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Il ruolo dello Stato Sociale - Disuguaglianza e esclusione sociale

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Il ruolo dello Stato Sociale

Disuguaglianza e esclusione sociale

Curiosamente sullo stato sociale le differenze in merito alle proposte sullo stato sociale non sono così forti come la retorica di posizione porterebbe a fare. C'è un'altra differenza importante quando parliamo di stato sociale.

Dobbiamo vedere se guardiamo il problema dal versante analitico-descrittivo o se guardiamo questo dal versante valoriale-normativo. Che cos'è e com'è composto il Welfare? Quali cambiamenti sta attraversando o potrà attraversare? (la questione analitico-descrittiva). E l'altra questione invece è relativa ai diritti alla sicurezza e al benessere che lo stato sociale afferma (la questione valoriale-normativa). Queste due questioni tendono spesso a rimandarsi l'una all'altra, rincorrendosi, e questo poi influisce sulla complessità di giudizio e delle proposte.

Il Welfare state è un insieme di interventi pubblici connessi ai processi di industrializzazione e di modernizzazione, i quali forniscono protezione sotto forma di assistenza, assicurazione obbligatoria e sicurezza sociale, introducendo tra l'altro specifici diritti sociali (nel caso di eventi prestabiliti) nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria. La definizione analitica di Welfare state è da ricondursi all'essenza dei diritti pubblici da un lato e ai diritti sociali dall'altro. La questione è su come debbano essere interpretati i diritti sociali e su che cosa questi diritti sociali possano fondarsi. Lo stato sociale è quel sistema dove anche la componente statale è essenziale e centrale in quanto afferma diritti sociali che corrispondono 141b12b a bisogni di vita, di sicurezza e benessere attraverso istituti di protezione, trasferimenti e servizi. Questo non vuol dire né che non esistano altri dispositivi sociali di protezione che possiamo complessivamente riassumere nell'ambito del privato e neppure che gli interventi pubblici siano convergenti e omogenei tra i diversi Stati. Vi sono tanti tipi di Welfare state a seconda dei contesti nazionali.



Se vogliamo fermarci alla questione dello scopo insito nell'esistenza dello stato sociale, sono due gli obiettivi che sono citati con maggior frequenza:

- L'attuazione di politiche verso e contro la povertà e l'esclusione sociale

- L'attuazione di politiche intorno alla diseguaglianza in merito all'appropriazione e alla distribuzione di specifici tipi di risorse sociali (reddito, occupazione, sapere).

Il modello europeo

L'obiettivo dell'azione contro la povertà è un obiettivo di una larga varietà di regimi di stato sociale, mentre invece l'obiettivo della lotta contro la diseguaglianza sembra restringere piuttosto il campo dello stato sociale attorno a una particolare tradizione europea, cioè la tradizione che si è identificata attorno al tema della cittadinanza sociale.

Un punto di analisi che mi parrebbe importante rilevare è se questi due obiettivi sono - nella concreta azione degli stati sociali - in qualche modo politicamente connessi. Cioè, se lottiamo contro la povertà e l'esclusione sociale in funzione di una lotta contro la diseguaglianza (interpretando dunque povertà e esclusione sociale come deprivazione insostenibile non solo a riguardo dei bisogni di sussistenza, ma anche della dignità sociale, dell'uguaglianza tra i cittadini e della comune partecipazione alle risorse sociali), oppure se la lotta contro la povertà possa essere in qualche modo considerata separata o separabile dalla spinta e dall'intenzionalità di eguaglianza e vista più semplicemente come un insieme di provvedimenti di assistenza e di controllo sociale, di mantenimento di un'area di esclusi che si trovano alla periferia di un sistema sociale "normale".

Questa potrebbe essere una lettura della diversità tra il modello sociale americano e la tradizione europea di stato sociale. Questa tradizione europea - se si legge il libro bianco di Delors - viene fortemente enfatizzata proprio a riguardo dello stato sociale in alcuni stadi costitutivi che finirebbero quasi per definire un modello di civiltà, che in Europa attraverso la costruzione dello stato sociale si sarebbe affermata e che dovrebbe continuare a caratterizzare il modello sociale europeo anche nell'ambito dei processi di globalizzazione. Ci sono dei segnali e delle indicazioni politiche tendenti a costruire qualcosa che potremmo chiamare uno stato sociale su scala europea. Il processo di convergenza europea e quello del mercato unico stanno determinando anche processi e segnali? Oppure quello che abbiamo in Europa è un tentativo di costruire delle condizioni sociali nella prospettiva del mercato unico?

Questi possono essere i tratti peculiari dello stato sociale europeo:

- Lo stato sociale serve all'integrazione politica della società entro il perimetro dello stato nazionale. E questo sia nella variante Bismark (integrazione dall'alto) sia nella variante Beverige-Marshall (integrazione della cittadinanza). Nella sua relazione Beverige parla della necessità di costruire una più solida architettura dello Stato nazionale e della comunità che si riconosce in questo stato nazionale. Marshall ad esempio diceva che lo stato sociale, definito nel contesto della comunità politica nazionale è l'architetto delle differenze sociali legittime entro una comunità politica integrata e fondata sulla condivisione di una comune eredità di civiltà. Questa identificazione molto forte dello Stato nazionale con lo stato sociale pone delle questioni molto forti. La capacità dello Stato nazionale di perseguire la propria integrazione politica attraverso le politiche di Welfare all'interno è sollecitata dalle politiche di globalizzazione e di mondializzazione di cui abbiamo già parlato. Quando si dice cittadinanza non dovremmo dimenticarci che si parla di cittadinanza politica, mentre la cittadinanza sociale è un piano successivo.

- Lo stato sociale è l'esito di un contratto sociale o di un compromesso tra capitale e lavoro. Non è un contratto frutto solo di una mera concessione, ma è invece un compromesso faticosamente conquistato e quindi anche un veicolo di "risarcimento", di compensazione e di equilibrio delle componenti deboli della società in qualche modo interpretate dal gruppo dei lavoratori dipendenti e dal gruppo delle organizzazioni sindacali. Su questo punto Andersen sul contratto sociale e sul compromesso ha molto insistito sugli aspetti di demercificazione della forza lavoro, cioè della possibilità che gli istituti di garanzia del Welfare state riducano la necessità della forza lavoro di presentarsi a qualunque costo sul mercato del lavoro e consentano quindi di avere spazi di libertà e maggiore autonomia rispetto alle regole più o meno ferree del lavoro capitalistico. La forma massima di questo compromesso è quindi la socialdemocrazia, e sarebbe forse da approfondire come massimo del socialismo possibile all'interno del mercato capitalistico.

- Lo stato sociale è produzione e regolazione per via amministrativa dei bisogni sociali. Questo mi sembra implicito nello "stateness": più lo stato è forte (qui non bisogna intendere naturalmente il dispotismo militare, ma la consistenza, la capacità e la competenza amministrativa, nonché organizzativa di funzionamento), più il benessere che questo può produrre e distribuire è forte. In questo caso si delineerebbe una scala, una polarità della forza che lo stato produce che va da una base minima o bassa di trasferimenti clientelari (caratteristica che sovente è imputata al modello italiano di Welfare, considerato già negli anni '80 con una connotazione particolaristica, ma anche clientelare, proprio per sottolineare la debolezza strutturale della regolazione pubblica e la grande permeabilità dello stato alle pressione frammentate, particolaristiche e irrazionali dei gruppi di interesse), e abbiamo dall'altra parte una scala con la produzione di benessere attraverso servizi universalistici, in particolare ben amministrati e ben distribuiti.

Identità nazionale, solidità del patto sociale e forza dell'amministrazione e quindi della regolazione pubblica sono tre caratteristiche della tradizione europea di Welfare che ci potrebbero portare a interrogarci sulle peculiarità del sistema italiano. Addirittura ci potremmo chiedere se il sistema italiano non soffra perché il Welfare italiano si costruisce in un Paese a debole identità nazionale, con scarsa competenza amministrativa e grande permeabilità clientelare, a forte componente occupazionale, quindi con un gioco molto intenso di contrattazione fra capitale e lavoro. Ma anche questo potrebbe essere visto, in una cornice in cui sono deboli gli altri aspetti, come qualcosa che può produrre delle conseguenze perverse o delle situazioni che chiedano di essere corrette.

Fino a che punto potremmo avere un sistema di Welfare ancora governato da un governo occupazionale in cui le grandi decisioni di politica sociale scaturiscono dalla contrattazione tra capitale e lavoro e dalla concertazione triangolare con il governo? Questo metodo che si è costruito a livello italiano può escludere una serie di bisogni e di domande sociali ai quali comunque bisogna provvedere, che forse la forza di questo schema tende a ignorare o a non soddisfare nella misura in cui questi due interventi sarebbero necessari.

Le critiche al modello

Oggi noi ci troviamo - rispetto ai trent'anni della crescita (1945-'75) in cui i tassi di sviluppo hanno consentito un incremento costante della spesa sociale e l'allargamento dei processi di distribuzione - in un clima di opinione e di comportamento politico in cui addirittura il sistema pubblico di Welfare è diventato non solo stigmatizzante per chi produce le sue prestazioni, ma finisce per essere quasi stigmatizzato in sé, come un comportamento istituzionale che fa male all'organismo sociale. Vi è quasi una revisione nei giudizi tradizionali di valore sulla protezione sociale del Welfare pubblico che hanno creato delle potenti retoriche anti-Welfare di cui negli anni '80 abbiamo visto il successo. Si potrebbe fare una verifica sulle retoriche che accompagnano il Welfare, che sono diventate (pro e contro) un elemento stabile nella elaborazione politica all'interno anche degli schieramenti che si contrappongono nelle competizioni elettorali.

Le retoriche conservatrici sono state analizzate da Hirschmann che ha sottolineato come queste si fondino su tre argomenti centrali. Gli effetti perversi: il Welfare aiuta più le classi medie che non i veramente bisognosi. Come corollario di questo, vi è l'idea che i poveri non siano poi così tanti come si calcola. C'è una questione tecnica per certi versi, ma poi politica per altri, su come contiamo i poveri. Questo può essere un elemento di giudizio sulla bontà, sull'efficacia o sull'inutilità delle politiche di Welfare. Il secondo argomento è quello della futilità: le politiche di Welfare non servono, ma creano anzi dipendenza e intrappolamento di coloro che vorremmo aiutare dentro la situazione da cui vorremmo farli uscire. Questo argomento della dipendenza da Welfare l'Ocse lo rilancia con enfasi nel dibattito politico e tutto questo lo si ritrova anche nella riforma di Clinton. Inizialmente la piattaforma con cui si presentò Clinton aveva questa tesi: dobbiamo evitare che l'assistenza diventi uno stile di vita e quindi fare in modo che le politiche di aiuto servano a promuovere autonomia e a liberare dalla condizione di dipendenza. La teoria della futilità invece enuncia che la esclusione sociale è incomprimibile. Terzo argomento è quella delle inibizioni delle qualità desiderabili. Questo può valere per la capacità di iniziativa, la responsabilità, il senso di comunità, la democrazia e la libertà (ci sono alcune teorie per cui un eccessivo aumento della sfera pubblica e di Welfare rischia di minare la solidità della democrazia). Il risultato di questa critica è che l'unico Welfare buono è quello basato sull'incentivo individuale, la responsabilità personale, la solidarietà volontaria e gli scambi di mercato, cioè qualcosa che non è più Welfare. Questa teoria ha come presupposto il fatto che non ci sia eccessivamente da preoccuparsi perché in fondo il mercato è il sistema inclusivo per eccellenza degli individui della politica sociale.

Vi sono anche le critiche che provengono dalla sinistra. Dal libro di Marco Revelli sulle due destre vediamo un durissimo attacco al sistema di Welfare socialdemocratico, nel presupposto che il Welfare State non sia altro che uno scambio ineguale tra benessere amministrato (socialità che diventa però condizione di amministrazione, quindi di convivenza democratica o quindi dipendenza da un potere esterno) e identità antagonistica che dovrebbe invece sempre riattivata a partire dalla socialità nelle forme dirette e nei rapporti diretti e immediati di socialità (Revelli parla di esperienze autogestionali, mutualistiche, comunitarie e di tutti quei processi di identità di classe) che il sistema di Welfare avrebbe in buona parte distrutto. Dice Revelli, citando Gobetti contro Turati: "Lo stato sociale ha trasformato una classe di combattenti in un popolo di mendicanti". C'è una aspirazione a ritrovare risorse di socialità esterne al governo amministrato del Welfare in cui questa solidarietà sociale compressa e repressa possa nuovamente liberarsi e produrre forme originali e creative di autogestione della sicurezza di vita. Il libro di Revelli finisce in modo significativo con un ultimo capitolo dal titolo "Fare società", che è un commento dal suo punto di vista sullo sviluppo del terzo settore. Lì viene espressa un'idea di come il terzo settore potrebbe essere letto come liberazione di energie sociali, di capacità di iniziativa e di auto-organizzazione di base che volutamente si pone oltre la forma mai desunta e esaurita del socialdemocratico.

La discussione in italia

Tra questi due estremi, in realtà poi la discussione in Italia riguarda i diritti sociali e il loro status. Quale sia il fondamento da una parte e quale l'esigibilità dall'altra dei diritti sociali, come pilastro e architrave innovativa di un sistema di Welfare. Poche sono le ricerche che vanno in altra direzione. Vi è ad esempio un libro dal titolo curioso intitolato "Il fantasma della povertà" scritto da Giulio Tremonti (insieme ad altri due) che sostanzialmente arriva a dire che i diritti sociali proteggono chi non lo merita e che il merito deriva tutto dalla capacità di stare nella competizione sociale e di reggerla. L'unica politica legittima a livello di Welfare sarebbe quella che abilita gli individui a rafforzarsi sul mercato. È una tesi che può avere un suo senso a riguardo della formazione, ma naturalmente se viene vista in sé come riassunto di tutte le esigenze di protezione sociale, finisce poi per vanificare l'insieme dei diritti sociali come noi li conosciamo.

Ci sono anche altre discussioni di una certa rilevanza. In merito alle riforme costituzionali: non è affatto vero che tali riforme riguardino solo la seconda parte della Costituzione. Alcuni come Sergio Romano e anche Bognietti hanno sostenuto, che non si vede perché nella riforma costituzionale dobbiamo tenerci certe formulazioni "arcaiche" dei diritti sociali che sono contenute nella prima. La stessa idea di Romiti, in fondo, di costituzionalizzare i diritti dell'impresa se poi noi l'allarghiamo, scrivendo ad esempio che "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sull'impresa" (con una mia esagerazione retorica naturalmente) conterrebbe una delegittimazione molto profonda che i diritti sociali siano i vincoli intrascendibili dentro i quali si debbano collocare tutte le politiche pubbliche. Ci sono delle obiezioni più nel merito. E queste vengono anche da parti diverse. C'è ad esempio chi sostiene che i diritti sociali non sono assoluti e che la loro attuazione è sempre condizionata dalla discrezionalità politica e alle risorse economiche. Giovanni Sartori attaccando Marshall aveva sostenuto che i diritti civili e politici sono in qualche modo incondizionati e che i diritti sociali non sono il piano superiore dello stesso edificio, ma sono altra cosa in quanto separati dai doveri e quindi dalle condizioni concrete del loro soddisfacimento, generano una società di pretese in cui ciascuno chiede un potere politico, che alla fine in modo paternalistico finisce per allevare dei "bambini viziati" e irriconoscenti che si aspettano tutto da questo stato benevolo e provvidente (tutte espressioni di Sartori).



L'argomento dell'alternativa tra sicurezza e libertà fu sollevato anche da De Mita in un discorso tenuto alla Confindustria citando Schiller, come se in fondo i diritti sociali del Welfare si fondassero su questo scambio perverso tra sicurezza con rinuncia di libertà, o libertà con accettazione di gradi di insicurezza e di autonomia responsabili (cioè capacità dell'individuo di risolvere da sé i suoi problemi).

C'è anche un argomento sulla non esigibilità dei diritti sociali che proviene da ambienti a noi vicini. Ad esempio mons. Nervo ha scritto un libro in cui l'argomento è che la democrazia della maggioranza è per definizione portatrice di una condizione di non soddisfacimento dei diritti sociali, perché per vincere deve accontentare il centro dei relativamente appagati, mentre le aree di esclusione, le minoranze deboli, i gruppi che non hanno voce dentro questo processo di formazione del consenso rischiano di essere sistematicamente tagliate fuori dal gioco della ridistribuzione che ha nel sistema della democrazia maggioritaria oggi ormai il suo pilastro e il suo architrave istituzionale.

Bisognerebbe chiedersi quante di queste retoriche e di questi argomenti siano comunque presenti all'interno della società italiana e abbia camminato nell'opinione delle persone. L'Eurobarometro ha fatto una serie di indagini interessanti in cui risulta che gli italiani sono tra i più affezionati alla protezione sociale, ma vorrebbero contemporaneamente molto meno tasse, che ci fosse più efficienza nella prestazione e che i livelli della protezione venissero conservati e possibilmente ampliati. Ci sono nella opinione pubblica degli atteggiamenti che possono essere fortemente contraddittori.

Gli argomenti a sostegno delle politiche di Welfare sono in qualche modo molto più deboli e si sentono comunque con una plausibilità o con una coerenza minore. E questo potrebbe essere un argomento che riduce il consenso politico a scelte politiche di riforma che non siano semplicemente la continuazione equilibrata di quello che già c'era.

Gli argomenti progressisti a difesa dello sviluppo e della ricostruzione del Welfare mi sembrano più deboli. C'è una precarietà della democrazia sicché molte critiche sulle inefficienze e sulle inadeguatezze sul modello socialdemocratico in fondo presupponevano la stabilità degli istituti della democrazia, dando per scontato che questi istituti potessero essere messi in comunicazione dall'interno. Non c'è in tutto questo una capacità di essere un sistema vivibile, che possa procurare benessere ai cittadini e consenta una vita "buona"?

Alcune piste di lavoro

Abbiamo criticato a lungo il Welfare ad esempio sul fatto che non possa essere una politica per la felicità. Il problema delle democrazie oggi non è di garantire la felicità, per di più in cambio della libertà (cambio assolutamente da respingere), ma di contrastare le condizioni permanenti dell'infelicità o del malessere possibile. Invece della maggior felicità del maggior numero, forse più sobriamente potremmo chiederci se oggi non occorrerebbe il minor malessere del minor numero come una delle condizioni di vivibilità del regime democratico.

Tutto questo aumenta le responsabilità che abbiamo nei confronti della democrazia. La democrazia non è un potere esterno, quindi pretendere di avere solo diritti senza essere disponibili a sopportare i costi significa perdere il senso di obbligazione verso la comunità cui si appartiene. Il richiamo molto forte della riscoperta del senso della comunità, non può che voler dire rinverdire le radici dell'obbligazione, ben sapendo che è nella partecipazione che si vive la capacità di rispettarne le condizioni e non semplicemente nel sottoporsi a un potere politico e burocratico che in qualche modo dall'esterno le impone.

Se lasciamo fare alla deregolazione del mercato elimineremo forse la disoccupazione, a patto di abbassare di continuo la renumerazione del lavoro. Bassi salari, mancanza di protezione sociale e aumento di occupazione, possono benissimo associarsi. Non vi sarebbe neppure disoccupazione, quando il darsi da fare sarebbe l'unica alternativa alla morte. A Calcutta e a Bogotà bisogna darsi da fare per non morire, però non diciamo che questo è un regime di piena occupazione.

Il problema allora diventa: cosa dobbiamo intendere per occupazione socialmente accettabile e dignitosa per l'individuo? Quali sono le soglie minime? Occorre rifare il calcolo dei diritti facendo emergere non solo i costi impliciti della soddisfazione dei diritti, ma anche i costi della non soddisfazione. Per esempio quando Zagrebelsky dice che uno degli effetti positivi dei diritti sociali del lavoro, sempre parziale, storico, revocabile è quello di creare una società mite anziché feroce, dovremmo chiedere se questa non soddisfazione di questi diritti non produca invece dei costi sociali che poi inevitabilmente si dovranno pagare.

Gli Stati Uniti hanno il maggiore tasso di popolazione carcerata nel mondo. In un film di Carpenter è già contenuta la proposta di incarcerare direttamente gli indigenti, sanzionando infine che la povertà non è solo colpa, ma anche reato. Quindi è chiaro che da questo punto di vista il non intervento può comportare costi ulteriori.

In Italia siamo in una situazione di profonde diseguaglianze territoriali, che poi diventano diseguaglianze sociali.

Vi sono diverse vie per la soddisfazione di questi diritti. Non è affatto detto che le vie di produzione delle prestazioni sociali debbano essere necessariamente attribuite alla responsabilità della politica in senso distributivo, anzi mi pare che per certe prestazioni sociali vi sia il problema di produrre in modo diverso, non semplicemente di distribuire delle condizioni generali di produzione di servizi. Lo spazio per innovare attraverso processi sociali di tutela e controllo da una parte rispetto ai servizi prodotti dal settore pubblico, ma anche di autoproduzione, mutualità, responsabilità solidale. Vi è in questo tutto il meglio del "terzo settore" (se lo intendiamo come una espressione della società civile nella sua capacità di essere immediatamente produttrice di risposte, non se la intendiamo come una forma di supplenza più o meno indotta nel senso di politiche collaterali).

L'orientamento potrebbe essere quello di andare verso un sistema di Welfare più misto, cioè che dà spazio ad una pluralità di soggetti che offrono prestazioni e promozione, in un sistema meno statico e sincronico, più dinamico e diacronico, quindi più capace di innestarsi nella vita dei singoli e delle comunità a partire dalle famiglie. Cioè vi deve essere la capacità del Welfare di accompagnare e di attrezzare processi sociali che permettano di ottenere quello che sembra essere il massimo obiettivo proponibile: non è più l'integrazione sociale regolata dall'alto, ma è l'inserimento del maggior numero possibile di individui e gruppi a fruire delle risorse collettive, economiche, politiche e culturali. Questo non vuol dire deresponsabilizzare le istituzioni o tagliare, comprimere e limitare la sfera pubblica. Invece comporta dei cambiamenti dell'atteggiamento delle istituzioni che con una formula definirei così: "non fare un passo indietro, ma fare un passo a lato", porsi con uno stile di "affiancamento" e sostegno di reti di sicurezza che non inibiscono gli individui, ma anzi consentano loro di acquisire delle competenze rispetto ai funzionamenti fondamentali.

Non si sottolineerà mai abbastanza la superiorità culturale e politica del sistema dei servizi sulla semplice distribuzione per trasferimenti. Questo è uno dei punti forti delle analisi normative dei sistemi di Welfare. Non è solo un problema di distribuire dei pesi finanziari, ma anche di modellare un certo sistema di prestazioni sul versante dei servizi, rispetto a una semplice politica di trasferimenti che da questo punto di vista può essere largamente fungibile da questi sistemi o diversi regimi di politica sociale, a condizione che i diversi servizi servano.

Lo Stato Sociale

La famiglia e il settore non profit

La famiglia e il settore non profit sono argomenti che vanno visti all'interno dell'ampio e fondamentale tema dello "Stato Sociale" che necessita in questo momento profonde modificazioni.

Negli ultimi decenni si sono sviluppati processi degenerativi dello stato sociale - dovuti principalmente a forti spinte partitocratiche - che lo hanno trasformato in stato assistenziale. Il rapporto costi-benefici è andato via via peggiorando: abbassamento dell'efficienza, quindi dell'efficacia degli interventi e conseguente malcontento dell'utente finale cioè il cittadino.

Si tratta ora di intervenire con forme e modalità operative che possano generare una migliore e concreta efficienza dei servizi. Non quindi uno smantellamento dello stato sociale: il provvedere affinché nessuno sia lasciato privo di assistenza deve far parte del fondamento di una moderna convivenza civile che trae origine dal principio della dignità di ogni essere umano. Ma ciò non deve avvenire in chiave gestionale di monopolio, centralista e statalista che genera assitenzialismo e basso livello di efficienza. Uno stato sociale efficace deve ispirarsi ai principi di equità ridistributiva delle risorse e a modalità di efficienza gestionale.

I compiti dello Stato sono quelli del reperimento delle risorse che devono essere programmate per la solidarietà sociale, nonché la definizione e le modalità operative per gli aventi diritto nell'ambito di eventuali misure differenziate e compito dello Stato è quello di controllare senza eccedere nei formalismi burocratici, intervenendo con alleggerimenti fiscali che riconoscono il valore sociale dell'impresa Non Profit.

Sempre lo Stato deve inoltre garantire e coordinare l'applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale nella gestione dei servizi. " Il vero senso del principio di sussidiarietà è che non può essere usurpata l'iniziativa che spetta originariamente ai soggetti sociali. Il compito delle istituzioni è quello di intervenire a loro sostegno (subsidium afferre) per metterli in grado di sviluppare la loro iniziativa, di realizzare il loro intervento, fornendo e integrando gli strumenti e le risorse necessarie". E' necessario impostare una gestione dei servizi in cui coesistano in modo complementare e competitivo quali erogatori, lo stesso Stato, il privato e il non profit. Al cittadino spetta la centralità, con la possibilità di scegliere liberamente a chi potersi rivolgere per ottenere i servizi.

Perché tutto ciò possa avere luogo in modo equilibrato e con un elevato grado di efficienza è necessario sradicare la malapianta dell'assistenzialismo: servizi pubblici che hanno preteso di svolgere ogni funzione riducendo responsabilità, affievolendo l'iniziativa dei singoli, non riconoscendo l'impegno personale, non badando a sprechi, in una logica fondamentalmente burocratica non sottoposta ne a controlli ne a misure atte a migliorarne costantemente la qualità. Al suo posto, come accennato, si deve dar luogo ad una complementarietà tra Stato, Privato, Non Profit: sono questi i soggetti operativi che definiscono lo stato sociale a favore del cittadino.

 

Lo Stato:

acquisisce e definisce le risorse destinate ai servizi sociali.

individua i beneficiari nonché le modalità ed i livelli.

garantisce la gestione dei servizi che sono di sua possibile esclusiva esecuzione.

gestisce una parte dei servizi (con tendenza a ridurli il più possibile) in competizione con i privati e il non profit.

Il Privato

eroga servizi in regime di concorrenza con lo Stato e il non profit (con eventuali servizi complementari).

svolge con pari dignità dello Stato e del Privato l'erogazione di servizi e quindi non è soggetto supplente o tale da occupare nicchie non desiderate da altri.




deve essere un soggetto che, nell'erogazione di questi servizi, si presenta con dignità imprenditoriale, politica, sociale: è la via che unisce liberalismo e solidarietà.

non può essere solo spontaneità di iniziativa, né tanto meno solo distributore di risorse sottomesso all'ente pubblico finanziatore.

Il Non Profit non è quindi assistenzialismo che sperpera le risorse pubbliche: è l'efficienza di chi risponde meglio al bisogno perché è più vicino alla domanda. E' espressione di libertà e di iniziativa dei singoli ed è fondamento della "grande autorevolezza civile di chi risolve i problemi senza ricorrere al Sovrano". E' questo il senso del principio di sussidiarietà, per il quale non può essere usurpata l'iniziativa che originariamente spetta ai soggetti privati quando si attivano a fini sociali.

Inoltre, anche le iniziative "libere" e senza fini di lucro nella scuola e nell'istruzion

professionale fanno parte del Settore Non Profit, sia pure con una loro specificità particolare di problemi e di esigenze.

Dunque il Non Profit italiano è al tempo stesso una delle realtà più antiche della nostra società, che si collega storicamente alla grande tradizione cristiana e popolare delle opere di beneficenza, e una struttura "giovane" e in piena evoluzione.

E' una grande sfida per la società italiana, una delle poche aree di speranza per il problema epocale della disoccupazione, una occasione unica per introdurre nel rapporto dello Stato con il cittadino modelli autentici di liberalismo popolare.

Sussidiarietà, "Stato Leggero", federalismo

La forma caratteristica del Non Profit italiano è quella della Associazione (e della Cooperativa), espressione di solidarietà sentita nel cuore della società prima ancora che nelle Istituzioni e nei centri economici.

L'atteggiamento dello Stato nei confronti di questa realtà deve essere coerente col principio di sussidiarietà: massimo rispetto dell'autonomia delle realtà che si organizzano per rispondere ai bisogni della società e riconoscimento (tramite agevolazioni fiscali) del beneficio che esse portano al benessere comune.

Per agevolare il consolidamento e lo sviluppo del Non Profit, le Istituzioni devono considerare questo settore come il terreno ideale per la sperimentazione dello "Stato leggero", cioè di un modello di Stato alternativo a quello dominato dagli adempimenti burocratico-fiscali. Il Non Profit è l'ambiente ideale per un rapporto aperto e di reciproca fiducia tra lo Stato (soprattutto il Fisco) e le realtà economiche: massima auto-regolamentazione, minimi obblighi fiscali e contabili, forte presenza degli stessi operatori nelle Authority di regolazione. Invece di portare le regole attuali del rapporto Fisco-Società nel mondo Non Profit, bisogna creare nel rapporto Stato-Non Profit un modello alternativo da estendere nel resto del sistema economico.

Il modello italiano del Non Profit, basato sulle Associazioni, sulle cooperative e sul grande universo delle organizzazioni cattoliche è intrinsecamente legato alle realtà locali, e quindi strutturalmente "in simpatia" con le spinte federaliste della cultura istituzionale. E quindi, anche in termini istituzionali, il Non Profit è il terreno ideale per sperimentare fino in fondo le potenzialità dei modelli federalisti, con la riduzione del ruolo di regolazione dello Stato a favore degli altri livelli istituzionali.

Non profit come "Impresa Sociale"

La realtà del Non Profit è comunque una realtà economica, sia pure con specificità sue proprie: il Terzo Settore. Deve dunque organizzarsi, dimensionarsi, qualificarsi come vera e propria impresa: l' "impresa sociale".

Solo il "salto di qualità" verso la configurazione di impresa può consentire al Terzo Settore di consolidarsi e svilupparsi come una realtà di grande speranza per lo stesso progresso economico e civile del nostro sistema.

Le opportunità di crescita del Terzo Settore sono insite nella dinamica sociale ed economica delle società sviluppate, e quindi anche del nostro Paese, che prevedono due fondamentali sviluppi.

Il primo è la scomparsa del tradizionale modello di famiglia "patriarcale", capace di assorbire in sé elementi di protezione sociale e psicologica di soggetti svantaggiati, sostituita dal modello di famiglia mononucleare, obbligata ad esternalizzare il fabbisogno di aiuto sociale agli stessi soggetti.

Il secondo è la crescita di interesse e sensibilità per la più estesa fruizione dei beni culturali ed ambientali alla persona, assistenza, sanità sport, cultura: servizi totali alla persona.

Queste tendenze creano una domanda di servizi alla persona e di servizi culturali che hanno carattere e dimensioni nuove, su cui può ben basarsi lo sviluppo di un Terzo Settore inteso nel senso più ampio, in coerenza con quanto si realizza in altri Paesi.

A questa domanda il Terzo Settore deve rispondere con una capacità strategica di creazione e di aggiornamento dell'offerta, che sia basata su un grande sforzo di professionalità, di imprenditorialità, di managerialità, internalizzando senza esitazione la "cultura dell'impresa", cioè la cultura di chi affronta senza remore le regole del mercato, anzi si sente impegnato a fare di tali regole la misura dell'efficienza e dell'efficacia della sua azione.

La sfida del mercato è la frontiera del Non Profit: solo accettando senza esitazione questa sfida e tutte le sue implicazioni il Non Profit può esprimere tutta la sua grande potenzialità di sviluppo. Accettare la sfida significa confrontarsi pienamente con le esigenze anzitutto di professionalità e di qualità nell'erogazione dei servizi, respingere per principio ogni traccia di "accordo al ribasso" con committenti pubblici compiacenti, a spese dell'utenza. Ma significa anche battersi per un fisco più equo e semplice, senza ricorrere alle scorciatoie elusive: il contributo alla sacrosanta battaglia per un fisco più "leggero", più semplice e più equo che il Non Profit può dare è di immensa importanza. Per il prestigio morale che mette in campo, è un contributo ben superiore alle dimensioni economiche del settore.

Ed infine, mentre affronta questa sfida con il mercato e conquista professionalità e qualità di prestazione, il Non Profit non può perdere per un momento la sua caratteristica di fondo, cioè la sensibilità ed attenzione ai valori di solidarietà sociale, di crescita culturale, di rispetto ambientale.

Welfare State

Nel Non Profit è, in piccola misura, la risposta alla crisi dello Stato Sociale (o "welfare state").

Ma il passaggio di funzioni di protezione sociale dalle Istituzioni alle realtà Non Profit deve avvenire con grande trasparenza, con beneficio di qualità e di efficienza, con processi di controllo e di regolazione fortemente presidiati dalla stessa utenza. Anche in questo, il Non Profit deve assumere configurazione di impresa con i meccanismi di qualità del servizio affidati anzitutto al giudizio dei "clienti", cioè dell'utenza, e non al rapporto clientelare con l'autorità committente.

L'agevolazione fiscale delle liberalità non è misura sufficiente. Pur non essendo storicamente la donazione una modalità tipica del Non Profit italiano, è necessario agevolare un rapporto sempre più diretto tra il donatore e l'ente Non Profit che eroga i servizi, saltando intermediari e strutture regolative che possono rendere meno trasparente e controllabile il processo, perciò stesso disincentivando il flusso di donazioni.

A tale scopo possono servire "Carte di Donazione" che esprimono capacità auto-regolative di grande flessibilità e trasparenza e aiutano sia il donante che l'organizzazione beneficata ad assumere un rapporto il più possibile sincero e produttivo.

Il progetto legislativo dovrebbe svolgersi su tre linee:

FISCALE: revisione del Decreto 460 con l'obiettivo di conseguire una semplificazione degli adempimenti ed un reale federalismo fiscale

CIVILISTICO: il decreto 460 riguarda solamente la normativa fiscale; si tratta quindi di impostare una legge quadro del non profit che offra normative sia per la Costituzione degli Enti non profit con una adeguata formulazione giuridica, sia per la gestione delle attività, i controlli cui sono sottoposti gli enti, il reinvestimento degli "utili" nonché le modalità per ricevere le donazioni.

ISTITUZIONALE: si tratta di adeguare e dare al non profit una impostazione federalista e regionalista.

In Italia il Non Profit produce circa il 2,5 - 3% del prodotto interno lordo ed impegna oltre 400.000 persone corrispondenti a circa l' 1,8% delle forze lavoro cui si devono aggiungere alcune centinaia di migliaia di volontari, il che porta il totale degli addetti a raggiungere il 3,1% dell'occupazione totale. E' facile immaginare - se pensiamo ad esempio che negli Stati Uniti il Non profit è pari all'8% del prodotto interno lordo -che nei prossimi anni ci possa essere un notevole incremento sia della ricchezza prodotta dal non profit sia per quanto riguarda l'incremento degli addetti in questo settore. E' utile ripetere a questo riguardo la necessità di dare maggiore dignità al settore non profit ed ai suoi addetti sia in ordine ad una maggiore professionalità/imprenditorialità con la conseguente necessità di un incremento e un miglioramento della professionalità. Da qui l'esigenza di un ingresso in questo settore di impostazioni manageriali e di formazione permanente sia tecnica che gestionale.

Se il sistema misto dello stato sociale può migliorare la qualità e l'efficacia globale, è pure da mettere in conto con grande urgenza il problema della equità o per meglio dire della iniquità generazionale.

Un numero sempre più ridotto di giovani è impegnato a garantire servizi e assistenza sociale ad un numero crescente di persone improduttive, con la prospettiva di non ricevere a loro volta analoghi servizi quando essi stessi si troveranno in età non più produttiva. Il numero degli ultrasessantenni ha ormai superato il numero di chi ha meno di 20 anni (in Francia si prevede che questo accadrà non prima del 2015).

Si tratta quindi di incidere con opportune modificazioni sul sistema previdenziale e per quanto riguarda l'assistenza in modo da prevedere la diffusione di forme integrative private nonché di introdurre modifiche al sistema che determina i livelli economici delle singole assistenze previdenziali.

Si tratta cioè di definire una politica sociale in grado di ristabilire una permanente e sostenibile solidarietà tra le generazioni. A tale riguardo appare centrale la funzione della famiglia come luogo da privilegiare per le relazioni tra generazioni.

Mi pare che la spesa sociale rappresenti circa un quarto del valore totale del PIL:

Previdenza 15,6%

Sanità 5,8%



Assistenza 1,7%

Maternità e Famiglia 0,6%

Lo 0,6% per maternità e famiglia sembra non sufficiente.

Si deve dare maggior sostegno alla famiglia.

La Famiglia è soggetto più di ogni altra istituzione sociale (J.P. II)

E' auspicabile la ridefinizione di una politica sociale che sappia riaffermare la centralità della famiglia intesa come luogo privilegiato delle relazioni fra le generazioni. Con una certa frequenza - e non è questa la sede di indagine delle cause - la famiglia è costituita da situazioni eterogenee causate da scissioni, ricomposizioni, riseparazioni. E' inevitabile che si inneschino effetti centrifughe per i minori. Sono necessarie risposte forti per gli adolescenti che si trovano in queste condizioni. Risposte con grande capacità professionale in grado di decodificare i problemi complessi. E ciò è vero per situazioni che non dipendono da questioni di ceto o livelli culturali.

La famiglia deve avere punti di riferimento per appoggi e consigli. Non solo consultori quali quelli in atto: un consultorio per un reale supporto di consiglio e mediazione per le coppie che attraversano momenti di difficoltà.

Ci sono parametri nel nostro paese che ci devono fare riflettere: il tasso medio di natalità è 1,21; il più basso del mondo. I motivi sono diversi, soprattutto legati al malessere economico e sociale del nostro sistema. L'età media della prima gravidanza è passata dai 25,5 anni del 1981 ai 27,5 attuali.

La normativa in vigore non attribuisce ai problemi sociali una adeguata dimensione familiare: a tutt'oggi abbiamo solo una serie di interventi amministrativi di natura assistenzialistica che tendono a considerare la famiglia come soggetto passivo di Welfare.

Inoltre le leggi settoriali; manca una legge organica di riordino dei Servizi Sociali insieme ad un Fondo Unico Nazionale.

Dobbiamo prevedere una pluralità di interventi:

E' necessario rafforzare e diversificare le reti sociali primarie e della solidarietà come i consultori familiari, nella prospettiva di una effettiva cultura della prevenzione e di un efficace sostegno psicologico alla coppia. Si tratta inoltre di provvedere ad eliminare difficoltà alle famiglie nell'accedere ai servizi sociali e sanitari dovuti a disuguaglianze o disfunzioni.

E' urgente una complessiva revisione della politica fiscale, che sia più favorevole al nucleo familiare. Sono necessari sgravi fiscali: oggi un bambino che nasce è un problema per molte famiglie; è a rischio. Un sistema che si potrebbe applicare senza radicali modificazioni della normativa vigente è quello per il quale il reddito imponibile si calcola, sottraendo dal reddito percepito, il reddito minimo necessario al mantenimento dei componenti il nucleo familiare.

L'erogazione degli assegni familiari deve essere ridefinita incrementandone l'importo e ridisegnando in modo più equo i livelli di reddito che danno diritto al loro percepimento.

E' utile perseguire una politica di sostegno alle donne, prevedendo congedi retribuiti di maternità sempre più estesi nel tempo ed eventualmente un assegno di cura che riconosca il valore sociale del lavoro familiare e domestico.

Occorre prevedere un ampliamento ed un potenziamento della struttura di servizi di assistenza all'infanzia e degli asili nido che devono poter rispondere non solo ai bisogni di cura ma anche ad una nuova domanda di socialità. Per entrare negli asili nido bisogna mettersi in lunghe liste di attesa.

Programmiamo città anche a misura di bambino.

Deve essere inoltre promossa con forza una politica di welfare in favore dei minori, considerando l'infanzia e l'adolescenza come due fasi rilevanti nella costruzione di una solidarietà sociale tra generazioni.

L'abbandono della scuola da parte di soggetti in età scolare si deve prevenire mediante aiuti alle famiglie bisognose.

Bisogna considerare con la dovuta attenzione anche il fenomeno crescente dell'instabilità familiare e della conflittualità coniugale. L'inadeguatezza del contesto giudiziario ad affrontare la conflittualità familiare e a soddisfare i diritti alla tutela e alla protezione dei bambini contesi, suggeriscono l'esigenza di un ricorso consensuale dei coniugi a strutture e centri di mediazione familiari prima di accedere a quelle giudiziarie.

Separazioni e divorzi danno luogo a famiglie monoparentali che vanno maggiormente tutelati soprattutto nei casi in cui è la donna a condurre da sola la famiglia.

Una recente indagine ha evidenziato che sono gli stessi giovani che pongono la famiglia al primo posto come soggetto su cui poter contare.

E' dalla famiglia che derivano i primi diritti dell'infanzia.

La Convenzione Internazionale sui diritti dell'infanzia (20.11.1989) all'art. 27 afferma solennemente che ogni fanciullo ha diritto ad un livello di vita sufficiente atto a garantire il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale, sociale.

Questo diritto deve essere assolutamente assicurato e quando viene meno deve essere ripristinato. Bisogna da una parte lavorare per uscire dalla emergenza e al tempo stesso rinforzare organicamente quei provvedimenti e quelle azioni che ci permettano di gestire la quotidianità, come si dice.

Non vi è dubbio infatti che bisogna affrontare in termini di emergenza quegli aspetti che coinvolgono i fanciulli quali lo sfruttamento del lavoro minorile, lo sfruttamento sessuale, il coinvolgimento in traffici di droga e altre attività criminose cui i minori possono essere sospinti e utilizzati da organizzazioni criminali.

Se un fanciullo si trova in simili situazioni si deve necessariamente desumere che ci sono state cause che devono essere rimosse per ripristinare le condizioni di cui ha diritto il minore.

E' una azione che deve essere svolta con grande determinazione; simili condizioni di sfruttamento sono immorali per la società nei confronti del giovane. Come pure il fanciullo che si trova in dette condizioni inficia la propria dignità, incolpevolmente il più delle volte, ed entra in una funzione negativa nei confronti della società. Ma oltre all'emergenza credo che con altrettanta determinazione si debbano garantire preventivamente ed organicamente i diritti sanciti dalla Convenzione dell' ONU.

Dare dignità e forza ai giovani è un diritto/dovere alla costruzione di una società migliore, qualunque essa voglia essere in ordine alla propria struttura e modello sociale. Questo diritto oggi non è universale; non vi è dubbio che molti bambini non godono di condizioni di vita idonee per usufruire di questo diritto-dovere.

E' un impegno solenne quello che dobbiamo prendere: dobbiamo mettere in atto una serie di misure in una programmazione che deve avere come unità di misura le generazioni.

Non si possono fare programmazioni od interventi limitati a pochi anni. E' necessario superare la contingenza di una misura dell'operare politico cui forse siamo abituati da troppo tempo.

Si rende necessaria, con il contributo ed il consenso di tutti, una programmazione che abbia come grande obiettivo una serie di investimenti che occupino risorse intellettuali, organizzative ed economiche per conseguire una modificazione sostanziale in ordine alla assistenza, alla formazione e allo sviluppo dei giovani.

Oggi circa 1.500.000 di bambini sono esposti al rischio di povertà; di questi l'80% è al Sud. Le inevitabili conseguenze per alcuni di questi bambini sono l'abbandono scolastico, il lavoro minorile e, Dio non voglia, l'essere indotti ad attività criminali: da qui gli interventi di emergenza sopra richiamati.

Non è soltanto questo il campanello d'allarme. Credo che ci debba essere, qui e nel Paese, una forte tensione; noi dobbiamo garantire a tutti i bambini che vivono in questo paese uno sviluppo fisico, mentale spirituale morale e sociale.

Le risorse economiche non sono, per così dire, infinite; ma si tratta di dare una priorità e si tratta pure di gestire le risorse con più efficienza.

Non so quali altre priorità debba darsi una società civile se non quella di investire in ciò che è e ciò che ha di meglio: vale a dire i giovani e quindi il proprio futuro.

La riforma dello Stato Sociale

La questione è al centro di un acceso dibattito non solo in Italia.

Certamente, il sistema pensionistico non può restarne fuori e, più presto che tardi, esso va rivisto seriamente. Purtroppo, non regge più, a causa della crisi demografica, l'assunto che lo Stato sociale garantisce l'uomo "dalla culla alla tomba".

Ma per noi ci sono anche altre strade sulle quali incamminarsi.

Al primo posto COALIZIONE CRISTIANA colloca il miglioramento della Pubblica Amministrazione, i cui ritardi e le cui complesse procedure sono causa di ingiustizia sociale e spreco di enormi energie economiche. Vittima principale dell'inefficienza burocratica è, infatti, il mondo della piccola impresa che rappresenta, per dinamicità e diffusione, un dato insostituibile dell'economia italiana.

Sono le piccole imprese, che danno lavoro più di ogni altro, a subire, in tutta la sua pesantezza, il fardello dell'inefficienza burocratica.

Ma al di là del mondo della produzione quanti paradossi burocratici pesano sulla popolazione inerme: si pensi per esempio ai pensionati (e non a quelli d'oro).

Ci si deve chiedere, allora, se la Legge sull'alleggerimento burocratico, che pure ha introdotto importanti novità, non possa e non debba essere migliorata.

Non bisogna, infatti, dimenticare che le debolezze infrastrutturali, particolarmente gravi nel Mezzogiorno e nelle altre aree sottosviluppate del Centro e del Nord, possono essere superate solo attraverso una profonda revisione dei meccanismi politico‑amministrativi.

Rendere, dunque, più efficiente la burocrazia è un compito di assoluta urgenza.

Ma non basta.

Soffocato da oltre centomila leggi, il sistema Italia è poco attraente, mentre, data l'impossibilità di fare ricorso, come in passato alla finanza pubblica, gravata di un pesante debito che l'Unione Europea ci impone di ridurre drasticamente, sappiamo di dover fare sempre più leva sul risparmio privato, tuttora elevato, e su finanziamenti esteri, ai quali va garantito un giusto tornaconto.

Delegiferare, quindi, è un altro obiettivo che COALIZIONE CRISTIANA reputa indilazionabile.







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