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L'evoluzionismo

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L'evoluzionismo

L'evoluzionismo, come paradigma scientifico, nacque in una nazione, l'Inghilterra, la cui storia di quegli anni era incentrata sull'assoluta fede riposta nel progresso dell'umanità, e su un'idea radicata di cumulatività materiale. Questi due capisaldi teorici, che 757e47h facevano da sfondo ad un paese in forte ascesa economico-sociale, furono alla base della quasi totalità delle teorie espresse dai suoi esponenti. L'idea fondamentale era rappresentata dalla convinzione circa l'unità psichica del genere umano (ossia la credenza che tutti gli uomini, non importa se appartenenti a popolazioni primitive o complesse, fossero dotati delle stesse facoltà intellettive); questo voleva dire, sostanzialmente, che tutte le società dovevano evolversi attraverso una scala di crescente complessità, perché le leggi che governavano l'evoluzione sociale erano sempre uguali a se stesse. Gli effetti cumulativi scaturiti da queste leggi avevano generato una serie di stadi di sviluppo caratterizzati da una crescente complessità, tale da creare una classificazione di società a seconda del grado di sviluppo, il cui apice era rappresentato dall'Inghilterra vittoriana. A livello teorico ciò voleva dire considerare i gruppi "primitivi" attuali come i più indietro nella scala evolutiva, e di vedere in essi i rappresentanti degli antichi abitanti preistorici d'Europa. Gli stadi entro cui pensare l'evoluzione delle società umane erano chiamati, dal più basso, selvaggio, barbaro, civile. Quanto più un popolo presentava istituzioni culturali complesse (nel campo, cioè, del sociale, dell'economico, del politico, del religioso), tanto più era posto avanti nella scala evolutiva. Le diversità riscontrate all'interno di realtà culturali più o meno complesse, rappresentavano sia la prova tangibile dell'esistenza di questa scala progressiva, sia del fatto che a variare era la velocità con la quale veniva percorsa. Tra gli esponenti di maggior rilievo della corrente evoluzionista (da alcuni studiosi chiamata intellettualista), sono da ricordare, in ordine cronologico, Herbert Spencer (1820-1903), Edward Burnett Tylor (1832-1917) e George James Frazer (1854-1941), da molti considerato l'ultimo grande esponente della corrente. Concentreremo l'attenzione su questi tre studiosi esclusivamente per ragioni di spazio, citando, quando occorrerà, diversi altri esponenti del periodo. Anche se non si può parlare di una vera e propria scuola, le differenze tra i loro principi teorici spesso furono marcate, tutti questi studiosi erano accomunati dal fatto di condividere alcuni concetti fondamentali. Spencer pose l'attenzione, in particolare, sui mutamenti evolutivi delle strutture sociali. La sua idea di evoluzione prevedeva un mutamento da uno stadio di omogeneità relativamente indefinita ad uno stadio di eterogeneità relativamente definita e coerente, processo, questo, che poteva spiegare, a suo dire, sia l'evoluzione dell'universo che delle strutture sociali. La sua sociologia si baserà, infatti, su di una idea di legge naturale, cosa che permetterà, a livello di analisi, di considerare la società in analogia ad un organismo biologico. Ciò voleva dire creare un'analogia tra le parti costituenti una società e gli organi interni di un organismo, che, interagendo tra di loro, permettessero alla società di funzionare e di perpetrarsi nel tempo. La società, per Spencer, doveva funzionare attraverso le stesse leggi che regolano la natura, e svilupparsi come una qualsiasi specie vivente. L'evoluzione agiva, quindi, in direzione di una crescente complessità dell'organismo "sociale", al cui apice era vista la civiltà inglese, considerata come la più evoluta e complessa. Nella sua sociologia, inoltre, è presente una forte carica deterministica per quanto riguarda l'apparato legislativo. Spencer pensava, infatti, che solo le società più forti, ed all'interno di esse gli individui più forti, potessero sopravvivere, utilizzando il concetto, che sarà successivamente ripreso da Darwin, della sopravvivenza del più adatto. Ogni intervento dello stato in direzione assistenziale nei confronti delle fasce più deboli della popolazione, poteva comportare un regresso della società, perché, a suo dire, impediva alla natura di fare il suo corso, cioè far sopravvivere esclusivamente gli individui in grado di aiutare il corpo sociale ad evolversi. Lo Spencer maturo si convinse che l'evoluzione dei gruppi umani potesse dipendere anche dall'ambiente e dal sociale, vedendo nei diversi tipi non più stadi di un'unica evoluzione, ma entità classificabili in gruppi divergenti e ridivergenti.



Scrivere di Edward Burnett Tylor equivale, sotto alcuni aspetti, a descrivere il più importante esponente della scuola antropologica inglese dell'800. A lui dobbiamo il primo tentativo di definizione della cultura, cosi come quella di religione, che definì come "La credenza nelle anime e negli esseri spirituali in genere". L'importanza della sua opera, nello sviluppo della disciplina, la si deve soprattutto al fatto di aver messo in evidenza come la cultura fosse il risultato di un apprendimento sociale; ogni individuo, di conseguenza, apprende un insieme di norme e comportamenti trasmessi attraverso le generazioni, sottintendendo, almeno implicitamente, che ogni comportamento, per essere compreso, doveva essere contestualizzato entro la cultura di appartenenza. Come gli altri studiosi del periodo, Tylor credeva sia nell'esistenza di popoli più o meno sviluppati, sia che tutti fossero il risultato di una evoluzione unilineare. Questo voleva dire che tanto più una società si rivelava complessa, tanto più doveva essere considerata come appartenente ad una fase avanzata del suo sviluppo. La complessità di una società era valutata dal livello di strutturazione che presentava, proporzionale, in conclusione, al grado di conoscenza acquisita, considerata come elemento fondamentale di ogni processo di sviluppo. Per Tylor la conoscenza era sempre di tipo cumulativo, ed anche se considerava possibile forme di regressioni culturali (postulato, quella della regressione da un primordiale stadio di civiltà perfetta, che verrà teorizzato dai degenerazionsiti), era convinto di come il progresso fosse la norma, e di come la cultura possedesse potenti strumenti per sopravvivere alle intemperie storiche. Un altro tema affrontato sistematicamente da Tylor fu quello riguardante la religione primitiva (o sarebbe meglio dire la mentalità primitiva), da cui scaturì il concetto di animismo, da allora entrato definitivamente nel gergo antropologico. L'origine delle credenze in esseri spirituali era da ricercare, per lui, in tutti i fenomeni di sdoppiamento della personalità e delle apparizioni che si verificano normalmente durante gli stati alterati della coscienza (sonno, malattia, svenimenti); questi avrebbero convinto il primitivo circa l'esistenza di un doppio, chiamato anima, che poteva condurre una vita autonoma sia durante la vita dell'individuo, che dopo la sua morte. Tale credenza si sarebbe sviluppata, per Tylor, in direzione di un allargamento dell'esistenza dell'anima a tutti i fenomeni osservabili, quali piante, animali, fenomeni meteorologici. La nozione di anima, successivamente, sarebbe rifluita in quella di spirito, ossia un entità eterea e vaga, del tutto autonoma dalle cose materiali. Questo processo spiegava l'origine dell'animismo, considerato, da quasi tutti gli evoluzionisti, come la forma primordiale di religione. Con l'avanzare della conoscenza, infine, e con la progressiva scoperta delle relazioni esistenti tra i vari fenomeni naturali, la mente umana avrebbe prodotto una progressiva condensazione di entità spirituali, fino a restringere il campo di riflessione in un'unica credenza, ossia nell'esistenza dell'anima. Questo processo sottintendeva la convinzione che il progressivo sviluppo di un pensiero razionale di tipo scientifico avrebbe ristretto il campo d'azione di quello magico-religioso, che inizialmente era stato utilizzato per spiegare l'intera gamma di leggi che governano l'universo.

L'ultimo studioso di cui ci occuperemo è James George Frazer, che, seppure autore di molte opere pubblicate durante la prima metà del '900, è da considerare come esponente di un pensiero tipicamente ottocentesco. La sua fama di grande conoscitore di fenomeni appartenenti alle società "primitive" si deve, soprattutto, al suo monumentale Ramo d'oro, opera pubblicata in dodici volumi tra il 1907 ed il 1915 (anche se la prima edizione in due tomi data il 1890). Il pensiero dello studioso scozzese si situa all'interno di un paradigma fortemente debitore di concetti evoluzionisti. Come per i suoi predecessori, Frazer descrisse le società umane come soggette ad un evoluzione costante ed unilineare, grazie alle leggi di cumulatività della conoscenza, e dei vari gradi di sviluppo verso la sua forma superiore, oggettivata nell'Inghilterra di fine secolo. Come per Tylor, l'evoluzione di ogni società doveva essere vista come una graduale maturazione dell'intelletto umano. Da queste premesse, Frazer teorizzò l'esistenza di tre fasi storiche, dominate rispettivamente dalla magia, dalla religione e dalla scienza. La prima era caratterizzata dalla volontà, da parte di una mente ancora immatura ed incapace di comprendere i reali meccanismi che si celavano dietro i fenomeni, di controllare e dominare la natura. L'idea di magia era da ricondurre, per l'antropologo scozzese, alle due leggi che ne regolavano il funzionamento, ossia la similarità (la credenza, cioè, che il simile riproduca il simile, facendo, ad esempio, cadere dell'acqua in terra nella convinzione che ciò provocherà effettivamente la pioggia), e la contiguità (ossia la parte che riflette il tutto, come ad esempio agire su una ciocca di capelli di un individuo per agire effettivamente contro di lui). La fase della magia avrebbe avuto termine nel momento in cui l'uomo si accorse che non erano sufficienti le arti magiche per avere un controllo totale sulla natura e sul mondo; nacque cosi la religione, nella convinzione che le potenze della natura, oggettivate sotto forme di divinità, potessero divenire accondiscendenti un volta ottenuto il loro favore. Fu in questa fase, scrisse Frazer, che nacque la figura del sacerdote, incaricato di mediare tra l'uomo e le divinità. Nel momento in cui, però, ci si accorse che neanche tali convinzioni potevano risolvere i problemi che affliggevano il genere umano, si passò alla fase dell'osservazione empirica dei fenomeni e della comprensione delle leggi che si celavano dietro e ne regolavano il funzionamento. Il passaggio a questa ultima fase dello sviluppo umano avrebbe garantito, attraverso un processo irreversibile, un aumento esponenziale della conoscenza pratica, che avrebbe permesso un controllo sempre più perfezionato della natura. Frazer era convinto che la magia e la scienza fossero due fasi legate dalla comune volontà di scoprire le relazioni di causa ed effetto che legano tra loro i fenomeni naturali. La differenza era da ricercare nella diversa capacità di controllo e di sperimentazione posseduta dalla scienza, al contrario della magia, che, invece, si caratterizzava per la confusione e l'ignoranza circa i reali rapporti esistenti tra fenomeni analoghi. Tale fu la sua convinzione in proposito, che arrivò a definire la magia come la "sorella bastarda della scienza", considerando la fase intermedia della religione come un semplice intermezzo caratterizzato dalla mancanza quasi totale di iniziativa conoscitiva.










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