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TUCIDIDE, STORIE II 37: IL MANIFESTO DELLA DEMOCRAZIA ATTICA

greco


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TUCIDIDE, STORIE II 37: IL MANIFESTO DELLA DEMOCRAZIA ATTICA

Il discorso detto Epitaffio, pronunciato da pericle nel 431, descrive le pubbliche esequie con cui viene data sepoltura ai morti del primo anno di guerra. Pericle esordisce richiamandosi agli antenati, a cui va il merito di aver mantenuto il paese libero e di averlo accresciuto con le imprese militari. Poi il discorso presenta le opere do pace che hanno reso atene grande, analizzando da quali pratiche di vita e con quale costituzione atene sia giunta a tanta grandezza.

Il percorso argomentativi del discorso di pericle consiste dunque nel proiett 131h75b are l'elogio di atene sull'immagine dei caduti in guerra, la cui statura diviene tanto più eroica quanto più sublimi sono i valori di civiltà rappresentati dalla città per la quale si sono sacrificati.

Il primo di questi valori è la politeia, la "forma di governo", che si chiama  dhmokratia.

Il capitolo 37 è dedicato alla definizione di questa forma di governo e dei principi di base su cui essa si regge: primi fra tutti l'uguaglianza( to ison), intesa come parità di fronte alla legge e la possibilità per tutti di partecipare alla vita pubblica, e la libertà, cioè il rispetto reciproco. La libertà nella sfera pubblica diffonde infatti serenità e comprensiva tolleranza nei rapporti privati.



Traduzione

Usiamo un sistema di governo ( costituzione) che non invidia ( emula ) le leggi dei vicini, poiché siamo noi un modello per qualcuno piuttosto che imitare altri. E per quanto riguarda il nome per il fatto di non essere amministrata a vantaggio di pochi ma per una maggioranza, è chiamata democrazia; in realtà secondo le leggi nelle controversie private  la parità spetta a tutti, invece per quanto riguarda la considerazione pubblica, a secondo che ciascuno goda di buona fama in qualcosa, viene prescelto alle le cariche pubbliche non per un partito ma piuttosto per il suo valore, né inoltre in caso di povertà, se uno ha la possibilità di fare qualcosa di buono per la città, ne è impedito dall'oscurità della sua condizione sociale. Viviamo (come cittadini) in modo libero per quanto riguarda la vita pubblica, e riguarda il sospetto reciproco dei comportamenti di ogni giorno( quotidiani), non guardando con ira il vicino, se fa qualcosa a suo piacimento, ne infliggendoci espressioni moleste innocue ma spiacevoli a vedersi. Mentre ci occupiamo non gravosamente delle faccende private, per quanto riguarda la vita pubblica non violiamo la legge soprattutto per timore, in ubbidienza dei magistrati che di volta in volta sono in carica e delle leggi, e soprattutto a quelle di loro che sono in vigore a vantaggio di chi subisce un 'ingiustizia e che pur non essendo scritte comportano una vergogna condivisa.

TUCIDIDE STORIE II 65, 5-11.

Questo brano scritto probabilmente a guerra conclusa traccia un bilancio dell'operato di Pericle fino alla sua morte nel 429.sono elencate le doti del perfetto statista: equilibrio e sicurezza in tempo di pace, preveggenza in tempo di guerra, pericle subordina la vittoria nella guerra con sparta alla capacita di non distrarsi combattendo altre inutili guerre. alla sua morte  i successori presi dalla smania di prevalere aprirono un periodo di demagogia sfrenata che sfociarono nella spedizione in sicilia. l'ideale politico di tucidide era una democrazia che non degenerasse nella demagogia, cioè in una forma di oligarchia dei migliori.

traduzione

E infatti per tutto il tempo in cui fu a capo della città durante la pace ,la guidava con equilibrio e la custodì saldamente e (la città) sotto quello divenne grandissima, quando sopraggiunse la guerra, è chiaro che anche in questa circostanza egli previde l'importanza. in questa sopravvisse due anni e sei mesi; e quando morì, ancora di più fu riconosciuta la sua preveggenza verso la guerra. egli infatti diceva che (gli ateniesi) avrebbero avuto la meglio se fossero rimasti tranquilli, si fossero presi cura della flotta, non avessero accresciuto il loro dominio durante la guerra e non avessero fatto correre ;quelli, invece, fecero tutte queste cose in modo opposto e, in altre iniziative che sembravano essere estranee alla guerra, amministrarono la cosa pubblica secondo le privati ambizioni e i privati guadagni, con esito infelice sia per loro stessi sia per gli alleati, cose che, quando andavano bene, erano onore ed utilità per i privati cittadini, quando invece fallirono, costituirono un danno per la città ai fini della guerra. la causa era che quello(pericle),essendo autorevole per prestigio e per senno ed essendo in modo evidente la persona più incorruttibile per denaro, dominava la moltitudine liberamente e non si lasciava guidare da quella più di quanto lui stesso la guidasse, per il fatto che, non ottenendo il potere da cose non convincenti, non parlava per compiacere la moltitudine, ma, possedendolo(il potere) per il  proprio prestigio, la contraddiceva anche fino alla collera. pertanto ogni volta che si accorgeva che essi per orgoglio temerari oltre la giusta misura, parlando li colpiva fino a temere, mentre, se li vedeva irragionevolmente intimoriti, di nuovo li risollevava fino ad avere fiducia. c'era di nome una democrazia, ma di fatto un governo del cittadino migliore. i suoi successori, invece, essendo piuttosto pari tra di loro, e aspirando a diventare ciascuno il primo, affidarono anche il governo al popolo, per assecondare il capriccio. in seguito a questo, molte altre cose furono sbagliate, come(accade)in una grande città e che possiede un impero, e anche la spedizione in Sicilia.




TUCIDIDE STORIE II 38-39

Inoltre abbiamo dato al nostro spirito moltissime pause dalle fatiche, celebrando durante tutto l'anno giochi e feste, con splendide case private, il godimento quotidiano delle quali scaccia la tristezza. Giungono tutte le merci da ogni parte grazie alla grandezza della città, e capita a noi di godere dei beni che nascono qui con gusto per nulla piu' familiare che dei beni degli altri uomini.

Differiamo anche nelle pratiche della guerra dai nemici per i seguenti motivi(per queste cose). Infatti noi offriamo la città come cosa comune, e mai capita che con bandi di stranieri escludiamo qualcuno o dall'apprendimento o da uno spettacolo, vedendo il quale se non fosse nascosta qualcuno dei nemici potrebbe avvantaggiarsi(an+ott=pot.), affidandoci non ai preparativi  e agli inganni piu' che al coraggio da parte di noi stessi verso le azioni; anche nell'educazione alcuni con faticoso esercizio subito essendo(fin da) fanciulli cercano di raggiungere il coraggio, invece noi vivendo in modo rilassato per nulla meno di loro affrontiamo pari pericoli. Ecco la prova: infatti né gli Spartani da soli, ma con tutti(gli alleati) muovono verso la nostra terra, mentre noi quando soli assaliamo la terra dei vicini senza difficoltà, pur combattendo in terra straniera contro uomini che difendono(coloro che difendono) i propri beni la maggior parte delle volte riusciamo vincitori(vinciamo). Con la nostra forza riunita nessun nemico mai si è scontrato per la cura della flotta e l'invio sulla terra ferma dei nostri soldati in molti fronti diversi; se poi si scontrano in qualche luogo con una parte(delle nostre forze), vinti alcuni di noi si vantano di averci sconfitti tutti e vinti pretendono di essere stati vinti da tutte le nostre forze. Ebbene se vogliamo prepararci al pericolo con tranquillità piuttosto che con esercizio di fatiche, e con un coraggio (che deriva) non piu' delle(dalle) leggi che (dal) del nostro carattere, ci capita di non soffrire prima del tempo per i mali che verranno, e che quando arriviamo di fronte a quelli(i mali) non ci mostriamo meno coraggiosi di coloro che si affannano sempre; in queste cose la (nostra) città è degna di essere ammirata e ancora in altre.

STORIE II 40,1-2; 41, 1-3

Amiamo il bello con misura e amiamo il sapere senza debolezza: usiamo la ricchezza piu' per opportunità di azione che per vanto di parole, e l'essere povero, non è umiliante ammetterlo, ma è piu' umiliante il non cercare di liberarsene con l'agire. C'è in noi contemporaneamente la cura degli affari privati e ,insieme, di quelli pubblici e, pur educandoci chi a una chi all'altra attività è in noi il conoscere gli interessi pubblici non insufficientemente( di occuparci adeguatamente degli affari pubblici); noi soli, infatti, colui che non partecipa per nulla alla vita pubblica non lo consideriamo un uomo disimpegnato, ma un uomo inutile; e noi medesimi o giudichiamo o discutiamo correttamente le questioni, considerando non già i discorsi un danno per l'agire, (considerando un danno) il non essere informati dal discorso prima di arrivare con l'azione a cio' che si deve (fare). Concludendo, io dico che la città nel suo insieme è la scuola dell'Ellade e che mi sembra che lo stesso cittadino, singolarmente preso, presso noi possa volgere la propria personalità autonoma alle piu' varie scelte di vita, con decoro e in modo versatile. E che queste cose non siano un vanto di parole nel momento presente piuttosto che verità dei fatti, lo dimostra la forza stessa della città, che abbiamo acquistato con questi modi di vita. Sola infatti tra le città del nostro tempo viene alla prova (mostrandosi) superiore alla (sua) fama e sola né suscita sdegno nel nemico che le muove contro, considerando(sottinteso) da quali nemici riceve danno, né riprovazione nel suddito come se non fosse dominato da uomini degni.







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