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Cina - TERRITORIO, Clima, Idrografia

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Cina - TERRITORIO, Clima, Idrografia

Cina

1

INTRODUZIONE

Cina (nome ufficiale Zhonghua Renmin Gongheguo, Repubblica Popolare Cinese), stato dell'Asia orientale, il terzo per estensione dopo Russia e Canada. È delimitato a nord dalla Mongolia e dalla Russia; a nord-est dalla Russia e dalla Corea del Nord; a est dal Mar Giallo e dal Mar Cinese orientale; a sud dal Mar Cinese meridionale, dal Vietnam, dal Laos, dal Myanmar, dall'India, dal Bhutan e dal Nepal; a ovest dal Pakistan, dall'Afghanistan e dal Tagikistan; a nord-ovest dal Kirghizistan e dal Kazakistan. Al di fuori della superficie continentale comprende circa 2.900 isole, la maggiore delle quali è Hainan Dao. La superficie totale del paese è di 9.571.300 km²; l'estensione delle coste è di 14.500 km. La capitale è Pechino.

La porzione nordorientale dello stato indiano di Jammu e Kashmir è rivendicata e occupata dalla Cina; il paese avanza inoltre una rivendicazione sulla sezione nordorientale dello stato indiano dell'Arunachal Pradesh e su alcune isole del Mar Cinese meridionale.



2

TERRITORIO

La vasta estensione longitudinale e latitudinale del paese (rispettivamente di 5200 e 5800 km) rende conto della grande diversità delle regioni fisiche che compongono il territorio cinese. Questo è in larga parte montuoso: oltre il 43% del territorio supera i 2000 m e circa l'84% si trova al di sopra dei 500 m. I rilievi più imponenti si trovano nelle sezioni occidentale e centrale, dove si ergono alcune delle catene montuose più elevate del mondo quali il Tian Shan, il Kunlun Shan e l'Himalaya. Nella parte orientale i rilievi si abbassano, fino a raggiungere le regioni pianeggianti, le quali costituiscono poco più del 12% della superficie complessiva del paese. Sono queste pianure alluvionali le aree più popolate, cuore storico del paese, percorse da alcuni dei fiumi più lunghi dell'Asia, come il Chang Jiang e lo Huang He. La complessa conformazione del territorio cinese include numerosi altipiani (i quali coprono circa il 26% della superficie totale), bacini depressionari, situati prevalentemente nelle regioni aride, ghiacciai e superfici lacustri.

2.1

Regioni fisiche

La Cina può essere suddivisa in sei grandi regioni fisiche, ognuna delle quali è caratterizzata da peculiarità geomorfologiche.

2.1.1

Il Nord-Ovest

Questa regione comprende a nord il bacino di Zungaria, area semidesertica delimitata a settentrione dai monti Altaj; a sud il bacino del Tarim, situato tra gli elevati rilievi del Tian Shan e del Kunlun. Esso comprende il deserto più arido dell'Asia, il Taklimakan. La sezione orientale del Tian Shan si divide in due catene tra le quali si estende la depressione di Turfan.

2.1.2

La Mongolia Interna

Situata nella Cina centrosettentrionale, la regione della Mongolia Interna è formata da un altopiano caratterizzato da deserti di sabbia, roccia e ghiaia che a est digrada in fertili steppe. Questa regione, delimitata a est dalla boscosa catena del Grande Khingan, comprende pianure ondulate divise da aridi tavolati rocciosi.

2.1.3

Il Nord-Est

Il Nord-Est comprende tutta la Manciuria a est della catena del Grande Khingan: si tratta di una vasta e fertile pianura circondata da monti e colline intervallate da innumerevoli valli. A sud si trova la penisola di Liaodong, le cui coste sono ricche di porti naturali.

2.1.4

Cina settentrionale

La regione è delimitata a nord dalla Mongolia Interna e, a sud, dal bacino del fiume Chang Jiang; qui si trovano l'altopiano del Loess, nel Nord-Ovest, caratterizzato da profonde vallate, gole e coltivazioni terrazzate; il bassopiano cinese, la più vasta area pianeggiante del paese, il cui fertile terreno ricco di limo è intensamente coltivato; i monti della penisola dello Shandong, a est, i cui versanti digradano in aree collinari verso la costa, e, infine, gli aspri e inaccessibili rilievi del Sud-Ovest.

2.1.5

Cina meridionale

Questa regione abbraccia la valle del Chang Jiang e le numerose regioni del Sud. La valle del grande fiume è costituita da una serie di bacini i cui fertili terreni alluvionali sono solcati da canali navigabili e costellati da laghi. A ovest si estende il bacino del Sichuan, un fertile territorio collinare intensamente popolato e coltivato, circondato dai contrafforti irregolari degli altipiani centrali. Gli altipiani meridionali sono compresi tra l'altopiano del Tibet e il mare: a ovest, quello dello Yunnan è circondato da una serie di catene montuose, separate da gole ripide e profonde; nel Guizhou orientale il paesaggio è dominato da spettacolari forme di roccia calcarea soggetta all'erosione carsica (vedi Carsismo). A est si estendono le colline di Nan Ling, diboscate e soggette a erosione e, lungo la costa, gli irregolari altipiani sudorientali, dove le baie e le numerose isole formano suggestivi porti naturali. A sud del Nan Ling si trova il bacino dello Xi Jiang. I numerosi corsi d'acqua della regione scorrono in fertili valli alluvionali; a sud di Canton si estende la vasta pianura del delta dello Zhu Jiang.

2.1.6

L'altopiano del Tibet

La sezione sudoccidentale della Cina è occupata dall'altopiano del Tibet; posto a un'altitudine media di 4.900 m sul livello del mare, è la regione più elevata della Terra. Morfologicamente tormentato, costituito da vasti affioramenti rocciosi alternati a pianure alluvionali, laghi salati e paludi, l'altopiano è attraversato da numerose catene e orlato dall'Himalaya a sud, dal Pamir e dal Karakoram a ovest, dal Kunlun Shan e dal Qilian Shan a nord. Qui si trovano le sorgenti di molti fiumi importanti del Sud e del Sud-Est asiatico, come l'Indo, il Gange, il Brahmaputra, il Mekong, e i già citati Chang Jiang e Huang He.

2.2

Idrografia

La Cina è solcata da circa 5000 fiumi, 1500 dei quali hanno un bacino idrografico con una superficie superiore a 1000 km². L'estensione della rete fluviale del paese si aggira, complessivamente, attorno ai 220.000 km, di cui 95 000 sono vie navigabili. Circa il 50% dei fiumi del paese, inclusi i tre più lunghi (Chang Jiang, Huang He e Xi Jiang) scorre in direzione ovest-est e sfocia nei mari cinesi, settori dell'oceano 636c22g Pacifico. Circa il 40% dei corsi d'acqua cinesi ha un corso endoreico: privi di sbocco al mare, questi fiumi vengono cioè assorbiti dal terreno e si riversano negli aridi bacini occidentali e settentrionali, dove le acque evaporano o filtrano nel sottosuolo formando profonde riserve d'acqua. I quattro maggiori fiumi della Cina, considerati tali per l'ampiezza del loro bacino di drenaggio, sono lo Huang He, il Chang Jiang, lo Xi Jiang e l'Amur.

Culla della civiltà cinese, lo Huang He (Fiume Giallo) è il fiume più importante della Cina settentrionale. Nasce nell'altopiano del Tibet, da cui cui discende con andamento tortuoso prima di riversare le proprie acque nel golfo di Bo Hai, una sezione del Mar Giallo. Nel corso della storia del paese le frequenti inondazioni dello Huang He, dalle conseguenze spesso disastrose, hanno determinato numerose deviazioni del corso fluviale.

Il Chang Jiang (Fiume Azzurro), che scorre nella Cina centrale, ha una portata dieci volte superiore rispetto allo Huang He ed è il fiume più lungo del continente asiatico; importante arteria di comunicazione, nasce anch'esso nell'altopiano del Tibet e sfocia nel Mar Cinese orientale.

Il fiume Xi Jiang, che nasce nelle montagne dello Yunnan ed è navigabile per la quasi totalità del suo corso, ha numerosi affluenti e diramazioni che formano il principale sistema idrografico della Cina meridionale.

L'Amur, il fiume più settentrionale della Cina e quarto fiume più lungo dell'Asia, segna gran parte del confine nordorientale con la Russia e sfocia nel mare di Ohotsk.

Nella cina occidentale, contrassegnata da forte aridità, i fiumi sorno rari e hanno corso endoreico; il principale di questi è il Tarim. Nella Cina orientale il Gran Canale, che si sviluppa per 1782 km in direzione nord-sud collegando Pechino con Hangzhou, è il più esteso sistema di canali navigabili del mondo.

La Cina è ricchissima di laghi d'acqua dolce. I più estesi del paese si trovano lungo il medio e basso corso del Chang Jiang, come il Dongting e il Poyang Hu, che costituiscono importanti bacini di riserva idrica. Nel delta del Chang Jiang si trovano inoltre il Tai Hu, il Gaoyou Hu e l'Hongze Hu.

Nell'altopiano del Tibet sono presenti numerosi laghi d'acqua salata, il maggiore dei quali è il paludoso lago Qinghai, situato nella bassa zona nordorientale. Anche nell'arida regione nordoccidentale e nelle zone di confine con la Mongolia si trovano numerosi bacini lacustri, spesso salati, come il Lop Nor e il Bosten Hu, a est del bacino del Tarim. Lo Hulun Nur si estende a ovest del Grande Khingan, in Manciuria.

In tutto il paese sono stati creati più di duemila bacini artificiali sia al fine di praticare l'irrigazione dei terreni sia per evitare gravi inondazioni; di questi il più esteso è il Long Men, sullo Huang He.

2.3

Clima

Il clima della Cina è prevalentemente continentale; in considerazione della vasta estensione latitudinale del paese si registrano tuttavia sensibili variazioni tra le regioni settentrionali e occidentali e quelle orientali e meridionali. Nelle prime si hanno condizioni semiaride o aride, nelle seconde temperate o temperate umide; nell'estremo sud e a sud-est si trova una limitata zona con un clima tropicale.

I monsoni esercitano una profonda influenza sul clima della Cina. Durante l'inverno, venti freddi e secchi soffiano dal sistema di alte pressioni della Siberia centrale, portando temperature basse in tutte le regioni a nord del Chang Jiang e siccità nella maggior parte del paese; in estate, aria umida e calda penetra verso l'interno dall'oceano Pacifico, portando precipitazioni e causando spesso tempeste e manifestazioni climatiche violente. Le precipitazioni diminuiscono rapidamente con l'aumentare della distanza dalla costa e sui versanti sottovento dei rilievi. Le temperature in estate sono relativamente uniformi in tutto il paese, in inverno variano notevolmente da nord a sud.

A sud della valle del Chang Jiang il clima assume caratteri subtropicali o tropicali, con temperature medie estive attorno ai 26 °C. Le medie invernali scendono dai 17,8 °C a sud ai circa 3,9 °C lungo il Chang Jiang. Sulle zone costiere si abbattono spesso tifoni che, concentrati soprattutto tra luglio e novembre, portano forti venti e piogge. Anche gli altipiani e i bacini delle regioni di sud-ovest hanno un clima subtropicale, con notevoli variazioni locali; a causa delle altitudini elevate, qui le estati sono più fresche e, grazie alla protezione dai venti del Nord, gli inverni sono miti. Il bacino di Sichuan è noto per l'elevata umidità: le piogge, particolarmente abbondanti in estate, superano i 990 mm all'anno in quasi tutta la Cina meridionale.

La Cina settentrionale, che in assenza di rilievi è esposta alle correnti provenienti dalla Siberia, ha inverni rigidi. Le temperature in gennaio variano dai 3,9 °C delle pianure dell'Huang He a circa -10 °C a nord di Pechino e nelle aree montuose a ovest; a luglio superano generalmente i 26 °C e, nel bassopiano cinese, si avvicinano ai 30 °C. Quasi tutte le precipitazioni sono concentrate nel periodo estivo e, generalmente, non raggiungono i 760 mm, diminuendo verso nord-ovest, dove l'ambiente è quello tipico della steppa.

In Manciuria il clima è simile a quello della Cina settentrionale, ma più freddo. In gennaio si registra una temperatura media di circa -17,8 °C, mentre le temperature di luglio superano generalmente i 22,2 °C. Le piogge, concentrate in estate, sono in media comprese tra i 510 e i 760 mm nelle zone orientali; più aride sono le aree a ovest del Grande Khingan, dove la media delle precipitazioni scende a circa 300 mm.

Nella Mongolia Interna e a nord-ovest prevale un clima semiarido. Le medie di gennaio rimangono inferiori ai -10 °C, ma scendono ulteriormente nella Zungaria, quelle di luglio superano generalmente i 20 °C. Le precipitazioni annuali sono inferiori a 250 mm, mentre nella maggior parte del territorio non superano i 100 mm.

Per le sue elevate altitudini, l'altopiano del Tibet ha un clima artico; nei mesi estivi le temperature non superano mai i 15 °C, con precipitazioni annuali ovunque inferiori ai 100 mm, a eccezione dell'estremo Sud-Est.

2.4

Flora

Data la vastità del territorio e la presenza di numerose e diverse regioni fisiche e climatiche, la vegetazione della Cina è molto varia. Nel corso dei secoli molte zone sono state diboscate per lasciare il posto a nuovi insediamenti e alle coltivazioni; le foreste naturali sono state salvaguardate solo nelle zone montuose più remote.

Nella regione a sud della valle dello Xi Jiang si trova una fitta foresta pluviale formata da sempreverdi d'alto fusto e palme. Una vasta regione caratterizzata da vegetazione subtropicale si estende a nord della valle del Chang Jiang e sulle pendici sudorientali dell'altopiano del Tibet; qui crescono la quercia, il ginkgo, il pino, l'azalea e la camelia, oltre a foreste di lauri e di magnolie con un denso sottobosco di arbusti e boschetti di bambù. Nelle zone montuose più elevate abbondano le conifere.

A nord della valle del Chang Jiang prevalgono foreste di latifoglie decidue, tra cui la quercia, il frassino, l'olmo e l'acero, mentre a nord, in Manciuria, crescono tigli e betulle, che lasciano il posto, nelle aree più settentrionali e più elevate, alla taiga. Le più importanti riserve di legname del paese si trovano infatti sui rilievi della Manciuria settentrionale, dove abbondano le foreste di conifere. La pianura della Manciuria, oggi intensamente coltivata, era un tempo caratterizzata da una vegetazione arbustiva e da limitate aree boschive.

Nella zona orientale, ai confini con la Mongolia, si incontrano steppe caratterizzate da una vegetazione arbustiva resistente alla siccità, mentre nelle più aride regioni nordoccidentali ampie zone prive di vegetazione si alternano ad aree limitate in cui crescono graminacee, e nelle zone desertiche arbusti di tamerici, mentre nelle aree irrigue domina il pioppo, tipica pianta riparia. Le zone più elevate dell'altopiano del Tibet sono dominate dalla tundra, con una ricca vegetazione erbacea e, in alcune zone, con boschi di abeti.

2.5

Fauna

Le specie animali presenti in Cina sono molteplici. Endemiche sono alcune specie di alligatori e salamandre, il panda gigante, che vive nelle regioni sudoccidentali, e il capriolo d'acqua (Hydropotes inermis), che si trova unicamente in Cina e in Corea.

Nelle regioni tropicali meridionali si trovano numerosi tipi di scimmie e, in alcune zone remote, carnivori quali l'orso, la tigre e il leopardo; questi ultimi vivono anche nella Manciuria settentrionale. Il leopardo delle nevi vive invece nel Tibet. Piccoli carnivori, come la volpe e il procione, sono diffusi un po' ovunque. L'antilope, la gazzella, il camoscio, il cavallo e il cervo popolano le zone montuose e i bacini occidentali; l'alce dell'Alaska si trova nella Manciuria settentrionale. Numerose sono inoltre le specie ornitologiche, tra cui pappagalli, fagiani e aironi.

Tra gli animali domestici troviamo il bufalo, uno degli animali da tiro più diffusi nelle zone meridionali dove si coltiva il riso; il cammello, nelle aree settentrionali e occidentali; lo yak, nelle regioni più elevate e nel Tibet.

Ricca è la fauna marina (tonno, granchio, gambero, delfino ecc.), soprattutto nelle acque sudorientali, mentre nei fiumi si trovano il salmone, la trota, lo storione e una particolare specie di delfino d'acqua dolce. L'allevamento ittico è molto diffuso.

2.6

Problemi e tutela dell'ambiente

A partire dagli anni Settanta la crescita della popolazione, lo sviluppo dell'economia e il continuo miglioramento del livello di vita hanno avuto come conseguenza una forte pressione sulle risorse e l'ambiente della Cina. Entro tempi brevi, l'aumento della richiesta idrica potrebbe provocare nel paese un grave problema di disponibilità d'acqua; a ciò si aggiunge il problema dell'inquinamento della maggior parte dei fiumi, soprattutto nelle aree urbane. Circa 35 miliardi di tonnellate di acque reflue di origine domestica, agricola o industriale - il 90% delle quali non sottoposte a trattamenti di depurazione e pertanto cariche di sostanze nocive - vanno a inquinare ogni anno 47.000 km di corsi d'acqua, con gravissime conseguenze sulla salute, sull'ambiente e sulla pesca fluviale.

La principale fonte d'energia del paese, il carbone, utilizzato nelle centrali elettriche, nelle abitazioni e nelle industrie, è responsabile del grave inquinamento atmosferico e del fenomeno delle piogge acide che affliggono i centri urbani. Nel 1990 il consumo energetico della Cina era responsabile dell'11% delle emissioni di anidride carbonica di tutto il pianeta, più di qualsiasi altra nazione. In Cina vive quasi un quarto della popolazione mondiale e in futuro l'innalzamento del tenore di vita potrebbe determinare un drammatico incremento dell'inquinamento atmosferico e dei problemi ad esso connessi. La prima centrale nucleare del paese è stata completata nel 1991; nel 1992 erano due le centrali nucleari operative e almeno un'altra decina erano pronte a entrare in funzione. Negli ultimi anni si sta tuttavia diffondendo un crescente scetticismo nei confronti dei benefici economici derivanti dallo sfruttamento dell'energia nucleare. Il paese dispone di limitate riserve di petrolio e di gas naturale. Il grande potenziale idroelettrico è sfruttato solo in parte, in quanto la costruzione di nuove dighe determinerebbe l'inondazione di intere vallate coltivate che costituiscono la principale fonte di reddito della popolazione rurale. Per tali ragioni la Cina è interessata allo sviluppo di fonti di energia alternative. Il governo partecipa inoltre al programma per lo sviluppo dell'energia solare dell'UNESCO che prevede il finanziamento di numerosi progetti rivolti allo sfruttamento dell'energia solare su vasta scala nelle zone rurali.

Il 17,1% (2000) del territorio del paese è coperto da foreste e terreni boscosi. La deforestazione sta minacciando gli habitat di numerose specie, alcune delle quali endemiche, mentre la rapida diffusione della desertificazione e dell'erosione del suolo ha ridotto notevolmente i terreni agricoli disponibili. Per far fronte a tali problemi sono stati avviati programmi intensivi di rimboschimento, che tra il 1985 e il 1990 hanno interessato 400 milioni di ettari di terreno desertico nelle regioni di confine.

La Cina ha un'antichissima tradizione in materia di protezione ambientale. Il principio della salvaguardia del patrimonio naturale è già presente negli insegnamenti di Confucio, di Lao Tze, del taoismo, del confucianesimo e del buddhismo. L'attuale governo ha istituito 400 nuove aree protette nazionali, che occupano il 6,4% (1997) del territorio. Esistono anche aree tutelate dalle amministrazioni locali, alcune delle quali, come il Parco forestale statale Zhangjiajie, nella provincia di Hunan Sheng, costituiscono un'importante fonte di reddito per le economie locali, in quanto attraggono numerosi turisti stranieri. La Cina possiede sette riserve della biosfera sotto la tutela dell'UNESCO; la più famosa è la Riserva naturale nazionale Wolong, istituita nel 1975 per proteggere l'habitat del panda. Nel 1985 il paese ha ratificato la Convenzione sui luoghi patrimonio dell'umanità; tra i 27 World Heritage Sites del paese ricordiamo il Parco nazionale di Lushan (1996), le grotte di Mogao (1987), i monti Wuyi (1999) e la Riserva naturale Jiuzhaigou (1992).

Le autorità cinesi hanno consentito la fondazione di una organizzazione ambientalista non governativa, la AGC (Academy of Green Culture), il cui scopo è di promuovere la protezione dell'ambiente e lo sviluppo sostenibile del paese. Uno dei principali progetti portati a termine dalla AGC è stato quello di impedire la realizzazione di un piano di diboscamento che avrebbe messo in pericolo l'habitat dell'ormai rara scimmia nasica.

Il governo cinese ha sottoscritto alcuni accordi internazionali sull'ambiente concernenti biodiversità, desertificazione, specie in via d'estinzione, protezione dell'ozonosfera, zone umide; ha sottoscritto, inoltre, la Convenzione sul Diritto del mare, il Trattato Antartico e i Trattati per il Legname Tropicale del 1983 e del 1994.

3

POPOLAZIONE

Il 93% della popolazione cinese appartiene al gruppo han, i cui tratti culturali sono relativamente omogenei grazie alla millenaria storia unitaria del paese; il resto della popolazione comprende oltre cinquanta diverse etnie, che si distinguono dagli han più per ragioni linguistiche e religiose che per caratteristiche somatiche. Le principali sono gli zhuang, presenti soprattutto nella regione dello Guangxi Zhuang; gli hui, o cinesi musulmani, che vivono nello Ningxia Hui, nel Gansu e nel Qinghai; gli uiguri (di stirpe turca) dello Xinjiang Uygur; gli yi del Sichuan, dello Yunnan e del Guangxi; i miao del Guizhou, dello Hunan e dello Yunnan; i tibetani della Regione autonoma del Tibet e del Qinghai; i mongoli della Mongolia Interna, del Gansu e dello Xinjiang. Tra gli altri gruppi di una certa consistenza si annoverano i coreani, i bouyei e i manciù; questi ultimi discendono dal popolo che conquistò la Cina nel XVII secolo, imponendo al potere la dinastia Ching (o Manciù).

3.1

Caratteristiche demografiche

La Cina ha una popolazione di 1.284.303.700 abitanti 2002, con una densità di 134 unità per km². Il dato rappresenta la media di una distribuzione geografica in realtà molto irregolare. La maggior parte della popolazione è infatti concentrata nelle province orientali, teatro dei maggiori eventi della storia cinese; qui gli han svilupparono modelli di insediamento molto diversi rispetto a quelli delle minoranze stanziate nelle regioni occidentali.

Nonostante la diffusione dell'industria e la recente costituzione di grandi poli produttivi, la Cina continua a essere un paese principalmente rurale e agricolo; l'urbanizzazione è avvenuta attraverso un processo lento e graduale, intensificatosi solo a partire dagli anni Ottanta del XX secolo; tuttora circa il 68% (2000) della popolazione vive in insediamenti rurali (ma nel 1970 era l'80%).

Nella seconda metà del XX secolo la Cina ha vissuto un impetuoso processo di transizione demografica. La prima fase, iniziata negli anni Cinquanta e durata fino agli anni Ottanta, si tradusse in una fortissima crescita della popolazione, che raggiunse il miliardo di individui intorno al 1990. Il calo della fecondità, passata da 6 figli per donna nei primi anni Cinquanta, a 3,26 nel 1975, a 2,4 nel 1985 e a 1,8 nel 1998, fu in parte bilanciato dalla diminuzione della mortalità; tra il 1950 e il 2000 la speranza di vita alla nascita passò infatti da 35/40 a 70 anni.

Il netto calo del tasso di crescita della popolazione registratosi negli ultimi anni è dovuto alla drastica strategia di contenimento delle nascite inaugurata negli anni Ottanta e soprattuto alle norme che penalizzano le famiglie con più di un figlio. Oltre a introdurre disincentivi fiscali, lo stato cinese ha favorito un rafforzamento della sanità pubblica rivolto alla diffusione di pratiche contraccettive. Il controllo delle nascite fa oggi parte del costume cinese; la contraccezione è largamente diffusa e vi fa ricorso circa il 90% delle donne sposate.

3.2

Lingua e religione

La lingua cinese comprende diversi dialetti. Alcune minoranze parlano lingue non cinesi, come il mongolo, il tibetano, il miao, il thai, l'uiguro e il kazako. La lingua principale è il mandarino (putonghua), che viene insegnato nelle scuole e la cui conoscenza è obbligatoria in tutto il paese. Il cantonese è il dialetto maggiormente usato dai cinesi all'estero, a causa delle grandi migrazioni verificatesi soprattutto dalla zona di Canton verso i paesi esteri e dell'importanza che riveste la regione di Guangdong nel commercio internazionale.

Le religioni, bandite dal Partito comunista cinese dopo la creazione della Repubblica popolare nel 1949, sono state nuovamente legalizzate dalla Costituzione del 1982. Le religioni più diffuse sono il confucianesimo, il taoismo e il buddhismo, seguiti dal cristianesimo e dall'Islam. Il buddhismo tibetano, o lamaismo, è ancora vietato a causa della sua relazione con il movimento tibetano indipendentista; si stima che, dopo l'occupazione cinese del 1950, più di 2700 monasteri tibetani siano stati distrutti. Vedi anche Religione cinese.

3.3

Istruzione e cultura

La Cina ha una lunga e ricca tradizione culturale, in cui l'istruzione ha avuto un ruolo importante. Ciononostante, nel 1949 l'80% della popolazione era analfabeta, mentre nel 2001 il tasso di alfabetizzazione raggiungeva l'98%. Uno dei più ambiziosi programmi promossi dal Partito comunista fu di garantire un buon livello di istruzione a tutta la popolazione; tra il 1949 e il 1951, più di 60 milioni di contadini frequentarono le "scuole d'inverno" organizzate nei mesi in cui essi non erano occupati nel lavoro dei campi.

Il sistema educativo cinese, particolarmente curato già negli istituti prescolastici quali gli asili-nido, si struttura in due primi cicli di base: la scuola primaria, della durata di sei anni, e quella secondaria, composta da due cicli di corsi triennali. Nell'attuale sistema, gli studenti più capaci che frequentano le scuole superiori vengono ammessi a corsi specializzati mirati a formare un'élite accademica. Dopo la scuola secondaria gli studenti possono accedere a istituti di istruzione superiore, soprattutto a indirizzo tecnico-scientifico, o universitari. Le principali università della Cina sono l'Università di Pechino (fondata nel 1898), l'Università di Hangzhou (1952), l'Università Fudan di Shanghai (1905), l'Università Nankai di Tianjin (1919), l'Università di Nanchino (1902) e l'Università di scienze e tecnologia della Cina a Hefei (1958).

I principali centri culturali del paese sono Pechino, Shanghai e Canton, che ospitano gli istituti artistici e culturali di maggiore interesse; tra questi si citano la Città proibita a Pechino, antica residenza imperiale oggi aperta al pubblico; il Tempio del Cielo e il Museo della Rivoluzione, sempre nella capitale; il Museo di scienze naturali e il Museo d'arte e di storia, che custodisce una delle più interessanti collezioni d'arte della Cina, a Shanghai.

Per approfondimenti riguardanti la cultura cinese, vedi Arte cinese; Letteratura cinese; Cinema cinese; Filosofia cinese; Musica cinese; Danza cinese; Teatro cinese; Mitologia cinese.

4

DIVISIONI AMMINISTRATIVE E CITTÀ PRINCIPALI

Il paese è suddiviso amministrativamente in 22 province (sheng), 5 regioni autonome (zizhiqu) e 4 municipalità (shi). La Cina considera Taiwan come ventitreesima provincia. Le province cinesi sono: Anhui, Fujian, Gansu, Guangdong, Guizhou, Hainan, Hebei, Heilongjiang, Henan, Hubei, Hunan, Jiangsu, Jiangxi, Jilin, Liaoning, Qinghai, Shaanxi, Shandong, Shanxi, Sichuan, Yunnan e Zhejiang. Le regioni autonome sono: Mongolia Interna, Guangxi Zhuang, Tibet, Ningxia Hui e Xinjiang Uygur. Le municipalità sono: Pechino, Shanghai, Tianjin e Chongqing. Hong Kong e Macao sono, rispettivamente dal 1997 e dal 1999, regioni amministrative cinesi a statuto speciale.

Le prime città sorsero nel XV secolo a.C., sotto la dinastia Shang, e si svilupparono come sedi politiche, amministrative e commerciali. Un ruolo speciale hanno sempre avuto le capitali (come Xi'an e Pechino) in quanto sedi del potere imperiale, con un ruolo simbolico molto forte.

Gli sviluppi dell'urbanesimo, contenuti sino agli inizi degli anni Ottanta, sono oggi esplosivi. In base ai dati del 1995, in Cina ci sono oltre quaranta città che contano più di un milione di abitanti; le principali sono Pechino, capitale e centro culturale; Shanghai, la città più estesa del paese e il più importante centro portuale; Tianjin, città portuale sul Gran Canale; Wuhan, importante porto fluviale, e poi ancora Canton, Chengdu, Chongqing, Harbin, Kunming, Lanzhou, Nanchino, Shenyang e Zhengzhou.



5

ECONOMIA

L'agricoltura è da millenni il tradizionale caposaldo dell'economia cinese. Essa si impose sulle pratiche pastorali delle popolazioni nomadi turche e mongole, acquisendo nel tempo un rilevante significato sociale oltre che economico; l'agricoltura e la classe dei contadini, nella visione confuciana, erano infatti centrali per il mantenimento dell'ordine cosmico. L'agricoltura cinese ebbe un forte sviluppo iniziale grazie all'introduzione di innovazioni tecniche sconosciute in Europa e allo sviluppo delle opere per l'irrigazione e il controllo delle acque, di norma realizzate dal potere centrale; per molti secoli si conservò poi scarsamente meccanizzata e fortemente condizionata dai fenomeni naturali.

A partire dall'XI secolo d.C., sotto la dinastia Sung, si sviluppò una economia basata, oltre che sull'attività agricola, sul commercio e su forme sofisticate di artigianato, i cui prodotti erano conosciuti anche in Europa. Alla crescita dell'attività scientifica corrispose peraltro un forte sviluppo delle tecniche agricole e in particolare di quelle per la coltivazione del riso, della seta, del cotone. Sotto la dinastia Sung la popolazione cinese passò in meno di due secoli da poche decine di milioni a più di cento milioni. Con i Ching la Cina conobbe un altro periodo di grande prosperità e di espansione demografica; verso la metà del XIX secolo contava infatti più di 300 milioni di abitanti.

Sconfitta nelle guerre dell'oppio, la Cina fu costretta a concedere alle potenze occidentali consistenti privilegi commerciali e territoriali. L'influenza occidentale, dalle sue basi nelle maggiori città portuali, si spinse verso l'interno del paese. La penetrazione occidentale ebbe effetti deleteri per la società e l'economia cinesi; il paese entrò in una profonda crisi, che nemmeno l'istituzione della repubblica nel 1912 avrebbe risolto. La frammentazione della Cina in una miriade di potentati controllati e difesi dai cosiddetti signori della guerra, l'esplosione del conflitto civile e l'occupazione giapponese peggiorarono la già gravissima situazione.

Nel 1949 la guerra, durata quasi trent'anni, si concluse con la vittoria delle forze comuniste guidate da Mao Zedong. Imposto un regime socialista e nazionalizzate tutte le risorse, il Partito comunista cinese avviò la ricostruzione della struttura economica del paese, rivolgendo una particolare attenzione alle aree rurali e all'agricoltura. Il nuovo governo diede infatti avvio a una riforma agraria che portò alla ridistribuzione della terra a 300 milioni di contadini che furono organizzati in cooperative agricole. Il primo piano quinquennale (1953-1958) cambiò il volto dell'economia cinese, apportando profonde modifiche in tutti i settori e in particolare in quello industriale, con la creazione di una potente industria pesante (vedi Economia pianificata).

Conclusa la collettivizzazione dell'agricoltura nel 1956 con la creazione di comuni rurali ("Comuni del popolo"), nel 1958 il governo cinese avviò un secondo piano quinquennale dagli ambiziosi obbiettivi. Negli anni successivi, gli effetti delle lotte al vertice del potere e una serie di clamorosi errori condussero al fallimento del cosiddetto Grande balzo in avanti, che gettò il paese nel caos e provocò una drammatica carestia nella quale trovarono la morte diversi milioni di persone.

Dopo il 1960 l'economia cinese entrò in un periodo di riassestamento; nel 1965 la produzione, fortemente sostenuta dal governo, raggiunse livelli paragonabili a quelli del precedente decennio. Un terzo piano quinquennale fu avviato nel 1966, ma la sua efficacia fu compromessa dalla contemporanea esplosione dello scontro politico della rivoluzione culturale.

Alla morte di Mao Zedong, avvenuta nel 1976, la Cina si era ormai affermata come uno dei maggiori paesi agricoli e industriali del mondo; in poco più di vent'anni, nonostante i drammatici periodi di crisi economica e politica, aveva raggiunto l'autosufficienza alimentare e creato un forte apparato industriale; inoltre, alla stragrande maggioranza dei cittadini erano garantiti i diritti all'istruzione e alla sanità. Rinsaldatosi sotto la guida di Deng Xiaoping, lo stato cinese promosse una campagna di sviluppo chiamata delle "quattro modernizzazioni" (dell'agricoltura, dell'industria, della ricerca scientifica, dell'esercito), che si proponeva di introdurre, attraverso una profonda ristrutturazione dei comparti produttivi, elementi di mercato nell'economia socialista. Altre misure introdotte negli anni Ottanta favorirono un ulteriore decentramento della pianificazione economica e la liberalizzazione dei prezzi al consumo.

La fase di espansione economica inaugurata alla fine degli anni Settanta fece della Cina la più grande potenza asiatica e una delle maggiori potenze economiche del mondo. Dopo il XIV Congresso del Partito comunista cinese, svoltosi nel 1992, la Cina adottò ufficialmente un sistema economico "socialista di mercato"; l'espressione, non priva di ambiguità, indica un sistema in cui lo stato non ha più il compito di detenere la proprietà dell'apparato produttivo, né di occuparsi direttamente della sua gestione, ma di far sì che lo sviluppo interessi tutte le regioni del paese e che la ricchezza sia equamente distribuita tra le classi sociali e continui a garantire il funzionamento di efficienti servizi pubblici.

Nel 1999 venne introdotta l'ultima importante innovazione, con il riconoscimento ufficiale della proprietà privata. La grande trasformazione economica, se ha fatto della Cina una formidabile potenza economica, ha tuttavia portato in pochi anni alla diffusione di nuovi fenomeni che espongono il paese a forti rischi di destabilizzazione: l'abbandono delle campagne e la concentrazione della popolazione nelle periferie delle città e nei poli industriali; l'aumento della disoccupazione, provocato dalla chiusura di molte industrie statali e dalla ristrutturazione dell'apparato amministrativo; la concentrazione della ricchezza nelle mani di una classe imprenditoriale non sempre all'altezza del suo ruolo; la comparsa di un esteso ceto di poveri; lo sviluppo di acute tensioni sociali, culturali, religiose nella società e tra le diverse regioni dell'immenso stato cinese.

Il prodotto interno lordo nel 2000 fu di 1.079.948 milioni di dollari USA, pari a un PIL pro capite di 840 dollari. Nel 2000 il settore primario contribuiva alla sua formazione per il 15,9%, l'industria (che comprende i settori manifatturiero, minerario, energetico ed edile) per il 50,9% e il settore dei servizi per il 33,2%.

5.1

Agricoltura

L'agricoltura, tradizionale risorsa economica del paese, continua a rappresentare un settore importante. I terreni coltivabili non coprono più del 14,5% della superficie complessiva del paese e si trovano soprattutto nelle regioni orientali. Il consistente aumento della produzione agricola avvenuto a partire dal 1949 e il raggiungimento dell'autosufficienza alimentare furono dovuti all'introduzione di moderne tecniche di coltivazione e ai cambiamenti apportati all'organizzazione dell'attività. Le comuni create nel 1958 - che nel 1979 erano circa 52.000 - divennero le nuove unità socio-economiche e garantirono il raggiungimento degli obiettivi posti dallo stato.

Il sistema permise di condurre esperimenti su grande scala, quali lo sviluppo di nuovi metodi di irrigazione e drenaggio. Questi, assieme a un uso massiccio di fertilizzanti, permisero di ottenere fino a tre raccolti l'anno, soprattutto nelle valli del bassopiano cinese e nel medio e basso corso del Chang Jiang, causando tuttavia l'impoverimento dei suoli. All'inizio degli anni Novanta lo stato, per combattere la carenza di derrate alimentari conseguente all'aumento della media dei consumi pro capite, riorganizzò il metodo collocando la famiglia al centro del sistema di produzione, concedendole di concordare singolarmente con le autorità locali i quantitativi da produrre e le eccedenze da vendere liberamente. La rigida pianificazione precedente, dettata dalla forte pressione esercitata sui terreni arabili, divenne più elastica e fu promossa un'economia di tipo misto, più rispettosa dell'ambiente e maggiormente remunerativa.

Per integrare la produzione, sono state recentemente create più di 2000 aziende agricole statali, alcune delle quali a scopo sperimentale o per la produzione di raccolti destinati ai mercati urbani o esteri. Queste aziende si trovano spesso in zone vergini dove la densità di popolazione rurale è bassa e dove attrezzature moderne, normalmente poco diffuse, possono essere utilizzate con efficacia.

5.1.1

Produzione agricola

Circa l'80% dei terreni agricoli è destinato alla produzione alimentare. La Cina è il primo produttore mondiale di cereali e di riso; quest'ultimo è la principale coltura del paese, e viene coltivato nella valle del Chang Jiang, nel delta dello Zhu Jiang e nel bacino del Sichuan, cioè nella sezione della Cina più soggetta al clima monsonico, con precipitazioni più elevate (la cosiddetta "Cina umida").

Un altro cereale di cui il paese è primo produttore mondiale è il frumento, coltivato a nord del fiume Huai, nel bassopiano cinese e nelle valli dei fiumi Wei e Fen, nella regione del Loess (la Cina meno piovosa). Nella Cina settentrionale e in Manciuria sono importanti le produzioni di miglio (di cui la Cina è il quarto produttore mondiale), sorgo e caoliang (un'altra specie di sorgo). Il mais occupa circa il 20% delle aree coltivate; la produzione di avena è importante nella Mongolia centrale e nella regione occidentale, principalmente in Tibet.

Altre colture di rilievo sono batate, patate, ortaggi e frutta, come quella tropicale, nell'isola di Hainan, mele e pere nelle province settentrionali di Liaoning e Shandong, e agrumi nella Cina meridionale.

Tra i semi oleosi si coltivano la soia (di cui è il quarto produttore mondiale) soprattutto nella Cina settentrionale e in Manciuria; arachidi, nello Shandong e nello Hebei; sesamo, girasole e, nel Sichuan, il tung.

Uno dei principali prodotti da esportazione è il tè, le cui principali piantagioni si trovano nelle aree collinari della valle del Chang Jiang e nelle province sudorientali di Fujian e Zhejiang. Lo zucchero viene ricavato soprattutto dalla canna, coltivata nelle province di Guangdong e Sichuan.

Fiorente è inoltre la coltivazione di piante tessili, tra cui il cotone, di cui la Cina è il maggiore produttore mondiale, concentrata soprattutto nel bassopiano cinese, oltre che nella regione del Loess, nel basso e medio corso del Chang Jiang. Altre importanti piante tessili sono ramiè, iuta, canapa, lino. Il paese è infine primo produttore mondiale di seta naturale, la cui produzione si basa sulla sericoltura, attività tradizionale del paese praticata nelle regioni centrali e meridionali, soprattutto nel delta del Chang Jiang.

5.2

Allevamento

In Cina l'allevamento costituisce una risorsa molto importante. Nelle zone agricole più sfruttate, la povertà dei terreni destinabili al pascolo limita fortemente l'allevamento di bovini, ovini e caprini. Ma in compenso è notevolmente diffuso quello dei suini, fondamentale per l'alimentazione. La pastorizia è largamente praticata nelle regioni occidentali, dove i pastori si dedicano prevalentemente all'allevamento di ovini, caprini e cammelli. Nelle zone più elevate del Tibet l'animale più allevato è lo yak, che fornisce latte e carni e di cui si utilizza anche lo sterco come combustibile, mentre con la pelle dell'animale vengono prodotti abiti e tende.

5.3

Pesca

Nonostante la pesca sia praticata tuttora con metodi piuttosto antiquati, la Cina è il maggiore produttore di pesce del mondo. Nel paese sono presenti numerosi allevamenti ittici, in particolare di carpe, uno degli elementi base dell'alimentazione cinese. Le principali regioni produttrici si trovano vicino ai distretti urbani nella bassa e media valle del Chang Jiang e nel delta dello Zhu Jiang. I mari più pescosi sono il Mar Cinese meridionale e il Bo Hai.

5.4

Risorse forestali

A causa di secoli di eccessivo sfruttamento, le risorse forestali cinesi sono ora limitate. Programmi intensivi di rimboschimento hanno ottenuto soltanto risultati parziali e nel 2000 le zone boscose ammontavano al 17,1% del territorio totale, fornendo una produzione di 291 milioni di m³ di legname.

La distribuzione delle foreste è molto irregolare: si trovano soprattutto in Manciuria, nel Tibet sudorientale e nello Yunnan. Un progetto importante prevede l'impianto di una cintura forestale continua lungo il lato nordoccidentale delle regioni semiaride, nel bassopiano cinese e nella Manciuria occidentale.

5.5

Risorse minerarie

La Cina possiede una grande varietà di risorse minerarie: nel sottosuolo cinese sono presenti circa 150 tipi di minerali diversi. Il settore dell'estrazione mineraria occupa il 4% della popolazione attiva. I giacimenti sono distribuiti in tutto il paese, ma le aree più ricche sono la Manciuria meridionale, soprattutto la penisola di Liaodong e le zone montuose del Sud. Sono presenti anche ingenti risorse energetiche. Le riserve di carbone, di cui il paese è il primo produttore al mondo, sono calcolate in 126.215 milioni di tonnellate e si trovano in Manciuria e nelle zone settentrionali; le riserve di petrolio (secondo le stime, 24 miliardi di barili), sono situate soprattutto in mare aperto, in Manciuria, nelle province nordoccidentali di Shaanxi, Gansu, Qinghai e nello Xinjiang Uygur.

I giacimenti di olio di scisto si trovano principalmente nel Liaoning e nel Guangdong. Le riserve di minerali di ferro sono localizzate soprattutto nella Manciuria meridionale, nell'Hebei settentrionale e nella Mongolia Interna centrale. I giacimenti di ematite si trovano nel Liaoning, nello Hubei, nella valle del Chang Jiang e nello Hainan; quelli di minerali di alluminio nel Liaoning e nel Shandong. La produzione di stagno raffinato copre l'8% della produzione mondiale; nel continente, soprattutto nello Hunan, si trovano ricchissimi giacimenti di antimonio e tungsteno. Sono presenti anche magnesite, molibdeno, mercurio, manganese, piombo, zinco e rame. In Manciuria e nelle regioni a nord-ovest sono stati scoperti giacimenti di uranio; altre risorse minerarie importanti sono il sale, il talco, la mica, il quarzo e la silice.

5.6

Industria

L'industria cinese iniziò a svilupparsi solo a partire dagli anni Cinquanta. Inizialmente la Cina si ispirò al modello sovietico, basando quindi lo sviluppo del settore sull'industria pesante. L'industria conobbe una grave crisi in seguito al fallimento del Grande balzo in avanti e alla sospensione, risalente al 1960-61, dell'assistenza economica e tecnica da parte dell'Unione Sovietica. Il settore riprese a crescere nel 1965, ma fu solo alla fine degli anni Settanta che iniziò il suo impetuoso sviluppo, favorito dalle riforme introdotte dalle "quattro modernizzazioni".

La ristrutturazione del settore favorì l'espansione della produzione dei beni di consumo e dell'industria edile, incentivata per migliorare le condizioni delle abitazioni urbane. Nel 1979, nell'intento di limitare il forte deficit, al settore industriale venne esteso il "sistema di responsabilità" già sperimentato nell'agricoltura. Tra le misure più importanti adottate nel periodo successivo, vi fu la liberalizzazione dei prezzi e la costituzione, sul modello capitalistico, di quattro zone economiche specializzate. Tra il 1978 e il 1985 il numero delle imprese private passò da 100.000 a 17 milioni.

Dal 1995 il comparto industriale subì ulteriori ristrutturazioni, anche se il previsto progetto di dismissione o di riconversione di migliaia di fabbriche statali fu realizzato solo in parte per i drammatici effetti che avrebbe avuto sull'occupazione (secondo le stime si sarebbero persi in poco tempo 30 milioni di posti di lavoro). Oggi il settore industriale cinese comprende ancora molte imprese statali (in via di ristrutturazione e di vendita a investitori privati) e il nuovo comparto privato, concentrato in gran parte nelle quattro zone economiche speciali, la cui produzione è destinata in massima parte al mercato estero. Queste zone sono molto competitive, non solo per i cospicui privilegi fiscali di cui godono, ma anche perché vi è praticamente sospesa la pur carente normativa del lavoro e le possibilità di sfruttamento della forza-lavoro sono enormi (un salario operaio è mediamente più basso di quello del resto della Cina ed equivale a circa un decimo di un salario operaio europeo).

5.6.1

Produzione industriale

Lo sviluppo dell'industria del ferro e dell'acciaio nel paese è stato prioritario fin dal 1949. Le principali aree di produzione si trovano in Manciuria nella Cina settentrionale e nella valle del Chang Jiang.

Un'industria pesante di rilievo è rappresentata dalla cantieristica e dalla fabbricazione di locomotive, trattori, macchinari per l'industria estrattiva e per la raffinazione del petrolio.

L'industria petrolchimica dispone di stabilimenti nella maggior parte delle province e delle regioni autonome cinesi; di rilievo quelli di Pechino, Shanghai, Lanzhou, Yueyang, Anqing e Canton. La produzione comprende fibre sintetiche, prodotti farmaceutici e materiale plastico. Una caratteristica dell'industria petrolchimica cinese è la presenza molto diffusa di piccoli stabilimenti che producono concime azotato utilizzando una tecnica di produzione, sviluppata nel paese, essenziale per mantenere fertili i terreni agricoli.

Particolarmente fiorente nel paese è l'industria tessile (cotone, seta, lana, lino, fibre sintetiche) che impiega più di quattro milioni di lavoratori; la maggior parte degli stabilimenti si trova vicino alle zone di produzione del cotone, come le province di Hubei, Hunan, Hebei e Shaanxi. Altre industrie importanti producono cemento, carta, biciclette, macchine da cucire, veicoli a motore e apparecchi televisivi.

La Cina è uno dei principali paesi produttori di elettricità del mondo; nonostante questo, il fabbisogno del paese non viene soddisfatto, principalmente nelle città, e per questo lo stato ha dato priorità allo sviluppo del settore, avviando la realizzazione di una serie di dighe, di cui le principali - e le più critiche da un punto di vista ecologico e sociale, poiché causeranno l'evacuazione di migliaia di villaggi e il trasferimento di diverse centinaia di migliaia di persone - sono previste sul fiume Chang Jiang. L'energia viene fornita soprattutto da centrali termoelettriche alimentate a carbone (79,81% del totale dell'energia prodotta), mentre le centrali idroelettriche coprono il 18,98% della produzione annua. A partire dagli anni Cinquanta nel paese si è impiantata una dinamica industria aerea, rivolta soprattutto alla costruzione di velivoli per l'aviazione militare; a partire dagli anni Settanta, con la costruzione del razzo Lunga Marcia, si è sviluppata l'industria spaziale, che finora ha messo in orbita circa 130 satelliti.

5.7

Flussi monetari e banche

L'unità monetaria cinese è lo yuan. Il sistema bancario è controllato dal governo; la Banca Popolare Cinese è l'istituzione centrale di finanziamento ed è responsabile dell'emissione di moneta.

5.8

Commercio

Un tempo il commercio interno cinese obbediva a leggi di pianificazione statale. Fino alla fine degli anni Settanta il governo forniva alle imprese di stato macchinari e materie prime e la distribuzione della merce era affidata ad agenzie statali. I prodotti di consumo richiesti dalla popolazione rurale venivano forniti da cooperative incaricate della commercializzazione dei prodotti. Olio, carne, zucchero, cereali e tessuti di cotone erano razionati e venduti a prezzi politici; i cereali venivano distribuiti nelle zone rurali come remunerazione per il lavoro effettuato.

Dal 1979 le imprese dello stato hanno una maggiore autonomia e sono libere di commercializzare parte dei loro prodotti. Nei centri urbani tale riorganizzazione ha portato alla rapida crescita di attività private (soprattutto nel settore dei servizi); nelle campagne sono stati riaperti i mercati, dove le famiglie possono vendere le eccedenze della propria produzione e acquistare altri prodotti.

Per quanto riguarda il commercio estero, nel 1979 la Cina abolì alcune restrizioni aprendo la strada all'investimento e a un aumento degli scambi commerciali. I prodotti maggiormente esportati sono petrolio grezzo e raffinato, tessuti di cotone, seta, abbigliamento, riso, suini, prodotti ittici e tè. I prodotti di importazione comprendono macchinari, automobili, fertilizzanti, caucciù e frumento. Il Giappone è il paese con cui la Cina realizza il maggior numero di scambi commerciali, seguito dagli Stati Uniti; tra gli altri si citano la Germania e Singapore. Un notevole impulso al commercio estero sarà dato dall'ingresso del paese nell'Organizzazione mondiale per il commercio (WTO), avvenuto nel dicembre del 2001.

5.9

Trasporti e vie di comunicazione

Due terzi del trasporto di passeggeri e metà del trasporto di merci viene effettuato su rotaia. Dal 1949 la rete ferroviaria è stata ampliata fino ad arrivare, nel 1999, a 60.000 km, di cui solo una piccola parte è elettrificata; quando il tratto Lanzhou-Lhasa (Tibet) sarà completato, la ferrovia collegherà tutte le province e le regioni autonome della Cina.

La rete stradale (1.402.698 km) collega oggi Pechino a tutte le province, le regioni autonome, i porti e i centri ferroviari ed è ampiamente presente anche nelle zone rurali. Nelle aree urbane il trasporto pubblico è ben sviluppato; molto diffuso è l'utilizzo della bicicletta.

Molti trasporti nel paese avvengono attraverso gli oltre 110.000 km di canali navigabili. I principali sono il Chang Jiang e il Gran Canale, che si estende da Pechino a Hangzhou. In alcune zone i canali di irrigazione e di drenaggio vengono usati dai contadini come idrovie interne. Anche i collegamenti marittimi sono importanti e la flotta mercantile cinese può contare su 3.280 navi (2001). Il trasporto aereo fu incrementato a partire dal 1980, con l'apertura dell'aeroporto internazionale di Pechino.

Il sistema delle telecomunicazioni non è ancora sufficientemente sviluppato e la maggior parte delle stazioni radiofoniche e televisive, il servizio telefonico e quello postale sono ancora gestiti dallo stato. Negli ultimi anni anche la Cina è stata coinvolta dallo sviluppo delle tecnologie informatiche, anche se la loro diffusione è ancora limitata alle nuove industrie industrie e ad alcuni settori dello stato, principalmente quello militare. Negli ultimi anni si è diffuso l'uso privato del computer, anche se per ragioni economiche e politiche (l'utilizzo delle reti telematiche e di Internet in particolare è sottoposto a rigidi controlli) il fenomeno è finora contenuto: nel 2000 i collegamenti a Internet erano solo 60.000 (0,5 ogni 10.000 abitanti); nello stesso anno negli Stati Uniti erano 42 milioni (1500 ogni 10.000 abitanti).

6

ORDINAMENTO DELLO STATO

Sorta nel 1949 alla fine di una lunga guerra civile, la Repubblica Popolare Cinese si basa su una Costituzione promulgata nel 1982 (la quarta; le altre tre furono redatte nel 1954, nel 1975 e nel 1978), che la definisce "stato socialista sotto la guida del Partito comunista". Negli anni Novanta sono state introdotte misure a garanzia dei diritti civili dei cittadini e della proprietà privata; le maggiori modifiche hanno riguardato il sistema economico del paese, sul quale è fortemente diminuito il controllo dello stato.

6.1

Potere esecutivo

Il presidente della repubblica viene eletto dall'Assemblea nazionale del popolo e rimane in carica per cinque anni. L'Assemblea nazionale elegge anche il primo ministro e il governo. Il primo ministro e il segretario generale del Partito comunista sono le figure più influenti dell'apparato statale.

6.2

Potere legislativo

Il sistema legislativo è basato sull'Assemblea nazionale del popolo (Quanguo Renmin Daibiao Dahui), composta da 2979 membri eletti dalle assemblee popolari municipali, provinciali e regionali e dalle forze armate per un termine di cinque anni. L'Assemblea nazionale del popolo è l'organo dotato di maggiori poteri; i suoi membri devono appartenere al Partito comunista oppure essere da esso approvati. L'Assemblea ha la facoltà di apportare modifiche alla Costituzione, stabilire i piani economici e approvare i bilanci dello stato, ma in pratica, a causa dell'alto numero dei suoi membri (2896 nel 1993), si riunisce una volta all'anno. Un Comitato permanente di 155 membri, da essa eletto, la sostituisce in diverse funzioni. Hanno diritto al voto tutti i cittadini a partire dai 18 anni di età.

6.3

Potere giudiziario

Il sistema giudiziario del paese poggia su norme consuetudinarie oltreché su leggi scritte; dalla fine degli anni Settanta la Cina ha in parte adeguato il proprio sistema giudiziario ed è stato riconosciuto ai cittadini il diritto alla difesa legale. L'organo più alto è la Corte suprema popolare, i cui giudici sono designati dall'Assemblea nazionale del popolo.

I reati per cui è prevista la pena di morte sono 68. Secondo Amnesty International, in Cina vengono eseguite ogni anno migliaia di condanne a morte.

6.4

Istituzioni periferiche

La Cina comprende 22 province, 5 regioni autonome e 4 municipalità; la Cina considera Taiwan come ventitreesima provincia.

6.5

Difesa

Le forze armate sono raggruppate nell'Esercito popolare di liberazione, che conta 2.310.000 effettivi (2001). Il servizio di leva dura tre anni.

6.6

Forze politiche

Il Partito comunista (Zhongguo Gongchandang, ZG) è l'unico partito riconosciuto. In Cina agiscono altri movimenti politici, alcuni dei quali sono riconosciuti e controllati dallo stesso Partito comunista, mentre altri, tra cui il Partito democratico e la setta Falun Gong, sottoposti a una dura repressione.

7




STORIA

Reperti archeologici scoperti nelle vicinanze di Pechino attestano l'esistenza dell'Homo erectus in quella regione 460.000 anni fa. Verso il 5000 a.C. una civiltà agricola sorse in Cina orientale, nella valle dello Huang He, sviluppando le due cosiddette "culture della terracotta": la cultura Yang Shao e la cultura di Longshan.

7.1

Le prime dinastie

La tradizione vuole che la prima dinastia cinese ereditaria sia stata la dinastia Xia (1994 ca. - 1766 ca. a.C.). Tuttavia, è la dinastia Shang quella di cui si hanno i più antichi reperti storici.

7.1.1

La dinastia Shang

La dinastia Shang regnò sul territorio delle attuali province centrosettentrionali di Henan, Hebei e Shandong. Dal 1384 a.C. la capitale fu Anyang, vicino al confine settentrionale della provincia dello Henan. La società Shang era di tipo gerarchico: il re era al vertice di una nobiltà militare ed era coadiuvato da una classe sacerdotale istruita, cui era delegata la responsabilità dell'amministrazione e della divinazione.

Secondo la tradizione, l'ultimo monarca Shang fu spodestato dagli Zhou, una dinastia proveniente dalla valle del fiume Wei, ai confini nordoccidentali dei domini Shang.

7.1.2

La dinastia Zhou

Sotto la dinastia Zhou (o Chou) la capitale fu trasferita a Hao, presso la moderna Xi'an e, al culmine del suo potere, i territori da essa dominati si estendevano verso sud fino ad attraversare lo Chang Jiang; verso nord-est fino all'attuale Liaoning; a ovest fino al Gansu e a est fino allo Shandong. Per governare un così vasto territorio fu creata una gerarchia di vassalli che col tempo divennero sempre più autonomi.

I re Zhou riuscirono a mantenere il controllo sui loro domini fino al 770 a.C., anno in cui molti stati si ribellarono e, con l'aiuto di popolazioni turco-tanguse, li scacciarono dalla capitale. Gli Zhou si ritirarono a est, stabilendo una nuova capitale a Lioyang.

Il periodo degli Zhou orientali diede alla cultura cinese i suoi tratti fondamentali. Dal secolo VIII al III a.C., nonostante l'estrema instabilità politica e il quasi ininterrotto stato di guerra, si ebbero una rapida crescita economica e profondi mutamenti sociali. I raccolti, più abbondanti, sostennero un costante aumento demografico. Alcuni signori smisero di mantenere schiavi e affittarono le loro terre a contadini tenutari; la maggiore ricchezza favorì il sorgere di un'influente classe mercantile.

I rapporti tra i singoli stati divennero comunque sempre più instabili. Nel 403 - e fino al 221 a.C. - la Cina entrò nel periodo detto dei Regni combattenti, nel corso del quale si svilupparono nuove tecniche belliche, come l'uso di soldati a cavallo (appreso dalle tribù del Nord), dell'arco, dell'assedio.

In questo lungo periodo si diffusero in Cina il legalismo (vedi Filosofia cinese), il confucianesimo e il taoismo.

7.2

Creazione dell'impero

Durante il IV secolo a.C. lo stato di Ch'in avviò un ambizioso programma di riforme amministrative, economiche e militari e, estintosi del tutto il potere degli Zhou (256 a.C.) nell'arco di una generazione, riuscì a soggiogare tutti gli altri Regni combattenti.

7.2.1

La dinastia Ch'in

Dal 221 a.C. Shi Huangdi, il primo imperatore della Cina, riunì la moltitudine di stati in un impero centralizzato amministrativamente e unificato culturalmente. Le aristocrazie ereditarie furono abolite e i loro possedimenti furono divisi in province governate da funzionari di nomina imperiale; furono adottati sistemi standardizzati di scrittura, di pesi e misure, e di moneta; fu introdotta la proprietà privata delle terre e furono imposte leggi e tasse. La ricerca di uniformità culturale portò i Ch'in a mettere al bando le scuole filosofiche, fiorite durante il tardo periodo Zhou, e a dare riconoscimento ufficiale al solo legalismo.

Shi Huangdi avviò una politica di conquista; le sue armate marciarono fino al delta del Fiume Rosso, nell'attuale Vietnam, estendendo il regno fino a comprendere parte dell'attuale Corea. La più nota impresa dei Ch'in fu comunque il completamento della Grande Muraglia.

Al pari delle imprese militari e architettoniche, che per il loro dispendio in termini economici e di vite umane causarono lo svilupparsi di un forte risentimento tra la popolazione, la politica imperiale di controllo sulle scuole di pensiero provocò una profonda avversione al regime da parte degli uomini di lettere. Alla morte di Shi Huangdi l'autorità centrale dell'impero venne meno e si svilupparono forti lotte per il potere.

7.2.2

La dinastia Han occidentale

Dalla turbolenza e dalle guerre che segnarono gli ultimi anni della dinastia Ch'in, emerse Liu Bang (in seguito conosciuto con il titolo di Gao Zu) che dopo avere sconfitto gli altri contendenti al trono, si autoproclamò imperatore nel 206 a.C. La dinastia Han, che egli fondò, governò per quattro secoli e da subito seppe intervenire sulle condizioni che avevano prodotto la caduta dei Ch'in; Liu riformò il sistema giuridico e fiscale e favorì la diffusione del confucianesimo e del taoismo.

La prima dinastia Han raggiunse l'apice della potenza sotto l'imperatore Wu-ti, che regnò dal 140 all'87 a.C. su quasi tutto il territorio dell'attuale Cina. L'impero cinese raggiunse la Manciuria del Sud e il regno coreano di Chao-hsien, penetrò il territorio dell'attuale Kazakistan e stabilì colonie attorno al delta dello Xi Jiang, nell'Annam e in Corea.

La politica di espansionismo provocò però forti spese e una nuova crisi finanziaria dell'impero; di conseguenza furono nuovamente aumentate le tasse e ripresi i monopoli di stato. Durante il I secolo a.C. i grandi proprietari, eludendo la raccolta delle tasse, acquisirono una vera e propria esenzione fiscale.

7.2.3

La dinastia Xin

Un cortigiano ambizioso, Wang Mang, deposto l'imperatore ancora infante, stabilì la breve dinastia Xin. Wang Mang cercò di rafforzare il governo imperiale nazionalizzando le terre e ridistribuendole tra coloro che effettivamente le coltivavano, ma il suo proposito naufragò di fronte alla strenua opposizione della classe dei proprietari terrieri. La crisi agricola si intensificò e nella Cina del Nord scoppiò una ribellione, capeggiata da un gruppo noto come "Sopracciglia rosse", cui subito si unirono le famiglie dei grandi possidenti; i ribelli riuscirono a uccidere Wang Mang e a ristabilire il regime della dinastia Han.

7.2.4

La dinastia Han orientale

La seconda dinastia Han ristabilì il dominio cinese in Asia centrale e, grazie al controllo acquisito sulla via della Seta, il commercio divenne di nuovo fiorente. La nuova dinastia rivelò presto debolezze e inefficienze amministrative che provocarono violente lotte di potere. Nel 184 scoppiarono inoltre due rivolte contadine, guidate da gruppi religiosi taoisti. Le famiglie dei grandi proprietari terrieri, approfittando della debolezza del governo imperiale, si dotarono di eserciti privati.

7.3

La divisione

Alla fine, nel 220, uno dei più valorosi generali dell'impero Han si impossessò del trono e diede inizio alla dinastia Wei (220-265). La sua autorità fu però presto messa in discussione da altri capi militari: la dinastia Shu Han (221-263) fu stabilita nella Cina sudoccidentale, mentre una dinastia Wu (222-280) comparve nel sud-est. Durante il periodo detto dei "Tre Regni" la Cina fu attraversata da una guerra incessante. Nel 265 Sima Yan (un generale Wei) usurpò il trono e stabilì la dinastia Chin occidentale (265-317); entro il 280 egli aveva già riunito il Nord e il Sud della Cina sotto il suo regno, ma alla sua morte (290) l'impero tornò a sgretolarsi, nuovamente preda delle lotte per il potere.

Le tribù turco-mongole, che gli Han erano riusciti a respingere, approfittarono della debolezza del governo per acquisire nuovi pascoli nel fertile bassopiano cinese. Le invasioni iniziarono nel 304 e si succedettero ininterrottamente per quasi tre secoli. Nel Sud del paese, nella regione di Nanchino, si susseguirono quattro dinastie cinesi. Nel Nord, nel 336 si affermò la dinastia dei Wei, che fu capace di estendere il proprio potere su tutto il bassopiano cinese e di avviare l'ennesimo processo di riunificazione dell'impero. Alle altre tribù di frontiera fu riconosciuta ampia autonomia in cambio dell'obbligo del servizio militare; a corte furono adottati usi, costumi e abbigliamento di stile cinese, e il cinese divenne la lingua ufficiale. Nel 534 la ribellione dei capi tribù all'autorità centrale dell'imperatore determinò la fine della dinastia.

7.4

La riunificazione del paese

7.4.1

La dinastia Sui

La Cina fu riunificata sotto il dominio della dinastia Sui, che, subentrata al Nord ai Wei, riuscì a controllare anche la parte meridionale del paese stabilendo la sua capitale a Chang'an (attuale Xi'an). Per quanto breve, il periodo Sui fu molto importante: riprese forma un sistema amministrativo centralizzato; rifiorirono il confucianesimo, il taoismo e il buddhismo; la Grande Muraglia fu restaurata e fu avviata la costruzione di un complesso sistema di canali (nucleo originario del futuro Grande Canale) per trasportare i prodotti agricoli del delta dello Chang Jiang a Loyang e nel Nord. Fu riaffermato il controllo cinese sul Vietnam settentrionale e, in misura più limitata, sulle tribù dell'Asia centrale. Tuttavia, lunghe e costose campagne condotte nella Manciuria meridionale (605) e nella Corea settentrionale (612-614) si risolsero in una sconfitta dell'imperatore Yang-ti, rovesciato poco dopo (617) da ribelli guidati da Li Yuan.

7.4.2

La dinastia Tang

Il periodo della dinastia Tang, fondata da Li Yuan (in seguito denominato Gaozu), fu uno dei più fiorenti della storia della Cina. Governo e amministrazione furono ristrutturati e accentrati. I domini cinesi furono estesi a nord e a ovest, e già a metà del VII secolo la dinastia si era affermata come grande potenza, mantenendo relazioni diplomatiche con Bisanzio e il Giappone.

Proprio i legami internazionali resero la Cina dei Tang prospera quanto cosmopolita. Nelle città le comunità mercantili provenienti dall'Asia centrale e dal Medio Oriente introdussero nuovi modelli culturali e nuove religioni (l'Islam, l'ebraismo, il nestorianesimo, lo zoroastrismo e il manicheismo). A partire dalla metà dell'VIII secolo, il commercio marittimo con i paesi dell'Asia sudorientale iniziò a superare in volume quello della via della Seta con l'Asia centrale. Nel IX secolo le navi cinesi si spinsero fino all'oceano Indiano e al golfo Persico, trasportando sete e ceramiche e stabilendo ovunque comunità di mercanti. Sotto i Tang si assistette inoltre a una grande fioritura delle arti.

A metà dell'VIII secolo, tuttavia, all'apice del suo splendore, il potere dei Tang dovette confrontarsi con una devastante rivolta capeggiata dal generale di frontiera An Lu-shan. La repressione della rivolta, pur riuscita (763), sembrò esaurire tutte le energie della dinastia regnante, peraltro non più in grado di controllare i suoi governatori militari di frontiera, impegnati negli ultimi vent'anni di regno in continue lotte per la supremazia.

La frammentazione del tessuto politico ed economico che seguì al crollo della dinastia Tang portò a un periodo di anarchia; mentre a Nord cinque dinastie si succedevano tra il 907 e il 979, nel Sud si crearono dieci stati indipendenti (907-960). La dinastia mongola-khitana dei Liao si stabilì in Manciuria e in Mongolia, estendendo la sua influenza su alcune parti delle province settentrionali di Hebei e Shaanxi; Pechino divenne la capitale dell'impero.

7.5

Maturità culturale e dominazione straniera

La dinastia Sung (fondata nel 960 d.C. da Zhao Kuang-yin, comandante della guardia di palazzo del regno degli Zhou settentrionali, insediato sul trono dalle truppe con il titolo imperiale di T'ai-tsu) riuscì a porre fine al cinquantennio di lotte intestine seguito al crollo della dinastia Tang. Quest'epoca viene comunemente suddivisa nel periodo dei Sung del Nord (960-1126), in cui la capitale fu stabilita a Kaifeng, e in quello dei Sung del Sud (1127-1179), la cui capitale fu Hangzhou.

7.5.1

La dinastia Sung

Imposto il proprio potere ai comandanti militari, i sovrani Sung favorirono lo sviluppo agricolo; particolare attenzione fu riservata allo sviluppo di progetti per la conservazione delle risorse idriche e all'espansione della coltivazione del cotone. Fiorirono inoltre l'artigianato e il commercio e vennero aperte nuove vie di comunicazione. I commercianti cinesi tornarono a spingersi oltre i confini del loro paese, sia via terra lungo la via della Seta, sia per nave fino al Mediterraneo.

Una minaccia costante fu però rappresentata dagli imperi confinanti: a nord e a ovest la dinastia mongolo-khitana (907-1125) di Liao espugnò Hebei e Hedong e costrinse i sovrani Sung a riconoscerle le precedenti acquisizioni della Manciuria e della Mongolia Interna (1005). Nel 1125 l'impero Liao venne a sua volta vinto dalla dinastia tungusa dei Jin, che l'anno seguente allontanarono i Sung dai loro domini settentrionali spingendoli a sud, dove questi diedero vita al regno dei Sung meridionali.

Nel 1206 tutte le tribù mongole si unirono sotto la guida di Gengis Khan e iniziarono una campagna di conquiste che diede origine al più grande impero del tempo. In Cina cadde per prima la dinastia Jin: Gengis Khan espugnò Pechino nel 1215 per poi estendere il suo dominio su tutta la Cina del Nord. La conquista del regno dei Sung del Sud fu invece completata nel 1279, dopo quarant'anni di guerra, da Kublai Khan.

7.5.2

La dinastia Yuan

Kublai spostò la capitale mongola a Khanbalik (Pechino), e da lì regnò su un impero esteso dall'Europa orientale alla Corea, dalla Siberia del Nord ai confini settentrionali dell'India, impiegando nel governo l'apparato amministrativo dei Sung. Sotto il regno della dinastia mongola Yuan si intensificò il traffico sulle vie commerciali dell'Asia centrale, controllate interamente dai mongoli. La Cina fu raggiunta da missionari e commercianti occidentali, tra i quali il mercante veneziano Marco Polo. Tuttavia nel paese cresceva il malcontento. La classe degli ex funzionari confuciani era irritata dalle proscrizioni che impedivano ai cinesi di ricoprire incarichi importanti, mentre il peso delle tasse alienò ai governanti l'appoggio della classe contadina.

A partire dal 1340 si ebbero insurrezioni in quasi tutte le province imperiali; nel corso di una di queste, Zhu Yuanzhang (un monaco buddhista) riuscì a estendere il suo potere su tutta la valle del Chang Jiang, e da lì nel 1371 marciò verso nord e prese Pechino. I mongoli dovettero ritirarsi a Nord, ma non smisero di rappresentare una minaccia.

7.6

Potere imperiale

Due grandi dinastie dominarono la storia cinese dopo l'ascesa di Zhu, che assunse il nuovo nome di Hung Wu.

7.6.1

La dinastia Ming

La dinastia Ming stabilì inizialmente la capitale a Nanchino, ripristinando la tradizione dei periodi Tang e Sung. La Grande Muraglia e il Grande Canale furono ampliati. L'impero fu suddiviso in 15 province, ognuna amministrata da tre commissari responsabili delle finanze, degli affari militari e delle questioni giuridiche. I primi Ming ristabilirono inoltre la pratica dei tributi da parte degli stati vassalli. Già nei primi anni del XV secolo le tribù mongole furono sconfitte e la capitale riportata a Pechino. Le numerose spedizioni navali intraprese resero manifesta a tutto il Sud-Est asiatico la potenza dei sovrani Ming. Dalla metà del XV secolo, tuttavia, il loro potere iniziò a declinare; gli eunuchi di corte giunsero a esercitare un forte controllo sull'imperatore, fomentando malcontento e discordia all'interno del governo; le casse imperiali furono prosciugate dalle spese per la difesa contro i mongoli e contro l'invasione giapponese della Corea tentata da Toyotomi Hideyoshi nel 1590.

Parallelamente si erano sviluppate relazioni commerciali tra la Cina e il mondo occidentale (con i portoghesi, nel 1514; con le colonie spagnole nelle Filippine a partire dal 1570; nel 1619 con gli olandesi stabilitisi a Taiwan). Nella seconda metà del XVI secolo i missionari gesuiti giunsero in Cina dall'Europa, ma non riuscirono a diffondere né il cristianesimo, né il pensiero scientifico occidentale.

La caduta dei Ming fu anticipata da una ribellione popolare nello Shaanxi. Quando i ribelli raggiunsero Pechino nel 1644, il comandante delle forze imperiali decise di respingere i loro attacchi ricorrendo all'aiuto dei guerrieri manciù; una volta ottenuta la vittoria, tuttavia, questi si rifiutarono di lasciare Pechino, costringendo i Ming a ritirarsi nel Sud della Cina, ove cercarono, invano, di ristabilire il loro regime.

7.6.2

La dinastia Manciù o Ching

Sotto i sovrani Manciù la potenza dell'impero cinese raggiunse l'apice della sua storia, per poi crollare sotto la duplice spinta della crisi del sistema di governo e delle pressioni esterne. I Manciù assorbirono la cultura cinese, acquisendo in particolare le strutture politico-amministrative dei Ming, altamente centralizzate, con al vertice un Gran Consiglio che si occupava degli affari politici e militari dello stato sotto la diretta supervisione dell'imperatore.

Entro la fine del XVII secolo i Manciù avevano eliminato ogni traccia di opposizione Ming e soffocato una rivolta guidata da generali cinesi cui era stato affidato il governo di territori semiautonomi nel Sud. Con il regno dell'imperatore Ch'ien Lung a metà del secolo successivo, la dinastia giunse all'apogeo del potere, con il pieno controllo di Manciuria, Mongolia, Xinjiang e Tibet; Nepal e Birmania inviavano periodicamente tributi alla corte Ching, così come le isole Ryukyu, la Corea e il Vietnam del Nord. Taiwan fu incorporata nell'impero cinese.

Il XVIII secolo fu anche un periodo di ordine, pace e prosperità senza precedenti nella storia della nazione. La popolazione raddoppiò e ciò pose le premesse della crisi, poiché la produzione agricola risultò insufficiente. Inoltre, le risorse finanziarie del governo furono gravemente intaccate dai costi di una politica di espansionismo, e il mantenimento di truppe manciù stanziate in tutto il territorio cinese rappresentò un pesante capitolo di spesa.

I Manciù accettarono loro malgrado di stringere relazioni commerciali con l'Occidente. Il permesso di effettuare scambi con l'estero fu inizialmente circoscritto al porto di Canton. L'Inghilterra comprava ingenti quantità di tè che pagava in argento; ma quando i mercanti inglesi introdussero in Cina l'oppio indiano, attorno al 1780, questo mercato si sviluppò in maniera rapidissima, facendo crollare l'economia cinese.

7.6.3

Pressioni esterne

Il XIX secolo si aprì così all'insegna della crisi irreversibile del sistema di governo imperiale e del costante intensificarsi delle pressioni occidentali e giapponesi per una maggiore apertura dei mercati cinesi. Fu la questione delle relazioni commerciali tra Cina e Gran Bretagna a dare origine al primo serio conflitto. Gli inglesi volevano estendere i loro scambi commerciali ben oltre la provincia circostante Canton; dal canto suo la Cina non aveva alcun interesse a incrementare le proprie attività commerciali con l'Occidente; piuttosto intendeva risolvere la questione del traffico d'oppio, che stava minando le basi morali e finanziarie dell'impero. Nel 1839 funzionari cinesi confiscarono e distrussero enormi quantitativi di oppio stivati nelle navi inglesi all'ancora nel porto di Canton, e imposero controlli severissimi alla comunità mercantile inglese della città. Il rifiuto inglese di adeguarsi a queste disposizioni portò all'aprirsi delle ostilità.

7.6.4

Guerre commerciali e trattati ineguali

La prima guerra dell'oppio si concluse nel 1842 con la sconfitta della Cina e l'ottenimento da parte della Gran Bretagna di privilegi commerciali; nel corso dei due anni successivi, le altre potenze occidentali riuscirono a imporre a Pechino una serie di trattati analoghi (vedi Politica della porta aperta). Una seconda guerra dell'oppio (1856-1860) estese ulteriormente i vantaggi concessi ai commerci occidentali, ratificati però solo dopo che un corpo di spedizione franco-britannico prese stanza a Pechino.

Questi trattati, noti come "trattati ineguali", avrebbero regolato i rapporti tra cinesi e occidentali fino al 1943, cambiando il corso dello sviluppo sociale ed economico cinese e segnando definitivamente il destino della dinastia Manciù. In forza delle clausole imposte dai trattati, i porti cinesi furono aperti al commercio estero e ai residenti; Hong Kong e Kowloon furono cedute permanentemente alla Gran Bretagna; a tutti gli stranieri in Cina fu garantito il diritto a essere processati nei propri consolati e in base alle leggi dei rispettivi paesi; tutti i trattati comprendevano una clausola della "nazione più favorita", in base alla quale qualsiasi privilegio concesso dalla Cina a un determinato paese veniva automaticamente esteso a tutti gli altri paesi firmatari. I trattati fissavano inoltre un limite del 5% alle tasse di importazione sui prodotti; questo limite impedì alla Cina di proteggere l'industria nazionale e di promuovere la modernizzazione economica.

7.6.5

La ribellione dei Taiping

A metà del XIX secolo le fondamenta dell'impero furono scosse dalla rivolta dei Taiping, una rivoluzione popolare di carattere religioso, sociale ed economico guidata da Hong Xiuquan, autoproclamatosi fratello minore di Gesù, con il mandato divino di liberare la Cina dal dominio manciù e di stabilirvi una dinastia regnante cristiana. La ribellione scoppiò nella provincia di Guangxi dal 1849 al 1851, e nel 1853 si estese verso nord. I Taiping stabilirono la propria capitale a Nanchino dopo essere stati fermati nella loro avanzata verso Pechino; nel 1860 erano ormai saldamente insediati nella valle del Chang Jiang e minacciavano di prendere Shanghai.

La dinastia Manciù modificò la propria politica nell'intento di far sopravvivere l'impero. Dal 1860 al 1895 furono numerosi i tentativi di risolvere i problemi sociali ed economici interni, adottando tecnologie e sistemi di governo occidentali per rafforzare il potere dello stato; nel contempo, tutte le ribellioni (compresa quella dei Taiping) furono soffocate con la forza. Tuttavia, la classe dei funzionari centrali rimase culturalmente inadeguata al compito della modernizzazione del paese, così che i tentativi della Cina per rafforzare le istituzioni dello stato e avviare un processo di riforma economica non ebbero successo.

7.6.6

La spartizione in sfere di influenza

Nel 1875 le potenze occidentali e il Giappone iniziarono a smantellare il sistema cinese degli stati tributari del Sud-Est asiatico. Le Ryukyu furono poste sotto il controllo giapponese; dopo la guerra franco-cinese del 1884-85 il Vietnam venne incorporato nell'impero coloniale francese, mentre l'anno successivo la Gran Bretagna si annetteva la Birmania. Nel 1860 la Russia conquistò le province marittime della Manciuria settentrionale e le zone a nord del fiume Amur. Nel 1894 gli sforzi giapponesi di togliere alla Cina la sovranità sulla Corea provocarono la guerra cino-giapponese, nella quale l'impero celeste subì una pesante sconfitta (1895) che lo costrinse a riconoscere l'indipendenza della Corea e a cedere al Giappone l'isola di Taiwan e la penisola del Liaodong, nella Manciuria meridionale.



Le potenze occidentali reagirono immediatamente, esigendo che il Giappone restituisse la penisola del Liaodong in cambio di una considerevole indennità di guerra. Nel 1898, incapace di far fronte alle molteplici pressioni di cui era oggetto, la Cina era ormai stata divisa di fatto in diverse zone di influenza economica. Alla Russia fu concesso di costruire ferrovie attraverso la Manciuria e la penisola del Liaodong, oltre a una serie di diritti economici esclusivi su tutto il territorio della Manciuria. Altri diritti esclusivi sullo sviluppo di ferrovie e di giacimenti minerari furono concessi alla Germania nella provincia dello Shandong, alla Francia nelle province meridionali di confine, alla Gran Bretagna nelle province rivierasche del Chang Jiang e al Giappone nelle province costiere del Sud-Est. A seguito della guerra russo-giapponese del 1904-1905, i diritti russi sulla Manciuria meridionale furono trasferiti al Giappone. Gli Stati Uniti, nel tentativo di preservare i loro diritti senza entrare in conflitti territoriali, rilanciarono la politica della porta aperta: la posizione paritaria di tutte le nazioni sul territorio cinese non avrebbe dovuto in nessun modo essere mutata, ovvero, nessuna nazione avrebbe potuto esercitare alcun diritto di prelazione rispetto alla libertà di accesso nei porti cinesi, dando così alle potenze occidentali eguali diritti commerciali entro le sfere d'influenza.

7.6.7

I movimenti riformatori e la rivolta dei Boxer

Nel 1898 un gruppo di riformatori illuminati mise a punto un programma di riforme in grado di trasformare la Cina in un'efficiente monarchia costituzionale moderna. Ufficiali manciù appoggiati dall'imperatrice madre Cixi sequestrarono però l'imperatore Guangxu, e con l'aiuto di militari lealisti soffocarono il movimento di riforma. Dopo che nel 1900 la xenofoba rivolta dei Boxer, sostenuta dagli ambienti di corte, fu stroncata da un corpo di spedizione occidentale inviato a Pechino, il partito tradizionalista di corte ebbe modo di misurare l'inconsistenza della politica reazionaria adottata e, ormai in ritardo, varò un piano di riforme sul modello di quello che aveva radicalmente cambiato il volto del Giappone (1902). Proprio la disfatta nella guerra sino-giapponese favorì Sun Yat-Sen nella sua propaganda rivoluzionaria in favore dell'instaurazione in Cina di un governo repubblicano e progressista. Nell'ottobre del 1911 una rivolta scoppiò ad Hankou, nella Cina centrale, per diffondersi subito in tutte le province dell'impero. Il capo di stato maggiore imperiale, generale Yuan Shikai, trattò con i ribelli, e il 14 febbraio 1912 un'assemblea rivoluzionaria riunita a Nanchino lo acclamò primo presidente della neocostituita Repubblica di Cina. Lo stesso anno Pu Yi, l'ultimo imperatore cinese, abdicava all'età di sei anni.

7.7

La Repubblica cinese

Nonostante l'adozione di una Costituzione e l'insediamento di un Parlamento nel 1912, Yuan Shikai non permise mai un vero controllo sul suo operato. Quando il nuovo partito nazionalista del Guomindang guidato da Sun Yat-Sen tentò di limitare il potere di Yuan prima con l'azione parlamentare, poi con un tentativo di ribellione (1913), questi sciolse il Parlamento e dichiarò fuorilegge il movimento. Alla sua morte, avvenuta nel 1916, il potere politico passò nelle mani dei governatori militari locali (i cosiddetti "signori della guerra"), mentre il governo centrale mantenne un'esistenza fittizia fino al 1927.

Nel corso della prima guerra mondiale il Giappone cercò di stabilire il suo dominio sulla Cina (1915). La tardiva entrata in guerra della Cina a fianco degli Alleati nel 1917 ebbe l'unico scopo di assicurare al paese un posto al tavolo della pace e un'opportunità di contrastare le ambizioni giapponesi. A Versailles il presidente americano Woodrow Wilson si mostrò troppo interessato a dar vita alla Società delle Nazioni per permettersi di affrontare in modo adeguato il problema cinese e correre così il rischio di perdere il sostegno del Giappone.

7.8

Il Guomindang e l'ascesa del Partito comunista

Delusi dal cinismo mostrato dalle potenze occidentali, i cinesi rivolsero la loro attenzione all'Unione Sovietica, rappresentata in patria dal Partito comunista cinese, fondato a Shanghai nel 1921 e che contava tra i suoi primi membri Mao Zedong. Nel 1923 Sun Yat-Sen accolse i consigli sovietici relativi alla riorganizzazione del Guomindang e delle sue deboli forze militari, ammettendo membri comunisti nel direttivo del partito, che dopo la morte di Sun venne guidato dal generale Jiang Jieshi (noto anche come Chiang Kai-shek). Questi, nel 1926, dalla base militare del partito a Canton, iniziò la campagna di liberazione nazionale dal potere dei signori della guerra. Nel contempo, a partire dal 1928, Jiang rovesciò la linea del suo predecessore e condusse una sanguinosa epurazione dei membri comunisti del partito, appoggiandosi ai proprietari terrieri e alle potenze imperialiste.

7.9

La guerra civile e l'espansionismo giapponese

Il nuovo governo nazionale, stabilito dal Guomindang a Nanchino nel 1928, dovette così affrontare l'opposizione dei signori della guerra e agli inizi degli anni Trenta la rivolta comunista guidata da Mao Zedong; egli, con i capi comunisti Zhou Enlai e Che-teh, costituì, nella zona montana dello Jangxi, una Repubblica sovietica cinese sostenuta da un forte esercito e appoggiata dai contadini, attratti dalla prospettiva di una riforma agraria. Infine, il nuovo governo di Jiang dovette far fronte all'aggressione giapponese in Manciuria e nella Cina settentrionale, sfociata nel 1932 nella creazione dello stato fantoccio del Manchukuo, formalmente affidato alla guida di Pu Yi, ultimo sovrano manciù, che assunse il titolo di imperatore.

Nel tardo 1934 Jiang riuscì a circondare l'Armata Rossa nello Jiangxi, ma i comunisti, rotto l'assedio al termine della Lunga Marcia, riuscirono a trasferirsi nella provincia settentrionale dello Shaanxi. Allarmato dall'avanzata giapponese, un gruppo di ufficiali obbligò Jiang a stringere un momentaneo patto d'azione antigiapponese con i comunisti, sospendendo la guerra civile.

7.10

Seconda guerra mondiale

Nel 1937 la penetrazione giapponese in Cina sfociò in una vera e propria guerra. Entro il 1938 il Giappone aveva invaso la maggior parte della Cina nordorientale, la valle del Chiang Jiang fino ad Hankou, e il territorio di Canton, sulla costa sudorientale. Il Guomindang spostò la capitale e gran parte dell'esercito nell'entroterra, nella provincia sudoccidentale di Sichuan. Durante la seconda guerra mondiale i comunisti, dalla base di Yan'an, occuparono gran parte del territorio della Cina del Nord infiltrandosi in molte zone rurali a ridosso delle linee giapponesi. Riuscirono poi a conquistarsi l'appoggio dei contadini locali, consolidando le basi del Partito e dell'Armata Rossa e aumentandone sensibilmente le fila.

7.11

La lotta per la supremazia tra il Guomindang e il Partito comunista

Nel 1945, subito dopo la resa del Giappone, la guerra civile riprese, nonostante un tentativo di mediazione operato dal generale americano George Marshall, che dopo circa un anno dovette rinunciare all'impresa (1947). Nel 1948 l'iniziativa militare passò ai comunisti, e nell'estate del 1949 la resistenza nazionalista crollò. Jiang Jieshi e i suoi cercarono rifugio sull'isola di Taiwan, mentre il 1° ottobre 1949 veniva proclamata ufficialmente la Repubblica popolare cinese.

7.12

La Repubblica popolare

Il nuovo regime, imperniato sui principi del Partito comunista cinese e del maoismo, diede vita a una struttura di governo fortemente centralizzata.

Obiettivo prioritario del nuovo regime fu la trasformazione della Cina in una società socialista. Per ristrutturare radicalmente l'economia, distrutta da decenni di guerre interne, i comunisti adottarono misure rigorose nel controllo dell'inflazione, organizzarono gli agricoltori in cooperative e si impegnarono a fondo in un programma teso ad aumentare la produzione nelle campagne, mentre l'industria veniva gradualmente nazionalizzata. Una riforma agraria generale fu messa a punto nel 1950, seguita dalla creazione di fattorie collettivizzate. Il primo piano quinquennale industriale del 1953 (programmato con l'assistenza sovietica) fu incentrato sull'industria pesante, a scapito della produzione di generi di largo consumo.

7.12.1

Politica estera

Cina e Unione Sovietica sottoscrissero trattati di amicizia e di alleanza nel 1950, 1952 e 1954. Durante la guerra di Corea truppe cinesi intervennero a sostegno del regime comunista nordcoreano, mentre dopo la tregua del 1953 Pechino sostenne la lotta del Vietnam contro i francesi. Nel 1955, alla conferenza dei paesi africani e asiatici di Bandung, la Cina si pose alla testa della lotta anticoloniale e della politica del non allineamento.

Pechino, inoltre, si apprestò a conquistare aree territoriali considerate storicamente cinesi e di importanza strategica fondamentale: nel 1950 truppe cinesi invasero il Tibet. Nel 1954 Zhou Enlai dichiarò ufficialmente che uno degli obiettivi di Pechino era la liberazione di Taiwan dal regime di Jiang Jieshi; nello stesso anno si verificarono continui scontri tra comunisti e nazionalisti per il controllo dell'isola di Quemoy, e solo nel 1958 fu raggiunto un cessate il fuoco.

7.12.2

Il Grande balzo in avanti

Nel 1956 fu portata a termine l'organizzazione collettivistica dell'agricoltura con la creazione delle comuni del popolo, unità socioeconomiche e amministrative di base, con limitata autonomia decisionale, chiamate a dare attuazione ai programmi produttivi stabiliti dalle autorità centrali. Due anni dopo fu varato un piano generale di sviluppo economico a tappe forzate. Slogan del programma era l'effettuazione di un Grande balzo in avanti, ma il piano portò al conseguimento di risultati modesti a causa dell'inadeguata pianificazione e di una direzione incerta.

7.12.3

Progressivo isolamento

La situazione peggiorò nel 1960, con la sospensione dell'assistenza economica e tecnica da parte dell'Unione Sovietica. Tra le due potenze comuniste erano infatti emersi contrasti ideologici; i cinesi erano particolarmente critici verso il leader sovietico Nikita Kruscev, accusato di revisionismo e di tradimento degli ideali marxisti-leninisti. Pechino iniziò a proporre apertamente la propria leadership come alternativa a quella sovietica nel mondo comunista, puntando soprattutto a ottenere consensi tra i paesi non allineati. Tuttavia, i conflitti scoppiati nello stesso periodo non facilitarono questa politica: nel 1959 truppe cinesi occuparono territori appartenenti all'India; i negoziati che seguirono si rivelarono inconcludenti, e le ostilità ripresero nel 1962 quando, nuovamente, forze cinesi violarono le frontiere indiane (vedi Guerra sino-indiana).

7.13

La grande rivoluzione culturale proletaria

Le divergenze tra Mao e il partito dei moderati pragmatisti si intensificarono. Nel 1959, sostituito dal moderato Liu Shaoqi nella carica di capo dello stato, Mao conservò quella di presidente del partito. Il suo carisma ebbe però a soffrire del fallimento totale del Grande balzo in avanti da lui ideato e fortemente voluto. La divergenza si trasformò in aperto contrasto nel 1966 quando Mao, sua moglie Jang Qing e altri suoi stretti collaboratori lanciarono lo slogan della "grande rivoluzione culturale proletaria" intesa a recuperare lo zelo rivoluzionario del primo comunismo cinese, perduto a causa dell'imborghesimento dei quadri di governo e dell'apparato burocratico del partito.

Gruppi di studenti autodenominatisi "guardie rosse della rivoluzione" invasero le strade, seguiti da giovani lavoratori, contadini e soldati in congedo, manifestando a favore di Mao e criticando ogni forma di autorità istituita. Intellettuali, burocrati, funzionari di partito, operai divennero oggetto di umiliazioni e violenze pubbliche, licenziamenti, e spesso furono forzati a lavori fisici abbrutenti. La struttura del partito fu annientata, e molti suoi alti funzionari (tra i quali il capo dello stato Liu e il segretario generale del partito Deng Xiaoping) rimossi dai loro incarichi ed espulsi.

Nel biennio 1967-68 le lotte sanguinose tra maoisti e antimaoisti fecero migliaia di vittime. Alla fine il compito di ripristinare l'ordine venne demandato all'esercito, guidato da Lin Piao.

Nel frattempo la tensione tra Cina e URSS si era intensificata, raggiungendo il culmine con le accuse di imperialismo mosse ai leader sovietici dopo l'invasione della Cecoslovacchia. Nel 1969, lungo il fiume Ussuri, in Manciuria, truppe cinesi attaccarono alcune guardie di confine sovietiche, creando una situazione che avrebbe potuto diventare esplosiva.

7.14

Gli ultimi anni di Mao

Alla luce di questi eventi, il IX Congresso del Partito comunista, tenuto nell'aprile del 1969, cercò di riportare ordine nella situazione interna, componendo la lotta di potere in corso da tempo ai vertici della nazione. Mao fu rieletto presidente del partito e il ministro della Difesa, Lin Piao (scelto personalmente da Mao), venne indicato quale suo successore. Alcuni posti-chiave, tuttavia, vennero affidati a esponenti moderati fautori di politiche pragmatiche, come il primo ministro Zhou Enlai (unico vero antagonista di Mao per carisma personale e potere).

Un episodio clamoroso di queste poco decifrabili lotte intestine si ebbe nel 1971, quando Lin Piao morì vittima di un misterioso incidente aereo mentre, apparentemente, tentava la fuga dal paese. La preminenza politica di Zhou Enlai apparve sempre più evidente. Mao lanciò un nuovo appello diretto alle masse (1973-74) a difesa delle acquisizioni egualitarie della rivoluzione comunista e contro il "burocraticismo di partito". Il radicalismo di Mao ebbe ancora modo di esprimersi nella nuova Costituzione adottata dal IV Congresso nazionale del popolo, nel gennaio del 1975; tuttavia nello stesso anno vi fu la nomina a vice primo ministro di Deng Xiaoping, vittima riabilitata della rivoluzione culturale.

In questo periodo le relazioni internazionali della Cina migliorarono sensibilmente. Nel 1971 venne ammessa alle Nazioni Unite (ONU) subentrando alla Repubblica Cinese (Taiwan), ottenendo un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza. Nel 1972 il presidente americano Richard Nixon si recò in visita ufficiale a Pechino, aprendo così la strada a normali relazioni diplomatiche tra le due potenze (1973); quelle con il Giappone furono riprese nello stesso 1972.

7.15

Scontro al vertice del potere

Dopo la morte di Mao e Zhou Enlai nel 1976, si scatenò la lotta per il potere tra moderati e radicali. Questi ultimi riuscirono a impedire l'elezione a primo ministro di Deng Xiaoping, che fu addirittura rimosso temporaneamente dagli incarichi di governo e di partito. Con un compromesso fra i due schieramenti, Hua Kuo-feng fu nominato primo ministro: sotto il suo governo prevalse la linea moderata. Per consolidare la propria posizione, Hua fece arrestare e accusare di diversi crimini i capi dell'estrema sinistra, la cosiddetta Banda dei Quattro; quindi si concentrò sullo sviluppo economico della nazione, affidandosi al "partito dei pragmatisti". Nel 1977 Deng fu reintrodotto nelle sue funzioni di vicepremier, in base a un organigramma che venne confermato l'anno successivo dal V Congresso nazionale del popolo.

7.16

Il conflitto con il Vietnam

Mentre la politica interna cinese mutava, i rapporti con il Vietnam iniziarono a incrinarsi a causa del permanere dell'influenza sovietica nel paese e delle discriminazioni operate dai vietnamiti ai danni della minoranza cinese locale. Quando il Vietnam invase la Cambogia rovesciandone il governo filocinese (gennaio 1979), Pechino reagì attaccando il Vietnam. In seguito la tensione tra i due paesi rimase elevata, soprattutto a causa della politica filosovietica adottata dal Vietnam.

Preoccupata dalla minaccia rappresentata dall'alleanza tra Unione Sovietica e Vietnam, la Cina intensificò la politica di apertura diplomatica verso le potenze occidentali e il Giappone, cui si accompagnarono le prime aperture in materia di economia, intese principalmente ad attrarne gli investimenti esteri.

7.17

Le "quattro modernizzazioni"

Deng e il resto dell'anziana classe di governo cinese assunsero in campo economico un atteggiamento decisamente meno dogmatico rispetto a quello conservato nelle questioni politiche. Il programma delle "quattro modernizzazioni" anticipò una serie di riforme economiche e di mutamenti di strategia indirizzati al rafforzamento e all'arricchimento del paese. La Cina si aprì al commercio e agli investimenti esteri, entrando a far parte della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale nel 1980. Il risultato fu una crescita economica annuale media del 10% per tutto il decennio del 1980.

Nel 1980 Hua Kuo-feng si dimise dall'incarico di premier e fu sostituito da Zhao Ziyang, fedele sostenitore di Deng. In giugno un altro alleato di Deng, Hu Yaobang, sostituì Hua come responsabile del partito. Verso la fine degli anni Ottanta le contraddizioni delle politiche di Deng divennero però più evidenti. La liberalizzazione economica aveva dato origine a una forte inflazione, alimentata dall'emissione di quantitativi esagerati di moneta per sostenere il deficitario settore pubblico dell'economia cinese. Si intensificarono allora in tutto il paese le richieste di accompagnare le riforme economiche con riforme politiche democratiche.

7.18

Dalla protesta di piazza Tienanmen alla morte di Deng

Nel gennaio del 1987 Zhao Ziyang fu nominato segretario generale del Partito comunista in sostituzione di Hu Yaobang, costretto a dimettersi. Il mutamento ai vertici ebbe luogo dopo un'ondata di manifestazioni studentesche che rivendicavano maggiore democrazia e libertà di espressione. Il XIII Congresso del Partito comunista, che si aprì in ottobre, segnò il trionfo della corrente di Deng, ufficialmente ritiratosi dal Comitato centrale. Li Peng fu confermato primo ministro e ad altri esponenti della nuova generazione di giovani tecnocrati vennero assegnati incarichi di rilievo.

La morte di Hu Yaobang nell'aprile del 1989 fu seguita da una nuova ondata di dimostrazioni in nome della democrazia che si intensificò in maggio (in concomitanza della visita a Pechino del leader sovietico Michail Gorbaciov) con appelli al governo per una glasnost di stile sovietico. I manifestanti occuparono il centro della capitale fino alla mattina del 4 giugno, quando truppe dell'esercito repressero in un bagno di sangue la protesta di piazza Tienanmen. Nei mutamenti politici che seguirono, Zhao Ziyang fu spogliato dei suoi incarichi di rilievo e Jiang Zemin divenne segretario generale. Deng fece il gesto di rinunciare alla sua ultima carica ufficiale nel marzo del 1990, ma conservò il potere effettivo.

Nel marzo del 1993 il Congresso nazionale del popolo elesse Jiang Zemin alla presidenza della Cina, risolvendo formalmente la questione della successione dell'anziano Deng, la cui influenza all'interno dello stato e del partito rimase tuttavia intatta. Alla morte di Deng, avvenuta nel febbraio del 1997, il potere passò nelle mani di Jiang Zemin. Ulteriori cambiamenti ai vertici del partito si ebbero tra il congresso svoltosi nel settembre del 1997 e l'Assemblea nazionale del marzo 1998, con la vittoria di Jiang Zemin su Qiao Shi, il suo più forte concorrente in seno al partito, e la nomina alla carica di primo ministro di Zhu Rongji al posto di Li Peng.

7.19

Verso il libero mercato

Il 1° luglio del 1997, dopo 156 anni di colonizzazione britannica, Hong Kong tornò alla Cina, che in seguito rivolse a Taiwan l'invito alla riunificazione sotto la formula "un paese, due sistemi". Nella seconda metà degli anni Novanta la Cina compì altri grandi passi verso il cambiamento del sistema economico in senso capitalistico, sintetizzato nella formula "socialismo di mercato". L'industria venne abbondantemente ristrutturata e vennero create nuove zone economiche speciali che attrassero, per le favorevolissime condizioni di investimento, molti capitali stranieri. La riforma economica e la privatizzazione delle imprese statali, avviata a partire dal 1996, provocò la chiusura di migliaia di imprese statali, causando un sensibile aumento della disoccupazione e del malcontento sociale, sfociato in molte occasioni in violenta protesta. Ad aggravare la situazione economica e politica del paese sopraggiunse la crisi finanziaria che colpì tutti i mercati asiatici, a partire dalla Borsa di Hong Kong. Con la decisione politica di non svalutare lo yuan allineandolo alle monete degli altri paesi della regione, la Cina si accollò un ulteriore costo, derivato dalla perdita di competitività dei suoi prodotti sul mercato internazionale.

Gli ultimi due anni del secolo videro anche un improvviso deterioramento delle relazioni internazionali cinesi. Dopo diversi anni di apertura, i rapporti tra Cina e Stati Uniti, nonostante lo scambio di visite ai più alti livelli avvenuti tra il 1998 e il 1999, peggiorarono sensibilmente. I due paesi sfiorarono inoltre una gravissima crisi diplomatica quando, nel maggio 1999, l'ambasciata cinese a Belgrado fu colpita da missili sganciati da aerei della NATO durante la crisi del Kosovo e quando, poche settimane dopo, Washington denunciò una sistematica attività di spionaggio durata 25 anni, attraverso la quale Pechino sarebbe entrata in possesso di importantissime informazioni sugli armamenti nucleari e sui dispositivi balistici statunitensi.

Alla fine dell'anno più travagliato per le relazioni tra i due paesi, a novembre del 1999 Cina e Stati Uniti firmarono (smentendo le voci che davano per imminente una clamorosa rottura dei negoziati) uno storico accordo commerciale, che apriva alle merci statunitensi quello che era stato definito il "mercato più grande del mondo". L'accordo, sul quale la leadership cinese era profondamente divisa, costituì un'importante vittoria per Zhu Rongji e un rafforzamento della sua posizione nel Partito comunista cinese. Non rese invece automatico l'ingresso nel WTO della Cina (che fu accolta in un promo tempo solo come osservatore speciale), dal momento che Unione Europea e Canada chiesero la sottoscrizione di analoghi accordi prima di dare il loro assenso.

7.20

Sviluppi recenti

Per Zhu Rongji, aver vinto la battaglia sugli accordi commerciali con gli Stati Uniti non significa aver definitivamente affermato la sua linea all'interno del regime, né, soprattutto, nella società cinese, colpita dagli sconvolgimenti economici e sociali degli anni Novanta. La modernizzazione cinese si sta infatti svolgendo in una situazione caotica, in assenza di un adeguato sistema giuridico o istituzionale. Le eclatanti modifiche apportate nel 1999 alla Costituzione (che comprendono ad esempio il riconoscimento, accanto a quello pubblico, di un settore privato già tuttavia cresciuto nell'indifferenza di regole e leggi) hanno finora un significato solo formale, volto più a rafforzare l'immagine del paese all'esterno che non a guidare gli sviluppi sociali ed economici interni. Questi sono invece in massima parte dipendenti dagli esiti della lotta che si sta svolgendo all'interno delle due principali istituzioni cinesi: il partito e l'esercito.

Ancora più artificiosa è la modifica che dichiara lo "stato di diritto" in un paese in cui la violazione delle libertà civili e politiche viene giustificata con l'esigenza di assicurare la stabilità sociale. Contraddittoriamente, è la stessa condotta del regime a provocare l'instabilità. Il continuo rinvio di un'apertura che assicuri alla società cinese quei diritti che oggi formalmente le vengono riconosciuti ha suscitato negli anni scorsi un vasto movimento di dissenso, che non si è spento nemmeno dopo la violenta repressione di piazza Tienanmen. Analogamente, il ricorso alla miscela di nazionalismo e confucianesimo fatto dal regime per sostituire l'ideologia comunista e dare coesione alla società cinese, sta ora provocando la veloce diffusione di sette (tra cui la temuta Falun Gong, i cui membri vengono stimati in milioni) ostili allo stesso processo di modernizzazione e foriere di possibili conflitti futuri.

La Cina è oggi un paese dalle grandi risorse e dalle grandi ambizioni; il disegno della leadership cinese è quello di compiere il processo di modernizzazione senza compromettere la stabilità del regime, e di assicurare al paese un nuovo ruolo internazionale e soprattutto l'egemonia nell'Asia orientale.

Dopo la riunificazione con Hong Kong, la diplomazia cinese sta compiendo un grosso sforzo per indurre Taiwan a tornare sotto l'autorità di Pechino. Benché nel corso degli ultimi anni tra la Cina e quella che viene considerata la "provincia ribelle" si siano stabilite delle buone relazioni commerciali e massicci siano gli investimenti taiwanesi sul continente, le relazioni politiche e diplomatiche sono invece piuttosto agitate. Il governo di Pechino ha ammonito più volte Taiwan e nel 1995, durante alcune manovre militari, ha lanciato dei missili verso le coste dell'isola. La Cina non esclude infatti un intervento militare contro la "provincia ribelle", mentre Taiwan è disposta a normalizzare i rapporti solo in qualità di "stato sovrano". Il conflitto ha vissuto un'ulteriore crisi in occasione delle elezioni presidenziali svoltesi a Taiwan nel marzo 2000, quando il candidato più inviso a Pechino per le sue posizioni nazionaliste, Chen Shui-bian, del Partito democratico progressista, ha battuto il candidato del Guomindang, che dopo cinquant'anni di ininterrotto potere era diventato più possibilista circa la riunificazione dell'isola alla Cina popolare.

Ciò che maggiormente preoccupa la leadership cinese è soprattutto lo stato delle sue relazioni internazionali e in particolare quelle con gli Stati Uniti. Con l'insediamento alla presidenza di George W. Bush, gli Stati Uniti hanno infatti modificato sostanzialmente l'atteggiamento verso Pechino; il nuovo ruolo di "concorrente strategico" che la nuova amministrazione statunitense ha assegnato alla Cina (e che sostituisce quello di "partner strategico" di cui Pechino godeva con l'amministrazione Clinton), fa temere infatti alla leadership cinese uno stallo della collaborazione tra i due paesi e la ripresa di una pericolosa corsa per l'egemonia nell'Asia orientale.

Agli inizi del 2001 la questione di Taiwan ha peraltro riacceso lo scontro diplomatico tra i due paesi; Pechino ha infatti aspramente criticato la decisione della nuova amministrazione statunitense di sbloccare la vendita di armi a Taiwan. Inoltre, in alcune dichiarazioni Bush ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero modificare sostanzialmente la loro posizione a proposito dello status internazionale di Taiwan (la cui indipendenza non è riconosciuta dalle Nazioni Unite). Nell'aprile dello stesso anno, la tensione tra i due paesi è cresciuta a causa di un gravissimo incidente aereo tra velivoli delle due aviazioni militari. Un aereo spia statunitense si è infatti scontrato con un caccia cinese, provocandone la caduta, ed è stato in seguito costretto ad atterrare nell'isola cinese di Hainan, dove l'equipaggio è stato trattenuto per diversi giorni. La crisi diplomatica tra i due paesi è arrivata così più volte sull'orlo della rottura.







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