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La Dimensione Onirica - Che cos'è il sonno

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La Dimensione Onirica




"siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni" costruiti con quel minimo soffio di vita che dura l'arco di una notte - di una vita? - e poi svanisce ai raggi del sole mattutino"

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           (W. Shakespeare)

Introduzione

"E discendono ancor lungo il ruscello

luminosi nella luce dorata.

La vita, che cos'è

se non un sogno?"

Così Lewis Carroll chiude il più fantastico dei sogni, il viaggio di Alice nel paese delle meraviglie, vale a dire nel regno dell'immaginario, nei meandri dell'inconscio dove passato, presente e futuro coincidono.

Ogni individuo passa un terzo della propria vita dormendo, stato che non è prerogativa della specie umana (tutti gli esseri del regno animale sono infatti soggetti e obbligati al sonno), sebbene l'uomo sia il solo d interrogarsi a questo proposito. In effetti, sin dai  tempi antichi l'essere umano ha cominciato a chiedersi quale fosse il significato del sonno, dando risposte diverse nel corso dei tempi e ancor oggi molteplici.

Esistono due correnti di opinione molto diffuse sul sonno. C'è chi vive la fase del sonno come una paralisi di tutte le attività e considera quindi il dormire come tempo irrimediabilmente perso. Queste persone adottano, nel migliore dei casi, un atteggiamento di rassegnazione e accettano tale periodo di inattività come un momento necessario per il recupero delle forze. Per chi invece crede di aver trovato un senso al fatto di dover dormire, il sonno costituisce un terreno sconosciuto e affascinante: è, infatti sorprendente che la mente, durante il sonno, possa lavorare ed immaginare senza alcun intrvento della volontà.

Per i primi, il fatto di dormire presuppone una disattivazione in quasi tutto l'organismo, una sospensione di ogni attività (compresa quella della coscienza), mentre per gli altri costituisce un esperienza affascinante e misteriosa, la possibilità di addentrarsi in un mondo magico e fantastico, che informa sul presente e sul futuro con un linguaggio oscuro e di difficile interpretazione.

Entrambe le concezioni, una riduttivamente pratica e utilitaristica e l'altra al limite della superstizione, sono da considerarsi errate, anche se sono molto diffuse e accettate a livello popolare.

Che cos'è il sonno

E' in genere largamente diffusa l'opinione che durante il sonno cessino tutte le attività dell'organismo, comprese le funzioni cerebrali. Questa idea è completamente errata e in contrasto con i risultati ottenuti dalle più recenti ricerche scientifiche.

Attualmente infatti la scienza interpreta il dormire non come una fase di paralisi o inattività, ma come un processo di grande dinamismo cerebrale determinato da leggi e regole ben precise.

Per quanto riguarda la finalità del sonno, atto involontario e inevitabil, sono state proposte, nell'arco della storia, due spiegazioni fondamentali delle quali una esclude l'altra. La prima interpreta il sonno come recupero e riparazione, ossia come una fase in cui si rigenerano le fibre organiche, si ristabiliscono i livelli ormonali... La seconda vede nel riposo la possibilità dell'organismo e della psiche di riprendersi dalle fatiche, di eliminare le tensioni accumulate durante la giornata, di risparmiare e di immagazzinare energia.

Entrambe le teorie non sono confermate dai fatti: i processi di rigenerazione fisiologica più importanti, quali per esempio la sintesi delle proteine diminuiscono durante il sonno. Per la scienza il sonno è la comparsa periodica di fasi di apparente inattività durante le quali si assume un atteggiamento specifico e molto caratteristico e in cui la ricettività agli stimoli viene notevolmente indebolita. A queste manifestazioni esterne, osservabili da chiunque, la ricerca scientifica più recente ha aggiunto ulteriori indicazioni, rilevando che a tali fasi corrisponde un tipo di attività cerebrale molto concreta misurabile elettricamente tramite elettroencefalogramma (EEG).

Come si può facilmente comprendere le ricerche e gli studi sul sonno presentano numerose difficoltà. Non si può infatt 929f55j i interrogare il soggetto che dorme poichè nello stato in cui si trova non è in grado di rispondere e al suo risveglio non ricorda quasi nulla. Molti esperimenti, di facile realizzazione quando il soggetto è sveglio, sono pressochè impossibili durante il sonno. Innanzitutto, per poter dormire sono necessarie particolari condizioni ambientali di luce, suono, movimento... che devono essere rispettate se si vuole evitare che il sonno venga interrotto. Nonostante tali difficoltà le scoperte compiute in questi ultimi anni sono notevoli e tutto grazie al metodo dell'elettroencefalografia.

L'elettroencefalogramma capta, amplifica e registra graficamente tutte le impercettibili tensioni elettriche, prodotto dell'attività cerebrale. L'EEG non può naturalmente rivelare che cose il cervello stia pensando, ma è in grado di dirci se sta lavorando, in che modo lo sta facendo, quali sono le zone interessate e qual è il loro grado di attivazione. Nel registro grafico l'ago indicatore sale in base alle piccole scariche. In questo modo l'altezza del grafico ci rivela la potenza dell'attività, mentre orizzontalmente la quantità di onde registrate ci dà la rapidità con cui le tensioni compaiono e scompaiono.

Dormendo si ripetono continuamente periodi in cui il sonno varia. Uno di questi studi è talmente particolare che alcuni ricercatori non lo considerano sonno vero e proprio, ma neppure veglia, ipotizzando un ulterione stadio della coscienza in cui si svolge l'attività onirica, ossia i sogni.

Dal momento che i diversi tipi di EEG si succedono con regolarità, è possibile affermare che il sonno ha uno svolgimento ciclico: una volta addormentatosi, il soggetto si immerge nel sonno più profondo, passando rapidamente attraverso i vari livelli; in seguito entra, senza interrompere il sonno, in uno stadio successivo caratterizzato da un EEG simile a quello di un individuo sveglio e attento, identificabile dal rapido movimento degli occhi. E' questo il momento in cui si sogna. Successivamente tutto il ciclo si ripete, fino ad un totale che va da 4 a 6 volte per notte, con una durata approssimativa di circa 90 minuti per ciascuno. Lo stadio del sonno caratterizzato da un EEG molto attivo, da movimenti oculari e dalla produzione dei sogni, fu designato da William Dement. Da quel momento il sonno fu suddiviso in fasi REM e fasi NOREM. Poichè durante il sonno REM si produce un EEG molto simile a quello registrabile in condizioni di attenzione senza però che il soggetto si svegli, questo stadio viene anche definito pseudosonno. E' stato provato che sia nell'uomo che negli altri mammiferi queste fasi del sonno si succedono le une alle altre in cicli che si completano con il sonno REM: nel sonno abbiamo il verificarsi di una fase REM ogni quattro fasi NOREM. I periodi REM quindi occupanno il venti pr cento di tutto il sonno.

I secondo stadio invece occupa quasi la metà di tutto il periodo di sonno, ma nonostante ciò se ne sa molto poco. La prima fase REM della durata di circa 10 minuti è la più breve, mentre le successive durano tra i 20 e i 40 minuti.

Gli attuali metodi di ricerca non si basano unicamente sul registro grafico dell'elettroencefalogramma e sui movimenti oculari (EOG) ma comprendono anche la registrazione del tono muscolare (EMG), dei movimnti del corpo, del ritmo respiratorio, del polso e della temperatura. Il grafico risultante da tutte queste misurazione prende il nome di poligramma del sonno.

Il sonno REM è caratterizzato da un EEG estremamente attivo (simile a quello della veglia), da rapidi movimenti oculari, dalla produzione di sogni e dalla perdita assoluta del tono muscolare, ossia della capacità di movimento.

Il tono muscolare che si mantiene più o meno stabile durante la veglia e tutte le fasi del sonno NOREM, sembra aumentare poco prima della fase REM provocando ampi movimenti corporei per poi scomparire del tutto quando la fase REM è ormai incominciata. Tutto questo avviene probabilmente per impedire che l'individuo, dormendo, metta in atto i propri sogni e corra di conseguenza seri pericoli.

Non sempre si sogna durante la fase REM nè l'attività onirica si limita a questo periodo anche se durante il sonno NOREM si producono esperienze proprie della coscienza.

Circa il 60 per cento del sonno NOREM viene occupato da processi della coscienza simili a ragionamenti che si esprimono in idee e pensieri. Nel sonno REM invece l'80 per cento consiste in attività onirica plasmata in immagini mentre il rimanente 20 per cento è vuoto.

Il cervello e i sogni

Dato che i sogni si esprimono attraverso immagini e l'emisfero cerebrale incaricato della loro elaborazione è quello destro, si è affermata l'idea che i sogni risiedano in questa parte del cervello. I due emisferi cerebrali sono identici solo in apparenza, mentre nella realtà esiste una certa ripartizione delle funzioni. Ciuascuno dei due emisferi è responsabile del lato opposto del corpo. l'emisfero sinistro, sede del linguaggio funziona simbolicamente e logicamente, mentre la parte destra funziona per mezzo di immagini. Al di là di questa distribuzione delle funzioni, esiste normalmente uno scambio costante tra le due metà dell'encefalo (attraverso il corpo calloso) in modo che ciascuna si occupi dei problemi che è in grado di risolvere meglio l'altra. Dall' EEG risulta che all'inizio delle fasi REM l'attività elettrica del cervello, fino a questo momento maggiore nell'emisfero sinistro, si sposti verso la parte destra. Esiste il caso di persone affette da lesioni nell'emisfero destro che, logicamente, perdono la capacità di effettuare rappresentazioni grafiche. In tali casi risulta anche l'impossibilità di sognare.Durante il sonno NOREM invece l'attività cerebrale si sposta prevalentemente nell'emisfero sinistro del cervello. Tutto questo spiegherebbe come l'attività onirica NOREM sia tanto simile al pensiero, mentre, durante le fasi REM, i sogni siano così fantasiosi e si presentino in immagini. Il passaggio da un tipo di sogno all'altro presuppone quindi un cambiamento di emisfero cerebrale.

Interpretazioni dal mondo antico a quello cristiano (IV dC)

Nel mondo antico l'importanza data ai sogni era molto grande, perchè essi erano interpretati come veicolo di comunicazione con la divinità non solo nel mondo pagano, ma anche nella letteratura biblica. Nelle culture animiste primitive (e ancora oggi in alcune tribù) si davano due spiegazioni al fatto di sognare, entrambe derivanti dall'idea che il corpo dominasse le esperinze durante la veglia, mentre la notte era il regno dell'anima. Secondo la prima teoria, lo spirito del dormiente riceveva una visita di dei o di altri spiriti, i quali gli comunicavano qualcosa in un linguaggio non facilmente coprensibile e che richiedeva quindi l'interpretazione di un esperto o di un saggio. La seconda teoria sosteneva, invece, che fosse l'anima stessa ad abbandonare il corpo durante il sonno, avendo la facoltà di viaggiare liberamente. E' su questa teoria che si basa la credenza di diverse culture, principalmente orientali, secondo la quale non si deve mai svegliare chi sta dormendo per evitare che l'anima abbia problemi nel ritrovare la strada del ritorno.

I greci onoravano ben tre divinità preposte al sonno: Morfeo, che faceva apparire in sogno le figure umane, Fantasio, i vegetali e i paesaggi, Fobetore, gli animali, tutti figli di Ipnos, il sonno, e della notte.

Secondo un'antichissima tradizione, molto diffusa anche in Egitto, si sceglieva per dormire un luogo specifico dove, dopo aver adempiuto a specifiche prescrizioni spirituali, si incubavano sogni profetici e terapeutici. L'anima, liberata dal corpo durante il sonno, entrava allora in contatto con la volontà divina e si faceva ricettrice dei suoi dettami. In genere dai sogni ci si aspettava soluzioni, consigli, informazioni sul futuro, indicazioni per curare le malattie.

Il contenuto dei sogni veniva considerato un messaggio cifrato da decodificare e a questo scopo si scrivavano dizionari con la chiave di lettura per decifrare i sogni. Il primo lavoro di questo tipo fu il dizionario compilato da Artemidoro di Dadi vissuto ad Efeso nel II secolo dC. Secondo questo esistevano due categorie di sogni: quelli mantici e quelli comuni. Quelli comuni esprimevano sensazioni fisiche e desideri o timori diurni, per cui nn vi era alcuna necessità di interpretazione.

I sogni mantici invece, erano tutti quelli attraverso i quali era possibile predire il futuro e che erano cifrati richiedendo quindi un interpretazione.

Gli apologisti greci del II secolo avevano avvertito il pericolo insito nell'importanza data ai sogni dalla mentalità comune (possibilità di interpretazioni soggettive e di deviazioni ereticali) e avevano dimostrato differenza versi di essi.

Gerolamo in particolare aderisce alla mentalità comune rimanendo impressionato da un sogno che gli cambierà il modo di vivere rinunciando la lettura di scrittori pagani. In questo caso quindi il sogno mette in comunicazione Gerolamo con la divinità suprema per correggere un comportamento errato e portarlo così sulla retta via. Un sogno rivelatore provocato da una terribile febbre che lo porrà al confine tra vita e morte, terra e cielo, e solo il pentimento e la fiducia in Dio lo porteranno alla salvezza.

Testo:

Or sono molti anni, privatomi con un taglio netto della casa, dei genitori, della sorella, dei parenti e, -ciò che è più difficile- dell'abitudine alla buona mensa, per il regno dei cieli, mi recai a Gerusalemme a militare per Cristo, ma della biblioteca che a Roma mi ero formata con sommo amore e fatiche, non potevo fare a meno. E così, povero me!, digiunavo per poi leggere Cicerone. Vegliavo molto spesso le intere notti, versavo lacrime, che il ricordo dei miei peccati un tempo mi strappava dal profondo delle mie viscere, ma dopo prendevo in mano Plauto. Se qualche volta, tornato in me stesso, mi mettevo a leggere un Profeta, quel linguaggio rozzo mi faceva orrore, e poichè i miei occhi ciechi non vedevano la luce, non ne davo la colpa ai miei occhi, ma al sole.

Mentre così l'antico Serpente si faceva gioco di me, verso la metà della Quaresima, una febbre violenta si insinua nelle fibre più profonde del mio essere, e invade il mio corpo esausto senza dargli requie, e - ciò che a dirsi potrebbe anche sembrare incredibile - divora a tal punto le mie povere membra che io non mi tenevo insieme che per le mie ossa. Intanto mi si preparavano già i funerali, giacchè tutto il mio corpo mi si era già raffreddato, e il calore vitale dell'anima non palpitava più che in un angolo ancora tiepido del mio petto. Ad un tratto ho un rapimento spirituale, e mi sento trasportato davanti al tribunale del Giudice, dove vi era tanta luce e tanto fulgore irradiatoda ciò che era intorno, che io, gettato a terra, non osavo levar gli occhi in alto. Richiesto della mia posizione, risposi d'essere cristiano. E quello che stava sul seggio, "Menti" disse "tu sei cicerioniano, non cristiano; dove è il tuo tesoro, ivi è il tuo cuore"(Vangelo di Matteo)

Subito ammutolii, e tra le battiture- giacchè quello aveva ordinato di flagellarmi- ero torturato più dal fuoco del rimorso, e dentro me ripetevo il versetto: "Ma all'inferno chi ti loderà?."Tuttavia cominciai a gridare e a lamentarmi dicendo: "Abbi pietà di me, o Signore, abbi pietà di me!" Questo grido risuonava in mezzo ai colpi dello staffile. Finalmente prosternatisi alle ginocchia del giudice che presiedeva, gli astanti lo supplicavano di perdonare alla mia età giovanile e di dare al mio errore il tempo di far penitenza, riservandosi di impormi in seguito il meritato supplizio, se mai fossi tornato alla lettura degli autori pagani. Io che, costretto in una posizione così critica ero disposto a fare promesse anche più grandi, cominciai a giurare e a dire, chiamando a testimone il suo nome: "Signore, se mai possederò ancora scritti profani, se li leggerò è come se ti avessi rinnegato!" Dopo che ebbi pronunciato questo giuramento, fui rilasciato, e di ritorno sulla terra, e fra la sorpresa di tutti, apro gli occhi bagnati da tanta pioggia di lacrime da convincere anche i più increduli della sincerità del mio dolore.

Non era stato quello un vero sonno, nè vani sogni come quelli che spesso ci ingannano. Mi è testimone il tribunale davanti al quale io giacevo prostato, testimone l'amaro giudizio, così tremendo per me - così non mi accada mai di cadere in un simile processo!- chè io portai le lividure nelle spalle, e sentii le piaghe quando mi svegliai, e da allora ho letto le Scritture divine con maggiore ardore, di quanto ne avevo messo un tempo nella lettura degli scritti umani.

Questo testo è tratto dalle epistolae; Gerolamo scrive 117 lettere di carattere molto diverso: alcune sono lettere personali, altre sono trattatelli esegetici o teologici, altre hanno forma di consolationes o di elogia funebri, altre ancora sono esortazioni alla vita ascetica o danno consigli di pedagogia; tutte manifestano un burbero ma ardente bisogno d'affetto, che contraddistingue quest'uomo così suscettibile e passionale.

Sul valore dell'amicizia come stimolo alla stesura di scritti epistolari Gerolamo torna più volte: ad esempio, all'inizio della lettera 62, rivolgendosi ad un personaggio a noi sconosciuto, il romai Tranquillino, esalta la bellezza di poter "esprimersi con sincerità e con semplicità a un cuore così leale" come quello d'un amico: "La carta stessa e la tua stessa scrittura spirano l'affetto del tuo animo verso di noi". E l'amico diviene un altro se stesso: Et sic cum amico quasi cum altero se loquendum ("e si deve parlare con l'amico come con un altro se stesso": Epistulae, 105)

 Spesso poi appare in tutta evidenza il letterato che ama i libri e sente il bisogno di esserne circondato: è nel deserto di Cà1cide, ma prega il suo corrispondente di fargli copiare e di spedirgli dei libri, di cui fa un elenco a parte (Epistulae, 5); e, quasi quindici anni dopo, esce nell' esclamazione: «Oh, potessi avere i libri di tutti gli esegeti della Bibbia!» (Epistulae, 84).

Molte pagine sono dedicate alla riflessione sullo stile, e particolarmente sulla necessità di

saper usare lo stile umile, prendendo a modello la Scrittura, con attenzione e rispetto per i simpliciores; Gerolamo insiste anche sulla necessità di saper adattare lo stile alle varie situazioni e ai diversi generi letterari.

Altre lettere, come abbiamo visto, espongono le riflessioni di Gerolamo sulla traduzione. A queste si collegano, in parte, anche le diciassette lettere (che coprono il periodo 394 - 419) comprendenti la corrispondenza con Agostino, in quanto vi si parla delle traduzioni bibliche di Gerolamo e di una divergenza tra i due nell'interpretazione d'un passo dell'epistola paolina ai Gà1ati.

Gli elogia (ad esempio, q~elli di Paola nella lettera 108 o di Marcella nella 127), mentre riprendono i topoi propri di questo genere letterario, esprimono la vivissima commozione, dell'autore per la morte di persone legate a lui da un'amicizia profonda.

Ma i momenti più caratteristici della personalità geronimiana sono quelli in cui esprime la piena del suo sdegno, spesso in forma satirica, per la sciocca malignità umana:

Ho visto recentemente una matrona romana di insigne nobiltà nella basilica di san Pietro, ceduta da eunuchi, distribuire ai poveri una moneta a testa, di sua propria mano, per esser giudicata particolarmente pia. Mentre questo avveniva, una vecchietta cenciosa  corre avanti avere un'altra moneta: ma, quando la dama via via procedendo giunge davanti a lei, ecco pugno invece del denaro, e scorre sangue, colpevole di così grave delitto.



In poche righe, è delineato un quadretto realistico, da cui traspare il disgusto per l' ipocrisia ammantata di pietà.

Più volte si nota la capacità di cogliere in sintesi brillante gli elementi che caratterizzano una situazione o un comportamento, che colpiscono per la loro sgradevolezza irritante.

Più volte torna lo sdegno per l'incoerenza dei cristiani, e in particolare degli ecclesiastici.

Lo sdegno talvolta diviene accusa sferzante:

Brillano d'oro le pareti, d'oro i soffitti, d'oro i capitelli delle colonne: e muore nudo e affamato davanti alla nostra porta Cristo nel povero.

In altri momenti Gerolamo esprime tutto il suo dolore per la triste situazione dell'impero, ma diversamente da Agostino si sente smarrito di fronte alla crisi dello Stato Romano e il sacco di Roma del 410 gli strappa un singhiozzo: Capitur urbs quae totum cepit orbem (E' conquistata la città che ha conquistato tutto il mondo": Epistulae, 127): il poliptoto (capitur... cepit) è un amara sottolineatura dell'angoscia che lo attanaglia.

Interpretazioni nel mondo moderno:

Il metodo interpretativo di Freud

Freud riteneva che le convinzioni popolari a proposito dei sogni (ossia che questi "volessero dire" qualcosa) fossero più vicine alla realtà di quanto non lo fosse l' opinione della scienza a quell' epoca, che negava in assoluto qualsiasi significato occulto. Per questo motivo egli prese due accezioni del termine "sogno": quella che lo utilizza come sinonimo di impossibilità ("queste cose succedono solo nei sogni") e quella che equivale all'espressione di un desiderio ("il mio sogno sarebbe di riuscire a ... "), unendole in un unico significato: da ciò derivava che i sogni erano rivelatori di desideri impossibili, proibiti e, pertanto, repressi. La stessa ragione che ha determinato la loro rimozione, ossia il carattere sessuale, ne impedisce poi l' accesso alla coscienza e, se ciò avviene tramite il sogno, è sempre dopo un adeguato travestimento. Freud volle, quindi, distinguere nel sogno il materiale così come ci appare, cioè camuffato, che definì contenuto manifesto, dal materiale inconscio, ossia quello che provoca il sogno, che chiamò contenuto latente. Lo scopo dell'analisi era dunque quello di rivelare il contenuto latente dei sogni, invertendo il processo di rimozione e di repressione. Freud considerava, infatti, il proprio metodo interpretativo uguale ma contrario rispetto al meccanismo di travestimento dei sogni e con esso si proponeva di scoprirne la vera causa.

Egli distinse tre tipi diversi di sogno.

I sogni comprensibili e dotati di un senso, che non richiederebbero, quindi, una interpretazione. In questi sogni non esiste, infatti, distinzione tra contenuto latente e contenuto manifesto, giacché si tratta di realizzazioni chiare ed evidenti dei desideri. Sono in genere i sogni tipicamente infantili e se si presentano in un adulto sono sogni "di comodo". I sogni coerenti e dotati di un significato, ma che nel loro complesso risultavano strani. Sono questi i sogni che possiedono un contenuto latente e uno manifesto e che devono essere sottoposti ad analisi per essere interpretati, anche se non risulta particolarmente difficile decifrarli.

I sogni apparentemente privi di significato e del tutto incomprensibili, la cui interpretazione risulta molto più difficile e laboriosa.

Freud postulò, inoltre, il meccanismo per il quale il contenuto latente si trasforma in contenuto manifesto e lo definì lavoro onirico, suddividendolo in tre processi.

Il primo di questi era costituito dalla condensazione, che permetteva ai vari elementi del contenuto latente di fondersi nel contenuto manifesto, anche se talvolta poteva accadere che un unico elemento latente si manifestasse in più elementi manifesti. Per la realizzazione della condensazione era indispensabile che gli elementi da unire avessero qualche caratteristica in comune, necessaria per provocare una fusione in cui tutti i dettagli contrastanti, non comuni, sarebbero stati annullati. Più tardi Freud accettò, però, anche la possibilità di condensazione tra elementi che non avevano alcuna caratteristica comune:

affinché ciò fosse possibile, lo stesso lavoro onirico poteva creare dettagli da ripartire, approfittando di ogni espediente possibile (quale poteva essere, per esempio, il doppio senso delle parole) e facilitando così la condensazione di qualsiasi elemento latente.

Il secondo meccanismo di travestimento fu definito da Freud spostamento, in quanto permetteva all'intensità psichica o alla carica emotiva di passare da un determinato elemento a un altro ingiustificato, in modo da evitare la censura.

Infine la terza forma di lavoro onirico consisteva nella repressione o rimozione, responsabile della deformazione del sogno, dalla quale appaiono contenuti falsi, che occultano i motivi reali causa del sogno. Tutto ciò avveniva secondo Freud per effetto della menzionata censura, che impedirebbe al materiale inconscio di accedere alla coscienza. Tale censura si allenterebbe, però, durante il sonno, permettendo questo passaggio dall'inconscio al conscio attraverso un processo di deformazione e di travestimento. Al nostro risveglio ci dimenticheremmo dei sogni poiché la censura, recuperando tutte le proprie forze, si renderebbe conto dell' inganno e li cancellerebbe dalla memoria. La censura sarebbe, quindi, responsabile sia del lavoro onirico che dell'oblio dei sogni. Dopo aver inizialmente considerato tutti i contenuti latenti come desideri sessuali infantili, Freud elaborò un secondo postulato, rendendo più complessa la propria teoria sui sogni. A quel punto le manifestazioni oniriche, oltre a esprimere desideri inconsci di carattere erotico, mettevano in evidenza anche pulsioni aggressive represse. Sia gli uni che le altre provenivano, secondo Freud, dall'Es, mentre l'agente responsabile della loro rimozione era il Super-Io. Esistevano due meccanismi repressivi: quello del Super-Io, che relega nell'inconscio desideri proibiti, pericolosi e minacciosi, e la censura onirica, che si preoccupa di impedire il loro accesso al conscio. Oltre a permettere l'alleggerimento delle tensioni, la catarsi, mediante la liberazione momentanea delle pulsioni inconsce, il sogno avrebbe anche un secondo fine, ossia quello di proteggere il sonno.

Il padre della psicanalisi teorizzò, quindi, che il sogno impedisse l'irruzione nella coscienza di stimoli (sia provenienti dall'organismo stesso che dall'ambiente) che, invece di svegliare il soggetto addormentato, venivano assimilati e inglobati nel sogno come un ulteriore componente.

Le idee (desideri) inconsce si convertono, dunque, in immagini e queste ultime producono i sogni. Parte di questo contenuto visivo sarebbe formato da simboli, ossia l'idea verrebbe rappresentata, simbolizzata in un'immagine.

A questo proposito Freud distingue due tipi di simboli: quelli universali e quelli individuali.

I simboli universali, che hanno lo stesso significato e si riferiscono alla stessa idea per ognuno di noi, non richiedono analisi in quanto basta conoscerli per poterne effettuare la traduzione. In questo senso Freud fu il continuatore delle idee di Artemidoro di Daldi e di altri indovini, ma con pretese scientifiche. Tali simboli sarebbero, inoltre, la base della creazione di miti, favole, leggende, motti di spirito e tutto quanto è folclore e tradizione popolare. I simboli universali sono quelli che danno vita ai "sogni tipici", quei sogni, cioè, il cui significato è sempre lo stesso indipendentemente dal soggetto sognante.

I simboli individuali hanno invece un significato diverso a seconda del soggetto in quanto sono il prodotto del lavoro onirico e pertanto sarebbe l'individuo sognante a costruirli. Questi simboli, a differenza degli altri, richiedono l'analisi, anche se Freud affermava che i sogni dovrebbero essere analizzati nella loro totalità, poiché a priori non si può sapere se un simbolo viene utilizzato come universale (in tal caso sarebbe preso a prestito) o come individuale (caso in cui sarebbe creato dalla persona che sta dormendo).

La teoria dei simboli fu il postulato che diede maggiore popolarità a Freud e la simbologia psicanalitica prese terreno più di ogni altra formulazione freudiana.

Non è difficile capire come si articola la teoria dei simboli nell'ambito della teoria generale dei sogni. Come infatti abbiamo detto, i sogni sono il prodotto del lavoro onirico, che ha anche il compito di "travestire" i desideri proibiti, precedentemente esclusi dal conscio. Tale travestimento, imposto dalla censura, consiste nel fornire un aspetto inoffensivo agli "oggetti insidiosi" dei desideri inconsci. Questa configurazione, apparentemente inoffensiva, si trasforma così in simbolo dal contenuto insidioso, ossia lo significa.

Dal momento che la maggior parte dei desideri repressi è di origine sessuale, quasi tutti i simboli onirici fanno riferimento ai genitali, sia maschili che femminili. E poiché il conscio non ammette alcun argomento in cui tali elementi abbiano un qualsiasi ruolo, il lavoro onirico li traduce, cioè li simbolizza attraverso oggetti inoffensivi.

Secondo Freud era sufficiente che tali simboli ricordassero anche vagamente gli elementi rappresentati: una penna e un calamaio potevano, per esempio, significare rispettivamente l'organo genitale maschile e quello femminile. La simbologia fallica freudiana ebbe indubbiamente un successo enorme e la sua portata, nonostante la scarsa consistenza della teoria, fu vastissima.

I simboli sono, per i sostenitori di Freud, oggetti reali dotati di esistenza propria che costituiscono rappresentazioni di fatti inconsci rimossi. Questa simbologia sembra essere il nucleo centrale della teoria freudiana sui sogni, per cui sorprende molto il fatto che il testo originale de L'interpretazione dei sogni, pubblicato nel 1900, non includesse il minimo riferimento ai simboli psicanalitici. In effetti lo scritto su questo argomento fu compilato successivamente, poco alla volta, durante i venticinque anni successivi e fu incluso nell' opera Introduzione alla psicanalisi.

Freud sosteneva che solo pochi elementi possono tradursi in simboli: il corpo umano, i genitori, i fratelli, la nascita, la morte, la nudità e, soprattutto, gli organi genitali.

La casa costituisce una rappresentazione tipica della persona umana. Capita spesso di sognare di scivolare lungo la facciata di una casa, provando sensazioni a volte piacevoli e a volte angosciose. Le case dalle pareti lisce rappresentano secondo Freud, gli uomini, mentre quelle con sporgenze e balconi rappresenterebbero le donne.

Nei sogni i genitori si presentano, invece, simbolizzati come figure eminenti: imperatore e imperatrice, re e regina, o personaggi simili.

I figli e fratelli o le sorelle vengono al contrario simbolizzati in modo tutt' altro che solenne, attraverso piccoli animali o parassiti.

La nascita è quasi sempre rappresentata da un' azione in cui l'acqua è l'elemento principale: si sogna spesso di gettarsi in acqua o di emergerne, di salvare una persona che sta affogando o di essere salvati: quest'ultimo caso indica l'esistenza di un rapporto di carattere materno tra il soggetto sognante e la persona sognata.

La morte imminente viene simbolizzata con una partenza o un viaggio ferroviario, mentre la morte già avvenuta è individuabile in diversi indizi oscuri e sinistri.

La nudità si manifesta nella rappresentazione di vestiti e uniformi.

Elencando tutti questi elementi Freud fece notare come spesso i limiti tra rappresentazione simbolica e allusiva siano molto labili.

Un discorso a parte merita la sfera della vita sessuale, per la quale Freud riscontrò un'infinità di simboli onirici.

Come rappresentazione dei genitali maschili egli individuò, oltre al propiziatorio numero 3, tutti quegli oggetti che possono ricordarne anche solo lontanamente la forma (bastoni, ombrelli, rami, alberi ecc.) o la facoltà di penetrare e ferire (armi appuntite, quali coltelli, pugnali, lance, sciabole, oppure armi da fuoco, quali fucili, pistole, rivoltelle). A questo proposito è significativo il sogno ricorrente in molte adolescenti di venire inseguite da un uomo armato. Al di là di questo simbolismo, di facile interpretazione, Freud aggiunge anche tutti quegli oggetti dai quali fuoriesce acqua (rubinetti, caraffe ecc.) e quelli che hanno facoltà di allungarsi. I genitali maschili, possono, inoltre, essere simbolizzati da oggetti caratterizzati dalla capacità di sollevarsi contro le leggi di gravità (aerei, dirigibili, mongolfiere ecc.) e che sono, quindi, collegabili all'erezione. A questo proposito fece molto scalpore l'interpretazione data da Freud del frequentissimo sogno di volare, che egli decifrava come simbolo di un'eccitazione sessuale generica. Tra i simboli maschili meno comprensibili suggeriti dal famoso psicanalista ricordiamo i rettili, i pesci, i cappelli e i cappotti.

Per quanto riguarda, invece, l'apparato genitale femminile la simbolizzazione avviene attraverso tutti quegli oggetti caratterizzati dalla facoltà di racchiudere, di circondare, contenere: miniere, caverne, fossi, vasi, bottiglie, scatole di qualsiasi tipo e forma, forzieri, bauli, tasche, borse ecc. Anche le imbarcazioni possono rientrare in questa simbologia, mentre oggetti come armadi, stufe e soprattutto stanze e locali si riferiscono più al seno materno che all'apparato genitale vero e proprio. Il simbolo della stanza o del vano si avvicina a quello della casa e la porta o il portone vengono a indicare l'accesso dell'orifizio sessuale. Anche alcuni materiali come la carta e il legno e diversi oggetti costruiti con essi (libri, tavoli ecc.) possono assumere, secondo Freud, un significato simbolico rapportabile agli organi genitali femminili. Il seno, considerato come parte dell' apparato femminile, trova rappresentazioni simboliche in mele, pesche e frutta in generale, mentre la peluria presente in entrambi i sessi viene spesso rappresentata con boschi o cespugli. Freud era fermamente convinto della validità e dell'universalità dei propri simboli ed era sempre disposto a tradurre direttamente ogni sogno in funzione di questi, anche se, paradossalmente, non consigliava tale modo di procedere. Gli era del tutto indifferente che il sognatore considerasse convincente o meno la sua interpretazione, in quanto "sapeva" che non si potevano porre obiezioni ai simboli. Ma andava anche oltre: se il paziente considerava azzardata una certa interpretazione egli era convinto che ciò confermasse ulteriormente quanto aveva scoperto; infatti, nella dialettica psicanalitica, il rifiuto corrisponde all'opposizione, costituisce la prova che vi è qualcosa da nascondere ed è proprio ciò che viene portato alla luce dall'interpretazione e che, a causa della rimozione, viene rifiutato dal soggetto in un' ulteriore manifestazione della censura. In questo modo, sia che il paziente approvasse o rifiutasse l'interpretazione, essa veniva comunque confermata, per cui ogni possibile reazione del paziente dava ragione a Freud.

Negli ultimi scritti, Freud attribuì al sogno la capacità di ristrutturare l'Io, di fargli recuperare l'equilibrio con l' Es, il Super-Io e la realtà.

Da quanto abbiamo potuto vedere, più di mezzo secolo prima che si sapesse quando,

quanto e perché gli esseri umani sognano, Freud aveva elaborato, partendo dal nulla, una teoria esauriente. Si trattò di uno sforzo eroico e lodevole che, come era prevedibile, si concluse però negativamente.

Una delle particolarità di tale teoria, finora non menzionata per motivi di semplicità espositiva, consisteva, infatti, nell'errata convinzione che il sistema nervoso si basasse su un funzionamento di tipo energetico. Secondo questa credenza il corpo genererebbe un'energia che, orientata verso azioni specifiche, affluirebbe al cervello attraverso il sistema nervoso. Freud aggiunse che l'origine di tale energia era sessuale e le diede il nome di libido. In questo modo i desideri non sarebbero altro che "accumuli" di libido non scaricata e i desideri inconsci repressi, avendo ogni accesso bloccato, si scaricherebbero parzialmente solo nei sogni, nei sintomi ecc.

Un esempio di interpretazione freudiana

Da quanto detto in precedenza si può affermare che il compito dello psicanalista consista nel promuovere la liberazione della libido, rivelando al soggetto i suoi desideri inconsci per mezzo dell'interpretazione dei sogni. In tale processo, lo strumento principale suggerito da Freud è quello della associazione libera: lo psicanalista deve fare in modo che il paziente racconti tutto ciò che gli viene in mente, anche se apparentemente privo di significato, in rapporto a ciascuno degli elementi del sogno.

Vediamo ora un esempio pratico dell' applicazione di questo metodo nel racconto e analisi del sogno, conosciuto come il caso clinico dell' ''uomo dei lupi"! .

L"'uomo dei lupi" era un esule russo di posizione agiata, che nel 1910 ricorse all'analisi di Freud, il quale non rivela il motivo della visita e non si occupa, riportando il caso, dei problemi del paziente in quel determinato momento, bensì delle difficoltà psicologiche della sua infanzia. Tra queste vi era la paura per i lupi e, più tardi, una specie di nevrosi ossessiva per la religione: il paziente non riusciva, infatti, a coricarsi senza pregare prima a lungo e senza baciare le immagini dei santi.

Le osservazioni effettuate da Freud consentono di capire che il giovane proviene da una famiglia turbata da malattie cronico-depressive ereditarie.

Nel momento in cui ricorse all'aiuto di Freud il paziente aveva ventitré anni e rimase in analisi per altri quattro, fino al 1914. Dopo breve tempo dall'inizio del trattamento egli raccontò al medico viennese un sogno infantile che successivamente si sarebbe trasformato nel nucleo centrale dell'analisi. Per anni Freud dovette chiedere all' "uomo dei lupi" di riferire assolutamente tutto ciò che gli suggeriva quel sogno, in quanto era convinto che la soluzione dell' enigma avrebbe supposto la "rivelazione" della nevrosi infantile del paziente.

Il sogno in questione era il seguente: il soggetto si trova sdraiato a letto quando la finestra si apre lasciando vedere un noce sul quale sono appostati sei o sette lupi bianchi, dalla coda molto folta e simile a quella delle volpi, che lo osservano impassibili. Questo sogno terrorizza il paziente a tal punto da costringerlo a svegliarsi.

Questo sogno, interpretato secondo la teoria freudiana, non può essere ovviamente considerato come custode del sonno dal momento che provoca il risveglio. Né, partendo dal contenuto manifesto, si può dedurre che si tratti di una "soddisfazione di desideri". Come sappiamo Freud pensava di portare alla luce i desideri occulti del paziente grazie alla sua interpretazione, che andava al di là del contenuto manifesto del sogno. In questo caso traduce, dunque, l'immagine dei terrificanti lupi bianchi nel seguente pensiero latente (ignorato dallo stesso paziente): all'età di quattro anni desideravo che mio padre avesse un coito con me; all'età di un anno e mezzo, convalescente dalla malaria, avevo avuto occasione di vedere mio padre e mia madre che avevano un rapporto sessuale da dietro, come avviene negli animali; a causa di questa scena ero entrato in uno stato di tale eccitazione sessuale da fare i miei bisogni a letto (ricordiamo che secondo la teoria freudiana i bambini di questa età concentrano la propria sessualità nella zona anale); questa scena originaria si era ripetuta più volte nei miei sogni e tre anni più tardi mi resi conto del fatto che anch'io avrei dovuto essere privo del pene come mia madre, ossia avrei dovuto essere castrato se desideravo che mio padre avesse un rapporto con me; tutto ciò provocò in me un tale orrore da portarmi al risveglio e da farmi sentire angosciato per molto tempo.

Chi non ha familiarità con i metodi psicanalitici obietterà naturalmente che nulla di tutto ciò è apparso nel sogno; al che lo psicanalista risponde che tutto ciò è normale in quanto il lavoro onirico ha completamente trasformato tale pensiero inaccettabile, e quindi inconscio, elaborando dal materiale latente un sogno manifesto in cui è impossibile riconoscere il pensiero originale.

Il ritorno al contenuto latente è spesso lungo e penoso e, in questo caso, lo fu in modo particolare. Freud cominciò ad analizzare il ruolo svolto dai lupi nei confronti del soggetto. Come era prevedibile egli li conosceva solo attraverso i racconti: riferì, infatti, all'analista alcune storie di lupi tra le quali Freud notò quella in cui viene tagliata la coda a un vecchio lupo. Egli pensò che fosse stato proprio quel racconto a indurre il paziente a elaborare un sogno sui lupi, in quanto conteneva un evidente riferimento alla castrazione. La coda corrispondeva al pene, secondo un preciso simbolismo fallico, e la sua amputazione equivaleva, dunque, alla castrazione, anche se il sogno non riguardava quell'argomento e né il racconto né le associazioni del paziente vi facevano riferimento.

Dal resoconto del paziente Freud non deduce che sia precisamente il ricordo di tale storia a portare all'elaborazione del sogno, né che la storia in sé costituisca una rappresentazione dissimulata di una castrazione. Egli lo interpreta, invece, come una premessa del sogno nella fantasia, poi giustificata nella simbologia. I lupi risultano essere la prova inequivocabile di un "processo di castrazione".

Ma anche accettando questa premessa sono ancora numerose le incoerenze.

Nel sogno, infatti, i lupi non sono privi di coda, che nel loro caso è anzi eccezionalmente folta. Tuttavia, secondo Freud, questo elemento non è che una compensazione per la "mancanza del pene". In effetti egli avrebbe avuto bisogno di un sogno con lupi privi di coda, in modo da poterlo rimandare comodamente al racconto dell' amputazione della coda e fare così diretto riferimento al tema della castrazione. Il paziente però non gli raccontò un sogno simile, per cui si vide costretto ad arrangiarsi come poteva spiegando che le code non vogliono significare altro che la mancanza appunto della coda. Tale tergiversazione veniva attribuita al lavoro onirico e fu definita da Freud come compensazione.

 Per quanto riguardava il noce sui cui erano appostati i lupi, la spiegazione l'avrebbe fornita più tardi il paziente stesso, facendo riferimento a un albero di Natale. Freud sfruttò tempestivamente questa rivelazione: i lupi bianchi erano addobbi natalizi sul noce-albero di Natale; secondo il medico, il paziente aveva espresso nel sogno la sua felice attesa di regali natalizi. Inoltre l'accenno a questa festività aiuterebbe a datare l'esperienza nei giorni precedenti il Natale.

Siamo abbastanza vicini alla soluzione: il soggetto che sogna sta osservando il padre in pigiama, che gli ricorda delle pecore che si accoppiano con febbrile eccitazione. A questo punto Freud sembra preoccupato di perdere la fiducia del lettore, per cui fa espressamente riferimento alla precarietà delle proprie informazioni e rinuncia alle "dimostrazioni", assicurando di avere ottenuto risposte soddisfacenti "per tutte le questioni che possono sorgere partendo da questa scena". Egli, cambiando argomento, riferisce come l"'uomo dei lupi" avesse osservato per tre volte, all'età di un anno e mezzo, mentre era convalescente dalla malaria, il coito praticato da dietro dei suoi genitori. Tre volte perché il paziente aveva creduto erroneamente che Freud pensasse a un triplice coito. Anche se in effetti l'analista non si era soffermato su tale particolare, dopo il suggerimento del paziente, cominciò a prenderlo in seria considerazione e a credere che in effetti fosse così. Era dunque quella la scena originale di cui doveva essere stato testimone l' "uomo dei lupi", il quale non la captò al momento, ma la ricordò in seguito in un sogno fatto all'età di quattro anni in tutta la sua terribile crudezza e con tutte le sue implicazioni.

 

Il sogno nella letteratura romantica inglese: Keats

The poetry by Keats is conceived as perception and representation of the filtered world by the dream that is able reveal cruel and truthful reality.

This poem is closely connected with the sonnet On a Dream and the fifth canto of Dante's Inferno. Keats read this in the translation by H. F. Cary, and the short last line of each stanza is derived from Cary's way of breaking up his blank verse lines in translating this passage.

The ballad form is also connected with Keats's reading of Wordsworth, Robert Burton and Spenser's Faerie Queene; but the poem as a whole is one of the most spontaneous and unconscious of Keats's productions, scribbled late at night in a letter to his brother when he was very tired.

The ballad is written in first person and is a dialogue between poet and knight. In the first three strofe talk the poet, then the knight tell his story: he met a lady in the meads and he full in love with her; he made a garland, bracelets. for her, than she took him to her elfin grot, then he sleep and dreams pale king, princes that cried the "Belle Dame sans Merci had done slave him. Than he awok on the cold hill's side where birds no sing.

"La belle dame sans merci"

O what can ail thee, knight-at-arms?

Alone and palely loitering?

The sedge has wither'd from the lake,

And no birds sing.

O what can ail thee, knight-at-arms,

So haggard and so woe-begone?

The squirrel's granary is full,

And the harvest's done.

I see a lilly on thy brow,

With anguish moist and fever dew,

And on thy cheeks a fading rose

Fast withereth too

I met a lady in the meads,

Full beautiful - a faery's child,

Her hair was long, her foot was light

And her eyes were wild.

I made a garland for her head,

And bracelets too, and fragrant zone;

She look'd at me as she did love,

And made sweet moan.

I set her on my pacing steed,

And nothing else saw all day long,

For sidelong would she bend, and sing

A faery's song.

She found me roots of relish sweet,

And honey wild, and manna dew,

And sure in language strange she said -

'I love thee true'.

She took me to her elfin grot,

And there she wept, and sigh'd full sore,

And there I shut her wild wild eyes

With kisses four.

And there she lulled me asleep,

And there I dream'd - Ah! woe betide!

The latest dream I ever dream'd

On the cold hill side.

I saw pale kings and princes too,

Pale warriors, death-pale were they all;

They cried - "La Belle Dame sans Merci

Hath thee in thrall!"

I saw their starved lips in the gloam,

With horrid warning gaped wide,

And I awoke and found me here,

On the cold hill's side.

And this is why I sojourn here

Alone and palely loitering,

Though the sedge has wither'd from the lake,

And no birds sing.

Traduzione:

La bella dama senza pietà

Che cosa ti tormenta cavaliere armato

Che vaghi solo e pallido?

Il carice è avvizzito accanto al lago

E nessun uccello canta.

Che cosa ti tormenta cavaliere armato

Che te ne vai così smunto e addolorato?

Il granaio dello scoiattolo è pieno

E la mietitura è completata

Io vedo un giglio sulla tua fronte

Madido del sudore della malattia

E sulla tua guancia anche una rosa

Che perde colore avvizzisce.

"Io ho incontrato una donna nei campi

Bellissima, figlia di una fata,

i suoi capelli erano lunghi, il suo passo leggero

e i suoi occhi inquieti/selvaggi.

Io le ho fatto una ghirlanda per il suo capo

Anche braccialetti, e una cintura di fiori

Lei mi guardò come se mi amasse

Ed emise un dolce lamento

La posi sul mio cavallo al passo

E nient'altro io vidi tutto il giorno

Perchè lei soleva sporgersi su un lato

E cantava una melodia fatata.

Lei mi trovò radici di dolce fragranza

E miele selvaggio, e pane

E certamente in uno strano linguaggio lei disse:

"Ti amo davvero!"

Lei mi condusse nella sua grotta fatata,

e lì mi guardò e sospirò con grande dolore,

e lì io chiusi i suoi folli e inquietanti occhi

con quattro baci

E lì mi cullò fino al sonno

E lì sognai - ah!sventura!-

L'ultimo sogno che io mai sognai

Sul fianco della fredda collina



Io vidi pallidi re, e anche principi,

Pallidi combattenti, tutti di un pallore mortale;

Essi gridavano: "La Belle Dame Sans Merci

Ti ha fatto schiavo!"

Io vidi nel crepuscolo le loro labbra disseccate

Spalancate nell'orrido avvertimento,

e mi svegliai, e mi trovai qui

sul fianco della fredda collina

E per questo dimoro qui

Aggirandomi solo e pallido

Anche se il carice vicino al lago è appassito,

e nessun uccello canta.

Themes:  1) fatal woman (Romantic theme) that can destroy men

                2) Tragic love

                3) There are supernatural elements; there are five senses

                4) there are gothic element: vv 37-40 (dream, knight); wild, mysterious lady.

The references to fairies and elves, suggest the imagination, while the song is a reference to the inspired art from the imagination. The lady, who symbolize imagination too,  leads him in an ideal world; the knight is absorbed by the pleasures of the imagination. But the imagination and the experience of the visionary are momentary; the human being can't live in this reign, a fact that the dreamer chooses to ignore and this refusal of the knight to leave the joys of the imagination, destroys his life in the real world..! Keats believed in the powers of the imagination and he saw the art as the representation of itself. -- ART FOR ART'S SAKE.

(I riferimenti a fate ed elfi, suggeriscono l'immaginazione, mentre la canzone è un riferimento all'arte ispirata dall'immaginazione. La signora, simbolizzante anch'essa l'immaginazione, lo conduce in un mondo ideale; il cavaliere è assorbito dai piaceri della fantasia.
Ma l' immaginazione e l'esperienza del visionario sono momentanee; l'essere umano non può vivere in questo regno, un fatto che il sognatore sceglie di ignorare e tale rifiuto del cavaliere a lasciare le gioie dell'immaginazione, distrugge la sua vita nel mondo reale..!
Keats credeva nei poteri dell'immaginazione e vedeva l' arte come la rappresentazione di se stessa.)  

Il sogno nella letteratura francese: Baudlaire

CXXV. Il sogno d'un curioso

F.M

Conosci, come me, il gusto del dolore?

E anche di te si dice: "Che uomo singolare!"?

- Stavo per morire. Un male strano, misto

D'orrore e desiderio, era nell'anima innamorata:

angoscia e speranza viva, senza ribelli umori.

Più la fatale clessidra si svuotava,

più la tortura era aspra e deliziosa:

come si strappava il cuore dal mondo familiare!

Ero come un bimbo avido dello spettacolo

Che odia il sipario come s'odia un ostacolo...

Infine, ecco la fredda verità:

la terribile aurora m'avvolgeva, morto,

senza sorpresa. - Ma come! Tutto qui?

Il sipario era alzato ed aspettavo ancora.

Metro: sonetto irregolare con le rime che seguono lo schema abab, abab, ccd, ede.

Analisi: In questo sonetto pubblicato il 15maggio 1860 nella terza edizione dei fiori del male, il poeta sogna, immagina di essere in punto di morte, e di provare un "male particolare": sentimenti antiteci di desiderio e di ripugnanza, di angoscia e di speranza, una tortura al tempo stesso tremenda e deliziosa. E' in avida attesa di quel che sarà dopo, oltre il sipario di tenebre e di silenzio. Ma il trapasso non riserva sorprese: il poeta deve constatare invece che nulla di nuovo accade, che non c'è un altrove diverso, che tutto continua come prima e che anche col sipario alzato, alcuno spettacolo si produce. In questa poesia il poeta teme che la morte non sia quella frattura con la vita, quella liberazione dalla"noia" della vita ch'egli sperava; in altri termini che la morte non sia che un'attesa infinita di qualcosa che non accadrà mai. 

Nel primo verso (gusto del dolore) lascia pensare che il dolore abbia un sapore, un gusto piacevole; si annuncia qui quello che sarà detto esplicitamente nei vv 4-7 (un misto d'orrore e desiderio, angoscia e speranza viva). Al secondo verso invece si deduce che all'espressione "che uomo singolare" Badeulaire si riferisca a s stesso, perchè tale era considerato; al v12 invece la terribile aurora si puo intendere come un'aurora che "dovrebbe" essere terribile in quanto l'esclamazione seguente smentisce in modo infastidito: "Ma come tutto qui? Il sipario era alzato ed aspettavo ancora."

I fiori del male sono una raccolta poetica che recano fin dal titolo il segno di un'estetica nuova, moderna in cui, grazie alla poesia, le realtà più banali o volgari della natura e della carne (il male), possono acquistare bellezza ed elevarsi al sublime (i fiori). L'opera allude ad una sorta di romanticismo negativo, dove il poeta sperimenta dolorosamente la condizione dell'individuo moderno costretto a sopravvivere in un mondo privo di ideali. Non più vate capace di dare voce alle esigenze comuni, il poeta diventa un solitario, un emarginato destinato ad esprimere la propria angoscia attraverso il rigore formale, pur continuando a sognare un'irraggiungibile bellezza. Si crea così una scissione tra vita, groviglio impazzito di eventi meschini e casuali, e arte, estremo rifugio dall'abiezione della realtà per un mondo di forme perfette e autosufficienti. Baudelaire enuncia con estrema lucidità la sua poetica negativa. L'uomo è irrimediabilmente preda di istinti abietti, di desideri inconfessabili, di comportamenti ipocriti. Lo stesso dolore non ha nulla di nobile, perché è l'effetto di un ineliminabile senso di colpa. Non c'è salvezza quindi se non nel rigore delle forme, unica perfezione e bellezza a cui il poeta può aspirare.L'opera è divisa in sei sezioni che rappresentano una sorta di storia del destino umano: dall'angoscia alla ricerca di conforto nei piaceri dell'alcol e dell'oppio, alla disperata consapevolezza della perversione del male, al rifugio nel grembo della morte. La stesura di Les fleurs du mal richiese, come scrive lo stesso autore nel 1857, "furore e pazienza". Dal punto di vista formale, vi è un lavoro non indifferente sul verso, alla ricerca di una perfezione quasi ossessiva della musicalità.  I fiori del male sono ricchi di immagini, evocazioni, fantasie, cariche di simboli. Le esperienze dello spleen (titolo che Baudelaire utilizza per numerose poesie), rappresentano le esperienze della miseria, del dolore, del vizio e si possono riassumere in un sentimento di angoscia esistenziale e di vuoto. Spleen è la dimensione del vuoto e dell'insignificante; ma è anche la dimensione della Noia e dell'Angoscia. Ma Spleen ha anche una relazione molto intima con l'animo del poeta e ne indica la paura che il proprio Io si perda nel Male: il suo destino, simile a quello di un angelo decaduto, è quello di essere contemporaneamente attratto dal cielo e dall'abisso. Nel degradato mondo della metropoli, l'angelo decaduto si aggira attratto dai paradisi artificiali degli stupefacenti, dal vizio, dalla maledizione che lo perseguita mentre cerca la strada della salvezza.. Baudelaire non appartenne a nessuna scuola, fu indipendente, nonostante la sua poesia derivi direttamente dal romanticismo. Sebbene i sentimenti che lo ispirarono fossero puramente romantici, seppe esprimerli in una forma nuova, attraverso dei simboli che riflettevano le sensazioni del mondo inconscio. Fu il poeta della città "febbrile", pervertita, dei vizi e delle miserie degli uomini, ma anche la ricerca ansiosa dell'ideale, il desiderio e la paura della morte, la fuga dalla vita monotona e normale, la complessità e le contraddizioni dell'uomo, furono temi ricorrenti della sua poesia. La negazione della morale collettiva e la rappresentazione del male, del demoniaco, del grottesco vengono ideologicamente poste a fondamento della vita così come della poesia. Il poeta, scrive Baudelaire, è come l'albatro. L'albatro domina col suo volo gli spazi ampi: le sue grandi ali lo rendono regale nel cielo ma se gli capita di essere catturato dai marinai si muove goffo e impacciato sul ponte della nave e diventa oggetto di scherzi e di disprezzo; e sono proprio le grandi ali che lo impacciano nel muoversi a terra. Anche il poeta è abituato alle grandi solitudini e alle grandi profondità delle tempeste interiori e in queste dimensioni domina sovrano; anche lui come l'albatro può sembrare goffo e impacciato nella realtà quotidiana, nella quale non si muove a suo agio. Il poeta insomma ha il dominio della realtà fantastica, ma nella realtà quotidiana è un incapace e riceve l'incomprensione e il disprezzo degli uomini, esattamente come accade all'albatro. Il poeta è venuto sulla terra per interpretare la realtà alla luce del suo sogno, ribelle alle convenzioni, inabile alla vita pratica, destinato a gettare il discredito sulle comuni passioni, a sconvolgere i cuori, a testimoniare per mezzo dell'Arte d'un mondo magicamente e idealmente perfetto. Per questo il poeta è deriso e perseguitato; per questo Baudelaire nel 1857 venne processato per il suo capolavoro I fiori del male, accusato di immoralità. Il libro suscitò uno scandalo, ed fu subito sequestrato; l'autore condannato a una forte ammenda, per l'oltraggio alla morale e al buon costume, mentre sei poesie furono soppresse perché giudicate oscene. Baudelaire, con questa prima raccolta poetica, diede inizio ad una nuova concezione della poesia, intesa come mezzo di fuga dalle ipocrisie a cui la società costringe l'uomo.

Biografia (1821- 1867)

La personalità di Baudelaire è quella ribelle e impulsiva di un uomo assetato di umanità, ma da essa respinto. Orfano di padre a sei anni  nel 1827 e la madre, Caroline Dufaÿs, ancora giovane, sposa il tenente colonnello, e in seguito generale, Jacques Aupick, il quale, a causa della propria freddezza e rigidità e anche del perbenismo borghese, si guadagnerà l'odio del figliastro. Baudelaire frequenta prima il Collège Royal di Lione e poi il Collège Louis-le-Grand della sua città, scuola da dove viene espulso nel 1839. Ha già capito e deciso che la vocazione irreprimibile deve essere quella del poeta e dell'uomo di lettere, del dandy e del flâneur. Ma questa vocazione viene contrastata con forza soprattutto dal comandante Aupick, che preferirebbe una professione borghese, più tranquilla e meno scandalosa e inutile. Nel 1841, spinto dalla famiglia, Baudelaire si imbarca su una nave diretta a Calcutta, ma dopo soli dieci mesi interrompe il viaggio per fare ritorno a Parigi, dove, ormai maggiorenne, entra in possesso dell'eredità paterna (centomila franchi), che gli permette di vivere per qualche tempo in grande libertà.
È il suo periodo di maggiore felicità e il più memorabile della sua esistenza: abita in un bellissimo appartamento nel quartiere più alla moda di Parigi, veste in maniera ricercata, frequenta i migliori letterati dell'epoca. Intanto, nella primavera del 1842, conosce Jeanne Duval, un'attrice meticcia che gli starà, tra alti e bassi, vicina per sempre.
Ma quando, dopo due anni, M.me Aupick scopre che il figlio ha già speso circa la metà del lascito paterno, consigliata dal marito, intraprende una procedura per poter ottenere un curatore a cui venga affidato il compito di amministrare con maggiore oculatezza il resto dell'eredità. Da ora in avanti, Baudelaire sarà costretto a chiedere al proprio tutore persino i soldi per un paio di pantaloni. Il suo esordio come poeta risale al 1845 con la pubblicazione di A une dame créole, mentre, per vivere, è costretto a collaborare a riviste e giornali con articoli e saggi che saranno poi raccolti in due libri postumi, L'art romantique e Curiosités esthétiques. Durante la rivoluzione del 1848, Baudelaire va anch'egli sulle barricate e qualcuno, si dice, lo sente incitare la folla e gridare: "Andiamo a fucilare il generale Aupick". Nel 1850 scopre Edgar Allan Poe, il grande scrittore americano alla cui opera dedicherà alcuni anni di vita con saggi e traduzioni. Nel 1857, a trentasei anni, pubblica Les fleurs du mal. All'inizio non è possibile parlare di grande successo letterario, ma piuttosto di un vero e proprio scandalo: il libro viene processato per immoralità e l'editore, Poulet-Malassis, deve sopprimere sei poesie. Solo nel 1861 uscirà la seconda e definitiva edizione, riveduta e arricchita di nuovi poemi. Intanto, le condizioni di vita di Baudelaire continuano a peggiorare, e peggiora anche il suo stato di salute, anche a causa dell'alcol e dell'oppio. Di queste esperienze rimane testimonianza soprattutto nel libro Les paradis artificiels ( 1860). Invecchia precocemente, ma proprio in questi anni lavora con alacrità. Comincia a comporre i poemi in prosa di Le spleen de Paris, che usciranno postumi nel 1869. Nel 1860 subisce la prima crisi cerebrale. Dall'anno precedente al 1866 prepara anche Mon coeur mis à nu. Nel 1866 esce Le peintre de la vie moderne, opera dedicata a Constantin Guys.
Con la speranza, attraverso una serie di conferenze, di guadagnare un po' di denaro, nel 1864 parte per il Belgio. Vi trascorre, invece, giorni di assoluta miseria, tra indicibili sofferenze fisiche e morali. Proprio in quel paese, nel 1866, a Namur, mentre sta visitando la chiesa di Saint-Loup, viene colpito da un attacco di emiplegia e di afasia. Rimane paralizzato nel lato destro del corpo. Il 31 agosto del 1867, a Parigi, nella casa di cura del dottor Duval, Charles Baudelaire muore a quarantaquattro anni. È sepolto nel cimitero di Montparnasse, insieme alla madre e al detestato patrigno. Nel 1949 la Corte di Cassazione francese riabilita la sua memoria e la sua opera.

Il sogno di Martin Luter King: I have a dream

Martin Luther King nasce ad Atlanta, in Georgia, USA, il 15 gennaio 1929. Il padre, Martin Luther King senior, è un pastore della Chiesa battista, la mamma una maestra. Martin è un bambino intelligente e sensibile e inizia presto a comprendere cosa significhi essere di colore in uno Stato del Sud, vedendo i bambini bianchi del quartiere che non parlano con lui e il padre cui viene impedito di entrare in un negozio di scarpe dall'ingresso principale, perché riservato alla sola "razza bianca". Non comprende e non accetta il razzismo, quindi inizia a impegnarsi con passione negli studi, in scuole segregate, sognando di diventare avvocato, per essere di aiuto ai suoi fratelli di colore. Durante l'adolescenza, matura la vocazione religiosa e, dopo il liceo, si iscrive al seminario di Chester, in Pennsylvania, per poi divenire pastore battista. Nel 1953 sposa Coretta e vanno a vivere a Montgomery, in Alabama. Martin Luther King inizia a predicare contro il razzismo, ispirandosi alla non violenza di Gandhi, e le sue prediche attirano un numero crescente di persone. Nel dicembre del 1955 l'operaia nera Rosa Parks sale su un autobus per tornare a casa. E' stanca e cerca un posto per sedersi, ma essendo occupati tutti quelli riservati ai neri, si siede su uno di quelli riservati ai bianchi. Le viene imposto di alzarsi, e al suo rifiuto viene chiamata la polizia, che la arresta. King convoca una riunione di tutti i suoi seguaci e lancia il boicottaggio dei mezzi pubblici finché non verrà tolta la spartizione dei sedili. L'iniziativa riscuote un enorme successo e per molti giorni le vetture risulteranno completamente vuote, segno che anche i bianchi hanno aderito alla protesta. Le autorità citano in tribunale King per aver danneggiato l'azienda dei trasporti pubblici, ma, quando sta per iniziare il processo, la Suprema Corte degli Stati Uniti d'America dichiara illegale la segregazione praticata negli autobus. La vittoria di King gli procura anche molto disprezzo razzista. Fanno esplodere una carica di dinamite davanti alla sua casa, lo aggrediscono, e lo arrestano una ventina di volte durante le manifestazioni per la pace.  Nell'agosto del 1963, Martin Luther King guida un'enorme manifestazione interrazziale per il lavoro e per la libertà, a Washington, dove pronuncia il celebre discorso pacifista "I Have A Dream". L'anno seguente gli viene assegnato il premio Nobel per la pace e il Papa Paolo VI lo riceve in Vaticano. Il 4 aprile del 1968 è a Memphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città, bianchi e neri, che sono in sciopero. Mentre è sulla veranda dell'albergo e s'intrattiene a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte gli sparano alcuni colpi di fucile: Martin Luther King cade sulla ringhiera e muore dopo pochi minuti. Approfittando del panico e della confusione che seguono, l'assassino riesce ad allontanarsi indisturbato. Pochi giorni dopo, ad Atlanta, si svolgono i funerali di King, cui intervengono migliaia di persone. Il suo killer è arrestato a Londra circa due mesi più tardi. Si chiama James Earl Ray ed ha precedenti per rapina, alcolismo e spaccio di moneta falsa. Al processo è condannato a novantanove anni di reclusione, ma, qualche anno dopo, riesce ad evadere. Lo catturano nuovamente e rivela che non era stato lui l'assassino di King, sostenendo di sapere chi è il vero colpevole, ma il nome non potrà mai farlo, perché viene accoltellato la notte seguente nella cella in cui è detenuto. Nel 1986 è stata istituita una giornata della memoria in onore di M.L.King, da celebrarsi il terzo lunedì di gennaio, in un giorno prossimo a quello della sua nascita. Il 18 gennaio 1993 il Martin Luther King Day è stato celebrato per la prima volta in tutti i cinquanta stati degli USA.

Celeberrimo è rimasto il discorso che tenne il 28 agosto 1963 durante la marcia per il lavoro e la libertà davanti al Lincoln Memorial di Washington e nel quale pronunciò più volte la fatidica frase "I have a dream" (in Italia evocata spesso in maniera forse impropria ma efficace con: Ho un sogno) che sottintendeva la (spasmodica) attesa che egli coltivava, assieme a molte altre persone, perché ogni uomo venisse riconosciuto uguale ad ogni altro, con gli stessi diritti e le stesse prerogative, proprio negli anni in cui - per dirla con le parole di Bob Dylan - i tempi stavano cambiando e solo il vento poteva portare una risposta. Martin, molte volte fu soggetto ad aggressioni e ad offese molto gravi.

I have a dream

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull'Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati dal fuoco dell'avida ingiustizia. Venne come un'alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività. Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un'isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo, il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.
Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d'Indipendenza, firmarono un «pagherò» del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo «pagherò» permetteva che tutti gli uomini, sì, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità. E' ovvio, oggi, che l'America è venuta meno a questo «pagherò» per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l'America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: «fondi insufficienti». Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.
Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all'America l'urgenza appassionata dell'adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall'oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l'urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza. Il millenovecentosessantatrè non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo. Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.
Ma c'è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell'odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell'anima. Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato con il nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell'ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli. mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: «Quando vi riterrete soddisfatti?». Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:«Riservato ai bianchi». Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l'acqua e il diritto come un fiume possente. Non ho dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà vi ha lasciati percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice. Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.
E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E' un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell'arroganza dell'ingiustizia, colmo dell'arroganza dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e giustizia. Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi! Io ho davanti a me un sogno che un giorno, in Alabama, con i suoi malvagi razzisti, con il suo governatore dalle cui labbra provengono parole di veto e annullamento, che un giorno, proprio qui in Alabama, i ragazzini negri e le ragazzine negre sapranno unire le mani con i ragazzini bianchi e le ragazzine bianche come se fossero fratelli e sorelle. Ho davanti a me un sogno, oggi! Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E' questa la nostra speranza
. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.  Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l'America vuole essere una grande nazione, possa questo accadere.
Risuoni quindi la libertà dalle cime prodigiose del New Hampshire. Risuoni la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà dagli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.
Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: «Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente».

Discorso pronunciato il 28 agosto 1963, al Lincoln Memorial, a Washington, durante la marcia per i diritti civili in occasione del centenario della firma del "Proclama sull'Emancipazione" da parte di Abraham Lincoln

Questa fù l'epoca dei bei discorsi pacifisti e di movimenti rivoluzionari contro il razzismo. Il più noto fu quello della Nation of Islam o Black Mulslim (musulmani neri) formato da Muhammad, nato in Arabia ed emigrato negli Stati Uniti nel 1930. Egli era convinto che I neri dovessero combattere il cristianesimo considerato religione degli schiavisti. Poichè M. scomparve nel 1934 I suoi seguaci credettero che fosse la reincarnazione di Allah. Negli ultimi decenni del XX secolo si andò sempre più rafforzando una borghesia nera che si sentiva parte importante della società statunitense e che aveva I suoi rappresentanti anche nell'amministrazione e nel governo degli Stati Uniti. Ciò non significava integrazione: la separazione tra le razze restò una questione aperta. Ma cos'è il razzismo?E come si sviluppa negli USA?

Tesi dominante oggi, che tenta di spiegare le cause del razzismo organizzato e scientifico, è quella utilitarista: il razzismo cioè nascerebbe prevalentemente da motivi di utilità politica, a difesa dei privilegi, dell'economia e del potere di una fazione contro l'altra. Nell'America coloniale, ancor prima che la schiavitù coloniale divenisse completamente basata su basi razziali, gli schiavi di origine africana erano usati a fianco degli schiavi bianchi, di solito vincolati alla condizione servile da contratti con una scadenza determinata, in gran parte firmati per pagare le spese di trasferimento nel Nuovo Mondo. Alla scadenza di tali contratti gli europei che erano sopravvissuti recuperavano la libertà (non era previsto che i neri potessero recuperare la libertà alla scadenza di un certo periodo di tempo). A seguito di una serie di rivolte che coinvolsero questo tipo di coloni, però, negli Usa si arrivò a fare a meno degli schiavi bianchi già nel XVIII secolo, riservando la schiavitù alle persone di origine africana, che non potevano contare, a differenza dei bianchi, di solidarietà religiose e etniche da parte di componenti liberi della società bianca dominante. In questo modo, "razza" e condizione sociale vennero a coincidere negli Usa, in modo tale che ancor oggi negli Stati Uniti è difficile separare i due concetti. Subito dopo l'indipendenza (avvenuta nel 1776) le leggi statunitensi del 1790 sulla naturalizzazione garantivano la cittadinanza solo alle "persone bianche libere", il che significava generalmente che veniva concessa solo a coloro che erano di origine anglosassone. Quando la popolazione americana divenne culturalmente meno omogenea, verso gli anni '40 del XIX secolo, con l'aumento dell'immigrazione dall'Europa meridionale e orientale, negli USA si rese necessario chiarire chi fossero i "bianchi". Nacque così una suddivisione di quelli che oggi sono chiamati «caucasici» in una gerarchia di diverse razze, stabilite "scientificamente", e al cui vertice erano gli anglosassoni e i popoli nordici. Venuta meno l'utilità economica dello schiavismo negli stati industrializzati del Nordamerica, il 1 gennaio 1863 il presidente repubblicano Abraham Lincoln abolì la schiavitù con la Proclamazione di Emancipazione (Emancipation Declaration). Gli stati agricoli del sud si confederarono a difesa della schiavitù dando inizio alla guerra di secessione americana. La schiavitù terminò nell'intera federazione con la sconfitta del sud, infine il 18 dicembre 1865 fu ratificato il tredicesimo emendamento. L'abolizione della istituzione schiavistica tuttavia rafforzò e istituzionalizzò l'ideologia razzista, e a partire dagli anni 1870, con l'affermarsi delle teorie del cosiddetto «razzismo scientifico» moltissimi stati americani introdussero leggi discriminatorie (Black Codes e leggi di Jim Crow), tra cui il reato di miscegenation (mescolanza razziale) a proibizione dei matrimoni e delle unioni interrazziali, ed ebbe inizio il fenomeno della segregazione razziale.

Nella maggior parte degli stati segregazionisti le persone che immigravano da Portogallo, Spagna, da una piccola parte della Francia meridionale (e dalla Liguria), dall'Italia meridionale, dalla Grecia, dal nordafrica e dal medio oriente, furono classificati diversamente dai «bianchi» e il termine «bianco» iniziò a identificare principalmente gli anglosassoni, i germanici e gli scandinavi. L'appartenenza alla razza bianca dei non-nordici (slavi, dinarici ecc.) era spesso messa in discussione. Ma erano soprattutto gli europei del sud, appartenenti alla presunta razza mediterranea, a sottostare alle condizioni peggiori, e in molti stati essi erano legalmente equiparati ai neri e privati, con diverse accentuazioni da stato a stato, dello status e dei diritti riservati ai soli bianchi. Persino gli irlandesi, a cui si attribuivano parziali origini mediterranee, erano oggetto di forte pregiudizio e discriminazione. Va però tenuto presente che in molti casi il preconcetto colpiva non tanto l'origine etnica, quanto la religione cattolica professata dagli immigrati "papisti", verso i quali la società puritana degli Usa conservava una fortissima ostilità. Ad ogni modo, coloro che negli Usa le trovavano utili ai loro scopi accolsero e diffusero le teorie scientifiche razziste sfornate, nel XIX secolo, dagli scienziati europei per giustificare l'avventura colonialista, che caratterizzò la maggior parte del XIX secolo. Con una differenza, però. Gli europei usavano l'ideologia razzista per conquistare e sottomettere quasi esclusivamente popolazioni non europee (e il tabù in questo senso fu tale che i francesi arrivarono - sia pure dopo infinite polemiche - a decidere che gli ebrei che abitavano l'Algeria da loro conquistata erano da considerare europei, e concessero loro la cittadinanza francese, a differenza di quanto avvenne con gli "indigeni"). Al contrario, il razzismo statunitense, come detto, fu usato soprattutto ai danni di popolazioni abitanti nello stesso continente. Negli Usa ebbe conseguenze storiche durature, negli anni 1920, la massiccia diffusione delle teorie dell'eugenista Madison Grant che saranno più tardi la principale fonte di ispirazione per le campagne di sterilizzazione forzata ed eutanasia forzata operate dal nazionalsocialismo tedesco.

La campagna ideologica di Grant raggiungerà l'obiettivo di fare chiudere le frontiere tra il 1921 e il 1924, e a partire dal 1924 di far restringere l'immigrazione dai paesi dell'est e del sud Europa, e di ostacolare quella ebraica. Questa decisione avrebbe avuto conseguenza catastrofiche durante la Shoah, nel corso della quale gli Usa respinsero caparbiamente i profughi ebrei, accogliendone per tutta la durata dell'Olocausto meno della sola città cinese di Shanghai (30.000).

A rendere politicamente possibile ciò fu il senatore del Massachusetts Henry Cabot Lodge[4]) che fu tra i più fanatici sostenitori della Immigration Restriction League, che si opponeva all'immigrazione dei popoli di razza mediterranea. Cabot Lodge trovò il modo di aggirare la resistenza di coloro i quali non volevano limitare gli ingressi esplicitamente in base alla razza proponendo un escamotage: vietare l'ingresso agli analfabeti e modificare le quote di ingresso, stabilendo le nuove su quelle registrate oltre trent'anni prima, nel 1890. Con questa retrodatazione la quota complessiva d'ingresso dei mediterranei che avrebbe dovuto essere di diritto pari al 45% dei richiedenti fu ridotta a meno del 15% e tenendo conto che gli italiani erano il popolo più analfabeta d'Europa (con punte massime al sud) la quota riservata agli italiani divenne di molto più esigua. Per contro fu grandemente aumentata la quota consentita dai paesi nordici[4].

Dopo la crisi economica del 1929, con i disordini che ne seguirono e con il diffondersi del «pericolo comunista» la strategia politica cambiò e negli ex stati confederati del sud, si adottarono teorie meno rigide, ispirate in gran parte da quelle europee. Così negli anni 1930, quando in quegli stati era ormai divenuto impossibile continuare a mantenere un così alto numero di immigrati europei fuori dalla élite dei bianchi - con il rischio peraltro di pericolose coalizioni coi neri - i segregazionisti estesero i diritti a tutti i «caucasici», gruppo razziale che includeva anche i mediterranei, e che era suddiviso in «White Caucasian» (caucasica bianca: anglosassoni, scandinavi e germanici) e «Caucasian» (caucasica). Oggi il termine «caucasico» viene esteso ad indicare indistintamente i «bianchi», tuttavia la suddivisione in «white caucasian» e «caucasian» è ancora ufficialmente in vigore nei metodi statistici di catalogazione in uso presso le istituzioni di molti stati americani.

Tutte le altre presunte razze non caucasiche invece rimasero escluse dai diritti civili per altri venti anni. Sarà negli anni 1960, a seguito delle numerose battaglie condotte dai moltissimi movimenti per i diritti civili, all'insurrezionalismo di Malcolm X e alla famosa marcia pacifica di Martin Luther King, che le leggi sulla segregazione razziale dei neri negli stati del sud verranno abolite dal governo federale, a quasi cento anni dalla loro entrata in vigore. Ciò avverrà nel 1964 con l'approvazione del Civil Rights Act e nel 1965 con il Voting Rights Act.

Da allora non esistono più leggi razziali negli Stati Uniti, ma sono comunque frequenti e numerosi gli episodi di razzismo e di discriminazione contro i neri, le cui condizioni per quanto riguarda l'accettazione sociale sono notevolmente migliorate, ma che economicamente continuano a soggiacere a maggiore povertà.

La sproporzione tra il numero di neri detenuti nelle prigioni statunitensi e il loro numero complessivo tra la popolazione, nonché la loro più frequente condanna a morte, è da molti ritenuta un indizio del persistente razzismo nei loro confronti. Il massiccio afflusso quotidiano di immigrati illegali dal confine con il Messico ha invece ingigantito le forme di ostilità razzista contro gli ispanici latino-americani.

A dimostrare quanto l'ideologia razzista abbia fatto presa anche a livello di cultura popolare statunitense, dove spesso ha sostituito il concetto di "classe sociale" nei conflitti sociali, resta ancora oggi una disponibilità per noi inusitata da parte dei cittadini statunitensi a definirsi a vicenda o addirittura autodefinirsi in termini di "razza" o "etnicità". Un atteggiamento peraltro sanzionato dai censimenti, che chiedono espressamente ad ogni cittadino di definire la "razza o etnicità" a cui appartiene.

La persistenza di un "problema razziale" negli Usa è rivelata anche dai bassissimi tassi di matrimoni misti fra bianchi e neri, che dopo un lieve aumento negli anni sessanta sono nuovamente calati. Fa eccezione la comunità latino-americana che, con i suoi tassi di meticciaggio relativamente elevati, dimostra di fare riferimento a un concetto di "razza" diverso da quelli prevalenti nella maggioranza "bianca" della popolazione statunitense.

Un aspetto sconcertante del problema e delle implicazioni, a volte imprevedibili, è stata la segregazione delle sacche di sangue destinate alle trasfusioni, in base alla razza del donatore. Operata anche dalla Croce Rossa statunitense, fino alla seconda parte del secolo XX.

Sogno provocato dal volo di un'ape intorno ad una melagrana, un secondo prima del risveglio - Savador Dalì

Analisi: Durante il sonno il volo di un'ape aveva disturbato Dalì  che, riaddormentatosi, gli aveva provocato una visione che ha ispirato questo quadro. Il sogno riutilizza elementi reali, presenti nella stanza dove Dalì stava dormendo: il melograno e il pesce. L'elefante che si vede nella parte superiore destra è l'elefante del Bernini di Piazza della Minerva, a Roma. L'artista in questo dipinto cerca di fissare tutte le visioni che l'inconscio gli ha comunicato. La moglie dell'artista riposa a mezz'aria su un piatto scoglio frastragliato.Una baionetta sta per trafiggere il braccio della donna (simbolo quindi della puntura dell'ape) ,siamo nell'istante che precede il dolore. La puntura si materializza in 2 grosse tigri che balzano dalle fauci di un pesce a sua volta scaturito da una grossa melagrana rossa. Sullo sfondo un elefante dalle scheletriche zampe d'insetto regge un obelisco sulla groppa pur mostrando la leggerezza di una libellula (questo elemento introduce per la prima volta il tema della levitazione nell'opera di Dalì).

Tutta questa "pazzia" artistica dipende dalla natura stessa dell'ispirazione che attingendo dall'inconscio, è visionaria e incoerente. La caratteristica di questa come di quasi tutte le opere di Dalì è la mancanza di unità e di totalità.  Alla base della composizione vi è la frantumazione delle immagini, come se un'esplosione avesse disgregato ogni cosa, ogni forma, suggerendo invece la presenza di fantasmi, sogni, incubi in uno spazio profondo e risonante, su cieli azzurri e paesaggi rocciosi antropomorfi.

Per Dalì non esiste senso della misura o limite, rompendo i freni inibitori della coscienza razionale la sua arte porta in superficie tutte le pulsioni e i desideri inconsci, dando loro l'immagine di allucinazioni iperrealistiche.

Questo quadro in particolare è rappresentativo del passaggio di Dalì alla cosiddetta "Mistica Nucleare" dove oltre al tema dell'incubo è presente la liberazione delle figure nello spazio  nel tentativo di eliminare gli effetti della forza di gravità, un orientamento quindi, verso quei temi naturalistico-scientifici che predomineranno nelle opere successive al ritorno dall'esilio americano.

Il contributo più importante al surrealismo è l'elaborazione del metodo paranoico-critico, un sistema di interpretazione deviata dalla realtà: attraverso un processo di allucinazione ispirate alle ricerche di Freud sull'interpretazione dei sogni, l'artista cerca di mutare la percezione del reale. Freud aveva scoperto che I pazienti sotto ipnosi rievocavano esperienze traumatiche rimosse la cui ritrovata consapevolezza poteva alleviare la malattia psichica. Il medico viennese sottolineava inoltre l'importanza dei sogni e delle libere associazioni spontanee nel portare alla luce ricordi ed esperienze sepolti nell'inconscio. Dalì sviluppa dunque la tecnica artistica della libera associazione e dell'automatismo elaborata dai surrealisti con l'intento di trasferire in maniera del tutto consapevole sulla tela le immagini viste nei propri sogni. Questo procedimento ha come conseguenza non solo il rifiuto di censurare le immagini inconscie, ma addirittura la loro traduzione in forme pittoriche concrete e la creazione di "fotografie fatte a mano", come le definisce lo stesso artista. Per dipingere questi quadri egli si serve di un metodo che chiama paranoico-critico, attraverso il quale cerca di oggettivizzare e sistematizzare in un primo tempo esclusivamente il proprio delirio soggettivo e gli elementi molto personali dei propri sogni, mantenendo il sogno durante il processo creativo in uno stato di allerta continua. Mentre l'automatismo surrealista si limita a rilevare una realtà nuova e diversa, Dalì indaga e organizza questa realtà dando un contributo alla sua conoscenza.

Il sogno di Einstein - Universo galante

Il mondo della teoria delle stringhe: é una nuova visione dell'universo, un modo per descrivere tutte le forze e tutta la materia; dall'atomo alla terra fino alle galassie; dall'origine del tempo fino allo scoccare dell'ultima ora in un unica teoria: la teoria del tutto. La comprensione dell'universo si basa su due sistemi di leggi in contrasto tra loro. L'enigma rimase irrisolto persino per Einstein che ne fece il suo ultimo obiettivo. La soluzione sta nelle stringhe: minuscole particelle di energia che vibrano come corde di un violincello in una sorta di sinfonia del cosmo. Questa teoria però implica l'esistenza di mondi paralleli e di undici dimensioni.

Tutto è iniziato con la mela di Newton: il successo delle sue equazioni deriva dal desiderio di comprendere i pianeti e le stelle. Da allora è stata fatta molta strada, poi Einstein fece veramente luce sulla forza di gravità..I teorici delle stringhe si spingono ben oltre e forse sono vicini alla realizzazione del sogno di Einstein. Il fisico visse gli ultimi venti anni della sua vita in una casa a Priston nel New Jersey. In una stanza al primo piano Einstein si mise lacremente allo studio di una teoria che da sola avrebbe dovuto spiegare tutti i meccanismi dell'universo. Persino poco prima di morire Einstein teneva un blocco con se, cercava disperatamente le equazioni di quella che doveva essere "la teoria del tutto". Sul punto di fare la più grossa scoperta della storia della scienza Einstein morì nel 1955 ed il suo sogno rimase incompiuto. Oggi a tanti anni di distanza l'obiettivo di Einstein di riunire le leggi dell'universo in un unica teoria è diventato il sacro .... della fisica moderna. Il sogno di Einstein si può finalmente realizzre con una nuova teoria fondamentale detta "teoria delle stringhe". Se si rivelerà corretta sarà sconvolgente. Secondo questa teoria vivremmo in un universo dove realtà e fantascienza si incontrano, un universo ad undici dimensioni, con universi paralleli collocati uno accanto all'altro. Un universo elegalante in cui risuona la musica di tutte le corde. Per quanto ambiziosa l'idea di base della teoria delle stringhe è sorprendentemente semplice: ogni cosa dalla particella più piccola alla stella più grande è composta da un solo tipo di elemento: anelli incredibilmente piccoli di energia vibrante detti stringhe. Come dalle corde di un violincello nascono note musicali diverse le minuscole stringhe di energia vibrano in modi diversi dando vita alle componenti prime della natura. L'universo è una grande sinfonia cosmica prodotta dalle varie note che i minuscoli anelli di energia vibrante sanno suonare. La teoria delle stringhe è agli albori ma già rivela una concezione dell'universo profondamente diversa, stravagante ma affascinante.

Cosa ci fa pensare di poter capire l'universo nella sua complessità o addirittura di ridurlo ad un unica teoria del tutto? Per quanto ci si provi è impossibile insegnare fisica ad un cane in quanto il suo approccio è poco logico, è più istintivo..così..gli esseri umani sono i grado di poter capire le leggi dell'universo? I fisici oggi sono sicuri di poter riprendere la ricerca di Einstein sull'unificazione. Per unificazione si intende la formulazione di una legge che descriva ogni cosa dell'universo oscibile attraverso un unica equazione: l'equazione Master; si pensa che l'equazione unica esista perchè negliultimi due secoli le varie teorie dell'universo puntano tutte in un unica direzione; tutte convergono su un'idea tutt'ora in via di definizione. Steven Weinberg dell'università del Texas afferma che lo scopo ultimo della fisica fondamentale è quello di ridurre i fenomeni complessi nel minor numero di principi, il più semplice possibile. Le grandi teorie della fisica sono accumunate dal tentativo di abbracciare un enorme varietà di fenomeni apparentemente diversi; l'idea di unificare la ricerca è connaturata al progresso della fisica stessa.

Questo tipo di ricerca iniziò molto prima di Einstein con il più famoso evento causale della storia della scienza: si dice che un giorno nel 1665 un uomo si sedette ai piedi di un albero, da questo cadde una mela e grazie ad essa Newton rivoluzionò l'idea di universo. Sostenendo una proposta audace per quei tempi Newton disse che la forza che attira le mele verso terra e la forza che mantiene la luna in orbita intorno alla Terra in realtà erano una cosa sola. In un colpo solo Newton era riuscito ad unificare i cieli e la Terra in un unica teoria, quella della gravità. Era l'unificazione tra il mondo degli astri e quello terrestre dove le leggi che governano i pianeti sono le stesse che governano le maree e la caduta dei frutti a terra; un modo geniale per rappresentare la nostra idea della natura. La  gravità è stata la prima forza ad essere stata compresa dalla scienza; nonostante questa legge sia stata scoperta da Newton più di trecento anni fa le sue equazioni sono così precise che vengono utilizzate ancora oggi. Gli scienziati sono infatti ricorsi alle equazioni di Newton per tracciare la rotta del razzo che portò l'uomo sulla luna. Tuttavia un problema c'era infatti se le leggi di Newton descrivvano la gravità con grand precisione nascondevano un imbarazzante segreto: Newton non aveva idea di come funzionasse la gravità; per quasi 200 anni gli scienziati preferirono ignorare la questione. All'inizio del ventesimo secolo un impiegato dell'ufficio brevetti svizzero avrebbe cambiato la storia della fisica; oltre ad esaminare le richieste di brevetto Einstein stava già analizzando il comportamento della luce. Non immaginava certo che le sue riflessioni sulla luce avrebbero contribuito a risolvere il problema della gravità di Newton. All'età di 26anni Einstein fece una sconcertante scoperta: la velocità della luce è una sorta di limite di velocità del cosmo, una velocità che non può essere superata da niente nell'universo. Non appena il giovane Einstein pubblicò le sue idee la sua strada e quella di Newton si separarono. Il problema era che l'idea che niente possa essere più veloce della luce si scontrava con la teoria di Newton sulla gravità. Per capire la ragione si può condurre un esperimento:

Per cominciare creeremo una catastrofe cosmica. Immaginiamo che senza alcun avvertimento il sole si vaporizzi e scompaia improvvisamente. Ora simuliamo la catastrofe e osserviamone gli effetti secondo la teoria di Newton: in base alle previsioni di questo se il sole sparisse i pianeti uscirebbero immediatamente dalle loro orbite e vagherebbero nello spazio. Per Newton la forza di gravità agisce istantainamente ad ogni distanza, la distruzione del sole avrebbe quindi un effetto immediato. Einstein vedeva un grosso problema nella teoria di Newton, un problema che emerse da suo studio sulla luce: sapva infatti che la luce non viaggia istantainamente infatti i raggi del sole impiegano 8 minuti per percorrere i 150km circa fino alla Terra e niente nemmeno la gravità viaggia più veloce della luce. Come è quindi possibile che la Terra esca dalla propria orbita prima che il buio risultante dalla scomparsa del Sole raggiunga i nostri occhi?Per Einstein era impossibile che esistesse qualcosa più veloce della luce ciò significava che la teoria della gravità di Newton era SBAGLIATA. Ma se Newton ha sbagliato, perchè i pianeti non cadono? Ricordiamo che la validità delle quazioni Newtoniane si basa sull'intento di capire il sistema dei pianeti e delle stelle in particolare sulla ragione per cui i pianeti hanno determinate orbite.Le equazioni di Newton consentono di calcolare come si muovono i pianeti , Einstein doveva risolvere il dilemma. Verso i 30anni elaborò una teoria dell'universo in cui la gravità non superasse il limite di velocità cosmico, ancora dipendente dell'ufficio brevetti, Einstein intraprese una solitaria ricerca per risolvere il mistero. Dopo quasi vent'anni di duro lavoro trovò la risposta in una nuova idea di unificazione. Einstein arrivò a concepire le tre dimensioni dello spazio e la dimensione unica del tempo come entità legate da un unico tessuto spazio-temporale. Sperava che comprendendo la teoria del tessuto a 4 dimensioni fatto da spazio e tempo potesse parlare di oggett che si spostano sulla superfice spazio-temporale. Come in un tappeto elastico il tessuto si inarca e si distende con il peso di pianeti ed astri; l'inarcamento o curvatura del tessuto spazio-tempo crea ciò che noi percepiamo come gravità. La terra si mantiene in orbita non perchè il Sole la irradia e la afferra subito come diceva Newton bensì perchè segue le curvature del tessuto spaziale prodotte dal Sole. Con questa nuova idea ripetiamo il test della catastrofe cosmica vedendo cosa succederebbe cn la scomparsa del Sole: il disturbo gravitazionale produce un onda che viaggia nel tessuto come un sasso gettato nell'acqua crea increspature sulla superficie; non si avverte nessun cambiamento nell'orbita intorno al Sole finchè quest'onda raggiunge la Terra; inoltre Einstein calcolò che le increspature viaggiano esattamente alla velocità della luce. Il nuovo approccioo di Einstein risolse il conflitto con Newton sulla velocità con cui viaggia la gravità; Einstein definì la forza di gravità come la curvatura che si forma nel tessuto spazio-temporale e chiamò questo nuovo concetto: RELATIVITA' GENERALE. Nel giro di pochi anni divenne celebre.

Einstein era diventato un vero e proprio divo della sua epoca una sorta di icona ricunosciuta da tutti; la gente seguiva il suo lavoro, la relatività generale fu un successo: aveva ridisegnato da solo le leggi della gravità ed intorno a lui c'era un clima di attesa. Nonostante i successi conseguiti Einstein non era soddisfatto puntando su un obiettivo ancora più ambizioso: voleva riunificare la forza di gravità con l'elettro magnetismo. Quest'ultimo era una conquista recente: alla metà del diciannovesimo secolo l'elettricità e il magnetismo accendevano l'interesse degli scienziati in quanto le due forze sembravano legate da uno strano rapporto. Samuel Mors ad esempio aveva utilizzato il magnetismo per strumenti innovativi come il telegrafo: un impulso elettrico inviato con un telegrafo ad una calamita distante migliaia di km produceva il noto codice mors a punti e linee che consentiva la trasmissione di messaggi in tutto il continente in una frazione di secondo. Per Maxwell la relazione tra elettricità e magnetismo era così evidente in natura da implicare un unificazione (esempio fulmini e bussola). Cosi Maxwell decise di spiegare questa relazione in un linguaggio matematico sviluppando 4 eleganti equazioni matematiche che unificavano le due forze in una creando l'elettromagnetismo:

Il fatto che questi fenomeni diversi fossero davvero legati era notevole trattandosi di un nuovo esempio di fenomeni provenienti da un unica matrice. Einstein pensava che fosse uno dei trionfi della fisica ammirando immensamente Maxwell per quanto aveva fatto. 50 anni dopo l'unificazione di elettricità e magnetismo Einstein credeva che unificando la sua teoria con quella di Maxwell sarebbe arrivato all'equazione unica per descrivere l'universo intero; era convinto infatti che l'universo funzionasse secondo un grande e bellissimo modello. Perchè cercava la legge di unificazione? Einstain voleva davvero conoscere il progetto divino volendo avere la visione totale. Oggi l'obiettivo della teoria delle stringhe è unificare la conoscenza del tutto dall'origine dell'universo al grandioso turbine delle galassie in un unico sistema di principi: un equazione unica. Newton aveva unificato il cielo e la Terra con la teoria della gravità; Maxwell aveva unificato elettricità e magnetismo; mentre Einstein si concentrò per quanto rimaneva per un unica teoria che unificasse tutte le forze: Poichè la velocità della luce e della gravità sembrano uguali allora forse alla base esiste una simmetria. Ma quando cominciò ad unificare gravità ed elettromagnetismo Einstein capì che la differenza di potenza tra le due forze era superiore alle loro analogie.

Per capire: si pensa che la gravità sia una forza incontrastabile dopo tutta è quella che ci tiene ancorati sul bordo dell'ultimo piano di un palatto per esempio, ma rispetto all'elettromagnetismo la gravità è molto debole e possiamo dimostrarlo con un semplice test: immaginiamo di saltare da un edificio ovviamente nella realtà ci faremmo molto male ma secondo l'elettromagnetismo tutto ciò che vediamo è costituito da atomi sul cui involucro esterno c'è una carica elettrica negativa e quando gli atomi del corpo entrano in collisione col cemento le cariche elettriche si respingono con una forza tale da far si che il marciapiede resista alla forza di gravità terrestre impedendoci di sprofondare oltre ma in realtà la forza elettromagnetica è triliardi di volte più intensa della gravità. Quest'ultima ci tiene atterra e fa girare la Terra attorno al Sole ma riesce a farlo solo perchè agisce su grandi formazioni di materia ma a livello di singoli atomi la forza di gravità è minuscola e debole.

Per Einstein sarebbe stato difficile unificare queste due forze di intensità così diversa ed a complicare le cose avvennero cambiamenti repentivi nella ricerca scientifica con cui era quasi impossibile stare al passo. Negli anni venti un gruppo di giovani scienziati concepirono la fisica in modo diverso ribaltando la ricerca di Einstein sull'unificazione guidati dal fisico danese Bhor scoprirono una nuova frontiera dell'universo: scoprirono che gli atomi sono costituiti da particelle ancora più piccole e le teorie di Einstein e Maxwell nn spiegavano la capacità di relazione tra queste particelle nell'atomo. Qual'era il funzionamento dell'atomo e della sua composizione? La forza di gravità non c'entrava e l'elettricità ed il magnetismo non erano sufficienti. Alla fine degli anni venti i fisici elaborarono una nuova teoria "la meccanica quantistica" in grado di descrivere il mondo incredibilmente piccolo. Tuttavia questa era una teoria così radicale da sconvolgere tutti i precedenti modi di guardare l'universo. Per Einstein l'universo è un sistema ordinato e prevedibile, Bhor però non era d'accordo perchè a livello di atomi e particelle il mondo è come il gioco delle probabilità: a livello di atomi e quanti regna l'incertezza. Secondo la meccanica quantistica si può solo prevedere la probabilità con cui si verifica un evento e questa idea aprì le porte ad una nuova inquietante idea di realtà. Le sue leggi sono molto diverse a quelle a cui siamo abituati, per quasi 80 anni gli studiosi della teoria dei quanti hanno sostenuto che stranezze e bizzarrie sono tipiche dell'infinitamente piccolo. Noi nn abbiamo esperienza diretta delle stranezze della quantistica. Questa teoria suggerisce che tutte le probabilità possono verificarsi in universi paralleli al nostro, sono reali per i propri abitanti quanto lo è il nostro per noi. Esiste la possibilità che le particelle attraversino muri e barriere apparentemente impenetrabili c'è la possibilità ad esempio che noi potessimo attraversare un oggetto solido come il muro: secondo la quantistica la probabilità che ciò avvenga è così ridotta che dovrei camminare in eterno nel muro perchè vi sia una ragionevole probabilità di riuscirci.

L'idea che l'uomo possa solo calcolare la probabilità che le cose risultino in un modo o nell'altro fu molto combattuta da Einstein. La quantistica dice che non si ha la certezza dell'esito di un esperimento si può solo segnare la probabilità di un determinato esito. Questa idea non era gradita da Einstein che diceva: DIO NON TIRA I DADI. Tuttavia con un esperimento dopo l'altro si dimostrò che Einstein aveva torto e che la meccanica dei quanti descrive come funziona il mondo a livello di particelle subatomiche. La quantistica è estremamente accurata infatti nessuna previsione della fisica quantistica è mai entrata in contraddizione con la realtà osservabile.

Gli scienziati conclusero che gravità ed elettromagnetismo non sono le uniche forze a governare l'universo indagando infatti sulla strottura dell'atomo, scoprirono altre due forze:

1)      forza nucleare di interazione forte (S) che agisce come un forte collante che tiene insieme il nucleo dell'atomo legand i protoni ai neutroni

2)      forza nucleare di interazione debole (W) che consente ai neutroni di trasformarsi in protoni con una conseguente emissione di radiazione.

La forza debole e quella forte potrebbero sembrarci poco chiare ma c'è almeno un caso in cui tutti ne abbiamo riconosciuto la potenza: 16 luglio 1945 quell'elemento cambio il corso della storia: nel deserto del nuovo Messico su una torretta in acciaio esplose il primo ordigno nucleare. Nessuno però riusciva a coinciliare la teoria della relatività con la quantistica. Queste due branchie si separarono ma se e leggi della natura si applicano ovunque, le leggi di Einstein si applicano ovunque e alttrettanto vale per la quantistica è impossibile che ci siano due ovunque separati. Negli ultimi anni Einstein prese le distanze dal mondo della fisica e smise di aggiornarsi e morì nel 1955 e per molti anni sembrò che il sogno di riunificazione fosse morto con lui.

Da allora la fisica è divisa in due branchie: una usa la teoria della relatività per studiare oggetti grandi e pesanti come gli astri, le galassie.. l'altra utilizza la meccanica quantistica per studiare gli elementi più piccoli come atomi e particelle. La comprensione dell'universo ha fatto negli anni enormi progressi ma c'è un veicolo cieco in quanto nell'universo ci sono regni sconosciuti che non capiremo mai fino in fondo finchè non si trova una teoria unificatrice del tutto. Questo diventa particolarmente evidente nelle profondità di un buco nero: Swarcwid 1916 risolse le equazioni della relatività in un modo nuovo;  immaginò che una grossa massa di materia come quella di una stella densa concentrata su una piccola superficie avrebbe deformato così profondamente la struttura spazio-tempo che neanche la luce sarebbe sfuggita alla sua attrazione gravitazionale. Per decenni i fisici furono scettici di fronte ai suoi calcoli, oggi i telescopi satellitari che studiano le profondità dello spazio scoprono regioni con un alta attrazione gravitazionale che molti scienziati ritengono essere dei buchi neri. La domanda quindi è: se si vuole capire cosa succede nelle profondità di un buco nero dove un intera stella viene ridotta ad un granellino si usa la teoria della gravità per via della massa della stella o la quantistica per via delle sue minuscole dimensioni? Quindi è inevitabile ricorrere ad entrambe le teorie insieme, ma se si mettono insieme entrano in conflitto e si ottengono previsioni insensate ma l'universo deve avere una sua logica. Con la teoria delle stringhe si pensa di aver trovato il modo di coinciliare la teoria del grande con quello del piccolo e dare una spiegazione logica dell'universo su tutte le scale. Al posto di un'infinità di particelle la teoria delle stringhe sostiene che ogni cosa nell'universo dalle forze alla materia è composta da un unico ingriedente: da minuscoli anelli di energia vibrante detti stringhe. Una stringa si deforma in modi diversi, le diverse forme che assume rappresentano le diverse particelle elementari. Come la corda di un violino, ogni nota descrive una particella diversa. Questa teoria potrebbe unificare la comprensione di tutti i diversi tipi di particelle. Tutte le forze e le particelle derivererebbero dalle vibrazioni di un'unica stringa di base. Idea semplice con conseguenze di vasta portata. Questa teoria potrebbe spiegare anche come è nato l'universo e quali sono i principi di base. Questa teoria è però anche contestata infatti ammesso che le stringhe esistano esse sono cosi piccole che è impensabile riuscire a vederne una e se è impossibile testarla come le altre teorie non è accettabile come scienza ma come filosofia.

Nel 1968 Veneziano ricercava le quazioni che potessero spiegare la forza nucleare forte ossia la potente colla che tiene uniti protoni e neutroni. Un giorno un vecchio libro sulla storia della matematica trovò una formula di 200anni prima formulata da un matematico svizzero; Veneziano si rese conto che quell'equazione poteva descrivere la forza nucleare forte. La formula è stata frutto di un anno di duro lavoro che ha portato alla scoperta casuale della teoria delle stringhe. Nacque così la teoria delle stringhe. Grazie ad un passaparola tra colleghi l'equazione arrivò ad un giovane fisico americano Saskyd rendendosi conto che questa formula descriveva matematicamente la forza nucleare forte e che nascondeva qualcosa di nuovo. Descriveva un particolare tipo di particella con una struttura interna vibrante non statica.. descriveva una stringa elastica simile ad un elastico spezzato e corrspondeva a quella formula. Documentò la sua ricerca ma per essere pubblicata doveva passare per il vaglio degli esperti, l'idea però fu giudicata male e neanche degna di pubblicazione. Il rifiuto dell'accettazione di questa equazione fece pensare che la teoria delle stringhe fosse morta. La scienza tradizionale abbracciava l'idea delle particelle come entità puntuali non come stringhe, per decenni si erano studiate le particelle facendole scontrare e studiando le collisioni, la moltitudine di particelle prodotte fece loro scoprire che la natura era più ricca di quanto pensassero. Ogni mese veniva scoperta una nuova particella, un periodo molto entusiasmante non scoprendo solo gli elementi costitutivi della materia accantonando la teoria delle stringhe i fisici avevano formulato un ipotesi sorprendente: le forze della natura possono essere spiegate anche attraverso particelle:

Possiamo fare un paragone con l'azione del palleggiare: i due giocatori sono particelle di materia la palla che viene scambiata è una particella di forza denominata particella mediatrice. Ad esempio nel caso della forza elettromagnetica la palla sarebb un fotone, quanto più rapidi sono gli scambi di fotoni tanto maggiore risulta l'attrazione magnetica. Gli scienziati ipotizzarono che fossero gli scambi di particelle messaggere a creare ciò che concepiamo come forza. Questa ipotesi fu confermata dall'esistenza di particelle messaggere nell'elettromagnetismo, nella forza nucleare forte  nella forza nucleare debole; grazie all'utilizzo di nuove particelle gli scienziati si stavano avvicinando al sogno di Einstein sull'unificazione delle forze. I fisici delle particelle ipotezzarono di ripercorrere la storia del cosmo fino alla fase successiva al Bing Beng. Miliardi di anni fa quando la termperatura del cosmo era miliardi di gradi piu caldo la forza magnetica e quella nucleare debole erano indistinguibili formando l'elettrodebole. Andando ancora più indietro nel tempo si troverà la forza elettrodeblole unita a quella forte e la loro unione rappresentava la superforza. La meccanica quantistica riuscì a spiegare come le tre forze operassero a livello subatomico. Gli ideatori della teoria del modello standard vennero premiati col Nobel ma si tralasciava la gravità. Nel 1973 Jhon Sworch si dedicò alla teoria delle stringhe che presentava 2 problemi: anomalie matematiche e la particella senza massa che non era mai stata vista in natura. Dopo 4anni di ricerca si rese conto che le equazioni descrivevano la forza di gravità se così era bisognava ripensare alle dimensione degli anelli di energia si suppose così che la stringa era molto più piccola di una particella subatomica risolvendo il problema della massa. Si rese conto che questa particella era quella che dava gravità nel mondo della quantistica la teoria delle stringhe aveva prodotto il pezzo mancante del modello standard Se le stringhe descrivevano la gravità a livello quantistico dovevano essere la chiave unificatrice delle 4 forze. Si unì alla sua ricerca Green per le eliminazioni delle anomaie matematiche. Si pensava infatti che la teoria fosse incoerente a causa delle anomalie ma in realtà non era così così si decise di procedere con i calcoli ed alla fine tutto si risolse con un unico calcolo: su un lato della lavagna ottennero 496 se avessero avuto la stessa cifra anche dall'altro lato avrebbero dimostrato che la teoria era priva di anomalie... Alla fine le cifre combaciarono, ciò significava che erano in grado di racchiudere le 4 forze. Le stringhe infatti potevano descrivere la gravità, ma anche le altre forze, quindi si poteva parlare di unificazione realizzando il sogno di Einstein.

La teoria delle stringhe fu battezzata la teoria del tutto: le stringhe sono elementi infinitamente più piccoli persino dei quark, sono anelli di energia vibrante che con le loro diverse vibrazioni conferiscono alle particelle le loro proprietà distintive; l'universo appare così come una grande sinfonia cosmica.  



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