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La medicina - La biblioteca della salute

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La medicina

All'interno della medicina egizia si potevano distinguere due diversi filoni: quello magico-religioso, che comprendeva elementi molto primitivi, e quello empirico-razionale, basato sull'esperienza e l'osservazione, privo di componenti mistiche.
I medici dell'antico Egitto erano molto numerosi, per questo motivo ognuno di loro si occupava quasi esclusivamente delle malattie che meglio conosceva. 
I medici ordinari erano affiancati dai professionisti di grado superiore, da ispettori e da sovrintendenti. 
Ad assisterli era del personale paramedico di sesso maschile. Essi dovevano le loro conoscenze anatomiche all'osservazione degli animali durante il macello e non
all'imbalsamazione del defunto che era riservata ai sacerdoti devoti ad Anubi, perciò  loro conoscenza dell'anatomia ossia del tipo, della struttura e della disposizione degli organi, era modesta e, di conseguenza, anche le procedure chirurgiche  erano molto limitate: una pratica di antica tradizione e ancora largamente applicata era la trapanazione, ossia la perforazione del cranio allo scopo di curare cefalee e disturbi mentali.
Il cuore era considerato sede delle emozioni e dell'intelletto. 
Il benessere del corpo si doveva, a loro avviso, allo scorrimento dei suoi liquidi nei metu, i vasi che lo attraversavano se uno di questi vasi si ostruiva si manifestava la malattia.
La polmonite e la tubercolosi erano tra le malattie più diffuse a causa dell'inalazione di sabbia o di fumo dei focolari domestici. Le malattie parassitarie erano altrettanto comuni a causa della mancanza di igiene. Le comuni malattie  erano solitamente curate dai medici con il metodo empirico-razionale, grazie soprattutto al fatto che questi organi sono direttamente accessibili; i disturbi di altre parti del corpo venivano, invece, curati da stregoni con magie e incantesimi. 
Durante la terza dinastia il medico iniziò a distinguersi come figura, sia pure primitiva, di scienziato, diversa dallo stregone e dal sacerdote. Il primo medico egizio il cui nome è giunto fino a noi è Imhotep (vissuto intorno al 2725 a.C.), famoso anche come costruttore di piramidi e come astrologo.
Solitamente il medico trascorreva nelle scuole dei templi anni di duro addestramento, in modo da apprendere l'arte dell'interrogazione del malato, della sua ispezione e della palpazione (esame del corpo effettuato tastando con le mani la superficie corporea).
La farmacopea del tempo includeva sostanze medicinali vegetali: era comune l'uso di lassativi come fichi datteri e olio di ricino l'acido tannico, derivato principalmente dalla noce di galla, era considerato utile nel trattamento delle ustioni 
Gli attrezzi più comuni di un medico erano: pinze, coltelli, fili di sutura, schegge, trapani e ponti dentari.



La biblioteca della salute.
Erodoto riferisce che la medicina egizia era fortemente specializzata. La nostra documentazione
conta un Papiro Smith (così chiamato dal nome dei suo primo possessore) che purtroppo ci è pervenuto non integro, è la copia di un testo dell'Antico Regno, fatta in Epoca Lyksos, completa di glosse per spiegare i termini non più comprensibili, Altra fonte è il cosiddetto Papiro Ebers (anch'esso di Epoca Lyksos), lungo ben 20 metri, una raccolta sistematica di casi di medicina tolti da trattati diversi giunta a noi completa e con glosse. A questi papiri si aggiungono otto testi frammentari, alcuni coevi, altri posteriori, che sono semplicemente appunti scritti da praticanti o frettolose copie di originali andati perduti, Sotto il profilo della materia, risulta da tali documenti che la scienza trattava, parte a parte, la chirurgia, la medicina generale e parecchie specializzazioni fra cui oftalmologia, ginecologia, pediatria, gerontologia e malattie dell'ano. La sistematica della prassi appare ineccepibile: come i loro colleghi moderni, i medici egizi esaminavano il malato, identificavano la malattia in base ai sintomi (diagnosi) e ne prevedevano il decorso e l'esito (prognosi), e prescrivevano una terapia.

Sonno, dieta e purghe: le cure per tutti.
Le cure mediche in senso proprio consistono nel riposo, in una dieta adatta, e nella somministrazione di rimedi fra i quali i più frequenti sono i purganti. Le ricette che ci sono pervenute indicano ingredienti per lo più vegetali (è sfruttata quasi tutta la flora egizia) e di rado minerali (allume, rame, ossido di ferro, calcare, carbonato e bicarbonato di sodio, zolfo, composti arsenicali, carbone); vi ha poi posto un certo numero di ingredienti che fungono da veicoli (birra, vino, miele, grassi animali, midollo, argilla). Il rimedio veniva somministrato in forma di bevanda, pappa, pillole e cataplasma. Tutti gli ingredienti appaiono quasi sempre adatti allo scopo terapeutico prefisso, e comunque scelti secondo un criterio di scienza naturale, mai in obbedienza a presupposti religiosi o filosofici. Dei resto le formule magiche rivolte a una divinità guaritrice venivano inserite nella cura solo per prudenza (come dire: "non si sa mai!"), per dare maggiore fiducia al paziente e per le malattie attribuite a cause extra‑fisiche, Molti rimedi comportavano almeno un ingrediente raro e costoso, spesso importato dall'estero (in particolare da Biblo), e questo ci dice che la psicologia dei malato dell'antico Egitto era la medesima di oggi. I medici preparavano essi stessi le loro ricette ma si procuravano la materia prima da una organizzazione farmaceutica gerarchizzata. Al momento di consegnare le medicine erano sempre prodighi di consigli sull'igiene, che consisteva innanzitutto nel praticare abitudini sane.

Il cuore, motore della vita.
"Se il medico pone le mani sul capo, sulla nuca, sulle mani, sul luogo dello stomaco, sulle braccia oppure sui piedi, dovunque egli ricade sul cuore, perché i suoi vasi conducono a tutte le membra". Una delle dottrine che appaiono nel Papiro Ebers, da cui si deduce che i medici egizi ritenessero il cuore centro della vita e sembra anzi che già ricollegassero il suo battito a quello dei polso, I testi letterari descrivono inoltre il cuore come luogo della volontà e delle emozioni, oltre che sede dei peccato. Centro quindi dell'organismo umano fisico, psichico e spirituale è il cuore, mentre l'importanza dei cervello non era avvertita, Nel Papiro Ebers si accenna anche al numero e alla posizione dei vasi che si originano dal cuore. Essi portano aria alle membra, acqua ai polmoni, al fegato, alla milza e all'ano, sangue e muco ai naso, ed ancora, sangue alle tempie, sperma ai testicoli, orina alla vescica ed, infine, escrementi all'ano. La dottrina è frutto evidente di osservazioni condotte, almeno in parte, su cadaveri, le cui arterie sono vuote e possono quindi sembrare condotti auriferi. Quanto ai vasi sanguiferi, essi sono in realtà vasi venosi, mentre gli acquiferi i vasi linfatici. L comunque indubbio che la pratica della mummificazione deve aver reso gli egizi abbastanza esperti di anatomia umana, una conoscenza che si dimostrerà preziosa nella pratica chirurgica.

La struttura sanitaria.
Il corpo dei medici dipendeva da un dicastero della Sanità, bipartito come ogni altro, cui presiedeva un .grande dei medici dell'Alto Egitto" e uno dei "Basso Egitto", dai quali dipendevano "ispettori dei medici" e "soprastanti dei medici". Esistevano poi ì titoli, dì "soprastante alla casa della salute, (la quale era certamente un'organizzazione ospedaliera), nonché di medici addetti a corpi sacerdotali, colonie agricole, colonie militari, villaggi operai e reparti militari. Il medico generico (semu) doveva sapere di tutto e anche di veterinaria, trattata negli stessi libri di medicina, ma molti aggiungevano al titolo una o più specializzazioni: semu degli occhi, della testa, dei denti e così via. La leadership scientifica della categoria era rappresentata dai "medici di Palazzo« che erano aggregati alla Casa della Vita, l'alta scuola di tutte le scienze, Anche l'organizzazione farmaceutica era gerarchizzata, con un »capo farmacista", che dirigeva e controllava i "conservatori dei farmaci" coadiuvati da tecnici. Le cure prestate dal medico, quando non era d'ufficio come sanitario di un corpo sacerdotale o di una colonia, erano pagate in natura.

I grandi interventi chirurgici: una leggenda da sfatare?
Data la pratica della mummificazione, che rendeva gli egizi abbastanza esperti di anatomia umana, la chirurgia non era certo sconosciuta. Dal momento che, però, ogni cura si basava sul principio "primum non nocere", i casi chirurgici prevedevano l'uso dei bisturi soltanto per i tumori esterni e dei cauterio per i casi lievi, Il vocabolario medico reca diversi nomi di bisturi, ma non conosciamo a quali tipi di strumento essi corrispondano: è comunque probabile che si usassero lame simili a rasoi e coltelli comuni di bronzo. Mano più pesante dovevano avere i chirurghi militari, poco più che segaossa, che chiudevano le ferite sia bruciando i tessuti con il ferro rovente o con sostanze caustiche, sia applicando punti. E' probabile che in questi casi non si ricorresse neppure all'anestesia, ottenuta, almeno a partire dal Nuovo Regno, con il papavero sonnifero, in pratica l'oppio. A questo punto, venendo a tre leggende spesso ripetute circa la medicina egizia, che narrano di grandi interventi chirurgici, di odontoiatria operatoria e protesi e di trapanazione terapeutica dei cervello, è bene considerare che i Papiri non ne parlano e che il loro silenzio è confermato dal fatto che, tra le migliaia di crani egizi recuperati negli scavi e le decine di mummie esaminate finora, non sì sono riscontrate tracce di interventi dei genere.

Nozioni di igiene.
I Papiri danno notizie sparse di igiene. Si consiglia, ad esempio, con insistenza di lavarsi il corpo, e in particolare il viso, la bocca e i denti al mattino, le mani prima e dopo i pasti. L bene indossare vesti di fino, e come abiti, oltre al gonnellino o la tunica, far uso di un panno triangolare stretto alle anche a proteggere i genitali, Importante è, inoltre, sostenersi con una nutrizione completa e razionale, distribuita in una colazione, un pranzo leggero e una cena abbondante. Per dormire, meglio usare un letto dotato di rete elastica, con materasso vegetale e coperte di fino. Non è lecito eccedere negli alcolici, limitandosi comunque alla birra e al vino (il secondo è più dannoso del primo); in età avanzata è concesso qualche blando afrodisiaco, principalmente la lattuga, pianta sacra al dio della fecondità Min. La pulizia della persona, delle vesti e della casa si ottiene con grande abbondanza di acqua, incensi e salnitro. Il clima generalmente buono e una vita semplice, alquanto attiva e quasi tutta all'aria aperta, faceva il resto. Rilievi dell'antico Egitto mostrano che venivano praticati massaggi e che era in uso la circoncisione.

L'oftalmologia

Presso le piramidi di Giza, nel 1926, fu scoperta la tomba di Iry, un medico che visse tra il 2270 e il 2100 a.C.
Su un'enorme stele di pietra calcarea, eretta in suo nome, i geroglifici lo definiscono "oculista di corte".
Ma è il papiro Ebers, un trattato di medicina scritto settecento anni dopo la morte di Iry la maggior fonte d'informazione sulla patologia oculistica.
I disturbi della vista erano gli stessi che ritroviamo ai giorni nostri: miopia, strabismo, cataratta e congiuntivite. Chi aveva la vista debole veniva curato con un miscuglio di miele, minio e liquido oculare di maiale, iniettato nell'orecchio.
Un unguento composto di cervello di tartaruga era la cura per lo strabismo. Il paziente, per far si che le cure fossero più efficaci, doveva ripetere per due volte una formula magica:
"Ho eseguito le istruzioni e applicato l'unguento: il coccodrillo è debole". (Il coccodrillo era uno degli animali responsabili del fenomeno dell'eclissi solare, in quanto rubava l'occhio del sole).
Non ci sono pervenuti documenti che parlino di interventi chirurgici agli occhi.
 

La mummificazione

I sacerdoti preparano il corpo per la mummificazionePoichè il mondo era stato creato dalla forza vitale dell'universo, lo spirito eterno, doveva tornare, quando il suo percorso terreno giungeva al termine, all'ordine e all'armonia. Sia il racconto sacro
che fa morire e poi rinascere Osiride, sia la quotidiana vicenda del dio-sole che al tramonto è sopraffatto dalle tenebre ma il giorno dopo risorge trionfante, rappresentavano per gli egizi la garanzia della fede nella sopravvivenza dell'anima dopo la morte. Tuttavia, perchè ciò avvenisse, l'anima aveva bisogno che il corpo non si corrompesse o si disperdesse. Nei tempi più antichi, una vera vita oltre la morte era considerata privilegio del faraone e i sudditi speravano che l'immortalità del sovrano si riflettesse in qualche modo su di loro. Più tardi, alla fine dell'Antico Regno, la sopravvivenza diventò un diritto di tutti coloro che potevano disporre di una tomba e permettersi i riti funebri.
La prima conservazione di resti umani in Egitto deve essere avvenuta casualmente. Nei cimiteri dell'epoca predinastica,costituiti da fosse poco profonde dove i defunti venivano deposti in posizione fetale,il clima molto caldo e secco faceva essiccare naturalmente i corpi, ma non si sa se la sopravivenza nell'aldilà fosse intrinsecamente collegata alla loro conservazione. Quando i corpi cominciarono ad essere deposti in tombe con coperture artificiali, inizialmente venivano avvolti in
bende di lino e ricoperti di gesso compresso e levigato perchè prendesse la forma del corpo sottostante;quando il gesso era asciutto,il guscio esterno veniva dipinto (spesso di verde, colore della rinascita) e al viso erano dati i lineamenti del defunto. Durante il Medio Regno la tecnica di mummificazione si affinò per raggiungere i suoi risultati migliori e definitivi nel Nuovo Regno. Ci furono, in epoca tarda, anche inutili tentativi di ridare al corpo le sue naturali caratteristiche con imbottiture di lino e altri materiali, ma la decomposizione di questi supporti provocò proprio quello che gli imbalsamatori cercavano di evitare.
Non ci sono illustrazioni nè iscrizioni che ci informino sul procedimento di mummificazione. La descrizione fattane da Erodoto sembra comunque piuttosto attendibile.
Erodoto descrive tre diversi tipi di mummificazione che avevano prezzi diversi:

Semplice lavaggio e purificazione, iniezione di liquidi corrosivi.

Gli imbalsamatori riempiono le loro siringhe di olio di cedro e ne ricolmano l'addome del morto, senza praticare alcuna incisione,iniettando semplicemente il liquido attraverso l'ano e assicurandosi che non esca. In seguito imbalsamano il corpo per il numero di giorni prescritto. L'ultimo giorno, lasciano uscire l'olio che avevano iniettato: questo olio è così forte che porta via con sè tutte le interiora e gli intestini di sotto, cosicchè alla fine non rimangono che la pelle e le ossa.

 Incisione ed estrazione degli organi.

Prevedeva, attraverso l'incisione addominale, l'estrazione degli intestini,dello stomaco,del fegato e dei polmoni,si puliva l'addome sciacquandolo con vino di palma e spezie tostate,si riempiva quindi l'addome con mirra pura macinata,cassia e altre spezie. Le viscere estratte dal corpo del defunto venivano poi collocate in un cofanetto,diviso internamente in quattro parti con coperchi a forma di teste umane. Più tardi si usarono i vasi canopi che avevano sempre quattro teste: nel periodo dei Ramessidi, rappresentavano i quattro figli di Horus. Daumutef,il vaso con la testa di sciacallo, conteneva lo stomaco:Quebehsemut, il falco, conservava gli intestini;nel vaso con la testa umana,quella di Ismet, veniva riposto il fegato e quello di Hapi,con la testa di babbuino,conteneva i polmoni. I canopi erano spesso fatti di calcite e venivano collocati nelle tombe in un cofano apposito. I reni, spesso considerati come sede delle emozioni, e il cuore, che serviva al defunto per essere giudicato,venivano ricollocati nel corpo svuotato. Anche il cervello era asportato tramite un'incisione praticata nel cranio o attraverso le narici per mezzo di uncini e veniva sostituito da una calotta di metallo. Le viscere erano imbalsamate come il corpo e avvolte in bende separatamente. Il  corpo veniva poi sistemato sotto mucchi di natron asciutto, un sale naturale che si trovava in abbondanza nel letto di un lago prosciugato nel Delta occidentale (l'odierno Wadi el-Natrun); il natron è composto essenzialmente di cloruro di sodio e contiene un'alta percentuale (17%) di bicarbonato di sodio,indispensabile per la riuscita del procedimento:Questo sale assorbiva i liquidi del corpo che, dopo circa 70 giorni diventava un solido guscio non più soggetto alla decomposizione.
Quando la
mummia era pronta veniva purificata e i sacerdoti procedevano alla bendatura:Si usavano bende di lino,spesso quelle stesse che si aveva a disposizione in casa;solo per i faraoni, i loro familiari e gli alti dignitari si usavano bende tessute appositamente:Prima venivano bendati gli arti e le articolazioni e poi tutto il corpo;le braccia erano fasciate intorno al corpo e le gambe unite insieme. Mentre si collocavano i vari strati di lino,si inserivano anche gli amuleti in punti fissi e il sacerdote recitava le formule per assicurare l'efficacia del procedimento. Spesso,finita la bendatura, si poneva una maschera sul volto del defunto :d'oro e d'argento per i re, di cartapesta dipinta,ossia di papiro e lino mescolati a gesso,per i meno abbienti. La mummia era quindi deposta in una cassa antropoide dipinta, a volte contenuta all'interno di altre; per i ceti sociali più elevati e per i re si usava anche un sarcofago rettangolare di pietra. Durante la bendatura,la collocazione nella cassa e la sepoltura si versavano grandi quantità di preziosi unguenti e profumi, che formavano poi quella sostanza caratteristica dura e simile alla pece. La mummia,dentro la cassa e con un baldacchino sovrastante che rappresentava il cielo e le stelle,veniva portata su una slitta verso la tomba. La seguiva una processione funebre recante cibi e bevande,mobili e oggetti personali per arredare le camere funerarie,mentre le donne emettevano lamenti funebri. All'entrata della tomba avveniva la cerimonia detta "apertura della bocca";la cassa veniva sollevata verticalmente, in modo che un sacerdote potesse toccare gentilmente,con un'ascia da falegname in miniatura, i punti corrispondenti agli occhi,al naso,alle labbra, alle orecchie,alle mani e ai piedi come per sollevare il legno e permettere ai sensi di funzionare. La frase rituale era :"La mia bocca e aperta! La mia bocca è spaccata da Shu (dio dell'aria) con quella lancia di metallo che usava per aprire la bocca degli dei. Io sono il Potente. Siederò accanto a colei che sta nel grande respiro del cielo" (Libro dei Morti,Formula 23). La cassa veniva poi calata nella tomba e intorno si collocavano gli oggetti funebri. A questo punto l'entrata veniva sigillata con pietre e fango. Nelle colline occidentali di Luxor si imprimeva nello stucco un'impronta ovale, con Anubi sdraiato su nove prigionieri legati, e spesso si inserivano tra le pietre coni di  terracotta con i nomi e i titoli dei defunti.



I vasi canopi


 

 

testa

dea

contenuto

Imset

uomo

Iside

fegato

Hapi

babbuino

Nefti

polmoni

Duamutef

sciacallo

Neith

stomaco

Qebehsenuf

falco

Selqet

intestini

 

Il termine vasi canopi fu inventato dai primi egittologi che li avevano erroneamente collegati a Copono il comandante della nave di Menelao al ritorno della guerra di Trovia:
In genere i vasi erano fatti di alabastro, ma se trovarono sia di calcare, che di terracotta e anche di ceramica smaltata:
Contenevano i visceri asportati dalle cavità del corpo durante la mummificazione. Venivano messi nella camera sepolcrale della tomba accanto al sarcofago. All'inizio i coperchi  erano molto semplici, poi iniziarono ad assumere durate il Medio Regno forme più complicate; dal periodo ramesside in poi furono decorati con le teste dei quattro "Figli di Horo".
Sui vasi erano riportati testi che ponevano ciascuno di essi sotto la protezione di una dea.

 

Le mummie

Ramsesse I

                                                                                                         

La mummia torna in Egitto

Ramses II

Volto di Ramses II

La mummia di Ramses II in pericolo

Sethi I

Volto di Sethi I

Tutankamon

Volto di Tutankhamon

Corpo di Tutankhamon

Seqenenra Ta'O II

Questa testa di mummia è uno dei documenti più importanti e drammatici del Secondo Periodo Intermedio. Appartiene infatti al principe Seqenenra, un grande condottiero che iniziò la guerra di liberazione tebana contro gli Hyksos. Molto probabilmente l'eroe morì proprio durante una battaglia contro il re Hyksos Apophis: la sua mummia reca i segni delle orribili ferite che lo uccisero. Il suo corpo, contorto dall'agonia, non potè essere composto dagli imbalsamatori e fu sepolto a Tebe Ovest con ancora i segni della morte addosso. Considerato un eroe nazionale, la sua mummia fu una delle prima a essere nascoste dai sacerdoti tebani nella cachette di Deir el Bahari quando le tombe reali cominciarono a venir sistematicamente saccheggiate.

Volto della mummia di Merenra I

La mummia di Menra I




Nella tomba KV55 furono rinvenuti oggetti della regina Tiye e il sarcofago destinato a Kiya una moglie di Akhenaton; la mummia rinvenuta, creduta inizialmente di Tiye, è oggi attribuita (con molti dubbi) ad Akhenaton.

La mummia di Cleopatra

Dov'è sepolta Cleopatra, la più famosa regina d'Egitto?
Da qualche parte a Parigi. Agli inizi del XIX secolo la sua mummia fu scoperta ad Alessandria d'Egitto e trasportata nella capitale francese per arricchire le vetrine del Louvre.
Nel 1871, durante l'assedio dei prussiani, per prudenza fu deciso di spostarla nei sotterranei della Bibliothèque Nationale. L'ambiente umido e freddo ebbe un effetto disastroso: il corpo entrò in decomposizione e non rimase che seppellirlo. Secondo alcuni le spoglie regali furono tumulate nei giardini stessi della Bibliothèque; secondo altri, clandestinamente nel grande cimitero Père-Lachaise.

I SARCOFAGI

Il sarcofago: particolare

Il sarcofago: particolare
 

Particolare del terzo sarcofago. La mummia era custodita da tre sarcofagi, inseriti l'uno nell'altro. Il primo, quello esterno, era in legno di cipresso lungo 2,24 m, con le superfici del coperchio e della base decorate a bassorilievo. La sottile lamina d'oro che lo ricopriva poggiava su uno strato di stucco. Il secondo sarcofago antropomorfo, avvolto in un sudario di lino, è ancora più splendido. Anch'esso era laminato in oro e recava stupende decorazioni: intarsi di vetro policromo e pietre semipreziose sottolineavano i dettagli del volto e adornavano gli addobbi della figura. Intorno al collo vi era un ampio collare sui cui spiccavano gemme di vetro rosso, blu e turchese. Il terzo sarcofago si era, nel corso dei millenni, ricoperto di uno strato bituminoso, risultato dei processi di alterazione dei liquidi usati durante l'unzione sacra nel processo di imbalsamazione. Una volta ripulito si mostrò come il più prezioso: una massiccia lamina d'oro di circa tre mm di spessore e pesante oltre un quintale. Sul petto portava un largo collare, fragilissimo composto di granelli di vetro blu, fiori, foglie, bacche e frutti cuciti su una banda di papiro. Al suo interno giaceva la mummia con il volto protetto dalla celebre maschera d'oro e col corpo adornato di una collana di fiori, dello scettro, del flabello e di altri ornamenti esterni.

 

Il sarcofago esterno

 

La mummia nel suo sarcofago

La mummia nel suo sarcofago

La mummia del faraone, protetta dalle bende di lino, era contenuta in tre sarcofagi inseriti l'uno negli altri. I millenni li avevano resi fragilissimi e, per separarli gli archeologi impiegarono circa due anni.

Particolare del sarcogago con la dea Serket

 

 

particolare del sarcofago
con la dea Serket

 

Gli studi sulla mummificazione

Nella religione egizia l'idea della resurrezione era fortemente radicata. Il Ba ed il Ka lasciavano temporaneamente il corpo nel momento del decesso per poi fare ritorno. Il Ba era il portatore delle eterne energie, il Ka rappresentava una specie di spirito custode. Pur nascendo con la persone le sopravvivevano. Quando facevano ritorno bisognava che ritrovassero l'antico corpo, ecco perchè esso non doveva marcire. Inoltre ogni salma mummificata rappresentava Osiride, il dio dei defunti. Soltanto lui aveva il potere di dare la vita al morto. Gli egizi si resero presto conto che l'imbalsamazione risultava imperfetta se non toglievano le parti molli e le interiora. L'operazione più difficile fu quella dell'estrazione del cervello, non si dovevano produrre ferite visibili. Non si sa quando vennero impiegati per la prima volta i famosi uncini. Il professor Sudhoff, nato a Francoforte era un'anatomista direttore dell'Istituto di Medicina, aveva dimostrato che un solo uncino ricurvo era necessario per far uscire la materia cerebrale.(Foto 1) Nel 1908 sperimentò un uncino, leggermente ricurvo lungo una trentina di centimetri, fornitogli da un collezionista berlinese, sul cadavere di un ignoto suicida. Sudhoff pubblicò i risultati tre anni dopo: "Lo sfondamento della lamina cribosa,scrisse, non presentò difficoltà; altrettanto facile risultò la rottura della lamina perpendicularis, anzi la completa distruzione delle conche nasali. La penetrazione nella cavità cranica comportò lo smembramento del tentorio e di tutte le parti membranose, colpendo con la punta o col dorso ricurvo e ottuso dell'uncino; poi si rimestò la materia cerebrale già un po' macerata. Quindi mettemmo il cadavere in posizione prona; in quindici, venti minuti, stimolato leggermente dall'uncino il cervello fuoriuscì".
Più facile era strappare gli organi interni.( Foto 2 ) Diodoro precisa quanto descritto da Erodoto: "Veniva tracciata sul lato sinistro del corpo la linea del taglio, poi la carne veniva tagliata con una pietra etiopica. Questa poteva essere ossidiana, presente sulle rive del Nilo ( corso superiore ). L'ossidiana è un caratteristico materiale d'opera presente nel Neolitico dell'Asia anteriore, un vetro vulcanico usato soprattutto per costruire lame, punte di frecce e raschietti. Deve, si dice, il suo nome al romano Obsius che la trovò in Etiopia.
Karl Sudhoff ha minuziosamente ricostruito il lavoro degli imbalsamatori-chirurgi egizi: il diaframma veniva aperto dal basso, si tagliavano i bronchi o la trachea per liberare i polmoni, la stessa cosa si faceva con l'aorta. L'operatore introduceva il braccio destro nell'apertura addominale, toglieva i visceri intestinali, poi svuotava la cavità toracica. La perforazione del diaframma consentiva di estrarre i polmoni e i grossi vasi. E' ormai assodato che fino al 1070-945 a.C. il fegato, i polmoni, lo stomaco e gli altri visceri furono conservati nei canopi. I quatto figli di Oro dovevano custodirli ( Foto 6 ): Amset il fegato, Hapi i polmoni, Duamutef lo stomaco e Kebehsenuef gli altri visceri. Secondo la moderna anatomia, ciascun organo interno poteva essere tolto in due modi: Il primo: appena qualche giorno dopo la morte, iniziato il processo di decomposizione, era possibile togliere tutte le interiora con le mani."Ma" obietta il professor Sudhoff, "uno stadio di marcesenza così avanzato da rendere possibile la rottura del diaframma con una mano, l'asportazione manuale della trachea e dell'aorta, la perforazione digitale avrebbe reso illusoria qualsiasi speranza di poter poi identificare i singoli organi, ormai decomposti, spappolati e distrutti". Il secondo modo: coloro che eseguivano la sezione cadaverica, devono aver usato un coltello con la lama ad uncino (ne sono stati trovati, di bronzo, negli scavi: lunghi come una mano di media grandezza, hanno la punta tagliente e piegata su un lato, il resto della lama è ottuso). Impugnatolo, il chirurgo poteva quindi immergere il braccio. L'impugnatura dello strumento finisce a scalpello: poteva essere usato anche per raschiare. Impossibile inventare un bisturi migliore per quel tipo di operazione. Il tutto faceva parte di un consacrato rituale. Gli esecutori non erano chirurghi di professione, ma sacerdoti, i cosiddetti sacerdoti di Ut, gli stessi che poi portavano avanti il processo di imbalsamazione. Contrariamente a Sudhoff, secondo il quale i cadaveri venivano immersi in una liscivia di sodio, oggi la scienza afferma che i corpi venivano trattati a secco (cosparsi di sodio asciutto, di un miscuglio naturale con carbonato, bicarbonato, cloruro e solfato di sodio).( Foto 4 ) Protraendosi per trentacinque giorni, questo trattamento eliminava dai tessuti ogni traccia di liquido. La tecnica della disidratazione è provata soltanto dal fatto che a noi sono giunti i tavoli anatomici, sui quali essa poteva essere praticata; di mastelli per la liscivia disidratante, invece, non ne abbiamo notizia. Dopo un simile trattamento chimico, il cadavere appariva piuttosto malconcio. Ecco perchè i mummificatori facevano ricorso ad ogni sorta di cosmetici per abbellire il morto: tingevano mani, piedi e i capelli con l'henna ( che gli egizi chiamavano puker ), un pigmento fulvo-brunastro tratto da un albero spinoso delle borraginacee. Le altri parti del corpo non coperte dalle bende venivano dipinte con l'ocra rossa ( uomini ) e con l'ocra gialla ( donne ). I sacerdoti di Ut provvedevano a livellare le parti infossate ( pancia, seni, natiche ) con imbottiture di tela immerse in una massa attaccaticcia, con colla, segatura o fieno. Gli occhi artificiali dovevano assomigliare il più possibile a quelli veri. Poi cominciava l'imbalsamazione vera e propria: vino, olio, grassi, resine e miele dovevano togliere ogni odore sgradevole alla salma. ( Foto 3 )Soltanto due sono i papiri che lo descrivono, conservati rispettivamente al museo del Cairo e al Louvre. In caratteri ieratici, essi riproducono un originale più antico. Purtroppo sono tutti e due incompleti e non forniscono nessun particolare tecnico sull'imbalsamazione, alla quale possiamo però risalire partendo dagli elementi rituali ( che, a loro volta, costituiscono un terzo papiro: libro con il rituale dell'imbalsamazione del toro Api ). Il papiro cairota fu studiato dall'egittologo Ellio Smith, che nel corso della sua attività aveva esaminato migliaia di mummie. Eseguì perizie su circa venticinquemila teschi alla ricerca di deformazioni ossee; su altri cinquecento riscontrò la paradentosi. Il professor Smith, in collaborazione con il collega Warren R. Daeson, sulla base del papiro cairota, ha ricostruito dodici indicazioni su come imbalsamare un cadavere:

  1. Come i sacerdoti di Ut devono usare l'incenso per la testa della mummia:
  2. Come prendere un vaso e utilizzare gli unguenti in esso contenuti per eseguire l'apertura della bocca: Un inserviente deve ungere tutto il corpo fino ai piedi, tranne la testa.
  3. Indicazione completamente oscura: si riferisce ad un' ulteriore unzione e accenna ai figli di "Oro"; evidentemente in collegamento con gli organi interni imbalsamati a parte:
  4. Come frizionare con il grasso la schiena ai "figli di Oro".
  5. Altre indicazioni sul modo di ungere e di bendare il dorso e sull'introduzione dei medicamenti nel cranio:
  6. Ricoprire d'oro le unghie e avvolgere le dita con lini di Sais.
  7. Anubis (durante le cerimonie era rappresentato da un sacerdote ), direttore dei misteri e mummificatore, protagonista delle cerimonie.
  8. Un lungo brano indica come imbalsamare e bendare il corpo. Veniamo così a conoscenza dei singoli nomi magici dati alle bende destinate a coprire ciascuna parte della testa, per esempio di che tipo fosse e come si chiamasse quella lunga serie di bende destinate alle orecchie, alle narici, alle guance, alle sopracciglia, alla bocca, al mento e alla nuca.Una fascia larga due dita terrà unite tutte le bende che avviluppano la testa, sulla quale sarà poi versato abbondante olio fluido.( Foto 5 )
  9. Come trattare ulteriormente la testa con incenso e grasso e introdurre tra le bende determinati aromi.
  10. Particolari indicazioni su come ungere e bendare le mani. Uso di un unguento composto in parti uguali di fiori d'"amu", di resina di Koptos e di natron. Le bende vengono identificate con dei e dee. ( un fregio sul papiro mostra diverse divinità: portano bende alla mummia che riposa su un divano).
  11. Un brano somigliante che descrive bende: piccole figure di divinità, cui vengono fasciate le mani.
  12. Indicazione per ungere e bendare le braccia, i piedi e le gambe.

Il processo di mummificazione non poteva durare meno di tre mesi. Diciassette giorni occorrevano soltanto per la fasciatura. troviamo questo dato in due papiri scoperti verso la metà del secolo scorso dall'avvocato scozzese Alexander Henry Plind in una tomba privata tebana della Ventottesima dinastia. A Tebe Ovest, dissotterrò una intere serie di papiri, poi chiamata Plind. Uno di essi descrive la mummificazione di un uomo, l'altro quella di una donna. I due documenti affermano che la testa veniva mummificata per sette giorni; gli organi interni per quattro giorni; due per le braccia e due per le gambe: una giornata per la schiena e una per il petto.
Da un brano tratto dal papiro Plind numero uno:
La grande Iside, madre del dio, dirige il sepolcro di N. (segue il nome, titolo e discendenza del defunto). Duecento e sei giare di grasso sono state cotte, come si fa per le bestie sacre. Sei stato frizionato col balsamo di Oro, padrone del laboratorio; Shesmu con le sue dita ha avvolto la divina benda per rinserrare nel bozzolo del dio e della dea il tuo corpo. Anubis, l'imbalsamatore, ti ha riempito il cranio di resina, di chicchi degli dei, d'olio di cedro, di tenero grasso di bue e d'olio di cannella. tutte le tue membra sono state avvolte nella mirra. In sacre bende il tuo corpo è stato avvolto. Vieni fuori e guarda il sole invernale del ventiseiesimo giorno di Farmuti. ( Il quarto mese invernale, dura dal 15 gennaio al 15 febbraio).
Dalla morte erano passati settanta giorni. Una o due giornate dopo il luttuoso evento si cominciò a pulire e disidratare (durata: cinquantadue giorni); diciassette per conservare e mummificare. Quindi la mummia venne deposta nella bara dai sacerdoti di Ut. Il cadavere, diventato Osiride, fu vegliato per altri tre giorni e altrettanti notti. Poi giunse il momento di portare il sovrano alla sepoltura.




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Numero 3

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Numero 4


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Numero 6

Riti per la resurrezione dei morti

Salute a te Osiride,
Signore dell'Eternità,
Re dai numerosi Nomi,
dalle trasformazioni sacre,
dalle forme segrete nei templi.

La morte come fine non esiste nel pensiero dell'antico Egitto e, come tale, fu rifiutata perché essa è intesa solo come modificazione dell'armonia vitale. In effetti gli egizi non la accettarono mai né come scomparsa dell'Essere né come una seconda vita del tutto relegata in un altro mondo, lontana dalla vita terrena. Gli stessi riti funerari sono riti di risveglio alla vita celeste e non momenti di disperazione: l'anima continua a vivere nei pressi del corpo mortale, si riposa presso di lui, si nutre delle offerte portate dai vivi, perché il corpo divino del defunto continua a vivere in perenne comunicazione tra questo e l'altro mondo:

... tu non perisci, tu non ti annulli.
il tuo Nome dura tra la gente,
il tuo Nome si manifesta tra gli dei...

Ogni uomo ha come missione quella di conoscere il Nome segreto che gli fu imposto alla nascita e superare vittoriosamente la prova della morte significa rendere questo Nome durevole come quello di Osiride. L'uomo esce dal grande corpo di Maat e vi ritorna dopo il suo soggiorno sulla terra. Gli elementi costitutivi dell'Essere non coabitano più; l'evento chiamato morte è quindi il più pericoloso dei "momenti di passaggio" perché i dodici geni maschi dell'uomo rischiano, al di là dello specchio, di restare disuniti e il passaggio armonico di tutto l'Essere è permesso solo dalla corretta esecuzione di riti funebri che gli segnano la strada verso la Luce per rivivere, "dall'altra parte", in tutta pienezza evitando la "seconda morte". La magia funeraria ha lo scopo di rifondere la vita, vita che necessita del buon funzionamento del Cuore e degli organi vitali, delle energie sottili contenute nei cibi e nelle bevande servite nei banchetti dell'al di là; per tale motivo la salma viene portata nella casa della morte dove resta per settanta giorni. In essa, nella tenda di purificazione, il morto viene accolto e deterso con acqua salata simbolo del NUN, oceano rigeneratore primigenio, ed il defunto ne viene purificato come il Sole quando al mattino esce dal mare dopo il passaggio attraverso le tenebre dell'occidente; ai suoi piedi vengono poste due Ankh, le croci ansate simbolo di vita e di resurrezione. I riti di resurrezione promettono al nuovo essere di recuperare l'uso del suo corpo, analogo ma non identico a quello che possedeva nella vita terrena e per permettere ciò le sue viscere vengono poste nei vasi canopi. Così non solo gli organi materiali vengono salvati ma anche i principi sottili che essi contengono, perché la mummificazione è l'atto magico mediante cui il mago fa passare il "defunto" dal suo corpo umano a quello divino. Nella Sardab, piccola ed esigua stanza nel cuore della Mastaba, giace la statua vivente del morto ed il suo dinamismo creatore, il Ka, aleggia intorno ad essa. Accanto alla mummia viene posto un papiro che ha il compito di respingere ogni forza ostile e di permetterle un viaggio sicuro nelle "Terre d'Occidente"; altri ne vengono posti fra le mani e le gambe e con quelle indicazioni ed itinerari è permesso al defunto di non perdersi tra le tenebre.Gli amuleti di Heliopolis gli sono apposti: nella tomba è messo un pilastro djed, che questo asse immutabile che collega la terra al cielo gli illumini la coscienza; una colonnina ouadj, col suo rappresentare la crescita continua dell'Essere, abolisca per lui la frontiera tra il "basso" e "l'alto" mondo; sul cuore uno scarabeo simboleggia le continue mutazioni della coscienza. Attorno al sarcofago è creato un simbolico campo d'energia concretizzato dall'Occhio, la livella, la squadra, il sole nascente e così la mummia è resa incorruttibile dalla potenza magica che da essi si sprigiona, cosicché la spoglia mortale diventa un Corpo Immortale e l'anima munita di tale supporto penetra nel regno d'Occidente vivendo in eterno. Le sottili bende che avvolgono la salma gli sono state donate da Neith, la dea tessitrice, il cui compito consiste nel preservare il corpo dalla putrefazione, conferendo all'individuo mummificato la qualità della realtà in eterno. Riportato alla tenda di purificazione, a lui ancora inanimato, il mago con una piccola ascia di ferro provvede alla "apertura della bocca" per restituirgli il Verbo e con questo atto la mummia è resa vivente ed il defunto può passare dal suo corpo umano al corpo divino. Anubis esprime il suo potere sul soffio vitale, sull'energia, sulla materia; gli pone sotto il capo l'ipocefalo che come fiamma divina trasforma il cadavere in essere vivente ed al corpo così purificato sostituisce l'odore della carne decomposta con quello dell'incenso e della mirra. Ra pone sul volto della salma una maschera d'oro segno della vita rigenerata, simbolo dell'imperituro e che esprime lo splendore della vita divina ed Iside cura che il defunto rinnovi la sua vita per mezzo dell'oro interiore insito in ogni uomo. La statua viene quindi posta nel sarcofago ed il suo spirito può entrarne ed uscirne perché non è un sepolcro, un luogo di costrizione; "colui che possiede la vita" - tale è il suo nome - è la nave che porta il defunto nel ventre del cielo permettendo il libero passaggio dello spirito da questo a quel mondo.

Un'offerta che dona il Re,
un'offerta che dona Anubis:
mille pani, mille brocche di zytum,
mille buoi, mille oche
per la tua Potenza vitale.

E' la formula classica incisa sulle steli funebri e nella tomba vengono deposte le cartelle delle offerte, liste di cibi destinati alla sopravvivenza nel mondo oscuro; con la loro lettura, dai geroglifici emana l'essenza profonda dei cibi perché è la magia del Verbo che nutre realmente l'anima degli abitanti dell'aldilà. Attorno al sarcofago vengono deposti dei golem, corpi di sostituzione su cui si scarica ogni eventuale forza aggressiva in modo da difendere il defunto. Egli è attorniato da altri personaggi: gli Ushebtl, quelli che rispondono all'appello dei morti per aiutarli; sono statuine di personaggi con il corpo ricoperto da testi magici, recanti sulla schiena un sacco ed impugnanti due zappe. Sono il supporto delle forze costruttive e la loro funzione è di essere sostituti magici nelle terre dell'Occidente, prendendo il posto del defunto nel lavori più faticosi, perché il giusto possa godere pienamente della sua seconda vita, delle offerte rituali, dei cibi, della caccia, dell'amore, vivendo una morte tranquilla nel paradiso del "campo dei giunchi". I paradisi egizi non sono immaginati come luoghi di perpetua adorazione della divinità né come proiezione incompleta della vita terrena; essi rappresentano simbolicamente la società celeste in cui il beato prende posto di diritto trascorrendo una sua vita autonoma in armonia con gli dei. Molti sono i rischi che attendono l'adepto sulle strade dell'altro mondo e lungo è il tragitto per arrivare; esso è popolato da terribili geni che tendono agguati al viandante, lungo le due strade, una per via d'acqua, una per via di terra e separate dal fiume di fuoco. Per passare le quattro frontiere dei cielo il viaggiatore deve convincere i guardiani a lasciargli via libera perché egli ne è degno, ha la conoscenza; grazie ai riti funebri egli gode dei poteri magici in forza dei quali può vincere questi sinistri esseri che vigilano su luoghi oscuri e profondi, su strade che si perdono nella tenebra, su incroci che portano al nulla. Un altro personaggio si oppone al viaggiatore: è il Passatore detentore della barca, grazie al quale si possono attraversare i deserti acquatici che cingono i paradisi celesti, ricordo del viaggio sulle acque di Osiride defunto. Per essere traghettato il postulante deve dimostrare la sua conoscenza, i suoi poteri; egli proviene dall'isola di fiamma dove ha ingaggiato un'aspra battaglia coi nemici della luce, conosce i Nomi segreti delle cose e non esita ad enunciarli; ha scoperto il cantiere degli dei dove la barca celeste giace smembrata, come Osiride sulla terra. Il Passatore è vinto da tanto sapere e mette la barca a sua disposizione;

"Passa- egli dice - perché tu hai la
conoscenza".

e si ridispone alla sua eterna attesa di un altro viandante da esaminare. Per accedere oltre, il defunto deve superare la prova della porta che separa i due mondi e deve dimostrare al guardiano di conoscere bene i suoi Nomi: la soglia è "il Maestro di rettitudine che sta sulle gambe"; l'architrave il "Maestro di Forza che introduce il bestiame"; "Bilancia di precisione" è il frontone. Così può penetrare nella "sala delle due verità", la divina e l'umana e contemplare l'assemblea dei suoi fratelli che l'hanno preceduto, perché solo la comunità può formare l'Occhio Completo capace di fissare la Divinità; egli riconosce i quarantadue dei che lo interrogano e Osiride che siede sotto il baldacchino regale con le sue pietose salvatrici, Iside e Neftis. Per il popolo Osiride è il "dio del sentimento", il dio "buono" che assume in sé il potenziale d'affetto e di speranza che riversa sugli uomini in forma di conforto; egli permette di superare i confini dell'ignoto assicurando un destino ultraterreno sì corrispondente ai meriti ed al comportamento morale di ognuno, ma con un velo di complice benevolenza. Per il Saggio egli è "l'Osiride Divino": Signore dell'eternità e dei Re; è potenza di manifestazione della Luce che proietta verso il mondo degli uomini la Realtà Divina dove tutto è continua trasformazione. Egli è giudice inflessibile e dinanzi a lui l'uomo interiore si deve rivelare completamente per porre in relazione la propria azione personale con quella universale. Osiride è innanzitutto energia cosmica in cui ognuno può scoprire le leggi della Saggezza in maniera proporzionale all'intensità del proprio Occhio. All'estremità opposta della sala siede Anubis dalla testa di sciacallo che introduce il defunto. Tutti ascoltano la confessione dei viandante che assicura loro di non essersi macchiato delle settanta orribili colpe,  nascondere le proprie responsabilità equivarrebbe ad ingannare sé stesso e condannarsi quindi a peggior castigo:

Io vengo presso di voi, grande Tribunale
che è in cielo, in terra e nella necropoli...
Salve a te che presiedi agli Occidentali
... io vengo a te ed il mio cuore porta la
verità.
Non c'è colpa nel mio corpo...

Su un piatto della grande bilancia è il Cuore dei viaggiatore; sull'altro la penna di Maat; Anubis controlla il peso ed in questo momento l'uomo deve rendere conto delle proprie azioni e dimostrare di avere fatto crescere la particella della Luce posta in lui. Assolto egli avanza verso Osiride guidato da Ra e si trasforma egli stesso in Osiride nell'Eternità ed al defunto beato si aprono le porte celesti, sale sulla barca del sole perché è sia Signore delle Tenebre che del Cielo; navigando sulla barca celeste, siede accanto al Re; prende posto con le Divinità; accede all'interno del Sole e con esso giorno e notte percorre le vie del Cosmo dispensando energia creatrice, vero Dio vivente; egli può "uscire nel giorno":

"Sono aperte le porte del Cielo,
i catenacci sono stati tolti dalle porte del
Tempio.
La casa è aperta al suo padrone!
Che esca quando vuole uscire,
che entri quando vuole entrare..."

Se al contrario in questo mondo si è accontentato di sopravvivere senza coscienza dell'Armonia Divina, viene divorato dalla "mangiatrice d'Occidente", condannato alla seconda morte da cui non esiste ritorno. Il messaggero d'Osiride incute timore. Qui gli affetti sono vivi e brucianti in petto; di là la paura dell'incognito, la solitudine imprimono una sottile malinconia che la speranza di una seconda vita non riesce a dissipare. L'acqua del NUN non giunge nella Duat ed il rimpianto per "l'Acqua di Vita" è grande:

"L'Occidente è un paese di Sonno,
di fonda oscurità, sede di quelli che sono
là,
che dormono nelle loro bare...
L'Acqua della Vita
di cui tutte le bocche si nutrono è per me
sete
Essa viene a chi è sulla terra, per me è
sete...
Volgete la mia faccia al vento del nord,
alle sponde dell'Acqua.
Fate che il mio Cuore nella sua pena abbia
refrigerio...-"
Per quel che riguarda la Morte,
il suo nome è "VIENI"...
Non c'è nessuno che possa sviare il suo
cenno da sé..."

Lo spirito

Lo spirito era diviso in sette parti:
 - Il Khu ( spirito )
 - La Ba ( anima )
 - Il Ka ( il doppio )
 - Il Sekhem ( potere )
 - L'Ab ( sentimenti )
 - Il Khaibit (l'ombra )
 - Il Ren ( nome )
 - Il Khat (corpo fisico )

Il Ka, ovvero il doppio di ogni essere umano, era il più importante. Infatti è l'unico che rimaneva "fedelmente" in stretto rapporto con il defunto. Per questo era essenziale che il corpo dovesse essere preservato altrimenti anche il Ka si sarebbe dissolto.







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