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Maria Bellonci, Rinascimento privato (2002)

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Maria Bellonci, Rinascimento privato (2002)
Mondadori, 2002
Scrittori italiani, pp. 488
Euro 18,60

Rinascimento privato è la storia di Isabella d'Este, donna dall'intelligenza acutissima e pronta, astuta e manipolatrice - perfetta per esercitare 313c27d la politica in quei tempi di macchinazioni, congiure e alleanze continuamente fatte e disfatte - che, sposa sedicenne di Francesco Gonzaga, diventa la marchesana di Mantova inaugurando il proprio regno nel 1490.

Il periodo storico vede le promesse d'indipendenza e di pace dei singoli regni italiani sgretolarsi sotto i colpi del re di Francia e dell'imperatore tedesco. Il Ducato di Milano viene invaso dai francesi e Ludovico il Moro fatto prigioniero. Su questa triste nota si apre il libro di Maria Bellonci, romanzo storico dai riferimenti estremamente rigorosi, dovuti ai molti anni di duro lavoro di ricerca, ma non solo.

Ai tanti personaggi, frutto di un'attenta verifica storica, se ne aggiunge uno inventato: un nobiluomo inglese vissuto molti anni alle varie corti italiane e divenuto prete e diplomatico presso la curia pontificia, che può, come tale, commentare fuoricampo situazioni e avvenimenti. Una "trovata" perfetta che, senza togliere niente al serio lavoro scientifico, ci trasporta nel mondo cavalleresco degli scambi epistolari e dell'amor cortese. Robert de la Pole non si mischia alla trama del romanzo, ma ne rimane ai margini quale fervente ammiratore della marchesana Gonzaga. Il suo epistolario di dodici lettere crea un piacevole contrasto linguistico con l'andatura del monologo di Isabella e serve a dare prospettiva e profondità alla figura di quest'ultima, attraverso un tessuto di storie e avvenimenti situati altrove nello spazio e nel tempo.

La scrittura della Bellonci è elegante e opulenta, "ornata" come le corti descritte. Un sapiente recupero di sostantivi e aggettivi, rigorosamente "d'epoca", rende il racconto più vero, ancorato alla realtà rinascimentale; ne sono un esempio le descrizioni ricche di colori esotici - «l'abito color berrettino» o «gli occhi color tanè» - e di suffissi - «il cuore rapinoso» - che sembrano prese in prestito da autori come Boccaccio, Bembo e Alberti.

Il romanzo è stato definito da Geno Pampaloni «il più bello tra quanti Maria Bellonci abbia scritto[.]opera pensata e si può dire vissuta per vent'anni», dunque quasi un testamento spirituale dell'autrice alla luce di una serie di analogie tra lei e Isabella, donna forte e razionale che non ama cedere a lusinghe da «femminelle», pur essendo modello di sensibilità femminile nell'amore per le arti. Allo stesso modo l'immagine che abbiamo di Maria è quella di una donna che ama affermare la sua libertà femminile fuori dagli schemi restrittivi più tradizionali. La reggia di Isabella è un vero cenacolo di poeti e trovatori, come il salotto di Maria lo è di letterati, giornalisti, critici e poeti - proprio in questo salotto Maria e il marito Goffredo, grazie al sostegno dell'industriale illuminato Guido Alberti, fonderanno nel 1947 il Premio Strega.







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