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Livio - Versioni varie - Usi e costumi dei Cartaginesi

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Livio - Versioni varie

Usi e costumi dei Cartaginesi

Carthaginienses, qui Thyro in Africam migraverant, sacra a patria advecta maxime colebant et pauca alia qua ex Graecis adsumpserant. Iunonis cultus praecipuus et Aesculapii, cui magnificum templum in ipsa arce aedificaverunt. Apollo etiam locuples aedes fuit, laminis aureis tecta, cum praeclaro simulacro, quod, excisa Carthagine, Romani, ex Africa avectum, iuxta Circum Maximum collocaverunt. Ad Herculis fanum, quod Thyri maxima cum veneratione colitur, quotannis magna cura delectam navem cum decimis annuorum proventuum aut partarum bello manubiarum mittevant. A Thyriis, conditoribus suis, ali 656g67g um ritum horrendae religionis hauserant, nam Saturno, quem ipsi Belum vocant, quotannis victimama humanam mactabant: cuius immanitatis reliquiae numquam penitus tolli abolerique potuerunt. Ceteros civitatis mores plerumque commerciorum utilitas moderabatur, quibus illa gens natura et maiorum instituto deditissima erat.

I Cartaginesi, che da Tiro erano migrati in Africa, curavano molto i riti sacri importati dalla patria, e pochi altri che avevano assunto dai Greci. Era importante il culto di Giunone e di Esculapio, a cui avevano edificato un magnifico tempio sulla stessa acropoli. Anche Apollo ebbe un ricco tempio, coperto di lamine d'oro, con una bellissima statua che, alla distruzione di Cartagine, i Romani, portatala via dall'Africa, hanno collocato accanto al Circo Massimo. Presso il tempio di Ercole, che a Tiro è adorato con grandissima venerazione, ogni anno inviavano una nave scelta con grande cura con le decime dei proventi annuali o dei bottini procurati in guerra. Dagli abitanti di Tiro, i loro fondatori, avevano ereditato un altra usanza di un orribile rito; infatti sacrificano ogni anno una vittima umana a Saturno, che essi chiamano Belo: e i residui di questa crudeltà non si poterono mai togliere o abolire del tutto. L'utilità dei commerci, ai quali quel popolo era estremamente dedito per natura e per istituzione degli antenati, moderava per lo più gli altri costumi della città.




L'espugnazione di Alba Longa

Ubi legiones, ad diruendam urbem ductae, intravere portas, non fuit tumultus ille nec pavor, qualis captarum esse urbium solet, cum, effractis portis stratisque ariete muris, clamor hostium et cursus armatorum per urbem omnia ferro flammaque miscet. Silentium triste ac tacita maestitia ita defixit omnium animos ut, obliti quid relinquerent, quid secum ferrent, deficiente consilio, rogitantes alii alios nunc in liminibus starent, nunc errabundi per vias pervagarentur. Ut vero iam equitum clamor exire iubentium instabat, iam fragor tectorum, quae diruebantur, in ultimis urbis partibus audiebatur, pulvisque, velut nube inducta, omnia impleverat, Larem et Penates tectaque, in quibus quisque natur educatusque erat, relinquentes in vias exibant. Iam continens agnem fugentium impleverat vias et conspectus aliorum mutua miseratione integrabat lacrimas, vocesque etiam miserantium audiebantur, mulierum praecipue, quotiens obsessa ab armatis templa praeteribant ac velut captos deos relinquebant.

Non appena le legioni, condotte a distruggere la città, varcarono le porte, non ci fu quel disordine o (quel) terrore, quale è solito essere caratteristico delle città espugnate, quando, sfondate le porte e abbattute le mura con l'ariete, il frastuono dei nemici e la corsa dei soldati per la città mescola tutto al ferro e al fuoco. Il triste silenzio e la tacita mestizia penetrò (negli) animi di tutti (gli abitanti della città) cosicché, dimenticandosi di che cosa lasciassero e di che cosa portassero con sé, venendo meno la capacità di decidere razionalmente, chi chiedendo a uno, chi chiedendo a un altro (sul da farsi), ora stavano sulla soglia, ora vagavano errabondi per le strade. E già non appena il rumore dei cavalieri che ordinavano di uscire insisteva, ormai il fragore dei tetti che crollavano si udiva nei quartieri più lontani della città e la polvere, spinta come una nuvola, aveva riempito ogni cosa, e (loro) uscivano nelle strade abbandonando il Lare, i Penati e i tetti, nei quali erano nati ed erano stati educati. Già la colonna continua degli esiliati aveva riempito le strade e lo sguardo degli altri rinnovava le lacrime con reciproca compassione, e si sentivano l voci di quelli che compiangevano, soprattutto delle donne, ogni volta che passavano davanti ai templi occupati dai soldati e abbandonavano gli dei come catturati.



Una sorella invidiosa dell'altra


F. Ambusto ebbe due figlie, la maggiore delle quali era stata data in matrimonio a Aulo Sulpicio, nato da nobile stirpe, che era tribuno dei soldati con potere consolare, la figlia minore era sposata con Licinio Stolone, un plebeo. Mentre le sorelle Fabie passavano il tempo a casa di Sulpicio con vari discorsi tra di loro all'improvviso accadde che Sulpicio ritornò a casa dal foro, accompagnato dal littore che portava le insigne del potere. Poiché il littore aveva bussato alla porta con la verga, come è usanza di questa classe sociale, per annunciare l'arrivo del console, la Fabia minore, che non era abituata a questa usanza, si spaventò molto: il che suscitò il riso della sorella. Dopo pochi giorni (la figlia), per il dolore confessò al padre che chiedeva, il quale l'aveva vista giù, di essere triste poiché era sposata con un plebeo. Ma il padre consolò la figlia e gli promise che ben presto nella sua casa ci sarebbero state gli stessi privilegi, che aveva visto dalla sorella. Infatti il tribuno A. Sulpicio propose una legge affinché fosse nominato uno dei due console tra la plebe. Poiché questa proposta fu approvata dal senato e dal popolo, Stolone fu nominato per primo console della plebe.









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