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     L'ente di ricerca 'American Advanced Research Projects Agericy' (ARPA), aveva finanziato negli anni Sessanta la creazione di un sistema atto a collegare fra loro tutti i computer impegnati in una data ricerca. Fu questo il primo esempio di impiego di una 525g63f rete nel mondo dei calcolatori. In origine la rete dell'ARPA (ARPAnet) era stata progettata per permettere a più ricercatori di disporre tutti degli stessi dati. Venne poi utilizzata sempre più per scambiarsi messaggi, il che a sua volta contribuì a creare un senso di comunità fra i vari centri di ricerca geograficamente lontani fra loro. In un certo senso questa fu la prima comunità 'virtuale' del mondo: una comunità che esisteva solo in quanto interagiva attraverso l'ARPAnet. La rete crebbe sempre più verso l'esterno fino a coprire l'intero globo, prendendo poi il nome di Internet. Con lo sviluppo della fibra ottica, la quale offre un'ampiezza di banda quasi illimitata, il fattore geografico diventerebbe 'veramente' irrilevante. Nonostante i crescenti problemi di trasmissione dati via telefonica e la conseguente carenza del servizio per quanto riguarda i tempi e la qualità di emissione e ricezione dei segnali, sono già nate nuove forme di interazione, non solo commerciale, ma anche sociale. Oggi ci piace credere che non esistano più le località 'fuori mano', i luoghi tagliati fuori dalla metropoli o dal centro, la 'provincia'. Anche la gerarchia è diventata irrilevante, perché ognuno ha uguale accesso alla rete, ognuno è libero di comunicare con quelle poche o con quelle molte persone con cui desidera entrare in contatto. Per molti Internet è il modello perfetto di comunità virtuale. Certi lavori da colletto bianco, dicono i fautori del 'villaggio globale', non implicano che scambio di informazioni: riunioni, stesura di documenti, decisioni, tutte cose che possono venire eseguite o comunicate attraverso la rete telefonica. Di conseguenza, l'attaccamento del 'teleimpiegato' al suo lavoro diviene un fattore del grado della sua connessione con la rete e non della sua vicinanza fisica agli uffici della compagnia. Ecco la nascita di un tipo completamente nuovo di ambiente lavorativo: il 'telecottage', situato in ameni luoghi rurali, lontano dagli ingorghi del traffico stradale e tuttavia partecipe del traffico mondiale dell'informazione. Tentativi di questo genere sono stati fatti per esempio nelle Highlands della Scozia, come ci spiega B. Wooley in 'Mondi virtuali'



     L'idea che stava alla base del 'Videoplace' di Myron W. Krueger era quella di creare uno spazio capace di riprodurre l'esperienza di incontrarsi in uno spazio fisico: un mondo artificiale in cui le persone potessero vedersi, sentirsi e toccarsi a vicenda, vedere e manipolare gli stessi oggetti. Ecco che verso la metà degli anni Ottanta un dipartimento della NASA, la Human Factors Research Division, iniziò a lavorare su un progetto di 'telepresenza', la quale in origine veniva studiata come un mezzo per controllare i robot. Analogamente si ricorreva a un guanto o a un esoscheletro (cioè a una serie di cerniere e di bracci aggettanti applicati al corpo, come tante membra articolate) che riproduceva i movimenti dell'operatore negli arti corrispondenti del robot e forniva all'operatore una sensazione di ritorno tattile. La NASA sperava che una comunicazione sufficientemente completa fra operatore e robot potesse far sì che quest'ultimo divenisse quasi il corpo dell'operatore, il quale in tal caso sarebbe stato 'telepresente', trasportato istantaneamente ovunque il robot stesse lavorando. Ma poiché la comunicazione fra robot e operatore si realizza attraverso uno scambio di informazioni, forse allora la 'telepresenza' è possibile ovunque. Basterà inserire i contatti fra il casco e una sorta di tuta che ricopra il corpo, da un lato, e il telefono e la rete televisiva dall'altro, e si potrà letteralmente partire alla scoperta del vero significato di quell'illimitato sistema sensorio di cui parlava McLuhan. Non guarderemmo più la televisione, ma come dice Gibson, 'la faremmo': potremmo affacciarci alla finestra del mondo. Nasce così l'immagine di 'villaggio globale' che suggerisce alla mente un quadro allettante: in virtù della tecnologia delle comunicazioni, lo stato di alienazione e di dispersione dell'uomo urbanizzato verrà estirpato e ridotto nei più confortevoli confini di un'età preindustriale. Il principio di una fattiva interazione pare così largamente assicurato, anzi la sfera della libertà e flessibilità di comportamento ne risulterebbe potenziata. Lo stesso si potrebbe dire per la sfera creativa. Ma non bisogna dimenticare che l'interazione alla base di questo sistema comunicazionale è ancora legato alle sole parole e immagini, a testi, medium dunque legati a regole e meccanismi dell'era moderna e non contemporanea. Le implicazioni sono evidenti: quando leggo un libro io non sono di fronte ad un autore  che mi possa rispondere, sono solo di fronte a delle parole 'mute', come ha spiegato A Caronia. Nell'ambito di un'intervista televisiva. In quanto fruitore (ricevente) e in quanto produttore (mittente) ho senz'altro una potenziale decisionale e operativo nei confronti del canale, ma il medium che utilizzo per comunicare su Internet, cioè la scrittura, non permette di per sé un'interazione, alla quale pensa il canale. Per questo motivo e per la già accennata carenza qualitativa della trasmissione e della ricezione di immagini e suoni, non si ha con Internet un'interazione completa, o per lo meno non ancora.




Spero infine che sia chiaro a tutti che tutti i discorsi sulla globalità della comunicazione e dei servizi, quando si parla di opera di universalizzazione operata attraverso le nuove tecnologie, sono validi solamente per i paesi industrializzati: il cosiddetto Terzo Mondo, fino ad ora, è sempre stato escluso dalle dinamiche di progresso tecnologico e pertanto è probabile che rimarrà ancora per molto tagliato fuori da un discorso di globalizzazione della comunicazione.







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