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AVVERTIMENTI AL LETTORE E INDICE DEI CONTENUTI DELLA BIOGRAFIA

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Cornelio Nepote

AVVERTIMENTI AL LETTORE E INDICE DEI CONTENUTI DELLA BIOGRAFIA

(Epaminonda,1)


Epaminonda, figlio di Polimnide, tebano. Di costui, prima che scriviamo, mi sembra che si debbano fare queste raccomandazioni ai lettori, perché non riferiscano i costumi altrui ai propri, né, le cose che per loro sono piuttosto leggere, credano che siano state presso gli altri di pari misura.

Sappiamo infatti che la musica nel nostro sistema di valori è estranea al ruolo di un primo cittadino, (inoltre) la danza è addirittura posta  nel numero dei vizi; (ma) tutte cose che presso i Greci sono accolte con favore e degne di apprezzamento.

Volendo quindi rappresentare il modello di vita, pubblica e privata, di Epaminonda, ci sembra che non debba essere tralasciato nulla di quanto è adatto ad illustrarla.

Per questo motivo parlerò prima della sua stirpe, poi, in quali discipline e da chi sia stato istruito; poi dei costumi e delle qualità dell'ingegno e qualsiasi altra cosa degna di memoria; infine delle cose fatte, che da moltissimi sono messe davanti alle qualità.





Cornelio Nepote

LA FORMAZIONE DI EPAMINONDA:MUSICA, CANTO, DANZA, FOLOSOFIA E PALESTRA (Epaminonda,2)


Nacque dunque da padre e da famiglia nobile, di cui parlammo, già dagli antenati fu lasciato povero, ma istruito così come nessun tebano (lo era) di più. Infatti fu istruito sia a suonare la cetra sia a cantare al suono degli strumenti a corda da Dionisio, che nelle musiche non fu di minore gloria di Damone o Lampo, dei quali sono stati esaltati i nomi; a cantare coi flauti da Olimpiodoro, a ballare da Callifrone.

Ma ebbe come insegnante di filosofia Lisi di Taranto, pitagorico; ma a questi fu così legato che da giovane preferì un vecchio burbero e severo ai suoi coetanei per amicizia, né si staccò da lui prima che superasse nelle dottrine i condiscepoli tanto che facilmente si poteva capire che avrebbe superato allo stesso modo tutti nelle altre arti.

Ma queste cose sono per il mondo romano di poco conto e disprezzabili, ma nel mondo greco, almeno a quel tempo, degne di grande considerazione.

Dopo che diventò efebo e cominciò a fare attività di palestra, non divenne schiavo della forza fisica quanto piuttosto mirò all'agilità. Quella infatti giudicava riguardare l'esercizio degli atleti, questa all'utilità della guerra.

Pertanto si esercitava soprattutto nella corsa e nella lotta, fino a che riuscisse ad avvinghiare l'avversario e a combatterlo rimanendo in piedi.



Sallustio

SU CIO' CHE DISTINGUE UOMINI E ANIMALI

(De coniuratione Catilinae,1)


Dunque all'inizio i re - poiché sulla terra questa fu la prima denominazione del potere - secondo inclinazioni diverse esercitavano alcuni l'ingegno, altri la forza fisica; allora la vita degli uomini trascorreva senza cupidigia; ciascuno era soddisfatto del suo.

Però poi, quando Ciro in Asia, gli Spartani e gli ateniesi in Grecia, iniziarono a sottomettere le città e i popoli, a credere che la più grande gloria stesse nel più grande potere, allora in ultima analisi grazie alle difficoltà dell'esperienza gli uomini si resero conto che in guerra contano moltissimo le capacità intellettive.

Che se la forza d'animo dei re e dei comandanti valesse in pace come in guerra, gli avvenimenti degli uomini si conterrebbero con più equilibrio e con più costanza, non vedresti mutare e rimescolarsi tutte le cose.

Poiché il potere facilmente si conserva con le doti dell'animo che lo generarono all'inizio.

In verità quando la pigrizia prende il sopravvento sull'attività lavorativa, il desiderio irrefrenabile sulla moderazione e la presunzione sulla correttezza dei comportamenti, insieme ai costumi cambia il destino.

Così il potere si trasferisce sempre dal meno capace al migliore.

Tutte le attività che gli uomini compiono quando lavorano i campi, vanno per mare e costruiscono.

Ma molti mortali, schiavi del ventre e del sonno, trascorrono la vita da ignoranti e da incolti, simili e viandanti. Ad essi senza dubbio contro natura il corpo è piacere, l'animo è un peso. Vita e morte di costoro io ritengo alla pari, poiché si tace dell'una e dell'altra.



In verità mi sembra che viva appieno e goda dei beni spirituali colui che, dedito ad un'attività, ricerca la fama che deriva da illustre impresa o nobile occupazione.



Cicerone

LA COSTITUZIONE DELLO STATO E LE FORME DI GOVERNO

(De re publica, I, 25-26)


E' dunque, disse l'Africano, la repubblica la cosa del popolo. Non è popolo una qualsiasi riunione d'uomini, comunque messa insieme, ma quella riunione d'uomini che diventa società per il riconoscimento di un diritto comune e di un comune pratico scopo. E la causa prima di questa riunione non è tanto la debolezza dei singoli quanto una naturale inclinazione degli uomini a  vivere insieme. Il genere umano non è fatto di solitari e di selvaggi, ma di esseri generati in modo che (anche se) avessero la più grande abbondanza di beni [...]

E quelle società, formatesi per le ragioni che ho già esposto, si scelsero dapprima una sede fissa per il loro domicilio, e questo luogo, fortificato dalla loro arte e dalla natura, e raggruppante insieme tutte le case, dopo averlo diviso con piazze e avervi costruito templi, chiamarono castello o città. Pertanto tutta la popolazione, che è costituita dal suesposto raggruppamenti di gente, tutta la città, che è l'ordinamento della popolazione, tutto lo Stato che, come dissi, è cosa del popolo, deve essere retto da un governo cosciente, onde essere duraturo. E questa intelligenza di governo va riferita, innanzitutto, alla causa a cui lo Stato deve la sua origine. Il governo dev'essere quindi affidato o ad uno solo o ad una scelta di cittadini o a tutta la moltitudine: per cui, quando tutto il potere si riassume in un uomo solo, quell'unico governante noi chiamiamo re e chiamiamo regno il suo stato. Quando, invece, ci sia una scelta di governanti, allora si dice che quello è retto da un'aristocrazia. Ed è, infine, uno Stato democratico -come si suol dire- quello in cui tutto il potere è nelle mani del popolo. Infatti o un re giusto e saggio o cittadini prescelti e più in vista o il popolo stesso, sebbene quest'ultimo implichi moltissime riserve, tuttavia quando non vi si frammischiano ribalderie o cupidigie, può sembrare di trovarsi in una qualche condizione abbastanza stabile.



Cicerone

FILOSOFIA E PRASSI POLITICA

(De officiis, III, 21;23)


E dunque che un uomo sottragga qualcosa ad un proprio simile e tragga vantaggio dal danno altrui è contro natura più della morte, della povertà, del dolore, degli altri casi che possono capitare al corpo e ai beni esterni: ciò infatti mina alle basi la convivenza umana e la società. Se infatti saremo disposti a comportarci in modo che chiunque per il proprio tornaconto può spogliare o fare violenza ad un altro, ne consegue necessariamente la rovina di cio che è prima di ogni altra cosa secondo natura, ossia l' umana società.

E d' altra parte questo non è stato stabilito solamente dalla natura cioè dal diritto delle genti, ma anche dalle leggi del popolo, sulle quali si fonda lo stato nelle singole città, perché non sia permesso nuocere ad altri per il proprio vantaggio. A questo, infatti, mirano le leggi, questo è il loro scopo, che sia salva ed integra l' unione dei cittadini e puniscono coloro che la rompono con la morte, l' esilio, la prigione e le multe. E questo principio è molto più un prodotto della stessa razionalità naturale, che è legge divina ed umana; e chi voglia rispettarla -difatti la rispetteranno tutti coloro che vogliono vivere secondo natura- non si disporrà mai a desiderare le cose altrui e ad appropriarsi  di ciò che ha sottratto ad un altro.






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