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Che cosa significa poi parlare di storia della fotografia?

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Che cosa significa poi parlare di storia della fotografia?

   Quello della fotografia é un linguaggio abbastanza recente, sorto da poco più di centocinquant'anni, pur essendo contemporaneamente, come abbiamo visto, dentro una storia della visione molto più antica.

Anche il descrivere la storia della fotografia non é semplice: lo stesso J.C. Lemagny affronta tale problema con accuratezza, nell'introduzione della sua opera[1], dove la storia della fotografia non viene vista come storia delle tecniche o da un punto di vista meramente estetico, come storia cri­tica della fotografia, per affinità con l'arte, o con nomi di grandi fotografi.

  E' necessario quindi mettere insieme tutti questi elementi, perché fare storia della fotografia non significa né  mera evoluzione di tec­niche né qualcosa di solo estetico.

   Partiamo da molto prima della fotografia.



   Se l'invenzione della fotografia é datata attorno al 1826, con la prima immagine di Niépce, il complesso delle problematiche legate alla trascrizione prospettica della realtà trova origine molto lontana nel tempo.

   Collocare l'inizio della storia della fotografia con Giotto e i pittori del '400 italiano ha un senso, in quanto, in tale pe­riodo, inizia la ricerca, l'esigenza di tradurre la realtà tridimensiona­le in immagini bidimensionali, secondo la regola della prospettiva, intuita, dapprima, e successivamente precisata, da personaggi come Filippo Brunelleschi, il quale, tra l'altro, spiegava come, secondo lui, si dovesse va­lutare un dipinto creato secondo le regole della prospettiva[2].

Anche Albrecht Durer realizzò immagini, utilizzando un metodo detto:"ita­liano" per ottenere immagini prospetticamente corrette[3].

Molte altre sono le ricerche condotte durante quel periodo, ma il passo successivo é rappresentato da uno studio più scienti­fico, come quello di Leonardo da Vinci, che studiò l'occhio uma­no, funzionante come quella che verrà chiamata camera oscura, sempre più utilizzata dai pittori in seguito.

   La camera oscura é uno spazio vuoto, dalla superficie variabile (può essere grande come una scatola o come una stanza), in cui si pra­tica un piccolo foro, che permette alla luce di entrare e di for­mare l'immagine di ciò che c'é fuori, capovolta e invertita, sul­la parete opposta. Il foro é detto foro stenopeico.

   La camera oscura era già conosciuta ai tempi di Aristotele, quando veniva usata per osservare le eclissi, ma il suo studio, la sua conoscenza risalgono, in particolare, proprio nel'400; infatti il primo disegno di una camera oscura é del 1544, dell'astronomo Rainer Gemma Frisius, che mostra una stanza adibita a camera oscura per osservare un'eclisse solare.

   Da questo momento in poi, camere oscure se ne videro sempre più spesso, studiate da fisici, matematici, astronomi e altri[4], fino a che, con gli studi di  Galileo e di Gerolamo Cardano si giunse ad applicare una lente all'apertura delle camere oscure, per ottenere immagini più nitide e luminose.

   L'evoluzione della camera oscura si fece sempre più accurata, fino all'invenzione di una camera oscura portatile, utilizzata spesso dai pittori. Ponendo un foglio di carta leggera sulla parete della camera oscura in cui appariva l'immagine e "ricalcan­do", la figura descritta dall'immagine, si poteva tradurre il reale da tridimensionale in bidimensionale con grande facilità e precisione. Con questo sistema, il lavoro degli artisti si semplifica notevolmente.  Pittori come il Canaletto, il Guardi e il Bellotto lo utilizzarono regolarmente[5].

   Dunque già in affreschi come "La cacciata dei diavoli da Arezzo" (1297-1299), di Giotto, nella basilica superiore di S. Francesco d'Assisi, emerge un tentativo di risolvere il problema della prospettiva, le prime intuizioni che portano a dare uno spessore alla realtà presente: ai corpi come alle architetture.

   In altre culture - come, per esempio, quella etrusca - il por­re figure di diverse dimensioni una accanto all'altra non aveva niente a vedere con l'effetto prospettico: si voleva soltanto comunicare simbolicamente l'importanza dei soggetti raffigurati; ecco allora che il padrone o il guerriero venivano mostrati grandi, mentre i loro servitori piccoli; anche in altre culture la rappresentazione non prospettica assolve compiti di narrazione simbolica della realtà in funzione di altri significati e valori.




   In Italia, nel '400, ai tempi del primo umanesimo, diventa più intensa la ricerca di un modo di rappresentare lo spazio secondo regole oggettive, che coincidono con quelle della camera oscura, divenendo matematiche, e che coincidono con le modalità di fun­zionamento dell'occhio umano.

   Il problema é di riuscire a collegare tali fattori con le pre­messe per capire la nascita di un linguaggio di trascrizione del reale.

   In effetti la macchina fotografica finirà con il rappresentare, in modo più o meno consapevole, questa modalità di trascrizione del reale.

Anche Cartesio arriverà infine a descrivere la visione dell'occhio umano come quella della camera obscura.



[1] op. cit.

[2] "ponendosi davanti a uno specchio, con alle spalle il paesaggio  rappre­sentato, e mettendosi dietro al dipinto, praticando un piccolo fo­ro, si doveva scorgere lo specchio, e, nello specchio, il dipinto e ancora, alle spalle, come prosecuzione, il paesaggio naturale: non si sa­rebbe nemmeno dovuto distinguere dove avesse termine il dipinto e dove inizias­se il paesaggio naturale (riflesso nello specchio e osservato da dietro il dipinto, con il foro piccolo).

[3] Esistono stampe in cui si vede un pittore dipingere una model­la, guardando attraverso un reticolato e un punto fisso  che corrisponde ad un'uguale quadrettatura del foglio.

[4] Tra cui il trattato di Vitruvio sull'architattura (1521), le osservazioni di Giambattista Della Porta (1558)

[5] E' noto che alcune città della Germania  furono ricostruite fedelmente rispetto al passato proprio facendo riferimento ai dipinti che avevano tracciato una memoria stabile e precisa delle architetture bombardate.







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