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LA VITA AD ATENE - La vita quotidiana della famiglia ateniese

storia


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Tucidide (Atene 460 ca. - 400 ca. a.C.), storico greco.

LA VITA AD ATENE

La vita quotidiana della famiglia ateniese

La famiglia è l'istituto  fondamentale della città-stato, la prima cellula del demo e quindi della tribù.

Al matrimonio non si giunge, in Atene, né soltanto per amore né solo per interesse, ma piuttosto in seguito a una meditata decisione familiare che può anche non tener conto dei sentimenti della coppia i cui compiti, del resto, sono nettamente divisi. L'uomo si occupa di tutto ciò che avviene all'esterno, sia che si tratti di lavoro, sia di vita politica, di affari, di compere; mentre la donna ha come destino e missione il buon governo della casa, mettere al mondo figli, la dedizione assoluta al suo uomo.

I figli sono necessari per la continuità della famiglia e quindi i maschi valgono di più delle femmine. Il nucleo familiare non è mai, comunque, troppo numeroso per evitare che il patrimonio venga diviso fra troppi eredi: "Abbi un figlio solo per nutrire il patrimonio! - dice Esiodo ne Le Opere e i giorni - E' così che la ricchezza cresce in casa".

L'autorità del capofamiglia è indiscussa, totale ed esclusiva. Solo con la fondazione di un nuovo focolare il figlio, anche se ha già raggiunto la maggiore età, si libera dall'autorità paterna, per assumere le responsabilità che la nuova condizione gli impone.



Athens - Ancient View

Il divorzio

La donna poteva essere ripudiata in qualsiasi momento, anche senza una valida ragione; bastava che il marito recitasse la formula di rito davanti a testimoni e la donna, accompagnata da una serva, tornava alla casa paterna, portandosi i propri gioielli e i propri effetti personali. Ma i divorzi erano meno frequenti di quanto si possa immaginare perché comportavano la restituzione della dote. Inoltre il marito godeva di tutte le libertà personali e non aveva certo interesse a disfarsi di una donna efficiente e sottomessa. Solo la sterilità della moglie era un serio motivo di divorzio.

Anche la donna poteva pretendere di tornare libera, ma in questo caso doveva sottoporsi a lunghe pratiche burocratiche.

L'uomo e il cittadino

L'uomo greco viveva pienamente la propria libertà al di fuori delle mura domestiche. Frequentava ogni giorno l'agorà per discutere di politica e di attualità, partecipava alle assemblee, assisteva agli spettacoli teatrali e alle competizioni sportive e artistiche. Se lo Stato gli assegnava qualche incarico lo svolgeva per il bene della patria e per aumentare il proprio prestigio personale, ma appena assolto il suo compito ritornava a essere un cittadino comune che attendeva ai propri affari personali e alla famiglia. Prima, però, di poter esercitare i suoi pieni diritti di cittadino era obbligato a sottostare, dai 18 ai 20 anni, a un periodo di servizio militare.

L'infanzia dei figli

I figli minori vivevano nel gineceo con la madre e le donne di casa fino a quando, a sette anni, il maschio cominciava a frequentare la scuola di un maestro.

La vita nel gineceo non era noiosa; i bambini avevano i loro giochi: trottole, cerchi, animaletti di terracotta, bambole snodabili e persino animali domestici e ascoltavano dalla bocca della nutrice le storie degli dei e degli eroi o le belle favole di Esopo, di cui erano protagonisti gli animali.

Giunto il tempo della scuola, i maschi imparavano a leggere, a scrivere e a fare i conti. Ricevevano anche una discreta educazione musicale ed erano addestrati al canto corale e alla danza. Le bambine, invece, rimanevano nel gineceo sotto la tutela materna.

La vita sociale

Le relazioni sociali avevano il loro momento più importante nei banchetti (symposia) che il padrone di casa offriva agli amici e a importanti ospiti di passaggio. Si mangiava, si bevevo (symposion significa letteralmente "riunione di bevitori"), ma soprattutto si partecipava a ogni sorta di divertimenti: conversazione, giochi, ascolto di musica e danze eseguite da suonatrici e ballerine ingaggiate appositamente per rallegrare la serata.

Le donne libere erano rigorosamente escluse da queste riunioni sociali e la padrona di casa aveva solo il compito (e il dovere) di assicurarsi che tutto procedesse nel migliore dei modi.

La donna e il gineceo

Le donne rimanevano confinate nelle stanze loro assegnate (gineceo) dove vivevano con i figli piccoli e le schiave. La moglie dirigeva la casa ma non eseguiva lavori domestici che erano ritenuti servili: il suo compito era quello di sorvegliare e organizzare il lavoro degli schiavi domestici. Doveva regolare i consumi con prudenza ma senza eccessiva parsimonia e fare in modo che la casa che governava mantenesse quel decoro richiesto dalla posizione del marito. Filava e tesseva, si occupava dell'educazione delle figlie e dei figli maschi fino ai 7 anni, organizzava le cerimonie familiari ma, soprattutto non interferiva nella vita personale del suo compagno.

Per mantenersi in forma

L'attività sportiva non veniva trascurata e, quotidianamente, i giovani andavano ad addestrarsi nella palestra o nei ginnasi, mentre i genitori frequentavano i bagni pubblici e le terme dove potevano tranquillamente rilassarsi, conversare e fare anche esercizi fisici.

Nudi e unti di olio si cimentavano nella lotta e nella boxe, ma soprattutto nelle discipline del pentathlon. Sovente, i più preparati partecipavano a gare pubbliche durante le grandi celebrazioni religiose, come le Panatenee, ma l'attività sportiva era puramente agonistica e fine a se stessa.

Mantenere il corpo in perfetta forma era un dovere del cittadino che preparava o continuava (a seconda dell'età) l'addestramento militare.

Il guardaroba della famiglia

Uomini e donne indossavano una semplice tunica (lunga o corta), coperta, secondo le stagioni, da un mantello rettangolare di lana a un solo pezzo. Ai piedi si calzavano sandali dalla suola di sughero, legno o cuoio, legati alla caviglia e ai polpacci da stringhe; solo in viaggio gli uomini portavano stivaletti di cuoio (embos). Le donne si adornavano la testa con ricche acconciature e nastri; gli uomini portavano un cappello a tesa larga di feltro (pilos) o una specie di berretta cha copriva anche le orecchie. Ogni donna di rango aveva il suo cofanetto portagioielli con collane, pesanti orecchini, diademi.



I bambini piccoli e le bambine indossavano la medesima tunica corta che lasciava scoperto il dorso.

La vita dello schiavo

In tutto il mondo greco la schiavitù era considerata un'istituzione naturale, tanto più che il lavoro manuale era ritenuto un'occupazione servile e degradante. Ci furono sempre, è vero, cittadini liberi costretti per necessità a lavorare manualmente per vivere, ma questa veniva considerata una sciagura che privava il lavoratore della sua dignità.

Quanti erano gli schiavi in Grecia? Verso la fine del V secolo ad Atene ce n'erano almeno 3 per ogni cittadino, circa 150.000 contro i 50.000 cittadini liberi. Proporzioni analoghe valgono per le altre città, eccettuata Sparta, dove gli schiavi iloti erano tanto numerosi che in certi periodi, per ragioni di sicurezza, si provvedeva a "sfoltirne" il numero.

Le condizioni di vita degli schiavi erano naturalmente assai diverse a seconda dei proprietari e delle mansioni a cui erano adibiti, ma, in linea generale, erano trattati con relativa umanità. Certo, lo schiavo-maestro o la schiava di fiducia di una signora vivevano meglio degli schiavi addetti ai lavori dei campi o a quello massacrante delle miniere. Alcuni riuscivano a mettere da parte la somma necessaria a riscattarsi, ma vivevano in condizione marginale, senza diritti ben stabiliti.

I vari tipi di schiavi erano i seguenti: schiavi "assistenti", lo schiavo come merce, lo schiavo contadino, gli schiavi domestici, lo schiavo "attendente", gli schiavi dello Stato e gli schiavi delle miniere.

La vita del soldato ateniese

In genere si tende a pensare che i regimi democratici (come quello di Atene) siano stati più tolleranti e pacifici di quelli aristocratici e totalitari (come quello di Sparta); in realtà la democrazia ateniese, soprattutto ai tempi di Pericle, si dimostrò piuttosto bellicosa e imperialista.

Anche se non aveva l'ossessione di creare una classe di guerrieri come invece successe a Sparta, ogni cittadino di Atene doveva servire il paese dai 18 ai 60 anni.

Dai 18 ai 20 anni era efebo e prestava regolare servizio militare; dai 20 ai 50 faceva parte dell'esercito attivo come oplita o come cavaliere, a seconda delle sue possibilità economiche; dai 50 ai 60 anni entrava nel gruppo dei veterani; dopo di che gli era consentito di ritirarsi definitivamente a vita privata, assumendo, magari, qualche carica minore nella magistratura o svolgendo il ruolo di giudice di pace.

L'Ateniese doveva dunque alla sua città 42 anni di servizio, che non sembrano pochi per una polis che si considerava "artefice di pace e di progresso".

Il fatto è che, ad eccezione degli efebi, i quali dovevano obbligatoriamente prestare due anni di ferma, i cittadini ateniesi non erano coscritti, obbligati cioè a rimanere nell'esercito: quando la patria chiamava, prendevano le armi, combattevano la loro guerra e poi tornavano alle vecchie occupazioni.

Solo dopo la guerra del Peloponneso (431 a.C.) fu decisa l'istituzione di un esercito permanente di almeno 2600 opliti, regolarmente inquadrati e stipendiati.

L'efebia

Quando a 18 anni i giovani ateniesi venivano iscritti fra i demotes, cioè i membri del demo del padre, l'assemblea del demo verificava se la loro nascita era legittima e se erano di condizione libera. Solo allora venivano considerati cittadini ed efebi per due anni. Vivevano nelle caserme di Munichia, al Pireo, diretti da dieci sofronisti (uno per tribù) a capo dei quali stava il cosmete che coordinava le attività di addestramento. Venivano istruiti nell'uso dello scudo, del giavellotto, nel tiro con l'arco e della fionda.

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L'educazione dei giovani di Atene

Ad Atene il padre di famiglia aveva la potestà assoluta dei figli e decideva, lui solo, della loro educazione fino ai 18 anni, quando l'adolescente assumeva la dignità di cittadino e iniziava la sua vita civica imparando il mestiere delle armi.

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La prima infanzia nel gineceo

Fino ai sette anni, i maschietti venivano allevati nel gineceo insieme alla madre e alle femmine di casa. Il padre era quasi un estraneo, troppo occupato fuori di casa per interessarsi a loro e che comunque viveva nella parte "ufficiale" della casa che era loro, per il momento, interdetta.

La vita nel gineceo scorreva serena e abbastanza vivace poiché non mancavano giocattoli con cui trascorrere piacevolmente il tempo. Tutti i bambini ne ricevevano durante le grandi feste di fine febbraio, le Antesterie,  ma i più fortunati potevano avere in regalo anche animali domestici: le scimmiotte erano molto apprezzate.

Le vecchie nutrici raccontavano le "storie" tradizionali, ma ai bambini piaceva soprattutto ascoltare le favole:le più amate erano quelle di Esopo, tra cui erano protagonisti gli animali. Avevano sempre una morale molto esplicita e costituivano, per i fanciulli, il primo insegnamento.

Dalla fanciullezza all'efebia

A sette anni i maschi venivano mandati a scuola.

Là il bambino, sotto la guida di un maestro, imparava a leggere, scrivere e a fare di conto, ma poiché le scuole erano private e i genitori pagavano il maestro, solo i figli dei cittadini ricchi e agiati, riuscivano a continuare gli studi fino all'efebia, mentre quelli dei poveri si fermavano ai primi elementi della scrittura. A scuola il bambino imparava anche a suonare la lira o un altro strumento musicale e a recitare a memoria i versi dei poeti, soprattutto quelli di Omero.

Dopo i 14 anni la cultura fisica prevaleva su quella intellettuale, senza però sostituirla, e ai ragazzi venivano fatte frequentare le palestre per allenarsi nei vari sport.

Durante le feste religiose si sfidavano in gare di atletica, ma anche in quelle di canto, di poesia e di danze. In occasione delle Grandi Dionisiache (le celebrazioni del dio Dioniso), ognuna delle dieci tribù dell'Attica presentava un coro di cinquanta ragazzi che si esibivano nel "ditirambo": cantavano e danzavano in cerchio, mimando il canto con i movimenti delle braccia e del corpo.

A 18 anni i ragazzi si tagliavano i capelli e li offrivano agli dei. Era il momento in cui venivano convocati davanti all'assemblea del demo del padre, che doveva giudicare se erano di nascita legittima e di condizione libera e venivano finalmente considerati cittadini a tutti gli effetti.

Allora cominciava per loro il periodo dell'efebia, cioè di apprendistato militare che durava fino ai 20 anni.

L'educazione delle fanciulle

Le fanciulle ateniesi di buona famiglia vivevano chiuse nel gineceo della casa paterna e ne uscivano solo al momento delle nozze, per entrare nel gineceo della casa del marito.

Tutto quello che la giovane imparava - filare e tessere la lana, impastare il pane, cucinare e forse qualche elemento di musica o di lettura - lo apprendeva dalla madre, o da un'ava o dalle serve di famiglia. La sola occasione normale di uscita per una fanciulla era costituita da certe feste religiose, quando le era permesso di sfilare in processione e assistere ai sacrifici. Le fanciulle di condizione più umile, poiché costrette a lavorare, conducevano un'esistenza più libera, in mezzo alla gente.

Atene stessa era una scuola

Atene offriva ai giovani molte occasioni di istruirsi e la democrazia che vi si respirava era di per se stessa scuola di vita. Nella città confluivano, inoltre, da tutto il mondo ellenistico, filosofi, artisti e letterati che diffondevano nuove idee e stimolavano i cittadini a dare il meglio di sé.

Socrate insegnò all'aperto e tutti potevano ascoltarlo; gli oratori arringavano la folla nelle assemblee pubbliche e gli spettacoli teatrali erano molto seguiti: le tragedie facevano conoscere le tradizioni e esaltavano i valori morali; le commedie suscitavano il senso critico e sensibilizzavano sui problemi dell'attualità.

Nei ginnasi e nelle palestre, si educavano il corpo, la mente e lo spirito.







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