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LA SOCIETÀ TRA PUBBLICO E PRIVATO

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LE CONCEZIONI RELIGIOSE: LA RELIGIONE COME INTERPRETAZIONE DEL MONDO
I FARAONI TRA STORIA E ARCHEOLOGIA: LA CONFIGURAZIONE DEL TERRITORIO
LA SOCIETÀ TRA PUBBLICO E PRIVATO

la società tra pubblico e privato

 

la struttura della società e l'amministrazione

Dal momento che non ci sono pervenuti trattati sulla gestione dello stato, né testi che illustrino il significato dei titoli attribuiti ai funzionari o il loro cursus honorum, la ricostruzione della struttura della società e dell'amministrazione egizia può essere effettuata solo sulla base di un'analisi comparata di molteplici casi specifici illustrati da documenti di natura pratica; su testi che narrano attività specifiche compiute dai funzionari o che alludono ai loro compiti; sulla base delle liste dei titoli di cui questi si fregiavano, che riflettono il loro ruolo professionale o la loro posizione sociale. L'archeologia può aiutare a recuperare dati socio-economici, relativi all'immagazzinamento dei beni, alle costruzioni, alle spedizioni, ma anche alla struttura stessa della società, partendo dall'analisi delle necropoli ma ancor più delle abitazioni, che esplicitano una chiara stratificazione sociale.



Un'esemplificazione delle classi che formavano la società egizia si può trarre dall'Onomasticon di Amenope, una lista di nomi risalente alla fine della XX dinastia, ma attestata solo su papiri databili agli inizi della XXI, che comprende un lungo elenco di titoli portati dai funzionari e di denominazioni di professioni. Al di sotto, compaiono le definizioni della "gente", egiziana e straniera, dell'"uomo", nonché la menzione dello schiavo.

Capo assoluto dello stato era il faraone. Definire i sovrani egizi anteriori alla XVIII dinastia con questo termine è un anacronismo, dal momento che questo appellativo, che significava in origine "Grande Casa" e faceva allusione al palazzo reale, fu applicato al re soltanto a partire dal XV secolo a.C. Il faraone rappresentava la massima autorità in ogni settore amministrativo, benché in pratica delegasse la gestione del Paese ai suoi funzionari. Era lui che li eleggeva, e da loro dipendeva, per il buon funzionamento dello Stato. Al faraone, che impersonava lo stato ed era garante del mantenimento dell'ordine cosmico e della giustizia, spettavano le decisioni relative alle più importanti questioni economiche, militari e religiose. Il faraone aveva il compito di nominare il tjati, cioè il funzionario dello stato più alto 919c29j in grado, comunemente definito con il termine turco di "visir", responsabile di tutta l'amministrazione dello Stato, di cui rispondeva direttamente al re.

Il titolo di visir è attestato sin dall'epoca di Narmer, ma indicava in origine funzioni meno ampie di quelle che lo caratterizzeranno a partire dalla IV dinastia, quando venne attribuito a membri della famiglia reale. Questi ricoprivano le più alte cariche dello stato, tra cui quelle di "Soprintendente ai lavori" e "Soprintendente ai tesori", che potranno in seguito essere assunte da persone diverse. Il visir era il rappresentante amministrativo del re ed il responsabile della gestione dei beni dello Stato, degli affari legali, degli archivi, dell'irrigazione. Agli inizi della XVIII dinastia, il re continuava ufficialmente a nominare il visir, e poteva destituirlo, anche se in realtà il titolo etra trasmesso per via ereditaria. Nel Nuovo Regno, la carica venne divisa in un visirato del nord, per il Delta, e un visirato del sud, per la Valle. Verso la fine di questo periodo, i poteri del visir furono eclissati da quelli del sommo sacerdote di Amon.

Tra la fine della IV e l'inizio della V dinastia, si assiste ad un'espansione nel numero delle cariche, cui corrisponde l'ingresso, anche ai livelli amministrativi più elevati, di funzionari non di sangue reale. Nel periodo centrale della V dinastia, si assiste ad una riorganizzazione dello Stato, alla specificazione dell'area d'influenza delle singole cariche e ad una crescita considerevole dei titoli in uso. Ciò corrisponde ad un aumento dei funzionari, come prova l'espansione delle necropoli della V dinastia.

Nel periodo centrale dell'Antico Regno, l'amministrazione appare ben articolata. Immediatamente al di sotto del re si trovavano gli alti funzionari, che rivestivano cariche di larga competenza, il cui principale rappresentante era il visir. Nel medesimo livello erano inclusi anche i quadri superiori dell'amministrazione provinciale e quelli delle regioni di frontiera. Seguivano i dirigenti degli Archivi centrali per la gestione delle imposte e della manodopera, degli uffici giudiziari, del Granaio, del Tesoro, quindi i responsabili di settori specifici. Sono attestati numerosi funzionari operativi, che si fregiavano di titoli di portata più generale, e la base degli impiegati, qualificati come "scribi". Al di sotto di questa élite burocratica si trovava la massa degli illetterati, in particolare dei contadini, che non godeva del privilegio di una sepoltura dignitosa. Della base della popolazione restano poche tracce archeologiche, la rappresentazione delle loro attività sui rilievi e le pitture delle tombe dei membri dell'élite, e qualche allusione letteraria. Nel corso dell'Antico Regno, assunsero un ruolo intermedio gli artigiani, soprattutto quelli che lavoravano per il sovrano o per i templi, che raggiunsero talvolta un certo livello di benessere. La loro importanza crebbe durante il Nuovo Regno, come prova la documentazione relativa a Deir el-Medina, i cui abitanti, artigiani d'alto livello, godevano di numerosi privilegi.

A capo di ogni settore amministrativo vi era un soprintendente, coadiuvato da ispettori, e talvolta anche da un soprintendente degli ispettori, da direttori e da sotto-direttori, da cui dipendevano gli impiegati, che potevano avere a disposizione aiutanti o apprendisti.

Questi settori in cui era organizzato lo stato non devono essere considerati come compartimenti stagni: la maggior parte dei funzionari, infatti, soprattutto ai livelli più alti, era insignita di titoli relativi agli ambiti più diversi. La versatilità delle cariche, che rafforzava l'unità globale del sistema, può essere considerata una delle principali caratteristiche della struttura amministrativa egizia. I funzionari, inoltre, potevano fregiarsi simultaneamente di titoli di diverso livello nella stessa area amministrativa. Gli elenchi dei titoli presenti nelle tombe riportano tutte le cariche ricoperte dal funzionario durante la sua vita attiva in seguito a promozioni successive, e non soltanto quelle occupate al momento della morte. La moltiplicazione dei titoli è un segno del potere raggiunto da un funzionario all'interno dell'amministrazione e del posto di prestigio da lui occupato nella società. Per volontà del re, che poteva promuovere i suoi funzionari per le loro competenze, ridefinire le loro responsabilità o accordar loro specifici privilegi, anche un personaggio di origini modeste poteva aver accesso alle più alte cariche dello stato.

Si conoscono alcune migliaia di titoli portati dai funzionari egizi, che si differenziano per il settore di attività cui fanno riferimento e per il grado d'importanza. Questi possono essere titoli attribuiti regolarmente, corrispondenti a "posti" esistenti indipendentemente dal detentore della carica. Sono noti titoli diversi per indicare le medesime funzioni. Vi sono titoli molto rari, di cui si conoscono solo sporadiche o uniche attestazioni, che possono corrispondere sia a epiteti utilizzati in un contesto di autoesaltazione, sia a funzionari creati in occasione di necessità particolari e temporanee, sia a titoli destinati ad accordare benefici speciali ai loro detentori. Esistono alcuni titoli di cui non si sono ancora compresi il significato e l'effettiva portata, e altri la cui interpretazione è controversa.

Funzionari specifici si occupavano del sovrano; altri erano addetti alla gestione del Palazzo e si occupavano degli archivi regali, ove operavano numerosi "Scribi degli atti regali", che potevano essere temporaneamente distaccati presso altre istituzioni. Di frequente, il visir rivestiva anche le funzioni di "Soprintendente degli Scribi degli atti regali".

Dagli uffici centrali dipendeva l'amministrazione della giustizia, affidata a sotto-settori specifici come la hut-huret, la djadjat e la usehet, che potevano essere situate presso la residenza ma anche essere dislocate nelle province. Oltre ai giudici ed ai consiglieri giudiziari, vi operavano degli scribi, sia specializzati nelle discipline giuridiche, sia generici, assunti per fungere da segretari.



Uno stretto legame esisteva tra l'amministrazione degli Archivi, la gestione degli atti e dei decreti regali, e quella dei Lavori. Spesso i "Soprintendenti degli Scribi degli atti regali" erano anche "Soprintendenti dei lavori regali". Degli Archivi centrali facevano parte, oltre all'archivio propriamente detto (per-medjat), l'ufficio del registro (hery-khetemet) e il "centro di ripartizione" (per hery-udjeb), da cui era gestita buona parte dell'economia del Paese. La prova dell'esistenza di questi tre sotto-settori è fornita non solo dai titoli dei funzionari, ma anche dalla loro menzione in due decreti promulgati da Pepy II, oggi definiti decreti di Koptos B e C.

Fungevano da raccordo tra i vari settori numerosi scribi, distaccati nei differenti uffici per raccogliere le informazioni necessarie al buon funzionamento dello Stato. Alcuni di essi operavano direttamente nei campi per registrare i dati relativi alle fasi agricole e al raccolto, che poi comunicavano ai loro superiori. Questi provvedevano poi a stabilire il contributo che un dato terreno doveva fornire ai granai dello Stato o dei templi, i principali dei quali erano istituzioni economiche.

Importante era il per hery-udjeb, che rappresentava un centro di ripartizione dei beni e di personale destinato alle corvées nei campi o sui cantieri. I beni erano raccolti in questo ufficio che si trovava nella capitale, ma aveva diramazioni anche nelle province. Qui i beni entranti erano quantificati e trasformati, nel caso delle materie prime, e in seguito ridistribuiti tra gli aventi diritto attraverso le istituzioni deputate a tal fine. Questo sistema ridistribuivo, alla base dell'economia egizia, è ben documentato nei papiri di Abusir, risalenti alla V dinastia.

Da essi si apprende che le fonti di approvvigionamento del tempio erano da una parte il Palazzo, e dall'altra il tempio solare. Questo era rifornito da un organismo secondario nel quale erano centralizzati i beni provenienti dalle terre dipendenti dai templi. Il territorio era disseminato di "fondazioni pie" e di proprietà fondiarie che potevano appartenere ai re, ai templi o anche a privati. I loro prodotti erano destinati ad alimentare i culti che si svolgevano non solo nei templi dei sovrani defunti, ma anche nelle tombe dei dignitari. Quelli provenienti dalle fondazioni pie regali confluivano nel centro di ripartizione in quantità stabilite, da dove venivano ridistribuiti ai vari templi funerari. Il buon funzionamento di questo sistema era garantito da centri di raccolta intermedi. Le quantità di prodotti versate dal Palazzo ai templi erano considerevoli: esse dovevano servire non solo alle cerimonie di culto, ma anche a mantenere i sacerdoti e i dipendenti fissi del tempio, i funzionari che vi prestavano servizio mensilmente e tutti gli artigiani che vi gravitavano attorno.

A partire dal Nuovo Regno, i templi divennero sempre più autonomi da un punto di vista economico, gestendo direttamente le proprietà terriere e propri granai, laboratori, magazzini, che potevano contare su personale specifico dipendente dal tempio stesso. A capo dell'amministrazione dei templi poteva trovarsi lo stesso visir, o alti funzionari, che si facevano rappresentare da funzionari da loro scelti e da scribi. Accanto ai sacerdoti, che potevano avere cariche civili, in una struttura templare lavoravano artigiani, guardie e personale di servizio, nonché contadini e magazzinieri.

Il complesso sistema economico egizio, che permetteva un controllo diretto di tutte le ricchezze del Paese, era applicato anche ai privati. Essi versavano dei tributi sulle proprietà da loro gestite, facendo pervenire al Granaio e al Tesoro quantità stabilite di prodotti agricoli o di manufatti. Talvolta, per decreto reale, templi, persone singole o categorie di funzionari potevano essere esentati dal pagamento delle imposte.

Il Granaio giocava un ruolo essenziale nella politica fiscale egizia. Esistevano un "Granaio centrale" e "Granai periferici" sparsi sul territorio. Ne erano a capo i "Soprintendenti del Granaio", assistiti da "Capi del Granaio" e dagli "Scribi del Granaio", numerosi e ben organizzati gerarchicamente.

Nel dispositivo economico della ridistribuzione, il Granaio agiva di concerto con il Tesoro, l'istituzione in cui confluivano tutti i prodotti non direttamente legati all'agricoltura. Il loro stretto legame è provato non solo dai titoli dei funzionari, ma anche da un'iscrizione rinvenuta nello uadi Hammamat, risalente al Medio Regno, in cui si fa riferimento all'approvvigionamento dei membri delle spedizioni inviate nelle regioni minerarie, compiuto congiuntamente da Granaio, Tesoro e magazzini reali.

Anche nel Tesoro, posto sotto la direzione di un soprintendente che rispondeva direttamente al visir, erano numerosi gli scribi specifici. Questa istituzione era suddivisa in sotto-settori quali i laboratori delle stoffe regali, quelli degli ornamenti regali, le "Case dell'oro", gli arsenali e i laboratori-uabet. Questi ultimi si trovavano presso le necropoli ed erano deputati alle pratiche dell'imbalsamazione nonché alle attività connesse all'allestimento e alla decorazione delle tombe.

Fin dal III millennio a.C., alle spedizioni commerciali nelle regioni minerarie e periferiche erano preposti funzionari specifici, accompagnati da scribi che svolgevano le mansioni di intendenza. Nell'Antico e nel Medio Regno, per le spedizioni militari venivano utilizzati gli stessi funzionari civili, posti a capo di milizie locali, dal momento che non esisteva ancora un esercito di Stato permanente. Il titolo di "Soprintendente delle milizie" (imy-ra mesha) poteva applicarsi ai dirigenti delle spedizioni sia militari sia civili. A capo delle singole squadre di soldati si trovavano funzionari civili di diversa estrazione. I titoli nautici potevano ugualmente riferirsi a situazioni pacifiche o bellicose. Nel Nuovo Regno, l'espansione territoriale e le spedizioni all'estero resero necessaria la creazione di un esercito di Stato, e a partire da quest'epoca i militari acquisirono una posizione significativa nell'ambito dello Stato.

Molte cariche attestate nella capitale si ritrovano nelle province, rivestite da funzionari che si occupavano della gestione ordinaria dei distretti in cui era suddiviso il territorio, della riscossione delle imposte, del reclutamento di personale per i lavori statali, del mantenimento della giustizia e dell'amministrazione dei templi locali. Questi funzionari agivano di concerto con l'amministrazione centrale, e rispondevano delle loro azioni al visir. Durante le prime dinastie, i nomi erano diretti da un "Capo del territorio" o "Soprintendente del nomo", indicato con il suo emblema specifico, mentre durante la VI dinastia si affermò il "Grande Capo del nomo" o "Nomarca". Questi poteva occuparsi della gestione anche di svariati distretti, in cui elenco appariva di seguito al titolo. Di più ampia portata era la carica di "Soprintendente dell'Alto Egitto", attestata dalla seconda metà della V dinastia e ancora esistente nel Nuovo Regno, che implicava il controllo sui distretti meridionali e costituiva un tramite tra l'amministrazione periferica e quella centrale.




I nomarchi che agivano sul territorio egiziano rispondevano del loro operato al visir, mentre quelli insediati in Nubia fin dal Medio Regno furono posti, nel Nuovo Regno, sotto l'autorità del viceré di Kush, che doveva render conto delle sue azioni direttamente al faraone. Questa carica, documentata tra la fine della XVII e quella della XX dinastia, era inizialmente militare, ma divenne poi gestionale e amministrativa. I detentori provenivano dall'esercito o dall'amministrazione periferica. Altri funzionari erano responsabili delle fortezze, ed avevano compiti militari ma anche responsabilità amministrative, quali la riscossione delle imposte doganali e il controllo del commercio internazionale.

la scuola e l'istruzione

Nei documenti egiziani non vi sono testimonianze esplicite sull'organizzazione delle scuole, i programmi di studio e i metodi adottati. Grazie alle menzioni indirette, tuttavia, si può dedurre che, soprattutto nel III millennio a.C., alla base dell'istruzione dei giovani vi era l'insegnamento del padre al figlio.

I principi ed alcuni giovani privilegiati erano educati a corte. Solo a partire al Medio Regno abbiamo la prova dell'esistenza di scuole. La parola che indica la scuola, per-sebayt, "casa dell'insegnamento", compare soltanto agli inizi del II millennio a.C., in un'iscrizione della tomba di Khety, nomarca di Asiut. La creazione di scuole è dovuta alla grande riorganizzazione dell'amministrazione che accompagnò il consolidamento dello Stato e del potere centrale dopo la crisi del I Periodo Intermedio.

I bambini vi entravano all'età di sei o sette anni, per frequentare i corsi elementari per almeno quattro anni. Non vi erano regolamentazioni precise, né obblighi relativi all'istruzione. In seguito vi erano vari anni di apprendistato, prima di entrare nell'amministrazione.

Le scuole si trovavano nelle città principali, in particolare a Menfi e a Tebe, dove doveva esisterne una nel tempio di Mut a Karnak e un'altra sulla riva occidentale, vicino al Ramesseo.

Gli scolari apprendevano dapprima a scrivere della forma corsiva del geroglifico, lo ieratico, e spesso si fermavano a questo livello di base. In seguito, i ragazzi continuavano la loro formazione utilizzando gli "Insegnamenti", testi presentati sotto forma di consigli dati dal padre al figlio, che riproducono il modello primordiale di educazione, oppure potevano essere redatti da personaggi celebri o da scribi-scrittori di professione. Gli studenti utilizzavano anche testi letterari classici che imparavano a memoria e che riproducevano sugli ostraka o su papiro. Il metodo utilizzato per l'insegnamento era quello "globale": si apprendevano testi a memoria e, per imparare a scrivere, si scrivevano parole intere e gruppi di parole, ricopiando i testi innumerevoli volte. Esistevano anche veri e propri manuali, come la Kemyt, la "Summa", che risale agli inizi del II millennio a.C. ed è costituita da un insieme di lettere fittizie, di frasi e di esaltazioni del ruolo dello scriba. Gli studenti si servivano anche di liste che chiamiamo Onomastica, i primi dei quali risalgono al Medio Regno, gli ultimi all'epoca tolemaica.

Nelle scuole annesse al Palazzo reale i giovani si specializzavano nelle diverse discipline: l'amministrazione, la medicina, l'astronomia, la teologia. Tuttavia, anche nell'educazione di base doveva essere prevista una certa conoscenza della geografia, dell'aritmetica e della geometria. La musica doveva essere una materia fondamentale soltanto per futuri sacerdoti; l'educazione fisica non era prevista. L'apprendimento delle lingue straniere doveva essere limitato, ma esisteva sicuramente, dal momento che sono attestati testi bilingui soprattutto nel Nuovo Regno, quando la lingua diplomatica era l'accadico. Con l'arrivo dei Greci non sono rari gli scribi bilingui capaci di scrivere i greco e in demotico.

Nell'antico Egitto è conosciuta un'altra istituzione legata alla scuola: è il per-ankh, la "Casa della Vita", un centro in cui si scrivevano, si copiavano e si raccoglievano opere su temi molto specifici e testi religiosi. Le Case della Vita erano annesse ai templi: la sola eccezione è costituita da quella di Amarna. Erano frequentate da sacerdoti, ma anche da laici. Ad esse erano collegati l'archivio e la biblioteca del tempio, il per-medjat, "casa dei libri", nelle cui pareti venivano riposti i rotoli di papiro.

Pochi erano gli studenti, e ancor meno quelli che compivano studi avanzati. La maggior parte della popolazione che sapeva leggere e scrivere conosceva solo la scrittura ieratica, usata per scopi pratici e quotidiani.

la condizione della donna

Nell'antico Egitto la donna rivestiva un ruolo importante, sebbene la sua posizione sociale fosse in genere inferiore a quella dell'uomo. Tuttavia, le erano riconosciuti molti diritti, per i quali era equiparata all'uomo. Poteva stilare contratti, essere chiamata come testimone o come accusatrice nei tribunali, fare testamento e decidere a chi lasciare i propri beni.

La società egiziana prevedeva ruoli diversi per le donne e per gli uomini, all'interno delle classi più elevate. Le prime si occupavano della gestione della casa e della cura dei figli, mentre i secondi erano al servizio dello Stato, costituendo la fonte primaria di sostentamento della famiglia. Nelle classi inferiori, le donne, oltre a svolgere attività domestiche, potevano lavorare nei campi o essere assunte come serve, o per altre funzioni, dalle famiglie più elevate.



Se i ruoli nella burocrazia e nella vita pubblica restavano appannaggio degli uomini, la situazione era diversa per quel che riguardava le cariche religiose. Molte donne svolgevano attività legate al tempio. Nelle epoche più antiche, le donne appartenenti ai ceti più elevati portavano spesso il titolo di Sacerdotesse della dea Hator. Durante il Medio Regno si assiste ad una graduale diminuzione del personale femminile nei templi: le spiegazioni vanno ricercate nel peso maggiore dato alle regole di purificazione richieste per entrare in contatto con la divinità, o in un cambiamento attitudinale della società di questo periodo. Durante il Nuovo Regno, le donne che svolgevano mansioni all'interno dei templi erano "cantatrici" o "musiciste" di un determinato dio: la loro attività consisteva nell'accompagnare i rituali all'interno del luogo di culto.

Al Nuovo Regno risale l'istituzione della carica di "Sposa Divina di Amon", ricoperta per la prima volta da Ahmosi-Nefertari, madre di Amenhotep I. Questa doveva rappresentare simbolicamente la moglie del dio Amon durante le cerimonie in cui si celebrava la procreazione del nuovo re da parte del dio stesso e della Grande Sposa Reale, cioè la moglie principale del faraone regnante. In Epoca Tarda questa carica riassunse notevole importanza, abbinata a quella di "Prima delle Recluse di Amon". Le nuove sacerdotesse, chiamate "Divine Adoratrici di Amon", esercitavano le loro funzioni a Tebe, ed erano scelte tra le figlie del sovrano; era l'Adoratrice stessa a adottare quella che le sarebbe succeduta. Questa istituzione permise ai faraoni dell'epoca di mantenere il controllo della città meridionale.

Nella storia egiziana, alcune donne occuparono posizioni di grande potere, prime fra tutte le regine, che, in veste di madri, di reggenti o di Grandi Spose Reali, influenzarono la politica dei loro congiunti. Si ricordano Ahotep, madre di Ahmosi, primo sovrano della XVIII dinastia; Ahmosi-Nefertari, che ricoprì il ruolo di reggente per il figlio, il futuro Amenhotep I; Tiy, moglie di Amenhotep II, Nefertiti, moglie di Akhenaton, e Nefertari, moglie di Ramesse II. In rarissimi casi, una donna ricoprì il ruolo di sovrano: ne sono esempi Nitocris, che detenne il potere alla fine della VI dinastia; Hatshepsut, che nella XVIII dinastia usurpò il trono che spettava a Thutmosi III; Tausert, che regnò alla fine della XIX dinastia.

UNA FAMIGLIA "MODERNA"

In epoca faraonica, il nucleo familiare era costituito da un numero ristretto di individui: madre, padre, figli non sposati e parenti più vicini. Se ne trova traccia nella lingua, che non prevedeva termini specifici per indicare i parenti meno prossimi.

All'origine della famiglia c'era il matrimonio. Questo non consisteva in un atto religioso o civile particolare, ma veniva convalidato dal solo fatto che un uomo, raggiunta l'età adulta e disponendo dei mezzi per sostenere una famiglia, andava a vivere con una donna. Si trattava più di un atto sociale che di una situazione giuridica definita. Bisognerà attendere l'Epoca Tarda per trovare le prime testimonianze di contratti di matrimonio, stilati per tutelare economicamente la donna in caso di divorzio o di vedovanza.

La famiglia media egizia era monogamica, anche se sono noti esempi di poligamia. Questa è attestata più frequentemente per i sovrani, anche se era solo una la sposa che poteva fregiarsi del titolo di Grande Sposa Reale. Prerogativa della famiglia regnante era anche la pratica dei matrimoni tra consanguinei.

Il divorzio era abbastanza comune nell'antico Egitto, e poteva essere richiesto sia dall'uomo sia dalla donna. Consisteva nella separazione dei due coniugi, e dava loro la possibilità di sposarsi nuovamente. Oltre che per mancanza di figli, un uomo poteva ripudiare la propria sposa perché adultera. Poiché l'adulterio era considerato un atto deplorevole, portava alla perdita, da parte della donna, dei propri beni, cioè della dote che aveva portato con sé al momento del matrimonio e delle proprietà in comune con il marito, che le sarebbero spettati in caso di divorzio non per sua colpa. Il fatto che solo l'adulterio femminile fosse condannato era legato alla concezione stessa del matrimonio, il cui scopo principale era quello di generare figli legittimi.

La nascita dei figli era vissuta con grande attesa nella famiglia egizia. Dal momento che il tasso di mortalità infantile era molto elevato, la partoriente si poneva sotto la protezione di varie divinità legate alla sfera del culto familiare. Tra queste Bes, rappresentato come nano deforme che mostrava la lingua per spaventare le forze del male, e la dea Thoeris, l'ippopotamo-femmina gravida. Al neonato veniva immediatamente dato un nome, considerato importantissimo dagli egizi in quanto aspetto fondamentale della personalità. I figli venivano allattati dalla madre o, se erano di famiglia abbiente, da una balia. La madre si occupava anche dell'educazione dei figli nei primi anni di vita. In seguito, i maschi venivano presi in custodia dal padre, che li avviava alla professione da lui svolta e forniva loro un'istruzione di base. Una volta adulti, i figli avevano l'obbligo di prendersi cura dei genitori; se essi erano defunti, dovevano onorarne la memoria eseguendo i riti opportuni.







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