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Atti del Convegno Nazionale

"STORIA DELL'ASSISTENZA INFERMIERISTICA"

Bologna, 25 Febbraio 2000

Atti a cura dell'Area Integrazione Immagine

Servizio Infermieristico

Istituti Ortopedici Rizzoli


Con il Patrocinio di:

Assessorati Comunale, Provinciale e Regionale alla Sanità

Assessorati Provinciale e Regionale alla Cultura

Ministero della Sanità

Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Federazione Nazionale dei Collegi IPASVI

Università degli Studi di Bologna


INDICE:

- STORIA DELL'ASSISTENZA E DELL'ASSISTENZA INFERMIERISTICA A BOLOGNA

Dr.ssa-I.P. Manuela Monti, Referente del Progetto "Museo dell'Assistenza Infermieristica a Bologna", Servizio Infermieristico II.OO.R. - Bologna                                                                              Pag. 3

- ALLEGATO 1: COMPITI ISTITUZIONALI DEI COLLEGI IPASVI E RUOLO SVOLTO A TUTELA E PER LO SVILUPPO DELLA PROFESSIONE INFERMIERISTICA

Sig.na Cleopatra Ferri, Presidente del Collegio IPASVI della Provincia di Bologna                Pag. 14

- L'ASSISTENZA INFERMIERISTICA DALL'ANTICHITA' ALL'ETA' MODERNA

Prof. Raffaele A. Bernabeo, Presidente Società Italiana di Storia delle Scienze Biomediche e delle Istituzioni Sanitarie                                                                                                                                      Pag. 26

- L'EVOLUZIONE DELLA PROFESSIONE INFERMIERISTICA NEL CONTESTO SOCIO-SANITARIO ITALIANO TRA '800 E '900

Dr.ssa-A.F.D. Alessandra Fiumi, Professore a contratto di Nursing, Università degli Studi di Chieti

Pag. 40

- IL PROCESSO DI PROFESSIONALIZZAZIONE DELL'ASSISTENZA INFERMIERISTICA NEL QUADRO LEGISLATIVO ITALIANO

On. Augusto Battaglia, Camera dei Deputati (Relazione non pervenuta)

D.A.I. Francesco Casile, Docente di Infermieristica Generale e Teoria del Nursing, Università degli Studi di Torino                                                                                                                                         Pag. 50

- LA FORMAZIONE INFERMIERISTICA: DALLE SCUOLE CONVITTO ALL'UNIVERSITA'

I.I.D. Edoardo Manzoni, Professore a contratto di Nursing, Università degli Studi di Milano

Pag. 67

- IL PROCESSO ASSISTENZIALE INFERMIERISTICO

I.I.D. Annalisa Silvestro, Responsabile Servizio Infermieristico dell'ASL Medio Friuli, Udine (Relazione non pervenuta)

- LA  "QUESTIONE INFERMIERISTICA".  CONTESTI GENERALI E PROFILI LOCALI.

Dr.-I.P. Nicola Ramacciati, Servizio "118 Umbria Soccorso" - Az. Ospedaliera di Perugia; Docente di Storia dell'assistenza infermieristica in Italia                                                                                       Pag. 93

- LE CONDIZIONI DI LAVORO DEGLI INFERMIERI AGLI INIZI DEL '900

Dr.-D.D.S.I. Valerio Dimonte, Coordinatore Diploma Universitario per Infermieri Professionali, Università degli Studi di Torino                                                                                                                  Pag. 110

STORIA DELL'ASSISTENZA E DELL'ASSISTENZA INFERMIERISTICA A BOLOGNA.

A cura di: Dr.ssa-I.P. Manuela Monti, Area Integrazione Immagine, Servizio Infermieristico degli Istituti Ortopedici Rizzoli - Bologna.

IL (BASSO) MEDIOEVO.

Premessa. Per quanto concerne l'età medioevale, occorre premettere che non ci sono giunti sufficienti documenti sulla storia di Bologna prima del Mille, almeno non tanti da poter avere un'idea precisa di quale fu lo sviluppo delle opere e delle attività assistenziali nell'Alto Medioevo. E' tuttavia lecito supporre che qui, come altrove, nell'Occidente cristiano, le prime forme organizzate di assistenza abbiano avuto luogo presso il vescovado e i monasteri. Abbiamo infatti notizie di "hospitali", nel senso proprio del latino medioevale di: ospizi, asili, luoghi di accoglienza, invero non solo per gli infermi, ma anche per orfani, indigenti, vagabondi, vecchi non autosufficienti, viandanti e pellegrini, tra il 1100 e il 1200, presso i monasteri benedettini bolognesi, che erano ubicati subito fuori la prima cinta muraria (di selenite), che la città di Bologna ebbe. Erano gli ospizi di S. Stefano, S. Felice e S. Procolo, ma ve ne erano anche molti altri1, sparsi un po' in tutto il contado, soprattutto lungo le principali vie di comunicazione, in punti strategici, quali potevano essere i passi appenninici e i ponti (di cui gli ospedali aveva, in genere, l'onore della manutenzione). Dunque all'epoca le istituzioni che si occupavano di assistenza non erano vocate in maniera esclusiva alla cura dei malati, ma davano un'assistenza molto più ampia: non solo "socio-sanitaria" a malati e poveri (poiché le due situazioni sempre si associavano: i malati che ricorrevano all'assistenza esterna erano sicuramente poveri, "pauperes et infirmi", che non potevano permettersi di ricevere cure a domicilio), ma anche, e soprattutto, "alberghiera" a pellegrini e viandanti, e "socio-educativa" a trovatelli e orfani. Anche ai malati l'assistenza fornita era alquanto generica, senza differenziazione di cure: i malati erano accolti senza alcuna distinzione di patologie: tra contagiose e non, tra gravi e meno gravi, in letti comuni e in condizioni igieniche quanto mai precarie. Pertanto il termine "ospedale" aveva, in quell'epoca, un significato molto diverso da quello che noi gli attribuiamo, trattandosi di una istituzione che in origine svolgeva funzioni molto diverse. Poiché, come si è detto, l'ubicazione di tali ospedali era in luoghi strategici, è facile capire perché, già alla fine del '200, il Comune di Bologna intervenne per nominare i rettori di tali istituzioni situati presso due ponti di importanza fondamentale: quello sul fiume Idice e quello sul fiume Reno, rispettivamente a oriente e a occidente della città. In genere, i rettori degli ospedali, che erano sostanzialmente, più che formalmente, sotto la sorveglianza del vescovo, erano laici di varia nomina; spesso erano gli stessi "utenti" degli ospedali ad eleggerli, come avveniva, almeno inizialmente, nel lebbrosario di San Lazzaro, che, proprio per la sua specificità, era un'istituzione vocata esclusivamente alla cura di tali malati, anche se più che un ospedale (nel senso attuale del termine) era un cronicario, dove i lebbrosi rimanevano a vita, di fatto in condizioni di reclusione - visto il forte timore sociale generato da tale malattia.

L'ospedale di San Lazzaro, nel contado bolognese, era ubicato, come in molte altre città della nostra regione: Piacenza, Parma, Reggio, Emilia, Modena, Imola, Forlì., lungo la via Emilia, che rappresentava nel Medioevo una importantissima via di comunicazione. Questi ospedali, destinati alla cura dei lebbrosi, e dunque detti lebbrosari, sorsero tra il 1000 e il 1200, forse ad opera dell'ordine dei Cavalieri di San Lazzaro: ordine originariamente ospedaliero (e poi anche militare), sorto, dopo la prima Crociata (1096-99), a Gerusalemme, per assistere le persone colpite da malattie contagiose. Secondo alcuni studiosi, tra cui Mario Fanti, nell'Italia settentrionale tali lazzaretti sorsero per iniziativa autonoma di laici, mentre nell'Italia meridionale fu determinante l'intervento dell'ordine dei Cavalieri di San Lazzaro. Questi ultimi, che trassero il loro nome dal mendico lebbroso, Lazzaro, respinto dal ricco Epulone in una parabola del Vangelo di Luca, diffusero la loro opera in tutto l'Occidente e l'Oriente, fondando fuori dalle principali città, in genere proprio sulle antiche strade romane, ospedali per i lebbrosi. Il motivo di tale ubicazione è chiaro: se i crociati di ritorno dalla Palestina, che utilizzavano appunto queste strade principali, causarono una recrudescenza della lebbra in Europa, e se le norme igieniche dell'epoca non erano tali da poter difendere efficacemente la popolazione cittadina dal contagio, occorreva tenere le persone affette da patologie contagiose a debita distanza dalla città. A tale proposito il Comune di Bologna nel 1289 emanò un'ordinanza per cui "nessun lebbroso o contaminato nella persona" poteva avvicinarsi alla città per più di tre miglia, ma doveva fermarsi all'ospedale di san Lazzaro, mentre il Comune si impegnava a pagare dieci lire per ciascuno di coloro che fossero in condizioni di miseria. I lebbrosari rappresentarono una netta evoluzione rispetto all'assistenza fornita ai lebbrosi in precedenza, quando venivano isolati in casolari solitari, previa celebrazione dell'ufficio dei morti, a testimonianza del fatto che il lebbroso era considerato morto dalla società. Egli poteva rientrare in città soltanto durante la settimana di Pasqua, ma solo in certe ore e sempre accompagnandosi con un bastone con campanello per segnalare la sua presenza. Molte altre erano le proibizioni che doveva rispettare, pena addirittura la condanna a morte. Non c'è da meravigliarsi se tale isolamento sociale, associatamente ai dolori e alle deformazioni della malattia, ai sensi di colpa (la lebbra era considerata una punizione divina), al dover vivere di carità, causasse alla fine gravi disturbi psichici (soprattutto depressivi) nel malato: disturbi che, almeno inizialmente, furono attribuiti alla malattia, tale era la loro frequenza! Una delle regole più singolari dell'ordine di San Lazzaro, almeno fino alla metà del '200, fu quella di avere per Gran Maestro un lebbroso. Tale Gran Maestro (Rector et Minister maior) era il responsabile dell'ospedale, vi erano poi i fratres, il cappellano per l'assistenza religiosa, e, nella "domus malatorum", quattro donne (converse), più gli infirmi (circa tredici), che avevano il diritto di dare  la propria autorizzazione (o meno) a qualsiasi atto di amministrazione dei beni dell'ospedale. Inoltre godettero (fino alla fine del '500) del diritto di eleggere il rettore dell'ospedale: diritto avocato poi a sé dal pontefice.

Il primo atto di cui si ha notizia circa l'ospedale di san Lazzaro a Bologna è un contratto di vendita fatto dal rettore, con il consenso dei ricoverati: si vendette una casa avuta in eredità (infatti fin dal '200 si ebbero donazioni, lasciti testamentari,. con cui l'ospedale si sovvenzionò) per quaranta lire di Bologna, che servirono per comprare vino e vesti per i malati, e anche per pagare i loro debiti! L'ospedale fu assegnato all'ospizio degli Esposti di Bologna nel 1692 e poi soppresso nel 1796: i suoi locali furono destinati in parte ad abitazioni private e in parte al Comune. La diffusione della lebbra aveva infatti iniziato a declinare, in Europa, alla fine del Medioevo.

L'opera degli ordini stranieri. Anche ordini religiosi e cavallereschi stranieri fondarono a Bologna, all'epoca importantissima città dell'Occidente cristiano e meta di flussi internazionali, in quanto sede di una prestigiosa università, propri ospizi, ovviamente rivolti ai propri connazionali. Vi era, per esempio, in Strada Maggiore quello dei Templari.

L'iniziativa dei privati. Importante, in campo assistenziale, accanto all'opera delle confraternite ecclesiastiche e laiche, fu l'iniziativa individuale, non solo attraverso sovvenzioni (per esempio, lasciti per penitenza e simili), ma anche per mezzo dell'azione diretta. Un caso particolarmente importante fu quello che, intorno al 1280, vide una donna, di nome Dolce iniziare ad accogliere nella propria casa poveri, bambini, infermi, vagabondi, per mantenere i quali andava lei stessa a mendicare. Nel 1288 il vescovo di Bologna comunicò che avrebbe concesso l'indulgenza a chi avesse aiutato Dolce nella sua opera di carità. L'"ospedale" di Dolce, alla sua morte, venne unito a quello, fondato poco prima, dalla Confraternita laicale dei Battuti.

L'opera ospedaliera dei Battuti bolognesi. Quello dei Battuti, chiamato dalla seconda metà del '300, l'ospedale di Santa Maria della Vita fu una istituzione peculiare per due aspetti: fu il primo ospedale cittadino in senso stretto, cioè destinato esclusivamente all'assistenza dei malati, e fu anche il primo ad essere ubicato nel centro della città (nell'attuale via Pescherie), a testimonianza dell'affermarsi di una nuova concezione del malato come soggetto da integrare e non più da isolare (a meno che non fosse contagioso, evidentemente!). Nel 1287 i Battuti (che erano arrivati a Bologna da Perugia già nel 1261) iniziarono ad acquistare case e terreni nelle vicinanze di Piazza Maggiore. L'ospedale dei Battuti fu anche la prima grande istituzione fondata e gestita in toto da una confraternita laicale, seppure sotto la protezione vescovile (ovviamente). Nella prima metà del '300 una nuova confraternita di Disciplinati, quella di Santa Maria della Morte, che già si occupava dell'assistenza dei condannati a morte (stante anche l'importanza che nella religione cristiana ha il momento del trapasso per la salvezza eterna dell'anima), fondò, sempre in centro, un nuovo ospedale, detto di Santa Maria della Morte, destinato ad accogliere i malati colpiti da patologie acute (ma non i contagiosi), e dunque in imminente pericolo di vita. Tra la fine del '200 e la prima metà del secolo successivo la Congregazione dei Disciplinati della città e della diocesi di Bologna si articolò in una serie di nuove confraternite autonome, che fondarono a loro volta nuovi ospedali nei principali centri del contado (S. Giovanni in Persiceto, Minerbio, Medicina.). Il 2 giungo 1801 l'Ospedale della Morte venne trasferito in via Ripa Reno, dove già dal 1725 era stato ubicato il nuovo Ospedale della Vita. Al Grande Ospedale della Vita e della Morte vennero poi uniti gli Ospedali di S. Biagio, di S. Francesco e della Trinità e al 1809 risale il nuovo nome di Spedale Maggiore della Città di Bologna. Esso venne distrutto da un bombardamento nel luglio 1943, ma la sua attività proseguì nel nuovo e moderno edificio costruito, grazie alla generosità del Marchese Pizzardi, nella sua sede attuale. Ricordava, fino a qualche tempo fa, la sua antichissima origine il vecchio simbolo della doppia croce con i flagelli pendenti. Dai registri amministrativi di Santa Maria della Vita (relativi al periodo tra la fine del '300 e il 1430) si evince che questa istituzione si sosteneva grazie alla beneficenza privata, cioè a donazioni, eredità, "restituzioni incerte". di privati cittadini, ma non di rado la situazione economica era tale da dover alienare beni immobili e mobili dell'ospedale (si sa, per esempio, di una vendita di letti e mobili per sessanta lire per comprare, tra le altre cose, della carne). A volte gli stessi confratelli dovevano anticipare del proprio e assicurare i prestiti con i propri beni. L'ospedale era diretto da dodici guardiani, che poi sceglievano tra di loro il rettore e anche il massaro (così era designato colui che faceva funzioni di segretario ed economo): la carica durava per tutti sei mesi. Era compito del rettore far visita agli ammalati, provvedere alle loro necessità, accrescere i beni dell'ospedale, far da pacere tra il personale, i ricoverati e i confratelli. Vi sono molte notizie su quest'ultima funzione, il che fa supporre che la convivenza tra persone tanto diverse non doveva essere per nulla agevole. Tanto diverse soprattutto per quanto concerne i ricoverati, infatti perlopiù questi provenivano da fuori città e fuori contado, da altre regioni e anche da paesi esteri, a testimonianza del fatto che l'ospedale era ancora visto come un'istituzione rivolta agli "stranieri", che avevano la sventura di ammalarsi lontano dalla propria città o paese.

Le cure dei medici, degli speziali, delle donne, dei Santi e di Dio. I residenti, quando si ammalavano, rimanevano a casa ricorrendo all'aiuto di medici, speziali, donne e soprattutto di Dio e dei Santi. Ancora a lungo, poi, le ragioni per cui si veniva ricoverati erano legate non alla malattia in sé e per sé, ma alla malattia associata alla povertà. "Ricorrere al medico, al tempo, era una decisione assai costosa, ma la diagnosi, ammantata di belle parole, incomprensibili sovente al paziente e alla sua famiglia, non influiva molto sull'evoluzione della malattia. I medici non studiavano partendo dall'osservazione del corpo umano, ma dai libri: le prime dissezioni umane furono eseguite a Bologna alla fine del XII secolo; tuttavia solo gli anatomisti del Rinascimento modificheranno davvero le concezioni medioevali."2 I medici fondavano la loro arte su un sapere antico, fatto perlopiù di nozioni erronee, poiché tratte da preconcetti: per esempio, invece di descrivere il corpo umano, lo progettavano, usando spesso grande fantasia, secondo il principio che ogni organo è inserito in un sistema teleologico totalizzante. Due erano i segni distintivi del medico: la costosa veste rossa e la sua preziosa pelliccia di vaio; due i gesti che gli erano sufficienti per fare diagnosi: tastare il polso del malato e guardarne in controluce le urine del malato. I medici non godevano al tempo di grande prestigio sociale tanto da essere ricorrentemente oggetto dell'ironia degli scrittori del tempo, fra cui il Boccaccio, che ci descrive la categoria come composta da boriosi cialtroni. Ma accanto, e ancor prima dell'intervento del medico era richiesto quello divino, o più spesso quello dei santi intercessori, ritenuto assolutamente necessario in un'epoca in cui i risultati dell'arte medica erano sempre alquanto incerti. Al pari dei medici, anche farmacisti e speziali dovevano essere ben consapevoli dei limiti della loro arte, se, nelle loro farmacie, accanto alle piante officinali, esponevano e vendevano ex voto di cera. Vi erano poi le cure delle donne di casa, che, per il solo fatto di far nascere e allevare i bambini, curare la famiglia e gli anziani, dovevano conoscere pozioni e rimedi. Era un sapere che si trasmetteva di madre in figlia: si trattava di conoscere le proprietà delle erbe per farne infusi, decotti, ., di usare "terapeuticamente" bagni caldi e freddi, manovre salvavita e quant'altro. "Sono sempre soltanto le donne che intervengono con prestazioni di tipo medico per molte malattie femminili, che assistono ai parti, che si occupano del primo bagno del neonato, che sono capaci, se necessario, di preparare le medicine adatte. Questa loro familiarità nel maneggiare ricette e ingredienti poteva diventare pericolosa. Più che stregoni il Medioevo produsse infatti streghe. Nella persecuzione di queste disgraziate, quasi tutte finite sul rogo, confluì anche il risentimento e il pregiudizio della medicina dotta e maschile verso quella popolare e femminile, vissuta come rivale. [.] Le streghe erano accusate di fabbricare unguenti magici e di compiere malefìci, soprattutto nei confronti dei bambini piccoli. In realtà il tasso di mortalità puerperale e infantile era talmente alto che si può comprendere come, ignorando le cause vere, si ritenessero facilmente responsabili le persone che più si erano occupate del neonato, della madre, o della cura di un piccolo bambino."3 Il Medioevo ignorava le leggi della natura e le cause dei fenomeni (come per esempio i germi patogeni per le infezioni) da un lato, e dall'altro era costantemente immerso nella religione, che parlava continuamente di forze soprannaturali, di aldilà, di angeli e di demoni: non è dunque strano che la fede sconfinasse spesso in superstizione. "L'esperienza e l'abilità delle donne in ostetricia e in ginecologia erano però troppo preziose perché venissero costantemente malgiudicate. Erano le donne ad incaricarsi, nel caso la donna fosse morta durante il parto, di estrarre chirurgicamente dal suo ventre il bambino con il taglio cesareo."4

Il ruolo del malato e la qualità delle cure nell'ospedale di Santa Maria della Vita. Dunque gli ospedali dell'epoca dovevano essere una vera e propria babele di lingue e culture, come si è visto. Un elemento molto importante a Santa Maria della Vita, come altrove, era il ruolo attivo, importante svoltovi dai degenti, che erano considerati i veri proprietari dell'istituzione, secondo il concetto tipicamente medioevale del povero o del malato come "padrone di casa", poiché in lui si vedeva Dio. Così era prassi non solo formale, ma anche legale chiedere il consenso dei ricoverati per effettuare atti amministrativi importanti che avevano come oggetto i beni dell'ospedale.

Per migliorare l'assistenza ai malati nel 1408 i confratelli assunsero un celebre medico del tempo (Pietro da Argelata) per trecento lire e aumentarono la retribuzione del cappellano.5 La cura del corpo iniziava ad assumere importanza, accanto a quella, già da tempo assicurata, dell'anima. Si possono forse estendere anche agli ospedali bolognesi le lodi che Martin Lutero ebbe modo di fare a quelli fiorentini a seguito del suo viaggio in Toscana nel 1511: "Sono costruiti con edifici regali, ottimi cibi e bevande sono alla portata di tutti, i servitori sono diligentissimi, i medici dottissimi, i letti e i loro vestiti sono pulitissimi e i letti dipinti. Appena vien portato un malato, lo si spoglia di tutte le sue vesti che alla presenza di un notaio vengono onestamente messe in deposito; gli si mette un camiciotto bianco, lo si mette in un bel letto dipinto, lenzuola di seta pura. Subito dopo vengono condotti due medici. Arrivano poi dei servitori portando da mangiare e da bere in calici di vetro pulitissimi che non si toccano neppure con un mignolo, ma li offrono su un piatto. Accorrono qui delle spose onestissime, tutte velate, per alcuni giorni, quasi sconosciute, servono i poveri e poi tornano a casa."6 Resta il fatto che, a dispetto delle lenzuola di seta, non era raro trovare accanto ai letti singoli i cosiddetti "letti grandi", che accoglievano due o tre pazienti per volta: questa promiscuità (anche tra estranei) era comunque cosa normalissima nel Medioevo, anche nelle abitazioni private e nelle locande. Il "personale curante doveva occuparsi dei malati e 'diligentemente vestino e consolino, e misericordiosamente vestino e consolino, ricreino, paschino e nettino, e sovenghino a tutte le loro necessità, e medichino con tutta la loro forza e carità."7 Gli infermieri, rappresentati dai membri degli ordini ecclesiastici, frati e monache, o da laici, dovevano provvedere alla "distribuzione et amministrazione de' cibi e delli sciloppi e beveraggi e confezioni, et all'altre confezioni e medicine a essi infermi opportune . secondo il consiglio del medico del detto spedale e la sua discrezione, conoscerà che sia di bisogno."8 Le medicine potevano essere preparate da uno speziale esterno su ricetta del medico o direttamente all'interno, negli ospedali maggiori che avevano una propria spezieria. Nel 1553 il personale di Santa Maria della Vita era costituito da: due cappellani (retribuiti 36 lire bolognesi l'anno), due medici (60 lire l'anno ciascuno), un farmacista (50 lire l'anno), un guardiano e una guardiana (sposati tra loro), un fattore, un messo, uno scrivano (pagato ben 144 lire l'anno!), e tre infermieri e due infermiere (salite a tre nel 1725), di cui però non si sa lo stipendio, e che risultavano alle dipendenze dei due guardiani, figure di grande rilievo negli ospedali del tempo. La guardiana aveva addirittura competenze assistenziali, essendo autorizzata a mettere a letto i "feriti di fresco" anche senza il consenso del medico, e ad applicarli una "medicazione" a base di albumi d'uovo sbattuti e fili di canapa. Per il personale infermieristico era previsto l'obbligo dell'internato sì da assicurare la presenza assidua di almeno uno di loro nelle infermerie sia di giorno che di notte. Le loro funzioni erano soprattutto di assistenza di base, e le virtù maggiormente richiesteli: amore e carità. Interessante è notare come nello Statuto dell'Ospedale dell'epoca si precisi che per essere ammessi occorrevano i seguenti requisiti: essere poveri, non poter essere curati a casa, esserci la disponibilità finanziaria (da parte dell'Ospedale) per sostenere le spese del ricovero, essere il povero febbricitante, piagato o comunque malato, purché non incurabile o contagioso.

 II XV secolo. Nel corso del XV secolo, le istituzioni ospedaliere bolognesi continuarono a moltiplicarsi; ne citiamo una sola: l'ospedale di San Giovanni Battista o del morbo epidemico (evidentemente destinato agli appestati), che sorse nel 1454 presso la Montagnola, forse per iniziativa della confraternita di Santa Maria della Morte. La particolarità di questo ospedale è quella di essere stata la prima istituzione ospedaliera a sorgere con il contributo finanziario diretto del Comune, che, fino a quel momento, si era invece limitato a dare sovvenzioni agli ospedali, laici e ecclesiastici, in difficoltà.

Nella prima metà del '400 si assistette a un duplice fenomeno:

a.      le istituzioni ospedaliere, specie se piccole, si trovavano spesso in crisi, per le ragioni più varie: l'incompetenza dei rettori, la disonestà dei gestori.;

b.     molti ordini religiosi sentirono la necessità di alleggerire il peso delle loro attività assistenziali (spesso gravose, poiché pochi fratelli si facevano carico dell'assistenza, in senso ampio, di molti degenti), per dedicarsi più assiduamente alla vita spirituale. Talvolta, per far fronte a questa istanza, si decise di dividere la confraternita in due sezioni: una ad indirizzo caritativo-ospedaliero e una ad indirizzo ascetico (questo accadde, per esempio, nella Confraternita di Santa Maria della Vita).

Fondamentalmente, però si assistette a un diffondersi delle istituzioni gestite da confraternite laicali, a scapito di quelle gestite da religiosi.

Il '400 è anche il secolo in cui prende avvio la "grande riforma" dell'ospedale, che vedrà un po' ovunque questa istituzione "modernizzarsi", cioè trasformarsi da cronicario inserito in un sistema di carità e ospitalità indifferenziata, in un luogo di pratica medico-assistenziale sempre più raffinata, cui i malati accedono non per rimanerci a vita o per esservi sostentati (a questo penseranno altre istituzioni!), ma per esservi curati e far poi ritorno nel consesso sociale. "Nel corso del processo di rinnovamento ospedaliero - un processo che, avviato nel Quattrocento, si protrarrà per più secoli tra remore e accelerazioni, tra crisi e nuove riforme - gli ospedali certamente acquisteranno nuovi pregi. Altri forse ne perderanno. Rispetto agli "alberghi dei poveri" acquisteranno una tecnologia produttiva di salute, una "scienza" capace di curare e guarire. Ma rispetto agli "ospedali della carità", salvo casi esemplari e meritorie eccezioni, perderanno qualcosa di una antropologia portatrice d'aiuto, di una "umanizzazione" capace di "guarir qualche volta, alleviare sovente, consolare sempre"."9

Note:

1.       Altri ospizi del contado bolognese erano quelli di: S. Maria della Carità a Monteveglio; S. Bernardo dei Frati Umiliati; S. Antonio di Padova dei terziari di S. Francesco; S. Maria della Mascarella dell'ordine dei Canonici di Roncisvalle; S. Maria degli Alemanni dell'ordine teutonico; S. Maria del Morello dei Crociferi; S. Lazzaro; S. Giacomo sul ponte Idice; S. Antonio presso il ponte sul Savena. C'erano ancora: l'ospedale di Castenaso sul fiume Idice, quello del ponte di Rialto fuori porta S. Donato e infine l'ospedale presso il ponte sul fiume Reno.

2.       Arsenio e Chiara Frugoni, "Storia di un giorno in una città medioevale", Laterza, Bari, 1998, p.96.

3.       Arsenio e Chiara Frugoni, op. cit., pp.116-7.

4.       Arsenio e Chiara Frugoni, op. cit., p.117.

5.       A Santa Maria Nuova, a Firenze, già nel 1330 vi erano sul libro paga dell'ospedale ben sette medici specialisti: maestro Silvestro, che riceveva uno stipendio regolare e un gruppo di chirurghi chiamati per singole operazioni, tra cui ser Cione, specialista in ferite, ulcere e piaghe e mastro Filippo, che medica gli occhi. E' chiaro come qui il processo di medicalizzazione, tendente a trasformare l'ospedale da luogo di semplice ospitalità a luogo di cura fosse già in atto nel '300.

6.       Martin Lutero, "Discorsi a tavola", Einaudi, Torino, 1969, p.272.

7.       Allen J. Grieco e Lucia Sandri (a cura di), "Ospedali e Città. L'Italia del Centro-Nord, XIII-XVI secolo", Casa Editrice Le Lettere, Firenze, 1995, p.42.

8.       Allen J. Grieco e Lucia Sandri (a cura di),  op. cit., 1995, p.42.

9.       Giorgio Cosmacini, "La salute, la cura, la storia", Missione Salute, Milano, 1994, p.32.

L'ETA' MODERNA.

L'Opera dei Mendicanti. Il '500 fu, a seguito di carestie, epidemie, guerre e sconvolgimenti naturali, un periodo di crisi: demografica e socio-economica, che non fece che aumentare i problemi legati all'abbandono dei bambini, al meretricio delle ragazze nubili, all'accattonaggio dei poveri. Tutte situazioni che, per la loro diffusione, erano causa di notevoli tensioni sociali. Ancora una volta furono il clero secolare e regolare e il laicato cattolico, che vivevano a più stretto contatto con i problemi posti dagli strati sociali più disagiati, a farsi carico di trovare soluzioni con nuove forme di carità. Così tra le istituzioni che sorsero in questo periodo vi fu l'Opera dei Mendicanti (1560).

Quando nel 1592 l'Opera trasferì "gli ammalati e i vecchi decrepiti" nel Monastero di S. Orsola, che fu detto - da allora - "Ospitale di S. Orsola", il Monastero, di cui le prime notizie risalgono al 1210, non era più abitato dalle Monache di S. Orsola già dal 1430. Nel 1432 si erano trasferite le Monache di S. Maria della Misericordia, che erano Monache Cistercensi, le quali vi rimasero fino al 1559. Dopo, il Convento fu abitato da una nuova congregazione, detta delle "convertite", poiché si trattava di meretrici appunto convertitesi alla vita onesta, ma non si sa se vi abitassero ancora nel 1592, quando vi si trasferì l'Opera Pia dei Poveri Mendicanti. L'Opera (che si occupava anche di fanciulli abbandonati, ragazze nubili, poveri e mendichi) fu sovvenzionata con contributi in natura e in danaro di monasteri e privati cittadini, nonché con fondi del Comune, che contribuì tra l'altro alle spese per la trasformazione del Convento di S. Orsola in Ospedale. Fu il primo importante intervento dell'autorità civile in campo assistenziale, che non ebbe seguiti di pari livello fino alla fine del '700. L'Opera dei Mendicanti era diretta da rappresentanti delle varie classi cittadine.

In occasione della pandemia di peste del 1630 a Bologna non furono sufficienti i lazzaretti già esistenti e fu necessario allestire sul terreno tra l'Ospedale S. Orsola e l'Ospizio di S. Gregorio dei Mendicanti seicento case di calce e legno disposte a raggiera intorno a una cappelletta sopraelevata, che i malati potevano sempre vedere senza uscire dalle loro stanze. Il primo ampliamento dell'Ospedale sembra (ma le fonti non sono concordanti né precise) si sia avuto nel 1710, dall'ex-Monastero verso la via San Vitale lungo il Viale Ercolani per avere dei locali destinati al ricovero dei malati di mente (sembra che nel 1793 questi fossero novanta).

Nell'Ospedale di S. Orsola furono ricoverati i malati incurabili (da qui il suo nome di "Ospedale degli Incurabili"); infatti l'ospedale, inizialmente destinato agli ammalati assistiti dall'Opera dei Mendicanti, fu ben presto aperto anche agli esterni. Vi erano infatti due tipologie di letti:

1.     i letti di carità, il cui sostentamento era a carico della beneficenza pubblica e dell'Opera dei Mendicanti, e dunque destinati ad accogliere gratuitamente cittadini di Bologna o della Diocesi da almeno dieci anni, poveri e con malattie incurabili. Nel Regolamento del 1792 si elencano tali malattie: ulcere di qualunque specie, fistole, carie, tumori freddi antichi come scrofole, spine ventose, cancri tanto occulti quanto ulcerosi interni o esterni.

2.     i letti straordinari, che, dietro pagamento di una "dozzena mensuale", accoglievano chiunque non avesse mali contagiosi: stitichezza, scorbuto avanzato, tigna, scabbia sordida, lebbra.

In una deliberazione del 1670 verrà riconfermato, tra gli altri requisiti di ammissione, l'incurabilità: "che in S. Orsola si piglino tutte le persone che hanno male incurabile, e perciò esclusi dagli altri Ospedali, ogni altro mal cattivo salvo gli infrascritti"1, tra cui ci sono gli affetti da "mal Francesi", cioè i sifilitici, poiché non si potevano sostenere le spese per i decotti loro necessari, e i vecchi sani, che messi a letto rischiano di rimanervi per anni.

Come si è detto, nel 1710 i Pazzi entrarono in S. Orsola, dove tra il 1697 e il 1723 svolse la sua opera un celebre medico del tempo, Antonio Maria Valsalva, che ebbe il merito di intraprendere una profonda riforma del tipo di assistenza (di fatto prettamente carceraria) riservata, fino ad allora agli alienati, che a quei tempi, e per lungo tempo ancora dopo, furono considerati esseri posseduti dal demonio e dunque trattati nei modi più disumani (privazione del cibo, legature, battiture, catena agli arti e fermatesta, fino alla pena di morte). Il Valsalva "non considerò i pazzi come invasati da spiriti demoniaci, ma dei malati a base anatomica e si mostrò decisamente avverso a qualsiasi atto di coercizione, inaugurando l'era della terapia razionale della pazzia."2 Raccomandava agli assistenti di trattare i degenti con moderazione, senza percuoterli, di ricorrere ai legamenti, se necessario, ma inbottendoli di panno morbido. Usava quali rimedi: emulsioni di semi di mela, sciroppo di papavero, impacchi in zona frontale di garze imbevute in acqua con granuli di oppio, che, sembra, fossero perlopiù sufficienti a calmare il paziente. L'opera di Valsalva fu continuata da due suoi allievi (Pasi e Bonizzoli) ma non completata, ché, morti i due, si tornò dall'amore al terrore delle catene, a testimonianza di quanto la riforma dell'assistenza ai malati di mente fosse in contrasto con lo spirito dei tempi. Ma ancora nel Regolamento del 1809 si diceva di servire questi malati: ".con carità e pazienza, guardandosi di non ingiuriarli, con fatti o con parole, ancorché fossero inquieti, o molesti, dovendo credere che l'inquietudine sia effetto del male."3 e non della "malizia". E ancora: "Le guardie accompagneranno quelli che hanno il permesso di visitare i Pazzi, e non permetteranno che alcuno si prenda spasso di questi infelici."4

Nel 1694 a fronte di una presenza di circa centodieci degenti, l'organico era composto da un medico, un barbiere-chirurgo, un garzone, un guardiano e una guardiana, dieci donne serventi, un cappellano e un solo infermiere. Ventisette anni più tardi, le infermiere erano quattro: ci avviciniamo così ai rapporti auspicati dal Prof. Giovanni Antonio Mongiardini (1760-1841), che, nel suo "Saggio sugli Spedali" del 1803, parla di non più di cinquanta malati per medico e di non più di venti per infermiere (si ricordi che il testo è un insieme di proposte di riforma ospedaliera, che dovettero apparire assai ardite a quel tempo: tra queste quella di impiegare personale infermieristico femminile in tutti i reparti, anche in quelli maschili, per le qualità di amorevolezza, abnegazione e dolcezza proprie dello stereotipo femminile del tempo).

Ovviamente le infermiere avevano l'obbligo di dimorare all'interno dell'ospedale e anche le uscite erano sottoposte al rispetto di precise regole: "L'Infermiera, che ha la giornata di libertà dovrà avvertirne il Chirurgo, e non potrà andar fuori, se non terminata la prima Visita della sua Infermeria. Non potranno sortire dall'Ospitale in altro tempo senza il permesso de' Guardiani, e sentire ancora dal Chirurgo prima di partirsi, se occorra qualche cosa in servizio delle Inferme."5

Ma quali erano le loro funzioni? Oltre a svolgere attività tipicamente di assistenza infermieristica di base (cura dell'igiene personale delle Inferme non autosufficienti; distribuzione e controllo di Medicine, Sciroppi e simili; rifacimento dei letti; vigilanza sulle diete e sulla loro distribuzione, assistenza durante la visita medica, medicazioni.), e anche attività più legate al confort alberghiero, diremo oggi, come la pulizia degli ambienti, per i quali si richiedeva somma pulitezza (e questo era già un obiettivo ambizioso per un ospedale dell'epoca), le Infermiere avevano anche funzioni molto importanti relative alla cura della moralità e dell'anima delle inferme: "Saranno diligenti acciò dalle Inferme si recitino la mattina, nel mezzogiorno, e sera le Orazioni, come al Libro per tale effetto stampato.", "Nelle ore che è aperto l'Ospitale non permetteranno che si fermino uomini, se non sono Padri, Mariti, Fratelli, o Figli, e questi ancora vadano a dirittura al Letto della loro Inferma, né si arrestino, a far ciarle per la Infermeria, e restino a piedi del Letto; e caso che un uomo sempre de' suddetti gradi dovesse parlare ad un'Inferma, o servirla si assicurino che sia tale, e ciò si faccia con preferenza, o almeno scienza de' Guardiani.", "Resteranno immediatamente private del loro Uffizio, se mai per loro negligenza, e trascuraggine di non avvisare opportunamente il cappellano, morisse qualche Inferma senza li Santissimi Sacramenti; e similmente soggiaceranno a tale privazione, se riconosceranno mancanza simile nel Cappellano, e non avviseranno sollecitamente li Signori Superiori."6

Alle Infermiere si richiede inoltre obbedienza agli ordini dei superiori (Medici, Guardiani, Economo) e ai regolamenti. Molto si insiste sulle virtù e i valori che devono informare l'operato dell'infermiera e dell'infermiere nel loro lavoro quotidiano: le medicine vanno somministrate con ogni diligenza e amorevolezza; il principale obbligo è quello di usare carità e servitù verso i degenti; carità, amore e 454j99e pazienza sono richieste per lavare e scaldare gli infermi bisognosi; esattezza, ordine, pulizia e cura si dovranno avere nel gestire tutte le cose dell'ospedale; armonia, condivisione e unione si esigono nei rapporti con i colleghi.

Come in tutti gli ospedali dell'epoca e così sarà ancora per molto tempo, vi era una netta separazione tra le Infermerie per le donne, cui era destinato esclusivamente personale femminile, e quelle per gli uomini, cui erano preposti degli Infermieri. Questi, oltre alle funzioni svolte dalle Infermiere, avevano anche altri obblighi, tra cui quello di andare a prendere gli infermi al loro domicilio e portarli all'ospedale con il cocchietto e di riportarli a casa dopo la dimissione, di fornire le Infermerie di latte, erbe, sciroppi, fomenti, andandoli a comprare fuori, distribuire il vino, fare le pulizie nelle zone esterne. E' indubbia la necessità di un forte spirito di abnegazione per un lavoro che si deduce assai faticoso, e aggravato dall'obbligo dell'internato, dai pochi momenti di riposo, dalla necessità di mantenere costantemente un comportamento integerrimo, pena: il licenziamento immediato. Quella dell'infermiere è qui, infatti, già un'attività remunerata con una provvigione in parte in danaro e in parte in natura, e non più un servizio prestato per spirito di carità.7

Con il Regolamento del 1809 comparvero le figure della Capo-Infermiera e del Capo-Infermiere, preposti a organizzare e sorvegliare l'operato rispettivamente di quattro Infermiere e di quattro Infermieri. Alla Prima Infermiera e al Primo Infermiere spettava la responsabilità dei corredi per i letti e le sale, di ispezionare la pulizia dei letti stessi, dell'assegnazione a ogni unità del personale dei malati da seguire, della raccolta delle ordinazioni farmaceutiche dopo la visita medica e del loro invio alla spezieria, della vigilanza durante la distribuzione del vitto. Avevano l'obbligo di saper leggere e scrivere perché devevano tenere i registri degli accessi, delle dimissioni e dei decessi. Dal momento che venivano considerati sempre in servizio, i Capi-Infermieri non potevano avere che qualche ora di libertà due volte la settimana, e comunque non in coincidenza con le attività principali della loro giornata lavorativa.

Nel 1840, a fronte della necessità di sostituire la Capo-Infermiera, ormai anziana e malata, l'ospedale propose di prendere tre suore della Carità dell'Ospizio di Modena. Diciotto anni dopo il numero di tali suore salì a dodici. E nel 1924 arrivano anche le Suore della carità dell'Immacolata Concezione, dette di Ivrea.

Nel 1799 l'Ospedale di San Giobbe fu unito a quello di S. Orsola, che nel 1801 ottenne anche i beni dell'Ospedale di S. Lazzaro fuori Porta Maggiore. Dopo alterne vicende, nel periodo del governo napoleonico e in quello successivo di Gioacchino Murat, nel 1807 si ebbe la formale separazione dell'ospedale dall'Opera dei Mendicanti, finché nel 1860 il famoso Decreto Farini riunì le amministrazioni che gestivano i diversi ospedali bolognesi (Ospedale Maggiore, Ospedale degli Esposti e S. Orsola) in un unico Corpo Amministrativo. Si decise che il S. Orsola rimanesse preposto alla cura di malattie veneree, cutanee e croniche, e che sarebbe stato eliminato il manicomio. Infatti nel 1867 ebbe inizio il trasferimento dei malati di mente nell'ex-convento di via Sant'Isaia.

Nel 1869 le due Cliniche: Medica e Chirurgica della nuova Università di Bologna (fondata nel 1802 da Napoleone) dopo oltre sessant'anni di liti con l'Ospedale Maggiore, dove avevano trovato inizialmente sede, vennero trasferite al S. Orsola, che accolse poi via via le varie Cliniche (ostetrico-ginecologica 1860, dermosifilopatica 1860, oculistica 1863, pediatrica 1899.).

I Camilliani. Nel '500 "l'assistenza ospedaliera si configurava spesso come una pratica ambigua, oscillante tra zelo e distacco. Spesso il personale d'assistenza vedeva nel malato un "diverso", diverso dal normale e da sé. A questa presa di distanza affettiva e mentale faceva spesso seguito un comportamento non partecipe, assenteista, talora prevaricatore, ingenerante incuria e violenza e che aggiungeva ulteriore sofferenza  alla sofferenza della malattia."8  Infatto nel ".Cinquecento gli ospedali e la cura degli infermi presentano spesso gravi fenomeni di disumanizzazione e di emarginazione. Giovanni di Dio e Camillo de Lellis promuovono energicamente una "riforma dell'assistenza" basata sul rispetto della persona e sulla cura globale del malato."9 

I Padri Ministri degli Infermi (o Camilliani), cioè la Compagnia fondata da Camillo de Lellis (1550-1614) nel 1582 (ed elevata a Ordine religioso nel 1591), fanno la loro entrata a Bologna il 5 dicembre 1596, dopo che già da alcuni anni il cardinale Gabriele Paleotti, chiedeva a Camillo e ai suoi seguaci di venire a fondare una loro casa anche a Bologna. Fu appunto il Paleotti che diede loro la prima sede, la Chiesa di San Colombano, lasciata solo nel 1670 per quella più prestigiosa dei Ss. Gregorio e Siro. Nel 1798, però, l'Ordine fu soppresso a seguito dell'arrivo delle truppe napoleoniche e della fondazione della Repubblica Cisalpina. Dopo la Restaurazione i Camilliani rientrarono a Bologna nel 1844 ma per solo quattro anni; fecero ritorno - questa volta definitivamente - solo nel 1937.

Mario Fanti scrive che la permanenza a Bologna dei Camilliani: ". presenta episodi che hanno diretta relazione, sia in positivo che in negativo, con la situazione politica, religiosa e culturale della città nei vari tempi. Così il rifiuto, opposto per lungo tempo dagli amministratori degli ospedali bolognesi ai Camilliani che avrebbero potuto prestarvi servizio, si connette con la situazione locale in cui gli ospedali erano gestiti da confraternite legate con vincoli personali alla classe senatoria bolognese, la quale non vedeva di buon occhio l'intromissione di religiosi, e per di più forestieri, in una attività che si voleva mantenere saldamente in mano dei laici e indirettamente sottoposta al controllo del Senato cittadino. Per questa ragione l'attività dei Ministri degli Infermi si esplicò, per molto tempo, principalmente nell'assistenza domiciliare ai malati e ai moribondi. Ma la parte avuta dai religiosi camilliani nella tragica circostanza della peste del 1630 [.] dovette contribuire a stringere più saldi legami fra i religiosi e la città e a preparare il loro trasferimento dalla modesta sede di S. Colombano a quella dei Ss. Gregorio e Siro, chiesa fra le maggiori della città e che, con l'attiguo convento, era stata abbandonata dall'Ordine, allora soppresso dal Papa, dei Canonici regolari di S. Giorgio  in Alga. Qui i figli di S. Camillo continuarono la loro opera caritativa non solo, ma svolsero anche attività religiosa nella cura della parrocchia e un ruolo culturale, poiché alcuni di loro furono lettori nell'università e a S. Gregorio ebbe sede il noviziato e lo studentato per la provincia bolognese dell'Ordine." 10

Le Regole della Compagnia dettate da Camillo nel 1585 sono, in parte, vere e proprie indicazioni pratiche di assistenza ai malati, come dimostrano i seguenti esempi:

-         "Ogni settimana facciano conferentia delli bisogni delli infermi e quindi adeguino le loro prestazioni a tali bisogni con spirito materno" (regola 10)

-         "Stando presente a gl'infermi quando mangiano, ognuno cerchi con carità incitarli con parole amorevoli a farli mangiare, accomodandoli la testa alta" (regola 31)

-         "Ci si comporti con ciascuno dandogli tutte le cose che gli farà bisogno con carità e piacevolezza" (regola 35)

Dunque, scopo della Compagnia era quello di offrire non solo il conforto della fede, ma anche il soddisfacimento dei bisogni materiali (aiutare il malato a lavarsi, alzarlo, rifargli il letto, somministrargli le medicine, dargli da bere e da mangiare, fargli le medicazioni. fino ad accudire anche la casa, se necessario) degli infermi degli ospedali, delle carceri e delle case, servendo tutti (prìncipi e poveri) come se si servisse Cristo.

Pertanto, se l'assistenza negli ospedali bolognesi, per le ragioni suddette, era spesso preclusa od osteggiata, rimaneva ai Camilliani l'assistenza ai moribondi nelle case private, e quindi, di fatto, ai più, perché l'ospedale era ancora a quel tempo luogo riservato ai malati poveri e abbandonati.

Per assicurare giorno e notte risposta alle chiamate dei moribondi a domicilio, le ventiquattro ore giornaliere erano ripartite in turni  di circa quattro ore (di più la notte), cui tutti (padri, fratelli, chierici) erano tenuti, a due per volta! Tali servizi erano diligentemente registrati nei "Libri della carità", ancora oggi conservati negli archivi dell'Ordine, e da cui si evince un progressivo aumento, nel corso degli anni, di tali prestazioni (erano ottanta nel 1611 e ben milletrecentoquaranta nel 1744).

L'assistenza psicologica e religiosa prestata in tali circostante era particolareggiatamente codificata in regole. ".dopo il saluto e l'aspersione del letto con l'acqua benedetta, il primo contatto con l'infermo dovevano essere parole di consolazione, di conforto e di speranza. Era consigliabile far togliere dalla stanza tutti gli oggetti come armi, immagini e altre cose che potessero turbare la mente del malato. A feriti non si ricerchi chi l'abbia offeso, né come seguì il caso; e quando occorresse di farlo si vada con molta cautela. Non si discorra di robba, di liti, di mogli, di figli, né d'altra cosa impertinente; ma si stia in santo silenzio a far Orazione o leggere."11

Per quanto riguarda l'assistenza ai malati in ospedale, si è detto che i Camilliani inizialmente non solo non vennero ammessi come cappellani nei tre maggiori ospedali della città (Ospedale della Vita, Ospedale della Morte, S. Orsola) ma non poterono neppure offrire la loro assistenza volontaria agli infermi che pure l'avrebbero richiesta (a dispetto del desiderio di Camillo di offrirsi per un "servizio completo", cioè comprensivo anche dei lavori più umili, svolti in genere da servi pagati).

Solo nel 1628 i Ministri degli Infermi ebbero finalmente accesso all'Ospedale della Morte (poi anche in quello della Vita e al S. Orsola), ma solo due volte a settimana e a precise condizioni (restrittive): non potevano portare cibo agli ammalati né preoccuparsi di come venivano trattati, ma solo aiutarli a mangiare, dar loro buoni consigli, "esortarli alla conformità al volere divino e cavare profitto dall'infermità corporale." Il timore degli amministratori era quello che ingerissero nell'organizzazione del servizio ospedaliero, e mal tollerato era anche il loro zelo nella cura dei malati, che rendeva particolarmente stridente il confronto con la precarietà dell'assistenza spesso fornita negli ospedali (precarie condizioni igieniche, malati abbandonati a sé, cibo scadente.), anche a causa di governanti incapaci o venali.

Particolarmente importante fu l'opera dei Camilliani durante l'epidemia di peste del 1630: essi non si occuparono solo dell'assistenza agli infermi nelle loro case, ma provvidero anche all'isolamento dei sospetti (il che significava procurare a ciascuno di loro di che sopravvive, una volta che lo si fosse chiuso in casa), a portare al lazzaretto coloro che non avevano casa. Giornalmente il prefetto di S. Colombano, padre Campana, riceveva i dati aggiornati sull'andamento dell'epidemia nei quattro quartieri della città dagli Assunti: numero dei morti, numero dei nuovi casi. Il Cardinale Spada diede ai Camilliani anche il compito di occuparsi dell'espurgazione, cioè della disinfezione di tutta la corrispondenza e di tutte le cose infette (o sospettate di esserlo), che dovevano essere introdotte in città, nonché della messa in quarantena della persone che chiedevano di entrarvi e della espurgazione delle case dei colpiti dalla malattia. Si pensi al rischio che questa attività comportava: la mortalità tra i Camilliani, durante l'epidemia, fu del 24%, ma tutti i componenti della Compagnia si ammalarono! Fu un'operazione gigantesca, le cui difficoltà vennero aggravate dal fatto che gli Espurgatori "netti" e quelli "lordi" - come venivano chiamati - , di cui i Camilliani si dovettero avvalere, erano galeotti, che si diedero a soprusi di ogni sorta durante il contagio e dunque da controllare e reprimere costantemente. Furono appunto i Camilliani ad inventare e praticare un metodo di espurgazione alquanto articolato, riuscendo a disinfettare, senza rovinarli, i tipi più disparati di oggetti.12 "Fu un'opera di disinfezione ancor oggi scientificamente valida, nata dall'esperienza dello stesso p. Zazio che era divenuto maestro in questo campo: usare i vapori di zolfo per la disinfezione degli ambienti, gettare i metalli sul fuoco, la calce nelle latrine e sugli escrementi, bruciare le cose inutili, è stato quanto di più razionale si poteva fare. [.] Nel libro mastro di p. Zazio, ben conservato nell'archivio di S. Colombano, vi è un elenco ben distinto di tutto ciò che veniva acquistato per l'espurgazione: fascine, caldare, letti, muletti, carretti, somari, cocchiette, incenso, zolfo, ginepro e tutte le sostanze prima ricordate. Vi è pure un elenco di viveri per le persone che rimanevano in casa e non potevano uscire, come ova fresche, pane e altri cibi di prima qualità; nonché il necessario per il mantenimento delle mule: il fieno e le ferrature. A tutto doveva pensare l'organizzazione di p. Zazio, comprese le trasferte dei religiosi che si recavano in provincia, comprese le offerte che venivano fatte alle famiglie degli espurgatori che morivano durante il servizio. E tante altre cose."13

I Fatebenefratelli. Altro ospedale che occorre citare e la cui fondazione si colloca in età moderna (precisamente nel 1607) fu quello dei Fatebenefratelli, che in origine era una Congregazione di laici (fondata in Spagna nel 1538 da Giovanni Ciudad: 1495-1550) con il fine di assistere i malati poveri, e che nel 1572 il Papa elevò a Ordine religioso. In Italia sorsero ospedali dei Fatebenefratelli in molte città (alcuni tuttora funzionanti). In Emilia-Romagna ne sorsero tre: a Bologna, Modena e Cesena, ormai non più in attività, e anche in altre città (per esempio Budrio) si intrapresero trattative per l'avvio della costruzione.

L'Ospedale bolognese dei Fatebenefratelli sorse inizialmente (1607) all'attuale n.104 di Strada Maggiore, in una casa acquistata per 4.400 lire bolognesi; nel 1630 essi si trasferirono in quattro case di fronte, dunque sempre in Strada Maggiore, per avere maggiore disponibilità di spazi. Il numero dei posti letto rimase comunque modesto: otto, che però potevano salire di molto (più cinquantasei) in caso di necessità, come per esempio per fornire assistenza ai militari. In quell'anno imperversò la tristemente famosa epidemia di peste bubbonica e i frati, che erano circa otto-nove, morirono in cinque durante l'epidemia, mentre assistevano i malati non solo del proprio ospedale, ma anche di due ospedali militari: quello di S. Giovanni Decollato alla Montagnola e quello di una località nei pressi di Castel S. Pietro. Infatti i Fatebenefratelli (o Padri Ospedalieri) si distinsero nei secoli anche per questa loro attività di assistenza alle truppe belligeranti "fornendo loro vitto e medicinali e controllando l'operato del medico e del chirurgo-barbiere."14 Lo Stato (pontificio) dava un compenso giornaliero (quindici bajocchi nel 1660) per ogni soldato curato dai Fatebenefratelli. Al 1677 risale il completamento dell'ampliamento dell'ospedale permesso da una importante donazione di un nobile bolognese (Carlo Sforza Attendoli Manzoli), che nel frattempo morì lasciando i suoi beni in eredità all'Opera Pia dei Vergognosi, la quale si convenzionò con l'ospedale alle seguenti condizioni, tra le altre: non sarebbero state accolte persone affette da mali incurabili, "ma soltanto ammalati bisognosi di purga, infermi con febbre non habituale o di percosse o di ferite."15 L'Opera aveva il diritto di scegliere gli ammalati da ricoverare e in cambio si impegnava a pagare ai Fatebenefratelli duecento lire all'anno per ogni letto e ad aumentare progressivamente il numero dei letti all'ospedale (si partì da quattro ma si arrivò poi solo a quindici, con un numero complessivo di ricoveri mediamente intorno a cento l'anno). Nonostante tali introiti e nonostante donazioni, anche consistenti, di facoltosi cittadini bolognesi, i conversi erano costretti ad andare in giro a chiedere l'elemosina (di qui il loro nome di "sportini"). Le spese più ingenti erano quelle per il rifornimento dei medicinali per la spezieria, che già dal 1609 era interna all'ospedale. Vi erano poi le spese per i fornitori di servizi all'ospedale, che nel 1796 erano: L.70 al medico, L.60 al cuoco, L.42 al garzone, L.25 al lavandaio, L.20 al barbiere, L.10 al confessore.

Tutto il lavoro infermieristico era invece dei frati. Circa la causa delle difficoltà economiche e del costante passivo dei bilanci, il Priore nel 1787 così si giustificava: ". non si può mantenere un letto per duecento lire l'anno, nemmeno un sano a pane e vino sarebbe possibile mantenere per tal prezzo; abbiamo debito con il farmacista Campatelli; è nostra consuetudine non legare le mani al medico nell'ordinare medicinali né si limita sulla convalescenza."16 Si può dunque legittimamente pensare che questa disponibilità di mezzi rendesse l'assistenza dei Fatebenefratelli fra le migliori del tempo. Nel 1797 con l'entrata delle truppe francesi a Bologna il Convento venne soppresso; l'ospedale fu chiuso nel 1809: era rimasto un solo malato che andò al S. Orsola.

Note:

1.     Innocenzo Moretti, "L'Ospedale Policlinico S. Orsola di Bologna dalle origini ad oggi" in "Atti del Congresso Europeo di Storia Ospitaliera", Reggio Emilia, 1960,  p.863.

2.     Carlo Jemmi-antonio Mazza, "L'eclettismo di una gran maestro: Antonio Valsalva" in"Atti del Congresso Europeo di Storia Ospitaliera", Reggio Emilia, 1960,  p.633.

3.     C. Ferri, R. Guastalla, M. Magnani, S. Valeriani, "L'assistenza infermieristica: da caritativa a professionale" in "Il Sant'Orsola di Bologna 1592-1992", Nuova Alfa Editoriale, 1992,  p.146.

4.     C. Ferri, R. Guastalla, M. Magnani, S. Valeriani, op. cit.,  p.148.

5.     C. Ferri, R. Guastalla, M. Magnani, S. Valeriani, op. cit.,  p.132.

6.     C. Ferri, R. Guastalla, M. Magnani, S. Valeriani, op. cit.,  pp.132-133.

8.     Giorgio Cosmacini, op. cit., p.164.

9.     Giorgio Cosmacini, op. cit., p.153.

10. Mario Facci, "I Padri Ministri degli Infermi (Camilliani) a Bologna (1596-1996)", p.9.

11. Mario Facci, op. cit., p.58.

12. Per una descrizione particolareggiata di tali metodi si rimanda a: Mario Facci, op. cit., p.76.

13. Mario Facci, op. cit., p.77.

14. Giulio Gentili, "L'Opera degli ospedalieri di S. Giovanni di Dio a Bologna e in Emilia" in "Atti del Congresso Europeo di Storia Ospitaliera", Reggio Emilia, 1960,  pp.519-520.

15. Giulio Gentili, op. cit.,  p.520.

16. Giulio Gentili, op. cit.,  p.524.

L'ETA' CONTEMPORANEA.

Il processo di professionalizzazione. Già nell'opera dei Camilliani e dei Fatebenefratelli si vedono i primi tentativi di passare dall'assistenza all'assistenza infermieristica, che si configura come ". una derivazione specifica e specialistica dell'assistenza, allorquando si sono verificate alcune situazioni che hanno reso necessario il passaggio dal sapere culturale al sapere disciplinare."1 Infatti se "Giovanni di Dio e Camillo de Lellis, assieme ai riformatori dell'assistenza del secolo successivo, sono da considerarsi capostipiti e iniziatori dell'assistenza infermieristica, questa non viene datata qui per una serie di condizioni, tra cui ricordiamo una società civile non pronta ad accogliere quanto proposto da queste menti illuminate." 2

In Italia, dunque, bisogna aspettare la fine dell'800 perché si avvii il processo di professionalizzazione dell'assistenza. Questo processo ha come presupposto il riconoscimento all'interno della società di un complesso di bisogni (i bisogni di assistenza infermieristica), che la persona o il gruppo non sono più in grado di soddisfare adeguatamente. Di qui la necessità di demandare il soddisfacimento di tali istanze a un gruppo di persone che abbia le competenze per intervenire efficacemente. Ovviamente sono tali competenze distintive a dare al gruppo professionale "vantaggi" quali: il prestigio sociale, la remunerazione, i tentativi di imitazione.

Si può dunque parlare di professione quando  sono presenti i seguenti requisiti fondamentali:

1.     godere del riconoscimento da parte della società significa, tra l'altro, che un certo insieme di attività non può essere più svolto occasionalmente, ma assume il ruolo di funzione sociale, richiedendo lo svolgimento a tempo pieno.

2.     essere in possesso di un patrimonio di conoscenze e competenze tecnico-professionali esclusive, che vengono trasmesse agli studenti attraverso percorsi formativi basati su rigorosi criteri scientifici e dunque facendo riferimento a una scuola che, se non è tale fin dall'inizio, cerca di essere accolta in ambito accademico.

3.     riconoscersi in organizzazioni professionali attraverso l'istituzione di ordini, collegi o associazioni impegnate nel tutelare la professione innanzitutto da imitatori che ne tentano l'esercizio abusivo, ma anche stabilendo tariffari delle prestazioni.

4.     godere del riconoscimento dello stato, riconoscimento che si concretizza nella produzione legislativa la quale va a normare i diversi settori della professione: formazione, esercizio professionale.

5.     definire i diritti e i doveri della professione attraverso un proprio codice deontologico.

Per quanto riguarda la formazione (punto 2), prima del R.D.L. 15 agosto 1925 n.1832 "Facoltà della istituzione delle scuole convitto professionali per infermiere e di scuole specializzate di medicina pubblica, igiene ed assistenza sociale per assistenti sanitarie visitatrici" e il R.D. 21 novembre 1929 n.2330  "Regolamento per l'esecuzione del R.D. 21 novembre 1929, n.2330, riguardante le scuole convitto professionali per infermiere.", erano le singole istituzioni ospedaliere a farsi carico della formazione del personale infermieristico: formazione teorica piuttosto che pratica, poiché, in genere, subentrava dopo un periodo più o meno lungo di lavoro in ospedale prima come "inserviente" e poi praticando l'assistenza diretta al malato, appresa sotto la guida dei più esperti.3

L'istituzione della prima scuola per infermiere professionali a Bologna si deve alla Croce Rossa Italiana e alla donazione di una nobildonna bolognese, donazione che permise di costruire l'edificio destinato ad accogliere le studentesse su terreno dell'Amministrazione degli Ospedali di Bologna attiguo all'Ospedale S. Orsola, che, in quanto sede di Cliniche Universitarie, venne ritenuto particolarmente idoneo per dare anche una adeguata preparazione pratica alle allieve. Il primo anno scolastico fu quello 1931/32. Con l'istituzione del Diploma Universitario in Scienze Infermieristiche, la Scuola diventa la Sede Formativa Bologna 1 (1996).

Per quanto riguarda l'istituzione del Collegio IPASVI della Provincia di Bologna (v. Allegato 1), a seguito della L. 29 ottobre 1954 n.1049, che fece entrare anche l'infermieristica nel novero delle occupazioni a contenuto prevalentemente intellettuale (e dunque una professione  piuttosto che un mestiere), secondo il dettato dell'articolo 2229 del Codice Civile, si ricorda qui che, essendo il Collegio un Ente di diritto pubblico con personalità giuridica, i fini da esso perseguiti sono:

-         rappresentare ufficialmente tutta la categoria presso tutte le istituzioni pubbliche e private,

-         tutelare la professione e l'esercizio professionale,

-         vigilare affinché nell'esercizio della professione vengano rispettate le norme etiche fissate nel Codice deontologico.

Le Presidentesse che si sono avvicendate al vertice del Collegio dal 1955 ad oggi sono:

-         Santambrogio Irma in Balboni (ASV) dal 1955 al 1963,

-         Valle Maria suor Bettina (IP-AFD) dal 1964 al 1966,

-         Santambrogio Irma in Balboni (ASV) dal 1967 al 1969,

-         Cavazza Elena (ASV) dal 1970 al 1984,

-         Ferri Cleopatra (IP-AFD) dal 1985 a oggi.

Concludiamo con un passo dell'intervista rilasciataci dal Prof. Mario Campanacci nell'agosto del 1998, in cui, rievocando un episodio di vita personale, ha messo in luce l'importante ruolo formativo svolto dagli infermieri nei confronti dei medici, che pure sono stati i primi insegnanti degli infermieri. Come sottolinea Emma Carli in un suo contributo: "Il progredire di tale situazione (cfr. progresso tecnico-scientifico della medicina) ha fatto sì che il bisogno di "assistenza infermieristica" sia stato fortemente percepito dalla professione medica, che sull'onda dei successi della diagnostica e della chirurgia, ha nel tempo delegato agli infermieri le funzioni più riproducibili. I medici sono diventati per questo i formatori degli infermieri; sono stati sempre i responsabili gerarchici dei reparti in cui gli stessi venivano inseriti; hanno avuto la possibilità di selezionare gli infermieri a cui era concesso di progredire nella carriera. [.] Spesso i medici hanno spinto le nostre istanze di maggiore formazione e favorito il sorgere di associazioni culturali "affini" alle loro specializzazioni."4

E il Prof. Campanacci ricordava: "Avevamo quindi in sala operatoria, in pronto soccorso, e nei vari reparti degli infermieri gessisti, che sono stati i nostri maestri, nel fare i gessi e anche nel ridurre le fratture. Infatti la frattura a quei tempi si riduceva con le mani e poi si faceva il gesso.  Noi abbiamo imparato da loro; io ad esempio ho imparato a fare i gessi da Adelmo in sala operatoria, da Fiore in reparto, e da Gamberini in pronto soccorso. Quando arrivava una lussazione di spalla ci mettavamo lì noi medici giovani: tira, molla, ritira, gira, rigira, ma non riuscivamo a ridurla. E Gamberini guardava per aria, guardava fuori dalla finestra, raccontava una barzelletta, ci lasciava sfogare un po', sembrava che non gliene interessasse niente. Poi, vedendo che non eravamo capaci, veniva lì e diceva: "Mi fa vedere un momento, dottore, scusi." (perché era uno anche molto educato, direi anche troppo) ".posso guardare". La prendeva in mano, faceva tri-tric-trac ed era già ridotta. Lui la riduceva in trenta secondi, senza sforzo, mentre noi avevamo faticato un quarto d'ora, senza combinare niente, facendo oltretutto del male all'ammalato. Gli infermieri sono stati i nostri maestri."

Note:

1.     Edoardo Manzoni, "Storia e filosofia dell'assistenza infermieristica", Masson, Milano, 1996, p.92.

2.     Edoardo Manzoni, op. cit., p.57.

3.     Si veda, per esempio, il corso straordinario per allievi infermieri presso l'Ospedale Maggiore di Bologna, istituito nel 1919 per sopperire al fatto che durante la guerra non si fossero svolti i corsi, per cui vi erano molti Infermieri ed Infermiere avventizie sprovviste di diploma.

4.     Emma Carli, "La professione infermieristica: da strumento a risorsa, da oggetto a soggetto, da missione a mission", Relazione introduttiva all'Undicesimo Congresso Nazionale IPASVI (Firenze, 21-23 Novembre 1996).

Bibliografia:

AA.VV., "Sette secoli di vita ospitaliera in Bologna", Cappelli, Bologna, 1960.

AA.VV., "Atti del Primo Congresso di Storia Ospitaliera", Torino-St. Vincent, 1960.

AA.VV., "Atti del Congresso Europeo di Storia Ospitaliera", Reggio Emilia, 1960.

AA.VV., "Atti del Secondo Congresso Italiano di Storia Ospitaliera", Reggio Emilia, 1962.

AA.VV., "Il Sant'Orsola di Bologna 1592-1992", Nuova Alfa Editoriale, 1992.

Giorgio Cosmacini, "La salute, la cura, la storia", Missione Salute, Milano, 1994.

Giulio Gentili, "L'opera degli ospedalieri di S. Giovanni di Dio a Bologna ed in Emilia", Bologna, 1962.

Mario Facci, "I Padri Ministri degli Infermi (Camilliani) a Bologna (1596-1996)".

Mario Fanti, "S. Lazzaro: l'ospedale, il borgo, la parrocchia", Bologna, 1966.

Mario Fanti, "Gli inizi del movimento dei Disciplinati a Bologna e la Confraternita di Santa Maria della Vita", Perugia, 1969.

Mario Fanti, "La Confraternita di S. Maria della Morte", Città di Castello, 1978.

Mario Fanti, "Opere di assistenza e carità dal Medioevo al Cinquecento a Bologna", Bologna, 1984.

Mario Fanti, "Istituzioni di carità e assistenza a Bologna alla fine del Medioevo", Bologna, 1986.

Arsenio e Chiara Frugoni, "Storia di un giorno in una città medioevale", Laterza, Bari, 1998.

Allen J. Grieco e Lucia Sandri (a cura di), "Ospedali e Città. L'Italia del Centro-Nord, XIII-XVI secolo", Casa Editrice Le Lettere, Firenze, 1995.

Martin Lutero, "Discorsi a tavola", Einaudi, Torino, 1969.

Edoardo Manzoni, "Storia e filosofia dell'assistenza infermieristica", Masson, Milano, 1996.

Vittorio Sabena e Mario Maregi, "Dall'Ospedale della Vita all'Ospedale Maggiore", Arti grafiche "F. Cappelli", Rocca San Casciano.


ALLEGATO 1

COLLEGIO INFERMIERI PROFESSIONALI

ASSISTENTI SANITARI - VIGILATRICI D'INFANZIA

§§§§§§§

Decreto Capo Provvisorio dello Stato n°233/1946

"Ricostituzione degli Ordini e Collegi Professionali"

Legge n°1949/1954

"Istituzione Collegi delle Infermiere Professionali, Assistenti Sanitarie,

Vigilatrici d'Infanzia"

Sintesi di C. Ferri

Presidente Collegio IPASVI

Provincia di Bologna

"COMPITI ISTITUZIONALI DEI COLLEGI IPASVI

E RUOLO SVOLTO A TUTELA E PER LO SVILUPPO

DELLA PROFESSIONE INFERMIERISTICA"

Il significato del Collegio IPASVI attiene alla tutela dei cittadini che usufruiscono delle prestazioni per la tutela della salute, la prevenzione, la cura, la riabilitazione e alla tutela e sviluppo della professione infermieristica e dei professionisti.

L'esame della normativa vigente ci consente di evidenziare il ruolo svolto rispettivamente dai Collegi Provinciali IPASVI e dalla Federazione Nazionale dei medesimi.

Gli iscritti all'Albo costituiscono la comunità scientifica professionale responsabile di quanto sopra espresso ed è in questa ottica che vanno intesi gli studi, le proposte di norme legislative che riguardano la professione ed ogni sforzo compiuto per raggiungere obiettivi di alto livello culturale, tecnico ed umano.

Il significato dell'appartenenza alla professione infermieristica è esplicitato nel Codice deontologico e nella deontologia che viene espressa in ogni azione professionale in modo coerente tra l'essere Infermieri e fare gli Infermieri. 

I Codici etico-deontologici sono essenziali per regolare i rapporti con i fruitori dei servizi, i cittadini, e con gli altri membri delle professioni sanitarie. 

Il Codice deontologico rappresenta la norma morale che guida l'esercizio professionale.

NOTE STORICHE

In Europa nei secoli XII e XIII sorsero molte corporazioni che richiedevano ai propri associati una formazione "formale" e specifica per esercitare un determinato lavoro o una determinata professione.

Col tempo le corporazioni assunsero la denominazione di "Collegi". 

In Italia le prime corporazioni sorsero tra la fine dell'800 ed i primi del '900; erano riuniti in corporazioni gli avvocati, i notai, i ragionieri e dal 1910 i medici chirurghi, i veterinari, i farmacisti.

Con l'avvento del Fascismo vennero soppresse tutte le libere associazioni che furono ricostituite dopo la nascita della Repubblica italiana.

Con il DLCPS N° 233 del 1946 vennero ricostituiti gli "Ordini dei Medici Chirurghi, dei Veterinari, dei Farmacisti" e fu istituito, per la prima volta, il "Collegio delle Ostetriche".

Le Associazioni infermieristiche, sorte nel frattempo in Italia, si impegnarono in maniera determinante finché con L. N° 1049 del 1954 furono istituiti i "Collegi delle Infermiere Professionali, Assistenti Sanitarie Visitatrici e Vigilatrici d'Infanzia", regolamentati dalle stesse norme contenute nel DLCPS 13 settembre 1946 N° 233 riguardante la ricostituzione degli Ordini delle professioni sanitarie e la disciplina dell'esercizio delle professioni stesse.

(IP e ASV - RD N° 1832/1925 e REGOLAMENTO N° 2330/1929 VI - L. N° 1098/1940)

L'istituzione dei Collegi IPASVI sancisce il carattere di "professione" alla funzione infermieristica come recita l'art. 2229 del Codice Civile: "Esercizio delle professioni intellettuali - La Legge determina le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è necessaria l'iscrizione in appositi Albi o elenchi.

L'accertamento di requisiti per l'iscrizione negli Albi o negli elenchi, la tenuta dei medesimi e il potere disciplinare sugli iscritti sono demandati alle Associazioni Professionali, sotto la vigilanza dello Stato, salvo che la legge disponga diversamente.

Contro il rifiuto dell'iscrizione o la cancellazione dagli Albi o elenchi e contro i provvedimenti disciplinari che importano la perdita o la sospensione del diritto all'esercizio della professione è ammesso ricorso in via giurisdizionale nei modi e nei termini stabiliti dalle leggi speciali".

La connotazione di professione intellettuale legittima le caratteristiche proprie di professione con formazione e autodisciplina specifiche, mentre la distinzione tra Ordini e Collegi è legata alla diversità del percorso di studi.

Infatti la L. 20 gennaio 1924 stabilisce che le classi professionali sono sostituite in Ordini e Collegi a seconda che per l'esercizio professionale occorra una Laurea o un Diploma.

Il Collegio IPASVI è un Ente di Diritto pubblico non economico con personalità giuridica e con attribuzioni definite dalla Legge istitutiva e come tali volute e applicate da tutti i professionisti iscritti agli Albi.

Una esposizione ragionata dalle norme contenute nella:

a)       L. 29 ottobre 1954 N° 1049 "Istituzione dei Collegi degli Infermieri Professionali, degli Assistenti Sanitari Visitatori e delle Vigilatrici d'infanzia,

b)                DLCPS 13 settembre 1946 N° 233 e

c)                 DPR 5 aprile 1950 N° 221 - Regolamento di attuazione del DL 13 settembre 1946 N° 233 sulla ricostituzione degli ordini delle professioni sanitarie e per la disciplina delle professioni stesse";

Ci aiuta a socializzare quanto ogni professionista sa o è tenuto a sapere, in merito alle stesse e quanto ciascuno di noi sia impegnato per tutelare la professione, promuoverne lo sviluppo culturale, pratico ed umano. 

La già citata L. 29 ottobre 1954 N° 1049 si rifà, come sopra detto, al DL N° 233/1946, pertanto è di quest'ultimo Decreto e del contestuale Regolamento N° 221/1950 che ne saranno esaminati i contenuti.

Premessa l'istituzione dei Collegi degli Infermieri Professionali, Assistenti Sanitari e Vigilatrici d'infanzia, in ogni Provincia, il Decreto passa a definire i componenti dei Consigli Direttivi che, eletti dagli iscritti, a maggioranza relativa di voti ed a scrutinio segreto, sono composti da:

5 membri se gli iscritti non superano i 100

7 membri se gli iscritti sono > 100 < 500

9 membri se gli scritti sono > 500 < 1500

15 membri se gli iscritti sono > 1500.

Al Consiglio Direttivo del Collegio spettano numerose attribuzioni, anzitutto:

-        la distribuzione delle cariche al suo interno e precisamente l'elezione del Presidente, del Vice Presidente, del Segretario e del Tesoriere ed in particolare la composizione e pubblicazione dell'Albo (che per la categoria degli infermieri è diviso in tre elenchi : Infermieri Professionali, Assistenti Sanitari, Vigilatrici d'Infanzia);

-        la VIGILANZA sulla conservazione del decoro e indipendenza del Collegio e questo deve intendersi ovviamente della struttura, ma soprattutto di ogni singolo iscritto;

-        la nomina di rappresentanti del Collegio quali membri di Commissioni comunali, provinciali e regionali;

-        la nomina di Commissioni di studio e ricerca sulla professione e sulla sanità in genere;

-        la partecipazione con contributi scritti e verbali alle udienze conoscitive sulla formulazione di direttive e leggi emanate dagli Enti locali;

-        la partecipazione a incontri, convegni, corsi, con gli interventi richiesti dagli argomenti in discussione e sempre a tutela e sviluppo della professione.

La promozione e l'attuazione di gruppi di studio all'interno della professione, di aggiornamenti, di pubblicazioni/informazioni, di incontri con i singoli iscritti sono gli ulteriori aspetti dei doveri del Consiglio Direttivo che è chiamato ad esercitare anche il potere disciplinare nei confronti degli iscritti liberi professionisti, salvo i casi nei quali non intervengano disposizioni di legge diverse.

La modalità di iscrizione all'Albo è a norma di legge, così come la cancellazione ed il trasferimento da un Collegio all'altro.

Per tutte queste procedure vengono messe in atto le norme previste e via via aggiornate (es. l'autocertificazione per l'iscrizione), ne viene data comunicazione al proprio domicilio ad ogni neo-diplomato Infermiere, vengono comunicate dalla segreteria del Collegio al momento della richiesta di iscrizione, ne viene data informazione periodica sull'organo di informazione agli iscritti all'Albo.

La richiesta di cancellazione deve essere motivata e quella di trasferimento da o per altro Collegio prevede la presentazione della domanda di trasferimento in bollo (al Collegio della Provincia dove è ubicata la propria residenza e dove ci si intende trasferire).

Ottenuto il nullaosta da parte del Collegio di provenienza, il trasferimento dell'iscrizione avverrà d'ufficio.  L'iscrizione, la cancellazione, il trasferimento di iscrizione all'Albo, avviene nella seduta del consiglio Direttivo il quale assume la garanzia, nei confronti dei cittadini, che il professionista iscritto all'Albo è tale.

Particolare attenzione merita la cancellazione dall'Albo che, pronunciata anch'essa dal Consiglio Direttivo, d'ufficio, nel caso di cessata attività o di:

- perdita dei diritti civili;

- trasferimento ad altro Collegio;

- morosità nel pagamento dei contributi previsti a norma di legge compresa la quota annuale.

Sulla quota annuale che costituisce qualche volta un punto di "contenzioso" tra iscritti e Consiglio Direttivo è necessario osservare che la stessa è fissata dal Consiglio Direttivo in ragione del "necessario" al funzionamento e al decoro del Collegio e deve essere approvata dall'assemblea degli iscritti.

Tutto questo perché il Collegio è un Ente di Diritto pubblico non economico, pertanto anche il conto consuntivo ed il bilancio preventivo devono essere approvati dall'assemblea degli iscritti unicamente alla relazione consuntivo e programmatoria del Presidente.

Da tutto questo si evince che l'assemblea ordinaria annuale è il momento più importante della vita del Collegio, poiché dalla gestione oculata del bilancio e dalla presentazione del programma svolto e da attuare, si mette in evidenza il funzionamento del Collegio.

Nel Regolamento N° 221 emanato il 5 aprile 1950 viene ripresa l'importanza della tenuta dell'Albo ed il relativo invio (costantemente aggiornato) alla Regione, alla Procura della repubblica, alla Federazione Nazionale Collegi IPASVI.

Sull'assemblea ordinaria annuale le norme dispongono quanto segue:

-      l'assemblea degli iscritti si riunisce in sede ordinaria nel mese di gennaio di ciascun anno, al riguardo si osserva che questo termine non è perentorio, anche perché i documenti contabili non sono a disposizione entro tale periodo;

-      le assemblee straordinarie degli iscritti sono previste ogni volta che è ritenuto opportuno, dal Presidente o dal Consiglio Direttivo nel suo insieme, oppure su richiesta sottoscritta da 1/6 degli iscritti all'Albo.

Per     la validità delle assemblee in prima convocazione, occorre la presenza di almeno un quarto degli iscritti compreso le deleghe.

Quest'ultima non è ammessa per l'elezione del Consiglio Direttivo e del Collegio dei Revisori dei Conti.

Qualora non sia raggiunto il numero per la validità dell'assemblea occorre una seconda seduta che deve essere tenuta almeno il giorno dopo alla convocazione della prima.

Le votazioni sulle deliberazioni proposte all'assemblea, dal Presidente del Collegio, possono essere a scrutinio segreto, per appello nominale, per alzata e seduta.

Affinché le deliberazioni siano valide devono essere approvate a maggioranza assoluta dei voti.

-         A parità di voti, se la votazione è stata palese, quello del presidente vale due;

-         A parità di voti, se la votazione è stata a scrutinio segreto, la proposta si intende respinta.

Altro argomento importante è quello riguardante la tenuta dell'amministrazione e la contabilità.

E' già stato precisato che all'interno del Consiglio neo-eletto viene assegnata la carica di Tesoriere, che ha la responsabilità del fondo in contanti e di tutti i valori del Collegio, fermo restando che il Consiglio Direttivo può disporre che i valori eccedenti una determinata somma siano depositati presso un Istituto di credito o Cassa postale.

Il Tesoriere provvede alla gestione del bilancio, firma i mandati di pagamento unicamente al Presidente ed ha la responsabilità della tenuta regolare dei registri che documentano giornalmente il movimento di cassa.

Il Collegio ha l'obbligo di legge di riscuotere i contributi dovuti dagli iscritti tramite ruolo esattoriale.

Il conto consuntivo ed il bilancio preventivo devono essere approvati dall'assemblea degli iscritti, che deve deliberare anche in caso di spese impreviste alle quali non si possa fare fronte con disponibilità di bilancio, anche se di capitoli diversi o con il fondo di riserva.  Tutta la documentazione relativa alla gestione contabile deve essere conservata per 10 anni.

Il Collegio dei Revisori dei Conti svolge il ruolo tipico di quest'organo, cioè il controllo della gestione del bilancio, la tenuta della contabilità, il controllo di cassa.  Il Collegio dei Revisori dei Conti, eletto nelle assemblee elettorali nelle quali viene eletto il Consiglio Direttivo, nomina al suo interno il Presidente e si riunisce almeno quattro volte all'anno per svolgere le sue funzioni.  Il controllo può essere fatto collegialmente o individualmente dando preavviso al Presidente e al Tesoriere, quest'ultimo deve mettere a disposizione la cassa e tutti i documenti contabili.

Di ogni controllo dei Revisori dei Conti deve essere redatto il verbale nell'apposito registro che viene custodito dal Tesoriere.  Le osservazioni del Collegio dei Revisori dei Conti sono fondamentali per la corretta gestione economica del Collegio.

I Revisori dei Conti devono partecipare alle sedute del Consiglio Direttivo quando vengono poste all'O.d.G. deliberazioni che impegnano spese; possono chiedere la parola al termine della discussione su specifici argomenti; può essere chiesto il loro parere.  Di tutto deve essere preso nota nel verbale della seduta.

Inoltre, possono essere invitati a tutte le sedute del Consiglio Direttivo.

Il Segretario del Consiglio Direttivo ha la responsabilità del regolare andamento dell'ufficio, della tenuta del registro dei verbali e delle deliberazioni e di tutti gli atti concernenti il funzionamento del Collegio, quindi dell'archivio.

In caso di assenza o impedimento deve essere sostituito dal Consigliere più giovane di età che non sia il Tesoriere.

Il Vice Presidente sostituisce il Presidente in caso di assenza o impedimento o su sua delega.  Al momento della distribuzione delle cariche in seno al Consiglio neo-eletto, il Vice Presidente può essere scelto dal Presidente, tra i Consiglieri, in quanto s'intende persona di sua fiducia.

Il Presidente del Consiglio Direttivo ha la rappresentanza legale del Collegio di cui convoca e presiede l'assemblea degli iscritti e dello stesso Consiglio Direttivo, cura l'esecuzione delle deliberazioni assunte dall'assemblea e dal Consiglio, dirige l'attività dell'ufficio.

L'ASSEMBLEA ELETTORALE

Ogni triennio, entro il mese di novembre (termine non perentorio) dell'anno in cui scade il Consiglio Direttivo, a cura del Presidente del Collegio è convocata l'assemblea degli iscritti per l'elezione del nuovo Consiglio Direttivo. 

Questa evenienza ricorre nello stesso anno per tutti i Collegi d'Italia.  L'avviso di convocazione, come previsto dalla norma vigente, è inviato con lettera raccomandata almeno 20 giorni prima di quello fissato per l'inizio delle votazioni a ciascun iscritto all'Albo, in esso sono indicati i membri del Consiglio uscente, i giorni delle votazioni che devono essere tre, di cui uno festivo, nonché, per ciascun giorno, l'ora di inizio e di cessazione delle relative operazioni di voto.

L'assemblea elettorale è presieduta dal presidente del Collegio, mentre i componenti del seggio elettorale vengono eletti dall'assemblea elettorale tra coloro che danno la disponibilità, tenuto conto che di norma dovrebbero essere i due iscritti più anziani di età presenti all'assemblea, che assumeranno la funzione di scrutatori e quello più giovane, sempre presente all'assemblea, che assumerà la funzione di segretario.

I componenti il seggio elettorale non possono appartenere al Consiglio Direttivo uscente, escluso il Presidente che lo presiede.

Tutti gli iscritti all'Albo sono eleggibili, compresi i Consiglieri ed i Revisori dei Conti uscenti che abbiano confermato la disponibilità.  La votazione si effettua su schede bianche che riportano il numero dei membri di cui deve essere composto il Consiglio Direttivo ed il Collegio dei Revisori dei Conti, il timbro del Collegio.

Il votante deve indicare cognome e nome della persona a cui intende dare la preferenza ed in caso di omonimia la data di nascita.

Possono essere indicati da 1 a 15 cognomi e nomi per i membri del Consiglio Direttivo, a seconda del numero di iscritti all'Albo di quel Collegio, da uno a tre cognomi e nomi per i Revisori dei Conti effettivi ed un cognome e nome per il Revisore dei Conti supplente.

La scheda in bianco e la busta recanti entrambe il timbro del Collegio, vengono consegnate all'elettore dal Presidente del seggio elettorale previa la sua identificazione (presentarsi con un documento di identità, preferibilmente il tesserino di iscrizione all'Albo aggiornato con i bollini di avvenuto pagamento della quota annuale), viene inoltre consegnata una matita copiativa che dovrà essere restituita al Presidente con la busta contenente la scheda su cui è stato espresso il proprio voto.

Il Presidente del seggio elettorale ha l'obbligo di predisporre i mezzi idonei a garantire la segretezza del voto, inoltre ogni giorno, alla chiusura delle operazioni elettorali, provvede alla chiusura dell'urna, alla formazione di un plico nel quale vanno riposti tutti gli atti relativi alle operazioni già compiute (verbale) ed a quelle da compiere, ne assicura la chiusura ermetica previa l'apposizione della firma degli scrutatori e del Segretario e ne assume la custodia.  Alla riapertura del seggio elettorale deve essere constatata l'integrità dei mezzi adottati per la custodia dell'urna e del plico e tolti i relativi sigilli, il Presidente dichiara riaperta la votazione.

Il verbale, redatto ogni giorno in duplice copia, deve riportare tutta la sequenza degli atti compiuti, il numero dei votanti ed ogni evento che si sia verificato.  Al termine delle operazioni di voto il Presidente dichiara chiusa la votazione e procede allo scrutinio delle schede votate, assistito dagli scrutatori e dal Segretario.

Allo scrutinio delle schede possono assistere gli iscritti all'Albo che hanno espletato il diritto di voto.

Ultimato lo scrutinio il Presidente proclama il risultato e risultano eletti gli iscritti all'Albo che hanno avuto la maggioranza dei voti.  A parità di voti risulta eletto il più anziano di età.

Le schede valide vengono fatte bruciare immediatamente a cura del presidente, mentre le nulle o le contestate sono vidimate dal presidente e conservate in plico sigillato sul quale i membri del seggio elettorale pongono la propria firma.  Il Presidente notifica immediatamente i risultati delle elezioni agli eletti ed entro otto giorni il Consigliere neo-eletto più anziano di età, convoca il nuovo Consiglio per la distribuzione delle cariche.  Del risultato delle elezioni deve essere data notifica alle competenti autorità.

Eventuali ricorsi da parte degli iscritti avverso la validità delle operazioni elettorali, alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie (funzionante presso il Ministero della Sanità), devono essere inoltrate entro trenta giorni dalla proclamazione dei risultati. La Commissione si pronuncia nel merito nel termine di sei mesi.

Se i componenti del Consiglio, nel corso del triennio per cui è stato eletto si riducono a meno della metà si deve procedere ad elezioni suppletive, lo stesso vale per i Revisori dei Conti se si riducono a meno di tre.

I Consiglieri eletti in sostituzione di quelli cessati durano in carica sino alla scadenza del triennio predetto.

In caso di cessazione dell'intero Consiglio viene nominata una Commissione, da parte del Ministero della Sanità, composta da tre membri appartenenti all'Albo che durano in carica tre mesi, conducono il Collegio per l'ordinaria attività e predispongono le nuove elezioni come precedentemente descritto. 

Di grande rilievo sul piano deontologico e sul piano dell'attività del Collegio è la riflessione che ogni iscritto all'Albo deve fare sul diritto/dovere di recarsi a votare avendo la possibilità, attraverso la preferenza espressa, di essere rappresentato da un Consiglio Direttivo competente, motivato e che assuma l'incarico con spirito di servizio.  La norma stabilisce che l'assemblea elettorale è valida in prima convocazione quando ha votato un terzo degli iscritti all'Albo; questo dato non è raggiungibile soprattutto nel caso di Collegi con molti iscritti, per cui è necessario predisporre fin dall'inizio una seconda con, vocazione che è valida qualunque sia il numero dei votanti, purché non inferiore al decimo degli iscritti e comunque al doppio dei componenti il Consiglio Direttivo.

Essere membro del Consiglio Direttivo significa farlo con spirito di servizio alla professione, per il suo sviluppo e per la sua tutela.  Pertanto una buona qualità professionale infermieristica è garanzia per i cittadini.

Il Consiglio Direttivo del Collegio si riunisce in sedute ordinarie, su convocazione del Presidente, per iscritto, con allegato l'O.d.G.

Le sedute del Consiglio Direttivo non sono pubbliche.  Di ogni seduta è redatto il verbale che deve essere approvato dal Consiglio stesso.  Le deliberazioni sono prese a maggioranza dei voti, in caso di parità prevale il voto del Presidente; esse sono sottoscritte dal Segretario e dal presidente stesso.

Le sanzioni disciplinari ed i relativi procedimenti sono assunti dal Consiglio Direttivo nei confronti dei professionisti iscritti all'Albo che si rendono colpevoli di mancanze nell'esercizio della professione, di abusi o di fatti disdicevoli al decoro professionale.  Il procedimento disciplinare è promosso d'ufficio o su richiesta del Prefetto e del Procuratore della Repubblica.

Quando risultano fatti che possono formare oggetto di procedimento disciplinare il Presidente verifica le circostanze, ascolta il professionista e riferisce al Consiglio che assume le relative deliberazioni.

All'interessato viene notificato l'addebito, il termine entro il quale può prendere visione degli atti relativi al suo deperimento a giudizio preliminare e produrre le proprie controdeduzioni scritte; il luogo, il giorno, l'ora in cui sarà sottoposto a giudizio disciplinare.

Le sanzioni disciplinari sono:

1)   la diffida a non ricadere nella mancanza commessa;

2)   la censura, cioè la dichiarazione di biasimo per la mancanza commessa;

3)   la sospensione temporanea dell'esercizio professionale;

4)   la radiazione dall'Albo.

La radiazione dall'Albo è pronunciata contro l'iscritto che con la sua condotta abbia compromesso gravemente la sua reputazione e la dignità della professione infermieristica.

Altre cause di radiazione dall'Albo professionale sono le condanne per i reati previsti dal Codice Penale.  Il professionista può essere reiscritto all'Albo se interviene la riabilitazione secondo le norme di legge.

I Collegi Provinciali sono riuniti nella Federazione Nazionale Collegi IPASVI che, a norma di legge deve essere costituita in Roma.  La Federazione Nazionale Collegi IPASVI ha gli stessi obblighi, a livello nazionale, dei Collegi Provinciali e della sua operatività ogni iscritto è costantemente informato attraverso la rivista "L'Infermiere".

I Presidenti dei Collegi costituiscono il Consiglio Nazionale che viene convocato dal Presidente Nazionale, nell'assemblea annuale per l'approvazione della relazione, del bilancio consuntivo e del bilancio preventivo e ogni volta che l'operatività della Federazione richiede l'approvazione del Consiglio Nazionale e devono essere assunte decisioni importanti.

Ogni tre anni, dopo il rinnovo dei Consigli Direttivi dei Collegi Provinciali, viene rinnovato il Comitato Centrale della Federazione che è composto da 7 membri e dai relativi Revisori dei Conti, come per i Collegi Provinciali.

Le modalità di elezione sono uguali a quelle per il rinnovo dei Consigli Direttivi e ogni presidente di Collegio ha a disposizione una scheda per ogni 200 iscritti all'Albo che rappresenta.  All'interno dei 7 membri eletti vengono successivamente distribuite le cariche di Presidente, Vice Presidente, Tesoriere e Segretario, come per i Consigli Direttivi dei Collegi.

CARATTERISTICHE DEL COLLEGIO IPASVI

- autofinanziato: quota annuale fissata dal Consiglio Direttivo e approvata dall'assemblea

- NECESSARIO/OBBLIGATORIO :tutela della professione e sviluppo dei professionisti

- ISCRIZIONE OBBLIGATORIA: tutela dei cittadini (norme vigenti)

- AUTONOMo: regolamento interno e attività che svolge

- DEMOCRATICO: gli organi direttivi sono eletti dagli iscritti

COMPILAZIONE - TENUTA - PUBBLICAZIONE DELL'ALBO

L'Albo è un pubblico registro e può essere definito come l'espressione "viva" della professione. La tenuta dell'Albo è uno dei compiti principali del Consiglio Direttivo del Collegio IPASVI; l'iscrizione avviene in seduta di Consiglio Direttivo con l'esame della documentazione richiesta e presentata dal richiedente.

Tutti i requisiti richiesti devono essere posseduti sia dai cittadini italiani che della Comunità Economica Europea, sia dai i cittadini stranieri. 

L'Albo professionale, pubblicato all'inizio di ogni anno, viene periodicamente aggiornato (ad ogni seduta del Consiglio Direttivo); delle variazioni ne vie. ne data comunicazione agli organi competenti.

L'obbligatorietà dell'iscrizione all'Albo è definitivamente sancita dal DM N° 739/94 "Profilo dell'Infermiere Professionale responsabile dell'assistenza generale" e con la L. 26 febbraio 1999 N° 42.

Attualmente in ogni Provincia esiste il Collegio degli Infermieri professionali, degli Assistenti sanitari e delle Vigilatrici d'Infanzia, costituito con la L. 29 ottobre 1954 N° 1049.

VIGILANZA SUL DECORO E INDIPENDENZA DEL COLLEGIO

I suddetti aspetti riguardano sia l'Ente in esame, sia ogni singolo iscritto.

Il decoro e la dignità della professione sanitaria esercitata dagli iscritti all'Albo del Collegio IPASVI devono essere mantenuti e manifestati nello svolgimento del lavoro come nel comportamento personale, come indica il Codice deontologico.

Tali aspetti sono bidirezionali, dai professionisti nei confronti dei cittadini e viceversa - (valori universali di rispetto per la persona umana).

La vigilanza sul decoro e indipendenza del Collegio, quindi della professione, consiste nel ruolo svolto dal Consiglio Direttivo e dagli iscritti all'Albo per garantire l'integrità della professione sotto il profilo giuridico, deontologico, economico.

RAPPRESENTANZA DEL COLLEGIO PRESSO ENTI ED ORGANIZZAZIONI

Il Consiglio Direttivo del Collegio IPASVI nomina propri rappresentanti in Commissioni regionali, provinciali, comunali, Aziende sanitarie, dando il proprio contributo culturale e professionale.

Il Consiglio Direttivo del Collegio istituisce inoltre propri gruppi di studio per l'elaborazione di documenti da sottoporre alle autorità competenti per lo sviluppo e l'autonomia della professione e per l'attività del Collegio stesso.

PROGRESSO CULTURALE DEGLI ISCRITTI

La promozione e l'attuazione di multiformi iniziative atte a far progredire il livello professionale globalmente inteso, è il secondo aspetto fondamentale che consente, tra l'altro, la realizzazione di quella tutela dei cittadini che è una delle ragioni fondamentali dell'istituzione dei Collegi.

Le iniziative culturali sono:

²  orsi di formazione rivolti a tutti gli iscritti con valutazione finale certificata.

² Costituzione di gruppi di studio su tematiche specifiche.

² Pubblicazione di un periodico informativo e culturale ("Professione Infermiere").

² Convegni regionali e provinciali, Congressi nazionali.

² Pubblicazioni di studi e ricerche.

POTERE DISCIPLINARE

Il Consiglio Direttivo del Collegio esercita il potere disciplinare sui professionisti che esercitano la libera professione.

Fornisce inoltre assistenza legale in caso di procedimento disciplinare agli iscritti all'Albo dipendenti del S.S.N.

Sono fatte salve le disposizioni previste dalle norme giuridiche.

Il procedimento disciplinare viene deliberato dal Consiglio Direttivo e segue le norme previste in tal senso.

Le sanzioni che possono essere irrogate sono:

- diffida

- censura scritta

- sospensione dall'esercizio professionale (da i a 6 mesi)

- radiazione dall'Albo.

INTERPOSIZIONE IN CONTROVERSIE TRA PROFESSIONISTI

Se richiesto, il Consiglio Direttivo può interporsi tra due o più professionisti, cittadini o Enti, per questioni inerenti l'esercizio della professione (in genere per fatti di ordine economico).


L'appartenenza all'Albo

professionale IPASVI

rappresenta per l'Infermiere

la conferma della

identità professionale.

Nota: A seguito dell'ampio sviluppo regionale della sanità è stato costituito in ogni Regione il Coordinamento dei Collegi IPASVI allo scopo di integrare le attività che hanno un valore e un'importanza sovraprovinciale.


L'ASSISTENZA INFERMIERISTICA DALL'ANTICHITA' ALL'ETA' MODERNA

Raffaele A. Bernabeo

Pres.Soc.It.Storia Scienze Biomediche e Istituzioni Sanitarie

E'  presumibile che fin dall'antichità più remota "l'uomo medicina" fosse  affiancato nell'attività pratica da persone, appartenenti al clan familiare e alla tribù, che operavano per vocazione  spontanea, come stanno a dimostrare le consuetudini assistenziali  delle popolazioni primitive  a noi coeve. Tuttavia, la più antica testimonianza  di  un'attività infermieristica  ce  la offre  il "Veda delle formule sacre"  o  "Libro  della Lunga Vita" (Yajiur-Veda), che, nel  raccogliere il pensiero religioso ispirato  per  tradizione da Brahma (1), configura la presenza, accanto  ai  medici-sacerdoti, di personale adibito all'assistenza di base dei malati.

Per  quanto riguarda, invece, il mondo occidentale solo con lo sviluppo  delle strutture  ospedaliere apprestate dalle Legioni romane in epoca  imperiale  (i "Valetudinari") si ha l'introduzione certa e stabile di personale  subalterno, esente  dal servizio attivo e addetto specificatamente a coadiuvare  i  medici militari  nella  cura  dei soldati feriti e malati  (i  c.d."capsari",  perchè dotati  di  una sacca contenente materiale di medicazione e medicinali.  Fu comunque  l'attività caritativa cristiana  a favorire lo  sviluppo  dell'assistenza  infermieristica,  in quanto espressione d' amore per  i  "fratelli  in Cristo"  bisognosi.  Quest'opera - riccamente documentata dal  fiorire,  nella fase  di trapasso dalla romanità ai regni barbarici, di xenodochi (ospizi  per stranieri),  nosocomi (case per malati),  gerontocomi (ricoveri per vecchi)  - fu  inizialmente prestata da singoli cittadini, pie donne (2) e  altri  "servi dei  poveri",   poi  da comunità monastiche come i Benedettini (529)(3)   e  i Vallombrosani (1030)(4).

Con  l'intensificarsi  di commerci, guerre e pellegrinaggi verso i  centri  di culto  (principalmente Roma e Gerusalemme) si determinò,  successivamente,  il moltiplicarsi  di Congregazioni religiose e Confraternite laiche,  maschili  e femminili,  che,  legalizzate da Bolle papali, s'impegnavano,  emettendo  solo  voti  "semplici"  (sia temporanei che perpetui), a praticare, senza  scopo  di lucro,  opera di soccorso ai viandanti. Caratteristica di queste  associazioni fu  la  costruzione, lungo le principali vie di comunicazione  e  sui  valichi montani,  di "hospitalitas hospitium" (donde derivò il termine di  "ospedale") presso  i quali gli affiliati svolgevano, volontariamente, regolare  servizio, mentre  l'intervento  del medico e del chirurgo avveniva  saltuariamente  e  a pagamento. In queste strutture principio fondamentale era il concetto  (ribadito  ancora nel IV Concilio Lateranense del 1216) che ci  si  doveva occupare anzitutto della salute spirituale del paziente, in quanto peccatore e perciò sottoposto "a prova" dal Signore, poi del suo ristoro e cura.

Secondo il manoscritto Ad reclusos et simplices, compilato nell'852 dal  carolingio Incmaro (806-882), arcivescovo di Reims, i primi segni di questo  movimento  si  sarebbero verificati in Francia nel VII secolo.  Tuttavia,  il  più famoso  di questi sodalizi fu quello costituito nel 1070  dall'amalfitano  fra Gerardo de'Sasso per assistere i pellegrini a Gerusalemme, che, preso nome  di  Ordine  di  San Giovanni Battista (mantello nero con gran croce  bianca  sulla spalla),  ottenne, per interessamento del Califfo Fatimide  d'Egitto,  un'area del  centro commerciale della città per erigervi una Chiesa in onore di  Santa Maria  Latina,  con Cappella dedicata al Battista, e un Ospizio  per   infermi (accanto  al  quale, in un secondo tempo, sorse l'Ospizio femminile  di  Santa Maria Maddalena, retto da Benedettine)(5).

Solo  a partire dal 1163, quando il Concilio di Tours  ribadì che per il  credente  era  obbligo morale prestare assistenza agli  infermi,  cominciarono  a  costituirsi veri e propri Ordini Ospedalieri, militari e religiosi, in  genere a  funzione polivalente (6). Taluni, però, si specializzarono  già  all'inizio dell'XI  secolo, come i Cavalieri di San Lazzaro di Santa (Ordine  fondato  da papa Damaso II prima di morire nel 1048), che, vestiti con un saio nero a gran croce verde (biforcata dal XVI secolo) sul petto, si dedicarono alla cura  dei lebbrosi  in  Ospedali "fuori mura" (i "Lazzaretti")  costruiti  in  Palestina  (7).

Particolare  importanza acquisì, poi, l'Ordine di Santo Spirito  che,  fondato intorno al 1170 da Guy de Montpellier col compito di prestare aiuto all'infanzia abbandonata (brefotrofi e orfanotrofi) e riconosciuto da Innocenzo III con Bolla  del 21 aprile 1198, si diffuse rapidamente in Francia e Germania,  finchè, divenuto Ospedaliero nel 1202, assunse per volontà del Papa la  responsabilità dell'O. di S. Maria in Roma (poi O. di S.Spirito in Sassia), che allora contava  300 letti (8). L'Ordine, che fu il primo a professare il quarto  voto (ossia quello della "perpetua e completa ospitalità" al prossimo  sofferente), differenziò ben presto i servizi, organizzando un reparto infettivi e uno  per incurabili, un reparto  maternità, uno per esposti e orfani, un  gerontocomio, un  istituto  di  redenzione per traviate, un reparto  per  pazienti  solventi (unico esempio nell'antichità), un servizio ambulatoriale in grado di praticare 1000 prestazioni al giorno, una farmacia aperta al pubblico. Il Regolamento (9) prevedeva che una volta alla settimana i monaci e gli "oblati"(10) percorressero la città per raccogliere i malati abbandonati per strada,  trasportandoli  all'ospedale  con apposite lettighe. All'ingresso ogni  paziente  veniva lavato da capo a piedi, fornito di un adeguato corredo,  confessato e  comunicato,  quindi,  allettato singolarmente. I monaci, poichè  i  medici  venivano chiamati solo in caso di estrema necessità, badavano all'assistenza  sanitaria corrente  e  alla preparazione dei farmaci, tenevano  l'amministrazione  e  la disciplina (anche con punizioni corporali "pedestri"). Gli oblati  accoglievano in deposito danari e oggetti personali dei ricoverati (rilasciando regolare ricevuta), somministravano i farmaci prescritti, sorvegliavano la distribuzione del vitto,  controllavano la biancheria,  le cucine e l'igiene personale  e ambientale,  raccoglievano lamentele e istanze dei ricoverati,  parlavano  coi loro  famigliari.  Gli inservienti dovevano provvedere a rifare  i  letti,  al ricambio  di indumenti e panni, alla pulizia, anche personale dei  malati.  La giornata si apriva con la Messa e si concludeva con la preghiera collettiva di ringraziamento. 

Altrettanto   diffusa  fu la Confraternita dei Cavalieri  Teutonici  di  Santa Maria in Gerusalemme (mantello bianco con grande croce nera), che,  costituita dalla Lega dei Commercianti di Brema e Lubecca nella prima metà del XII secolo per dare assistenza ai pellegrini tedeschi in Terrasanta, fu riorganizzata  da Hugo  de Payens nel 1118 e cominciò l'attività ospedaiera con l'erezione,  in occasione  dell'assedio di San Giovanni d'Acri (1189-1191), di  una  tendopoli per i crociati feriti e malati  presso la moschea di Al-Aqsa(11). 

Grande  notorietà ebbe anche la Confraternita dei Cavalieri di San Giacomo  in Altopascio,  che  si prodigò negli Ospedali e Ospizi costruiti nei  punti  più disagevoli della cosiddetta  "via Francigena". Costituita nel 1050 per volontà della  famiglia Porcari di Lucca e per iniziativa di tre frati  (Bonizza,Omiccio, Teuperto) ebbe sede ad Altopascio dove fu eretto uno xenodochio  dedicato ai SS. Jacopo,Egidio e Cristoforo (12).

Congregazione  ospitaliera   non  militare fu  quella  degli  Antoniani,  che, istituita da Gaston de Provence nel 1093 a La Motte San Didier (la diocesi  di Vienne nel Delfinato dove erano state trasportate dall'Oriente le reliquie  di Sant'Antonio Abate, protettore dei malati di "fuoco sacro") (13), si trasformò in  religiosa  nel 1197 (14).  Altrettanto dicasi dell'Ordine dei  Trinitari,  o della Santissima Trinità, istituito nel 1194 da Giovanni di Mathe e Felice  di Valois a Cerfroid (Meaux) per il riscatto dei cristiani prigionieri dei  saraceni. Approvato nel 1198, organizzò un vero e proprio servizio di cappellani e infermieri  che, deputati inizialmente all'assistenza spirituale e fisica  dei feriti  durante le Crociate in Terrasanta, si diffusero in seguito  per  tutta Europa (15).



Fra  XIV e XV secolo l'impegno caritativo dei singoli cominciò a  declinare  e gli  Ospedali  mutarono sostanzialmente, trasformandosi da privati,  com'erano stati fino ad allora, in pubblici,  col coinvolgimento  delle autorità  civili  nella gestione delle attività nosocomiali,mentre assistenziale restò affidata ai  religiosi.  L'ospedalità  assunse allora carattere di servizio sociale  e  nei contratti  dei medici e dei chirurghi "condotti" furono previste clausole  che imponevano loro di effettuare regolari visite di controllo ai malati spedalizzati.   Il   personale   strutturato  fisso  comprendeva:  il   Guardiano(o "preposito"),in genere un religioso cui competeva il controllo delle entrate e delle uscite e l'amministrazione;  l'Infermiere (o "ministro degli infermi")che, oltre ad assumere i  compiti degli oblati,  doveva coadiuvare l'operato dei sanitari e  seguirne le prescrizioni; il Barbiere- Chirurgo con funzioni di "chirurgia minore"; lo Speziale; il Cappellano; le Serventi addette alle pulizie.

Nel  contempo le diverse Corporazioni d'Arti e Mestieri dettero vita ad  associazioni   (le "Consorterie") a carattere non confessionale  con  finalità  di mutuo  soccorso  nei confronti degli iscritti caduti in povertà.  Famosa,  fra queste, la Compagnia della Misericordia (16) che, diffusa in  Toscana e tuttora  attiva, fu fondata a Firenze nel 1240 da Pier Luca Borsi, capo  dell'Associazione dei Facchini dell'Arte della Lana, per dare (fra l'altro)  assistenza agli   associati  feriti  e malati. Con le multe comminate ai  soci  per  ogni bestemmia profferita fu dapprima attrezzato un Servizio di Ambulanza dotato di lettighe  per il trasporto  agli Ospedali, quindi furono  attivati  Ambulatori per  il pronto soccorso. La Consortia dei Foresti di Genova, sorta  nel  1389, contemplò invece  nello Statuto, approvato con  Brevetto comunale del 1485, l' assistenza   agli iscritti (generalmente marittimi) in ogni parte  d'Italia  e d'Europa.  Il  consocio bisognoso, "purchè il male non  fosse  volontario,  ma mandato da Dio Signore", veniva assistito a domicilio a cura dell'associazione e,  se del caso, ricoverato in "letti di Consortia" convenzionati (  a  Genova presso l' Ospedale " de' Foresti").

Compagnie  e Confraternite del "Divino Amore", composte di laici  e  religiosi che non profferivano  voti, ma vivevano nel secolo ed erano sodali  nell'opera caritativa,  si svilupparono fra XV e XVII secolo. Antesignana risulta  essere quella  costituita  a  Genova il 26 dicembre 1497  da Ettore  Vernazza  e  tre compagni (ispirati da Santa Caterina Fieschi-Adorno) per assistere i  luetici. Identica finalità espresse l'Ordine dei Teatini, chierici regolari  costituiti a  Roma  nel  1524 da Gaetano da Thiène (1480-1547) e Gian  Pietro  Carafa  da Chieti (il futuro papa Paolo IV); mentre l'omonima Congregazione femminile  fu formata, nel nome della Santissima Concezione di Maria Vergine Immacolata,  da Orsola  Benincasa (1547-1618) nel 1583. A quest'Ordine si deve  la  fondazione degli "Ospedali per Incurabili" in Italia (Venezia, Napoli, Roma, e così via), Europa e Oriente.

L'Ordine  Ospedaliero della Carità trova invece le sue origini nell'opera  del portoghese  Juan Ciudad (San Giovanni di Dio,1495-1550), che nel 1537 fondò  a Granada  un  Ospedale per accogliere gli infermi abbandonati  nelle  pubbliche vie.  Egli  ispirò in breve un gruppo di seguaci che, oltre a  pronunciare  il quarto voto (come l'Ordine di Santo Spirito), promettevano di essere vicini ai bisognosi  fino  all'ora della morte. Alla sua  scomparsa,  la  Congregazione, caratterizzata  dal  motto con cui veniva praticata  l'elemosina:" Fate-Bene-Fratelli a voi stessi in nome di Dio", si diffuse per ogni dove (17).  Riconosciuti  da Pio VI nel 1571, i Fatebenefratelli, particolarmente  impegnati  in compiti  di  "bassa" chirurgia (cateterismo, clisteri,  medicazioni,  salasso, asportazione di denti, e così via) e malattie dermatologiche, aprirono a Roma il 25 marzo 1581 un Ospizio di  20 letti in una casa d'affitto in Piazza di Pietra, ma  l'anno  successivo furono sollecitati da Gregorio XIII (il bolognese Ugo Buoncompagni) a organizzare un ospedale più consono alle esigenze della Città presso la  Chiesa-Ospizio di San Giovanni Calibita sorta nel IX sec. sull'Isola Tiberina  (sui resti di  un Cronicario romano dedicato a Esculapio nel 291 a.C. e dello  Xenodochio di Anicio del V sec.). Il complesso, divenuto operativo nel 1584, fu articolato  su  tre piani: al piano terra una Corsia di degenza di 25 letti  per  lato (con  un rapporto infermieri-pazienti di 1 a 2), al primo  piano  l'Infermeria  di  "Sant'Orsola",  al piano alto il guardaroba. La Regola prescriveva  che  i Fratelli  avessero  cura di accogliere  "secondo fede, carità e  scienza"  gli infermi di "febbre non abituale", senza distinzione di nazione, razza e  religione: raccogliendoli dalle strade, lavandogli i piedi e aiutandoli a  vestire la camicia bianca, dotandoli di berretta,  giubba  e pianelle verdi, assegnandogli un posto-letto a baldacchino (per un'area di 2mq) con  relativa biancheria  (cambiata una volta la settimana),  porgendogli  all'ora stabilita  (dopo il  lavacro  delle  mani e del volto) un pasto  caldo,   somministrandogli  le medicine secondo le prescrizioni della Cartella di memoria stilata dal  medico e  coadiuvandoli nelle necessità fisiologiche (Regla y constituciones para  el Hospital de Juan de Dios desto Ciudad de Granada, 1585) (18).

Nel  1548  Filippo  Neri (1515-1595) istituì  a Roma  la  Confraternita  della Santissima  Trinità, rappresentata da laici e sacerdoti secolari   dediti,  in particolare,  ai convalescenti poveri destinati, una volta dimessi,  a  morire sul lastrico, poichè  la società del tempo non offriva loro assistenza alcuna: ai Filippini si deve, così, la costruzione dei primi Convalescenziari.  Riformati  nel  1575, ebbero riconoscimento legale nello stesso anno con  Bolla  di Gregorio XIII e furono definitivamente approvati nel 1612 da Paolo V.

Nell'agosto del 1582 anche Camillo de Lellis (1550-1614)(19) ebbe l'ispirazione  di  dare vita a una Compagnia di chierici regolari (quella  dei  "Ministri degli  Infermi" ad abito talare con croce rossa sul petto)(20)  per  rimediare alla carenza di personale infermieristico nell'O.di San Giacomo degli  Incurabili di Roma, del quale, come "maestro di casa", era responsabile  amministrativo.   Il 18 marzo 1586 Sisto IV riconobbe la comunità dei Camillini e  il  5 settembre 1591 Gregorio XIV la elevò a Ordine  con la facoltà del quarto voto, allargando peraltro l'assistenza alle carceri, ai lazzaretti, ai malati  domiciliati e ai feriti in guerra (21).

In un mondo strutturato prettamente al  maschile fu merito particolare del francese Vincent de Paul  (San Vincenzo de Paoli, 1581-1660) la fondazione, nell'agosto del  1617, della prima  Compagnia  femminile, quella delle Figlie della Carità("Serve dei  poveri  malati"),che furono  riconosciute il 29 novembre del 1633. Esse si dedicarono  inizialmente all'assistenza   a  domicilio, ma già nel 1634 fu affidata loro  la  cura  dei degenti negli Ospedali (a cominciare dall'Hotel Dieu di Parigi), nei Lazzaretti  e  nei Convalescenziari militari. Proscritte nel 1792,  esse  continuarono tuttavia la loro opera in abito civile e a titolo privato fino al 30 settembre 1807,  quando Napoleone I  ricostituì le Congregazioni  Ospedaliere  Femminili ponendole sotto la tutela della madre Letizia.    

Nel  corso del secolo XVIII, per l'influenza del pensiero illuminista   e   lo sviluppo delle prime attività industriali, si affermò il diritto dell' individuo  all'assistenza non più in base al concetto di pietas cristiana,  ma  come dovere  dello Stato nei confronti del cittadino, tenuto conto dell'  interesse economico  rappresentato dal rapporto fra salute del singolo e comunità  (22). Nel  contempo  si  diffuse l'auspicio che anche la  tutela  ospedaliera  degli infermi (più che quella domiciliare) fosse assunta direttamente  dall'autorità civica, alla quale anche l'azione caritativa della Chiesa doveva essere subordinata. La creazione di una vera e propria organizzazione sanitaria statale fu tuttavia esplicitamente propugnata solo con la Carta francese del 3  settembre 1791,  ribadita nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 29  marzo  1793.  Disciolte, quindi, tutte le Congregazioni religiose (a seguito dell'Editto del 6  aprile 1792), con i Decreti 1 ottobre 1793, 11 maggio e 11 luglio  1794  fu ordinata  la vendita a favore dello Stato dei beni delle Opere Pie: norme  con le  quali s'intese di fatto conseguire la completa laicizzazione  dei  servizi assistenziali,  istituire il soccorso ospedaliero e domiciliare per tutti  gli infermi indigenti e aprire ospizi per i convalescenti privi di domicilio.  

Principi  innovatori  che,  a seguito del Regolamento di  polizia  medica,  di sanità  continentale e marittima nel Regno d'Italia promulgato da Napoleone  I il  5  sett. 1806 e successivamente esteso a tutta  l'Europa  bonapartista  (e mantenuto dopo la Restaurazione) , dettero vita a quella radicale riforma dell' assistenza pubblica che, nel definire, fra l'altro, la pianta organica  ospedaliera in senso verticistico, non solo attribuì una  chiara  identità professionale al personale infermieristico, ma evidenziò l'assoluta  necessità di  associare  alla vocazione la qualità della formazione, tenuto  conto  delle rinnovate  esigenze sociali e tecnico-scientifiche. Da qui l'  attivazione  di adeguate  Scuole teorico-pratiche, prima fra tutte quella aperta nel 1836 dal  pastore Theodor Fliedner (1800-64) a Kaiserswerth presso Duesseldorf per formare le Diaconesse infermiere (o "Sorelle della Carità Protestanti"),alla quale si ispirarono sia Elisabeth Fry che Florence Nightingale nel promuovere l "autentica" professionalità della Categoria.

NOTE

1) Un'organizzazione ospedaliera strutturata, che contemplava anche la  figura dell'infermiere,  si  sviluppò, tuttavia, nel subcontinente  asiatico  solo  a partire dal  sovrano buddista Asoka (274-232 a.C.).

2)  Fra  le prime infermiere è da annoverare Fabiola (+399), che  istituì  una "casa per infermi" in Trastevere nel 380.

3)  La  Regola di San Benedetto, dettata nel 538, al Cap.XXXVI  "De  Infirmis" così  recitava:"l'Assistenza  agli infermi precede ogni altra cosa;  curate  i vostri malati come se doveste curare Cristo stesso, perchè servendo  l'infermo servirete  Cristo  stesso, perchè Egli ha detto: ero infermo e  voi  mi  avete visitato......Ma anche gli infermi devono riflettere che essi vengono assistiti  affinchè si compiano dei fatti che piacciono al Signore, quindi  che  essi non disturbino gli Infermieri con dei desideri troppo gravosi".

4) Fondati da San Giovanni Gualberto (995-1073), furono trasformati in  Ordine nel 1055 da papa Vittore II.

5) Approvato nel 1193 da papa Pasquale II, passò, dopo la caduta di Gerusalemme,  a   San Giovanni d'Acri, Candia, Creta, Limisso (Cipro),  Rodi,  Messina, Baya,  Civitavecchia, Viterbo, Nizza, e il 25 marzo 1530, per  concessione  di Carlo V, a Malta, dove prese il nome di Sovrano Militare Ordine  Gerosolimitano. Nel 1798, durante l'occupazione francese, si trasferì a Catania, Ferrara e nel  1834 a Roma, dove ha tuttora sede. La Carta Costituzionale dell'Ordine  è stata confermata  da Giovanni XXIII con Breve del 24 giugno 1961 e ha  riconoscimento internazionale.

6)  Gli  Ordini Ospedalieri, dapprima retti secondo norme  personalistiche,  a seguito  del Concilio di Parigi del 1212 furono sottoposti dal punto di  vista religioso  all'osservazione  della Regola di Sant'Agostino, per  le  norme  di "perfezione" in essa contenute, dal punto di vista assistenziale i loro Statuti  ricalcarono invece (tranne i Fatebenefratelli) quello dei  Gerosolimitani, dettato da Raymond de Puy fra 1125 e 1153 e modificato da Roger de Moulins nel 1181.

7)  Allontanati dai saraceni nel 1291, si portarono in Sicilia, poi a Capua  e Orléans, quindi si diffusero per tutta Europa. Nel 1572, per volontà di Gregorio  XIII, furono uniti alla Sacra Milizia di San Maurizio, libera  unione  di romiti vedovi costituita l'8 ottobre 1434 da Amedeo VIII di Savoia  (portavano abito  grigio  con  croce d'oro trifogliata). L'Ordine dei  Santi  Maurizio  e Lazzaro, rinnovato da  Vittorio Emanuele I nel 1816, divenne, col Regno d'Italia, istituzione ospedaliera e assistenziale, confermata dalla Repubblica  nel 1951.

8) L'Ordine prestò servizio fino alla soppressione voluta il 1 luglio 1847  da Pio IX.

9) Il  Liber Regulae sive Statuta Hospitalis S.Spiritus,   conservato  all'Archivio di Stato di Roma (Codice 3193), consta di 251 Fogli di 450x320mm con 62 miniature.

10)  Gli  Oblati erano laici  che, spinti dal sentimento  religioso,  facevano "dono  incondizionato" di sè e dei propri beni alla Chiesa e  si  conformavano alla  vita  conventuale, entrando a far parte di un Ordine da loro  scelto  al quale facevano "promessa di ubbidienza" e di cui vestivano l'abito.

11) Riconosciuta da Onorio II nel 1128 come Militia Christi et Templi  Salomoni, fu approvata da Clemente III nel 1191  e trasformata in Ordine da Innocenzo III nel 1199. Diffusasi per tutta Europa (specie Orientale), assunse quindi

una prevalente funzione militare, tanto da costituire uno Stato sovrano (XIII-XVI  secolo) con capitale a Marienburg. Nel 1525 lo Stato finì e  l'Ordine  fu ridotto alla sola attività ospedaliera fino alla soppressione voluta da  Napoleone  I  nel 1809. Ricostituito a Vienna nel 1839 come  Ordine  cavalleresco-ecclesiastico dedito al soccorso dei poveri e degli infermi, dopo la I  guerra mondiale è divenuto esclusivamente monastico con personale maschile e femminile addetto alla cura dell'infanzia e all'assistenza dei malati.

12)  Nel 1239, sotto il rettorato di fra Gallico, la Confraternita fu  elevata da  Gregorio IX a Ordine, che si estese per tutta Europa fino al 1459,  quando Pio II lo soppresse.

13)  Termine che attualmente è riferito all'herpes zoster, mentre nel  passato stava  a  indicare quella sindrome -caratterizzata  da  delirio,  convulsioni, dolori  osteocopi,  ascessi ghiandolari, gangrena secca- che  prende  nome  di ergotismo. Conseguente alla presenza di un fungo tossico, la claviceps  purpurea, nella farina di segale, questa tossiemia diminuì quando la  panificazione con  grano  soppiantò  la segale e si svilupparono l'aratura  e  il  drenaggio profondi.  Tuttavia,  epidemie si sono avute ancora nel 1926 in Russia  e  nel 1953 in Francia.

14) Ottenuto il   riconoscimento nel 1205 da Urbano II e la trasformazione  in Ordine da Bonifazio VIII nel 1297, furono  incorporati all'Ordine di Malta nel 1775 e soppressi nel 1848 da Pio IX.

15) Riformato nel 1578 da Gregorio XIII, divenne Ordine Mendicante  nel 1609 e fu  soppresso dalla Rivoluzione francese. Ricostituito con la Restaurazione  è tuttora operante, specie in terra di missione.

16)  In tempi moderni sono state costituite anche Congregazioni femminili:  le "Suore  Ospitaliere della Misericordia", fondate a Roma nel 1821 (e  approvate nel  1827) da Teresa Orsini Doria di Gravina; le "Suore della Misericordia  di San Gerardo", fondate nel 1891 a Monza e approvate nel 1948; le "Figlie  della Misericordia e della Croce" fondate a Partinico nel 1892 e approvate nel 1928.

17)  A Bologna i FBF operarono dal 1 luglio 1607 al 17 marzo 1797 presso  l'O. di Sant' Antonio Abate posto in Strada Maggiore (attuali numeri 79-81).

18) In occasione dell'occupazione francese del 1796 la tradizione plurisecolare di efficienza e disponibilità dei Fatebenefratelli li preservò dallo  scioglimento, anzi fu loro affidata (fino alla Restaurazione) anche  l'amministrazione degli altri Ospedali della Città e l'assistenza domiciliare delle  famiglie  indigenti. Sarà la Legge  unitaria del 7 luglio  1866 a determinare  nel 1875 l'esproprio dell'Ospedale, la cui amministrazione rimase peraltro affidata  ai  Fatebenefratelli costituitisi in "Società  Anonima  Immobiliare  Isola Tiberina". Solo nel 1937, a seguito della Conciliazione, fu nuovamente riconosciuta personalità giuridica all'Ordine, che riprese di diritto la responsabilità amministrativo-sanitaria del complesso dove tuttora opera.

19) Il 27 maggio 1886 Leone XIII col Decreto Inter omnigenas virtutes dichiarò

San  Giovanni di Dio e San Camillo de Lellis "Patroni degli Ospedali  e  degli Infermi". Il 28 agosto 1930 Pio XI, col Breve Expedit plane, li proclamò anche "Patroni degli Infermieri, Infermiere e loro Associazioni".

20)  Esistono  analoghe  Congregazioni femminili: le  "Serve  degli  infermi", costituite a Lione nel 1764; le "Sorelle degli infermi di San Camillo", fondate nel 1829 da Maria Brun Barbarini;  le "Figlie di San Camillo", istituite  a Roma nel 1896 da suor Giuseppina Vannini e da padre Luigi Tezza.

21)  La  prima campagna militare alla quale la Congregazione  prese  parte  fu quella condotta in Ungheria da Gian Francesco Aldobrandini, che per volere  di Clemente VIII si unì all'Armata imperiale nella lotta contro i Turchi.

22) Importante, al riguardo, l'opera del filantropo inglese John Howard (1726-1790),  che, intrapreso nel 1784 un viaggio in Europa per conoscere i  diversi sistemi  assistenziali, pubblicò i risultati delle sue indagini in An  Account of  the  principal Lazaretoes in Europe with various Papers  relative  to  the Plague, together with Further Observations on some Foreign Prisons and  Hospitals an Additional Remarks on the present State of These in Great Britain  and Ireland (London,1789).

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L'EVOLUZIONE DELLA PROFESSIONE INFERMIERISTICA

NEL CONTESTO SOCIO-SANITARIO ITALIANO TRA '800  E '900

Relazione di  Alessandra Fiumi

INTRODUZIONE

         L'assistenza, intesa come l'arte del  "prendersi cura", del farsi carico delle persone malate e sofferenti ha fatto parte della cultura e della saggezza dei popoli fin dai tempi più antichi.  Una storia dell'assistenza,  necessariamente, è quindi  "storia di lungo, di lunghissimo periodo"  durante il quale i modi, i luoghi, i protagonisti hanno conosciuto cambiamenti e modificazioni che, in gran parte, hanno seguito la più generale evoluzione della società e della cultura attraverso i secoli.   Usando una terminologia cara agli storici, si può dire che la parabola complessiva dell'assistenza, del prendersi cura dei malati in modo più o meno "professionale" tra virgolette sia stata  storia di lunga durata; all'interno di questa lenta evoluzione tuttavia si possono evidenziare dei momenti "cruciali" che ne hanno rappresentato delle svolte.

         Il periodo preso in esame da questa relazione, cioè quello che va dall'inizio del XIX secolo (con tutte le eredità e le sopravvivenze dei secoli immediatamente precedenti) fino al primo quarto del XX secolo (cioè fino agli ordinamenti del 1925 e del 1929) può essere considerato uno di questi momenti cruciali. E' infatti in questo periodo, gravido di fermenti intellettuali e ricco di scoperte scientifiche, erede delle profonde trasformazioni che avevano interessato la società nel suo complesso e la medicina in particolare nel secolo precedente, che anche l'assistenza conosce una profonda trasformazione che, nel giro di pochi decenni, vedrà mutare in modo sostanziale il mondo infermieristico italiano.

         Prima di entrare nel vivo della relazione vorrei soffermarmi su un punto: spesso si dice che i mutamenti che interessarono il mondo sanitario italiano furono determinati soprattutto dalle scoperte tecnico-scientifiche di questo periodo. Ciò è senz'altro vero. Tuttavia, l'evoluzione del sapere medico e tecnico, da soli, non bastano a giustificare la profonda trasformazione del mondo sanitario in senso moderno. Altri fattori entrarono in gioco: i mutamenti economici, urbanistici, lavorativi che determinarono una rapida modificazione del tessuto sociale e della struttura familiare; condizioni di vita che andavano lentamente migliorando; nuovi assetti legislativi che definirono in modo più dettagliato e moderno le funzioni degli istituti sanitari; infine una diversa mentalità, un diverso vissuto della popolazione nei confronti della medicina e degli ospedali. Questi fattori, unitamente alle scoperte nel campo della medicina determinarono le condizioni favorenti alla trasformazione della sanità italiana di fine secolo.

 Cercheremo allora di delineare la cornice entro la quale si collocò l'evoluzione dell'assistenza infermieristica tra '800 e '900.

         Questa relazione si divide idealmente in tre parti anche se nella storia le suddivisioni in periodi rischiano sempre di essere arbitrarie e riduttive poichè i suoi ritmi non seguono periodizzazioni lineari e rigidamente sequenziali.

EREDITA' DEL PASSATO: L'OSPEDALE TRADIZIONALE

         Nella prima metà del XIX secolo la società italiana mantenne nel complesso una fisionomia tradizionale. Nonostante gli importanti mutamenti economici, sociali, demografici, urbanistici che cominciarono a segnare il travagliato passaggio da Paese prevalentemente agricolo a Paese agricolo-industriale, l'Italia era ancora un Paese sostanzialmente povero e fondamentalmente arretrato. Nel secolo precedente, il 1700, vi era stato un miglioramento delle condizioni di vita, segnalato dal calo della mortalità e dall'innalzamento della speranza di vita alla nascita; ma  questo miglioramento non fu nè omogeneo nè rapido. In realtà molti vivevano in condizioni di povertà e di sottoalimentazione, aggravate spesso dalla massiccia urbanizzazione che seguì il processo di industrializzazione del Paese e che contribuì a formare, nelle città, uno strato di popolazione emarginato e indigente. L'analfabetismo era largamente diffuso; le condizioni igienico-abitative erano spesso precarie e in molte realtà mancavano un adeguato sistema fognario e un acquedotto sicuro. Per molte famiglie il fabbisogno alimentare rimaneva un problema quotidiano, aggravato dalla piaga della disoccupazione e dalla tenuità dei salari.  La mortalità rimaneva comunque elevata soprattutto nei primi anni di vita e non erano ancora state debellate le principali patologie come la malaria, la pellagra e la tubercolosi, che rappresentavano un vero e proprio flagello e che erano fondamentalmente legate alle condizioni di povertà e di malnutrizione.

        

         In questo periodo l'ospedale conserva ancora la fisionomia del vecchio nosocomio settecentesco e manteneva fondamentalmente una funzione di ricovero,  di cronicario più che di luogo di cura vera e propria. Il carattere di cronicario dei nosocomi è confermato da alcuni documenti riportati da P. Frascani dai quali risulta che, ancora nella seconda metà del secolo, la metà dei ricoverati negli ospedali del Regno era rappresentata da pazienti cronici e/o defedati la cui degenza si protraeva per settimane o per mesi, riguardando spesso gli stadi finali della malattia. Le autorità municipali inoltre tendevano a considerare l'ospedale come luogo di controllo e di contenzione per le classi  "pericolose" della città: poveri, alcolosti, ragazze esposte, malati mentali...

         Da un punto di vista architettonico gli ospedali in genere non rispondevano a esigenze di tipo sanitario: quasi sempre a nuove realizzazioni  si preferirono continui riadattamenti e ristrutturazioni di edifici preesistenti, nati generalmente con funzione diversa, monumentali  ma spesso inadatti come spazi, percorsi, arredi alla cura degli infermi e al rispetto di criteri igienici e di salubrità ambientale.

                   Il quadro nosologico prevalente era caratterizzato da patologie di origine infettiva o carenziale come la pellagra, la malaria, le malattie dermatologiche e gastroenteriche e le patologie dell'apparato respiratorio tra cui spiccava la tubercolosi.

         I successi della medicina erano scarsi e molte guarigioni avvenivano più per il naturale decorso della malattia che per merito dei rimedi adottati, i quali erano spesso più nocivi che utili. Nonostante le numerose scoperte scientifiche dei secoli precedenti e del periodo ( si pensi agli studi di anatomia microscopica, alla scoperta del vaccino antivaioloso del 1776, agli studi sulla cellula e sulla patologia cellulare...) la pratica medica  rimase legata a rimedi tradizionali ed empirici. Le terapie comunemente usate si basavano  su pochi medicamenti classici: la china, il chinino, la digitale, l'oppio, i digestivi erano tra le sostanze più comuni; un buon vino era considerato ottimo rimedio per molti mali; i purganti drastici e i  "vomitivi" erano usati d'abitudine; il sanguisugio e ancora di più il salasso erano  oggetto di vero e proprio abuso.

         La chirurgia era ancora pericolosa. Le pratiche più tradizionali erano le amputazioni, la riduzione di fratture, la puntura di globi vescicali: A volte venivano effettuati interventi più complessi come erniotomie o parti cesarei ma i risultati erano spesso disastrosi. I tentativi di interventi addominali e toracici erano quasi sempre letali.  Le abilità del chirurgo erano la velocità e la robustezza, per compensare la scarsa emostasi e la contrattura muscolare del paziente, causata dal dolore. Spesso gli interventi erano eseguiti in un'aula di lezione e non in una sala chirurgica vera e propria; il paziente veniva legato con cinghie al tavolo chirurgico e il sangue era deterso con spugne imbevute di acqua ghiacciata. Terminato l'intervento i margini della ferita venivano riaccostati e veniva  effettuata la fasciatura. La setticemia e la gangrena spesso accompagnavano il decorso post-operatorio e la mortalità era elevata.

         Non c'è quindi da meravigliarsi se il ricovero fosse vissuto dalla popolazione come un pericolo e  come una vergogna: dover ricorrere alle cure ospedaliere assurgeva a status sociale negativo.

         Nelle campagne la popolazione preferiva ricorrere alla tradizionale  rete di solidarietà (soprattutto femminile) che offriva pareri, medicamenti e rimedi elaborati nel corso dei secoli e ancora legati a pratiche superstiziose oppure all'opera di guaritori, acconciaossa, barbieri, che formavano una variegata schiera di personaggi spesso in competizione col medico e con la medicina ufficiali.  Nelle città ricorreva all'ospedale la vasta area del sottoproletariato urbano  toccato dal bisogno e dalla malattia, che non aveva alternative di nessun genere. Le classi più abbienti preferivano le cure a domicilio da parte del proprio medico di famiglia, che erano ritenute più sicure.

         All'interno degli ospedali l'assistenza infermieristica era affidata a tradizionali  figure di serventi o di "infermiere" (sovente questi due termini erano usati come sinonimi).

In molti casi si trattava di donne di umile estrazione sociale, che spesso provenivano dalle campagne e che in città non avevano trovato altra prospettiva che  "affidarsi" ad un  ospedale e lì prestare la loro opera a volte in cambio del puro sostentamento. Descritte come rozze, sporche, analfabete, dedite all'ubriachezza e alla licenziosità, in molti casi esse non avevano neppure alloggi propri ma dormivano vicino alle corsie e ivi prendevano i pasti. Nessun ospedale aveva posto l'obbligo per le infermiere di possedere la licenza elementare; spesso ci si accontentava che la donna sapesse appena leggere e scrivere e in molti casi non era richiesto neppure quello. Le attività svolte da queste infermiere erano di tipo domestico e di basso livello professionale: l'igiene del malato, la somministrazione del vitto,  la pulizia degli ambienti, l'applicazione di sanguisughe, l'esecuzione di clisteri, la medicazione di piaghe...

         Anche gli infermieri uomini erano numerosi all'interno degli ospedali (soprattutto manicomiali) dove espletavano funzioni per le quali era necessaria, piuttosto che una specifica preparazione professionale, la mera forza fisica. Spesso essi appartenevano al ceto dei contadini giornalieri e consideravano il lavoro in ospedale come occupazione provvisoria, spesso intercambiabile con quella dei campi nei periodi invernali o di bassa attività agricola. Contemporaneamente a quello ospedaliero sovente gli infermieri esercitavano anche il mestiere del calzolaio o del facchino; in altri casi la scelta di questo lavoro era stata dettata dalla disoccupazione ed avveniva che spesso essi abbandonassero l'ospedale non appena si offrisse loro un posto migliore o meglio retribuito.

         Oltre al personale laico l'assistenza agli infermi era affidata  anche a tradizionali figure di religiose  principalmente con compiti di controllo, di sorveglianza e di gestione economica del reparto a cui erano assegnate. Come ha ben sottolineato E. Manzoni la donna consacrata era presente all'interno degli ospedali più con il ruolo di  "capo-sala" che con quello di infermiera e l'assistenza diretta al malato rimaneva spesso nelle mani delle laiche.

 Quasi sempre le infermiere entravano in ospedale senza alcun tipo di preparazione specifica ed erano "promosse" alla cura dei malati dopo un breve tirocinio (in media di circa tre mesi) al servizio di lavanderia. In alcune realtà più evolute erano per la verità stati istituiti dei corsi di preparazione che gli infermieri avrebbero dovuto frequentare per poter svolgere il servizio di assistenza ai malati. L'obbligo di istituire i corsi, così come l'organizzazione degli stessi non erano soggetti a nessuna direttiva centrale, cioè da parte dello Stato, ed erano lasciate completamente alla discrezionalità delle singole amministrazioni ospedaliere. Durata del corso, materie di insegnamento, programmi, scelta dei docenti, requisiti minimi per poter frequentare erano i più vari e mancava un indirizzo comune che garantisse un livello minimo di preparazione. L'insegnamento era basato per lo più su nozioni teorico-cliniche non comprensibili, nè interessanti, per infermieri che spesso non sapevano nemmeno leggere e scrivere. Non erano previste forme di tirocinio pratico o di addestramento degli allievi e gli insegnanti erano esclusivamente medici.

        

La preparazione e la professionalità degli infermieri italiani era definita da molti contemporanei ad un livello DESOLANTE.

IL TEMPO DEL CAMBIAMENTO: LA NUOVA MEDICINA

         Nella seconda metà del XIX secolo la società italiana conobbe profonde trasformazioni culturali e sociali che incisero profondamente e in modo duraturo su tutte le principali istituzioni dello Stato. Cominciò ad acquistare  sempre maggiore risonanza una più moderna ideologia scientista e positivista che, non volendo rimanere confinata sul terreno della teorizzazione, si proponeva invece di agire all'interno della società in modo concreto, facendo della scienza e della ragione  gli strumenti con i quali costruire una società più moderna e più razionale. Questo nuovo sentire investì tutti i settori e influenzò molte scelte compiute dalle Pubbliche Amministrazioni in quegli anni. In particolare venne dato grande risalto all'igiene pubblica, che divenne la disciplina madre, e grande importanza cominciarono ad assumere i dati delle innumerevoli inchieste a carattere sociale e sanitario che fiorirono in questo periodo.

         E' questo il breve ma forte momento della cosiddetta  "utopia igienista", che vide il suo apice nel ventennio 1870-1890. Soprattutto nelle grandi città i concetti di salute pubblica e di risanamento igienico si concretizzarono in numerose e importanti opere di sventramento e riassetto urbanistico, con interventi su edifici, strade, sistemi fognari, acquedotti, fabbriche e, ovviamente, sui luoghi di ricovero e cura, in primis gli ospedali. Anche i nosocomi quindi vennero "ripensati" e ristrutturati alla luce dei concetti di modernizzazione e razionalità  e di seguito vedremo come questo abbia avuto oggettive ricadute sulla struttura e sulla funzione ospedaliera (e di conseguenza sui modi e sui ritmi dell'attività assistenzale).  I protagonisti di questa  ventata di rinnavamento  furono un gruppo di medici i quali, alla guida della Sanità Pubblica cercarono di portare l'attenzione del Governo sui molti problemi della società italiana, affrontandoli anche da un punto di vista  legislativo. Tra questi ricordiamo Agostino Bertani, Mario Panizza e Luigi Pagliani, affiancati da numerosi altri madici e ingegneri tra cui il dott. Angelo Celli la cui moglie, Anna F. Celli così grande importanza  ebbe nella storia infermieristica italiana.

         Questa  dunque la cornice. Accanto a questo mutamento degli scenari culturali, sociali e legislativi entrò indubbiamente in gioco un altro importante fattore che rappresentò  una sorta di catalizzatore al cambiamento : l'incessante e rapido sviluppo delle scoperte in campo scientifico e medico che portarono, nel breve spazio di pochi decenni, ad un vero e proprio  take-off della medicina.

         Importanti scoperte. Pensiamo innanzitutto all'invenzione di numerosi e importanti presidi diagnostici: comparve lo stetoscopio che attraverso la percezione di suoni e rumori  "interni" mise a disposizione del medico un nuovo modo di approccio al paziente e di valutazione della malattia; con lo stetoscopio il medico poteva prescindere dalla soggettività dei sintomi riferiti dal paziente ed affidarsi, in modo sempre più orientato alla scientificità, alla oggettività dei segni clinici. A fine ottocento allo stetoscopio si  affiancarono i primi presidi endoscopici come il laringoscopio, il colposcopio, l'otoscopio e l'oftalmoscopio che permisero al medico di indagare la malattia all'interno stesso del corpo del malato.

         Pensiamo anche alle conquiste dell'anestesia e dell'antisepsi e al controllo dell'emostasi con l'invenzione della pinza di Pean  che permisero il decollo della grande chirurgia: il malato veniva  ora narcotizzato e il controllo del sanguinamento intraoperatorio permetteva al chirurgo di portare avanti l'intervento con calma e precisione; le pratiche antisettiche scongiuravano un numero sempre più elevato di setticemie e infezioni postoperatorie. Le sale operatorie aumentarono considerevolmente il numero e il tipo di  interventi, che erano diventati più sicuri. Alla fine del secolo erano ormai routinari interventi complessi come isterectomie, nefropessie, erniotomie, tiroidectomie e numerosi interventi addominali; nacquero e si specializzarono le chirurgie specialistiche come l'urologica, l'ortopedico-traumatologica e la ginecologica, segnando una svolta importantissima alle possibilità chirurgiche. Le sale chirurgiche acquistarono la attuale fisionomia antisettica. In generale cambiarono gli scenari ospedalieri: la suddivisione dei reparti e dei pazienti cominciò a seguire il criterio della specialità d'organo e/o di apparato; nacquero moderni laboratori di batteriologia, di chimica e di microscopia; la messa a punto dell'uso diagnostico dei raggi  X  permise la nascita di una nuova disciplina: la radiologia.  L'invenzione dello sfigmomanometro  "creò" una nuova malattia: l'ipertensione.

         Queste importanti innovazioni cambiarono in modo radicale le possibilità di successo della medicina e, in generale, il ruolo dei medici e della funzione ospedaliera all'interno della società. L'ospedale-cronicario tradizionale, la cui funzione era fondamentalmente caritativo-alberghiera, lasciava il posto ad una struttura sanitaria sostanzialmente diversa. Il nuovo modello  perseguiva finalità terapeutiche attive e scientificamente sostenute e, penalizzando lo spreco e l'inefficienza, si inseriva in un'ottica di produttività. Cominciarono ad essere messi a confronto i costi sostenuti con i risultati raggiunti, che venivano valutati in base al numero di pazienti assistiti ed alla durata della degenza, considerati parametri di produttività ospedaliera.

         Anche la sfera di utenza subì un cambiamento sostanziale sia da un punto di vista quantitativo, sia da uno qualitativo. Il ricorso alle cure ospedaliere, oggettivamente più sicure,  crebbe progressivamente e, in un ventennio, il numero dei malati curati crebbe del 50%. Inoltre cominciarono a ricorrere al ricovero anche pazienti appartenenti alle classi più abbienti della società che giudicavano non più preferenziale la cura a domicilio da parte di un medico privato. Cominciarono quindi ad essere ammessi negli ospedali non solo i malati poveri ma anche una più agiata clientela a pagamento, assistita in reparti appositamente istituiti e che rappresentava per le amministrazioni ospedaliere una considerevole e sicura quota di nuovi finanziamenti. Per la categoria medica  ciò rappresentava tra l'altro un importante aumento del prestigio sociale.

         Questa tendenza, rilevata già alle fine del XIX secolo, ebbe un nuovo impulso nel primo ventennio del 1900 a causa del primo conflitto mondiale che rese palesi le drammatiche carenze del sistema sanitario, impreparato quasi sempre a rispondere in modo adeguato all'afflusso enorme di soldati feriti e invalidi dal fronte. Viene spontaneo confrontare l'esperienza bellica italiana come momento particolare nell'iter di evoluzione della funzione e della struttura sanitaria con l'esperienza inglese di riforma dell'assistenza infermieristica attuata, quasi mezzo secolo prima, da Florence Nightingale dopo un'altra guerra: la guerra di Crimea.

         La nuova dimensione raggiunta dalla medicina e la accresciuta domanda sanitaria dovevano necessariamente ripercuotersi anche sulla professione infermieristica, divenuta un elemento indispensabile  della  funzionalità ospedaliera;  in un tempo relativamente breve storicamente parlando, gli infermieri videro modificarsi in modo sostanziale le proprie competenze  e la propria funzione.

         I tradizionali ritmi e le più semplici mansioni che avevano caratterizzato il lavoro  infermieristico per il passato vennero stravolti. Da un'utenza prevalentemente cronica si era passati ad una utenza vasta ed eterogenea che richiedeva cure specialistiche e di alto livello professionale; i tempi medi di assistenza necessari per ciascun paziente risultavano molto accresciuti  a causa  della complessità di gestione di molti pazienti chirurgici e della gravità delle patologie, che ora venivano curate con successo grazie a nuove manovre invasive impensabili fino a poco tempo prima. Ben diversa era l'assistenza che gli infermieri dovevano assicurare rispetto alle più tradizionali mansioni del passato: l'assistenza pre e post-operatoria in pazienti gastroresecati, tracheotomizzati, urologici, ortopedici; la gestione di drenaggi polmonari e addominali, l'assistenza chirurgica nelle sale operatorie, la gestione delle metodiche di asepsi e di antisepsi, compiti che richiedevano  conoscenze e competenze del tutto nuove e che modificarono in modo enorme la quantità e la qualità delle mansioni infermieristiche.

         L'uso di apparecchiature sofisticate e di una strumentazione diagnostica ogni giorno più complessa e specialistica comportava inoltre un aumento dei tempi necessari alla manutenzione ed una gestione del tutto nuova delle attrezzature.

         Anche l'organizzazione del lavoro all'interno di ogni singolo reparto era diventata complessa: molte patologie , prevalentemente acute o che necessitavano di una breve degenza infatti avevano aumentato il turn-over dei ricoveri e la gestione dei posti/letto e delle prenotazioni cominciarono a necessitare di capacità organizzative del tutto nuove. Alle infermiere vennero inoltre affidate mansioni di tipo burocratico legate all'utilizzo di una modulistica sanitaria sempre più complessa, che richiedevano un grado di cultura adeguato.

LA SVOLTA: LA RIFORMA DELL'ASSISTENZA

         La riforma dell'assistenza infermieristica italiana va collocata dunque entro questi due binari: da un lato  lo sviluppo in senso tecnico-scientifico della medicina; d'altro lato la più generale ondata riformista ed igienista che investì la società italiana di fine '800 e che culminò con la legge di Riforma sanitaria Crispi-Pagliani del 1888.

 In uno squarcio di tempo relativamente breve divenne palese l'esigenza di avere a disposizione, all'interno degli ospedali, un personale in grado di rispondere in modo competente alle "nuove" domande della medicina da un lato e di un'utenza più esigente dall'altro. L'assistenza infermieristica era vista come un cardine fondamentale per il buon funzionamento della macchina sanitaria e gli infermieri vennero ad essere parte integrante di una complessa strategia di sanità pubblica che si strutturava in una piramide di competenze e di responsabilità a cominciare dal Direttore generale di sanità, ai medici condotti, a quelli ospedalieri alle ostetriche e vigilatrici,  fino agli infermieri.

 Ma a questi cambiamenti gli infermieri erano preparati? Era sotto gli occhi di tutti come, mediamente, il personale che lavorava negli ospedali italiani non possedesse i requisiti necessari ai mutamenti che erano andati maturando  nè come scolarità minima, nè come estrazione sociale, nè tantomeno come preparazione specifica. La realtà assistenziale italiana era ancora critica: l'assistenza offerta ai pazienti era scarsa e la manodopera infermieristica non riusciva a coprire neppure quantitativamente il fabbisogno reale. La necessità di una vera e propria riorganizzazione (sono tentata di dire rivoluzione) del personale infremieristico cominciò ad essere argomento di discussioni e dibattiti anche parlamentari e molte voci di contemporanei si levarono per denunciare lo scarso livello qualitativo dell'assistenza italiana e per promuovere azioni di miglioramento e di riassetto del mondo infermieristico.

         E' di Anna F. Celli,moglie di quel dott. Angelo Celli che tanta parte ebbe nella sanità pubblica italiana del periodo, una delle prime proposte concrete per la nascita di una figura di infermiera "nuova", vista come alternativa a quella tradizionale di servente, sciatta ed incompetente. In alcuni suoi articoli ormai famosi la Celli individua, come causa principale del basso livello dell'assistenza erogata,  il cattivo  reclutamento degli infermieri, quasi sempre ancora appartenenti agli strati più umili della società. Con rammarico ella scrive che ancora pochissime ragazze della borghesia o di classi sociali più elevate si dedicavano alla professione infermieristica. Agli inizi del secolo infatti le giovani donne preferivano diventare maestre piuttosto che infermiere poichè l'insegnamento, al contrario del lavoro in ospedale, era considerata una occupazione rispettabile per ragaze colte e di buona famiglia.

         "Fare l'infermiera- dirà la Celli- non è considerata una professione per una ragazza che ha una certa cultura. Fare l'infermiera vuol dire fare l'inserviente o peggio."

          L'articolo non è solo una denuncia di ciò che non va ma rappresenta anche uno dei primi tentativi programmatici, suggerendo delle sfere di possibili interventi all'interno del mondo infermieristico, interventi capaci di risanarne le fondamenta.  Uno dei principali obiettivi dell'autrice è l'elevazione morale e culturale delle infermiere, raggiungibile solo attraverso una radicale trasformazione del sistema formativo. Questa  trasformazione doveva essere attuata con l'istituzione di scuole professionali  di livello superiore,in grado di fornire alle allieve una adeguata preparazione specifica ed un ambiente formativo che favorisse il miglioramento anche morale delle infermiere.

         Nei primi anni del secolo altri tentativi di modernizzazione e di miglioramento del sistema assistenziale erano stati portati avanti. In diverse città del Regno erano infatti sorte "scuole professionali per infermiere"  indirizzate a ragazze della media ed alta borghesia ed ispirate alle scuole inglesi nate sul modello Nightingale. Queste scuole avevano una impostazione ed una organizzazione fondamentalmente diverse dai corsi per infermieri che, in molte realtà ospedaliere continuavano ad essere attivi. Innanzitutto erano previsti più rigidi  criteri di selezione  ed ammissione delle allieve (moralità e buona condotta bovevano essere referenziate da persone note alla scuola), impedendo così l'accesso alla professione a persone immorali ed analfabete. Il sistema portante era individuato nella struttura a convitto che permetteva il controllo continuo delle allieve, rafforzato da una più puntuale disciplina; la durata dei corsi era in genere di due anni durante i quali si affiancavano alle lezioni di anatomia, fisiologia, igiene e tecnica infermieristica un vero e proprio tirocinio pratico svolto nelle corsie ospedaliere, dove le allieve dovevano assistere direttamente i malati sotto la sorveglianza della capo-sala. Queste scuole tuttavia rimanevano  poli isolati e sperimentali e diplomavano un numero molto basso di infermiere: la scarsa considerazione sociale ancora attribuita alla professione rendeva difficile la scelta da parte di ragazze di buona famiglia e la richiesta dello stato civile nubile (requisito presente in quasi tutte le scuole) rendevano esiguo il numero di quante volessero intraprendere la carriera infermieristica.

         L'assistenza continuava ad essere affidata, nella quasi totalità, ad infermieri tradizionali e poco preparati.

         I primi anni del nuovo secolo rappresentano quindi un periodo carico di tensioni e di contraddizioni ma anche di fermenti culturali e propositivi, nel quale cominciarono ad essere gettati i semi di quella che diventerà la prima vera riforma dell'assistenza  italiana.

         I profondi cambiamenti che avevano interessato la società nel suo complesso e il mondo sanitario in particolare avevano reso maturi i tempi per un più diretto coinvolgimento dello Stato nelle questioni riguardanti gli ospedali e l'assistenza erogata. La gestione e l'organizzazione della sanità erano ormai riconosciute in via di principio come un diritto/dovere dello Stato che era chiamato a tracciare e controllare gli indirizzi di politica sanitaria, assicurando la razionalizzazione di un servizio a riconosciuto carattere pubblico (l'assistenza sanitaria era stata riconosciuta funzione di stato con la legge 8 luglio 1904)

         Abbiamo detto  che i temi della salute pubblica e i problemi legati agli infermieri  e alla loro preparazione erano da anni argomento di dibattito da parte di molti esponenti del mondo sanitario e politico. Tuttavia fu solo al termine del primo conflitto mondiale che lo Stato intraprese, su tutto il territorio italiano,  una vera e propria indagine conoscitiva allo scopo di aggiornare ed approfondire le informazioni sulle reali condizioni nelle quali veniva erogata l'assistenza.

         Alla "Commissione per lo studio della riforma infermiera", nominata con D.M. 8 Aprile 1918 ed era presieduta dall'on. Pietro Bertolini, venne affidato un duplice mandato.

         Il primo compito era di tipo conoscitivo, cioè di indagine e di rilevamento statistico, tale da fornire una visione organica e precisa delle reali condizioni di vita e di lavoro all'interno degli ospedali. Per l'acquisizione delle informazioni ci si basò prevalente su di un questionario spedito agli ospedali comuni, ai manicomi e alle principali scuole per infermieri del Paese. Gli istituti erano stati scelti tra gli ospedali delle maggiori città italiane e via via tra ospedali più piccoli con un territorio di utenza più limitato, cercando inoltre di inserire nel campione  le varie regioni  in modo omogeneo, per poter assicurare una fisionomia organica ed un quadro d'insieme delle diverse realtà locali.

         Questo primo  momento conoscitivo doveva essere preliminare al secondo mandato  che era di tipo propositivo: sulla base delle notizie raccolte,  la commissione cioè aveva l'incarico di formulare proposte concrete le quali avrebbero dovuto rappresentare una prima bozza del piano generale di riforma dell'assistenza.  La relazione finale della Commissione fu presentata al Governo il 3 Settembre 1919 ed era ispirata, in linea di massima, alla consolidata  esperienza anglosassone (giudicata molto positiva soprattutto per quanto riguardava l'istituzione e il funzionamento delle scuole professionali per infermiere). Nella relazione vennero fissati alcuni punto fondamentali. Innanzitutto l'assistenza veniva affidata esclusivamente alla donna; le infermiere dovevano essere laiche anche se la commissione non riteneva possibile per il momento rinunciare al personale religioso; dovevano inoltre essere nubili o vedove senza prole. I requisiti per l'ammissione alla scuola erano un'età compresa tra i 17 e i 30 anni, sana e robusta costituzione, certificato di buona condotta, licenza elementare o altro titolo equipollente. La scuola doveva essere strutturata a convitto; il corso di studi, fissato in un biennio, doveva comprendere un insegnamento teorico ed un tirocinio pratico. Dopo il superamento di un esame di Stato le allieve  avrebbero conseguito un diploma di Stato.

         Nelle relazione della Commissione dunque fu tracciato l'abbozzo dell'organizzazione delle scuole per infermiere, abbozzo che fu poi ripreso, nelle sue parti principali, per la formulazione in via definitiva del testo di legge  RDL 15 Agosto 1925 che, come sappiamo. regolamentò su tutto il territorio nazionale la professione infermieristica e che,  con l'introduzione dell'esame di stato e il conferimento del diploma di Stato, legittimò in modo ufficiale l'esercizio della professione.

LA COSTRUZIONE DI UN'IMMAGINE: L'INFERMIERA-SIGNORINA

          Questa lunga  "gestazione"  portò dunque alla nascita di una nuova figura di  infermiera professionale che, distinguendosi nettamente dalla tradizionale  "servente" incolta ed impreparata,  doveva rispondere in modo adeguato alle esigenze di un mondo sanitario ed ospedaliero ormai profondamente trasformato.  Oltre ad una  preparazione di base ed a una competenza  migliori, l'infermiera professionista doveva garantire precise ed indiscusse doti morali, ritagliate sui modelli e sui ruoli che la società borghese attribuiva ad una professione comunque ritenuta subordinata.

         L'immagine infermieristica che nacque in questo periodo non può prescindere dall'analisi del ruolo femminile, delle qualità e del ruolo attribuiti alla donna dalla cultura tardo ottocentesca. Da questo momento infatti la professione infermieristica verrà legata in modo esclusivo alla donna ed agli attributi ritenuti specificamente femminili.

         Vorrei ricordare che nella maggioranza delle realtà e per un periodo di tempo ancora relativamernte lungo, la presenza maschile all'interno dedgli ospedali era rimasta costante e omogenea (nelle strutture manicomiali era addirittura preponderante). Nonostante ciò, dalla seconda metà del XIX secolo la professione infermieristica cominciò ad essere legata al concetto di femminilità. L'assistenza ai malati veniva considerata una delle attività più adatte alle caratteristiche mentali  della donna  ed al ruolo che le era assegnato all'interno della società. L'idea della "naturalità" e della predisposizione psicologica della donna alla cura degli infermi venne sostenuta da tutti coloro che si occuparono del problema della riforma dell'assistenza e anche dalle stesse stesse leaders infermieristiche.

         Nel 1901 Anna Celli aveva esaltato i valori femminili come innati ed intrinseci attributi della nuova figura di infermiera che veniva delineandosi.

         "Le donne- scrive -  sono fatte dalla natura più caritatevoli, più pazienti, più dolci degli uomini; sono fatte cioè per assistere gli infermi"

         L'assistenza veniva concepita come una funzione femminile, alla guisa della procreazione e dell'allevamento della prole, alla quale la donna era costituzionalmente e geneticamente adatta; l'essere infermiera era per lei fisiologico ed istintivo, era il trasferire in ospedale e nei confronti del malato la sua primaria funzione di madre.  "SI NASCE INFERMIERA COME SI NASCE POETA O SCRITTORE" verrà scritto, negando il valore socio-professionale e culturale dell'attività infermieristica.

         La predisposizione della donna all'assistenza veniva espressa attraverso il richiamo ai sentimenti di amore e di pietà verso i fratelli bisognosi di cure e sofferenti;  la più alta e nobile espressione della femminilità si esprimeva in ospedale da parte dell'infermiera madre e sorella. Dalla fine del secolo comparvero numerose pubblicazioni a stampa che ribadivano le qualità indispensabili alle infermiere:  amore, tenerezza, simpatia, sacrificio, carità, che altro non erano che gli stereotipi borghesi della femminiità. L'infermiera-madre era colei che, con spirito di amore e di abnegazione, leniva le sofferenze, ridava il sorriso, aiutava a guarire.

         Questo richiamo al sentimento di pietà verso i sofferenti si caricò di una forte valenza di carità cristiana: anche se laica, l'infermiera era investita di una diversa forma di religiosità, quella rivolta alla sua professione che ella doveva vivere come  missione, con dedizione completa ed assoluta, come una vera e propria  VOCAZIONE LAICA.   L'esigenza di un diverso grado di cultura e di preparazione delle infermiere (ormai auspicati da tutti) non si scontravano con la persistenza di questo modello religioso, ma anzi lo assorbivano  e lo intergravano.  Lo spirito di ideale e di vocazione si esprimeva anche  attraverso segni esteriori come la veste, che diventava  "divisa", uniforme bianca simbolo della sacralità della missione dell'infermiera:  con in capo il velo bianco ella diventava la nuova religiosa all'interno dell'ospedale.

         Si profilava così un modello ben preciso di purezza e di irreprensibilità morale; la donna infermiera doveva esser casta e martire, coraggiosa e pronta al sacrificio, in contrapposizione all'immagine licenziosa e sporca della tradizione.

         Questo carattere femminile e vocazionale su cui venne improntata la professione infermieristica risultava del tutto funzionale alla classe medica ed alla gerarchizzazione sanitaria. La naturale predisposizione femminile a servire ed assistere non era indirizzata solo verso il malato, ma anche verso il medico- uomo-dirigente al quale l'infermiera era naturalmente sottoposta. In ospedale la donna veniva ad assumere lo stesso ruolo che le era attribuito in casa e nella società, cioè quello di sposa ideale, devota ed ubbidiente alla volontà maschile alla quale si adattava con modestia: "nell'ambiente medico avviene quello che avviene in un menage" fu chiaramente detto.

         L'immagine di infermiera che emergeva da questa impostazione contribuì a giustificare la progressiva esclusione degli uomini dalla professione. Agli infermieri cominciarono ad essere attribuiti difetti e mancanze che, per quanto reali, servivano a giustificare la scelta a favore del personale femminile: Agli uomini non veniva riconosciuta l'attitudine all'assistenza, spesso venivano giudicati dannosi per i pazienti e per gli ospedali e a loro dovevano essere affidate esclusivamente le mansioni più grossolane (per le quali le infermiere non erano idonee da un punto di vista fisico) ed il basso servizio.

         L'elemento maschile venne così escluso dal progetto di riforma dell'assistenza, che venne impostata  esclusivamente in funzione del personale femminile, ed agli uomini fu precluso l'accasso alle scuole convitto. In questo modo fu sancita all'interno degli ospedali la presenza di due figure "infermieristiche" diverse e gerarchicamente definite. Da un lato l'infermiera-signorina, colta e preparata; d'altro lato la vecchia figura di infermiere (alla quale non si poteva rinunciare anche per l'esiguo numero di nuove diplomate)  ma che rimaneva in ospedale con un ruolo e con mansioni ben distinte. Si andarono così delineando le figure di infermiera professionale e di infermiere generico che hanno rappresentato i due livelli e i due ruoli assistenziali  fondamentali fino ai giorni nostri.

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"IL PROCESSO DI PROFESSIONALIZZAZIONE DELL'ASSISTENZA INFERMIERISTICA NEL QUADRO LEGISLATIVO ITALIANO"

A cura di: Ivana GARBOLINO*, Francesco CASILE**

INTRODUZIONE

Parlare di professionalizzazione, in un contesto in continua evoluzione - quale si configura oggi quello sanitario, in generale, ed infermieristico, in particolare - implica necessariamente una revisione critica degli aspetti che hanno caratterizzato la regolamentazione dell'infermieristica nel tempo.

Tuttavia, in prima battuta, è bene intendersi sul significato formale della terminologia utilizzata.

Trattare il processo di professionalizzazione comporta riferirsi ad un particolare movimento collettivo orientato all'acquisizione delle caratteristiche e delle modalità che qualificano una professione. Detti elementi, come ben riportato dalla vasta letteratura sociologica in merito, sono rappresentati da:

-         possesso di conoscenze scientifiche e tecniche, acquisite con un lungo periodo di scolarità, e conseguimento di un titolo di studio formale, per lo più a livello di scuola secondaria superiore o di università, che abiliti all'esercizio della professione;

-         rilevanza sociale delle attività svolte con ricaduta sull'intera collettività;

-         adesione ad un codice di comportamento implicante quindi norme pubbliche e vincolanti,  per tutti coloro che svolgono quelle determinate attività;

-         autonomia professionale che si qualifica con la possibilità di determinare tempi, durata, modi e destinazione delle attività;

-         appartenenza ad associazioni di categoria, tese a favorire l'identificazione professionale;

-         riconoscimento e protezione da parte dello Stato mediante l'istituzione di organi di autogoverno di categoria professionale.

Ciò viene ribadito dall'Articolo 2229 del Codice Civile che testualmente riporta: "La legge determina le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi o elenchi. L'accertamento dei requisiti per la iscrizione negli albi o negli elenchi, la tenuta dei medesimi e il potere disciplinare sugli iscritti sono demandati alle associazioni professionali, sotto la vigilanza dello Stato ...".

Benché le caratteristiche sopra elencate siano in relazione tra loro e costituiscano un continuum del processo di professionalizzazione, non esiste un percorso lineare ed univoco per la loro acquisizione. Esso, infatti, è direttamente influenzato dalle complesse forze sociali, culturali, economiche e politiche che possono favorire, o contrastare, lo sviluppo di particolari requisiti, nonché dall'emergere di nuove tipologie di clienti che, richiedendo prestazioni specialistiche e determinate, favoriscono lo sviluppo di determinati settori.

E in realtà, nella società contemporanea, il movimento di professionalizzazione investe parecchi settori occupazionali a sostegno del fatto che determinate funzioni vengono ritenute individualmente e collettivamente importanti, oltre che non delegabili ad altri.

Qui trova piena collocazione la professione infermieristica le cui cure sono tradizionalmente deputate a rispondere a particolari necessità della popolazione.

A questo punto diviene tuttavia legittimo chiedersi se, e con quali modalità, l'infermieristica abbia espletato il percorso di professionalizzazione precedentemente delineato ed in quale misura ne abbia acquisito gli attributi che lo caratterizzano.

Al momento, tralasceremo quest'ultimo aspetto, oggetto specifico delle relazioni che seguono, mentre ci soffermeremo a delineare quale processo di professionalizzazione è stato effettuato, mediante l'analisi della legislazione che ne ha caratterizzato il percorso.

LA FORMAZIONE

In passato, e per lunga tradizione, l'assistenza agli infermi venne abitualmente considerata una prestazione connessa ad un esercizio di pietà religiosa o ad un atto volontario di solidarietà umana e civile.

Il personale addetto all'assistenza diretta non aveva alcuna preparazione specifica. Basti pensare che, nel 1902, solo 25 ospedali erano provvisti di una scuola per infermiere le cui lezioni erano tenute esclusivamente da medici. Il restante personale assistenziale, in larga misura religioso, strutturava il proprio operato sia sulla volontà di dedizione che su di una solida educazione morale.

Occorre tuttavia ricordare l'istituzione nel 1910, ad opera di due nobildonne dell'aristocrazia con relativa l'approvazione del governo, della Scuola-convitto per Infermiere Professionali "Regina Elena", a Roma. I suoi principi, in linea alle scuole create in Inghilterra sul modello di F. Nightingale, ebbero vasta eco sull'ambiente sociale tanto che detta esperienza può essere considerata, oltre che la più fruttuosa dell'epoca, altresì anticipatrice dell'assetto formativo delineatosi negli anni a venire.

Nuove scuole vennero poi istituite per iniziativa di organizzazioni private, in particolare della Croce Rossa e delle istituzioni religiose.

Così, in un contesto ancorato prevalentemente al monopolio della pietà e della carità cristiana, con il R.D.L. del 25 agosto 1925 n. 1832, convertito nella Legge 18 marzo 1926 n. 562 e successivo regolamento del R.D. 21 novembre 1929 n. 2330, in Italia fu legiferata l'istituzione di scuole per infermieri.

In particolare, l'art. 1 del R.D.L. n. 1832/1925 riporta: "Le facoltà universitarie medico-chirurgiche, i Comuni del Regno, le istituzioni pubbliche di beneficenza, le istituzioni di previdenza sociale, ed altri Enti morali, nonché Comitati costituiti allo scopo, possono essere autorizzati dal Ministero dell'interno di concerto con quello dell'istruzione, ad istituire 'Scuole-convitto professionali' per infermiere.

Omissis . possono altresì essere autorizzati, .omissis. ad istituire 'Scuole specializzate di medicina, pubblica igiene, ed assistenza sociale' per assistenti sanitarie visitatrici".

Come si può evidenziare da questo stralcio, detta legge si presenta subito lungimirante: si rivolge al futuro senza negare o calpestare nulla del passato.

Ma, la completa disponibilità all'apertura di queste scuole viene riportata all'art. 6 che così recita: "Le scuole-convitto professionali per infermiere debbono funzionare presso un pubblico ospedale medico-chirurgico .omissis.., il Ministero .omissis., può autorizzare l'istituzione di dette scuole anche presso istituti privati, .omissis. Qualora presso uno stesso ospedale, funzionino contemporaneamente reparti ospedalieri e reparti clinici, possono gli uni e gli altri istituire una propria scuola-convitto professionale per infermiere".

Purtroppo questa disponibilità sarà totale; ed infatti, negli articoli seguenti, si vede aprire le porte alle numerose sanatorie che hanno tanto segnato - e vale la pena dire, ostacolato - il percorso verso la professionalizzazione.

Cita infatti l'art. 7: ".omissis. l'insegnamento teorico-pratico, deve essere impartito da medici di riconosciuto valore, dalla direttrice e dalle capo-sala. La direzione della scuola-convitto deve essere affidata ad un'infermiera che abbia conseguito in una scuola-convitto italiana il diploma, .omissis., e che abbia tenuto con lode, per almeno un biennio, funzioni direttive dell'assistenza infermiera in un reparto ospitaliero del Regno, .omissis...

La disposizione, .omissis.,  non è applicabile alle infermiere, che, alla data di entrata in vigore del presente decreto, abbiano la direzione di scuole-convitto professionali per infermiere. In via transitoria, e per la durata massima di dieci anni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, la direzione delle scuole-convitto può essere affidata anche ad infermiere che abbiano seguito i corsi, .omissis., esistenti alla data del presente decreto, .omissis, nonché ad infermiere diplomate in scuole-convitto straniere".

E l'art. 17 testualmente riporta: "Con speciale regolamento, .omissis., saranno stabilite le norme per l'esercizio del presente decreto, comprendenti anche le condizioni e le modalità .omissis. con le quali - in via transitoria entro due anni - alle infermiere laiche e religiose, .omissis., le quali dimostrino di possedere conveniente tirocinio professionale, possa farsi luogo il rilascio di certificato di ammissione al secondo anno di corso, .omissis".

Con tutto ciò, se questa prima sanatoria può essere considerata legittima, visti l'elevato numero di infermiere senza alcun titolo - in gran parte religiose - e la necessità di coprire i posti da infermiera con persone preparate; tuttavia, considerando che fino al 1930 non può entrare in vigore, e che poi si assiste ad un vuoto legislativo fino al 1940 che amplifica - con due leggi - le sanatorie, la legittimità di questo istituto viene a poco a poco scemando.

Nell'Art. 8 viene specificato che nelle scuole-convitto le allieve compiono un corso biennale teorico-pratico, con relativo tirocinio, alla fine del quale - se superano con esito positivo un apposito esame - conseguono un diploma di Stato per l'esercizio della professione di infermiera; mentre all'art. 9 viene sancita la possibilità di istituire un terzo anno di insegnamento per l'abilitazione a funzioni direttive.

Emerge subito il riconoscimento statale del Diploma per l'esercizio della professione; riconoscimento che, nel corso degli anni, troverà ulteriori specificazioni.

Il 23 giugno 1927, con l'emanazione della Legge n. 1264 relativa alla "Disciplina in merito alle arti ausiliarie delle professioni sanitarie", viene sancito all'art. 1 che "Chiunque intenda esercitare le arti ausiliarie .omissis. dell'infermiere .omissis. deve essere munito di speciale licenza ed avere raggiunto la maggiore età. I limiti e le modalità di esercizio delle singole arti saranno determinate dal regolamento da emanarsi, .omissis., per l'esecuzione della presente legge".

Come si evince dall'estratto riportato, viene accordata la possibilità di istituire corsi alternativi per l'esercizio "dell'arte infermieristica" che, come specificato dal Regolamento n. 1334 del 31 maggio 1928, permettono di conseguire licenze per l'esercizio generico di tale arte, i cui corsi dovranno essere istituiti in conformità a quanto disposto dal R.D.L. n. 1832 del 1925 e dal regolamento relativo.

Sicché, in materia di assistenza infermieristica si vedono delineate due diverse linee dispositive: le une, relative alle scuole-convitto professionali per infermiere, che mirano a preparare personale femminile di assistenza ad alto valore professionale; le altre, relative alla disciplina delle arti ausiliarie delle professioni sanitarie, che intendono assicurare precise garanzie di assistenza generale da parte di personale maschile e femminile.

Tuttavia, da quanto documentato in letteratura, i corsi per infermieri generici delineati in detto articolo funzionarono solo fino al 1940 ed in realtà circoscritte.

Importante invece, circa la legge sopra citata, ricordare l'art. 4, nel quale viene stabilito che l'esercizio professionale è subordinato alla registrazione della licenza di infermiera o del certificato di abilitazione alla professione presso l'ufficio del Comune nel quale il titolare intende stabilire il suo abituale esercizio. Detto ufficio dovrà darne notizia al medico provinciale che, a sua volta, dovrà tenere un registro aggiornato di tutti gli esercenti.

Ma, nel 1954, con l'emanazione della legge istitutiva dei Collegi professionali, verranno istituiti albi permanenti nei quali saranno iscritti i professionisti residenti nella circoscrizione.

Nondimeno, fu con il R.D. 21 novembre 1929 n. 2330, che si approvò il regolamento relativo alle scuole-convitto professionali. In esso viene stabilito che ogni scuola deve essere dotata di un proprio statuto e di un regolamento speciale, la cui revisione può essere imposta dal ministero in ogni tempo. E' significativo, al proposito, che detti regolamenti siano rimasti invariati fino al 1972 quando, con il trasferimento della formazione e dell'istruzione alle Regioni, sono stati redatti nuovi regolamenti, benché non in tutte le Regioni.

Nello Statuto, doveva essere determinato il Consiglio di Amministrazione della scuola di cui  faceva parte - con voto consultivo - la direttrice didattica e, qualora esistente, il direttore didattico. Veniva infatti riconosciuta al Consiglio la facoltà di nominare un direttore didattico - con l'incarico di sorvegliare l'andamento generale dell'insegnamento teorico e pratico - tra uno dei medici insegnanti nella scuola, dotato di particolari attitudini.

Tale figura, ignota al R.D.L. 1832/1925, legittima l'incontro dell'ormai consolidato potere medico con il potere giuridico.

A questo punto è utile ricordare la Circolare esplicativa n. 20000.14/04166, emanata dal Ministero degli interni il 3 febbraio 1930, in cui sono delineati i criteri cui si è ispirato il legislatore circa quanto sopra citato. In essa viene riportato che "La facoltà riconosciuta al consiglio di amministrazione di nominare un 'direttore didattico', deve mettersi in relazione all'esistenza di fatto del direttore didattico in alcune scuole-convitto professionali già in funzione e che pure corrispondono, in modo soddisfacente, alla preparazione e all'allenamento di ottimo personale di assistenza. Di fronte a tale circostanza, il regolamento ritiene prudente prevedere la possibilità di tale nomina specie nel primo momento di assetto di siffatte scuole: tale 'possibilità', peraltro, va considerata come un'eccezione che può essere giustificata da particolari contingenze, ma che, in via di principio, deve essere evitata, tenendo presente che il 'direttore didattico' non è indispensabile pel retto funzionamento delle scuole-convitto e che anzi la presenza del direttore didattico - per le inevitabili interferenze con le funzioni della direttrice - porta latenti i germi di un contrasto e può riuscire pregiudizievole".

Dette direttive, mentre di fatto legittimarono il modello già presente in alcune scuole, sorte in Italia antecedentemente al R.D.; contemporaneamente, attribuendo l'insegnamento e la direzione delle scuole prevalentemente alla classe medica, produssero e mantennero nel tempo infermieri subalterni che, a fatica, solo con gli anni riuscirono ad identificare ambiti di autonomia e cultura professionale, propri.

In ogni caso, il R.D. 2330/1929, non trascura di parlare di assicurazione per le allieve (art. 8) e di specificare l'età di ammissione ai corsi che non deve essere inferiore a 18 anni.

Ma, in riferimento al nostro tema, è l'art. 20 a rappresentare lo spartiacque tra la fase di pre-formazione e la fase di formazione vera e propria. Esso così recita: "Per essere ammesse al primo corso .omissis. occorre possedere il certificato di licenza da una scuola media di primo grado. In mancanza di aspiranti, munite di tale titolo di studio, possono essere ammesse quelle che posseggono, almeno, il certificato di aver subito, con esito favorevole, gli esami della quinta classe elementare, .omissis. Il regolamento speciale può richiedere soltanto anche uno stato di cultura da accertarsi in fatto nel periodo della prova . omissis. ferma restando l'osservanza delle disposizioni sulla istruzione elementare obbligatoria".

Ulteriori specificazioni in merito, possono essere tratte dalla sopracitata Circolare del Ministero dell'interno del 1930 che riconosce, alla possibilità di richiedere uno stato di cultura, carattere eccezionale ". per non precludere l'incremento delle scuole in particolari circostanze di luogo e di tempo, e anche riguardare i casi - che possono specialmente presentarsi negli ordini religiosi - di aspiranti, in possesso di ogni altro requisito di condotta e di educazione, che, pur avendo di fatto una cultura non inferiore a quella minima indispensabile, non sono in possesso del titolo relativo".

Va rilevata, in tale circostanza, l'avvedutezza del legislatore che, conscio dell'elevato numero di persone che allora non possedeva la licenza elementare, amplia fino all'inverosimile le opportunità per far rientrare nella futura classe infermieristica quante più le persone possibili, al momento di entrata in vigore della legge stessa.

Tuttavia, nel 1941,  la Circolare del Ministero dell'interno n. 88, al proposito riferirà che le Direttrici "hanno formulato il voto" che le allieve sfornite della licenza di scuola media di primo grado, debbano sostenere un esame di cultura generale, sulla base di programmi - da determinarsi da parte di questo Ministero, di concerto con quello dell'Educazione nazionale.

Tale situazione perdurerà fino al 1952 quando, nel tentativo di elevare il livello culturale degli infermieri, verrà emanata la Circolare A.C.I.S.  n. 69 nella quale viene affermato che, benché in passato dette deroghe siano state applicate in misura limitata - sia per il mancato verificarsi delle condizioni, sia perché ". le Amministrazioni interessate consce della serietà degli studi infermieristici che richiedono una consistente base culturale, hanno deliberatamente rinunciato ad avvalersi delle consentite deroghe ..."- le stesse devono essere superate, visto l'elevato numero di richieste per l'ammissione ai corsi di aspiranti fornite di titoli di studio anche superiori, a quello minimo richiesto.

Tornando agli anni trenta, con il R.D. 27 luglio 1934 n. 1265, fu approvato il "Testo Unico delle leggi sanitarie" nel quale sono sistematizzate tutte le precedenti leggi. In particolare, al titolo II viene contemplata la classificazione degli operatori sanitari non medici in: a) professioni sanitarie ausiliarie (I.P., levatrici, ASV) ed b) arti ausiliarie delle professioni sanitarie (I.G.).

Detta distinzione venne ribadita nella "Decisione del Ministero delle Corporazioni 22 giugno 1937" che testualmente recita: "Le infermiere diplomate per il loro grado di cultura e preparazione tecnica non possono essere equiparate agli infermieri e infermiere generiche. Le infermiere diplomate, sia pure in rapporto di dipendenza, esplicano mansioni di collaborazione e concetto, mentre gli infermieri generici disimpegnano mansioni manuali, proprie degli ausiliari dei professionisti. Appare equo attribuire alle infermiere diplomate la qualifica impiegatizia".

Sempre nel 1937, con la Legge n. 1084, vennero emanate le "Norme provvisorie per l'ammissione alle Scuole-convitto professionali per infermiere ed alle Scuole specializzate per assistenti sanitarie visitatrici", secondo le quali, per un periodo di cinque anni, potevano essere ammesse al secondo anno di corso coloro che erano munite del diploma di infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana e le infermiere munite dell'attestato di abilitazione (art. 6 Legge 23 giugno 1927 n. 1264) o della licenza (art. 140 del T.U., Legge 27 luglio 1934 n. 1265).

Inoltre, venne data facoltà al Ministro dell'interno di autorizzare che alle scuole specializzate per ASV fossero ammesse le aspiranti in possesso del diploma di infermiera volontaria della CRI.

Si evidenzia come, oltre al riconoscimento sociale dell'importante ruolo esercitato dalla Croce Rossa nel periodo bellico, venne autorizzato l'accesso alle Scuole per ASV anche al personale privo del diploma di base di "infermiere professionale". Elemento, questo, coerente al particolare contesto storico (periodo fascista), tendente a potenziare l'educazione sanitaria e la prevenzione al di fuori degli ambiti ospedalieri.

Di fatto, con la Circolare del Ministero dell'Interno 29 agosto 1940 n. 93, viene sancito che, a decorrere dall'anno didattico 1941-42, potranno essere ammesse alle Scuole medesime soltanto coloro che risultino munite del diploma di stato di infermiera professionale, conseguito ai sensi dell'art. 135 del T.U. delle Leggi Sanitarie.

Benché la professione infermieristica avesse ormai intrapreso un percorso alquanto significativo, essa si configurava ancora, quasi esclusivamente, quale tecnica medica "permessa" agli infermieri. Ciò venne ampiamente dimostrato dall'emanazione del R.D. 2 maggio 1940 n. 1310 relativo alla "Determinazione delle mansioni delle infermiere professionali e degli infermieri generici". In esso, infatti, compare una elencazione dettagliata delle attribuzioni di competenza infermieristica ed è specificata la diretta dipendenza dell'infermiere dal medico.

Di nuovo, nel 1940, viene emanata la Legge n. 1098 per la disciplina delle professioni sanitarie ausiliarie infermieristiche - già pubblicata nel 1927 con il n. 1274 - che ribadisce il concetto delle qualifiche delle "professioni sanitarie ausiliarie". Essa, inoltre, definisce una nuova professione - quella di Vigilatrice d'Infanzia - ed una nuova arte - quella di Puericultrice; ed ancora, prevede l'istituzione di corsi di specializzazione nei vari settori dell'assistenza infermieristica e medico-sociale. Quest'ultimo aspetto, strettamente connesso al sorgere di numerose specializzazioni mediche conseguenti alle scoperte scientifiche (penicillina e DDT), vede impostare corsi di "specializzazione infermieristica" in risposta ad un bisogno della classe medica.

Infatti, dopo la specializzazione pediatrica e chirurgica, negli anni '60 verrà istituita la specializzazione in rianimazione ed anestesia; e, negli anni '70, quella di dialisi.

Anche con il decentramento regionale del 1972, che determinerà la facoltà di attivare detti corsi, resterà sempre aperta la possibilità legislativa per specializzazioni nuove. Ragion per cui, dal 1988, gli ultimi corsi che prima erano solo "profili" - come i corsi per perfusionisti e igienisti dentali - verranno approvati come corsi professionali.

E' ancora importante ricordare, relativamente alla Legge 1098/1940, gli art. 7 e 8 poiché prevedono l'istituzione di Scuole-convitto per il diploma di Stato abilitante alla professione sanitaria ausiliaria di Vigilatrice d'Infanzia.

Ciò verrà ribadito nella Circolare A.C.I.S. 8 maggio 1956 che farà obbligo agli ospedali di prima categoria[1] di istituire Scuole per infermieri professionali e, agli ospedali pediatrici di prima categoria, di istituire Scuole per Vigilatrici d'Infanzia.

Con la Legge 19 ottobre 1951 n. 1173 venne concessa, fino a tutto il 1953, l'ultima ammissione straordinaria delle infermiere volontarie della CRI al secondo anno di corso delle Scuole-convitto per infermiere. E, nel 1952, ben tre Circolari furono emesse dall'Alto Commissariato per l'Igiene e la Sanità Pubblica, in relazione a quest'ultima legge. Al proposito, la già citata Circolare n. 69, del 1952, ribadisce la necessità di ammettere alle Scuole per I.P. e per V.I. soltanto le aspiranti in possesso del titolo minimo di scuola media inferiore.

Il 25 ottobre 1954 fu emanata, contemporaneamente alle legge istitutiva dei Collegi IPASVI, la Legge n. 1046, relativa alla costituzione delle Scuole per infermiere e infermieri generici. Fu così legiferata la presenza di una figura intermedia dell'assistenza che, con un anno di formazione, fu abilitata all'esercizio delle mansioni previste dal R.D. 1310/1940. Ma il legislatore rese anche possibile, per il primo anno di attivazione delle scuole e per una volta soltanto, l'attivazione di un corso di quattro mesi per poter accogliere quanti, già prima di questa legge, esercitavano l'assistenza negli ospedali.

Per quanto attiene le istruzioni per l'istituzione di dette scuole, è necessario ricordare la Circolare A.C.I.S. 31 gennaio 1955 che dispose, oltre a ciò, l'ammissione delle infermiere volontarie della CRI al corso di quattro mesi; corsi che solo con la Legge n. 1729 del 1960 verranno annullati.

Con gli anni '60 si evidenziarono, nella Storia, importanti cambiamenti: la radio, la televisione, i giornali, diffondono, in tempo quasi reale, le notizie di tutto il mondo.

Lo scambio di idee coinvolse, nel panorama italiano, anche quanto riguardava l'assistenza infermieristica; cosa che si concretizza nella istituzione della Scuola Universitaria per Dirigenti dell'Assistenza Infermieristica nell'Università statale di Roma (D.P.R. 24 maggio 1965 n. 775); e, dopo soli quattro anni, con il trasferimento di detta condizione anche nell'Università Cattolica sede di Roma (D.P.R. 23 settembre 1969 n. 696).

Il vero salto qualitativo si verificò negli anni '68 e '69, quando si avviò la riforma ospedaliera. Con la Legge n. 132/68 viene infatti riconosciuta agli ospedali la funzione didattica e vengono determinate le categorie del personale degli enti ospedalieri. Mentre, con il D.P.R. n. 128/69, è puntualizzato, nel nuovo assetto degli enti ospedalieri e del personale, la dipendenza professionale e formativa del personale di assistenza diretta. Si evidenziano dunque - all'art. 41 - le dipendenze della capo-sala, dell'infermiere professionale specializzato, dell'I.P. e dell'I.G.; mentre viene  formalizzata la presenza del personale dirigente e di formazione didattica, nell'art. 44, che così recita: "Il capo dei servizi sanitari ausiliari è alle dirette dipendenze del direttore sanitario con il quale collabora per l'aggiornamento  culturale e professionale del personale; ha compiti organizzativi e disciplinari per quanto riguarda il personale sanitario ausiliario, tecnico ed esecutivo assegnato ai servizi sanitari e per quanto riguarda l'andamento dei servizi sanitari ausiliari. Il direttore e il vice-direttore delle scuole per infermieri professionali e generici hanno le attribuzioni previste dalle leggi istitutive delle scuole e dai rispettivi regolamenti".

Non ci soffermeremo ad analizzare gli eventi politico-sociali che hanno caratterizzato in maniera cospicua il periodo in oggetto (basti pensare al movimento del "sessantotto"; all'adeguamento europeo dell'Italia ai livelli di scolarità obbligatoria; all'iniziale cammino federativo delle tre grandi confederazioni sindacali esistenti).  Ma, senza dubbio,  fu in seguito alle esortazioni sindacali ed europee che fu promulgata la Legge 25 febbraio 1971 n. 124 che immette il personale maschile nella professione infermieristica, abolendo l'obbligo dell'internato ed anticipando, contemporaneamente, il livello di scolarità di base richiesto in Europa per gli infermieri. Con essa viene infatti specificato che, a partire dall'anno scolastico 1973-74, per l'ammissione alla scuola I.P., è richiesto un certificato di ammissione al terzo anno di scuola secondaria superiore. Importante, inoltre, quanto sancito dall'art.8, poiché lo stesso determina la possibilità di "..omissis.. ammissione al secondo anno del corso per infermieri professionali ..omissis.." di I.G., ostetriche, V.I. e puericultrici.

Tuttavia, la portata promotrice di detta legge, fu nuovamente messa in discussione dalle disposizioni transitorie che riconobbero alle Scuole per IG la possibilità di istituire corsi della durata di quattro mesi, al fine di consentire il conseguimento del certificato di abilitazione di IG a coloro che prestavano servizio da almeno quattro anni in un servizio sanitario.

Considerando che molti dei candidati in oggetto  possedevano esclusivamente la licenza elementare, appare evidente come il legislatore abbia voluto effettuare l'ultima violenta sanatoria su una cultura nascente, inventando, per legge, una cultura di base inesistente.

Nel contempo, il progressivo cammino delle riforme costituzionali, prende forma, nel 1972, nei D.P.R. n. 4 e n. 10 che inseriscono nell'amministrazione centrale il decentramento regionale. Si assiste di conseguenza al trasferimento alle Regioni, a statuto ordinario, delle funzioni amministrative, esercitate dagli organi centrali, in materia di assistenza sanitaria; e - fino alla definizione legislativa della riforma dell'istruzione secondaria superiore -  viene resa possibile la programmazione di nuovi istituti, scuole, sezioni e corsi.

La facilità con cui vennero accolte queste leggi è spiegata, in breve, dal fatto che in poco tempo le scuole per infermieri passarono da 40 a 400 circa.

Mediante poi l'anticipazione del Decreto Ministeriale 8 febbraio 1972 - che inserisce materie sociali-umanistiche e un programma manageriale per l'abilitazione a funzioni direttive - si giunse al nucleo centrale della riforma formativa degli I.P.: con la Legge 15 novembre 1973 n. 795 viene infatti ratificato l'accordo europeo sull'istruzione e formazione dell'infermiere, adottato a Strasburgo il 25 ottobre 1967.

In esso, oltre ad essere sancito che il termine "infermiere" deve essere attribuito esclusivamente alle infermiere/i professionali, vengono delineate le funzioni essenziali nell'autonomia della professione; e fissata la scolarità di base a dieci anni di insegnamento generale. Ma, di particolare rilevanza, è la divisione dell'insegnamento in teorico e clinico con il riconoscimento della nuova figura dell'istruttrice tra il corpo insegnante; intendendo con tale termine una infermiera educatrice, preparata per l'insegnamento teorico e pratico ed incaricata della supervisione dei corsi di pratica ospedaliera.

Quanto riportato fu recepito, nella normativa italiana, con il D.P.R. 13 ottobre 1975 n. 867, relativo alle modificazioni dell'ordinamento delle scuole e dei relativi programmi di insegnamento, che sanciva che il corso di studi per il conseguimento del diploma di Stato per IP deve essere articolato in tre anni scolastici.

Conseguentemente a ciò, la Legge 30 aprile 1976 n. 338 modificava anche il corso per AFD; mentre, con la Legge 30 aprile 1976 n. 339, veniva soppresso il limite massimo di età e diminuito il limite minimo per l'ammissione ai corsi di I.P. e V.I.  a sedici anni di età.

Occorre ancora far menzione ad un'ulteriore significativa disposizione legislativa; ovvero al D.P.R. 14 marzo 1974 n. 225 che modificava il R.D. 1310/1940. Esso si qualifica come un mero elenco di mansioni con la distinzione tra attribuzioni di carattere organizzativo e amministrativo - che ricordano alle infermiere il loro carattere impiegatizio (Decisione Ministero Corporazioni 22 giugno 1937) - ed attribuzioni assistenziali dirette e indirette. Vengono inoltre determinate le mansioni dell'ASV, della V.I. e dell'infermiere professionale specializzato.

Tuttavia, la spinta culturale ricevuta dall'accordo di Strasburgo faceva evidenziare, in Italia, l'insufficienza di due sole scuole per formare dirigenti e docenti dell'assistenza infermieristica. Quindi, con il D.P.R. 31 ottobre 1974 n. 878, venne modificato lo Statuto dell'Università degli studi di Milano, con l'istituzione della Scuola universitaria di discipline infermieristiche (Scuola diretta a fini speciali).

Anche la CEE, interessata al vasto movimento creatasi in quell'anno, emanava influenti Direttive ad orientamento del percorso delineatosi (Direttive Consiglio CEE 27 giugno 1977 n. 452 - 453 - 454). In particolare, in esse veniva ribadito che, nel corso di formazione, teorico-pratico, i candidati infermieri ".. omissis ...  vengono iniziati alle responsabilità inerenti all'assistenza infermieristica" ed istituito, presso la Commissione delle Comunità Europee, un Comitato Consultivo con il compito di contribuire a garantire una formazione infermieristica di livello elevato nella CEE.

Fu, in ogni caso, a conclusione degli anni '70 che, dopo un'attesa di trenta anni, si giunse alla tanto auspicata riforma sanitaria con l'emanazione della Legge 23 dicembre 1978 n. 833. Istituendo il SSN, essa consente la riorganizzazione amministrativa delle risposte sanitarie da erogarsi ai bisogni di ogni cittadino. La formazione venne inserita tra gli obiettivi del SSN, restando di competenza statale quanto concernente la fissazione dei requisiti per la determinazione circa i profili professionali degli operatori sanitari; le disposizioni generali per la durata e la conclusione dei corsi; la determinazione dei requisiti necessari per l'ammissione alle scuole, nonché dei requisiti per l'esercizio delle professioni mediche e sanitarie ausiliarie. All'opposto, tutte le funzioni amministrative in materia di assistenza sanitaria e ospedaliera, non  espressamente riservate allo Stato o alle Regioni, vennero attribuite ai Comuni. Le Scuole I.P. divennero quindi parte dei presidi U.S.L., amministrate dai Comuni; ferma restando la competenza regionale in merito alla formazione, come stabilito dal citato D.P.R. n. 10 del 1972.

Negli anni '80 si respira aria di cambiamento. Vengono infatti raccolte le sfide dell'infermiere unico con la Legge 3 giugno 1980 n. 243, relativa alla "Straordinaria riqualificazione professionale degli infermieri generici e degli infermieri psichiatrici" (questi ultimi, derivati dall'emissione del R.D. 16 agosto 1909 n. 615). Non si tratta, come a prima vista potrebbe sembrare, di una legge sanatoria!. Poiché la stessa specifica che "Sono soppressi i corsi di formazione per infermieri generico e infermieri psichiatrico ..omissis.. In via straordinaria e non oltre cinque anni, le regioni provvedono alla riqualificazione professionale degli infermieri generici e infermieri psichiatrici ..omissis.. ammettendoli ai corsi per infermieri professionali".

Non si entri nel merito di come, in alcune realtà, tale opportunità sia stata "applicata"; ciò che si vuole invece sottolineare è che, con tale normativa, il legislatore tentava comunque di elevare professionalmente il maggior numero di persone in possesso di abilitazioni ausiliarie; abrogando, con un colpo di spugna, la cultura infermieristica dell'infermiere generico e dell'infermiere psichiatrico.

Ma, accanto a tali innovazioni, iniziano anche ad intravedersi importanti modificazioni in ambito universitario; modificazioni che si ripercuoteranno positivamente sulla formazione infermieristica. Ed infatti, con il Decreto presidenziale 11 luglio 1980 n. 382 attinente il "Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione, organizzativa e didattica", ci si propone di porre ordine all'avvenuta proliferazione di tipologie di docenza, titoli accademici, affidamento di insegnamenti. Viene pertanto riordinata radicalmente la docenza universitaria con l'identificazione dei livelli di professore "ordinario" e "straordinario", professore "associato" e professore "a contratto".

Conseguentemente a tale disposizione legislativa, agli infermieri cominciano ad essere affidati incarichi di insegnamento - in qualità di professori a contratto - per la docenza entro le scuole universitarie statuite precedentemente (D.P.R. 775/65, D.P.R. 696/69, D.P.R. 878/74).

Il riordino del sistema universitario trova, in seguito, ulteriore specificazione nel D.P.R. 10 marzo 1982 n. 162, riguardante il "Riordinamento delle scuole dirette a fini speciali, delle scuole di specializzazione e dei corsi di perfezionamento". Esso si propone dunque di uniformare l'ordinamento e i titoli delle scuole appartenenti alla stessa tipologia; inoltre, viene accordata alle Università interessate la possibilità di istituire scuole dirette a fini speciali, qualora il loro statuto lo contempli.

Infine, nel maggio 1989 venne creato il Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica (MURST) che, in poco tempo, porterà il mondo universitario verso una nuova definizione istituzionale.

Detto processo di cambiamento ha consentito al mondo infermieristico importanti sviluppi. E, benché già da tempo gli infermieri si siano impegnati a produrre proposte di legge che prevedano l'ingresso della formazione infermieristica in Università, è solo con la promulgazione della Legge 19 novembre 1990 n. 341, relativa alla "Riforma degli ordinamenti didattici universitari", che tale intento trova  piena concretizzazione.

Tale legge, di ampio respiro e di ordine programmatico, definisce i nuovi titoli accademici che le Università italiane sono autorizzate a rilasciare; ovvero il Diploma Universitario (D.U.), il Diploma di Laurea, il Diploma di specializzazione, il dottorato in ricerca.

Ai fini del nostro percorso risulta opportuno analizzare alcuni aspetti in riferimento al D.U.

All'art. 2 viene riportato che "..omissis.. ha una durata non inferiore a due anni e non superiore a tre ..omissis.. ed ha il fine di garantire agli studenti adeguata conoscenza di metodi e contenuti culturali e scientifici orientata al conseguimento del livello formativo richiesto da specifiche aree professionali ..omissis..".

Nell'art. 9 viene delegata al MURST la facoltà di emanare decreti, entro due anni solari, per definire e aggiornare gli ordinamenti didattici dei nuovi diplomi universitari, delineati all'interno del nuovo piano di sviluppo, previo consulto con "..omissis.. i rappresentanti dei Collegi e degli Ordini professionali"; mentre, nell'art. 12, l'istituto della docenza a contratto viene esteso anche per i corsi atti a conseguire diplomi universitari.

A seguito di ciò, il MURST ha concesso l'autorizzazione alle facoltà di Medicina e Chirurgia di 26 Università italiane di istituire, nel triennio 1991-93, il Diploma Universitario in Scienze Infermieristiche. 

Quindi, con il Decreto 2 dicembre 1991, all'elenco delle lauree e dei diplomi, contenuti nella Tabella I, si aggiungeva il Diploma Universitario in Scienze Infermieristiche (D.U.S.I.). In allegato al Decreto veniva promulgata la Tabella XXXIX-ter contenente le norme generali ed il relativo ordinamento didattico. In essa, il D.U.S.I. veniva articolato in tre indirizzi (assistenza generale, assistenza generale pediatrica, assistenza generale ostetrica), creando una logica di suddivisione della professione infermieristica, con relativo indebolimento dell'immagine e della compattezza professionale.

Questo aspetto, oggetto di numerosi dibattiti all'interno della professione, veniva successivamente sanato con la promulgazione del DM Università 24 luglio 1996 che concerneva l'approvazione degli ordinamenti didattici dei Diplomi universitari di area sanitaria (Tabella XVIII-ter) di nuova istituzione e la riforma dell'ordinamento relativo a quello per l'infermiere. Esso infatti, istituiva tra i corsi di Diploma universitario quello di infermiere responsabile dell'assistenza generale - ai sensi del DM Sanità 14 settembre 1994 n. 739 -  e ne rideterminava i settori scientifico-disciplinari.

Tuttavia, con l'istituzione del corso D.U.S.I. nel 1991, veniva di fatto lasciato immodificato il precedente assetto formativo, differenziando così la formazione infermieristica di base in due canali distinti ma paralleli: la tradizionale formazione gestita dal Ministero della Sanità attraverso le Regioni (Scuole per I.P.) e la neo-nata formazione universitaria.

Solo con il successivo D.Lgs. n. 502 del 30 dicembre 1992, si posero le premesse normative affinché la formazione universitaria potesse soppiantare progressivamente, ma in modo definitivo, il precedente sistema.

Con tutto ciò, molteplici altre questioni rimasero aperte. In particolare, quella del valore abilitante del titolo di studio, conseguito in base all'ordinamento didattico emanato ai sensi dell'art. 9 della Legge n. 341/1990, privo della concertazione tra MURST e Sanità (prevista, invece, dall'art. 6 del D.Lgs. n. 502/1992).

Siffatta controversia venne successivamente risolta per intervento del Governo che, con il D.L. 18 settembre 1995 n. 379 recante "Misure urgenti per le Università ..omissis.." più volte reiterato sino alla conversione nella Legge 5 novembre 1996 n. 573, sanciva definitivamente (art. 8) il valore abilitante del D.U.S.I. ai fini dell'esercizio dell'attività di infermiere.

LA REGOLAMENTAZIONE ETICA

Il consolidamento dell'unità e l'identificazione nel gruppo richiedono ai professionisti l'adozione e la condivisione di opportuni modelli di comportamento.

Detti modelli, per essere accessibili a tutti, vengono tradotti, sotto forma di norme, nei Codici Deontologici.

Il Codice Deontologico, quindi, è un documento costituito da un insieme di norme, codificate sotto forma di direttive, a cui ogni professionista deve attenersi ed ispirarsi nell'esercizio della propria attività. Tali norme, di fatto, riflettono i valori guida dell'agire professionale. Valori in parte storici ed in parte suscettibili di modificazioni in funzione dei cambiamenti sociali, culturali e professionali che, man mano, si osservano e si verificano.

Ciò spiega la necessità di una revisione periodica dei Codici ai fini di consentire l'ampliamento dei principi descritti, sulla base dei problemi etici emergenti.

Il primo Codice delle infermiere in Italia risale al 1960. Esso non risulta strutturato in capitoli ma in una semplice sequenza di undici articoli.

Nella brevissima introduzione, di sole due righe, viene apertamente dichiarata la collocazione ideologica ed etica in cui dovrà riconoscersi ogni aspirante; si afferma infatti che  "l'esercizio della professione sanitaria ausiliaria è al servizio della persona e si ispira ai principi del diritto e della morale naturale".

Il fondamento di questa morale è il "rispetto"; principio, questo, assoluto ed indiscutibile del finalismo naturale intrinseco in ogni processo biologico.

Emerge, inoltre, in questo Codice, una cultura paternalistica che vede il paziente obbediente e passivo nel trattamento terapeutico e assistenziale. Nell'art. 3 viene infatti affermato che le infermiere ". proteggono il malato, difendendone i diritti, in quanto uomo libero e intelligente che la malattia pone in uno stato di minorazione"; mentre, nell'art. 6 si dichiara che "le infermiere devono sostenere nel malato la fiducia verso il medico e verso ogni operatore sanitario".

Ma, il 25 giugno 1977, vie approvato dalla Federazione Nazionale dei Collegi il nuovo Codice Deontologico. A differenza del precedente, non vi è in esso alcuna dichiarata adesione di fede e i principi della morale naturale non sono più posti a fondamento della professione.

Dall'analisi dei contenuti traspare ancora, invece, che i principi che devono guidare l'operatore nell'esercizio della professione sono quelli della morale cattolica.

Tuttavia, globalmente emerge un'immagine più moderna e completa della professione; viene infatti attenuata la visione medicalizzante dell'infermieristica e, nel contempo, richiamata l'attenzione del professionista, oltre che sulla cura, anche sulla prevenzione e riabilitazione..

Inoltre, nell'accostamento alla persona assistita, vengono considerati importanti non solo gli aspetti sociali, ma tutte le interrelazioni antropologiche che la persona intrattiene col contesto sociale e familiare. Infine, viene riconosciuta una decisiva rilevanza all'aggiornamento professionale degli operatori; elemento, questo, strettamente connesso al progresso scientifico e sociale espresso dalla comunità di appartenenza.

Il terzo ed ultimo Codice risale al febbraio 1999. La sua approvazione - pressoché concomitante all'emanazione della Legge n. 42/99 relativa alle "Disposizioni in materia di professioni sanitarie" - costituisce un evento assai importante per la professione infermieristica poiché identifica, tra i riferimenti che definiscono il campo di attività e responsabilità dell'infermiere, proprio il Codice Deontologico.

Questo, emanato dopo 22 anni da quello precedente, riflette i cambiamenti che hanno interessato la società e la professione. Nello specifico il passaggio a livello universitario della formazione infermieristica; il processo di aziendalizzazione che ha investito e rinnovato la gestione dei servizi sanitari, introducendo principi di maggior responsabilità; la costituzione del Comitato Nazionale per la Bioetica e dei primi Comitati etici ospedalieri; l'approvazione di diverse disposizioni legislative valorizzanti la centralità della persona e la tutela dei suoi diritti all'interno delle istituzioni.

Pertanto, è in detto Codice che trovano risonanza molti dei cambiamenti culturali che hanno interessato la società italiana e la professione infermieristica negli ultimi anni.

Il filo conduttore in tutto il Codice è rappresentato dal rispetto del principio di "responsabilità" che si esprime  nei confronti della persona assistita, della professione, delle istituzioni, dei colleghi e degli altri operatori.

In particolare,  la responsabilità dell'infermiere si esprime nel coinvolgimento della stessa persona circa il processo assistenziale attraverso una corretta e completa informazione, accertandosi che la persona abbia compreso l'utilità dell'intervento e collabori al successo. D'altronde, il diritto del paziente all'informazione, il diritto ad esprimere il proprio consenso senza il quale gli interventi sanitari possono arrivare a configurarsi come illeciti, sono ormai parte della nostra cultura e rappresentano il risultato del riconoscimento che la società ha attribuito al principio di autodeterminazione, cioè al diritto di ogni persona ad essere artefice e protagonista del proprio progetto di vita e del proprio destino.

Pur nella sua capacità innovativa, detto Codice tuttavia deficita ancora di un completo e maturo rispetto del "pluralismo etico"; elemento, questo, importante per regolamentare i rapporti non solocon la persona assistita, ma anche  tra i professionisti. In un determinato Codice, infatti, ogni infermiere - laico, cattolico, ateo, mussulmano, ecc. - deve potersi riconoscere.

Detto Codice, e l'affrontare tale tematica all'interno del presente lavoro, vuole ribadire come sia in atto all'interno della professione un processo di maturazione. Essa deve infatti rappresentare un'occasione di confronto, dibattito e crescita della professione stessa in un divenire che esalti la dimensione etica nel sempre più maturo rispetto dell'altro.

L'AUTONOMIA E LA RESPONSABILITA'

Con la Legge 26 febbraio 1999 n. 42, che detta "Disposizioni in materia di professioni sanitarie", viene strategicamente sviluppato il processo di riforma delle professioni sanitarie infermieristiche, avviato dal D.Lgs n. 502/92, e successive modificazioni e integrazioni, e dal D.M. 14 settembre 1994 n. 739 che, nella loro lettura combinata, prevedono il diploma universitario quale titolo abilitante, richiedono la maturità quale requisito per accedere ai corsi e definiscono il profilo professionale.

In particolare, nel D.M. n. 739/1994, con l'individuazione della figura dell'infermiere, vengono definiti il contenuto, il potenziale professionale, il livello di autonomia e di responsabilità della professione infermieristica; questa, non più intesa come "professione ausiliaria di altre", ma come professione propria e peculiare; dunque con una specifica identità.

Detti elementi vengono chiaramente individuati dall'analisi del profilo che, all'art. 1, definisce l'infermiere "..omissis.. l'operatore sanitario ...omissis.. responsabile dell'assistenza generale infermieristica". Mentre, all'art. 3, riconosce all'infermiere la competenza nell'identificare i bisogni di assistenza infermieristica della persona e della collettività, formulando, in risposta agli stessi, idonei percorsi assistenziali.

Ma, se dalla disamina del termine identificare si può chiaramente derivare la specifica autonomia - che si esplica nell'erogazione di prestazioni proprie del professionista - nella realtà dei fatti, ciò si trova a contrastare, per ben quattro anni, con il persistere del "mansionario" che, stabilendo minuziosamente l'oggetto e i limiti dell'esercizio professionale, determina, negli ambiti operativi, numerosi ostacoli e difficoltà operative.

Bisogna infatti attendere l'emanazione della citata Legge n. 42/1999, per vedere definitivamente superate le contraddizioni sopra riportate.

Nello specifico, all'art. 1 della citata legge, la denominazione "professione sanitaria ausiliaria", che fin dal 1934 ha qualificato la professione, viene sostituita dalla denominazione "professione sanitaria", sostanziando definitivamente il cambiamento.

Ancora, nell'art. 2, viene riportato che "..omissis.. sono abrogati il regolamento approvato con Decreto del Presidente della Repubblica 14 marzo 1974 n. 225 ..omissis.."; anche se il titolo V continua invece  a disciplinare le mansioni della figura residuale dell'infermiere generico. Per quanto attiene l'infermiere "..omissis.. il campo proprio di attività e di responsabilità delle professioni sanitarie ..omissis.. è determinato dai contenuti dei decreti ministeriali istitutivi dei relativi profili professionali e degli ordinamenti didattici dei rispettivi corsi di diploma universitario e di formazione post-base, nonché dagli specifici codici deontologici ..omissis.. nel rispetto delle specifiche competenze professionali".

Di conseguenza, il profilo professionale può finalmente produrre i suoi effetti potenziali, consentendo agli infermieri di esercitare la loro professione secondo i principi scientifici che la caratterizzano, orientati dalla loro deontologia professionale.

In aggiunta, merita un accenno l'art. 4 che, al comma 1, così recita: "..omissis.. ai fini dell'esercizio professionale e dell'accesso alla formazione post-base, i diplomi e gli attestati conseguiti in base alla precedente normativa, che abbiano permesso l'iscrizione ai relativi albi professionali ..omissis.., sono equipollenti ai diplomi universitari ..omissis..".

Detta equipollenza, restituendo dignità professionale e scientifica agli attuali operatori, sana perciò contrastanti opinioni che, per troppo tempo, sono stati oggetto di discussione tra i professionisti.

GLI ORGANI DI AUTOGOVERNO

L'ultimo aspetto - oggetto di trattazione ai fini del nostro percorso - ma non ultimo in ordine di importanza, è quello relativo ai Collegi Professionali ed alla Federazione Nazionale dei Collegi, istituzioni di natura pubblica a carattere associativo, nell'ampio quadro della Pubblica Amministrazione.

Essi hanno il compito peculiare di garantire il corretto esercizio della professione da parte di coloro che vi appartengono, nell'interesse sia della collettività che dei professionisti stessi.

L'istituzione dei Collegi professionali infermieristici sancisce il riconoscimento ufficiale dello Stato italiano alla professione poiché, dotandoli di personalità giuridica, riconosce che la realizzazione degli interessi professionali coincide con la tutela di un bene pubblico.

Ufficialmente, la prima rilevante normativa in merito è da far risalire al DLCPS, 13 settembre 1946 n. 233, relativa alla "Ricostruzione degli Ordini delle professioni sanitarie e disciplina delle professioni stesse". Con esso vengono nuovamente costituiti, dopo la soppressione operata dall'ordinamento fascista nel 1935, gli Ordini dei Medici-Chirurghi, dei Veterinari e dei farmacisti ed istituito ex-novo il Collegio delle Ostetriche.

Per quanto attiene allo specifico dell'infermiere, nell'art. 27 viene dichiarato che "Con separato provvedimento saranno emanate norme relative alla disciplina professionale dell'attività infermieristica".

E' necessario quindi attendere l'emanazione della Legge 29 ottobre 1954 n. 1049, concernente la "Istituzione dei Collegi delle Infermiere Professionali, delle Assistenti Sanitarie Visitatrici e delle Vigilatrici d'Infanzia", per vedere tutelato l'esercizio professionale dell'infermiere da un organo giuridico.

Tale legge sancisce che in ogni provincia devono essere istituiti i Collegi IPASVI secondo le norme contenute nel DLCPS n. 233/1946, rese esecutive dal D.P.R. 5 aprile 1950 n. 221. Esse prevedono l'obbligatoria istituzione, ad opera dei Collegi, di appositi albi per la registrazione dei professionisti. Principio, questo, ribadito dalla Circolare A.C.I.S. 30 luglio 1955 n.75 che dispone che "Ogni Collegio avrà cura di istituire tre distinti albi permanenti nei quali saranno iscritte rispettivamente le I.P., le ASV, le V.I. residenti nella circoscrizione. Gli albi ..omissis.. comprenderanno, tra l'altro, anche l'elencazione dei nominativi di coloro che hanno conseguito l'abilitazione a funzioni direttive o speciali altre qualifiche".

Ma, la norma legislativa sopra citata, definisce anche disposizioni dettagliate per l'accertamento del possesso dei requisiti per l'iscrizione stessa (art. 9 DLCPS n. 233/46), per la compilazione degli albi medesimi (artt. 3, 4, 5 D.P.R. n. 221/50) e per la deliberazione di iscrizioni, cancellazioni e trasferimenti (artt. 8, 9, 10, 11, 12 D.P.R. n. 221/50).

Particolare analisi merita l'art. 10 del DLCPS n. 233/46 poiché oggetto di particolari controversie. Esso infatti recita che "I sanitari che sono impiegati in una pubblica amministrazione ed ai quali, secondo gli ordinamenti loro applicabili, non sia vietato l'esercizio della libera professione, possono essere iscritti agli albi. Essi sono soggetti alla disciplina dell'Ordine o Collegio limitatamente all'esercizio della libera professione".

Siffatte affermazioni, che sembrano non suggerire l'obbligatoria iscrizione per i dipendenti della pubblica amministrazione, sono state superate dall'emanazione della Legge n. 70/1975, relativa al "Riassetto e disciplina del personale degli Enti di diritto pubblico", e dalle normative concorsuali che dispongono l'obbligatorietà dell'iscrizione all'albo per tutti i sanitari le cui attività configurino assunzione di responsabilità.

Proposito, questo, confermato per la categoria infermieristica dal D.M. n. 739/94 corrispondente all'individuazione del profilo professionale dell'infermiere.

Un'ulteriore importante attribuzione riconosciuta dalla legge ai Collegi, consta del diritto/dovere di "vigilare alla conservazione del decoro e della indipendenza dell'Ordine e del Collegio" (art. 3, punto b, DLCPS n. 233/46).

Questo, dal lato pratico, consiste nel riconoscere una specifica autonomia professionale; concetto su cui si fonda la stessa ragione d'essere dei Collegi.

Inoltre all'art. 12, capo III, del riportato DLCPS viene disposto che tutti i Collegi provinciali si riuniscano in Federazioni Nazionali, con sede a Roma; nelle quali, per favorire la dovuta considerazione delle istanze periferiche, il Consiglio deve essere composto da tutti i presidenti dei Collegi provinciali.

Per compito istituzionale, dette Federazioni esercitano un ruolo di guida e di costante opera di sensibilizzazione per la professione infermieristica; mentre, nei confronti dello Stato, esercitano un ruolo di consulenza e di supporto per le problematiche professionali. Nei confronti di quest'ultimo, si sottolinea come nel tempo sia stata particolarmente pregnante l'attività dell'organismo in questione, ai fini del progresso professionale. Dove i risultati del costante impegno sono visibili a tutti.

L'ASSOCIAZIONISMO

Poiché sempre, in ogni professione, l'associazionismo dei propri membri ha rappresentato occasione di confronto e dibattito per il perfezionamento morale e professionale dei singoli, esso meriterebbe qui un capitolo a parte; con relativo approfondimento storico.

C'è da rilevare che, in campo infermieristico, il panorama associativo degli ultimi anni si è notevolmente allargato, proponendo la costituzione di numerosi movimenti finalizzati, soprattutto, al miglioramento dell'esercizio professionale mediante la messa in comune di esperienze e ricerche.

Essi, inoltre, predisponendo costantemente un confronto culturale, attraverso l'attivazione di convegni, giornate di studio e di studio/lavoro, favoriscono la presa di coscienza, negli addetti ai lavori, dei problemi e delle correnti che, costantemente, si prospettano nel panorama sanitario.

Tra i numerosi movimenti sorti in rappresentazione della categoria, sicuramente deve essere ricordata la CNAI (Consociazione Nazionale Assistenza Infermi) in quanto artefice, negli anni '50, della "battaglia" per l'istituzione dei Collegi Professionali e, negli anni '60, per la nascita della prima scuola per Dirigenti dell'Assistenza.

Le numerose altre associazioni (ANIARTI, CID, ANIPIO, ANIN, ecc.) sorte negli anni a venire, con il loro costante impegno di categoria professionale e l'influenza diretta, esercitata insieme agli organismi di autogoverno, sugli organi statali - competenti in materia di programmazione ed organizzazione infermieristica - hanno contribuito significativamente alla strutturazione di un percorso altamente significativo, quale si configura quello infermieristico odierno.

CONCLUSIONI

Alla luce di quanto riportato, possiamo sicuramente affermare che il processo di professionalizzazione è indubbiamente in atto, ma non può di certo considerarsi concluso. Anzi, esso va presidiato poiché, come evidenziato nell'esposizione precedente, vi è stato nel tempo un andamento altalenante, dove forte era la mediazione. Ad ogni norma legislativa, abbiamo infatti visto far seguito circolari e regolamenti attuativi che ne snaturavano l'originalità della stessa. Non a caso, ad esempio, le leggi istitutive delle Scuole per infermieri, nel tentativo di qualificare detta professione, stabilirono tra i requisiti d'accesso una scolarità media inferiore. Ma, poiché le particolarità  socio-economiche evidenziavano che pochi erano coloro che potevano permettersi un tale percorso di studi, il conseguente regolamento attuativo riconosceva la possibilità di accesso anche a chi possedesse un livello di scolarità inferiore. Se ciò era giustificato nel particolare momento, il susseguirsi di una simile modalità pone oggi sicuramente molteplici interrogativi.

L'evoluzione della storia infermieristica testimonia comunque l'importanza e la crucialità di questo ruolo.

Parecchio è stato fatto; ma molte sono ancora le sfide che attendono nel futuro.

La velocizzazione dei rapporti ed il modificarsi delle circostanze - che sempre più caratterizzano il mondo circostante - obbligano infatti a "prepararsi" a nuove e più complesse situazioni. Per l'infermiere ciò significa partecipare attivamente a ridisegnare, in primo luogo sotto un profilo culturale, un contesto organizzativo che valorizzi l'identità acquisita.

Queste pagine testimoniano come non si parta da zero. Bensì, dall'esperienza appresa in passato, sono derivate risorse indispensabili per intraprendere il nuovo significativo cammino.

Ma se questa professione in costante evoluzione, si è dimostrata negli ultimi anni  matura e forte al punto da rivendicare responsabilità nuove, esse dovranno, comunque, essere rinforzate e consolidate. Molteplici sono state le regolamentazioni che hanno sostenuto questo processo. In particolare, il D.M. 739/94 e la Legge 42/99 hanno coniugato autonomia e responsabilità; l'ingresso in Università ha determinato un maggiore riconoscimento sociale; la predisposizione del nuovo Codice Deontologico ha riprecisato i valori a cui ogni infermiere deve riferirsi, indicando i comportamenti che ne derivano. Elementi questi che, intimamente connessi con lo sviluppo del processo di professionalizzazione, richiedono ai professionisti un cambiamento consapevole nell'operare quotidiano.

Sicuramente in futuro ci saranno ancora momenti difficili da affrontare. Ed indubbiamente ai nostri giorni ci sono ancora mete da raggiungere; come è ampiamente dimostrato dal percorso intrapreso verso un livello di formazione ulteriore: la laurea in Scienze Infermieristiche. Per completare il processo di determinazione della professione, ossia l'affermazione definitiva di autonomia e responsabilità proprie, è infatti necessario che nella formazione il "sapere" infermieristico non rimanga subalterno ad altri. Obiettivo questo, peraltro ampiamente sostenuto dalla Federazione Nazionale dei Collegi che, a rappresentazione di tutta la categoria, desidera legittimare - ai diversi livelli di prestazione - una professione di efficace visibilità nei confronti di una collettività che la pretende e la ricerca.

Bibliografia

1.     Benci, L., "Manuale giuridico professionale per l'esercizio del nursing", McGraw-Hill Edizioni, Milano, 1996.

2.     Carruba, S., "La legislazione infermieristica nazionale e comunitaria europea nel contesto della legislazione italiana", Edizioni Rassegna Culturale J.M., Roma, 1992.

3.     Consociazione Nazionale Infermiere-Infermieri ed altri operatori Sanitario-sociali, "Professionalizzazione Deprofessionalizzazione", Atti dell'XI Congresso Nazionale, Milano 1-4 ottobre 1980.

4.     Martorelli, M.V., "Professioni Sanitarie Ausiliarie - Arti Ausiliarie", Collezione Legale Pirola, Milano, 1955.

5.     Tousijn, W., "Sociologia delle professioni", Edizione Il mulino, Bologna, 1979.


LA FORMAZIONE INFERMIERISTICA:

DALLE SCUOLE CONVITTO ALL'UNIVERSITA'

Edoardo Manzoni

Scuola Universitaria di Discipline Infermieristiche - Università degli Studi di Milano

Introduzione

La formazione infermieristica: dalle scuole convitto all'università. Questo contributo, ristretto per ragioni di tempo, ha dei confini temporali ben precisi. Da una parte, come inizio della riflessione, la nascita delle scuole convitto per infermiere, avvenuta nel 1925; dall'altra, come termine ultimo, la nascita della formazione universitaria, statuita nel 1990 con la nascita del diploma universitario.

La storia abbisogna sempre di fonti che nella maggior parte dei casi sono fonti di tipo secondario. Nel nostro caso, per l'arco temporale identificato, la storia infermieristica si allinea alla storia legislativa del nostro paese. Numerosi sono i provvedimenti giuridici, di varia natura e grado, che nel nostro secolo si sono occupati di formazione infermieristica ed attraverso di essi possiamo ricostruire un percorso che dallo ieri conduce all'oggi.

E' bene fare un chiarimento di premessa. Una legge, o qualunque altro provvedimento giuridico, si costruisce, nasce e vive in un preciso contesto storico culturale. Anzi, è bene affermare che la legislazione si propone come una sanzione della coscienza collettiva la quale ritiene talmente importante una argomentazione - o meglio una esigenza sociale - da dover analizzarla, costruirla e porla all'evidenza della società.

Siamo abituati a pensare alla legislazione soprattutto per il dopo, per i meccanismi di applicazione e di adempimento. In realtà, ed in ambito formativo ciò è tanto più vero, un provvedimento legislativo matura in un preciso contesto socioculturale in cui è voluto e assemblato. Esiste un prima.

A noi interessa non tanto lo specifico atto giuridico, a tutti accessibile e forse per natura noioso, ma le motivazioni che l'hanno prodotto e le conseguenze introdotte nel pensiero disciplinare e nel corpus professionale.

In verità è improprio affermare la nascita della formazione infermieristica nel 1925 per numerosi e variegati motivi che giustificheremo, in parte, in una ulteriore premessa alla nascita giuridica delle scuole convitto.

Nella analisi storico-filosofica del pensiero della disciplina infermieristica numerosi autorevoli autori affermano questa tesi di fondo: il sistema formativo, seppur in modo forse un poco artigianale, è uno dei primi elementi costitutivi della evoluzione del corpus professionale e del suo sapere specifico.

In altri termini, dal punto di vista storico, allorquando alcune persone iniziano ad effettuare una occupazione a tempo pieno, da subito nasce l'esitgenza di affermare alcune idee di fondo da cui muove tale occupazione. E' evidente altresì che da subito nasce il problema di come trasmettere tali embrionali conoscenze ai discepoli, ai futuri professanti.

Soffermiamoci ulteriormente su questa affermazione poichè essa è in grado di giustificare ampiamente la evoluzione del sistema formativo infermieristico nel nostro secolo.

Il senso della formazione nel cammino della disciplina e della professione infermieristica.

Nelle nostre riflessioni ci lasceremo guidare - seppur brevemente e rimandando gli approfondimenti alla bibliografia specifica -  da due autori originali e conosciutissimi autori.

L'assistenza infermieristica rappresenta e si configura come una derivazione specifica e specialistica dell'assistenza, allorquando si sono verificate alcune situazioni che hanno reso necessario il passaggio dal sapere culturale al sapere disciplinare.

L'assistenza infermieristica rappresenta uno stare-vicino di tipo specialistico, un modo nuovo ed originale di stare-vicino. Assieme allo sviluppo dell'assistenza specialistica di tipo infermieristico si sono sviluppate altre forme specifiche assistenziali come quella sociale, quella economica, quella psicologica.

L'aurora dell'assistenza infermieristica comincia a delinearsi definitivamente, tanto da farsi chiamare giorno, nel XIX secolo. Sprazzi di chiarore li avevamo già individuati addietro nel tempo, e spesso molto all'indietro.

La luce infermieristica, così come definita, è già presente nell'attività dei riformatori dell'assistenza cinquecenteschi e seicenteschi e, forse, anche in alcuni personaggi o gruppi precedenti.

Si può affermare che, come giorno e notte coesistono, tanto da essere compresenti sul pianeta nel medesimo momento, così anche assistenza e assistenza infermieristica sono da sempre presenti in percentuali diverse nel mondo.

Come già affermato, tuttavia, tali chiarori rimangono sprazzi  isolati all'interno dell'oscurità, del pensiero collettivo e dominante. Anzi, in alcuni casi il pensiero di assistenza infermieristica, arrivato prima del tempo, è stato considerato un vero e proprio pensiero divergente. Il pensiero divergente, seppur il più significativo per lo sviluppo della conoscenza e della umanità, è stato sempre punito e frenato dal pensiero convergente, il pensiero dominante.

Quando si afferma che qualcosa arriva prima del tempo ci si riferisce al fatto che la società, il gruppo culturale, non ha ancora maturato l'idea presa in considerazione; il tempo è il principale conoscitore della storia e dell'uomo.

Poco a poco, l'aurora, prende vigore e tutti coloro che vi assistono cominciano a convincersi che il giorno sta prendendo il sopravvento sulla notte.

Ora, nell'ottocento, è giorno fatto. In buona sostanza, pensiamo che il giorno nasca quando la società matura un pensiero collettivo in grado non solo di accettare la nascita dell'assistenza infermieristica ma addirittura di promuoverla.

Alla fine del XIX° secolo anche in Italia si sostanzia il problema della formazione di questi nuovi infermieri.

Nei diversi paesi europei, a seconda delle condizioni socioculturali del paese stesso, questa nascita porta date diverse: dalla prima metà del secolo per alcuni paesi anglosassoni sino alla fine dell'ottocento per i paesi mediterranei.

Nell' ottocento inizia lo sviluppo di quel doppio percorso che sta guidando la nostra analisi di storia interna:

·      il cammino del corpus professionale;

·      l'inizio del sapere disciplinare.

Secondo Wilesky1 il cammino di professionalizzazione di un occupazione deve seguire una serie di passaggi fondamentali che hanno precisa collocazione storica.

E' un processo, un movimento di una parte significativa di coloro che svolgono una determinata occupazione verso l'acquisizione di determinati attributi. Tale movimento è sorretto, per lo più, da una cultura professionale ed in particolare da un sistema di valori condiviso.

Wilensky, sociologo funzionalista, si pone l'obiettivo di identificare, se esistono tappe costanti nel processo di professionalizzazione e per questo motivo approfondisce la storia di 18 professioni attraverso una ricerca effettuata negli Stati Uniti d'America; nella ricerca inserisce anche la professione infermieristica.

L'ipotesi della sua ricerca è confermata: esiste una tipica successione di eventi comuni; sono:

·      cominciare a svolgere a tempo pieno l'attività, non più occasionalmente;

·      istituzione di una scuola di formazione, se non si trova fin dall'inizio all'interno dell'università, i professionisti cercano legami accademici entro due o tre decenni;

·      formazione di associazioni professionali impegnate, nei momenti iniziali, soprattutto sulla loro competenza esclusiva, sulle prestazioni specifiche per separare il competente dall'incompetente, definendo così i confini con le occupazioni confinanti;

·      agitazione politica, nel senso di impegno, per guadagnarsi l'appoggio della legge alla protezione dell'area di lavoro, della formazione (prove di abilitazione, legge sull'esercizio...), quindi la protezione legale del monopolio disciplinare e di competenza;

1. Wilensky H.L., La professionalizzazione di tutti?, in Tousijn W. (a cura di), Sociologia delle professioni, Il Mulino Bologna, 1979.

·      definizione di un proprio codice deontologico.

Sia consentita una digressione. Molti ritengono che nella società moderna vi sia una forte spinta verso la professionalizzazione ma non bisogna dimenticare che il concetto stesso di professione si basa su due capisaldi: la competenza tecnica esclusiva e l'ideale di servizio. Mentre la competenza tecnica esclusiva è spesso in costante aumento entro l'evoluzione societaria attuale, il nascere di nuove professioni, deve essere verificato sul valore etico-sociale dell'attività svolta.

La deprofessionalizzazione è la perdita, da parte delle occupazioni a carattere professionale, delle loro qualità peculiari e in modo particolare del loro monopolio sulla conoscenza, della fiducia del pubblico, della autonomia, della autorità sulla clientela.

Va da sè che il raggiungimento dello status professionale non è un risultato definitivo ma un costante impegno del corpus professionale che si inserisce nel cammino della storia interna e della storia esterna.

Il cammino di professionalizzazione, per il gruppo infermieristico, inizia nell'ottocento, quando l'attività di prestare assistenza, così come descritta nel capitolo precedente, non è più occasionale ma assume il ruolo di funzione sociale richiedendo quindi il tempo pieno.

Lo sviluppo della competenza tecnica esclusiva ha un suo percorso che in alcuni momenti converge con il cammino di professionalizzazione.




La conoscenza, come appare evidente, non giunge dal nulla, ma da un insieme conoscitivo disaggregato, confuso, empirico, induttivo, che preesiste alla nascita di qualsiasi competenza disciplinare.

Spesso la conoscenza disciplinare è la derivazione, l'affinamento, la sistematizzazione e la ricerca su di una nuce di competenza iniziale; nel nostro ambito è il sapere assistenziale tramandato oralmente lungo i secoli.

Avendo noi concepito l'assistenza come fatto culturale legato al principio di solidarietà dobbiamo nel contempo affermare il lento progredire, con i medesimi tempi lenti dell'evoluzione culturale, della conoscenza assistenziale che porterà alla conoscenza di assistenza infermieristica.

E' proprio dallo svilupparsi storico della conoscenza che inizia il processo di formazione e di studio dei curricula formativi.

Dopo aver cercato di comprendere il significato dell'assistenza infermieristica, quelle che noi oggi definiremmo comunità scientifiche, si sono preoccupate di come trasmettere tale significato ai discepoli e futuri professanti.

Il miglior studio in questo senso è certamente quello di Meleis[2].

Secondo l'autrice, da quando gli infermieri, hanno cominciato a prendersi cura degli esseri umani in un modo metodico ed organizzato, essi sono stati coinvolti in qualche forma di teorizzazione, anche se con un significato allargato e non necessariamente scientificamente attendibile.

I concetti di assistenza infermieristica , di comfort, di comunicazione, di protezione, guarigione e salute, tra gli altri, sono stati utilizzati per guidare la pratica prima di essere definiti come inizio della elaborazione teorica infermieristica.

E' interessante notare che la nostra analisi e valutazione del pensiero teoretico infermieristico, le società in cui viviamo, il modo di vedere e lo status sia delle infermiere che dell'assistenza infermieristica, possono far sembrare ognuno degli stadi di evoluzione del sapere professionale come una deviazione dall'obiettivo di affermare la Disciplina Infermieristica. Ad ogni modo, ognuno di questi stadi ha indubbiamente distinto e chiarito le dimensioni necessarie per l'affermazione degli aspetti scientifici della disciplina, promuovendo o conducendo ad una evoluzione accademica della Disciplina Infermieristica, definendone il mandato e la base teorica.

Lo sviluppo della teorizzazione infermieristica è divisibile in cinque stadi:

1.   stadio della pratica;

2.   stadio dell'educazione e dell'amministrazione;

3.   stadio della ricerca;

4.   stadio della teoria;

5.   stadio della filosofia.

Durante lo stadio della pratica il mandato dell'assistenza infermieristica è definito come il fornire aiuto per accrescere le possibilità di guarigione e di benessere, il creare un ambiente salutare che aiuti a diminuire la sofferenza e la deteriorazione. Gli infermieri definiscono il loro ambito di intervento includendo il paziente e l'ambiente in cui l'assistenza  è prestata. Lo vedremo meglio nel pensiero nightingheliano, che è il miglior rappresentante di questo momento del pensiero, o del proto pensiero, disciplinare.

Lo stadio della pratica dà all'assistenza infermieristica la sua ragione d'essere, il suo focus, e il suo mandato.

Dopo l'iniziale attenzione alla pratica e le concomitanti tradizioni di apprendistato, vi è uno spostamento verso problemi correlati alla costituzione dei programmi di studio infermieristici. La significatività di questo stadio di sviluppo, ovvero dello stadio della educazione e della amministrazione, nello sviluppo teorico della disciplina, giace nell'impeto di alcuni interrogativi fondamentali inerenti lo specifico infermieristico.

La ricerca del significato si fa operatività e diventa un primo, forse arcaico, curriculum formativo.

Nello sviluppo dei programmi di studio orientati alla preparazione degli infermieri gli interrogativi sulla natura dell'assistenza infermieristica, cominciano ad emergere e preparano il terreno ad ulteriori sviluppi della teorizzazione infermieristica.

Lo stadio della ricerca deriva direttamente dal precedente; l'attenzione sulla formazione, i curriculum, l'insegnamento, le strategie di apprendimento, l'amministrazione, portano gli infermieri ad interessarsi di ricerca. Le prime ricerche, nei diversi paesi, hanno proprio come centro i curricula formativi.

Le università e il mondo culturale in generale, si aspettano dalla realtà infermieristica le stesse cose che si aspettano dalle altre facoltà; i sui membri devono sviluppare le proprie idee e comunicarle al mondo scientifico attraverso la pubblicazione nelle riviste e la loro presentazione in incontri accademici.

Gli infermieri hanno, al termine di questo stadio, quella particolare situazione di comunanza - la condivisione delle idee - e le loro ricerche sono soggette allo scrutinio dei loro pari e a critiche anonime. Durante questa fase, come in altre scienze, i ricercatori enfatizzano la sintassi scientifica; come Kuhn sostiene vi è più attenzione al processo piuttosto che ai contenuti della ricerca (1970).

Nello stadio della teoria gli interrogativi sull'essenza dell'assistenza infermieristica, il suo mandato ed i suoi obiettivi, cominciano a porsi in modo più organizzato.

Un gruppo incisivo di infermieri che credono che la teoria deve guidare la prassi infermieristica, lavora per determinare la necessità di teoria, per determinare la natura della teoria infermieristica, l'aspetto filosofico di una teoria e come la teoria infermieristica deve essere modellata.

La necessità di coerenza concettuale passa, dalla preoccupazione per la sintassi, allo studio disciplinato e immaginativo delle realtà di assistenza infermieristica e del significato e delle verità che guidano le sue azioni. dalla struttura sintattica a quella concettuale. Gli autori dell'assistenza infermieristica cominciano a costruire realtà così come essi le vedono e i loro costrutti teorici risentono fortemente del substrato socioculturale in cui si sviluppano e da cui derivano. Le teorie offrono un accordo iniziale sugli ampi sforzi intellettuali e i compiti chiarificatori dell'assistenza infermieristica. Questo stadio permette la conoscenza di fenomeni rilevati ma, continua ad esserci incertezza sulla Disciplina Infermieristica e i suoi scopi intellettuali.

Lo stadio della filosofia deriva da precise domande conseguenti all'elaborazione teorica. Visto che gli infermieri cominciano a riflettere sugli aspetti concettuali della pratica professionale, sulla definizione dell'ambito dell'assistenza infermieristica, e sui metodi più appropriati per lo sviluppo delle conoscenze infermieristiche, arrivano necessariamente a porsi dei quesiti filosofici.

L'attenzione durante questo stadio si focalizza nel porre e rispondere a domande sulla natura della conoscenza infermieristica, sulla natura dei quesiti, sulla congruenza tra l'essenza delle conoscenze infermieristiche e le metodologie della ricerca.

Durante questa fase la filosofia viene considerata un tentativo di comprendere le premesse filosofiche che stanno dietro le teorie e le ricerche infermieristiche e un tentativo di sviluppare i quesiti filosofici come un approccio legittimo allo sviluppo della conoscenza infermieristica.

Questo stadio ha influenzato profondamente il dibattito intellettuale nella letteratura infermieristica. Durante questo stadio viene accettata la diversità epistemologica e viene legittimato il bisogno di porsi interrogativi etici, logici ed epistemologici così come è evidenziato dai numerosi manoscritti accettati per la pubblicazione.

Il pensiero di Meleis e la sua classificazione devono trovare datazioni diverse nei diversi paesi entro cui si compie l'analisi dell'evoluzione del pensiero disciplinare. A seconda di quando è sostanzialmente, ed in modo chiaro, avvenuto il passaggio dal sapere culturale a quello disciplinare, gli stadi da poco descritti trovano riscontri di fatti storici comprovanti lo stadio stesso.

E' opportuno sottolineare ulteriormente che il pensiero disciplinare ha, nei confronti del sapere culturale, un comportamento che può sembrare paradossale.

Da un lato, il sapere disciplinare è portato, per ragioni di identità e di difesa, a rifuggere e condannare ogni commistione di ordine culturale; dall'altro il sapere disciplinare rappresenta, come affermato, la derivazione dal precedente sapere culturale con una evoluzione e sistematizzazione completamente diversa.

La teorizzazione di Meleis deve essere vista in una immagine puntuale ed in una immagine di arco temporale. Nel secondo caso è come abbiamo già descritto: l'evoluzione del corpus professionale ha portato, mano a mano nel tempo, l'evoluzione della Disciplina Infermieristica attraverso gli stadi identificati.

Dobbiamo ipotizzare, però, anche una immagine puntuale, fotografica, di quanto raccontato: gli stadi identificati mantengono una loro compresenza continua all'interno dell'esperienza umana e dell'esperienza professionale. Ciò soprattutto allorquando consideriamo gli stadi per gli attori che li hanno rappresentati. Lo stadio della teoria, in questa visione delle cose, è compresente allo stadio della pratica o a quello dell'educazione e dell'amministrazione; lo stadio della filosofia è certamente simultaneo rispetto allo stadio della teoria e allo stadio della ricerca.

Siamo pronti per analizzare il XX° secolo

Verso la nascita delle scuole convitto per infermiere

La nascita della formazione infermieristica trova, come appare evidente, ragione e giustificazione nei secoli che precedono quello che si è appena concluso.

Esempi illuminanti di formazione di presunti infermieri sono presenti - sia come materiale letterario sia come esperienze significative - già nel XVI° da secolo ma il tutto si è sempre connaturato come un vero e proprio pensiero divergente che mai è riuscito a prendere il sopravvento.

E' nell'ottocento che la forma mentale giunge a maturazone. L'evoluzione del mondo femminile, la nascita della croce rossa (ed in particolare del suo ramo femminile), le esigenze della medicina e degli ospedali, la riforma igienistica di fine secolo, la costruzione di una coscienza collettiva e di una vera e propria questio infermieristica, la diffusione del pensiero nightingeliano, sono solo alcuni dei numerosi motivi che ci fanno datare il periodo a cavallo tra ottocento e novecento come luogo di nascita del primo organico sistema di formazione per le future infermiere.

Proprio in questo clima culturale viene istituita con legge dello stato[3]una scuola per infermiere riconosciuta, scuola esclusivamente femminile, finalizzata  a preparare le giovani ad un lavoro considerato conveniente per il loro sesso.

E' palese la sparizione, nel modo di pensare l'assistenza infermieristica, della figura maschile che continuerà tuttavia, nella realtà, ad occuparsi di assistenza.

Ormai, l'assistenza degli ammalati maschi e femmine è affidata di norma ad infermiere. Sono eccettuate le divisioni dei venerei, degli scabbiosi, delle malattie cutanee e dei deliranti

Le assunzione delle infermiere, da parte dei capitoli ospedalieri, hanno requisiti che indicano un preciso status professionale:

·      dar prova di saper leggere, scrivere e far le prime quattro operazioni di matematica;

·      non aver oltrepassato l'età di anni 24, ma tale requisito non riguarda la vice-capo e la capo-infermiera;

·      essere nubili o vedove senza prole e conservarsi tali.

Quest'ultimo requisito, non è distante dal pensiero espresso dalla Celli, nel 1908 che, testualmente, scrive: "Assistere i malati richiede tutti i nostri pensieri e tutto il nostro cuore. Può una donna ai suoi doveri di madre unire quelli di una buona infermiera?...Non chiediamo troppo. Non chiediamo che le giovani che si vogliono dedicare a questa carriera ci diano tutta la vita. No, alcuni anni soltanto... Quelle che si affezioneranno, rimarranno fedeli alla professione....altre si sposeranno... E come prima si sono dedicate ai loro ammalati, si dedicheranno poi alle loro famiglie".[4]

Non è molto lontano dai giorni nostri la prescrizione interna a certi ospedali o luoghi pii, che il personale femminile, di tutti i servizi comprese le infermiere, in caso di matrimonio venga licenziato. Evidentemente, si pensa che le infermiere maritate non possano erogare un buon servizio In questi primi anni del secolo, soprattutto la classe medica, desidera una particolare donna infermiera. E' necessario, per una piena riabilitazione della donna nel campo dell'assistenza infermieristica, far morire definitivamente la strega, far morire la femminilità e il potere misterioso che questa comporta.

La donna viene angelicata, seppur rimanendo laica, diventa modello assoluto di abnegazione ed applicazione al prossimo; non ha altro interesse che il malato o, molto spesso, il medico. La letteratura e la filmografia italiana, dei primi trent'anni del XX secolo, propongono un modello di infermiera che è donna ma non è femmina.

In questi anni sorgono nuovi impieghi, si avvia il lavoro nel settore terziario e la libera professione, ma il rapporto tra i due sessi, nella maggioranza dei casi, continua ad essere conservatore. A livello socioculturale gli stati si evolvono, aumenta la scolarità secondaria e ci sono nuove scoperte tecnologiche, ma nonostante ciò, nel 1921 in Italia il 30,4% delle donne è analfabeta contro il 24,4% degli uomini[5].

La campagna contro il lavoro femminile è intensa, ma la percentuale delle lavoratrici è molto  alta; intorno agli anno '20, in qualche paese le donne ottengono qualche vittoria come il diritto al voto e la possibilità di divorziare. Le donne che si dedicano alla politica sono ancora poche, ma qualcosa nel dopoguerra è cambiato, è mutata la visione che esse hanno del mondo femminile ed il loro modo di rapportarsi alla società.

Dal punto di vista infermieristico, se fino a questo momento storico, gli infermieri presentano uno sviluppo e una cultura pressoché identico nei vari paesi, ora si va incontro ad una progressiva differenziazione.

Negli Stati Uniti ed in Inghilterra, il modello Nightingale influenza la formazione, l'organizzazione del lavoro e la identificazione professionale[6], permettendo il rapido raggiungimento di mete sempre più ambiziose.

Amy Turton, una signorina scozzese che vive a Firenze assieme ad un gruppo di amiche, è solita visitare i ricoverati dell'ospedale Santa Maria Nuova e portare loro il cibo, vestiario ed oggetti vari.

Nello svolgere questa attività si rende conto  che occorre del personale infermieristico più preparato e cerca di dare vita ad una scuola in Italia.

Fra l'altro, si rivolge per consiglio a Florence Nightingale che la incoraggia a diventare ella stessa infermiera, cosa che farà studiando e diplomandosi ad Edimburgo.

Tornata in Italia, chiede di addestrare alcune allieve in qualche reparto di un ospedale napoletano dove tocca con mano le difficoltà che si frappongono, in Italia, ai mutamenti in questo campo.

Tra gli ostacoli che incontra, uno è rappresentato dall'idea che le giovani colte non devono prestare servizi troppo umili agli ammalati; un altro dalla diffusa opinione secondo la quale una donna non deve assistere malati di sesso maschile.

Neppure la Turton istituisce una vera e propria scuola per infermiere, ma convince a trasferirsi, dall'America all'Italia, una sua amica, Grace Baxter, che riesce nell'intento.

Ella nata e cresciuta in Italia ma formatasi come infermiera a Baltimora, lascia l'ospedale John Hopkins e viene a Napoli dove, la principessa Adelaide Strongoli, dama di corte della regina Margherita, si dimostra interessata al problema della formazione delle infermiere

Nel 1896 viene fondata, a Napoli, da Miss Grace Baxter la scuola per infermiere della "Croce Azzurra", nelle cliniche di medicina e chirurgia dell'ospedale Gesù e Maria, la prima aperta in Italia secondo il sistema Nightingale di formazione infermieristica[7].

Il corso di studi dura due anni, ma le iscrizioni, che si rivolgono ala borghesia, non sono molte e la partenza avviene tra molte difficoltà poichè non è sicuro per le allieve andare a prestare tirocinio in corsia.

Le allieve entrano in servizio alle otto del mattino, venendo da casa, ovunque abitino; lavorano in reparto e prendono parte alla visita dei medici fino alle undici, quando arriva il momento della lezione dopo la quale ritornano in reparto e, tra le due e le tre del pomeriggio, le allieve tornano a casa.

Esse prendono temperatura, polso e respiro, riordinano i pazienti costretti a letto, lavano e pettinano gli altri, cateterizzano e fanno irrigazioni, preparano per gli interventi chirurgici e le emergenze mediche, assistono alle operazioni, distribuiscono i farmaci e praticano le iniezioni ipodermiche. I bagni a letto sono consentiti in teoria ma appena tollerati in pratica. Per questo motivo debbono essere la mattina presto, quasi di nascosto, per il timore che vengano proibiti, ciò nei reparti femminili; nei reparti maschili si possono lavare ai malati limitatamente a viso e mani.

Anna Celli viene, grazie al prestigio sociale che il matrimonio le ha portato, incaricata dal ministero dell'interno, di una indagine collaterale al primo censimento del 1901; i risultati di tale ricerca  evidenziano una cultura assolutamente insufficiente del personale impiegato nei servizi di infermeria e le ragioni che devono far preferire il personale laico nella pratica dell'assistenza infermieristica.

Gli infermieri laici[8], secondo Celli, sono 8380 di cui 3767 donne e sono spesso diretti da suore che costano meno, alle amministrazioni ospedaliere del personale laico.[9]

A dire il vero, Podrecca sostiene che il vero motivo per cui gli amministratori hanno convenienza ad avere suore, soprattutto come caposala, piuttosto che personale laico, non risiede tanto nella convenienza economica, ma nel fatto che le religiose sono capaci a fare in modo che di fatti anche gravissimi nulla trapeli[10]. Inoltre la suora non domanderà mai un migliore trattamento, un orario più umano, non inizierà mai un'agitazione sindacale, frequente nel personale laico in questi tempi.

Celli successivamente sottolinea come questa situazione è dovuta soprattutto alle modalità di reclutamento del personale addetto all'assistenza che viene individuato in genere tra le ragazze di campagna e le esposte, delle quali generalmente si occupano le suore, senza badare al fatto che questo personale è illetterato.

Celli comincia a tenere, a Roma, dei corsi sull'assistenza infermieristica ai malati nel 1901; questi corsi sono frequentati da giovani ragazze di buona famiglia e consistono in lezioni bisettimanali accompagnate da tirocinio pratico; i corsi sono intesi quale completamento all'educazione femminile ed avviamento alla professione di infermiera

Anna Fraentzel Celli afferma che il lavoro di infermiera deve essere svolto solo da donne, perchè per natura sono più caritatevoli, più pazienti, più dolci degli uomini; sono fatte per assistere gli uomini, devono appartenere al ceto medio-borghese ed essere, come affermato, nubili.

Il nubilato richiesto non porta ovviamente ad incremento del numero delle infermiere preparate ad assolvere alle attività assistenziali, ne costituisce la premessa per la nascita per una carriera all'interno della professione.[11] 

Le ragazze delle classi sociali più elevate non si avvicinano alla professione infermieristica per molteplici motivi tra i quali le condizioni di alloggio, retributive ed organizzative del lavoro ospedaliero; in Italia tra il personale laico ospedaliero non emergono personalità con una cultura tale da determinare una spinta per il cammino di professionalizzazione, identificato nella prima parte del capitolo.

Quando, la Celli, nel 1908, farà una nuova inchiesta arriva ad affermare che negli ultimi anni la posizione economica delle infermiere è migliorata. Non ci sono invece stati miglioramenti sotto l'aspetto più strettamente professionale, perdurando il pregiudizio che il mestiere di infermiera non sarebbe adatto a ragazze di una certa cultura. E' necessario, secondo Celli, che nei reparti il personale vecchio sia temuto staccata dalle nuove infermiere, che il lavoro infermieristico sia diviso da quello di facchino, e che il personale laico sia separato da quello religioso che dovrebbe lavorare nelle cucine e nei guardaroba e che, al posto dei sorveglianti uomini, ci vogliono delle direttrici e caposala laiche.

Alle infermiere va garantito il riposo settimanale ed annuale e vanno loro concessi i benefici previdenziali. Ci vuole una scuola preparatoria, di almeno sei mesi, per le aspiranti infermiere che devono possedere la licenza elementare e il certificato di buona condotta.

Amy Turton aiuta, insieme ad altre dieci infermiere britanniche, Dorothy Snell, nella direzione di una scuola romana che si istituisce a Roma, presso il policlinico Umberto I: la scuola convitto Regina Elena.

Nel 1906, viene aperto a Roma l'ambulatorio-scuola San Giuseppe, su volontà del pontefice romano Pio X per preparare le religiose già presenti negli ospedali nonchè giovani particolarmente interessate all'assistenza agli infermi. La scuola è caratterizzata da una ferrea disciplina e da spirito di carità. Nel 1907 viene fondata la scuola di San Gregorio al Celio, in Roma, gestita dalle suore irlandesi Piccole Figlie di Maria ed in seguito la scuola di Anna Potter.

Comincia ad emergere l'abitudine di costruire luoghi di ricovero ad utilizzo delle scuole quali settori dove poter espletare il tirocinio, costitutivo del sistema Nightingale, con efficacia e sicurezza.

Nel 1909, dopo la riforma di polizia manicomiale del 1904 (L.14.2.04, n.36), viene legiferata la figura di infermiere manicomiale (R.D. 16.08.09, n.615), ad essa aderirà soprattutto la porzione maschile; ciò per evidenti motivi visto che i requisiti sono la sana e robusta costituzione ed, in subordine, il saper scrivere, leggere, ed il far di conto.

Nel 1910 vengono fondate le scuole Regina Elena, presso l'ospedale civile di Trieste e presso il Policlinico Umberto I di Roma, quest'ultima appena citata. Nel 1912 nasce la scuola Principessa Jolanda a Milano, che verrà, dal 1918, gestita dalla Croce Rossa Italiana.

Molte, o praticamente tutte, scuole per infermiere sorte in Italia, in questo periodo, sono fondate dalle allieve di Nightingale, ma nel nostro paese non vi sono ancora normative che stabiliscono regole e programmi; ogni ospedale gestisce la scuola in base alle proprie esigenze, la formazione è disomogenea e le allieve sono poche.

Le direttrici delle scuole sono o infermiere straniere chiamate in Italia o donne italiane che sono andate a formarsi all'estero nel sistema Nightingale. Ecco il vero punto in comune oltre all'ammissione esclusiva della componente femminile della società.

Da più parti si avverte la necessità di riconoscere il diploma alle infermiere; le varie associazioni femminili e sindacali che si erano occupate del lavoro all'interno delle fabbriche e dei servizi connessi sono favorevoli al riconoscimento del titolo di studio.

Tra tutte, certamente spicca il già citato Consiglio Nazionale Donne Italiane (CNDI), nato nel 1908, in un momento storico caratterizzato da un vivace ed articolato dibattito  culturale a favore di un ruolo autonomo della donna nel lavoro e nella produzione.

Una commissione di inchiesta, promossa dal Consiglio, affronta il problema della formazione infermieristica e mentre si trova d'accordo sui programmi vede lo scontro dei membri sulla sede dove la stessa deve situarsi. Il tentativo di formare l'infermiere in ambito universitario, come già avviene nel sistema statunitense e in Italia per la levatrice, viene bocciato

Lo statuto della scuola convitto di san Gregorio, in Roma, approvato nel 1910, conferma che il primo scopo di essa è "elevare sotto ogni aspetto la professione di infermiera, rendendo possibile di dedicarsi ad essa a signorine bene educate ed istruite".[12]

Ricordiamo che una preoccupazione di Florence Nightingale è stata quella di preparare anzitutto la leadership della professione e questa non può che essere formata da donne colte dell'alta borghesia e aristocrazia ( di "alto bordo"); solo in un secondo momento, infatti, emerge l'urgenza di incrementare il numero delle infermiere aumentando l'attenzione alla loro quantità oltre che alla qualità.

In Italia, invece, da parte delle prime "signore" infermiere laiche, delle congregazioni religiose e in particolare modo da parte dei medici, fautori a volte della formazione infermieristica, non c'è mai stata una vera preoccupazione  di elevare lo status sociale della professione curando la qualità della preparazione delle prime infermiere.

L'intento principale è quello di avere del personale istruito quel tanto che basta a soddisfare le esigenze degli ospedali e dei medici ospedalieri[13]; questa ideologia contribuirà a determinare in seguito la condizione subalterna delle infermiere e il difficile e faticoso riconoscimento della professione.

Il ministero dell'interno, con proprio decreto,, nel 1918, si trova a promuovere una commissione reale per "lo studio della riforma infermiera"; la commissione, presieduta dall'onorevole Pietro Bertolini, prepara il terreno e l'ambiente politico-culturale alla riforma del 1925.

Nel periodo della grande guerra molta importanza va data alla Croce Rossa e al volontariato costituite da donne di ceto medio-alto le quali sono disposte a dare assistenza infermieristica ma non a seguire le rigide condizioni delle scuole per infermiere[14]. L'evento bellico contribuisce a rendere popolare l'immagine dell'infermiera e a migliorare il sistema formativo nascente. Di colpo tutta la società scopre la necessità sociale che sottende il cammino di professionalizzazione.

La più grande madre del mondo, si legge in un manifesto americano della Croce Rossa, la cui iconografia è una gigantesca infermiera che culla un uomo in miniatura immobilizzato sulla barella[15].

La nozione di "mestiere femminile" assume nuova e maggiore forza, assieme al corollario dei territori di esclusiva competenza maschile, ad esempio il notariato, la guida dei treni o la medicina scientifica.

Ai medici la ferita, alle infermiere il malato, recita un celebre motto francese[16].

Al termine del conflitto si avverte l'esigenza di riordinare il settore sanitario, che si è dimostrato inefficiente; non solo ospedaliero ma anche territoriale, nei luoghi di vita della popolazione.

La Croce Rossa Italiana, grazie alla consorella americana, porta in Italia l'esperienza dell'home visiting che negli Stati Uniti è il primo e prioritario mercato entro cui si inserisce la professione infermieristica. Mary Gardner, arriva a Roma e contribuirà, in modo sostanziale, allo sviluppo della figura di assistente sanitaria visitatrice. La figura, anch'essa legiferata in una formazione a sè nel 1925, secondo un regolamento della Croce Rossa, datato, 1924, è da identificarsi come una specializzazione dell'infermiera nel campo della medicina pubblica e della prevenzione delle malattie; niente di più utile per il regime fascista e per un paese che sta lottando per la bonificazione, per la ricostruzione postbellica, e per l'abbattimento delle malattie infettive, prima causa di morte.

Le infermiere aderenti al Consiglio Nazionale Donne Italiane, e provenienti in massima parte dalla Croce Rossa Italiana,  costituiscono nel 1919, l'Associazione Nazionale Italiana tra Infermiere (ANITI) creata allo scopo di incrementare l'assistenza alle infermiere, il mutuo soccorso in caso di malattia e la previdenza. L'associazione possiede anche un proprio organo di stampa: il Bollettino d'Informazione.

Le congregazioni religiose femminili trovano nella nascita della formazione infermieristica il raggiungimento di una doppia finalità. I due filoni ottocenteschi su cui si è strutturata la vita consacrata attiva, assistenza ed istruzione, trovano sintesi e possibilità di sviluppo ulteriore. I diversi istituti si prepareranno, curando la formazione di alcune suore, a subentrare nella direzione delle scuole per infermiere.

Va ricordato che, la legge di istituzione delle scuole convitto per infermiere, viene promulgata in periodo autarchico. In una norma transitoria si precisa che, entro il termine di dieci anni, la direzione di dette scuole deve essere affidata ad una infermiera diplomata in una scuola italiana.[17] A conti fatti, entro il 1935 la maggior parte delle scuole convitto per infermiere passeranno sotto la direzione di congregazioni religiose femminili con le quali gli ospedali hanno convenzioni. Le scuole per assistenti sanitarie visitatrici, nella quasi totalità, rimarranno in gestione alla Croce Rossa Italiana.

La componente maschile dell'assistenza infermieristica vive il momento di suo maggior declino. Ormai è opinione diffusa che l'essenza maschile non ha nulla a che fare con l'assistenza infermieristica. Naturalmente continuano a sopravvivere le figure maschili assistenziali legate ai due grandi ordini discesi da Giovanni di Dio e Camillo de'Lellis; essi strutturano propri sistemi di formazione interna, spesso lungimiranti e di elevato livello, ad essi verrà concessa una eccezione legislativa dallo stato italiano. Potranno avere diplomi di infermiere professionale con l'indicazione, "limitatamente all'assistenza infermieristica a malati di sesso maschile".

La giustificazione della presenza di personale maschile negli ospedali è da ricercarsi nell'esigenza di disimpegnare attività in cui è richiesta forza fisica, soprattutto nelle strutture manicomiali.

Con legge 23 giugno 1927, n.1264, viene istituita la figura dell'infermiere generico, come arte ausiliaria alla professione sanitaria, ruolo entro cui gli uomini, nonostante molte battaglie in senso contrario, rimarranno relegati sino al 1971.

Dal punto di vista dell'evoluzione del sistema del pensiero disciplinare dobbiamo, evidentemente, introdurci nello stadio della educazione e della amministrazione.

L'esigenza di formazione e di porre rimedio alla pura pratica, da progetto è diventata realtà; così è anche per l'amministrazione che, per certi versi e come abbiamo verificato dal punto di vista infermieristico, è entrata negli ospedali ancor prima dell'assistenza infermieristica al letto del malato.

Dal punto di vista conoscitivo l'assistenza infermieristica compie i primi timidi passi che la portano sulla strada disciplinare. Ci si comincia a porre domande sulla natura dell'assistenza infermieristica al fine di decidere cosa insegnare; in verità il cammino non è così lineare poichè, da subito, la componente medica, credendosi destinataria dell'intervento infermieristico, cerca di intervenire sui contenuti.

Per insegnare, dice Celli, ci vorrebbero delle capo-infermiere qualificate, ma non esiste personale del genere. Nel primo congresso, del 1906, ed in quello dell'anno successivo, i medici ospedalieri d'Italia esprimono ripetutamente il voto che il personale d'infermeria debba essere educato, colto ed intelligente.[18]

Quando costoro fanno tali affermazioni si rivolgono, con il pensiero, ad una immagine di assistenza infermieristica che oggi non definiremmo certamente disciplinare ma rivolta alle necessità mediche ed igienistiche.

Agli infermieri si devono insegnare ad assistere i malati ma, secondo loro, anche a formare una coscienza igienistica affinchè l'ospedale divenga luogo di educazione popolare.

Cominciano invece i primi scritti di infermieri per infermieri. Le direttrici delle scuole, soprattutto, raccontano alle loro discenti quali sono le conoscenze e le doti morali che l'infermiera deve avere.

La conoscenza non viene più basata solo sulla tradizione orale, ma sistematizzata in un linguaggio, anche se arcaico, linguaggio specifico, prima tappa di ogni evoluzione disciplinare.

"Un buon infermiere dovrebbe non soltanto saper mediocremente leggere e scrivere, ma possedere quel tanto di istruzione necessaria per poter essere anche di vero conforto al malato curandone il morale"[19]

Le scuole convitto

Il 15 agosto 1925, con il Regio Decreto Legge n.1832, poi convertito in legge, il regno ha le sue scuole-convitto per infermiere e le scuole specializzate di medicina, pubblica igiene ed assistenza sociale per assistenti sanitarie visitatrici. Contemporaneamente viene identificata la figura di caposala. Il sistema di formazione, perfezionato con il regolamento esecutivo (R.D. 29.11.29, n.2330), è di chiaro riferimento al modello Nightingale che abbiamo descritto.

Tutte le scuole si adegueranno al nuovo disegno istituzionale e chiederanno il riconoscimento che otterranno, in genere all'inizio degli anni trenta.

La conoscenza infermieristica e il corpus professionale infermieristico, più che per propria decisione, paiono mossi, nel loro procedere, da eventi esterni.

Forse non vi è ancora piena consapevolezza, in tutti gli infermieri, di cosa è avvenuto e di cosa sta accadendo; i requisiti richiesti per l'accesso alle neonate scuole sono di tale ambizione da  far pensare ad una considerazione auspicata, nei confronti della professione infermieristica, senza eguali in ogni tempo.

La funzione sociale di una professione e la necessità sociale dell'umanità sono due aspetti complementari, due facce di una stessa medaglia. Al mutare di ogni faccia anche l'altra si modifica.

Entriamo in un momento storico in cui è la necessità sociale a guidare il cammino evolutivo.

E' il periodo delle istanze sociali.

Il periodo delle istanze sociali

Gli anni che vanno dalla istituzione delle scuole infermieristiche fino alla abbondante fine della seconda guerra mondiale, sono anni in cui la professione e la conoscenza infermieristica sono spinte a procedere, lungo il cammino evolutivo, da precise istanze sociali; esse permettono una veloce maturazione del sistema professionale e, nel contempo, lo pongono in crisi stimolando l'ingresso nello stadio della ricerca.

Tra le due guerre le donne svolgono attività differenti del lavoro domestico, operano prevalentemente nel settore impiegatizio, statale e nelle fabbriche.

Le condizioni economiche non sono brillanti e l'andamento demografico è oscillante. L'aborto e i metodi contraccettivi non sono legalizzati, ma praticati e usati clandestinamente in larga misura.

Le conquiste delle donne non sono uguali nei diversi paesi; in Italia il regime fascista discrimina i sessi, vengono privilegiate le famiglie numerose e viene proposto alle donne, quale ideale del regime, di stare a casa ad accudire i propri figli.

La donna italiana deve dedicarsi al focolare, ma vengono rivalutate le attività rivolte al sociale. Il regime fascista sostiene la formazione professionale delle donne nei ruoli di assistente sociale, di infermiera e di insegnante, tutte occupazioni che, oltre ad addirsi in modo particolare alle qualità femminili, danno maggiore assicurazione di promuovere il progresso sociale[20].

In questo ventennio la storia dell'assistenza infermieristica si lega alla storia della legislazione poichè la professione è fortemente condizionata dalla dittatura fascista che potenzia le corporazioni professionali e che indirizza "la professione in aree utili al regime"[21].

Il nuovo corso delle scuole convitto per infermiere ha la durata di due anni e comprende insegnamenti teorico-pratici; nelle scuole gli insegnamenti, per le numerose ragioni già descritte, sono impartiti da medici e, in minima parte, dalle direttrici.

Direttore della scuola, nonostante la facoltà e non l'obbligo,  è un medico coadiuvato dalla direttrice della scuola che, però, ha solo un ruolo marginale, di controllo sull'ordine e la disciplina. Per la legge la direttrice deve possedere un titolo di infermiera professionale abilitata alle funzioni direttive.

Questa situazione ha fatto si che la professione infermieristica seguisse un lento cammino.

In realtà, più che dell'insegnamento, la direttrice è chiamata ad occuparsi dell'educazione morale delle allieve, di problemi disciplinari e della conservazione degli oggetti e del materiale di cui la scuola dispone. Organizza il tirocinio delle allieve, che spesso è un lavoro vero e proprio,

Le scuole, poste sotto il controllo dello stato, svolgono corsi biennali per il conseguimento del diploma di stato per l'esercizio della professione di infermiera. Con un successivo corso della durata di un anno si può conseguire il certificato di abilitazione alla funzioni direttive dell'assistenza infermieristica.

Ogni scuola-convitto[22] ha uno statuto e un regolamento; essi sono sostanzialmente analoghi in tutto il territorio nazionale. Per l'ammissione alla scuola, il R.D. 2330 del 21 novembre 1929,  chiede il titolo di scuola media di primo grado, che tuttavia non risulta obbligatorio; in mancanza di candidate che  ne siano in possesso, si possono accettare allieve aventi la sola licenza elementare. Alla domanda di iscrizione alla scuola va allegata una dichiarazione, firmata da due persone rispettabili e conosciute dalla scuola, che attestino l'indiscussa moralità dell'aspirante infermiera.

Fra le disposizioni transitorie della legge in esame, ve ne sono due particolarmente interessanti all'analisi storica. L'articolo 39 recita: "Le religiose che, per regola del loro istituto, non possono prestare l'assistenza agli uomini, potranno ricevere un diploma professionale con tale limitazione"; all'articolo 42 si prevede la concessione del diploma, o la facilitazione di accesso alla scuola, a infermiere che abbiano già compiuto un certo tirocinio, specie se questo ha avuto luogo in ospedali militari o della Croce Rossa. La guerra ha lasciato i suoi segni.

Il Testo Unico delle Leggi Sanitarie del 1934 sancisce che possono esercitare la professione di infermiera professionale, assistente sanitaria visitatrice, capo sala, levatrice, coloro che sono in possesso del corrispettivo diploma.

Le numerose norme transitorie che, in corsi e ricorsi, accompagneranno la storia legislativa infermieristica del XX secolo, trovano ragione nella difficoltà nel reperire un numero sufficiente di candidate per la professione, difficoltà deplorata da numerose pubblicazioni dell'epoca.

Le infermiere qualificate, diplomate nelle scuole-convitto, le quali costituiscono le centurie d'avanguardia nella crociata per la tutela sanitaria della razza, bandita dal regime quale fattore indispensabile per il benessere della patria fascista, sono troppo poche.

Occorrono altre ventimila infermiere professionali e diecimila assistenti sanitarie visitatrici.

Saranno presi dei provvedimenti per aumentare il numero delle scuole, senza tuttavia che la situazione si modifichi in modo sostanziale: ancora alla fine degli anni sessanta le infermiere saranno poche per un mercato, assistenziale e sanitario, in copioso sviluppo.

Nel 1925 viene fondata l'Associazione Cattolica Italiana per l'Assistenza Infermiera, di cui anima è la Snell,  negli ospedali pubblici con gli scopi di:

1.   promuovere la istituzione di scuole collegate agli ospedali pubblici, per infermiere religiose e laiche...;

2.   sostenere tali scuole, tutelarne e regolarne il funzionamento, integrandone ove sia necessario il finanziamento.

Nel 1930 vengono fondate altre due associazioni di ispirazione cattolica: l'Unione Cattolica Infermieri, costituitasi a Milano e che battaglierà incessantemente - arrivando a toni aspri - per l'ammissione degli uomini alla professione, ed un'altra di cui si sa solo che promuove il II° congresso delle infermiere cattoliche.

L'ANITI, fondata nel 1919, viene trasformata, o meglio sciolta, nel 1933 nel Sindacato Fascista Infermiere diplomate, con conseguente estromissione dal Consiglio Internazionale delle Infermiere; vi rientrerà, come vedremo, nel 1949 attraverso il suo mutamento in Consociazione Nazionale Infermieri e altri Operatori Sanitario Sociali, fondata nel 1946.[23]

Nel 1930 l'autorità sanitaria si accorge che l'assistente sanitaria visitatrice, figura di punta della sanità della prima metà del secolo, non viene utilizzata per il suo precipuo scopo; vengono diramate apposite circolari dal ministero dell'interno che esprimono inequivocabilmente la volontà di dare alle figure infermieristiche un preciso ruolo ed un rilievo sociale.[24]

Se all'inizio, i programmi di insegnamento, sono fissati da ciascuna scuola e poi approvati dai ministeri interessati, a seguito del D.M. emanato il 30 settembre 1938 vi provvede il ministero dell'interno, di concerto con quello dell'educazione nazionale: lo scopo dichiarato dalla nuova disposizione giuridica è quello di imprimere a tutte le scuole un indirizzo didattico uniforme. Si prevede un corso preparatorio di due mesi, che consenta agli insegnanti di valutare le capacità culturali, intellettuali e spirituali delle candidate, e a queste di misurare le proprie forze e la propria vocazione, affinché si possano eliminare preliminarmente gli elementi non idonei.

Fra le materie del corso vero e proprio figurano: l'economia domestica e ospitaliera, la cultura militare, quella religiosa e la patologia tropicale. A insegnare le varie materie sono quasi esclusivamente i medici; alla direttrice e alle caposala compete, essenzialmente, l'insegnamento pratico nelle corsie, oltre a quello dell'etica professionale e dell'economia domestica ed ospitaliera. Non è contemplata una vera e propria "teoria" dell'assistenza infermieristica, anche se si affidano alla direttrice e alle sue collaboratrici argomenti come: la storia dell'assistenza ospedaliera e l'assistenza ospedaliera attuale in Italia e all'estero, da svolgersi in poche ore.

Particolare attenzione viene dedicata al corso per assistente sanitaria visitatrice. L'obiettivo è quello di formare operatrici polivalenti, che lavorino nei settori della maternità e dell'infanzia, dell'assistenza scolastica, della lotta antitubercolare, antimalarica e antitracomatosa, della assistenza rionale, di quella nelle fabbriche, della difesa sanitaria e igienica per le famiglie meno abbienti e dell'assistenza alle persone colpite da sifilide, da prestarsi negli appositi dispensari.

Nel 1940, con regio decreto del 2 maggio, n.1310, vengono per la prima volta determinate le mansioni dell'infermiera professionale e dell'infermiera e dell'infermiere generico, probabilmente per circoscrivere il loro campo d'azione e per cercare di distinguere maggiormente queste due figure. La decisione del ministero delle corporazioni del 22 giugno 1937 attribuirà la qualifica impiegatizia alle infermiere professionali e alle assistenti sanitarie visitatrici

Esempio perfetto di istanza sociale è una legge del 1940, la quale disciplina le professioni sanitarie ausiliarie infermieristiche e di igiene sociale, nonché l'arte ausiliaria di puericultrice; tra le altre cose sancisce la nascita della vigilatrice di infanzia, espressione del sistema di protezione del sistema materno-infantile di tutti i regimi totalitari.

Nel contempo, con l'articolo tre della medesima legge (legge 18 luglio 1940, n.1098), viene istituita la possibilità di avviare corsi di specializzazione nell'assistenza infermieristica.

Alla fine degli anni trenta, come risultato del deterioramento delle relazioni internazionali, in Europa scoppia un'altra guerra.

La conoscenza infermieristica ha, in questi anni,  uno sviluppo molto diversificato nei diversi paesi.

Una volta di più, lo sviluppo conoscitivo disciplinare si lega al ruolo della donna e al suo procedere scolastico ed intellettuale. Lo stadio dell'educazione e dell'amministrazione assorbe tutta l'attenzione della professione.

Ormai, la forma scritta, è imperante anche nella trasmissione del sapere infermieristico.

La produzione letteraria italiana ha, nel periodo tra le due guerre, un significato particolare.

Le riviste sono spesso senza contenuti e, la più diffusa - L'Infermiera Italiana - è una celebrazione della donna in quanto moglie e madre e un momento di importante indottrinamento verso il regime.

I libri di testo sono spesso scritti da medici o da persone legate alla Croce Rossa; ogni pubblicazione si apre con la precisazione dei diritti e doveri dell'infermiera.

L'infermiera perfetta ha:

necessità di una buona istruzione tecnica e teorica. L'assistenza agli infermi non è un mestiere, ma una missione, nobile e benefica. Per esercitarla con profitto occorrono qualità fisiche e qualità morali.

Le qualità fisiche riguardano l'infermiera tanto rispetto a sé stessa, quanto agli ammalati che deve assistere. Per riguardo a sé stessa ella deve essere di robusta costituzione sia per le fatiche alle quali andrà soggetta, sia perché non abbia in sé quelle particolari predisposizioni che preparano l'attecchimento delle malattie contagiose, specie la tubercolosi: quindi polmoni sani, cuore sano, nervi a posto, ed equilibrio mentale.

Le qualità morali riguardano anzitutto la bontà: non bisogna dimenticare mai che colui che si assiste è un sofferente; la bontà non deve però essere sinonimo di debolezza, ma deve arrivare sino allo spirito di sacrificio.

L'intelligenza è un'altra qualità morale indispensabile: l'infermiera deve essere una assistente vigile, attenta, modesta. L'infermiera parli poco, osservi molto: sia ordinata, sollecita senza fretta, disciplinata.[25]

Le direttrici delle scuole-convitto, in assenza di libri in grado di trasmettere il sapere infermieristico, si cimentano in opere che contengono i principi dell'assistenza infermieristica e quelle lezioni di etica professionale a loro affidate.

La funzione di questi testi, assolutamente importanti nella tappa di costruzione del patrimonio disciplinare, è rivolta non solo alle allieve delle scuole  ma anche a tutti coloro che vogliono riformare l'assistenza ospedaliera affinché raggiunga quell'elevatezza reclamata dal sentimento di pietà per i sofferenti, e imposta dalla civiltà e dal progresso[26].

Il primo patrimonio professionale, la prima riflessione sul linguaggio,  la prima necessità di trasmissione delle conoscenze ai discepoli, sono finalmente raccolti in un sistema articolato che comincia a trovare un proprio assestamento.

Il secondo cinquantennio

L'Italia, nel dopoguerra, ha altro da fare che occuparsi della professione infermieristica. Gli stessi infermieri hanno la necessità di ritrovarsi, di pensare di nuovo a sè stessi come gruppo e come sapere professionale, di cercare nuovi sbocchi professionali.

Le motivazioni, mai sopite, che avevano portato, già dal primo decennio del secolo, alla nascita dell'associazionismo infermieristico, riemergono con forza soprattutto nelle città più importanti del paese. Nel 1946 nasce, sulle ceneri dell'ANITI, la Consociazione Nazionale Infermieri e altri Operatori Sanitario Sociali. Essa ha nel proprio statuto le caratteristiche, già descritte, per poter essere ammessa al Consiglio Internazionale delle Infermiere, cosa che avverrà nel congresso di Stoccolma, nel 1949.

L'associazionismo infermieristico cattolico, nel contempo, si struttura in nuove organizzazioni che, con alcune mutazioni, giungeranno ad essere le attuali Associazione Cattolica Operatori Sanitari e Federazione Italiana Religiosi Operatori Sanitari. Entrambi aderiranno, dopo la sua nascita avvenuta nel 1972, al Comitato Internazionale Cattolico Infermieri e Assistenti Medico-Sociali.

Solo dagli anni settanta, in quella che chiameremo crisi kuhniana, si svilupperanno in modo massivo, le associazioni infermieristiche specialistiche che si basano sulla condivisione o di un percorso formativo o di un particolare luogo di espressione professionale.

Riprendendo la analisi storica della legislazione infermieristica dobbiamo affermare la nascita, con legge n.1049 del 29 ottobre 1954, del Collegio Infermiere Professionali, Assistenti Sanitarie Visitatrici e Vigilatrici di Infanzia. La nascita dell'ordine professionale rappresenta un momento fondamentale nel cammino di professionalizzazione: è il momento in cui la collettività, ai sensi dell'articolo 2229 del codice civile, riconosce una occupazione quale professione intellettuale.

Gli ordini e i collegi sanitari, abrogati durante l'epoca fascista, vengono ricostituiti nel 1946 e regolamentati nel 1950. Ai Collegi IP.AS.VI. e alla Federazione nazionale che li raccoglie, in Roma, si applicheranno le medesime norme.

Gli anni cinquanta, dal punto di vista della legislazione nazionale, sono abbastanza poveri. La politica sanitaria italiana è ferma a pensare, finalmente e dopo numerosi anni, alla formazione dell'infermiere generico e sulle modifiche all'ordinamento alle scuole di ostetricia. Nel 1958 nasce il ministero della sanità; l'anno successivo, il dicastero, rivede di già i propri organici inserendo  le assistenti sanitarie visitatrici entro la carriera di concetto.

Gli anni sessanta per il mondo italiano sono anni importanti per le innovazioni e le contraddizioni.

Si viene a creare, soprattutto nella seconda metà del decennio, uno sviluppo tecnico-scientifico, industriale ed economico senza precedenti. Lo sviluppo che porta benessere nel paese si inserisce anche nel mondo sanitario laddove comincia a strutturarsi una certa idea di consumo dei servizi sanitari.

L'arrivo delle tecnologie permette lo sviluppo di numerose specializzazioni mediche e di numerose tecniche curative[27] ma, nel contempo, aiuta a perdere di vista l'obiettivo del sistema sanitario: la persona. 

Per la professione infermieristica italiana sono anni di sbandamento; gli infermieri scoprono massivamente il concetto di specializzazione. Tuttavia, essi, anziché specializzarsi sulla diversa manifestazione dei bisogni di assistenza infermieristica delle persone, si specializzano sulla tecnologia.

Proprio in questi frangenti professionali, dopo un periodo di tecnicismo esasperato, che raggiungerà gli anni settanta, si genera una crisi profonda di identità disciplinare e professionale.

Situiamo qui, anche se in esperienze diversificate, lo stadio della ricerca.

Il paradigma di scienza normale, secondo Kuhn, basato sul tecnicismo entrerà in una crisi  (paradigmatica) da cui uscirà attraverso la creazione di un nuovo paradigma in grado di giustificare l'azione professionale. Sarà il periodo della consapevolezza professionale.

Negli anni sessanta, mentre la maggior parte degli infermieri opera e, soprattutto, si identifica nel modello tecnico appena descritto, una minoranza professionale pensa ad un altro tipo di infermiere.

La Croce Rossa Italiana, con gli organi associativi infermieristici, tra cui spicca la C.NA.I.O.S.S., promuovono la formazione universitaria dell'infermiere; questa si strutturerà inizialmente a Roma e poi a Milano, entro le tre scuole universitarie che, da più parti, vengono definite le "scuole per dirigenti storiche".

Il D.P.R. 24 maggio 1965, n.775, modifica lo statuto dell'Università degli studi di Roma istituendo la Scuola Speciale per Dirigenti dell'Assistenza Infermieristica. Al primo corso , di detta scuola, parteciperà l'élite culturale della professione infermieristica italiana negli anni successivi e fino ai giorni nostri.

Il D.P.R. 23 settembre 1969, n.696, modificherà lo statuto dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano istituendo, a Roma, la medesima scuola. Il D.P.R. 31 ottobre 1974, n.878,  modifica lo statuto dell'Università degli Studi di Milano creando la Scuola Universitaria di Discipline Infermieristiche, con l'aiuto di una consulenza dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che invierà Vera Maillart.

Riprenderemo la formazione infermieristica universitaria poco più avanti.

Alla fine degli anni sessanta la promulgazione della legge 12 febbraio 1968, n.132, pone definitivamente ordine nella classificazione ospedaliera portando a compimento il processo di laicizzazione delle strutture ospedaliere iniziato, legislativamente, un secolo prima.

Nel 1967,  a Strasburgo, viene ratificato l'Accordo Europeo sull'istruzione delle infermiere [28] che metterà le basi al riconoscimento reciproco dei diplomi di infermiere nella Unione Europea (cosa che avverrà, dopo ratifica italiana, nel 1980).

L'Accordo appena citato, le pressioni sindacali, le necessità di infermieri nel mercato sempre crescente, le spinte delle associazioni avente iscritti prevalentemente infermieri generici, sono alcuni tra i tanti motivi che porteranno all'apertura delle scuole-convitto, tra poco scuole per infermieri professionali, agli uomini.

Si tenga presente che i nuovi ordinamenti giuridici, successivi alla riforma ospedaliera, chiedono un numero di infermieri sempre maggiore: in pochi anni vi sarà una vera  epropria esplosione di scuole

Non si deve pensare ad un processo lineare di maturazione dell'idea culturale di vedere gli uomini infermieri professionali. Durante i numerosi decenni che portano all'indietro, verso la istituzione delle scuole, il dibattito è stato puntuale, vivo e a tratti feroce.

I leader della professione infermieristica, per motivi ovvi e a lungo descritti, non vedono di buon occhio l'ingresso degli uomini nella professione infermieristica propriamente intesa: arriveranno, in alcuni momenti a scrivere che l'introduzione della figura maschile corrisponde ad una diminuzione della qualità dell'assistenza infermieristica stessa.

Gli anni settanta si presentano, dal punto di vista storicoculturale, come anni molto confusi e di crisi.

Oltre alla crisi del paradigma tecnicistico della seconda metà degli anni settanta, vi è una crisi di identità che porta gli infermieri a cercare , al di fuori del paese, soluzioni e nuovi paradigmi interpretativi della realtà.[29]

Da un lato le esigenze tecnico-scientifiche del sistema sanitario continuano ad aumentare e le mansioni affidate agli infermieri sono sempre maggiori anche se sempre più tutelate dalla classe medica[30]; dall'altro la ricerca del significato di cosa è l'assistenza infermieristica si fa' pressante ed urgente.

Rosetta Brignone introduce, con una celebre relazione del 1972, un elemento di rottura paradigmatico, introducendo il termine nursing.[31]

Con tale termine ella vuole dare una cesura netta con il passato, identificare un nuovo modo di pensare l'assistenza e l'assistenza infermieristica, un nuovo modo di concepire la persona destinataria del servizio infermieristico.

L'opera di Brignone, assolutamente meritoria, è espressione della ricerca di un modo diverso di giustificare una assistenza infermieristica tecnicistica, diffusa in molti paesi europei, in cui non ci si riconosce più.

Il termine nursing non è stato spesso capito nella professione infermieristica italiana, ed è stato interpretato come una cosa diversa rispetto all'assistenza infermieristica. La stessa autrice, a dieci anni di distanza, farà una riflessione, scritta, sull'ingresso del termine anglosassone nella cultura infermieristica italiana. Oggi il termine nursing non ha alcun significato nel linguaggio disciplinare infermieristico italiano, esso deve essere letto all'interno della cultura infermieristica anglosassone e ad essa riferito. L'attività dell'infermiere è l'assistenza infermieristica.

Nonostante la vocazione della professione infermieristica, fino a questo momento, sia stata, in Italia, prevalentemente ospedaliera, l'istituzione, con legge 23 dicembre 1978, n.833, del servizio sanitario nazionale apre i confini dell'assistenza infermieristica nelle comunità, nei luoghi di vita delle persone. Ciò restituisce natura ed identità alla professione e al sapere infermieristico.

E' singolare dover registrare che le più importanti riflessioni conoscitive della disciplina infermieristica vengano da autori che sono stati provati nella loro identità professionale.

Le esperienze in campo psichiatrico, domiciliare, di alta specialità medica[32] hanno messo in condizione di ricerca diversi autori  che struttureranno modelli concettuali nella necessità di determinare, per loro stessi anzitutto, la natura dell'assistenza infermieristica.

Abbiamo già definito gli anni ottanta (Fig.15), come un periodo di nuova e ritrovata consapevolezza professionale; consapevolezza di essere un corpus professionale e consapevolezza di essere portatori di un patrimonio conoscitivo unico e necessario alla collettività. Il tutto ci porta nello stadio della teoria, prima, e della filosofia, poi.

Lo sviluppo del sistema universitario

E' difficile fare una analisi della storia interna od esterna degli anni vicini al nostro vivere.

Ci pare più opportuno, per cercare di essere il meno soggettivi possibile, percorrere a ritroso questi decenni alla ricerca delle giustificazioni che hanno portato a due eventi storico-legislativi di innegabile importanza ed effetto: il profilo professionale dell'infermiere e il diploma universitario in scienze infermieristiche.[33]

Entrambi questi eventi rappresentano due tappe fondamentali e del cammino di professionalizzazione e del patrimonio disciplinare infermieristico che nel mondo accademico trova la sua sede naturale.

Il diploma universitario in scienze infermieristiche ha una storia più difficile ed articolata. Cerchiamo, anche se brevemente, di trovarne le origini.[34]

Per poter essere il più possibile esaustivi e, nel contempo, succinti, pare opportuno descrivere alcune variabili incidenti sullo sviluppo della formazione infermieristica universitaria di base.

Tra le numerose variabili scegliamo:

a) il contesto sociale e culturale;

b) la professione infermieristica;

c) il mondo universitario;

d) gli organi di tutela della professione infermieristica;

e) le istituzioni;

f) i movimenti associativi infermieristici.[35]

Nel cominciare, dobbiamo ricordare l'importanza del binomio professione - società

a) il contesto socio-culturale

La professione infermieristica, da sempre, non e una entità astratta ma, come tutte le professioni, vive e opera in un preciso contesto socioculturale da cui trae le risorse per la propria esistenza e a cui presta il proprio servizio esclusivo nelle diverse necessità.

Esaminare il contesto socio culturale degli ultimi trent'anni di vita del paese richiederebbe non solo molto più impegno e tempo ma anche un approccio di tipo multidisciplinare.

Prendendo, anche solo a grandi linee, visione della letteratura che ha cercato di spiegare lo stile di vita del popolo italiano degli ultimi anni ci si rende conto della varietà degli approcci, della complessità degli eventi, della difficoltà di riuscire a ben comprendere il comportamento sociale umano.

Ai fini della nostra trattazione interessano alcune riflessioni atte a dimostrare l'influenza dell'ambiente sociale sul sistema professionale.

Esiste e deve esistere una perfetta simbiosi tra realtà sociale e professione in quanto l'una dipende dall'altra, sono infatti due elementi speculari che interagiscono e richiedono una continua modificazione delle parti per mantenere una efficace coesione.

Per quanto ci riguarda, come professionisti, la professione infermieristica si evolve e si modifica in relazione al cambiamento della realtà culturale collettiva allo scopo di riuscire sempre a far fronte alle necessità che la società propone alla professione stessa.

Significa che nei diversi momenti storici, il contesto socioculturale esprime una domanda di infermiere per far fronte ai propri bisogni di assistenza infermieristica.

Basti pensare, a titolo di esempio, al cambiamento richiesto dalla collettività che ha portato la professione infermieristica verso modalità di intervento, verso i bisogni, non solo di tipo sostitutivo ma di supporto e di potenziamento delle risorse.

Il contesto socioculturale, nel suo continuo divenire, ha richiesto e richiede un infermiere in grado di aiutare l'Uomo nella dimensione individuale e collettiva, verso orizzonti di qualità della vita, di partecipazione ai propri processi di salute, di trasmissione di conoscenze per saper far fronte al soddisfacimento dei bisogni.

A tutti è noto il contesto socioculturale, che in termini antropologici possiamo definire come stile di vita, del nostro paese negli anni sessanta, settanta e ottanta.

Da un boom economico del dopoguerra che rivolge lo sguardo delle persone da necessità quantitative a necessità qualitative, ad un continuo mutamento dei fenomeni di aggregazione sociale che dai movimenti collettivi e dagli slogans di partecipazione vanno verso fenomeni di nuclearizzazione della famiglia e di singolarizzazione dei comportamenti.

Senza voler poi dimenticare il cambiamento radicale del sistema educativo del paese che è progressivamente cresciuto alla ricerca di sempre maggior competenza e qualità di formazione.

L'uomo italiano degli ultimi anni, in un profondo e radicale mutamento del concetto di salute, desidera essere protagonista della propria esistenza e dei processi di salute e malattia allargando i confini delle professioni sanitarie verso le comunità di vita abituale dove la principale funzione rimane di tipo educativo e di potenziamento delle capacità di soddisfazione dei bisogni umani.

Aumenta il grado di complessità, si modifica il ruolo professionale, cambiano le manifestazioni delle necessità degli individui.

Tutti questi elementi sono, a nostro parere, fortemente incidenti nel cambiamento del sistema formativo di una professione.

La formazione infermieristica di base in Università si colloca come una risposta ad una necessità della collettività di avere infermieri pronti a rispondere ai bisogni di assistenza infermieristica, del singolo e delle comunità, nella impellenza odierna di trovare nuovi meccanismi, nuove strade da percorrere per la sopravvivenza e la gestione dei sistemi sanitari.

Come già detto nell'introduzione, la scelta legislativa infatti si può definire come la decisione che i rappresentanti del popolo assumono al fine di sancire ciò che è ritenuto importante per il bene collettivo.

b) la professione infermieristica

Se la professione infermieristica vive all'interno del sistema socioculturale cerchiamo di identificarne la posizione di fronte alla ricerca di antefatti storici e culturali alla formazione infermieristica di base in università.

Ci si riferisce in questo caso alla professione infermieristica intesa come gruppo professionale composto da tutti i professanti le conoscenze disciplinari infermieristiche e non tanto alla posizione degli organi ufficiali di governo della professione, posizione che metteremo in luce più avanti.

A dire il vero, la professione infermieristica, in fase iniziale e in senso generale, non sia stata molto convinta della necessità di operare per avere una formazione universitaria.

Tale affermazione si basa più sul sentito dire che su dati reali, ma crediamo che chiunque di noi, provando a pensare alla propria esperienza personale, trovi elementi destinati a supportare tale affermazione.

Se nel 1965 nasce la prima formazione infermieristica universitaria, seppur non di base,formazione che negli anni successivi con l'apertura di altre scuole viene ulteriormente affermata, è opportuno ricercare quale consapevolezza nel gruppo professionale esistesse.

Negli anni sessanta e settanta la professione infermieristica pare più rivolgersi al boom tecnico scientifico delle strutture sanitarie o al patrimonio disciplinare di altre professioni sanitarie anzichè supportare e ricercare l'identità professionale e disciplinare infermieristica.

Dimostra ciò il poco interesse della professione verso le sucitate scuole in quegli anni, la legislazione che la professione in quel periodo ha chiesto di promulgare, la nascita delle associazioni specialistiche che solo più tardi cambieranno la loro ottica di azione.

La formazione infermieristica pare hen sorreggere tale comportamento anche se la delega agli organismi regionali, dopo la loro creazione[36], darà difficoltà di gestione, differenziazione di risultato formativo, ingestibilità del momento di educazione dei futuri professanti.

Solo negli anni ottanta il gruppo professionale infermieristico rivolge l'attenzione alle argomentazioni della vita professionale, alla identità infermieristica, alla costruzione del patrimonio disciplinare e, non da ultimo, alla necessità di revisione del sistema formativo infermieristico di base.

Cresce in questo periodo l'interesse verso convegni, seminari, incontri di studio che vanno ad esaminare tali argomentazioni, cresce l'interesse dei professionisti che incidono sul comportamento degli organi professionali, cresce il movimento di opinione all'interno della professione che inciderà nelle scelte professionali e politiche del paese.

c) il mondo universitario

Tra i campi in cui ricercare gli antefatti storici e culturali nonchè legislativi, del diploma universitario in scienze infermieristiche, è stato inserito il mondo universitario.

Tanto, non perchè si caratterizza come l'agenzia formativa a cui è stata demandata tale formazione ma perchè il mondo universitario italiano, seppur millenario, negli anni qui esaminati ha avuto notevole sviluppo.

Grazie anche alla sua ben nota autonomia, il mondo universitario, negli anni presi a riferimento, vede l'ingresso in ambito accademico di numerose e nuove discipline, il prolificarsi di specializzazioni, di nuovi atenei, di nuovi corsi di laurea, di scambi culturali tra tutto il mondo accademico-scientifico nazionale ed internazionale.

La presa di campo, entro le agenzie formative italiane, del sistema universitario è andata man mano aumentando sino ad identificarsi come un settore a sË stante suddiviso da tutta la restante pubblica istruzione e ponendosi come punto cruciale di tutta la formazione di tipo superiore, soprattutto disciplinare.

Non esiste infatti solo l'aspetto formativo che chiama in università le nuove discipline che via via prendono corpo ma anche gli aspetti di ricerca, di confronto tra campi del sapere, di unione nell'affronto delle problematiche umane, tutti aspetti che rendono il mondo accademico un pianeta fertile alla stessa vita delle discipline e delle scienze.

L'importanza e la crescita della realtà universitaria in Italia assume tale rilievo che lo stato, nell'ultimo scorcio degli anni ottanta, distingue, all'interno del potere esecutivo, la gestione del sistema universitario e di ricerca dal restante sistema formativo.

Nasce così il Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica.

L'interesse del mondo universitario verso la professione infermieristica cresce costantemente nel tempo grazie anche agli infermieri che lavorano in università e che dimostrano l'esistenza di uno specifico disciplinare e la necessità di portare la formazione infermieristica, tutta la formazione infermieristica, in università.

Ma di ciò parleremo tra poco.

Se l'interesse del mondo universitario negli ultimi anni cresce, è necessario chiedersene il motivo.

Chi non ricorda il proliferare di incontri di studio, della fine degli anni ottanta dove le componenti della professione infermieristica e il mondo universitario si confrontano sulla opportunità di inserire la formazione infermieristica in università.

Certamente il confronto ha trovato più concretizzazione nel momento della decisione del governo italiano di rivedere il sistema formativo infermieristico nelle ormai famose scuole di sanità, ma anche grazie alla nascita di strumenti legislativi nuovi che consentono la realizzazione di diversi livelli di formazione, come poi è avvenuto,

Apparentemente sembrerebbe che all'interno del mondo universitario siano state dimenticate, dalla trattazione, le scuole universitarie esistenti e gli infermieri che vi operano.

Così non è, anzi chi scrive ritiene che abbiano avuto un ruolo fondamentale nel determinare antefatti alla formazione infermieristica di base in università.

Ci si riferisce in particolar modo alle scuole per la formazione dei dirigenti della professione infermieristica, che abbiamo già avuto modo di definire, storiche.

Se nell'ultimo periodo ne sono nate numerose e in diversi atenei, al fine del determinare antefatti storici e culturali ci si deve rifare alle scuole per Dirigenti dell'Assistenza Infermieristica dell'Università La Sapienza di Roma (1965), dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con sede alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Roma (1969), e quella per Infermieri Insegnanti Dirigenti dell'Università degli Studi di Milano (1974).

Non vi è dubbio che queste scuole sono state protagoniste, e la letteratura lo dimostra, del dibattito professionale e sociale sulla formazione infermieristica.

Sia per dovere istituzionale sia per la funzione di formare docenti e dirigenti per la formazione infermieristica, le scuole universitarie hanno lavorato a lungo quali interlocutori delle università di appartenenza, degli organi di gestione del sistema universitario e, purtroppo meno frequentemente, della professione infermieristica stessa.

Quasi trent'anni di esperienza di vita e di formazione entro il panorama universitario hanno permesso agli infermieri, o meglio, alle infermiere che vi operavano e vi operano la conoscenza delle regole di esistenza del sistema stesso, la gestione della formazione universitaria, l'effettuazione di ricerca infermieristica, la costruzione della disciplina infermieristica e la sua diffusione in ambito accademico.

Non si può dimenticare il primo corso di formazione universitaria per dirigenti dell'assistenza infermieristica, a Roma, nel 1965 corso che ha chiamato a raccolta persone che guideranno la professione e ancor continuano a farlo. Anno, quello identificato, i cui effetti sono ancor ben visibili nella realtà infermieristica attraverso il progredire di un percorso che ha portato a costruire la Disciplina Infermieristica proponendola come guida dell'agire professionale infermieristico e come elemento basilare che richiede la formazione infermieristica, di ogni livello e grado, in università.

Sono le tre scuole citate che si mettono a lavorare insieme ai programmi di formazione dopo la revisione delle scuole dirette a fini speciali del 1982; sono le tre scuole che lavoreranno in commissioni della professione per predisporre il futuro della formazione professionale.

La letteratura infermieristica, soprattutto quella delle riviste professionali che meglio caratterizza il dibattito culturale del corpus professionale in unione agli atti dei convegni delle scuole qui esaminate, rimane un momento fondamentale per sancire il fondamentale contributo del mondo universitario infermieristico alla creazione della formazione infermieristica di base in università.

d) gli organi di tutela della professione

Definiamo gli organi di tutela della professione come le strutture, in prevalenza della professione infermieristica stessa, che hanno la funzione di governare la professione nell'interesse della collettività e nell'interesse della professione stessa.

Essi si compongono di una triade di cui prenderemo in esame solo i primi due aspetti: i Collegi Infermiere Professionali, Assistenti Sanitarie e Vigilatrici di Infanzia (Collegi IP.AS.VI.), la Federazione Nazionale Collegi Infermiere Professionali, Assistenti Sanitarie e Vigilatrici di Infanzia e la Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie.

Al fine  dell'obiettivo della ricerca degli antefatti storici e culturali, nonchè per l'influenza sulle scelte legislative, risulta assai proficuo soffermarsi sul ruolo che l'organo di tutela, a livello provinciale e a livello nazionale, ha avuto.

Iniziamo con il ruolo dei singoli Collegi IP.AS.VI. provinciali.

Gli oltre novanta Collegi provinciali italiani hanno certamente avuto posizioni atte a determinare influenze sulla nascita della formazione infermieristica di base in Università, anche se la ricerca si fa oltremodo difficile.

Se infatti nell'ultimo periodo sono andati fiorendo strumenti informativi tra i Collegi e i professionisti del territorio di appartenenza risulta arduo, negli anni precedenti, ricercare fonti documentarie di una certa omogeneità ed estensività sull'argomento.

Da ciò che si è esaminato è lecito affermare che i Collegi IP.AS.VI. delle provincie italiane, e alcuni più di altri, abbiano operato negli ultimi anni soprattutto nel tessere relazioni professionali con gli atenei del territorio di influenza, con le autorità e personalità politiche, con la promozione di un dibattito spesso portato poi a livello assembleare nazionale.

Espressione della posizione dei Collegi provinciali può essere intravista anche dal dibattito del Consiglio Nazionale, organo assembleare dell'organo di tutela nazionale, che congloba tutti i Presidenti dei livelli provinciali con le loro singole posizioni, molto spesso ufficializzate in documenti condivisi da più territori provinciali.

Particolare interesse, infatti, riveste il ruolo della Federazione Nazionale dei Collegi IP.AS.VI. in quanto, per compito istituzionale, ad essa è demandato un ruolo di guida della professione infermieristica italiana e di consulenza e supporto, per le problematiche professionali, versus le istituzioni dello Stato.

Se vogliamo individuare gli antefatti storici e culturali, in cui protagonista è stato l'organo di tutela nazionale, troviamo un percorso fatto di sensi e di controsensi.

Per esaminare ed affermare tale posizione ci si riferisce a fonti documentarie costituite da tutte le relazioni annuali della Presidente della Federazione Nazionale Collegi IP.AS.VI. dal 1980 al 1993 (anche quest'ultima relazione in quanto riferita all'attività del 1992) e tutte le mozioni dei Congressi triennali dell'organo nel medesimo arco temporale.

Le relazioni in oggetto debbono essere lette alla luce del dibattito professionale e sociale del periodo in cui sono state scritte e dichiarate.

Se si volesse riassumere la posizione della Federazione nei primi anni ottanta si deve porre in luce che il dibattito si inserisce nell'annoso problema della riforma della scuola secondaria che da decenni rimane in evidenza tra i problemi insoluti.

E' il tempo in cui si pensa a scuole medie superiori di particolari indirizzi che rilascino il diploma di infermiere professionale o che, più avanti, diano l'accesso a scuole per la formazione infermieristica di base collocate in un ambito superiore sinceramente mai bene precisato.

E' un fatto che incontreremo spesso anche nelle proposte legislative: formazione di ambito universitario non significa formazione universitaria ma tipologie di scuole che seppur di livello superiore, postsecondario, non si collocano entro la gerarchia formativa universitaria, riproponendo l'empasse da cui si tenta all'epoca di uscire, riportare la formazione infermieristica nei canali della normale formazione di tutte le professioni italiane (ramo della pubblica istruzione).

Viene ribadita continuamente, nei primi anni ottanta, la necessità di trasformare le scuole universitarie per la formazione dei dirigenti infermieri in corsi di laurea anche sulla scorta della legislazione che aveva rivisto la posizione delle scuole speciali e delle scuole dirette a fini speciali.

Tali modi di vedere la formazione infermieristica, tali indirizzi dati alla professione da parte dell'organo di tutela nazionale rimarranno essenzialmente invariati sino al 1984, anno in cui, in seguito al recepimento della normativa sovranazionale nel campo della formazione infermieristica di base (1973; 1975), la Federazione Nazionale Collegi IP.AS.VI. si dedica, tramite commissione, alla elaborazione dei programmi per le scuole infermieristiche.

Esce tra le proposte del Congresso di Rimini del 1984 la "necessità di lavorare per conseguire una laurea in scienze infermieristiche e successivo dottorato di ricerca nel campo del nursing".

Sarà la mozione conclusiva di tale assise a sancire in modo chiaro la posizione maturata in questi anni e già espressa in precedenza, con un arricchimento importante riguardante l'istituzione del ruolo del docente infermieristico.

Dal 1985 sino alla fine del decennio le relazioni esaminate si soffermano sul confronto delle numerose proposte di legge sulla formazione infermieristica che vanno a depositarsi nel parlamento italiano e di cui si tratterà nel proseguo.

In sintesi viene proposto continuamente l'inserimento del requisito del titolo di scuola secondaria superiore entro la proposta di legge sulla formazione degli esercenti le professioni infermieristiche e tecniche.

Ora, due considerazioni si rendono necessarie nell'esamina dei documenti di questi anni.

In primis permane, forse anche per la mancanza di strumenti legislativi, la volontà di avere una formazione infermieristica di base di grado universitario e solo quella post-base inserita in università per il conseguimento del diploma di laurea.

In secondo luogo ci si sofferma molto sulla necessità del diploma di maturità quale requisito di accesso ma, chi ripensa a quegli anni, ricorderà che tale decisione non era così ampiamente condivisa nell'organo assembleare e dalla Federazione.

Sarà solo nel Consiglio Nazionale del 1989 che tale requisito verrà sancito come necessario con votazione di unanimità.

Interessante per l'obiettivo che si cerca qui di raggiungere la relazione che la Presidente Nazionale, Odilia D'Avella, scrive nel 1988 poichè sintetizza le scelte differenziate dei diversi disegni e proposte di legge giacenti in Parlamento ed anche punti considerati imprescindibili dalla Federazione Nazionale sull'argomento.

Questi sono:

1)      unicità delle modalità di accesso, della natura e nella durata dei corsi di studio;

2)      centralità degli Organi preposti dalla legge alla istituzione e gestione delle scuole;

3)      "gestione diretta delle scuole con personale infermieristico quanto alla direzione delle stesse e al corpo insegnante di tutte le discipline attinenti il nursing".

Se il primo punto fondamentale risulta sufficientemente esplicitato per comprendere la posizione dell'organo sulla formazione infermieristica di base, così non è per il secondo e per il terzo che si manifesta in modo di difficile comprensione in una ottica squisitamente disciplinare.

I due anni successivi sono caratterizzati dalla famigerata e contestata emergenza infermieristica, ma sono anche gli anni in cui la Federazione Nazionale Collegi IP.AS.VI. afferma l'inizio di rapporti di confronto con il Consiglio Universitario Nazionale (C.U.N.) e, una volta nato, con il Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica (M.U.R.S.T.).

Nel 1989 scrive D'Avella: "Per fare il punto sulla formazione infermieristica, nella sua variegata e complessa articolazione, sta lavorando presso la Federazione una Commissione ad hoc costituita da quattro sottogruppi di lavoro, con il preciso compito di conseguire l'obiettivo generale di approfondire tutti gli aspetti del riordino complessivo della formazione infermieristica".

Queste sottocommissioni si occuperanno del riordino dell'esistente e del nuovo progetto di formazione infermieristica articolato in formazione di base, formazione post-base e formazione permanente. Il tutto con la volontà di presentarle in una conferenza nazionale dei dirigenti e docenti delle scuole infermieristiche nell'autunno del 1989, cosa mai avvenuta.

Il 1990 si caratterizza come un anno centrale per la ricerca di antefatti di tipo storico e culturale alla formazione infermieristica di base in università in quanto la Presidente nazionale dichiara la necessità di fare il punto della discussione del riordinamento degli studi universitari per valutare il problema della formazione infermieristica.

Nel medesimo anno, entro la presentazione del tema congressuale, in Roma, la presidente, ribadisce entro il paragrafo di "quale infermiere per l'Italia" le richieste che l'organo di tutela porta avanti da un decennio, diploma di maturità come requisito per l'ammissione alle scuole infermieristiche e il corso di laurea in scienze infermieristiche per la formazione di docenti e dirigenti.

Il tutto al fine di riconoscere il "Sapere Infermieristico", di volta in volta poi chiamato "infermieristica", "cultura infermieristica", "l'arte del curare" e così via.

Ma è proprio in quest'anno, il 1990, che la Federazione Nazionale Collegi IP.AS.VI. pubblica sul n.42 dell'I.S.I.S. (Informazione Stampa Interesse Sanitario) una proposta formativa infermieristica elaborata dal Comitato Centrale che propone un curricolo di studio di ventitrè anni, curricolo che per lunghezza e tipologia di costituzione non si ravvede in nessuna altra professione, proposta successivamente abbandonata dagli stessi propositori.

Il progetto non solo esprimeva un problema di lunga temporalità del percorso ma anche con un continuo passaggio da scuole professionali, canonicamente intese, e canale della pubblica istruzione.

Alla fine del 1990 viene promulgata la legislazione che riordina tutto il sistema universitario.

La relazione del 1991 si centra sul disegno di riforma della formazione infermieristica di origine governativa approvato dal Consiglio dei Ministri il 24 luglio 1990 e la riforma della realtà accademica poco sopra accennata.

Viene, nelle fonti documentarie, sancita la necessità di "portare la formazione infermieristica nei livelli universitari: un diploma universitario di infermiere professionale, di durata triennale, e un successivo biennio per il conseguimento del diploma di laurea in scienze infermieristiche".

Questo nuovo percorso formativo viene intravisto come possibilità entro il disegno legislativo di origine governativa passando dalle scuole di sanità, su cui tanto inchiostro è stato utilizzato, fino alla creazione del diploma universitario.

L'opera della Federazione Nazionale dei Collegi IP.AS.VI. nel 1991 continua in questa direzione e la relazione dell'anno successivo si sofferma sulla "specificità della scienza infermieristica", sulla docenza, sui programmi... ma ora il diploma universitario è una realtà e il nostro compito di analisi viene meno.

Ci si è soffermati lungamente e dettagliatamente sull'operato dell'organo di tutela professionale nazionale perchè è lecito ritenere che importante influenza abbia avuto nelle scelte, di ordine professionale e sociale, che in questa sede esaminiamo,

e) le istituzioni

Intendiamo con il termine istituzioni tutte quelle realtà organizzative, prevalentemente pubbliche, ma anche di diritto privato che si sono interessate alla formazione infermieristica e al suo inserimento dentro il panorama universitario.

Soprattutto gli ultimi anni hanno evidenziato l'interesse di numerose istituzioni per la formazione universitaria.

Il ministero della Pubblica Istruzione, il dicastero della Sanità, il ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica, persino il Consiglio dei Ministri della Repubblica, sono esempi di organi che, o per dovere di ruolo o per far fronte a problematiche del paese, sono subentrati nel dibattito della formazione infermieristica universitaria e non.

Accanto a loro enti di ricerca, fondazioni di studio, centri di formazione permanente, regioni, hanno contribuito soprattutto promuovendo un vivace dibattito culturale sull'argomento.

Pensiamo di poter affermare che tutto ciò è avvenuto per due precise motivazioni.

Anzitutto la conosciuta e usata emergenza infermieristica che ha portato l'attenzione del potere esecutivo del paese sulla problematica infermieristica.

Probabilmente anche le pseudosoluzioni di questi anni, ad esempio l'operatore tecnico addetto all'assistenza, hanno collaborato alla necessità di revisione del ruolo dell'infermiere e della sua formazione, con rischi di tale portata da porre in secondo piano anche i migliori risultati.

Una seconda motivazione deve essere vista negli interessi delle diverse istituzioni.

Da un lato il dicastero sanitario non intenzionato, per una serie di conosciuti motivi, a lasciarsi sottrarre la formazione infermieristica; dall'altro lato il neonato ministero per le università che ha operato da solo portando la professione ad uno stato di fatto.

Crediamo utile sottolineare che tali eventi fossero e sono inevitabili poichè le organizzazioni perseguono obiettivi diversi da quelli del corpus infermieristico. Sta alla professione, e solo a lei, portare avanti i propri obiettivi disciplinari e professionali contrattando il proprio ruolo all'interno delle istituzioni.

Queste ultime, quindi, hanno largamente influito determinando gli antefatti storici e culturali del diploma universitario in scienze infermieristiche, anzi sono proprio state alcune di esse che lo hanno poi concretizzato.

f) movimenti associativi infermieristici

L'associazionismo di una professione mantiene tra i suoi obiettivi fondamentali e prioritari il confronto e il dibattito per la crescita della professione, intesa come espressione disciplinare e come gruppo dei professionisti.

Se vogliamo ricercare gli antefatti storici e culturali della formazione infermieristica di base in università dobbiamo volgerci ai movimenti associativi, Essi, attraverso i loro documenti, sono una fonte copiosa e soprattutto costante.

Dopo le associazioni configuratisi nel dopoguerra, il panorama associativo infermieristico degli ultimi anni, si è notevolmente allargato proponendo oltre venti movimenti di raggruppamento dei professanti le conoscenze infermieristiche, aventi in comune soprattutto il settore di esercizio professionale.

Tuttavia, essendo questa una analisi storica, ci pare doveroso considerare solo i movimenti associativi che maggiormente si sono fatti carico della problematica oggetto della riflessione: la Consociazione Nazionale Infermiere/i ed altri Operatori Sanitario - Sociali (CNAIOSS), la Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica (ANIARTI), il Comitato Infermieri Dirigenti.

Con quanto affermato non si vuol dire che le altre associazioni non abbiano una posizione in merito in quanto soprattutto nell'ultimo periodo iniziative di confronto tra tutti i movimenti associativi professionali ci sono state, ma che, alla luce delle fonti documentarie, non sono risultate particolarmente significative.

L'Aniarti se inizialmente non si occupa delle problematiche di formazione infermieristica o lo fa solo marginalmente per gli interessi specialistici, negli ultimi anni ha dato spazio entro le proprie pubblicazioni ad un dialogo costruttivo ed ad una fonte di documentazione, ad esempio legislativa, grandemente apprezzata.

Senza dimenticare i convegni di studio dell'ultimo periodo che hanno visto sempre presente nel programma dei lavori argomentazioni affini a quella qui in trattazione.

Il tutto con un risultato di favorevolezza della formazione infermieristica, di ogni grado, inserita nel panorama universitario.

Per chiaro interesse di figura professionale il dibattito culturale e il confronto all'interno della professione e con le realtà sociali è stato reso vivo anche dagli incontri di studio del Comitato Infermieri Dirigenti con una posizione, in merito alla formazione infermieristica di base, non sempre ben determinabile.

Particolare attenzione va dato al ruolo della CNAIOSS, oggi CNAI, e delle Associazioni in essa consociate.

Esaminando le fonti documentarie costituite dalle pubblicazioni dell'organo ufficiale, "Professioni Infermieristiche", da pubblicazioni ad hoc e, soprattutto, dalle mozioni conclusive dei congressi nazionali quadriennali dal 1968 al 1992, si traggono informazioni interessanti.

Già nel 1972, con notevoli e lungimiranti preoccupazioni per la qualità assistenziale, la CNAIOSS ravvede la necessità di promuovere la formazione universitaria per il miglioramento dell'educazione e dell'organizzazione dei servizi infermieristici del paese, condizione e richiesta fortemente rafforzata nella mozione del Congresso del 1976.

Ma è nel 1980 che il progetto e l'idea iniziale prende forza e concretizzazione.

Si legge nella mozione finale: "Il Congresso ritiene ormai matura ed urgente la prospettiva di una preparazione universitaria delle infermiere e degli infermieri professionali".

Sempre nel documento conclusivo vengono chiamate in causa le convenzioni tra università e regioni, la concordanza con la normativa comunitaria adottata a Strasburgo nel 1967, i requisiti di accesso, la trasformazione delle scuole per le figure dirigenziali in corso di laurea in scienze infermieristiche.

Sempre nell'ottica della ricerca della qualità dell'intervento professionale il 24 ottobre 1984 la mozione congressuale fa un passo oltre chiedendo una "commissione di studio per l'elaborazione dei programmi di insegnamento infermieristico di grado universitario ad uso dei competenti organi del governo".

Quanto sinora affermato viene man mano nel tempo supportato da nuove motivazioni e contributi che rendono, come scritto nella mozione del 1988, prioritario e urgente il progetto.

Il Consiglio di Amministrazione della Consociazione Nazionale il giorno 20 gennaio 1991 ha approvato e proposto alla professione nonchè al mondo sociale, una proposta di legge di riforma della professione infermieristica quale proposta alternativa al disegno legislativo di origine governativa.

Nel testo si legge chiaramente la scelta universitaria con chiari riferimenti disciplinari atti a definire con completezza, e con la difficoltà dell'approccio legislativo, il significato di infermiere e di assistenza infermieristica.

Tale proposta oltre a prevedere modificazioni di dizioni consolidate negli anni trenta, istituisce la facoltà di scienze infermieristiche, le condizioni di programma nel rispetto della normativa comunitaria, l'attuazione di convenzioni, la salvaguardia della docenza disciplinare, il servizio infermieristico e altre condizioni importanti.

Non si può concludere una riflessione sugli antefatti storici e culturali alla formazione infermieristica di base in università senza un ricordo, se non poco pi˘ che un accenno, al ruolo della Croce Rossa Italiana.

Apparentemente sembrerebbe che il contributo di tale organismo all'evoluzione della professione, nel nostro secolo, sia lontano e relegato nella prima metà del secolo. La formazione infermieristica universitaria, seppur di tipo dirigenziale, è nata e continuata, tra le altre condizioni, anche grazie all'impegno delle infermiere "altamente qualificate della Croce Rossa ltaliana" (dizione legislativa della legge istitutiva della prima scuola di Roma).

Riteniamo  che tale influenza non si sia fermata a quel tempo ma, per una serie di motivazioni che per ragioni di spazio non è possibile spiegare, si è avvicinata ai giorni nostri influenzando la nascita del diploma universitario in scienze infermieristiche. Gli antefatti di tipo storico e culturale, come è già venuto chiaramente in luce, non sono completi senza la ricerca di antefatti di tipo legislativo, i quali hanno creato le condizioni giuridiche perchè la formazione infermieristica di base in università prendesse concretezza. Questi vengono lasciati all'approfondimento individuale e successivo.

Il 2 dicembre 1991, con un decreto del Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica (MURST) avviene la costituzione del diploma universitario in scienze infermieristiche. Per certi versi, a questo punto, inizia il futuro.


Titolo:        La "questione infermieristica". Contesti generali e profili locali.

Autore:      Dott./I.P. Nicola Ramacciati

Infermiere, Servizio "118 Umbria Soccorso" - Az. Ospedaliera di Perugia

Docente di Storia dell'assistenza infermieristica in Italia

Diploma Universitario per infermiere - Università degli studi di Perugia

Breve premessa

Lo scenario in cui si mossero i protagonisti del rinnovamento assistenziale italiano è estremamente complesso. Alessandra Fiumi, inquadrando l'evoluzione della professione infermieristica nel contesto socio-culturale e sanitario italiano tra '800 e '900 ha descritto con estrema chiarezza e capacità di sintesi i principali elementi in gioco. Le trasformazioni politiche, economiche, sociali e culturali che ridisegnarono il volto del nostro paese, con le loro reciproche interazioni, incisero più o meno direttamente sulla vicenda dell'assistenza infermieristica.[37]

Il cambiamento della funzione e della struttura ospedaliera,[38] il diverso approccio alla malattia,[39] condizionato dalle nuove possibilità diagnostiche e terapeutiche consentite dal progresso tecnico-scientifico,[40] la trasformazione dell'utenza e del quadro nosologico prevalente,[41] ma anche il più generale processo di metamorfosi sociale ed economica in atto in quegli anni,[42] - pensiamo all'industrializzazione, all'urbanesimo, al boom demografico[43] - e l'evoluzione dell'impianto normativo in materia sanitaria,[44] sono alcuni dei principali fattori che finirono per "sconvolgere" il sistema assistenziale italiano.

Edoardo Manzoni, ha visto nel contributo positivista allo sviluppo della scienza, nel ruolo della Chiesa, nella laicizzazione del concetto di povertà e dell'assistenza, nell'influenza illuministica e rivoluzionaria sul governo statale, nella necessità di creazione del concetto di "cittadino", nella visione della medicina, nella comunicazione tra i paesi europei, nelle emergenze sociali dell'Ottocento, nella consapevolezza del corpus professionale e - last but not least - nella rinascita degli ordini religiosi, gli elementi che hanno favorito la nascita dell'assistenza infermieristica.[45]

Riguardo a quest'ultimo aspetto va sottolineato che, recentemente, alcuni autori hanno rivalutato la figura della infermiera religiosa ed esaltato il ruolo svolto dalle congregazioni ospedaliere nella storia dell'assistenza in Italia. Cecilia Sironi, infatti, nella sua "Storia dell'assistenza infermieristica", chiude così il capitolo dedicato alla nascita e alla diffusione delle nuove congregazioni femminili nel XIX secolo:

L'evidente crisi della vita religiosa,[.]la ricerca di un generale rinnovamento, non possono togliere nulla alla notevole rilevanza e peculiarità del contributo che le suore hanno dato negli ultimi due secoli, e specialmente in Italia, al mantenimento di un'assistenza infermieristica a misura d'uomo nelle istituzioni ospedaliere.[46]

Ben oltre si spinge Edoardo Manzoni quando, nel suo recentissimo contributo sulla storia infermieristica, afferma che:

La vera protagonista dell'assistenza infermieristica ottocentesca italiana è la donna consacrata.[47]

Altri hanno indicato nei medici, nelle prime associazioni femminili e nelle leghe sindacali infermieristiche i principali attori di quel dibattito sulla questione assistenziale, che avviato nei primi lustri del '900, fu prodromico alla prima riforma dell'assistenza infermieristica in Italia. [48] [49]

Il pregevole lavoro di ricerca sviluppatosi attorno a questi diversi filoni storici e coagulatosi nel I Congresso nazionale di Storia dell'assistenza infermieristica in Italia svoltosi a Reggio Emilia nell'ormai lontano 1993, ha rappresentato l'inizio di una nuova stagione di studi e ricerche, che l'odierno Congresso non può che rinnovare e rilanciare.

Nelle pagine che seguono, sposando l'ipotesi di lavoro e la prospettiva di ricerca proposta da Edoardo Bressan al Congresso di Reggio Emilia[50], si cercherà di capire se vi fu ed in quali termini, anche a Perugia, un dibattito sulla cosiddetta assistenza immediata, come allora veniva chiamata l'attività infermieristica. Ricostruire una storia perugina dell'assistenza infermiera, non rappresenta, quindi, un lavoro fine a sé stesso, bensì l'occasione per un'indagine storica indirizzata a "scovare" le prove e gli indizi per arricchire in una specifica visione localistica, le conclusioni cui sono giunti gli attuali orientamenti storiografici sull'evoluzione infermieristica in Italia.

Le Fonti documentarie

Per descrivere i contesti generali dell'assistenza immediata in Italia ci si deve rifare principalmente a fonti a stampa ed opere coeve, perché la pur ottima letteratura sull'argomento prodotta in questi ultimi anni, tutto sommato è ancora scarna. Dal 1990 ad oggi, per riferirci ad un periodo considerabile tra i più fiorenti e prolifici per la ricerca storiografica infermieristica, sono state pubblicate solo otto monografie e pochi articoli in alcune riviste infermieristiche. Nulla, quindi, sappiamo della storia locale degli infermieri a Perugia, se non indirettamente dalle ricerche storiche inerenti l'ospedale perugino, ricerche che solo marginalmente e non sempre hanno toccato, en passant, aspetti riguardanti l'assistenza infermieristica e gli infermieri.[51]

I profili locali tracciati nel presente lavoro sono il frutto di una ricerca condotta lungo due direttive: la prima sul materiale documentario contenuto nel Fondo dell'Ospedale di Santa Maria della Misericordia (O.S.M.M.) conservato presso l'Archivio di Stato di Perugia[52], la seconda sulle fonti ed opere a stampa, in particolare la cronaca giornalistica del tempo, custodita nella Biblioteca Augusta di Perugia. Riguardo al primo filone di ricerca va notato che il prezioso materiale di studio raccolto nel Fondo O.S.M.M. dal 1305 al 1938 circa, inventariato negli anni '60 da Giuseppe Cecchini, l'allora direttore dell'Archivio di Perugia, ben tenuto ed esplorato - come notava il Pitzurra - solo in piccola parte, si è rivelato generoso soprattutto di informazioni di tipo qualitativo e, sebbene in minor misura, anche di dati quantitativi. Il vasto corpo documentario è suddiviso in serie: acquisti, agenzia di campagna, tasse ed imposte comuni, movimento degli infermi, obblighi di messe, protocolli, inventari, miscellanea, farmacia, ecc. In particolare ai fini di questa ricerca è stata considerata preziosa la documentazione, pressoché inesplorata, contenuta nella Serie inerente i Provvedimenti a favore del personale e dei servizi sanitari e nei Libri Mastro.

La seconda fonte documentaria, pur di fronte alla povera e ridotta produzione locale coeva inerente gli infermieri, si è rivelata ricca, direi ricchissima, di notizie grazie al grande spazio dato dalla stampa del tempo alle vicende dell'ospedale e degli infermieri di Perugia a partire dai primi anni del Novecento, quando lo scenario assistenziale perugino iniziò a vivacizzarsi per iniziativa degli infermieri aderenti alle Leghe di miglioramento.

Movimento operaio e movimento infermieristico a Perugia

Il pesante clima di stagnazione culturale, frutto di un lungo e complesso processo storico, il progressivo isolamento e l'estraneità al dibattito politico nazionale, la timida nascita della borghesia urbana faranno sì che il movimento operaio in Umbria nasca come "movimento urbano, fortemente minoritario ed isolato, per iniziativa di strati di piccola media borghesia di tradizione democratica"[53] non "dal seno della classe lavoratrice, ma da qui settori di borghesia illuminata costituita da intellettuali d'avanguardia[.] e da politici progressisti".[54]

Nei successivi decenni dall'Unità anche l'Umbria, sull'esempio piemontese, visse l'esperienza delle Società di Mutuo Soccorso. Elemento di novità rispetto alle tradizionali istituzioni di assistenza e beneficenza sorte per iniziativa della Chiesa o di insigni filantropi, l'associazionismo mutualistico, caratterizzato dal forte senso di reciproca solidarietà tra gli iscritti, andò ben oltre il compito istituzionale di elargire sussidi ai soci in caso necessità, arrivando a promuovere l'assistenza medica, l'istruzione degli iscritti e la loro educazione morale, il collocamento dei lavoratori disoccupati o l'istituzione di cooperative, finanche scendendo nel campo delle rivendicazioni e dell'impegno politico (cosa, quest'ultima, che avrebbe creato un momento di epicrisi tra le due correnti interne progressiste e riformiste, decretandone la fine).[55] Grazie all'esperienza delle Società di Mutuo Soccorso - tra queste, rinviando il lettore agli studi di Grohmann,[56] non si può non menzionare la Società generale di mutuo soccorso tra gli astisti ed operai, che sin dal 1861 fu per le altre associazioni cittadine un chiaro punto di riferimento ed un forte polo di attrazione[57] - il nascente movimento operaio perugino avrebbe acquisito quella consapevolezza di classe, che darà i suoi frutti nelle prime decadi del Novecento.

Il passaggio dal mutuo soccorso alla resistenza - scriveva Antonio Tatò - avvenne il giorno in cui i soci di una determinata Mutua iniziarono a "soccorrere" non più il solo Socio bisognoso, ma anche l'operaio che si rifiutava di prestare la propria opera ad un salario troppo basso[58]. E aggiunge Bozzi, citando testualmente Vittorio Foa:

La trasformazione del mutuo soccorso in resistenza avvenne attraverso due processi simultanei fra loro intrecciati: quello che aggiungeva alla solidarietà ed assistenza la tutela combattiva del lavoro salariato, in base alle esigenze poste dalla trasformazione produttiva ed alla mutante condizione di lavoro, e quello che instaurava un nuovo rapporto fra la posizione dell'operaio verso il suo lavoro e la sua posizione verso la società.[59] Il passaggio dall'uno all'altro stadio dell'organizzazione operaia fu lento e faticoso, non scevro da arretramenti, non privo di contraddizioni. Nel mentre il mutualismo celebrava, a cavallo fra i due secoli, il periodo del suo massimo splendore e l'inizio della propria decadenza, nei congressi proto-socialisti, si affermava il criterio della resistenza, e fra le "arti" si approntavano gli strumenti che tale criterio avrebbero dovuto tradurre in pratica: le leghe[.]".[60]

Contemporaneamente, o quasi, alle leghe di resistenza nascevano alla fine degli anni '80 le Camere del Lavoro. In Umbria la costituzione della prima Camera del Lavoro, quella di Terni, risale al 1893. Tre anni più tardi, in un clima di diffidenza e di aperta ostilità da parte delle autorità governative, anche a Perugia vedeva la luce questa nuova organizzazione operaia, guidata dal giovane tipografo Gustavo Castellini, un riformista attento al confronto responsabile con le controparti, alla gradualità e ragionevolezza delle richieste, all'ottenimento di adeguati miglioramenti salariali e delle condizioni lavorative. La Camera del Lavoro perugina non ebbe vita facile, e proprio nel difficile momento del parto subì il colpo mortale che l'ondata reazionaria stava infliggendo all'intero movimento operaio italiano.

Se a livello nazionale le difficoltà organizzative del movimento sindacale erano riconducibili all'assenza di una chiara e diffusa coscienza di classe del proletariato, alla poca attenzione manifestata in questo senso da quei partiti (da quello democratico - mazziniano a quello socialista - operaio) che più sarebbero dovuti essere sensibili ai problemi dei lavoratori e alla sistematica attività persecutoria dei Governi che, nonostante la liceità dello sciopero e la libertà di coalizione sanciti dal Codice Zanardelli nel 1890, erano imparzialmente schierati con le forze economiche padronali, a livello locale tali difficoltà erano ascrivibili tanto alla divisione ed ai contrasti esistenti all'interno della stessa Sinistra quanto, come puntualmente registrato dalla carta stampata coeva[61] alla diffidenza di buona parte del mondo cattolico perugino ed all'aperta opposizione della consorteria cittadina.[62]

Con le elezioni del nuovo comitato esecutivo nel 1902 la Camera di Perugia riprendeva il suo corso e la riconferma alla carica di Segretario del riformista Castellini rappresentava in qualche modo un segno di continuità con la precedente esperienza del 1896. Come ricorda Franceschini gli infermieri del Manicomio e dell'Ospedale Civile, organizzati nella loro lega di resistenza, direttamente presenti con alcuni membri nel nuovo esecutivo, furono tra i principali artefici della rifondazione della Camera del Lavoro perugina sia nel 1902 che nel 1914.[63] Di più, apprendiamo dall'organo della federazione collegiale di Perugia "Il Socialista", che nel 1902 la Lega degli infermieri con i suoi 80 soci rappresentava da sola un terzo di tutti gli iscritti alla Camera del lavoro di Perugia e che nel 1904, nonostante il numero di iscritti alla Camera fosse più che raddoppiato, la lega degli infermieri era, dopo quella dei Muratori e manuali, la più numerosa per numero di aderenti (Tab. I).[64]

La Lega degli infermieri del Manicomio e dell'Ospedale Civile di Perugia sorge nel secondo semestre del 1902. Ne abbiamo notizia dalle pagine del settimanale socialista "Alta Umbria" che il 10 agosto 1902 annunciava:

I componenti questa lega, nell'adunanza tenutasi Mercoledì 6, votarono il seguente ordine del giorno: considerato, che la classe degl'infermieri fin qui trascurata e disorganizzata non ebbe mai assicurato un trattamento civile; visto che l'agitazione intrapresa dagl'infermieri di altre città, può apportare degli utili vantaggi; mentre plaude a sì nobile iniziativa, fa voti che chi di ragione s'interessi delle misere condizioni della classe, e coi miglioramenti richiesti elevarla all'altezza civile del progresso.[65]


Prima del Novecento, infatti, le rimostranze del personale di assistenza di Perugia, mai assurte agli onori della cronaca e misconosciute all'opinione pubblica, si erano limitate alla sola isolata ed episodica se non individuale richiesta di un qualche minimo miglioramento economico.[66]  Una volta organizzatisi nella Lega di resistenza o di miglioramento, come spesso veniva chiamata, dopo la breve parentesi del riformismo transigente con Castellini, gli infermieri sceglieranno la linea dura dei sindacalisti rivoluzionari alla Rosi. Non tutti però, da "La battaglia" apprendiamo, infatti, che nel 1912 alcuni infermieri espulsi dalla lega si unirono in una nuova associazione, in una lega gialla[67]. Così i socialisti erano soliti chiamare, con tono dispregiativo, le leghe bianche, formate dai lavoratori di orientamento cattolico. Dai documenti esaminati sembra, tuttavia, che questa nuova formazione sindacale abbia avuto vita breve, facendo ben presto perdere le tracce di sé. D'altronde la leghe bianche in Umbria non riuscirono mai ad emergere significativamente, costrette come erano in una condizione di oggettiva debolezza nei confronti dei più maturi e agguerriti sindacati socialisti.[68] Non è possibile, in questa sede, analizzare l'azione rivendicatrice ed i risultati ottenuti dai lavoratori ospedalieri, ma vale qui rimarcare che gli infermieri furono a Perugia i protagonisti principali del cambiamento, del passaggio dal basso servizio delle infermerie - come veniva allora chiamata l'attività infermieristica - all'assistenza immediata modernamente intesa, contribuendo anche loro in qualche modo alla nascita della "professione" infermieristica in Italia.

Protagonisti o comparse? I medici .

Nel contesto nazionale il dibattito sull'assistenza infermieristica fu sollevato da alcune associazioni mediche, da alcune esponenti di spicco dei primi "movimenti femminili" e dalle organizzazioni "sindacali" infermieristiche. A Perugia la questione assistenziale scaturì dagli infermieri stessi dell'Ospedale grande e del Manicomio con la presentazione dei loro memoriali o desiderata. Le vertenze del personale di assistenza, nei primi lustri del Novecento scavalcarono le mura dell'ospedale ed ebbero una grande risonanza sui giornali del tempo. La stampa locale d'altronde si era da sempre mostrata attenta e sollecita nel raccogliere e raccontare i "fatti e misfatti" del nosocomio cittadino. Gli episodi di "malasanità" erano già allora oggetto di pungenti, se non scandalistici, articoli di cronaca. Non solo, esisteva una particolare attenzione della stampa, direi dell'opinione pubblica, nei confronti della "sanità" cittadina, tanto che per esempio il periodico "L'unione liberale" pubblicava sistematicamente ogni mese il riepilogo mensile del movimento degli infermi nell'Ospedale grande.

Proprio in occasione di una delle tante denunce di cattiva sanità apparsa sui quotidiani del tempo e delle successive smentite e polemiche sollevate dai sanitari chiamati in causa dai giornali[69], la Direzione dell'Ospedale Civile aprì un'inchiesta interna che coinvolse tutto il personale sanitario, compreso il cosiddetto personale di basso servizio. Dai documenti analizzati non emerge però, un problema "medico" nei confronti del personale di assistenza, eppure non mancarono le polemiche, i veleni, le accuse incrociate tra sanitari.[70] Nonostante tutto il personale ospedaliero fosse coinvolto nello "scandalo" innescato dall'articolo de "L'unione liberale", non una presa di posizione, non una dichiarazione dei medici sul basso personale, se non un breve commento del Prof. Tancetti: "Gli infermieri che a mio parere sarebbero idonei al servizio sono [tre]. Per gli altri non posso assolutamente garantire la regolarità del servizio".[71]

Ma quale opinione nutrivano i medici perugini nei confronti del personale infermieristico? Esistette anche a Perugia, riguardo all'assistenza immediata, quella "questione infermieristica" sollevata da molti medici in Italia e  legata ai progressi e alle nuove esigenze della moderna medicina clinica e "tecnologica" ? Se sì, quali iniziative furono intraprese? 

Abbiamo scovato i primi rapporti sul personale di assistenza nelle Relazioni statistico - murali dell'ospedale civico, che annualmente, dal 1875 al 1885, vennero redatte a cura del Direttore del Nosocomio, e conservate nella serie sui Provvedimenti a favore del personale e dei servizi sanitari del Fondo documentario dell'Ospedale Santa Maria della Misericordia, oggi custodito presso l'Archivio di stato di Perugia. Ogni relazione, riferita all'anno precedente, oltre al dettagliato rapporto trimestrale del movimento dei malati, si addentra nell'analisi dei problemi insorti nell'ospedale durante il corso dell'anno e delle soluzioni adottate e descrive le diverse attività svolte nell'Istituto. Preziosi ai fini del presente lavoro i commenti sul personale sanitario ed in particolare su quello addetto al basso servizio di infermeria. Leggiamo così nel Rapporto statistico - murale dell'Ospedale civile di Perugia per l'anno 1874 che:

"Il basso servizio delle infermerie è stato condotto nel corrente anno in modo abbastanza soddisfacente. Una sola fra le guardie dell'infermeria per ripetute negligenze e per atti di poca delicatezza, che egli ha commesso, fu licenziato dal servizio, non potendo essere tollerato chi si è reso colpevole di mancanze, che possono rendere macchia al decoro dell'Istituto.

In sul finire dello scorso anno gli infermieri hanno avanzato istanza alla S.V. Illustrissima, perché sia alleviato, con una nuova distribuzione nel servizio delle guardie, il servizio che essi prestano.[.]mi permetto di proporre alla S.V. Illustrissima che l'orario di servizio venga modificato in modo tale da corrispondere a questo loro desiderio.

Il basso servizio nella sezione donne, merita qualche sostanziale riforma. Occorrerebbe studiare il mezzo per fare delle inservienti una migliore scelta, e sarebbe pure necessario che questa scelta, la quale da molti anni è stata tolta alla mia ingerenza, mi venisse in qualche modo restituita.

In ordine al servizio delle suore addette alle infermerie non ho che a lodare quello disimpegnato dalle suore delle infermerie uomini e della suora vegliatrice; il personale delle suore che è destinato alla sezione donne, non è da qualche tempo a questa parte di mia piena soddisfazione. Un certo spirito di indipendenza che vi regna, delle parzialità fatte sia verso le inservienti che verso le ammalate, qualche.inesattezza e poca [attenzione] nelle prescrizioni, mi inducono a proporre alla S.V. Illustrissima un cambiamento di questo personale"[72]

Il Direttore dell'ospedale doveva essere abbastanza soddisfatto della qualità e delle migliorie apportate al servizio di assistenza immediata se l'11 marzo 1876 scriveva:

"Quanto al personale addetto al basso servizio delle infermerie posso dirmi piuttosto soddisfatto dell'opera loro. [.] Alcune modificazioni che sono state fatte nel personale delle suore addette alla sezione donne mi hanno pure reso [.] più soddisfatto della loro opera, e debbo pure per amore di verità attestare che la suora che è stata recentemente destinata a quel servizio, lo adempie con molto zelo, e con molta intelligenza."[73]

Nelle successive relazioni non si coglie alcun elemento di novità, almeno per quanto riguardava il personale infermieristico e gli inservienti. Da notare che anche a Perugia, come del resto in tutta Italia, non esisteva allora una differenziazione precisa dei ruoli e dei compiti tra le diverse figure assistenziali, che pure venivano indicate con i due termini infermiere (o guardia ammalati) ed inserviente. Distinti erano invece i compiti ed il trattamento del personale laico rispetto quello religioso. Di quest'ultimo non sappiamo molto, anche perché a partire dal 1879 nei rapporti annuali, sempre più sintetici, non viene più fatto alcun riferimento al personale di assistenza religioso:

"Il basso servizio delle infermerie è stato pure abbastanza lodevole tanto nella sezione uomini che in quella donne, e non ho dovuto che ben raramente ricorrere ai mezzi di punizione in un servizio così complesso quale è quello che ad essi è affidato."[74]

Qui interessa sottolineare come reperto collaterale il riconoscimento della complessità del "basso servizio" di assistenza immediata.

Nonostante anche a Perugia "nella seconda metà del 1800 si vanno realizzando i cambiamenti apportati dallo sviluppo della Scienza Medica"[75], dai documenti consultati, sembra che i sanitari del nosocomio perugino si preoccupassero solo episodicamente dei problemi inerenti l'assistenza immediata. Nel verbale dell'adunanza dei primari del 14 aprile del 1882 avente per oggetto alcuni problemi di carattere assistenziale, tra i provvedimenti "urgenti e non procrastinabili" leggiamo: "Si stima necessario che gli infermieri abbiano più di una veste, da rimutarsi il più spesso possibile."[76] Ben poca cosa rispetto alle analoghe esigenze in materia di "igiene" manifestate da quei medici che altrove in Italia auspicavano la conoscenza, da parte del personale infermieristico, delle norme sulla asepsi e l'antisepsi e la loro declinazione nella quotidiana pratica assistenziale.

Nessun seguito ebbe invece la proposta al Direttore dell'ospedale, siamo nel 1891, di nominare due allievi e due allieve infermiere affinché tramite un'adeguata formazione fossero addestrati ed avviati al peculiare lavoro di infermeria.[77]

Una lettura diversa può essere invece fatta delle le due richieste di modifica della pianta organica degli infermieri rivolte dai primari della Medicina e della Chirurgia al Presidente della Congregazione di Carità nel 1894:

"Altre volte questa direzione fece intendere alla S.V. Illustrissima come l'ampliamento e la nuova disposizione dei locali di queste infermerie, il numero degli infermieri si è riconosciuto assolutamente deficiente, e lo è maggiormente oggi per la necessità di provvedere con personale speciale alla sorveglianza dei caloriferi".[78]

 Dobbiamo concordare col Pitzurra quando afferma che a Perugia il processo di modernizzazione dell'ospedale avvenne sì, ma in "maniera stentata"[79], se all'alba del nuovo secolo l'esigenza manifestata dal Prof. Tancetti di aumentare il personale "speciale" di assistenza, era legata alla sola necessità di "sorvegliare i caloriferi". Più articolata e dettagliata era invece la richiesta del Prof. Patella, che, al rinnovato invito a migliorare il servizio di sorveglianza affidato alle suore, aggiunge qualche spunto di novità sulle responsabilità e le relative gratificazioni del "caporale degli infermieri", pur riproponendo in un passaggio - inerente il nome da attribuire all'infermiere "graduato": quello di caporale piuttosto che di capo - il principio dell'ancillarità del "basso" personale nei confronti dei sanitari, anche se giunto al massimo grado di "capo" infermiere.[80]

La descrizione della posizione dei medici nei confronti del basso personale può essere tentata anche attraverso la disamina del carteggio attinente le sospensioni e le multe elevate agli infermieri. La maggior parte delle lamentele dei sanitari riguardavano la sfera disciplinare. I comportamenti ritenuti indecorosi e triviali o le manifestazioni di diniego nell'eseguire prontamente le prescrizioni mediche erano la causa principale dei richiami e delle sanzioni sollecitate dai medici, anche se la censura dei sanitari arrivò a colpire persino due infermieri trovati a fumare in un bagno[81] o un inserviente che aveva distribuito un sonetto satirico per le vacanze di Agosto[82]. Il ricorso alle punizioni nei confronti del personale di assistenza, piuttosto raro nel corso dell'Ottocento e nei primi anni del Novecento, registrò un escalation a partire dal 1912. Era quello l'anno in cui la Congregazione di Carità affidò nuovamente alle suore la direzione del servizio delle infermerie. Il repentino incremento dei provvedimenti disciplinari che da un giorno all'altro coinvolsero numerosi elementi del basso personale, che pure svolgevano il servizio di assistenza da anni, sembra confermare i sospetti che alcuni giornali del tempo mossero nei confronti della Congregazione di Carità, accusata di cogliere ogni occasione per colpire il personale laico ed aprire la strada alle suore.[83]

Il ritorno delle suore nell'ospedale rappresentò un arretramento su antiche posizioni, riproponendo un sistema assistenziale che ormai stava segnando il passo. Anche a Perugia, infatti, le acquisizioni tecnico-scientifiche, le scoperte in campo medico e le nuove tecniche chirurgiche se da un lato decretarono il successo dei medici e della "medicina moderna", dall'altro, rendendo l'attività assistenziale sempre più complessa, imponevano una maggiore preparazione ed istruzione del personale infermieristico. Può essere letta in questo modo la nota del famoso medico perugino Raffaele Silvestrini indirizzata alla Direzione dell'ospedale il 6 dicembre 1909, sull'opportunità di sostituire, perché "non sanno leggere e scrivere e perciò non danno sicurezza nella assegnazione delle temperature delle singole ammalate" e perché "dovrebbero avere anche altre cognizioni tecniche", le due infermiere soprannumerarie con altre due supplenti istruite e preparate come era d'altronde tutto il resto del personale effettivo. [84]

Dalle informazioni in nostro possesso non sembra che in seguito l'illustre clinico si sia mai più occupato di problematiche inerenti l'attività assistenziale. Nella sua ampia produzione scientifica e faconda attività pubblicistica non vi è traccia o menzione alcuna della "questione assistenziale". Di più, l'intero mondo accademico perugino non s'interessò mai dei problemi legati all'assistenza immediata, rimanendo del tutto estraneo al dibattito che in Italia stava coinvolgendo molti esponenti di spicco della medicina moderna. Passando in rassegna gli "Annali dell'Università libera di Perugia"[85], in particolare quelli editi dal 1886 al 1930, non abbiamo trovato alcun riferimento all'assistenza medica o alla necessità di riformare il sistema assistenziale nazionale o locale. Anche le associazioni mediche umbre non presero alcuna posizione al riguardo. La rivista di medicina e scienze "Umbria medica"[86], ad esempio, mentre dedicò ampio spazio alla riforma della formazione ostetrica, con numerosi articoli sul R.D.L. n°1634/1927 e contributi medici sul ruolo delle levatrici, non diede alcun risalto, neppure un breve commento, alla riforma infermieristica che pur sempre in quegli anni veniva sancita dal R.D.L. n°1832 del '25 e al R.D. n°2330 del '29.

Se il mondo accademico e le associazioni mediche, dalle fonti consultate, restarono completamente indifferenti alla vicenda infermieristica, non si può estendere questo giudizio a tutto l'ambiente sanitario. Il medico condotto Zeno Zanetti, ad esempio, collaboratore alla rivista culturale "Augusta Perusia" e autore di uno prezioso studio sulla medicina popolare[87], in una serie di conferenze dedicate alla medicina delle donne[88], offrì una nuova chiave di lettura sui rimedi, segreti e stregonerie delle donne del popolo, rivalutando il ruolo della medicina donnesca, considerata da molti medici, l'antesignana dell'assistenza infermieristica.[89]



Ben più meritoria fu l'opera di un altro medico, lo spoletino, Francesco Feliziani, che seguendo l'esempio di Umberto Baccarani, si occupò dei problemi legati all'assistenza infermieristica e all'adeguata formazione e preparazione degli infermieri.[90] Autore di numerosi contributi sull'argomento - da "I nuovi orizzonti dell'assistenza sanitaria e il nostro problema ospitaliero"[91], pubblicato dal Feliziani nel 1913, Cecilia Sironi ha attinto abbondantemente per la sua "Storia dell'assistenza infermieristica" - fu il più deciso e convinto sostenitore della necessità di istituire una Scuola per infermieri a Spoleto. La sua attività spaziò dalla redazione di articoli divulgativi per alcuni giornali[92] a "scopo di propaganda minuta, e perciò [scritti] in veste piana e facile ed a contenuto accessibile a tutti"[93], fino alla stesura del "progetto di statuto-regolamento per la istituenda Scuola infermieri di Spoleto"[94].

A Perugia la prima scuola per infermieri fu istituita nel nosocomio cittadino nel 1908, quando Ulisse Rocchi era Direttore dello Spedale grande.[95] Il Dottor Guerri, incaricato "dell'insegnamento agli infermieri e alle infermiere" teneva le sue lezioni "nei giorni che non vi è visita degli esterni all'ospedale dalle ore 14 alle ore 19 nell'Anfiteatro della Clinica, dividendo le donne dagli uomini e perciò in giorni separati, potendosi riunire, quando la Congregazione lo creda, le Caposala con le infermiere"[96]. "Obbligatoria per gli infermieri e infermiere effettivi e che intendono restare in servizio e facoltativa per i provvisori e soprannumere" la scuola fu aperta "anche agli estranei che ne facessero domanda"[97]. L'esigenza di una scuola per l'insegnamento dell'assistenza infermiera doveva essere molto sentita a Perugia, visto che sempre nel corso del 1908, "per iniziativa della Presidenza e con la cooperazione della Sezione delle Dame, le quali vollero estendere il loro compito anche a questa nuova Istituzione, venne fondata in Perugia una scuola per le Dame istesse e per le Infermiere volontarie della Croce Rossa, chiamando a farne parte le Signore e Signorine della città, nonché le donne del popolo, alle quali può riuscire sempre utile l'apprendere i sistemi razionali di infermiere, anche come mezzo di onesto guadagno, potendo esercitare l'assistenza ai malati come professione"[98].In realtà già a partire dal 1904, nel Manicomio perugino di S. Margherita, era stato attivato un corso per gli infermieri del manicomio[99]. Proposto anche agli infermieri dell'Ospedale civile, l'invito fu declinato dalla Direzione del nosocomio cittadino[100], fortemente critica nei confronti della Deputazione Provinciale per l'apertura manifestata nei confronti degli infermieri accogliendone i desiderata e per l'aver così creato un precedente, che, come vedremo nell'ultimo capitolo, avrebbe pesato nelle successive vertenze della Congregazione di Carità con la Lega degli infermieri.

. e le "donne" di Perugia.

Esplorare il mondo femminile, il mondo femminile perugino in questo caso, non è facile. Non possiamo non concordare con Franco Bozzi, quando scrive: "lo storico raccoglie segni, vestigia, tracce: ma queste tracce talora sono fragili e discontinue, e sicuramente lo sono quelle lasciate dalla presenza femminile e dalla vita quotidiana"[101]. Così il punto di partenza di questo viaggio alla ricerca di "segni, vestigia, tracce" dell'impegno femminile perugino nella questione assistenziale, è lo stesso di chi si è già provato in questa avventura, di chi ha già tentato l'impresa di raccontare le donne umbre: "Storia alternativa per eccellenza è la storia delle donne, un campo di ricerca emerso soprattutto negli ultimi due decenni, sotto la spinta del movimento femminista, e consolidato in diverse parti del mondo: campo d'indagine che, dal territorio inesplorato del "socialmente invisibile", ha visto ampliare la sua sfera d'interessi fino ad includervi i rapporti tra i sessi in generale e l'interpretazione storica del concetto di mascolinità e femminilità"[102].

Molte sono le donne perugine che hanno lasciato una traccia indelebile nella vita della città. "Se vi è terra in cui la carità doveva assurgere alle più eccelse manifestazioni d'amore, questa la terra è l'Umbria, la dolce regione che vide aggirarsi per il piano e per le vallate, il poverello di Assisi", così ampollosamente esordiva Rina Maria Pierazzi prima di "passare in rapida rassegna la lunga e luminosa schiera di nomi benedetti, che hanno segnato ognuno, una pietra miliare nel gran campo della beneficenza"[103]. Da lei sappiamo del "soave intelletto d'amore cristiano" della contessa Laura Donnini-Montesperelli, che con i suoi lasciti diede vita ad un ricovero per le "donne croniche" di Perugia (l'attuale istituto Donini tutt'oggi operante a Perugia), o della Pia unione delle sorelle della carità, fondata dalla contessa Gaetana Baldeschi-Zambeccari, allo scopo di soccorrere a domicili i poveri infermi che non potevano recarsi all'ospedale, o ancora della giovane patrizia Elena Borgia Mandolini, che lasciò tutte le sue sostanze per l'erezione di un Istituto di educazione per le povere bimbe del popolo[104].

Figure non meno importanti nella storia di Perugia sono Camilla Oddi Baglioni, o Maria Bonaparte Valentini, per non parlare di Marianna Florenzi Waddington, nei cui salotti "insieme al confronto politico, alle feste mondane, non si disdegnarono discussioni letterarie, letture di versi e audizioni musicali"[105]. I salotti perugini ottocenteschi, descritti mirabilmente dal Lupattelli[106], insieme alle accademie, per molti anni ancora dopo l'Unità, rappresenteranno un importante luogo di aggregazione e di formazione di un'opinione pubblica cittadina. "Qui si incontrano uomini politici, intellettuali, professionisti, funzionari pubblici che discutono di questioni letterarie, artistiche, filosofiche, sovente secondo le inclinazioni e gli interessi della padrona di casa, ma, ora, sempre più spesso anche di problemi politici e amministrativi"[107].

Eppure nonostante molte "dame" perugine fossero impegnate in attività benefiche e filantropiche[108] non sembra che il patriziato e la borghesia perugina, accettassero di buon grado l'ideale dell'impegno politico e sociale delle donne. Significativa in questo senso la lettura, maschilista e conservatrice, che "L'Unione liberale", il giornale espressione della consorteria perugina,  faceva del "malcontento delle donne" e del "femminismo"[109]. Non è, quindi, improbabile che le idee della Pierazzi, fossero conosciute e condivise dall'élite femminile di Perugia:

La donna, la sagace panacea, che ha nel suo cuore e nelle sue mani il rimedio efficace per ogni male, trova, nell'esercizio del bene, quelle forze e quelle energie che non troverà mai nell'esercizio di un diritto politico: seguendo con l'animo e con la mente il grandioso trionfare di tante pie istituzioni dovute a donne elettissime, mi raffermo sempre più tenacemente nel mio convincimento, e vorrei convergere tutte le mie forze perché l'opera pietosa di molte, di moltissime, che occultamente tende a spopolare le prigioni e a lenire la miseria, emergesse luminosamente sulla faticosa elaborazione di poche, di pochissime, che rinnegano la femminilità per rivolgere ogni loro energia alla conquista di un diritto che nella loro stoltezza vogliono universale.[110]

Tutt'altra impostazione avevano i contributi sull'attivismo femminile diffusi dall'almanacco "Il pensiero umbro"[111], gli articoli, inneggianti all'impegno sociale e politico delle donne, pubblicati dal giornale socialista "La battaglia" [112] o dal repubblicano "Il popolo".[113]

L'esortazione all'impegno sociale e politico, l'invito a portare il proprio contributo come donne nella vita di tutti i giorni fu accolto, non nei salotti della Perugia bene, non dalle "signore" della borghesia o dell'aristocrazia, ma dalle operaie, e nel nostro caso, dalle serventi e infermiere del basso servizio. Il fermento saliva dal basso - ha scritto Anna Garofalo parlando dell'emancipazione femminile in Italia - dalle donne costrette ad affrontare i problemi di ogni giorno, a campare la vita e non da quelle impegnate a seguire il sogno borghese: la casa, la culla, la chiesa.[114]

Nella vicenda assistenziale perugina il contributo delle infermiere dell'Ospedale civile e del Manicomio fu rilevante.[115] Esse condussero con decisione quella battaglia che nel resto del Paese le lavoratrici italiane stavano combattendo per affermare l'autonomia, l'uguaglianza e l'equiparazione economica tra uomo e donna, nel lavoro e nella società.[116]

Di queste donne e delle lotte degli infermieri parleremo più dettagliatamente dopo aver descritto le condizioni di lavoro del "basso personale di servizio alle infermerie" dello Spedale grande in Perugia.

Conclusioni

Lo studio della vicenda infermieristica perugina ha confermato, ma anche confutato, alcuni risultati evidenziati dalla recente indagine storiografica sulla storia infermieristica contemporanea. Se è vero, infatti, che solo Valerio Dimonte[117], ed in parte Alessandra Fiumi[118], hanno messo in risalto il ruolo giocato dagli infermieri, organizzati nelle Leghe di resistenza e di miglioramento, il nostro studio non può che confermare questa posizione. Nella storia del "basso personale" a Perugia, sono proprio gli infermieri i maggiori protagonisti del cambiamento, del dibattito sull'assistenza ospedaliera e manicomiale. Al contrario i medici e le "signore" della borghesia e dell'aristocrazia della capitale umbra, diversamente da quanto accadde in molte parti d'Italia, svolsero un ruolo di secondo piano, per non dire marginale. A Perugia i riflettori sulla questione assistenziale, li accesero proprio gli infermieri, calamitando su di loro l'attenzione dei giornali e dell'opinione pubblica attraverso le loro richieste, i loro desiderata, i loro memoriali. Il limite spaziale della vicenda perugina è probabilmente all'origine di un altro dato acquisito nel corso di questa ricerca, quello riguardante l'attività assistenziale svolta dal personale religioso. Dal nostro studio è emerso che a Perugia le suore non assunsero mai una precisa posizione sulla "questione assistenziale" nello Spedale grande, vuoi perché le rigide convenzioni tra la Casa madre e la Congregazione di Carità non consentivano grossi margini di trattativa e di azione, vuoi perché erano lontane dall'ospedale nel periodo compreso tra il 1896 ed il 1912, proprio nel momento in cui gli infermieri si organizzavano stabilmente nella loro Lega. Anzi per assurdo, se accettiamo la versione di chi sosteneva che le monache non furono cacciate,[119] ma se ne andarono volontariamente,[120] fu proprio la decisione di abbandonare l'ospedale la manifestazione più eclatante, l'espressione più chiara, l'ultima parola sulla "questione infermieristica". In ogni caso non possiamo dire che anche a Perugia, le religiose rivestirono quel ruolo così esaltato e rivalutato ultimamente da uno tra i più recenti filoni storiografici sull'assistenza infermieristica in Italia.[121]

Trovano invece pieno riscontro anche a Perugia le indicazioni, evidenziate soprattutto dagli studi compiuti da Alessandra Fiumi su scala nazionale, sulle condizioni lavorative degli infermieri e sul livello qualitativo del prodotto assistenziale nei nosocomi italiani tra '800 e '900.

sull'assistenza infermieristica in Italia.[122]

Trovano invece pieno riscontro anche a Perugia le indicazioni, evidenziate soprattutto dagli studi compiuti da Alessandra Fiumi su scala nazionale, sulle condizioni lavorative degli infermieri e sul livello qualitativo del prodotto assistenziale nei nosocomi italiani tra '800 e '900.


Le condizioni di lavoro degli infermieri agli inizi del '900

Dott. DDSI Valerio Dimonte

Coordinatore del Diploma universitario per infermiere

Docente di Organizzazione della professione infermieristica

Università degli studi di Torino

La storia non è solo pura speculazione intellettuale: la comprensione del passato può, infatti, favorire la consapevolezza dei problemi e della situazione presente.

Senza ideologismi e senza forzature nel voler interpretare la storia di ieri alla luce delle vicende odierne, potrebbe esserci utile analizzare la situazione delle condizioni di lavoro degli infermieri in un periodo storico così importante per l'evoluzione dell'assistenza infermieristica in Italia, come quello dei primi vent'anni del Novecento.

L'analisi delle condizioni di lavoro degli infermieri ci permette di comprendere come questo fattore abbia pesantemente condizionato in quell'epoca la possibilità di riformare realmente l'assistenza infermieristica in Italia. Non è il solo fattore, ma sicuramente è molto importante.

Oggi è in atto una radicale trasformazione del modo in cui la società e lo Stato rispondono ai bisogni della popolazione. Cambiamenti che stanno trasformando la sanità, il modo di lavorare all'interno della sanità, con ridefinizione di ruoli e responsabilità diverse dai decenni passati. Questo vale in maniera importante anche per l'assistenza infermieristica, che da professione ausiliaria è passata, almeno formalmente, a professione sanitaria, con una propria riconosciuta autonomia. Di questa trasformazione ne è corollario il passaggio della formazione all'università e il possibile sviluppo formativo che prevede un biennio post base.Tale trasformazione si sta però scontrando con una difficoltà reale da molti denunciata, ma da pochi affrontata: la scarsa capacità di attrazione di questa professione. Il problema non è solo numerico, ma anche qualitativo: mediamente i giovani che escono più preparati dalle scuole superiori non scelgono il diploma per infermiere, ma corsi di laurea o altri diplomi. Certamente influiscono su tali scelte l'immagine del ruolo professionale e delle condizioni in cui questo ruolo è svolto.

Dal punto di vista dell'assistenza e della formazione infermieristica questa degli anni '90 e inizio 2000 è la terza grande riforma cui assistiamo in Italia. Precedentemente abbiamo assistito alla riforma degli anni Settanta, avvenuta secondo le indicazioni europee, e ancora prima è stata avviata quella riforma che proprio nei primi venticinque anni del Novecento ha contribuito, tra molti limiti e contraddizioni che in parte vedremo, alla nascita della moderna assistenza infermieristica in Italia[i].

La necessità di una riforma dell'assistenza e della formazione infermieristica è fortemente sentita all'inizio del Novecento  da tutti coloro che in qualche maniera sono coinvolti nella trasformazione della sanità: medici, infermieri, movimenti femminili. Naturalmente soprattutto i malati, ma è difficile trovare, se non indirettamente, testimonianze dei primi destinatari degli interventi sulla salute.

Ciò che in ogni modo accomuna tutti questi soggetti è la valutazione dell'assistenza infermieristica, considerata generalmente disastrosa, e la conseguente forte preoccupazione da parte di tutti.

Preoccupazione da parte dei medici, oltre che per un atteggiamento umanitario verso i malati (sentito soprattutto dai medici socialisti), perché temono il rallentamento della modernizzazione clinica degli ospedali, già in ritardo rispetto ad altri paesi europei. Per i medici ospedalieri diventa vitale la formazione di nuove figure professionali capaci e fidate. Capaci di evitare quelle infezioni secondarie (infezioni ospedaliere) molto spesso attribuite agli infermieri: "E certo (...) più d'una volta il tramite dell'infezione furono infermieri che (...) male applicarono cautele prescritte"[ii] afferma un direttore sanitario dell'epoca. Capaci anche di osservare, di valutare il malato, per permettere al medico di intervenire tempestivamente ed evitare situazioni in cui troppo spesso la risposta degli infermieri è "il N. 21 stava riposando, quando è morto.... senza alcun segno![iii], come denuncia un altro medico. Capaci di organizzare e di praticare, o far praticare, l'assistenza in funzione del controllo terapeutico sul malato, per evitare di compromettere i risultati che le nuove conoscenze mediche rendono oramai possibili. Capaci anche di praticare quella che oggi chiamiamo relazione terapeutica, laddove si afferma, sempre da parte di un medico, che "quando l'infermiere parla col malato, (...) egli compie un'operazione di arte psicologica[iv].

In sintesi, l'importanza attribuita alla nuova figura dell'infermiere la ritroviamo nella relazione del segretario dell'Associazione Nazionale dei Medici Ospedalieri che, nel primo congresso del 1906, afferma: "Condizione indispensabile acchè l'opera del medico negli ospedali sia resa veramente proficua e sollecita è che essa sia coadiuvata da un personale di infermieri intelligente e colto[v].

Preoccupazione da parte delle leghe sindacali degli infermieri, oltre che per solidarietà di classe verso malati provenienti dallo stesso ceto sociale, perché vedono impedita ogni possibilità di richiesta e di riscatto delle proprie condizioni lavorative a causa della cattiva immagine data dallo scadente livello assistenziale prestato.

Preoccupazione da parte dei movimenti femminili, oltre che per il tradizionale interessamento verso i temi dell'assistenza e beneficenza da parte delle dame benestanti, perché vedono nell'assistenza infermieristica un'occasione professionale particolarmente adatta per le signorine della piccola e media borghesia, poco attratte però proprio dalle condizioni lavorative degli infermieri negli ospedali.

Diversi sono gli aspetti, l'uno all'altro intrecciati, l'uno causa ed effetto dell'altro, che contribuiscono a questa non desiderata situazione, e che sono fonte di dibattiti e interventi che si sviluppano per più di vent'anni: i limiti del personale laico, ma anche, per altri aspetti, l'influenza e gli ostacoli frapposti da quello religioso; la difficile scelta, nei fatti, di personale completamente femminile al posto di quello maschile, secondo il modello inglese; la formazione professionale del personale addetto all'assistenza; le condizioni di lavoro, infine, tra le principali cause di un sostanziale fallimento, oltre che ritardato avvio, della riforma dell'assistenza infermieristica. Forte è infatti il legame tra condizioni di lavoro e reclutamento di persone assolutamente inadatte alle funzioni richieste dalle nuove esigenze cliniche assistenziali.

Le condizioni di lavoro degli infermieri sono descritte per prime da alcune delle dirigenti dell'Unione Femminile Nazionale, come Anna Celli - che compie e pubblicizza nel 1901 (e poi nel 1908) un'analisi della condizione infermieristica - e Ersilia Maino - una delle consigliere degli Istituti Ospitalieri di Milano. Analisi che nel 1909 saranno riprese e confermate in un libro-inchiesta sugli infermieri del prof. Baccarani - direttore medico dell'Ospedale Umberto I di Ancona - e, naturalmente, dalle numerose denunce della Federazione Nazionale delle leghe sindacali degli infermieri, ad iniziare dal Memoriale che - dopo il primo congresso del 1904 - nel 1905 è presentato al ministro dell'interno. Altri dati, soprattutto sull'orario di lavoro e salario, sono recuperabili dal Rilevamento statistico amministrativo sul servizio degli ospedali del Ministero dell'interno del 1902.

Vediamo ora quali sono alcune condizioni di lavoro infermieristico in questa epoca, Sottolineando però che è difficile o impossibile una storia generale di queste condizioni. Diverse sono le realtà locali che rispecchiano un pluralismo che ha accompagnato tutta la storia d'Italia fin dall'Unità: ben diversa è infatti la situazione di Bologna, inserita nello Stato pontificio, dal Parmense o dal Modenese - reggiano. Non solo da un punto di vista amministrativo, ma anche dal punto di vista economico le diversità sono poi molto accentuate tra Nord e Sud del Paese: da una parte industrializzazione, dall'altra arretratezza. Diversità che naturalmente si riflettono anche negli ospedali.[vi]

Orario e carichi di lavoro

L'orario di lavoro è molto diverso nei vari ospedali d'Italia, con la caratteristica comune di essere in ogni caso sempre molto gravoso.

La media è di circa 70 ore settimanali. Si va dalle 30 ore su 48 dell'ospedale di Padova, alle 10 giornaliere del San Giovanni Battista di Torino, alle "quante occorrono" di Bari[vii]. All'Ospedale Maggiore di Milano l'orario di un'infermiera si sviluppa ogni tre giorni con 17 ore il primo giorno, 12 il secondo e 5 il terzo, per poi iniziare il ciclo al quarto giorno, senza intervalli di giorni interi di riposo[viii].

La pesantezza dell'orario è denunciata non soltanto pensando all'infermiere, ma anche ai malati.  Per il sindacato è infatti fondamentale acquisire un'immagine positiva presso i medici e l'opinione pubblica. Continuo è il tentativo di legare nelle proprie denunce i problemi degli infermieri alle condizioni degli ammalati. Si afferma così che "è cardine della fisiologia (...) che un lavoro proficuo non può esser reso se non quando alle membra stanche segua un periodo sufficiente di riposo"[ix]. Altrimenti la stanchezza può portare ad errori, con "ascessi consecutivi alle iniezioni. Ed un polmonitico, ad es. che dopo 10-15 giorni potrebbe uscire guarito, rimane per cinque mesi ancora nell'Ospedale a curare il suo ascesso"[x] con un danno per l'ospedale che "perde per questo malato cinquecento lire"[xi] e per il malato che "è sottratto al lavoro, e non può più dar pane alla moglie ed ai figli"[xii];

La preoccupazione anche per le conseguenze che derivano da questi danni non solo per se stessi, ma anche per i malati, non può perciò che caricare di ulteriore tensione gli infermieri.

Oltre alla quantità di ore lavorate incide negativamente sull'assistenza anche la quantità di malati da assistere, fino a 55-60 per un solo infermiere. In queste condizioni si ritiene che gli infermieri non possano prestare "tutte le cure, differenti, varie e complicate, e tutta l'assistenza di cui fa d'uopo nelle corsie dove si trovano infermi di malattie gravi che danno maggior contingente alla morte"[xiii].

Carico di lavoro che ormai sta diventando sempre maggiore anche per la nuova complessità del trattamento terapeutico e delle procedure diagnostiche che si impongono con l'affermazione dell'ospedale moderno. In particolare nei reparti di chirurgia, dove - come afferma il sindacato - "basta alle volte un semplice ritardo nella medicatura, per procurare gravi danni anche letali"[xiv].

Lavoro che spesso aumenta anche per il carico di altre attività, come denuncia Ersilia Maino a proposito delle condizioni all'Ospedale Maggiore di Milano: "In un anno queste povere ragazze venute dal contado (...) devono fare da lavandaia, da infermiera, frequentare la scuola, assistere al corso d'istruzione sanitaria, senza parlare di altri obblighi di culto imposti, per quanto non in base al regolamento"[xv].

Ambiente di lavoro e rischi professionali

Non meno problematici sono altri aspetti legati alla vita lavorativa dell'infermiere.

I locali dove gli infermieri sono costretti ad alloggiare, "sono quasi da per tutto (...) male tenuti, sporchi, a volte disgustanti"[xvi]. Ersilia Maino denuncia che per le infermiere non ci sono bagni, né locali all'infuori dei dormitori dove possano riunirsi e riposare. I dormitori sono antigienici, con letti addossati l'uno all'altro, gelidi d'inverno e afosi d'estate, senza nessuna comodità, spesso senz'acqua, e con cinque o sei bacinelle per tutte le infermiere. Queste sono costrette a consumare i propri pasti in un locale dove contemporaneamente le infermiere più vecchie "preparano bende e pezze con lenzuole usate, che stracciate, danno un pulviscolo malsano"[xvii].

Nelle ore libere dal lavoro le infermiere poi non possono uscire da sole, non hanno diritto a giorni di riposo, "non hanno distrazioni, non qualche insegnamento che ricrei il loro spirito, che elevi il loro livello intellettuale, che faccia loro comprendere l'importanza della loro missione e le induca a compierla per impulso d'amore e di dovere trovato nella loro coscienza"[xviii].

La vita delle infermiere del grande ospedale milanese descritta da Maino assomiglia così a quella di recluse.

La mortalità del personale di assistenza, in particolare per quanto riguarda la tubercolosi è poi di molto superiore a quella delle altre professioni. Mortalità più alta che non è considerata naturale, legata cioè al tipo di rischio professionale in sé, ma derivata piuttosto dalle pessime condizioni di lavoro; infatti - rileva Baccarani - "nelle nazioni, come l'Inghilterra e la Svizzera, nelle quali le condizioni igieniche degl'infermieri sono decisamente buone, la mortalità non è più elevata di quella che suole osservarsi per gli altri lavoratori[xix].

Salario e previdenza sociale

Anche sul salario la situazione non è molto confortante.

Dal Rilevamento statistico amministrativo sul servizio degli ospedali del Ministero dell'interno, risulta che il salario annuale medio individuale nel 1902 è di lire 704 per gli infermieri e di lire 505 per le infermiere, con variazioni che vanno dalle 910 lire della Liguria alle 338 della Basilicata, alle 84 lire delle infermiere interne del San Giovanni Battista di Torino[xx].

Secondo Baccarani "l'opera (...) degli infermieri è generalmente male ricompensata e paragonando il trattamento di questi con quello degli altri salariati, se ne deduce che l'infermiere viene ultimo, o quasi, nella scala delle mercedi operaie"[xxi]. In realtà questa valutazione è corretta se confrontata con gli operai specializzati, e non con gli operai comuni dequalificati che ricevevano gli stessi bassi salari.  Comunque i salari sono tali che - secondo Anna Celli - in alcune regioni come in Abruzzo, Campania e Basilicata "a un così basso salario non si prestano neanche le monache"[xxii], e riferisce inoltre che in alcuni ospedali le infermiere, prima di divenire effettive, devono lavorare per un certo periodo, che varia dai 40 giorni ai due anni, senza essere pagate (a Ravenna 40 giorni, a Padova due mesi, a Palermo tre mesi, a Novara due anni) [xxiii].

Una situazione salariale così poco confortante ha portato sicuramente allo sviluppo di quel fenomeno che è la richiesta della mancia ai malati. Con amara ironia Anna Celli commenta che gli infermieri "hanno un'arte meravigliosa per farsi pagare un tributo anche dal più povero"[xxiv]. Un malcostume sicuramente censurabile, di cui non si può far ricadere la responsabilità solo sugli infermieri, ma soprattutto sulle amministrazioni degli ospedali che sulle mance "vi calcola sopra per pagare meno le infermiere"[xxv].

Anche la previdenza per la vecchiaia è poco diffusa, così che le infermiere, quando non riescono più fisicamente a garantire il servizio, sono licenziate senza tutela, oppure - come denuncia Maino con riferimento agli ospedali di Milano - sono costrette a continuare a lavorare, così che nelle corsie si trovano infermiere che "oltrepassano i 65, 70 anni di età, (...) perfino che superano gli 80 anni"[xxvi].

La situazione appare dunque drammatica, così come è sintetizzata efficacemente da Ersilia Maino che descrive condizioni di un personale "sfibrato dall'eccesso di fatica, dall'assoluta mancanza di previdenze igieniche, depresso anche moralmente dalla continua sorveglianza, dallo spionaggio, dall'imposizione di innumerevoli pratiche di culto, non sostenuto dalla coscienza di compiere un'alta missione, adempie al proprio dovere come se subisse un castigo e per dire, come loro, solo per fare penitenza dei peccati e acquistarsi il Paradiso"[xxvii].

Situazione che fa sì che una professione tanto connaturata alle caratteristiche delle donne "non gode ancora fra noi la simpatia e la stima che si portano a tanti altri rami dell'attività femminile"[xxviii] - come denunciano i movimenti femminili.

Queste condizioni sono contemporaneamente causa ed effetto della considerazione che si ha dell'infermiere "come un operaio molto inferiore, intellettualmente e nel prodotto della propria opera, alla grande massa dei lavoratori"[xxix]. Un'immagine dunque, aderente alla realtà, di un lavoro dequalificato, che chiunque può svolgere.

Emblematico è l'episodio riportato da Baccarani quando descrive di un Direttore che, avendo bisogno urgente di infermieri, telegrafa al Sindaco di un paese vicino "gran vivaio di infermieri!" perché gli mandasse almeno una persona: "Venne giù dalla montagna un contadino, analfabeta, che fu vestito da infermiere e incaricato subito di assistere ammalati, così di giorno come di notte!"[xxx]

Anche Anna Celli denuncia che le amministrazioni ospedaliere per l'assunzione delle infermiere sembra che utilizzino criteri per cui "occorre soprattutto essere analfabeta, poi contadina e per ultimo di un dato paese"[xxxi], quando non si utilizzano "le trovatelle [che] funzionano da infermiere"[xxxii].

Certo che, come denuncia il sindacato rivolgendosi alle amministrazioni ospedaliere. "fintanto che si cerca degli uomini che valgono il prezzo che gli date è certissimo che non troverete che degli analfabeti, degli ineducati, degli spostati, e peggio"[xxxiii].

Lo stesso Baccarani - direttore sanitario di un ospedale- osserva che "la responsabilità (...) di una cattiva e pericolosa assistenza medica non è dell'infermiere, ma è delle amministrazioni ospitaliere, le quali domandano a questo personale quello che non sa, né può dare[xxxiv]".

Anche Giolitti - più volte capo del governo nel periodo che stiamo trattando - nella discussione sulla legge per gli ospedali di Roma nel giugno del 1908 ammette che "realmente il reclutamento degli infermieri finora si è effettuato in modo assolutamente empirico"[xxxv].

Ancor più la situazione appare problematica se confrontata con la situazione inglese dove - secondo quanto troviamo documentato nel 1910 su "Nuova Antologia" dall'inglese Helen Zimmern, interessante osservatrice dell'assistenza ospedaliera in Italia - le infermiere hanno una camera per ognuna con annesso giardino al padiglione e dove "si può giuocare magari al tennis, dove si respira sempre aria buona. Piccole biblioteche sono messe a disposizione delle infermiere che desiderano di continuare la loro coltura. Il loro cibo è sempre sostanzioso, abbondante, di facile digestione ed è servito con la massima puntualità"[xxxvi].

Le proposte e le rivendicazioni

C'è dunque molta preoccupazione per le condizioni degli infermieri che condividono la sorte, egualmente disastrosa, dei malati che spesso subiscono l'incapacità, o la non volontà degli infermieri, a fornire un'adeguata assistenza.

Per risolvere la cattiva qualità dell'assistenza non può essere però sufficiente - come viene contestato dalla Federazione delle leghe infermieristiche al deputato conservatore Monti-Guarnieri che alla Camera interviene criticamente sugli infermieri del Policlinico di Roma[xxxvii]- un appello alla funzione degli infermieri come "opera di amore, di carità, un ministero, un sacerdozio, un apostolato più che un mestiere"[xxxviii]. Bisogna infatti che l'infermiere sia "trattato umanamente e migliorato nelle sue condizioni quali i rischi e la responsabilità della sua professione richiedono"[xxxix]. Viene così denunciata l'ipocrisia di chi all'infermiere chiede di svolgere "un'opera di carità", ma non lo mette nelle condizioni materiali e psicologiche di potere ben operare.

Il miglioramento delle pessime condizioni del lavoro infermieristico è considerato prioritario da sindacato, medici e movimenti femminili per innescare gli altri cambiamenti necessari al miglioramento dell'assistenza infermieristica: reclutamento di persone con un livello culturale più alto, formazione attraverso le scuole, maggiore responsabilizzazione.

Si richiede perciò, anche all'interno della più generale rivendicazione dei lavoratori in questo periodo- "che il turno gravoso, lungo ed inumano attuale abbia da essere ridotto ad otto ore sulle ventiquattro"[xl], "un permesso annuale di quindici giorni[xli] retribuito. Si richiede inoltre l'aumento del personale e "che in ogni caso non siano affidati ad un solo infermiere più di venti malati"[xlii]. E, ancora, la retribuzione in caso di malattia e la pensione in caso di invalidità o morte.

Sul modo con cui ottenere queste rivendicazioni le strade tra le componenti interessate - leghe sindacali, movimenti femminili e medici - però si differenziano.

Le leghe infermieristiche si trovano nella particolare condizione, rispetto ad altri lavoratori, di dover svolgere un'azione sindacale che non danneggi i malati, spuntando fortemente così l'arma dello sciopero, fonte di pesanti attacchi da parte dell'opinione pubblica, anche quella democratica.

Anche un'altra forma di lotta, come l'ostruzionismo, risulta difficile da adottare perché - come commenta il sindacato - "le mansioni di un infermiere non sono come quelle di un ferroviere nettamente delineate in un regolamento"[xliii] e quindi possono potenzialmente fare di tutto, secondo gli ordini del medico.

Anche l'utilizzo di altri strumenti come le dimissioni in massa e il boicottaggio, consistente nel non far presentare alcuno alle richieste di assunzione temporanea del personale e nel "rifiutarsi ad istruire il Krumiro nuovo venuto e al metterlo al corrente di tutte le diverse mansioni e delle loro modalità[xliv]" non è realistico.

Diventa necessaria perciò per le leghe sindacali la ricerca di un'alleanza con i medici all'interno degli ospedali e con le altre organizzazioni di classe e politiche - in particolare socialisti e democratici - per ottenere risultati attraverso la via parlamentare, con l'approvazione di un regolamento tipo che preveda un'omogeneità di trattamento per il personale di tutti gli ospedali del Regno sia per quanto riguarda i diritti che i doveri.

I medici, almeno nei primi anni del Novecento, in genere appoggiano le richieste delle leghe infermieristiche, sia perché prevalente è l'orientamento socialista che appoggia le lotte delle classi più disagiate, sia per la necessità di avere personale infermieristico più adeguato alle nuove esigenze mediche.

Ma già poco prima della Grande Guerra, col rafforzarsi della componente tecnocrate e conservatrice inizia a prevalere un atteggiamento di distacco dalle esigenze degli infermieri, sempre più considerate figure subalterne.

A differenza delle leghe sindacali i movimenti femminili, salvo un breve periodo nei primissimi anni del Novecento, rifuggono un atteggiamento rivendicativo, caratterizzandosi per un atteggiamento che fa considerare "'plebea' e sovversiva ogni azione di difesa e conquista operaia"[xlv], producendo così un atteggiamento passivo rispetto alle condizioni imposte. I movimenti femminili ritengono che i miglioramenti debbano essere concessi dagli amministratori degli ospedali, proprio per evitare l'adesione, da parte del personale di assistenza, ad un sindacato prevalentemente maschile e che dunque rappresenta un ostacolo al progetto di riforma che pone l'esclusività assistenziale femminile come uno dei pilastri della sua riuscita.

Tra il 1907 e il 1913 comunque si susseguono diverse interrogazioni parlamentari al governo (anche da parte di Filippo Turati) da parte di deputati che si fanno portavoce delle istanze delle leghe infermieristiche. L'intero gruppo socialista si assume il problema della questione infermieristica coinvolgendo il Comitato Medico Parlamentare (composto da medici di tutti gli orientamenti politici) fino ad arrivare all'organizzazione di un Convegno con "le rappresentanza dei Medici-Direttori e dei Medici d'Ospedali, (...) della classe degl'Infermieri e delle Infermiere, e le Direttrici o i Direttori delle poco numerose Scuole d'Infermeria esistenti in Italia"[xlvi].

La risposta del governo e degli amministratori è però sempre la stessa: è difficile conciliare la spesa per il personale con la spesa per i malati.  L'atteggiamento di dilazione del problema caratterizzerà, così come su molti altri problemi, i governi giolittiani fino alla vigilia della Grande guerra.

Il sopraggiungere della guerra in gran parte dell'Europa impedirà lo svolgimento del convegno, e le richieste a livello parlamentare passano definitivamente inosservate. La guerra durata quattro lunghi cambierà però condizioni e prospettive, favorendo la riforma degli anni Venti e Trenta, con la regolamentazione della formazione e dell'esercizio professionale delle infermiere che si ispira, blandamente e limitatamente, al modello inglese di Nightingale.

Conclusioni

Molti dei ragionamenti sulle difficoltà di avviare una riforma nel passato possono essere facilmente trasportati nella realtà attuale.

La necessità di un miglioramento dell'assistenza infermieristica, il problema di un vasto reclutamento di giovani che possano essere formati per essere in grado di praticare una buona assistenza infermieristica sono stati aspetti irrisolti nei decenni precedenti, dando peraltro all'Italia una connotazione più esasperata dei problemi che, comunque, sono presenti anche in altri paesi.

La speranza è che oggi, di fronte ad una necessità simile, si riesca a trarre qualche indicazione in più dall'esperienza del passato per fare un po' meglio nel presente.



* Docente Integrato D.U.I., Corso  di Infermieristica Generale, Università di Torino, Novara, Orbassano.

** Docente D.U.I., Corso Infermieristica Generale, Università di Torino.

[1] Per ospedale di prima categoria, ai sensi dell'art. 6 di detta legge, si intendono quelli che hanno una media giornaliera di 600 degenze.

[2]Meleis A.I., Theoretical nursing: Development and Progress, J.B.Lippincott Company, Philadelphia, 1985

cfr. anche Manzoni E., Storia e filosofia dell'assistenza infermieristica, Masson, Milano, 1996

[3]Regio Decreto Legge 15 agosto 1925, n.1832, convertito in legge il 18 marzo 1926, 562, "Facoltà della istituzione delle scuole convitto professionali per infermiere e di scuole specializzate di medicina, pubblica igiene ed assistenza sociale per assistenti sanitarie visitatrici". Il Regolamento di esecuzione verrà emanato con il Regio Decreto 21 novembre 1929, n.2330

[4]Celli A., La donna infermiera in Italia,  pag.481 e ss.

[5]cfr. Duby G., Perrot M., Storia delle donne in occidente. Il novecento, Bari, Laterza, 1991

[6]che si esprime nello sforzo collettivo di raggiungere obiettivi quali professionalità, status sociale elevato, ecc.

[7]AA.VV. (parte a cura di Sironi C.), Management Infermieristico, UTET, pag55

[8]evidentemente con tale termine intende tutti gli assistenti  sia di assistenza che di assistenza infermieristica

[9]l'opinione di Celli del personale religioso cattolico deve essere considerata alla luce della cultura protestante e laicizzata da cui ella proviene

[10]Podrecca G., La laicizzazione degli ospedali, relazione al I congresso della Federazione italiana degli Infermieri e delle Infermiere degli ospedali e dei manicomi, Roma, maggio 1904

[11]ibidem, Sironi in Management infermieristico, op. citata, pag.53

[12]Calamandrei C., L'assistenza infermieristica: storia, teoria e metodi, NIS, Firenze, pag.52-53

[13]Sironi C., Storia dell'assistenza infermieristica, NIS, Milano, pag.106

[14]abbiamo già parlato del corpo delle infermiere volontarie

[15]cfr. l'opera di studio di Duby e Perrot

[16]ibidem

[17]si ricorda che numerose scuole erano dirette da infermiere straniere

[18]Calamendrei C., opera citata, pag.48

[19]ibidem pag.54

[20]cfr. Duby G., Perrot M., op.citate,

[21]Sironi in Management Infermieistico, op.citata, pag.59

[22]il convitto è obbligatorio ad eccezione delle religiose che già vivono in comunità

[23]Sironi C, Storia dell'assistenza infermieristica, op.citata pag.152, Sulla storia della C.NA.I.O.S.S. si veda anche il lavoro di recente scritto dall'autrice in occasione del cinquantesimo di fondazione dell'Associazione Regionale Lombardia Infermiere, Infermieri ed altri Operatori Sanitario-Sociali

[24]va notato che  con la legge 3 giugno 1937, n.1084, inizia quell'itinerario di norme transitorie che porteranno spesso la professione infermieristica a reclutare personale già in servizio nel sistema sanitario, con cadute qualitative non indifferenti

[25]Fraschetti V., Mataloni Z., Il Manuale dell'infermiera, Croce Rossa Italiana, anno X, 1932

[26]introduzione di Maria Sforza,, direttrice della scuola dell'ospedale Maggiore di Milano al testo:

Sforza M. Cervati A., Vademecum dell'infermiera, Hoepli, Milano, 1944 (quarta ed.)

[27]si pensi, a titolo di esempio, allo sviluppo della anestesia e della rianimazione

[28]ratificato nella legislazione italiana con legge 15 novembre 1973, n.795 e nei programmi di insegnamento con il D.P.R. 13 ottobre 1975, n.867

[29]cfr. Manzoni E., I corsi di specializzazione nell'assistenza infermieristica, NEU Infermieristica Neurochirurgica, n.1/94

[30]si veda ail D.P.R. 225 del  14 marzo 1974 meglio conosciuto come "mansionario"

[31]cfr. Brignone R.,Il nursing e la professione infermieristica, Atti VIII Congresso Nazionale CNAIOSS, Firenze, 14-17 settembre 1972

Brignone R.,Il nursing oggi in Italia, Atti II Convegno Regionale promosso dal Collegio IP.AS.VI. di Cagliari, 15 maggio 1983

[32]il concetto di specializzazione medica ben si differenzia dal concetto di specializzazione chirurgica. Il primo si sostanzia sulla specificità della patologia o della tecnologia curativa; il secondo sulla peculiarità di manifestazione e trattamento dei bisogni di assistenza infermieristica.

[33]cfr. Manzoni E., Lo sviluppo della formazione infermieristica in Italia, Sanare Infirmos, Anno XII, Aprile 1995, n.20

[34]Manzoni E., Gli antefatti storici, culturali e legislativi, in Atti del Convegno "Il diploma universitario in scienze infermieristiche dalle ipotesi alle realtà", Associazione Regionale Lombardia Infermiere, Infermieri ed altri operatori sanitario-sociali, Aprile 1994

[35]vengono tralasciati gli antefatti legislativi che essenzialmente sono:

- i disegni legislativi degli anni ottanta;

- i provvedimenti giuridici di riforma della docenza universitaria e delle scuole dirette a fini speciali (DPR 382/80 e DPR 162/82);

- la riforma del sistema universitario italiano (L.341/90)

[36]Decreti del Presidente della repubblica 4 e 10 del gennaio 1972

[37] Fiumi A., Infermieri e Ospedale, Storia della Professione Infermieristica tra '800 e '900, Verona, Ed. Nettuno, 1993, p.7.

[38] Frascani P., Ospedali, malati e medici dal Risorgimento all'età giolittiana, in Storia d'Italia, Annali VII, Torino, Giulio Einaudi Ed., 1984, pp.299-302.

[39] Cosmacini G., Storia della medicina e della sanità in Italia, Roma-Bari, Laterza, 1995, pp. 365-422.

[40] Sterpellone L.,  Storia della Medicina del XX secolo, Roma, Newton & Compton, 1996, pp. 9-93.

[41] Frascani P., Ospedale e società in età liberale, Bologna, il Mulino, 1986, pp. 69-114.

[42] Castronovo V., Storia economica d'Italia, Torino, Giulio Einaudi editore, 1995.

[43] Del Panta et al., La popolazione italiana dal medioevo ad oggi, Roma-Bari, Laterza, pp.169-188.

[44] D'Amelio S., Beneficenza ed assistenza, in (a cura di) Azara A. Eula E., Novissimo Digesto italiano, Torino, UTET, 1958.

[45] Manzoni E., Storia e filosofia dell'assistenza infermieristica, Milano, Masson Editrice, p.95.

[46] Sironi C., Storia dell'assistenza infermieristica, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1991, p. 94.

[47] Manzoni E., Storia e filosofia del nursing, cit., p. 119.

[48] Fiumi A., Infermieri e Ospedale, cit., pp. 19-29.

[49]Dimonte V., Da Servente a Infermiere. Una storia dell'assistenza infermieristica in Italia, Torino, CESPI Editore, 1995, pp. 61-96.

[50] Bressan E., Ipotesi di lavoro e prospettive di ricerca, in Martellotti E., cit., Roma, 1993, pp.117-124.

[51] Stroppiana L., Storia dell'Ospedale di S. Maria della Misericordia e S. Niccolò degli Incurabili in Perugia, Perugia, Grafica-Perugia, 1968; Pitzurra M., L'ospedale di S. Maria della Misericordia a Perugia, Perugia, Centro Stampa dell'Università degli studi di Perugia, 1992 e Lo Spedale Grande a Perugia, Perugia Bonucci Editore, 1996.

[52] Squadroni M., Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, Roma, 1990, pp.11-36.

[53] Covino R., Storia del movimento operaio, storia nazionale e storia locale per una ricerca del movimento operaio e contadino in Umbria, in Bertelli S. (a cura di) Annali della facoltà di Scienze politiche, Perugia, 1997, pp.30-140.

[54] Pierucci F., Il movimento operaio in Umbria. (Cronache di un secolo 1850-1950), cit., p.14.

[55] Pierucci F., Il movimento operaio in Umbria. (Cronache di un secolo 1850-1950), Perugia, "Quaderni Regione dell'Umbria" n.8, 1983, pp.13-30.

[56] Confortati da R. Covino, per cui "I lavori di Grohmann rappresentano in tal senso un importante contributo di ricerca, un momento di definizione esauriente, se non conclusiva, su questo arco di problemi." In Covino R., Storia del movimento operaio, storia nazionale e storia locale, in Bertelli S. (a cura di) Annali della facoltà di Scienze politiche, Perugia, 1977, p. 124.

[57] Grohmann A., La società di mutuo soccorso fra gli artisti ed operai di Perugia (1861-1900), Perugia, 1968, pp.68-189.

[58] Tatò A., Sindacato, in Napoleoni C. (a cura di), Dizionario di Economia Politica, Milano, Comunità, 1956, p. 505.

[59] Foa V., Cento anni di Sindacato in Italia, in Per una storia del movimento operaio, Torino, Einaudi, 1980, p. 100.

[60] Bozzi F., La nascita della Camera del lavoro a Perugia (1896-1921), in 90° della Camera del Lavoro di Perugia. Le ragioni del passato, le regioni del futuro, Perugia, "Quaderno di sindacato e società" n.6, 1987, pp. 14-15.

[61] Significativa la lettura degli scioperi o delle organizzazioni operaie fatta da "L'Unione liberale" o da "Il Paese" (cfr. Le leghe di resistenza, "Il Paese", 2 ottobre 1901; Le loro leghe, "L'Unione liberale",  27 aprile 1901; Che cosa vogliono le leghe, "L'Unione liberale", 10 maggio 1901; Le leghe cattoliche "L'Unione liberale", 27 luglio 1901; Sua maestà la lega "L'Unione liberale", 2 maggio 1902).

[62] Pellegrini G., Lo statuto della Camera del lavoro di Perugia del 1896, Perugia, CGIL Perugia, 1996, p. 10.

[63] Franceschini E., Ricordi di un vecchio socialista, Roma, 1956, p.21.

[64] Camera del lavoro, "Il Socialista", 1 maggio 1904.

[65] Nella Camera del Lavoro. Lega infermieri, "L'Alta Umbria", 10 agosto 1902.

[66] Cfr. ASP Fondo: O.S.M.M., Serie: Provvedimenti a favore del personale, bb. 2-8.

[67] La lega gialla, "La battaglia", 14 settembre, 1912.

[68] Pellegrini G., Leghe bianche e lotte sindacali in Umbria (1900-1920), in Lupi M., Tosi L. (a cura di), Vangelo e società, Perugia, Atti del Convegno di studi per il centenario della Rerum Novarum, 1992, pp. 145-177.

[69] Sull'episodio cfr. "Il Paese" n.30-31 del luglio 1899; "La regione" n.129 del  22 luglio 1899 e n.141 del 5 agosto 1899; "La provincia dell'Umbria" n.32 del 27 luglio1899; "L'unione liberale" n.165 del 20 luglio 1899 e n.168 del 24 luglio 1899.

[70] ASP Fondo O.S.M.M. Serie: Provvedimenti, b. 8, f. 3 (1899), art.5 Provvedimenti diversi per l'ospedale.

[71] ASP Fondo O.S.M.M. Serie: Provvedimenti, b. 8, f .3 (1899), art.5 Provvedimenti diversi per l'ospedale, lettera del Prof. Tancetti al Presidente della Congregazione di Carità del 29 agosto 1899.

[72] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 3, f. 1(1875), art.1 Direttore del nosocomio, comunicazioni varie, Rapporto statistico - murale dell'Ospedale civile di Perugia per l'anno 1874

[73] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 3, f. 2(1876), art.1 Rapporti diversi del Direttore del Nosocomio, Rapporto statistico - murale dell'Ospedale civile di Perugia per l'anno 1875.

[74] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 4, f. 1(1881), Art.1 Rapporti diversi del Direttore, Rapporto statistico - murale dell'Ospedale civile di Perugia per l'anno 1880

[75] Pitzurra M., Storia dell'Ospedale Santa Maria della Misericordia a Perugia, cit., p. 163.

[76] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 4, f. 2, art.1 Rapporti statistici dei Direttore e rapporti sanitari, Verbale dell'adunanza dei primari del 14 aprile del 1882.

[77] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 4, f. 1(1881), art.4 Proposte al Direttore

[78] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b.6, f.2 (1894), art.1 Serventi e infermieri, lettera del prof. Tancetti al Presidente della Congregazione di Carità del 3 dicembre 1894.

[79] Pitzurra M., Storia dell'Ospedale Santa Maria della Misericordia a Perugia, cit., p. 163.

[80] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b.6, f.2 (1894), a. 1 Serventi e infermieri, lettera del Prof. Patella al Presidente della Congregazione di Carità del 30 agosto 1894.

[81] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b.2, f.1(1873), a. 7 Capi infermieri.

[82] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b.2, f.1(1873), a .11 Inservienti del nosocomio

[83] Sulla vicenda cfr. "La Battaglia" del 1912: Il ritorno delle suore in ospedale?!, 6 aprile; La riabilitazione delle monache, 13 aprile; Le monache ritorneranno?, 20 aprile; Consorteria e clericalismo,27 aprile; Le monache ritornano., 4 maggio; Evviva le monache, 11 maggio; La tacchina delle monache, 6 giugno; Evviva le suore!, 22 giugno; Le monache all'ospedale, 20 luglio; Le sanguisughe ritornano all'ospedale, 27 luglio; La vittoria dei preti a Perugia, 3 agosto; Il trionfo delle suore, 29 agosto; Evviva le monache, 17 agosto; Se ne andarono o furono cacciate?, 24 agosto; "Il popolo" aveva già smascherato le intenzione della Congregazione già nel 1908: Le monache nell'ospedale?, 11 gennaio; Mentre preparano il ritorno delle suore¸14 gennaio; Le monche di straforo all'ospedale, 15 febbraio.

[84] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 11, f. 1(1909), a. 1 Provvedimenti diversi, (f.s.).

[85] Annali dell'Università libera di Perugia. Facoltà medico-chirurgica, Perugia, Tip. Santucci, 1886-1930.

[86] Umbria medica: rivista di medicina e scienze, Terni, Tip. Visconti, 1926-1930.

[87] Zanetti Z., La medicina delle nostre donne, Città di Castello, Tip. S. Lapi.

[88] Zanetti Z., La medicina delle donne, Perugia, G. Tilli Editrice, 1891.

[89] Interessante al riguardo: Siccardi M., Viaggio nella notte di San Giovanni. Alla ricerca delle origini dell'assistenza e delle cure infermieristiche, Firenze, Rosini Editrice, 1992.

[90] Feliziani F., Per la istituzione di una Scuola infermieri a Spoleto, Spoleto, Panetto & Petrelli, 1911, p.3.

[91] Feliziani F., I nuovi orizzonti dell'assistenza sanitaria e il nostro problema ospitaliero, Spoleto, Premiata Tipografia dell'Umbria, 1913.

[92] Feliziani F., Foligno e il suo problema ospitaliero, "Messaggero" (edizione umbra), febbraio, 1920 e L'avvenire degli istituti congregazionali di Spoleto, "Il piccolo" (edizione umbra), novembre 1920.

[93] Feliziani F., Alcune idee generali sul rinnovamento degli Ospedali civili dell'Umbria, Spoleto, Premiata Tipografia dell'Umbria, 1920, p. 3.

[94] Feliziani F., Per la istituzione di una Scuola infermieri a Spoleto, cit., p. 47.

[95] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 10, f. 4(1908), a. 2 Infermieri e serventi.

[96] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 10, f. 4(1908), a. 2 Infermieri e serventi.

[97] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 10, f. 4(1908), a. 2 Infermieri e serventi.

[98] Bertacchi G., La Croce Rossa, origine, sviluppo, organizzazione. Comitato di sezione di Perugia, ricordi storici, Perugia, 1917, p.40.

[99] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 9, f. 5(1904), a. 3 Serventi e Infermieri dell'ospedale. Il primo corso si svolse dal 1 giugno al 30 settembre del 1904.

[100] A.S.P. Fondo O.S.M.M., Serie Provvedimenti, b. 9, f. 5(1904), a. 3 Serventi e Infermieri dell'ospedale.

[101] Bozzi F., Prefazione, in Minciotti Tsoukas C., La trasgressione e la regola. Due modi di essere donna nella società umbra dell'Ottocento, Perugia, Edizioni Era Nuova1997, p. 10.

[102] Minciotti Tsoukas C., La trasgressione e la regola. Due modi di essere donna nella società umbra dell'Ottocento, cit., pp. 19-20.

[103] Pierazzi M.R., Umbria, in La donna nella Beneficenza in Italia, Torino, 1911, p. 241.

[104] Pierazzi M.R., Umbria, in La donna nella Beneficenza in Italia, cit., 1911, pp. 240-251.

[105] Bracco F., Irace E., La cultura, in Grohmann A., Perugia, cit., p. 331.

[106] Lupattelli A., I salotti Perugini del secolo XIX, Empoli, Tip. A. Lambruschini e C., 1921.

[107] Bracco F., Irace E., La cultura, cit., p. 331.

[108] Bertacchi G., La Croce Rossa, origine, sviluppo, organizzazione. Comitato di sezione di Perugia, ricordi storici, cit., p. 40.

[109] "L'Unione liberale": La donna e la scienza, 10 aprile 1901; Il malcontento delle donne, 27 novembre 1901, Considerazioni sulla donna russa, 20 gennaio 1902; Per il femminismo, 22 agosto 1902; L'educazione della donna, 26 novembre 1902.

[110] Pierazzi M.R., Umbria, in  La donna nella Beneficenza in Italia, Torino, 1911, p. 246.

[111] Il pensiero umbro, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1898

[112] Per l'educazione delle donne, "La battaglia", 5 agosto 1911.

[113] Alla donna, "Il popolo", 31 maggio 1910.

[114] Garofalo A., La stampa femminile in Italia, in L'emancipazione femminile in Italia, un secolo di discussioni 1861-1961, Firenze, 1961, p.308.

[115] Sull'impegno delle infermiere di Perugia nella lotta per i miglioramenti delle condizioni di lavoro cfr. i numerosi articoli de: "Il popolo", "La battaglia", "Alta Umbria", "Il socialista". 

[116] Battaglini E., La donna e il lavoro, in La donna e il suo cammino, Roma, 1919, pp. 79-100.

[117] Dimonte V., Una finestra sul passato: gli infermieri e la formazione, cit., p. 154; Dimonte V., Da servente a infermiere, cit.

[118] Fiumi A., Infermieri e ospedali, cit.

[119] Se ne andarono o furono cacciate?, "La Battaglia", 24 agosto 1912.

[120] Guerra alle suore, "La vera Roma", 24 gennaio 1897.

[121] Sironi C., Storia dell'assistenza infermieristica, cit., p. 94; Manzoni E., Storia e filosofia, cit., p. 119.

[122] Sironi C., Storia dell'assistenza infermieristica, cit., p. 94; Manzoni E., Storia e filosofia, cit., p. 119.



[i] Cfr. DIMONTE V., Da servente a infermiere. Una storia dell'assistenza infermieristica in Italia, Torino, CESPI Editore, 1993

[ii] ASCOLI G., Considerazioni generali sulla assistenza infermiera, "L'Ospedale Maggiore", maggio 1920, p. 143

[iii] BACCARANI U., Infermieri e infermiere, Modena, Società Tipografica Modenese, 1909, p.102

[iv] BORCHI A., L'arte di assistere gli infermi, "L'Infermiere", aprile 1911

[v] DE GREGORIO C., Sulla organizzazione del personale di assistenza immediata, relazione al I Congresso nazionale fra i medici degli istituti e opere pie ospedaliere d'Italia, Milano 27-28 ottobre 1906

[vi] Cfr. BRESSAN E., Ipotesi di lavoro e prospettive di ricerca, in Per una storia dell'assistenza infermieristica in Italia, "Atti del I Congresso nazionale di storia dell'assistenza infermieristica in Italia", Federazione Nazionale IPASVI, 1993

[vii] MINISTERO DELL'INTERNO, Rilevamento statistico-amministrativo sul servizio degli ospedali e sulle spese di spedalità, Roma, 1906

[viii] MAINO E., L'infermiera, "L'Ospedale Maggiore", luglio 1917

[ix] ANONIMO, La necessità delle otto ore e le colpe delle Amministrazioni. "L'infermiere", Aprile 1908

[x] Ibidem

[xi] Ibidem

[xii] Ibidem

[xiii] Memoriale del C.C. della Federazione Infermieri presentato al Ministro dell'interno, "L'infermiere", n. XXXII, 1906

[xiv] Ibidem

[xv] MAINO E., L'infermiera, cit.

[xvi] Ibidem

[xvii]  Ibidem

[xviii] Ibidem

[xix] BACCARANI U., Infermieri e infermiere, cit.

[xx] MINISTERO DELL'INTERNO, Rilevamento statistico-amministrativo sul servizio degli ospedali e sulle spese di spedalità, cit.

[xxi] BACCARANI U., Infermieri e infermiere, cit.

[xxii] CELLI A.: Per le scuole delle infermiere. Nuova Antologia, 1 ottobre 1908, pagg. 481-491

[xxiii] CELLI A.: La donna infermiera. Unione Femminile, Milano 1901 (estratto dai numeri3-4 e 7-8)

[xxiv] CELLI A., La donna infermiera, cit. p. 5

[xxv] Ibidem

[xxvi] MAINO E., L'infermiera, cit.

[xxvii] Ibidem, p. 5

[xxviii] CELLI A., Per le scuole delle infermiere, cit. p. 481

[xxix] BACCARANI U., Infermieri e infermiere, cit.

[xxx] BACCARANI U., Infermieri e infermiere, cit.

[xxxi] CELLI A., La donna infermiera, cit.

[xxxii] Ibidem

[xxxiii] FAGGIAN: Cosa è e cosa dovrebbe essere l'infermiere. L'Infermiere, giugno 1912

[xxxiv] BACCARANI U., Infermieri e infermiere, cit.

[xxxv] GIOLITTI G.: Discussione del disegno di legge per gli ospedali riuniti di Roma. Atti parlamentari, Camera dei deputati, Legislatura XXII, 1a sessione, Discussioni, Tornata 12 giugno 1908

[xxxvi] ZIMMERN H.: Infermiere patentate e infermiere inservienti. Nuova Antologia, 16 settembre 1910, pagg. 257-264

[xxxvii] Cfr. Interrogazione dell'on. Monti-Guarnieri al ministro dell'interno "sul modo come vengono trattati gli ammalati da taluni infermieri nel Policlinico di Roma", Legislatura XXII, 1a sessione, 2a tornata del 5 luglio 1907

[xxxviii] Articolo del dottor A. Peracchia, di Firenze, riportato in L'interrogazione dell'onorevole Monti-Guarnieri alla Camera dei Deputati, "L'infermiere", luglio 1907

[xxxix] Ibidem

[xl] Primo Congresso Nazionale della Federazione degli Infermieri e delle Infermiere degli Ospedali e dei Manicomi: Desiderati della classe. Roma, maggio 1904; (riportato in L'Infermiere, n. XXXII, 1906)

[xli] ibidem

[xlii] ibidem

[xliii] Come gli infermieri possono salvaguardare i propri diritti, "L'infermiere", febbraio 1908

[xliv] Ibidem

[xlv] ROVERA C.: Breve storia del movimento femminile in Italia. Editori Riuniti, Roma 1978

[xlvi] Circolare di convocazione del Convegno sulle questioni interessanti la classe degli infermieri promosso dal Comitato Medico Parlamentare per il 7-8 giugno 1914 a Roma, "L'infermiere", giugno 1914

Il Comitato Scientifico-Organizzatore del Convegno Nazionale "Storia dell'Assistenza Infermieristica" (Bologna, 25 Febbraio 2000) esprime i più sentiti ringraziamenti alle Ditte che hanno contribuito alla realizzazione dell'iniziativa congressuale.

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