for but a danger to be averted. One particular invention allowed the new aristocracy to maintain their position: this was the telescreen, transmitting and receiving simultaneously, with its consequent power over opinion. The new High realised that the secure basis for a modern oligarchy was collectivism. by this means economic inequality could become permanent.

The proles were no longer to be feared; they alone were granted intellectual liberty because they had no intellect.

Every Party member was capable of crimestop, the ability to stop short, as by instinct, of a dangerous thought. Blackwhite was the ability to believe and know that black is white. One of the chief weapons in the hands of the party was its constant alteration of the past so that every action and every policy change could be represented as completely consistent with whatever had gone before. The Party member must have no standards of comparaison and the infallibility of the party must be safeguarded. In Newspeak this thing were called doublethink. This was the power of holding two contradictory beliefs simultaneously and accepting both of them., to reconcile contradictions.

Society was controlled by four Ministries: the Ministry of Truth, which concerned itself with news, enterteinment, education and fine arts; the Ministry of Peace, which conducted the war; the Ministry of Love, which maintained law and order; and the Ministry of Plenty, which was responsible for economic affair. The three slogans of the party were:

We can see the effect of the destruction of history on the mind of the individual when we consider Winston Smith, who was not particularly adept at doublethink. When there were no external record to refer to, even the outline of your own life lost its sharpness. Some of the events you remembered had probably not happened. You found yourself remembering details of incidents without being able to recapture their atmosphere, and there were long blanck periods to which you could assign nothing. Winston was unable to control his private memories which spontaneously rose in rebellion against official records. But failure in doublethink was the major treason. Doublethink was a more powerful weapon than atomic power in the control of population, and it was of most value in the control of the past. "Who controls the past" ran the Party slogan "controls the future"; who controls the present, controls the past. Alteration of the past as a political weapon had been one of Orwell's subjects of study for some years.

In fact, many people today are already capable of doublethink and Orwell could also produce evidence of falsification from recent history. In "As I Please", he referred to an announcement in a London newspaper that Maurice Thorez, French Communist Leader, was returning from Moscow where he had been living in exile for the last six years. At the most the period had been five years, but this was not an unimportant mistake: it was done to make it appear that Thorez deserted from the French army, if he did desert, a year before the war and not after the fighting had started.

In a sense the society of 1984 already exists, only it has not been systematised. Or rather, it exists in patches and these patches will spread.

There is very little doubt that manipulation of statistic goes on to a very large extent today, particularly in coutries which indulge in large-scale economic planning and where the fulfillment of the plan is a matter of social and international prestige. The Ministry of Plenty had estimated the output of boots for one quater at 145000000 pairs. The actual output had been 62.000.000 and Winston was required to correct the original forecast. The only question which remains is why it was necessary to make any alteration at all. There was no free, enquiring mind who would ever check the figure or draw public attention to a descrepancy between plan and performance. In fact, the manipulation of statistic and the very existence of a Plan at all were probably the relics of the transition period, destined to disappear.

This new society was based on power-mania, but now the appetite is for power itself. This was a characteristic of the 20th century which Orwell had watched growing. The sheer joy in power over other people, partly sexual, seemed to be capturing large sections of humanity, particularly in the "advanced" countries. In "1984" we see the culmination of this trend.

Love is banned, hatred rules.

There are organizations, particularly for children, which canalise these emotions, which allow people to tyrannise over others in no matter how petty a way; the decent purposes of life have been blocked and forbidden.

Winston's fantasies are of no value to the State and they are symbols of the malcoordination which led to his downfall; he has lost the old decencies but he has been unsuccessful in replacing them with the new sanctions. Once you have started the descent of the slippery path it is doubtful if anything can save you. For most of the day you are in the field of vision of the telescreen, and you have no idea whether the Police have plugged in or not. Even at night you could give yourself away by a word muttered in sleep. The sensation of being watched or overheard without intermission will either conquer you entirely or bring any latent revolt into open. And that is what the Inner party want. They are not satisfied with unwilling obedience. Obedience had to be freely given or not at all.

Winston believed that the only hope of salvation lay with the proles, but he knew at the same time that they were powerless. The party naturally claimed to have liberated the proles from the capitalists, under whom they had suffered unspeackable agonies. At the same time, doublethink allowed the party to think of the proles as natural inferiors, who had to be kept in subjection. The Thought Police kept an eye on them but no attempt was made to indoctrinate them with Party ideology. All that was required of them was a primitive patriotism which could be appealed to when they were required to accept longer working hours or shorter rations. Sometimes they became discontented but they had no means of focousing their discontent.

Fundamentally the whole population was at the mercy of the Government, but the Government cunningly persuaded the population that it was their servant. Just as law had been abandoned (the free state !!! ), so there was no pretence of social morality. Many of the activities which liberal bourgeois states had condemned in the capitalistic 19th century were now revived, not because there had been a moral change but because the Government was prepared to indulge any criminal instinct if it strengthened the emotional tie between ruler and ruled. An example of this was the reintroduction of hanging as a public spectacle.

The Government naturally had a much more positive attitude towards sex than any previous one. What it could not allow was unhinibeted love between individuals. Love simply meant a loyalty stolen from the state