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LA SCUOLA NELLA STORIA - NELL'ITALIA UNITA

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LA SCUOLA NELLA STORIA

NELL'ITALIA UNITA

La legge Casati (ministro della pubblica istruzione del regno sardo con il gabinetto Lamarmora), promulgata il 13 novembre 1859, fu il testo su cui si imperniò la scuola italiana fino alla riforma Gentile del 1923 che ne riprenderà le caratteristiche essenziali.

Essa introduceva il principio dell'obbligo scolastico, anche se per il momento circoscritto al primo ciclo della scuola elementare (fino all'ottavo anno di età). La legge ebbe però scarsa efficacia in primo luogo perché la maggioranza dei Comuni, cui essa aveva demandato l'obbligo di aprire scuola, era piuttosto povera, secondariamente perché, dedite all'agricoltura e legate pertanto ad un assetto sociale sostanzialmente statico, molte famiglie vedevano nell'istruzione più un lusso che una necessità.

Tuttavia con la proclamazione del Regno d'Italia venne estesa a tutta la penisola.

La situazione andò migliorando per merito di alcune leggi varate nei decenni successivi, tra queste leggi ricordiamo quella di Coppino del 1877 che promulgò l'obbligo scolastico fino al nono anno di età, fissando le sanzioni per gli inadempienti e instaurò il controllo statale sulle nomine dei maestri.




LA RIFORMA GENTILE 242i88c

La riforma di Giovanni Gentile, varata nel 1923, non creò una scuola fascista: creò una scuola "gentiliana", nella quale l'istruzione classica era considerata il punto centrale e la sintesi della preparazione culturale del giovane.
La scuola elementare, obbligatoria e gratuita, era suddivisa in due corsi: inferiore (fino alla 3° classe) e superiore (4° e 5° classe). Per l'ammissione al corso superiore bisognava superare un apposito esame di Stato. Dopo la scuola elementare, che si concludeva con l'esame per conseguire il "certificato di compimento", lo studente che desiderava proseguire la carriera scolastica fino ai più alti gradi doveva sostenere un altro esame: quello di ammissione al Ginnasio. Anche il Ginnasio era suddiviso in due corsi, e il passaggio dal corso inferiore a quello superiore comportava un esame, che si sosteneva alla fine della terza Ginnasio. Alla fine del quinto anno di Ginnasio lo studente doveva ancora sostenere degli esami, quelli conclusivi della scuola ginnasiale, e che avevano il nome di "esami di ammissione al liceo". Il superamento di questi esami permetteva l'iscrizione al Liceo Classico, triennale. Infine, il conseguimento del diploma di maturità classica permetteva l'accesso a tutte le facoltà universitarie.

Il giovane che arrivava all'Università aveva quindi superato un numero di sbarramenti non indifferente: sei esami nei primi tredici anni di studi. Le materie di insegnamento del ginnasio erano italiano, latino, greco, storia, geografia, matematica, lingua straniera (dalla 2° alla 5° ginnasio), religione ed educazione fisica.
Il Liceo Scientifico, di durata quadriennale e al quale si accedeva con gli stessi titoli di ammissione per il Liceo Classico, prevedeva un approfondimento degli studi scientifici e il proseguimento dello studio della lingua straniera, oltre all'insegnamento del disegno. La mancanza dell'insegnamento del greco e il numero minore di ore dedicate alle altre materie letterarie limitavano, per i maturati al Liceo Scientifico, l'accesso agli studi universitari, escludendo la possibilità di iscrizione alle facoltà di lettere, filosofia e giurisprudenza.
Lo schema gentiliano della scuola poneva quindi già dalla quinta elementare una scelta per il futuro del giovane perché l'istruzione classica restava la scuola per eccellenza, aprendo la strada ad ogni possibilità di studi universitari, mentre le alternative al ginnasio andavano dalla scuola secondaria di avviamento professionale (il più basso gradino, che serviva in sostanza ad avviare i giovani al lavoro dopo il 14° anno d'età), all'istituto tecnico e all'istituto magistrale, che erano pure scuole di avviamento al lavoro, ma prevedevano anche un accesso limitato agli studi universitari (la facoltà di agraria o di economia per il primo, la facoltà di magistero per il secondo).

Il liceo artistico infine dava la possibilità di proseguire gli studi solo all'Accademia di belle arti o alla facoltà di architettura.


Qui di seguito forniamo i costi, riferiti al 1933, di un corso di studi completo (ossia fino al conseguimento del diploma finale) nei diversi settori dell'istruzione secondaria:
- ginnasio e liceo classico: Lit. 3.700
- ginnasio e liceo scientifico: Lit. 4.120
- scuola di avviamento al lavoro: Lit. 50
- istituto magistrale: da Lit. 1.610 a Lit. 2.400
Diplomarsi geometri o ragionieri costava Lit. 2.136, mentre chi terminava gli studi al grado inferiore degli istituto tecnici pagava in tutto Lit. 1.038.

DURANTE IL FASCISMO

Una volta consolidatosi, il regime si preoccupò di fascistizzare l'istruzione.

Infatti già dal 1925 era iniziata quella che è stata definita la "politica dei ritocchi" alla Riforma Gentile, e stava prendendo forma tutta un'altra visione dell'educazione e della pedagogia: la scuola sarebbe dovuta divenire il luogo dove plasmare l'italiano nuovo, l'italiano fascista.

1925-1931: il progressivo adeguamento al fascismo

gli anni che vanno dal 1925 al 1931 sono quelli che vedono un lento ma progressivo appiattimento della produzione di testi scolastici sulle direttive e sulle esigenze del regime. Da più parti negli ambienti fascisti del Ministero della pubblica istruzione si lamentava poca attenzione al fascismo nei libri di lettura, tanto che la Commissione Giuliano, già nel 1926, iniziò a definire i nuovi criteri per valutare i libri scolastici: le qualità da apprezzare diventavano quelle capaci di alimentare sentimenti patriottici e virili, l'accento si poneva sul valore militare.

Negli anni seguenti si fece più esplicita l'intenzione di propagandare ed esaltare il fascismo: ai compilatori delle letture si chiese di dare un'immagine favorevole del regime, di elencarne le conquiste e di sottolinearne i meriti. I libri iniziarono a popolarsi di Balilla, di martiri della Rivoluzione, della figura e dei discorsi del Duce (il primo appare in un testo nel 1929 ), dei miti della Roma antica. Il processo di progressivo smantellamento della Riforma Gentile e la fascistizzazione dell'educazione, e quindi delle letture scolastiche, furono due fenomeni che procedettero di pari passo.



L'obiettivo non era di formare individui che potessero affrontare liberamente la società ma di fabbricare nuove coscienze per uno stato rigenerato.


1929: l'accordo con la Chiesa

Il Concordato introduce l'insegnamento della religione cattolica nella scuola, offrendo però la possibilità ai genitori di esonerare, con un'apposita dichiarazione scritta al capo dell'istituto all'inizio dell'anno scolastico, i loro figli.

1931: il testo unico di Stato e il giuramento fascista universitario

Negli anni Trenta, la tendenza a fascistizzare la scuola, e di conseguenza i testi scolastici, che già si era manifestata a partire almeno dal 1926, si fece completa. Al Ministero per l'Educazione Nazionale si avvicendarono ministri di sicura fede fascista come Belluzzo, Ercole, De Vecchi e Bottai. La politica della scuola continuava i suoi ritocchi alla Riforma del 1923; la nomina di Bottai rispose alle esigenze del momento: organizzatore di cultura e intellettuale, a partire dal novembre 1936 fu ministro per l'Educazione Nazionale con il chiaro obiettivo di realizzare una riforma autenticamente fascista della scuola. Nel 1939 i suoi sforzi riformistici culminarono nella stesura della Carta della Scuola, che avrebbe dovuto sancire l'inizio della scuola veramente fascista e con la quale ci si riprometteva di adeguare l'intera legislazione scolastica ai principi ideologici del regime. Lo scoppio della guerra ne impedì la realizzazione pratica, se non in minima parte, quella cioè volta a unificare i corsi inferiori del ginnasio, degli istituti tecnici e dell'istituto magistrale. Un controllo totale venne imposto però dall'introduzione, a partire dall'anno scolastico 1930-31, del testo unico di Stato.

Le motivazioni ufficiali erano di tipo ideologico e didattico e dovevano ruotare intorno a tre principi:

1)Tenere i ragazzi non chiusi in un mondo artificioso senza rispondenza nella vita, ma a contatto con la realtà, specie la realtà educativa.

2)Dare ai ragazzi il senso di questo meraviglioso rinnovamento di italianità, opera del Fascismo.

3)Formare un'educazione fascista che non fosse effimera sovrapposizione retorica, ma che sorgesse spontanea nei giovani animi al contatto con la vita reale.

In realtà i risultati che si volevano raggiungere erano altri. Oltre a voler ottenere un consenso ed un controllo maggiori, si voleva costruire l'immagine di un regime che funzionava in tutti i settori, che aveva saputo ricostruire e ridare splendore all'Italia con una efficienza tipicamente militare. Inoltre l'innovazione del testo unico e la sua revisione triennale volevano dare l'idea di un processo di modernizzazione della struttura didattica precedente. c'era, poi, il prestigio che lo Stato sperava di ottenere nel curare un'operazione editoriale di alto livello, avvalendosi di autori illustri. Infine, il fascismo intendeva, demagogicamente, anche andare incontro ai problemi finanziari che l'acquisto dei libri comportava, soprattutto per le classi meno agiate.

 

L'8 ottobre 1931 la "Gazzetta Ufficiale" pubblicò un decreto legge intitolato "Disposizioni sull'istruzione superiore" in cui si stabiliva:

. i professori di ruolo e i professori incaricati sono tenuti a prestare giuramento secondo la formula seguente: "Giuro di essere fedele al re, ai suoi reali successori, al regime fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l'ufficio di insegnante e adempire tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al regime fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concilii coi doveri del mio ufficio" .

LA REPUBBLICA ITALIANA

Con la fine della guerra seguirono importanti riforme che riportarono nella scuola l'aspetto democratico eliminato dal regime fascista. Nel 1945 venne abolito il testo unico di Stato per le scuole elementari.

GLI ANNI '60

Nel 1962 si istituiva la legge per la scuola media unica. Essa sostituiva qualsiasi altro tipo di scuola secondaria inferiore, ed era gratuita e obbligatoria per tutti i ragazzi dagli 11 ai 14 anni. Venne eliminato così ogni motivo di discriminazione sociale degli allievi.



A tale legge corrispose anche una ampia gamma di discipline, in un primo tempo obbligatorie e facoltative, poi tutte obbligatorie, che impostavano un più funzionale raggruppamento delle materie, suggerivano nuovi criteri di valutazione degli alunni e abolivano l'insegnamento del latino come lingua a sé stante.

Sette anni dopo, nel 1969 venne poi abolito l'esame di ammissione dalla V ginnasio alla I liceo classico.

Fino al fatidico 1968 la scuola viveva una sua vita separata scossa da ben pochi eventi. Dalla Liberazione vi era stato un unico momento molto qualificante, quello appunto dell'introduzione della Scuola Media Unica (1962/1963).

Il resto restava immutato con una struttura essenzialmente piramidale della scuola che vedeva al vertice il Liceo Classico. Gli studi erano molto faticosi e per pochi. In compenso chi arrivava alla fine di essi era quasi sempre gratificato con un sicuro sbocco professionale.

Gli anni '60 sono ricordati come gli anni del 'boom' economico: un benessere sempre maggiore riguardava il tessuto sociale del Paese (anche se profondi squilibri continuavano ad esistere). La chiusa e rigida struttura della scuola non si adattava più ad una richiesta maggiore di scolarizzazione.

Il malcontento, il disagio, le difficoltà di accesso per nuovi soggetti diede il via alle vicende del 1968, che portarono a  questi risultati:

 - Semplificazione degli esami finali (1969). Gli esami che fino ad allora vertevano su tutte le materie di studio con scritti ed orali (ed importanti incursioni sull'ultimo triennio di studio), si facevano ora su due soli scritti e due materie su quattro possibili (una indicata dal candidato e la seconda, date le circolari ministeriali che invitavano le commissioni a favorire e non penalizzare i ragazzi, praticamente pure).

Si tenga conto che questo esame era stato introdotto sperimentalmente e sarebbe stato cambiato nell'arco di due anni diventati, con disinvoltura, 30.

- Liberalizzazione degli sbocchi universitari (1969). Mentre prima l'accesso a qualunque facoltà universitaria era prerogativa degli studenti del Liceo Classico, ora la liberalizzazione garantiva l'ingresso ad ogni facoltà agli studenti provenienti da qualsiasi tipo di scuola.

- Gestione collegiale della scuola (1974). Creazione di organismi (Organi Collegiali), mediante dei Decreti Legge di Delega al governo, che avrebbero permesso la direzione delle scelte di fondo della scuola a studenti, famiglie e docenti. Questa legge rimase incompiuta proprio nella parte che avrebbe reso importanti e funzionali tali organi: quella economica.

In pratica si poteva programmare ciò che si voleva, poi però non era quasi mai possibile realizzarlo (si tenga conto che questa fallimentare esperienza è alla base della sfiducia che tutti hanno nella possibilità di modificare le cose attraverso strutture istituzionalmente costruite).


ANNI '90: LA GRANDE  SVOLTA, DA  BERLINGUER ALLA MORATTI

Svolta decisiva nella storia scolastica è quella offerta, nel 1997-1998, dal progetto del ministro Berlinguer, progetto che sarà poi tradotto in disegno di legge nel luglio dello stesso anno. Eccone i punti fondamentali, presentati nella legge del 1999:

1) L'organizzazione complessiva. Il provvedimento estende l'obbligo scolastico a 15 anni, e crea inoltre un secondo tipo di obbligo, quello alla formazione professionale, che dura fino ai 18 anni. E già questa è una novità. Il secondo elemento di rottura con il passato riguarda il numero complessivo di anni dedicati all'istruzione: adesso sono 13 (cinque elementari, tre medie, cinque superiori), diventeranno 12. Resta invece intatta la possibilità di frequentare i 3 anni di scuola materna, dai 3 ai 6 anni.
2) Il ciclo primario. Comprende tre bienni, a cui seguirà un anno definito "di orientamento". In pratica, è una sorta di sintesi tra le elementari e le medie, con una maggiore attenzione, però, alla preparazione agli studi del successivo ciclo di istruzione.
3) Il ciclo secondario. Dura cinque anni, e si articola in cinque differenti aree: umanistica, scientifica, tecnica, artistica e musicale. Nel primo biennio molti insegnamenti sono comuni, in modo da permettere, se lo studente vuole, di passare da un indirizzo ad un altro. Al termine dei 5 anni, i ragazzi dovranno sottoporsi, come adesso, all'esame di Stato.
4) L'obbligo. Quello scolastico si estende oltre il ciclo primario, e comprende anche il primo biennio del ciclo secondario (cioè fino ai 15 anni). Chi, a questo punto, sceglie di lasciare gli studi, ha comunque il diritto-dovere alla formazione, fino ai 18 anni.
5) I docenti. Entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge, il ministro della Pubblica istruzione predispone un piano complessivo, un "progetto di riqualificazione professionale degli insegnanti" per aggiornare il corpo docente.



Operato, quello di Berlinguer, integrato qualche anno dopo, nel 2001, dalla Moratti, che introduce, nella riforma che porta il suo nome, le seguenti principali novità inerenti la scuola superiore:
-ritorna il 7 in condotta come discrimine fondamentale tra promozione e bocciatura
-gli Organi Collegiali (Consiglio di Istituto e di Classe) vengono pesantemente ridimensionati nel proprio ruolo di gestione democratica e collegiale della scuola. Gran parte dei poteri sono accentrati della mani del preside-manager, che diventa in pratica il "capo" dell'istituto senza alcuna possibilità di influire sulle sue decisioni.

I Consigli di Classe, oggi luoghi di discussione e confronto tra studenti, insegnanti e genitori, vengono cancellati.

La composizione del Consiglio di Istituto, che dovrebbe perdere tra l'altro parte dei propri poteri, viene ridefinita nel senso di un'ulteriore riduzione della presenza della componente studentesca

-sparisce l'attuale distinzione tra istituti tecnici, professionali e licei. Dopo la terza media ogni studente dovrà irrimediabilmente scegliere tra due opzioni, senza poi possibilità reale di passare da un percorso all'altro: o iscriversi ad un "liceo", o frequentare una scuola professionale, molto probabilmente in un meccanismo di alternanza scuola-lavoro.

Quelli che finiranno il liceo potranno (anzi dovranno, perché i licei non rilasceranno alcun titolo di studio realmente spendibile sul mercato del lavoro) iscriversi all'università, cosa che invece quelli che avranno frequentato un istituto professionale non potranno in pratica fare. Questi ultimi, per tentare di proseguire gli studi, dovranno frequentare un anno integrativo, sempre che tutte le scuole lo istituiscano, e poi cercare di passare il test di ingresso all'università, visto che quasi tutte le facoltà, con la strada spianata dalle riforme del centro-sinistra, stanno introducendo il numero chiuso. Peccato che i programmi della scuole professionali saranno stati talmente indirizzati alla spendibilità sul mondo del lavoro.

-ogni scuola assicurerà a tutti soltanto 25 ore di lezione settimanali in alcune materie definite come "fondamentali" (tra le quali la religione cattolica).
Le altre saranno "facoltative" (ossia non sarà obbligatorio per lo studente sceglierle né per la scuola offrirle), ed in parte a pagamento. La valutazione verrà fatta poi in base a tutti i corsi frequentati. Logicamente più corsi si frequenteranno, anche messi a disposizione in altri istituti, più la valutazione sarà alta.
-l'istruzione verrà svenduta al mercato e alle aziende, nel senso che le scuole dovranno reperire parte dei fondi per il proprio funzionamento da sponsor privati, che in cambio avranno un proprio rappresentante in Consiglio di Istituto e potranno condizionare il piano di studi.


BIBLIOGRAFIA

1)          SERIO MAURO, SCRITTURE LATINE (TACITO), VARESE, ED. SCOLASTICHE BRUNO MONDADORI, 2004

2)          GIARDINA ANDREA, SABBATUCCI GIOVANNI, VIDOTTO VITTORIO, PROFILI STORICI (DAL 1900 A OGGI), BOLOGNA, EDITORI LATERZA, 2002

3)          GIORDANO RAMPIONI ANNA, PIAZZI FRANCESCO, SABATINO TUMSCITZ MARIA ATTILIA, NOVOS DECERPERE FLORES (4), BOLOGNA, CAPPELLI EDITORE, 2001

4)          SALVATORELLI LUIGI E MIRA GIOVANNI, STORIA D'ITALIA NEL PERIODO FASCISTA, TORINO, EINAUDI, 1964

5)          CAMBIANO, MORI, STORIA E ANTOLOGIA DELLA FILOSOFIA (2), BOLOGNA, EDITORI LATERZA, 2002

6)          GENOVESI GIOVANNI, STORIA DELLA SCUOLA IN ITALIA DAL SETTECENTO A OGGI, BARI,  LATERZA, 2004.







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