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Le forze centripete e centrifughe nel gruppo: dall'uniformità alla divergenza

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Le forze centripete e centrifughe nel gruppo: dall'uniformità alla divergenza

Le forze centripete e centrifughe nel gruppo: dall'uniformità alla divergenza

Nel considerare le forze centripete e centrifughe non si può assumere un'ottica pregiudiziale, per cui tutto ciò che unisce è ipso facto positivo e tutto ciò che divide è negativo. Nella vita dei gruppi esistono inevitabilmente gli aspetti d'unione e quelli di divisione, e tanto nell'unione quanto nella divisione vi sono dimensioni positive e produttive, come pure dimensioni regressive e distruttive.

1. Le forze centripete: coesione e conformità

1.1 La coesione

La coesione può essere definita come «la risultante di quel processo per cui un insieme di individui diventa un gruppo e si mantiene come tale, resistendo alle forze che possono tendere alla separazione».

Nella sua ampia trattazione dell'argomento Hogg individua tre fasi, dal 1950 ad oggi, che scandiscono la storia del concetto di coesione nella psicologia sociale.

1.      Prima fase, in cui la definizione di coesione appare unidimensionale, poiché essa è concepita unicamente in termini d'attrazione interpersonale fra i membri. I primi autori a formalizzare il concetto di coesione in questi termini sono Festinger, Schachter e Back, che considerano la coesione come il campo totale di forze che agiscono sui membri per rimanere nel gruppo; la coesione è costituita da due elementi: 1) dall'attrattività del gruppo in quanto tale, 2) dal grado con cui il gruppo assicura il raggiungimento di due obiettivi, cioè l'interazione in sé e gli scopi individuali che non sarebbero raggiungibili senza il gruppo.



2.      Seconda fase, che può essere definita come critica del riduzionismo unidimensionale, poiché da più parti è messa in discussione e considerata come riduttiva la concezione di coesione basata esclusivamente sull'attrazione interpersonale. Hogg rileva che mentre negli anni '50 e parte dei '60 vi fu una pubblicistica consistente sulla coesione nella psicologia sociale, a partire già dai maturi anni '60 si assiste ad un progressivo disinteresse per questo tema, testimoniato dalla scarsità delle pubblicazioni al riguardo. Tale disaffezione nasce dalle critiche di riduzionismo alle teorie sulla coesione basate sull'attrazione interpersonale, essendo questa una variabile di natura individuale che, come tale, non è in grado di render conto di un fenomeno sociale come la coesione di gruppo. Alle critiche si accompagna la difficoltà di trovare 747e49h percorsi alternativi per esplorare in modo «sociale» un concetto che appare tanto fenomenologicamente evidente, quanto complesso da affrontare teoricamente e operazionalmente.

3.      Terza fase, che può essere definita della riconcettualizzazione della coesione di gruppo, in cui il concetto è affrontato in modo multidimensionale. Si tratta di una fase ancora in corso e da cui affiorano diverse prospettive teoriche e di ricerca, nelle quali non necessariamente si parla direttamente di coesione, ma ci si occupa di fenomeni che riguardano processi unitari di gruppo.

In quest'ottica di riformulazione del concetto di coesione, Hogg sostiene che importanti contributi derivano dalla teoria dell'identità sociale di Tajfel e della categorizzazione del sé di Turner. La teoria dell'identità sociale parte dall'assunto che i comportamenti sociali si distribuiscono lungo un continuum che ha ai suoi estremi da un lato il comportamento interpersonale, in cui l'incontro sociale fra due o più persone è determinato dalle relazioni personali e dalle caratteristiche individuali di ciascuno dei partecipanti all'interazione, e dell'altro lato il comportamento intergruppi, che implica un'interazione in cui sono basilari le categorie o gruppi di appartenenza dei soggetti piuttosto che le loro caratteristiche personali. Gli spostamenti sul continuum sono caratterizzati da cambiamenti a livello delle concezioni di sé, che variano dall'identità personale (concezioni riguardanti sé com'essere unico e distinto dagli altri) all'identità sociale (concezioni riguardante sé come appartenente a categorie o gruppi sociali).

La teoria della categorizzazione del sé di Turner indica come nell'ordinare cognitivamente il mondo sociale, noi categorizziamo gli altri e noi stessi in gruppi o categorie prototipiche e in tale processo la nostra autocategorizzazione in qualche modo ci depersonalizza. Per la teoria della categorizzazione del sé, come afferma Turner, la depersonalizzazione della percezione del sé costituisce il processo che sta alla base di numerosi fenomeni di gruppo, come la stereotipizzazione, l'etnocentrismo, il contagio emozionale e l'empatia, la cooperazione e l'altruismo, i processi d'influenza sociale, la condivisione di norme, e la coesione di gruppo. Infatti, una delle conseguenze di questi processi è che le persone si aspettano di essere d'accordo con i valori, le idee, le credenze che caratterizzano l'identità di gruppo; per questo è sempre attivo il confronto interno per raggiungere l'accordo. In questo processo di scambio e confronto gli individui sono reciprocamente molto influenzabili, il che li predispone ad una rappresentazione consensuale dell'identità di gruppo e, quindi, all'uniformità.

Le teorie dell'identità sociale e della categorizzazione del sé permettono di distinguere due tipi d'attrazione, in pratica sentimenti positivi che si possono provare per gli altri: l'attrazione personale (che si pone verso il polo «interpersonale» del continuum associato all'identità personale) e l'attrazione sociale (che si pone verso il polo «intergruppi», associato all'identità sociale). L'attrazione sociale è diversa da quella personale, poiché si tratta di un legame basato sull'attrazione fra individui in quanto appartenenti ad un gruppo sociale principale ed è per sua natura un legame «depersonalizzato», poiché si basa sulla prototipicità di gruppo e sulla categorizzazione del sé. Quindi, l'attrazione personale è idiosincratica, si traccia nel corso dei rapporti interpersonali e ha come bersaglio uno o più individui non intercambiabili fra loro, vale a dire unici; essa è, dunque, molto personalizzata. L'attrazione sociale è depersonalizzata, i suoi bersagli sono intercambiabili fra loro, poiché essi suscitano sentimenti positivi in quanto appartenenti ad un certo gruppo e non per le loro caratteristiche personali.

L'attrazione sociale è un fenomeno di gruppo, mentre l'attrazione personale è un fenomeno interpersonale e non ha nulla a che fare con i gruppi; solo l'attrazione sociale è relativa ai vari processi di gruppo, ivi compresa la coesione.

Il modello di coesione di gruppo delineato, che Hogg definisce come «self- categorization model of group cohesiveness», diverge in modo netto dalla concezione di coesione come fattore d'attrazione interpersonale.

Le squadre sportive costituiscono un ambito privilegiato per lo studio dei vari fenomeni di gruppo(ivi compresa la coesione), in quanto si tratta di gruppi caratterizzati da un'interazione costante e prolungata nel tempo dei suoi membri, che sono reciprocamente interdipendenti per quanto riguarda lo svolgimento del compito, per il quale esistono dei criteri oggettivi di valutazione della prestazione; inoltre, nella squadra vi è un clima, una struttura di ruoli e posizioni di leadership riconosciute consensualmente, vi è un'identità di gruppo che si caratterizza esteriormente con le proprie divise, rituali, slogan, inni, tifoserie, e interiormente con il sentimento, più o meno acceso, di far parte di «quella» determinata squadra.

Carron, uno studioso che si occupa da lungo tempo della coesione nelle squadre sportive, sostiene che le misure operazionali basate sulla sola attrazione sono inadeguate per spiegare la natura multidimensionale della coesione, per questo ha elaborato insieme a Widmeyer e Brawley uno strumento, il Group Environment Questionnaire (GEQ), per misurarla in ambito sportivo. Il modello concettuale che sottende il GEQ parte dall'assunto che la coesione è un aspetto multidimensionale e che in lei sono presenti due principali categorie: la prima riguarda l'integrazione di gruppo, vale a dire le percezioni del gruppo come totalità (la squadra), la seconda concerne l'attrazione individuale verso il gruppo. Queste due categorie sono ulteriormente divise al loro interno in orientamenti al compito e sociali.

Anche in ambito sportivo la coesione si rileva un fenomeno complesso da esplorare, sia in rapporto ai gruppi studiati e alle tipologie di sport, sia per quanto riguarda la relazione con la prestazione; c'è sembrato, tuttavia, importante rilevare come anche nell'ambito dello sport, tendenzialmente assai interessato alle ricadute applicative delle ricerche, il concetto di coesione sia studiato in modo multidimensionale, in riconoscimento del fatto che esistono diverse sfaccettature di questo fenomeno di gruppo.

1.2 La conformità

La conformità sociale è definita da Turner come il movimento di una o più persone «discrepanti» verso le posizioni normative di gruppo come pressione di una funzione implicita o esplicita da parte dei membri del gruppo. Mucchi Faina precisa ulteriormente il significato di questa nozione, definendo la conformità come «l'adesione ad un'opinione o ad un comportamento prevalentemente anche quando essi sono in contrasto con il proprio modo di pensare».

Il vincolo fra membri di gruppi di vertice, legati da una forte coesione, può essere l'origine d'errori valutativi che conducono a decisioni disastrose. Proprio tale vincolo sociale porta ad evitare discussioni aperte ed anche accese, poiché si teme di spezzare l'armonia e la coesione del gruppo; il bisogno di conservare l'uniformità di gruppo può condurre anche ad autocensure individuali, quindi i vari membri evitano di porsi interrogativi e dubbi su quanto sta succedendo. Le risorse cognitive del gruppo vengono, in questi casi, rivolte ad elaborare miglioramenti a sostegno della posizione maggioritaria, che è sostenuta anche dal leader.

Nel suo lavoro del 1989, Janis analizza quali sono i vincoli che portano a processi decisionali scadenti nell'ambito di grandi organizzazioni; oltre ai vincoli di natura personale che riguardano il gruppo di vertice coinvolto, l'autore cita una serie di vincoli «affiliativi» o d'appartenenza, che si riferiscono ai legami d'affiliazione del leader o del vertice direttivo con gli altri membri. I vincoli affiliativi portano a regole decisionali che da un lato possono servire a salvaguardare i rapporti con un piccolo gruppo primario e dall'altro servono a fare i conti con l'appartenenza ad un gruppo secondario, in primis l'organizzazione per la quale si lavora. Queste regole affiliative sono:

·      il «coprirsi le spalle», il cui punto fondamentale è quello di garantirsi di non essere incolpati se la decisione ha cattivo esito; questa regola conduce alla conformità soprattutto i dirigenti medi nelle gerarchie organizzazionali, che aspirano a fare carriera;

·      la scelta della posizione più forte fra le altre possibili;

·      le «riunioni manovrate»; si tratta di una regola affiliativa che consiste nel manipolare un consenso per arrivare ad una decisione già presa in pectore.

L'ambiguità è un elemento che elicita la conformità, poiché se gli individui non sono molto sicuri sui loro giudizi si affidano più facilmente a quelli del gruppo.

Le ricerche successive hanno mostrato i motivi principali per cui le persone si conformano all'influenza della maggioranza; questi motivi sono riassunti da Mucchi Faina come segue:

·      la compiacenza; in questo caso i soggetti danno risposte pubbliche conformi alla maggioranza non perché convinti, ma per non apparire diversi, per non subire ripicche da parte del gruppo, per non essere giudicati male dagli altri;

·      l'accettazione; in tal caso gli individui fanno propria la posizione della maggioranza, soprattutto quando il compito è dubbio e poco chiaro o quando la fonte d'influenza viene considerata più esperta; l'individuo per quanto consapevole che esiste una diversità fra il proprio giudizio interiore e quello della maggioranza, sceglie di adeguarsi per timore di sbagliare;



·      la convergenza; si tratta di una motivazione alla conformità di tipo affettivo, in quanto è un'esperienza sgradevole e stressante opporsi ad una maggioranza unanime e l'individuo può ridurre il proprio campo di riflessione, fino al punto da convincersi che la posizione maggioritaria è corretta.

Le pressioni del gruppo verso l'uniformità hanno, secondo Festinger, due funzioni principali: 1) preservare la realtà sociale, in pratica la realtà costruita e condivisa dai membri, che serve sia come punto di riferimento per stabilire la validità soggettiva delle credenze di ciascuno, sia come mezzo per identificarsi con il gruppo; 2) facilitare la locomozione sociale, in pratica il movimento del gruppo verso il raggiungimento dei propri obiettivi. Secondo Festinger, le pressioni verso l'uniformità aumentano quando cresce la diversità o devianza all'interno del gruppo e in particolare quando tale differenza diviene rilevante per il funzionamento e la coesione del gruppo. L'uniformità è mantenuta in modi diversi: o convincendo il deviante, che così è ricondotto nell'alveo della maggioranza, o producendo cambiamento nel gruppo che arriva ad accettare la posizione del deviante, o estromettendo il deviante dal gruppo.

La costruzione di una realtà condivisa è tipica d'ogni gruppo che voglia avere una certa continuità nel tempo.

La tendenza a conformarsi alle pressioni implicite o esplicite che i gruppi esercitano sugli individui non è, d'altra parte, né un fenomeno necessariamente negativo, poiché permette ai gruppi di nascere e di durare nel tempo, né una necessità inesorabile. Infatti, non sarebbero possibili innovazioni e cambiamenti se quelle che abbiamo chiamato «forze centripete» (coesione e conformità) fossero gli unici elementi all'opera nella vita dei gruppi. La realtà quotidiana come pure gli ambienti sperimentali mostrano che insieme al bisogno di adattarsi esiste quello di differenziarsi, che accanto all'uniformità compare di continuo la divergenza.

2. Le forze centrifughe: devianza, conflitto, scisma

Il deviante è qualcuno che nel gruppo avanza posizioni diverse da quelle della maggioranza e che per questo può essere percepito come un elemento disturbatore della coesione e dell'uniformità di gruppo.

Il deviante può essere percepito come una minaccia per la coesione del gruppo; per ricondurlo nell'alveo il esso può aumentare la quantità di comunicazioni ed atti persuasivi, se tale strategia fallisce il deviante può essere cacciato dal gruppo o ridotto in condizione da non nuocere perché emarginato o spodestato.

Tanto più è alta la coesione di gruppo, più il deviante è rifiutato. L'avversione per il deviante è funzione del tipo di gruppo; nei gruppi molto coesi e che lavorano su temi principali per il gruppo stesso si assiste ad un processo di rigetto della devianza interna molto più netto e visibile che nei gruppi a debole e a bassa rilevanza.

Il deviante è il destinatario di un numero elevato di comunicazioni, che ovviamente tendono a convertirlo alle posizioni del gruppo per salvarne in qualche modo la coesione.

Per quanto riguarda il gruppo l'elevata coesione interna, è un elemento che predispone ad un rigetto del deviante, poiché essa spinge verso posizioni d'uniformità. Come affermano Moscovici e Doise, la coesione può funzionare come un invito al conformismo e una difesa contro le minacce di devianza, oppure può funzionare come un legame di fiducia, una specie di credito che il gruppo concede ai suoi membri, permettendo loro di agire in libertà ma contando sulla loro lealtà. In questi gruppi, i dissensi non sono temuti, sono anzi incoraggiati ed è visto come minacciante un eccesso d'uniformità. Può trattarsi di gruppi in cui la coesione è determinata da vincoli d'amicizia, di fiducia reciproca e in cui la voce diversa è interpretata come un contributo possibile per il gruppo e non come un pericolo per la coesione interna.

Un altro fattore di gruppo consiste nella fase di sviluppo in cui si trova il gruppo nel momento in cui si evidenziano posizioni divergenti. Worchel sostiene che nelle prime fasi di costruzione del gruppo (fase d'identificazione) vi è una certa resistenza alla devianza interna, poiché il gruppo ha bisogno di costruire una sua coesione e identità e non c'è spazio per esprimere posizioni discordanti. Quando il gruppo è più stabile e lavora sugli obiettivi (fase della produttività) potranno essere considerate le posizioni devianti soprattutto se esse riguardano il compito; nella fase dell'individuazione, i membri saranno molto ricettivi e le posizioni di minoranza potranno assumere un'altra forza d'impatto e saranno maggiormente valorizzate.

Come mostrano Krugianski e Webster, gruppi in avanzato stadio di discussione diventano molto intolleranti nei confronti di chi manifesta disaccordo all'approssimarsi della scadenza entro la quale giungere ad una decisione, in quanto le opinioni devianti sono viste come un rallentamento dei lavori e una minaccia al raggiungimento dell'obiettivo prefissato, mentre ciò non succede se il gruppo è in una fase iniziale di discussione.

Un altro elemento che influisce sul trattamento riservato ai devianti o ai minoritari è costituito dalla distinzione fra gruppi chiusi e gruppi aperti: i primi sono gruppi che si richiudono su se stessi, difendono la propria identità e distinguendosi con forza dagli altri gruppi, prescrivendo norme, forme di pensiero che non tollerano alcuna deviazione; i secondi sono gruppi che si basano sull'attenzione reciproca degli individui e che sono in grado di proporre ideali da perseguire. Questa distinzione fra gruppi chiusi e gruppi aperti può collegarsi a due volti dell'identità di gruppo di cui parla Touraine: l'identità difensiva e l'identità offensiva. L'identità difensiva è costituita da un richiamo protettivo e regressivo all'uniformità, che esalta le similitudini interne e si oppone a qualunque deviazione interna e apertura all'esterno, enfatizzando tradizioni e conservazione di norme, col rischio di chiudere l'azione collettiva nelle mura dell'intolleranza. L'identità offensiva si presenta come una forza d'innovazione, la rivendicazione di una capacità d'azione e di cambiamento sociali, che fa leva su ideali comuni e tollera il dissenso interno come un'espressione di libertà e di partecipazione sociale. Possiamo pensare che i gruppi chiusi si basino su un'identità difensiva e i gruppi aperti su un'identità offensiva, che è in grado di ridare vita all'azione collettiva; il trattamento riservato al dissenso interno è certamente correlato anche a questa differenziazione.

La gestione della devianza o dissenso all'interno del gruppo è, dunque, legata almeno in parte a fattori di gruppo, per quanto vi sono da prendere in considerazione anche fattori tipici al dissenso stesso.

Un primo elemento è costituito dal fatto che la posizione deviante sia portata avanti da un individuo solo o che egli possa contare su di un sostegno sociale, in pratica su un altro individuo che risponde o agisce nella sua stessa linea di pensiero. Per Allen la funzione principale del sostegno sociale è quella di spezzare il sostegno maggioritario, per quanto nel compito di confronto d'opinioni sia importante anche il ruolo d'alleato, in pratica di persona che la pensa come il soggetto sperimentale.

Un'altra possibile espressione del dissenso è costituita da posizioni di minoranza. La scoperta dell'influenza minoritaria appartiene a Moscovici, che dai suoi esperimenti del 1969 ha messo in luce il potere di persuasione di conversione di minoranze che si caratterizzano per un certo stile di comportamento: la consistenza, in pratica l'essere coerenti e tenaci sincronicamente (fra i vari membri) e diacronicamente (nel corso del tempo); l'autonomia, in pratica l'essere indipendente dai legami esterni e agire secondo principi; l'investimento, in pratica dare prova di coinvolgimento, di sacrifici personali e materiali per sostenere le proprie posizioni; la flessibilità, in pratica la capacità di assumere uno stile di negoziazione flessibile pur mantenendo la coerenza; l'equità, in pratica la capacità di guardare anche a posizioni diverse dalla propria con imparzialità. Secondo Moscovici, l'influenza minoritaria è di natura diversa da quella maggioritaria, poiché ha un potere di introduzione meno visibile ma più profondo e interiorizzato: la maggioranza produce soprattutto compiacenza, cioè un'adesione pubblica senza che vi sia un'accettazione personale, privata degli individui coinvolti nel processo d'influenza; la minoranza può avere un'influenza indiretta e nascosta, che Moscovici definisce come conversione e che consiste in un effettivo cambiamento delle proprie posizioni iniziali rispetto ad un determinato problema.

Nemeth sostiene che il dissenso minoritario promuove un pensiero divergente, in pratica creativo, che stimola gli individui e i gruppi a considerare il problema posto dalla minoranza secondo molteplici prospettive e che può avere l'esito di produrre soluzioni originali, mentre la maggioranza tende a produrre un pensiero convergente, in cui diviene prioritario avere la norma condivisa, fossilizzando il gruppo su un'unica posizione e bloccando il processo di ricerca delle posizioni alternative.

Risposte negative del gruppo al fenomeno della dissidenza interna:

·      il rifiuto esplicito e totale: ciò che afferma il dissidente non corrisponde a verità, non dispone di alcuna attendibilità; a questa strategia si collega un processo di attribuzione di caratteristiche negative al deviante. A questa strategia contro la minoranza deviante si accompagna un vero e proprio processo di distorsione dei fatti disponibili. Questa strategia può accompagnarsi all'espulsione materiale o simbolica del deviante dal gruppo;

·      il rifiuto parziale: anche se è vero quello che afferma il deviante è meglio non parlarne per ragioni di credibilità del gruppo. Il rifiuto è parziale in quanto la maggioranza, in questo caso, può essere consapevole che ciò che afferma il deviante non è totalmente sprovvisto di senso, per quanto è disapprovato il fatto che egli ne parli pubblicamente. Con questa strategia il deviante può essere tenuto nel gruppo, per quanto si cerca di «farlo tacere»;

·      la disconferma: cioè il silenzio, l'apparente indifferenza con cui viene ascoltata la posizione minoritaria. La disconferma è una strategia che nega la presenza del deviante, che n'annulla in qualche modo l'esistenza, come avviene anche nei piccoli gruppi in cui un membro è «come se non ci fosse», in quanto sistematicamente ignorato e i cui interventi e iniziative cadono sempre nel vuoto. Con questa strategia i membri non hanno neppure bisogno di allontanare materialmente il membro deviante dal gruppo; sarà probabilmente il deviante stesso a scegliere di andarsene, per salvaguardare la propria identità, o di adeguarsi alla maggioranza;

·      la ridicolizzazione: è una strategia che tende a mostrare il o i devianti come personaggi un po' tristi, dei «fissati» su cui è possibile scherzare, fare battute e ridere. La sanzione del ridicolo sociale è molto potente, tale da riportare nei ranghi coloro che vorrebbero opporsi al punto di vista maggioritario, anche quando esso è palesemente scorretto;




·      la naturalizzazione: si tratta di una forza di resistenza alla devianza che si presenta in modo sottile e consiste in un meccanismo per cui i gruppi si difendono contro i devianti rovinando la loro credibilità con l'attribuire l'origine dei loro comportamenti ed opinioni a caratteristiche personali, «naturali». La naturalizzazione può assumere forme diverse: la biologizzazione, che consiste in un'attribuzione dei comportamenti devianti a caratteristiche biologiche, come il sesso, la razza, l'etnia, un handicap ecc.; la psicologizzazione, in cui l'applicazione si ferma sulle caratteristiche di personalità; la socializzazione, in cui il focus attributivo riguarda le opzioni e l'impegno sociopolitico oppure le origini sociali dell'individuo.

L'accettazione della dissidenza può avvenire in vari modi: stimolando la creatività del gruppo, mettendo in atto processi di mutamento che possono realizzarsi con modalità differenti. La conversione può avvenire in tempi ritardati, in pratica in tempi successivi a quando si è stati esposti alla fonte d'influenza; può avvenire solo privatamente, quando il soggetto non esplicita pubblicamente il suo cambiamento ma lo ha interiorizzato; si può manifestare in modo trasposto, cioè riflettersi su altri argomenti collegati a quanto la minoranza ha espresso. Inoltre, la minoranza può soffrire d'influenza pervasiva sul comportamento, detto effetto modellante, che Mucchi Faina ha mostrato nel caso del femminismo, minoranza attiva, che ha avuto un forte impatto sociale anche sulle donne che non si considerano tout court «femministe», ma che hanno attraverso l'esempio di dissidenza del femminismo rispetto al potere maschile, rivisto la propria posizione all'interno della famiglia e della società e improntato la loro condotta a principi di maggiore indipendenza e svincolo dai primitivi ruoli di subordinazione.

Le minoranze sociali non sono necessariamente definite in base al numero d'aderenti, ma soprattutto nei termini della loro mancanza di potere, al loro status di marginalità all'interno del gruppo.

2.2 Il conflitto all'interno dei gruppi

Il conflitto costituisce una realtà sempre possibile nei gruppi, in quanto è assai probabile che le opinioni dei vari membri non siano sempre allineate e conformi fra loro, come pure è possibile che vi sia una scarsità di risorse che non possono essere ugualmente distribuite fra i membri, il che ingegnerà facilmente qualche tipo di competizione e di lotta per il raggiungimento del profitto personale e danno di quello degli altri. D'altra parte, come notano Levine e Thompson, il conflitto intragruppo può avere esiti diversi: da un lato può avere conseguenze negative sia per i singoli membri sia per l'intero gruppo, quali ostilità interpersonali, prestazioni carenti, e nei casi più gravi disintegrazione del gruppo; dall'altro può avere conseguenze positive, quali incremento della creatività nella soluzione dei problemi e soluzioni unificanti che ricompongono interessi competitivi in modo tale da portare benefici a tutti i membri del gruppo. Insomma, vi sono costi e benefici potenziali nel conflitto di gruppo così importanti e diffusivi da rendere indispensabile una comprensione delle regioni per cui il conflitto si genera e dei modi in cui esso viene risolto.

Alcune delle ragioni per cui può iniziare un conflitto intragruppo sono: l'accesso a delle risorse illimitate, la distribuzione ineguale delle opportunità e qualità fra i membri, convinzioni diverse su questioni importanti in quel determinato momento, possibilità che le graduatorie del prestigio personale dei membri siano sconvolte e trasformate per circostanze intervenienti.

Kelley e Thibaut suggeriscono che il gruppo è interdipendente riguardo alle informazioni e ai risultati e che entrambi questi due tipi d'interdipendenza possono produrre conflitti. I conflitti riguardanti l'interdipendenza delle informazioni si attivano con la comparsa di opinioni diverse fra i membri su questioni rilevanti per il gruppo e si esprimono con discussioni accese e tentativi di difesa delle proprie opinioni. Possono essere sottesi da motivazioni competitive o cooperative: competitive, quando i membri vogliono vincere, acquisire status e primato nel gruppo; cooperative, quando nella percezione di uno o più membri si ritiene che l'adozione della propria posizione possa portare miglioramenti nel benessere di gruppo. I conflitti riguardanti l'interdipendenza dei risultati si attivano quando si produce una relativa incompatibilità fra gli scopi e gli interessi dei vari membri, Quando insomma si produce un'interdipendenza negativa. Tale possibilità è sempre presente nella vita dei gruppi, in quanto i membri sono da un lato motivati a collaborare per raggiungere obiettivi comuni e difficilmente raggiungibili individualmente, dall'altro sono spinti a competere fra di loro quando le risorse sono scarse e ognuno intende a assicurarsi il massimo vantaggio individuale.

Nella dinamica dei gruppi il conflitto viene considerato da un lato come una minaccia al raggiungimento degli obiettivi, una «perdita di processo» nella produttività, dall'altro come una minaccia alla unione, all'armonia del gruppo, che può comportare cali nel «morale», perdite motivazionali, centraggio su interessi individualistici piuttosto che collettivi. Per questo, non a caso si sceglie nei gruppi di evitare le situazioni conflittuali, anche se questo evitamento non sempre produce gli effetti sperati, in quanto il continuo appiattimento delle posizioni e la continua repressione dei sentimenti d'antagonismo può produrre un «collasso» del gruppo, da cui i membri possono ritirarsi sia simbolicamente, non investendo più nulla e ripiegandosi su di sé, sia effettivamente, abbandonando il gruppo. Talora l'evitamento del conflitto fa parte addirittura di un presupposto implicito di fondo, come avviene in molti gruppi a matrice religiosa, nei quali il «dover essere» di tipo aconflittuale spegne sul nascere qualunque tipo di confronto di opinioni e d'esame dei problemi del gruppo. Altre volte l'evitamento del conflitto e l'illusione d'unanimità possono condurre a scelte disastrose.

È anche vero che non sempre l'espressione dei sentimenti e il disvelamento dei conflitti possono essere positivi; anzi in taluni casi l'espressione emozionale può avere effetti distruttivi e produrre fratture non ricomponibili.

I meccanismi che i gruppi usano per affrontare i conflitti, sono essenzialmente tre:

a)   l'evitamento del conflitto, si tratta di un intervento anticipato teso ad impedire la comparsa del conflitto oppure a bloccarlo prima che diventi saliente per il gruppo;

b)   la riduzione del conflitto, intervento atto a ridurre o a eliminare un conflitto già acceso o divenuto rilevante per il gruppo;

c)    la creazione del conflitto, produzione intenzionale del conflitto in situazione di assenza del medesimo, oppure intensificazione dei conflitti già esistenti.

Questi tre meccanismi possono essere usati in momenti diversi della storia del gruppo, anche se è possibile che alcuni gruppi «si specializzino» nell'utilizzazione di uno di loro, ad esempio nell'evitamento.

I conflitti che si basano sulla divergenza d'opinioni, possono essere evitati con modalità di controllo del pensiero, che può essere del proprio o dell'altrui pensiero. Nel primo caso, l'individuo non mostra le opinioni personali che egli ritiene opposte da quelle degli altri e che possono minacciare l'unione del gruppo, oppure cerca di «riformattare» i propri pensieri per avvicinarsi il più possibile a quelli degli altri. Nel secondo caso, si cerca dal punto di vista dell'evitamento del conflitto di controllare e manipolare i pensieri degli altri membri, attraverso varie tecniche: controllo dei comportamenti verbali; introduzione di regole decisionali implicite o esplicite, più o meno severe, più o meno autoritarie; interpretazione modificata del disaccordo nel senso di ridurne l'importanza e quindi il potenziale «eversivo»; adozione del compromesso, cioè di una posizione moderata che si avvicina alla media delle varie posizioni. Per Moscovici la normalizzazione, come ricerca del compromesso, avviene quando la posta in gioco non è basilare per i partecipanti al gruppo, che sono in tal modo motivati ad evitare il conflitto e a negoziare sulle rispettive posizioni, facendosi reciproche concessioni.

Moscovici e Doise rilevano che la «propensione umana al compromesso» non è sempre adatta per giungere a decisioni d'alta qualità e a traguardi di gruppo innovativi; per questi autori il raggiungimento di un autentico consenso, che è contrario al compromesso, è ottenuto non con l'evitamento del conflitto e con l'attutirsi delle opinioni individuali, ma con il confronto acceso delle reciproche posizioni attraverso la discussione e, anche, il conflitto. Sulla stessa linea di pensiero sono Johnson e Johnson che sottolineano l'importanza della controversia come situazione d'apprendimento, in cui i partecipanti s'impegnano in scambi d'opinioni che producono per prima cosa incertezza e conflitto cognitivo, dai quali in un secondo momento prendono l'avvio curiosità conoscitive e capacità d'adottare la prospettiva dell'altro. La controversia produce sia una riconcettualizzazione del problema per giungere ad una soluzione comune, sia un incremento di relazioni interpersonali positive.

Il conflitto sociocognitivo, come situazione in cui gli attori hanno prospettive divergenti rispetto allo stesso problema e devono giungere ad una soluzione comune, ha potenzialità positive che sono state messe in luce da Doise e Mugny e Perret- Clermont nel corso di numerose sperimentazioni, coinvolgenti anche bambini di età scolare e prescolare. Il conflitto sociocognitivo produce scambi intellettuali che comportano profonde ristrutturazioni nel modo di affrontare il problema, per cui la soluzione non è il prodotto di una imitazione ma è piuttosto il risultato della costruzione di nuove conoscenze derivate dall'interazione sociale; la possibilità di tener conto della prospettiva cognitiva dell'altro e di riflettere sui problemi in modo nuovo, che deriva dai conflitti sociocognitivi, appare come una conquista esportabile in altri settori e, quindi, come un apprendimento piuttosto stabile nello sviluppo cognitivo dell'infanzia e oltre.

La riduzione del conflitto è un meccanismo che si attiva quando la situazione è già conflittuale e il gruppo deve fronteggiarla per continuare nel perseguimento degli obiettivi e per rifare l'armonia interna. Alcune forme di riduzione del conflitto sono già state presentate parlando d'influenza maggioritaria e minoritaria: la maggioranza che impone il suo punto di vista e isola o espelle la minoranza oppure la minoranza che riesce a far passare la propria posizione e produce aggiustamenti nel gruppo o «converte» alcuni membri. Altre forme di riduzione del conflitto sono le votazioni, per quanto loro non possono essere una garanzia di risoluzione del conflitto, e i processi di negoziazione, più efficaci, in cui da posizioni divergenti gli individui s'impegnano attivamente nel raggiungimento di un accordo fino ad arrivare a decisioni consensuali concernenti la distribuzione delle risorse o l'interpretazione di un evento.

La creazione di un conflitto può avere una grand'efficacia, come abbiamo visto in precedenza parlando di ricerca del consenso, controversia e conflitto sociocognitivo. Nemeth e Owens sostengono la possibilità del conflitto e l'esposizione a punti di vista minoritari, che promuovono un pensiero divergente, in pratica creativo, stimolano la ricerca d'informazioni alternative, incoraggiano ad assumere prospettive molteplici e utilizzano strategie diverse per svolgere la prestazione.



Deutsch ha puntualizzato che il conflitto ha una doppia faccia, in quanto esiste il conflitto distruttivo e quello costruttivo. Il conflitto distruttivo è caratterizzato da un allargamento ed escalation della conflittualità a tal punto che essa diviene indipendente dalle cause che l'hanno generata ed è possibile che continui anche quando queste cause sono state rimosse o addirittura dimenticate; il conflitto costruttivo comporta, invece, un processo di ristrutturazione cognitiva, uno sforzo di considerare ciò che unisce gli altri, un impegno di cooperazione e di ricostruzione.

I gruppi «longitudinali», in pratica quelli che continuano nel tempo, devono essere in grado d'incontrarsi col cambiamento, col mutare delle appartenenze nei processi d'entrata e d'uscita dei vari membri, con l'evolvere delle richieste e dei bisogni dei partecipanti, con la manifestazione degli inevitabili conflitti, dal fronteggiamento dei quali dipenderà la trasformazione o la spaccatura del gruppo.

2.3 I processi scismatici

La storia di quasi tutti i gruppi è segnata prima o poi da uno scisma, a qualunque stadio del loro sviluppo. La nozione di scisma, nella definizione di Sani e Reicher, si riferisce al processo di divisione di un gruppo in sottogruppi e al ritiro finale di almeno uno dei sottogruppi dal gruppo originario.

Secondo Sani e Reicher, il processo scismatico comincia quando compaiono delle differenze cruciali nelle posizioni sostenute da due o più sottogruppi, che si accusano a vicenda di contraddire e alternare elementi essenziali dell'identità intragruppo; in altri termini, un sottogruppo ritiene che la posizione adottata da un altro sottogruppo sia a favore di un cambiamento radicale di quella che viene percepita come l'assenza dell'identità di gruppo. Per «essenza» s'intende riferirsi ad aspetti centrali, se vogliamo vitali, per la sopravvivenza del gruppo in quanto tale. A questo punto si arresta il processo di consensualizzazione ed emerge il blocco dei processi di negoziazione fra le parti o i sottogruppi implicati, in quanto le disomogeneità appaiono inconciliabili, il conflitto intragruppo diviene letale e incomincia il processo scismatico.

Sani mette in luce alcune condizioni necessarie perché avvenga lo scisma:

·      la percezione di un minaccia all'identità di gruppo; ciò avviene quando i membri di un sottogruppo percepiscono le idee di un altro sottogruppo come qualcosa che contrasta con la «vera» identità di gruppo e temono una «futura identità» che contrasti con la storia, la cultura e i valori del gruppo per come essi li percepiscono;

·      la percezione di una mancanza di una «entitatività» del gruppo, cioè di compattezza e coerenza interna. Gli individui si uniscono ai gruppi per agire collettivamente e per avere certezza e coerenza, essi hanno quindi bisogno di percepire il gruppo com'entitativo. Quando un sottogruppo vede nella posizione di un altro sottogruppo qualcosa che contrasta con l'identità del gruppo stesso, si fa strada la sensazione che il gruppo non sia più un gruppo, cioè un'entità compatta che condivide alcuni punti fondamentali; da qui nascono sentimenti d'incertezza e il senso che il cemento del gruppo sia perso;

·      quando si realizzano le condizioni dei due punti precedenti, vengono accentuate sia le differenze fra i sottogruppi nemici, sia le somiglianze fra i membri di uno stesso sottogruppo, nel tipico «effetto accentuazione» che riguarda il processo di categorizzazione;

·      quando un sottogruppo percepisce la posizione di un altro sottogruppo come contrastante l'identità profonda del gruppo, i membri di tale sottogruppo diventano impermeabili all'influenza sociale da parte dei membri dell'altro sottogruppo e cessano di considerare quest'ultimi come membri legittimi del gruppo stesso, ed anzi iniziano a percepirli come membri illegittimi;

·      perché avvenga uno scisma è necessario che le percezioni dei due (o più) sottogruppi siano simmetriche, cioè è necessario che ciascun sottogruppo veda l'altro come «sovversivo»;

·      il modo in cui si sviluppa uno scisma dipende probabilmente anche dalle relazioni di status fra le parti. Le condizioni contestuali sono sempre da tenere presenti nella comprensione dei motivi per cui avviene uno scisma; ogni gruppo agisce e si sviluppa in un contesto sociale in cui sono presenti numerosi altri gruppi, e la dinamica sociale di confronto fra gruppi diversi può elicitare o impedire un processo scismatico all'interno di un gruppo.

Mentre con scisma ci si riferisce al processo di separazione, il sottogruppo che si stacca è definito setta, che Pace definisce come «un'organizzazione socioreligiosa formatasi per separazione rispetto ad una tradizione religiosa storicamente consolidata». In termini di psicosociologia dei gruppi è importante riflettere sulla dinamica che dirige la costruzione di una setta; secondo Pace vi sono almeno i quattro seguenti elementi:

a)   i confini di una determinata istituzione religiosa si alternano, nel senso che in essa si sviluppano i presupposti dottrinali per dar luogo alla separazione e i confini del gruppo originario appaiono meno definiti e cominciano, con tutta evidenza, a formarsi delle nuove contrapposizioni fra ciò che può essere definito un «noi» e ciò che può essere definito un «loro». La base di questa situazione è il conflitto, che può riguardare sia questioni dottrinarie, sia l'organizzazione interna del gruppo e l'esercizio del potere d'interpretazione del sistema di credenza;

b)   si costituisce un nuovo principio d'autorità che si contrappone a quello esistente nell'istituzione originaria; potremmo dire che deve formarsi una nuova leadership intorno alla quale si formi un nucleo di seguaci disposto a seguire un nuovo corpus di norme e valori;

c)    la ricerca di nuove condotte di vita, che segnino la radicalità della scelta religiosa compiuta; possiamo vedere in questo elemento la costituzione di norme e valori di riferimento che danno, insieme al nuovo principio di autorità, struttura al gruppo dissidente. Fra queste nuove condotte di vita vi possono essere rinuncia alla proprietà privata, convivenza in comunità di tipo totalizzante, astinenze di vario genere, rituali di purificazione molto divergenti dalle comuni regole igieniche, pratiche d'educazione basate su principi diversi, e così via;

d)   la temporanea o definitiva fuoriuscita dal mondo «normale», cioè dal comune sistema istituzionale che regola una comunità e dagli usuali comportamenti che in esso esistono. Questo punto è soprattutto forte nei casi in cui la setta si oppone radicalmente al modo di «essere nel mondo» della religione di provenienza.

Le sette sono tutt'oggi numerose e assai diversificate e non è possibile riferirsi ad esse usando un metro di patologia sociale e individuale per coloro che vi aderiscono. Come giustamente nota Pace, sia la creazione di una setta sia l'adesione individuale a lei costituiscono un complesso intreccio di fattori sociali e individuali, per cui la creazione della setta risponde a domande e bisogni che si fanno strada in un dato momento storico e in una data società, come pure l'adesione individuale corrisponde ad un passaggio, che in genere si precisa passo a passo, attraverso contatti sociali e «microdecisioni» personali che alla fine sfociano in una scelta. Le sette sono gruppi e per comprendere il loro funzionamento è necessario riferirsi ad una logica sociale, che prevede innanzi tutto un movimento di separazione da un gruppo originario e la costituzione successiva degli elementi portanti di un gruppo, in pratica della sua struttura, composta di una leadership, di un sistema di norme e valori centrali, di una probabile differenziazione di status e ruoli dei membri, di una rete più o meno complessa di comunicazioni.

Lo scisma è un fenomeno della dinamica di gruppo che, oltre al suo significato su un ambito sociale più ampio e che può «fare storia», ha spesso profondi e dilanianti effetti sulle vite degli individui coinvolti.

A scala più ridotta, nel senso di meno visibile socialmente, si consumano di continuo scismi, scissioni anche nei piccoli gruppi, poiché come abbiamo ripetuto più volte nessun gruppo è perfettamente omogeneo, perfettamente coeso e assolutamente impermeabile ai movimenti di cambiamento che si precisano sia dentro al gruppo sia fuori dal gruppo.

Il caso dello scisma si pone in un'ottica per cui l'uscita dal gruppo è operata da un gruppo di individui, un fenomeno che vede delinearsi in una situazione intragruppo una dinamiche che possiamo definire intergruppi, poiché completa la questione su aspetti essenziali dell'identità di gruppo e su azioni che contrappongo inevitabilmente la divisione fra «noi» e «loro», fra i «buoni» e i «cattivi», fra i «fedeli» e gli «infedeli» di un partito, di una Chiesa, di una cooperativa, di una piccola impresa, di un movimento sociale, di un team di scienziati, di un gruppi di piccoli delinquenti di periferia, in un rimando di auto ed eterodefinizioni inconciliabili che hanno l'esito di spaccare un gruppo in due e di mettere in moto tutti i meccanismi dinamici che faranno delle due compagini due veri e propri nuovi gruppi, con la loro struttura interna, fatta di leadership, norme, differenziazioni di status e ruoli.







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