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UN' ESPERIENZA DEL LINGUAGGIO: "NESSUNA COSA E' (SIA) DOVE LA PAROLA MANCA"

comunicazione


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UN' ESPERIENZA DEL LINGUAGGIO: "NESSUNA COSA E' (SIA) DOVE LA PAROLA MANCA"

Se volessimo tentare di definire e delineare nei suoi molteplici aspetti la concezione del linguaggio di Heidegger, non saremmo in grado di farlo. Non possiamo farlo per un motivo semplicissimo: il linguaggio non rientra in nessuno "schema" del pensiero presentativo, tende per sua natura a sottrarsi alla meditazione speculativa dell'uomo, rimane chiuso in se stesso, ci parla senza dirci che cosa è, senza farsi parola. In ogni momento ascoltiamo la sua voce, corrispondiamo ad esso consapevolmente o inconsapevolmente, senza poterne esperire l'essenza. Essere in cammino verso il Linguaggio significa apprendere una ".triste rinuncia: Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca".



1 - Il rapporto uomo-linguaggio in Heidegger.

    Che cos'è il linguaggio per Heidegger? Qual è il nostro rapporto con il linguaggio? L'uomo parla sempre, continuamente, ininterrottamente, in qualsiasi momento della sua vita quotidiana: il parlare è connaturato all'uomo. L'uomo parla per natura, è il solo essere vivente ad essere dotato della parola. Il parlare non nasce da un particolare atto di volontà, quindi ".proprio il linguaggio fa dell'uomo quell'essere vivente che egli è in quanto uomo. L'uomo è uomo in quanto parla" [1].

Per linguaggio si intende generalmente il parlare come attività e capacità propria dell'uomo, per cui la voce nella quale si realizza il suono articolato è l'elemento costitutivo del parlare. Secondo l'antica tradizio 545d33f ne filosofica della scuola di Aristotele, "il linguaggio è inteso come parlare e, come tale, è visto e prospettato sotto l'aspetto di suono articolato portatore di significato. Il parlare è una forma dell'attività umana" [2]. Questa è la concezione del linguaggio dominante nel pensiero occidentale europeo, attraverso il corso dei secoli, secondo gli schemi dell'aristotelismo linguistico, secondo un' interpretazione logicizzante e universalistica della lingua. Tali considerazioni di ordine scientifico-filosofico sul linguaggio raggiungono la loro maturità nelle riflessioni di Wilhelm von Humboldt: il "suono articolato" è "la base e l'essenza di ogni parlare"; "Il linguaggio, inteso nella sua vera essenza, è realtà in continuo e perenne divenire.. (.) ..il linguaggio è cioè il perenne lavoro dello spirito volto a rendere il suono articolato idoneo a esprimere il pensiero.. (.) ..ma in senso vero e fondamentale, si può considerare linguaggio solo, per così dire, la totalità di questo parlare" [3].

    Tuttavia, vedremo in seguito come Heidegger critichi la lezione humboldtiana sul linguaggio, prendendone le distanze. Soffermiamoci in questo paragrafo sul contenuto della prima conferenza, intitolata Il linguaggio e contenuta nella raccolta di scritti In cammino verso il Linguaggio.

Il linguaggio rientra nella quotidianità dell'uomo, l'uomo è uomo in quanto essere parlante, il linguaggio è la facoltà essenziale dell'essere umano. E' inevitabile che l'uomo tenti di dare una definizione paradigmatica del linguaggio, di ciò che il linguaggio è in universale, dell'essenza del linguaggio ma, nella prima conferenza, Heidegger afferma che noi "..non vogliamo aggredire il linguaggio per coartarlo entro la stretta di idee già prefissate. Non intendiamo ricondurre l'essenza del linguaggio a un concetto perché questo possa fornire un'idea del linguaggio utilizzabile in tutti i casi, tale da appagare ogni esigenza del pensiero presentativo" [4]. Heidegger ridefinisce il rapporto uomo-linguaggio sulla base di una Erorterung del linguaggio: Erortern il linguaggio significa indicare e osservare il luogo del linguaggio, riportare l'uomo al luogo dell'essenza del linguaggio. Ciò significa considerare il linguaggio come linguaggio, e inoltrarsi nel parlare del linguaggio, mettersi in ascolto, convenire nell'Evento del linguaggio, prendere dimora presso di esso, entrare nel suo dominio: "riflettere sul linguaggio significa pervenire al parlare del linguaggio in modo che questo parlare avvenga come ciò in cui all'essere dei mortali è dato ritrovare la propria dimora" [5].

    Dunque il linguaggio parla, ma in che modo parla? Dove - si chiede Heidegger - l'uomo può cogliere questo parlare? In una parola già detta, che custodisca il parlare stesso del linguaggio, che si richiami al luogo della sua essenza, al Dire originario. Questa parola già detta deve essere il risultato di una ricerca linguistica e come tale la si può ritrovare soltanto nella poesia, il luogo dell'essenza del parlare del linguaggio.

La poesia parla. Parlare significa nominare, ma non semplicemente distribuire nomi, applicare parole, bensì chiamare entro la parola: nominare chiamando, chiamare avvicinando a sé ciò che è chiamato. Parlare significa lanciare un appello in quella lontananza nella quale ciò che è chiamato rimane come qualcosa di ancora assente: il nominare è sempre un chiamare presso e lontano.

    Ma che senso ha questa Chiamata per Heidegger? E' una chiamata che invita le cose a venire e ad essere veramente tali per gli uomini: l'esser cosa delle cose non è che la loro capacità di adunare e trattenere a sé altre cose, realizzando il mondo. Secondo Heidegger, "..la poesia, nominando le cose, le chiama in tale loro essenza. Queste nel loro essere e operare come cose, dispiegano il mondo: nel mondo esse stanno, e in questo loro stare nel mondo è la loro realtà e la loro durata. Le cose in quanto sono e operano come tali, portano a compimento il mondo" [6]. Il poetare è un dire che, nominando il mondo, lo invita a farsi al tempo stesso vicino e lontano. Mondo e cose si compenetrano vicendevolmente, individuando una linea mediana che rappresenta la loro stessa unità ed  intimità: questa linea mediana si regge sulla dif-ferenza, ovvero la dimensione nella quale mondo e cose realizzano la loro essenza, per cui le cose generano il mondo e al tempo stesso il mondo "consente" le cose. Nominare significa chiamare le cose e il mondo dalla e nella dif-ferenza, acquietando le cose come cose nel mondo come mondo: questo è il parlare del linguaggio. Il linguaggio è linguaggio in quanto evenire della differenza nella chiamata del parlare, il linguaggio parla in quanto suono della quiete.

     Per Heidegger "il parlare dei mortali è nominante chiamare,.la parola pura del parlare mortale è la parola della poesia,.il parlare quotidiano è una poesia dimenticata., nella quale a stento è dato ancora percepire il suono di un autentico chiamare. (.) Ma il parlare umano . non ha il proprio fondamento in se stesso. Il parlare dei mortali ha il suo fondamento nel rapporto col parlare del linguaggio" [7]. Il parlare dei mortali presuppone l'ascolto della chiamata: non è semplicemente un chiamare, bensì un corrispondere, è un parlare recependo e rispondendo alla chiamata della differenza, un parlare dimorando nel linguaggio. Questa complessa trama di proposizioni attraverso la quale Heidegger svolge la sua erorterung intorno alla natura del parlare del linguaggio e dell'uomo, non risponde evidentemente ad una precisa concezione rappresentabile dale nel pensiero. Infatti, Heidegger conclude la prima conferenza dicendo che "non ha alcuna importanza proporre una nuova concezione del linguaggio. Quel che solo conta è imparare a dimorare nel parlare del linguaggio. Perché ciò sia possibile è necessario un continuo esame di se stessi per vedere se e fino a che punto siamo capaci di un autentico corrispondere: di prevenire la Chiamata permanendo nel suo dominio" [8]. Sono parole che possono lasciare perplessi, eppure costituiscono il motivo-guida delle conferenze e degli scritti di Heidegger raccolti in In cammino verso il Iinguaggio. Interpretando in modo esemplare la condizione dell'uomo moderno di fronte al linguaggio, Heidegger indica la strada da percorrere per recuperare il linguaggio come linguaggio, per riconoscere il Linguaggio come dimora del proprio essere.



    Nel paragrafo successivo parleremo dettagliatamente del pensare e del poetare nella loro vicinanza, nel loro essere modi particolari del Dire, e del dire e del parlare nell'ambito del rapporto fra parola e cosa che emerge dall'interpretazione del verso di Stefan George ( tratto dalla poesia intitolata Das Wort, La parola): "Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca".

Per chiarire ulteriormente la posizioner di Heidegger rispetto al linguaggio, possiamo fare riferimento ad alcuni passi tratti da un colloquio nell'ascolto del linguaggio, conosciuto anche come il colloquio con il giapponese: ."..l'espressione dimora dell'essere non offre un concetto dell'essenza del linguaggio.- ma -.tocca l'essenza del linguaggio senza violarla" [9]. Per Heidegger l'espressione "dimora dell'essere", diversamente da come potremmo intenderla negli schemi e nei limiti del pensiero presentativo, non è altro che una evocazione allusiva dell'essenza del linguaggio, un cenno verso l'essenza del linguaggio, un tentativo di indicarne l'essenza senza definirla. Rispondendo al giapponese Heidegger dice: " Quel che ho in mente con quella espressione non è l'essere dell'essente metafisicamente rappresentato, bensì l'essenza dell'essere, più precisamente la differenza di Essere ed essente, tale differenza tuttavia sotto l'aspetto del suo essere degna d'essere pensata" [10].

Il Linguaggio è ".il momento fondamentale nel rapporto ermeneutico dell'essere umano con la Differerenza., .l'uomo è . rispettato e realizzato nella sua essenza, .proprio per tale sua essenza, entra al servizio affrancante di ciò che che a sé lo rivendica - ma in che modo? - ermeneuticamente, cioè come portatore di un annuncio, come depositario di un messaggio" [11]. Per Heidegger "ciò che predomina e regge nel rapporto dell'essenza dell'uomo con la Differenza è perciò il Linguaggio. E'questo che determina il rapporto ermeneutico" [12].

2 - L'esperienza poetica del linguaggio in George.

    A questo punto, restando sostanzialmente nell'ambito del rapporto uomo-linguaggio, avviciniamoci alla parola pura della poesia seguendo le orme di Heidegger, concentrandoci in particolare sul verso precedentemente citato di Stefan George, e quindi anche sul rapporto fra parola e cosa.

Se per l'uomo non è possibile definire l'essenza del linguaggio, egli può tuttavia fare esperienza del linguaggio: fare esperienza del linguaggio significa "lasciarsi prendere dall'appello del linguaggio, assentendo ad esso, conformandosi ad esso" [13]. Se il linguaggio è l'autentica dimora dell'esistenza dell'uomo, un'esperienza del linguaggio non può non influenzare il nostro rapporto con il linguaggio. Noi parliamo una lingua per il fatto che nel parlare quotidiano il linguaggio non si fa parola: soltanto nelle esperienze che facciamo del linguaggio il linguaggio stesso si fa parola. Il linguaggio si fa parola quando cerchiamo la parola giusta per esprimere qualcosa. Il poeta si trova a dover  portare a parola in modo autentico, ovvero poetico, l'esperienza che fa del linguaggio: il linguaggio parla nella parola pura della poesia.

    Nella prima delle tre conferenze riunite sotto il titolo comune L'essenza del linguaggio, Heidegger ci propone un'esperienza poetica del linguaggio, ovvero della parola, soffermandosi sui due versi conclusivi della poesia di Stefan George, intitolata appunto La parola:

                   

                       Così io appresi triste la rinuncia:

                       Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca.

Questo verso esemplifica l'enigmaticità del rapporto parola-cosa: "non esiste cosa là dove manca la parola, la parola cioè che di volta in volta nomina le cose" [14].  Qualcosa è soltanto là dove la parola appropriata, e quindi pertinente, nomina qualcosa come essente e lo fa così essere come tale" [15]. Tuttavia, trasformando questi versi in una asserzione, rischiamo di ridurre la portata e il valore dell'esperienza poetica del Linguaggio, che George ha portato a parola attraverso la sua poesia, concentrandola in quei due versi finali. Perciò Heidegger ci invita a soffermarci con maggiore attenzione sul verso in cui il poeta dice di aver appreso, triste, la rinuncia. E' in questa "rinuncia" che si racchiude l'esperienza poetica della parola, e perciò del linguaggio. La rinuncia del poeta consiste nel suo disporsi ad un diverso rapporto poetico con la parola, il poeta ha appreso la rinuncia facendo un'esperienza della cosa e del suo rapporto con la parola, "..il poeta ha capito che solo la parola fa si che qualcosa appaia, e sia pertanto presente, come quella cosa che è" [16]. Il poeta ha appreso che la parola è il rapporto stesso con la cosa, che è "..la parola a conferire la presenza, cioè l'essere, nel quale qualcosa si manifesta come essente" [17]. Quando viene a mancare la parola giusta, quando essa non ci viene concessa dal linguaggio, quel che vorremo intendere con una parola lo lasciamo nell' inespresso, nel suo essere ancora assente.

Da una parte, Heidegger non nasconde che può essere "deleterio", quanto "velleitario", sottolineare eccessivamente l'esperienza pensante del linguaggio "sottesa" all'esperienza poetica, ma dall'altra è consapevole del fatto che ciò che ci interessa primariamente è proprio questa esperienza pensante del linguaggio, per quanto né l'esperienza poetica della parola, né l'esperienza pensante del dire portano il linguaggio nella sua essenza a farsi parola. Attraverso l'interpretazione dei versi di George, Heidegger mette in luce anche la vicinanza di pensare e poetare, e il rapporto dell'uomo con il Dire originario. Vediamo come.

    Pensare e poetare camminano l'uno in vicinanza dell'altro: l'esperienza poetica del linguaggio portata a parola da George è il presupposto di una esperienza pensante del linguaggio. La possibilità di fare un'esperienza pensante del linguaggio deriva dal pensare, inteso come "ascoltare quel che viene suggerito da ciò che deve farsi problema": "..il tratto fondamentale del pensiero non può essere l'interrogare (inteso come frommigkeit del pensare) ma deve essere l'ascolto della parola proveniente da ciò cui ogni interrogare si volge nell'atto che pone la domanda sull'essenza" [18]. Heidegger precisa ulteriormente questo aspetto del pensare, dicendo che "in qualunque modo ci rivolgiamo al linguaggio per interrogarlo sulla sua essenza, è prima di tutto necessario che il linguaggio stesso si sia rivolto a noi. Se così stanno le cose, l'essenza del linguaggio si fa parola del'essenza, cioè linguaggio dell'essenza" [19]. "L'essenza del linguaggio: il linguaggio dell'essenza", questa è la parola-guida del cammino intrapreso "ascoltando" l'esperienza poetica di George (un ascoltare che si protende alla parola in quanto Dire originario (Sage), con cui l'essenza del linguaggio ha affinità). Il pensiero, e non il pensiero presentativo della scienza, si muove nella contrada, nella Gegend, il luogo nel quale ciò che deve essere pensato dal pensiero si dischiude e si offre a noi, il luogo in cui il pensiero si imbatte nella vicinanza con la poesia: l'esperienza poetica che Heidegger ci propone si trova a sua volta in vicinanza del pensiero. La possibilità di fare una esperienza pensante del linguaggio va ricercata nella vicinanza stessa in cui "dimorano" pensare e poetare: questa vicinanza deriva dal portarsi dell'uno  in prossimità, di fronte all'altro. Heidegger vuole condurci attraverso la vicinanza dell'esperienza poetica della parola, alla possibilità dell'esperienza pensante. Pensare e poetare si muovono nell'elemento del dire, si appartengono reciprocamente, ma se tentassimo di determinare il loro rapporto autentico non saremmo in grado di esperirlo. Perciò, ascoltando e pensando l'esperienza del poeta, siamo già nella vicinanza, pur non essendo ancora in cammino verso di essa.




    Alla luce di queste non semplici considerazioni la parola, il dire, non hanno la stessa essenza della "cosa". Come dice Heidegger, l'esperienza di George ci rimanda a ciò che è degno d'essere pensato: la parola come ciò che dà (es gibt) l'essenza, ovvero la presenza e non l'essenza metafisicamente rappresentata, senza essere.

Es, das Wort, gibt, questo è il punto di partenza della nostra esperienza pensante nel dominio del Dire originario. La Sage, il Dire originario, è la prossimità che determina la vicinanza di poetare e pensare, è il luogo verso il quale può condurci la parola-guida, lungo la via: "La parola-guida ci distoglie dalle idee correnti sul linguaggio e addita l'esperienza del linguaggio come Dire originario" [20].

Ciò che fa essere il linguaggio come linguaggio è il Dire originario in quanto mostrare. Il linguaggio parla, "..parla in quanto dice, cioè mostra. Il suo dire scaturisce dal Dire originario, sia per quanto s'è fatto parola sia per quanto è rimasto ancora inespresso..; ..in quanto il parlare è l'ascolto del linguaggio, parlando, noi ri-diciamo il Dire che abbiamo ascoltato" [21].

Nelle ultime pagine che riproducono il testo della conferenza che ha per  titolo La parola, Heidegger dice che "..il termine più antico per indicare il potere della parola,.per indicare il dire è Lògos: il Dire originario (die Sage), il quale, indicando, fa apparire l'essente nel suo è.     Lo stesso termine Lògos, in quanto termine per indicare il dire, è però al tempo stesso il termine per indicare l'essere, cioè l'esser presente di quanto è presente. Dire originario ed essere, parola e cosa, s'appartengono vicendevolmente in virtù di un legame occulto, il cui pensamentoè appena all'inizio ed è destinato a non esaurirsi mai" [22].

    Tuttavia l'essenza del linguaggio come Dire originario resta avvolta nel mistero, nell'indeterminato, nell'inclassificabile, non è esperibile da parte dell'uomo,"ci sfiora da lontano e fuggevolmente", sia nell'esperienza poetica, ovvero nell'esperienza diretta, sia nell'esperienza pensante, ovvero indiretta, derivante dalla riflessione sulla poesia, dall'ascolto della parola già detta. Questi sono i nostri limiti: Heidegger individua i presuppposti e le condizioni per intraprendere il cammino verso il Linguaggio.

3 - L'uomo in cammino verso il Linguaggio.

    Fare esperienza di qualcosa significa raggiungere qualcosa lungo il cammino: più precisamente quel qualcosa "..al quale giungiamo, mentre siamo in cammino per raggiungerlo, proprio esso ci sopraggiunge, ci colpisce, ci pretende in quanto ci trasforma secondo esso" [23]. L'esperienza stessa del linguaggio è un essere in cammino lungo le vie che passano intorno e attraverso la contrada. La via è ciò che ci consente di giungere a quello che si protende verso di noi, chiamandoci a sé.

Essere in cammino verso il Linguaggio. Ma Heidegger si chiede se sia veramente necessario intraprendere un lungo cammino per raggiungere il Linguaggio, quando noi esseri umani siamo già nel linguaggio e con il linguaggio. Sembra assurdo pensare di dover "mettersi in viaggio" quando siamo già dove il viaggio dovrebbe condurci. Ma lo siamo davvero? Riusciamo ad esperire, ad ascoltare, a percepire il linguaggio come linguaggio? Dimoriamo nel linguaggio o in sua prossimità?

Per Heidegger Camminare verso il Linguaggio significa Portare il linguaggio in quanto linguaggio al linguaggio: contrariamente, il cammino di Humboldt "..verso il linguaggio non è determinato tanto dal linguaggio in quanto linguaggio, bensì piuttosto dalla sua aspirazione a rappresentare storicamente - nella sua totalità, ma insieme nella individualità in cui di volta in volta si configura - l'evoluzione storico-spirituale dell'uomo" [24]. Humboldt si è "limitato" a portare il linguaggio al linguaggio come uno dei modi, una delle forme della visione del mondo che l'uomo elabora all'interno della sua soggettività. Il suo cammino verso il linguaggio va in direzione dell'uomo: passa sì per il linguaggio, ma conduce ad altro da esso, ovvero a studiare e rappresentare "lo sviluppo spirituale del genere umano".

    In Heidegger il cammino verso il linguaggio "vorrebbe fare esperire il linguaggio come linguaggio": una via consente di giungere a qualcosa e il Dire originario, porgendovi ascolto, è ciò che ci fa giungere alla parola. Camminando verso il linguaggio possiamo entrare in colloquio con il linguaggio stesso, rispondere al suo appello, alla chiamata di qualcosa che è "prima di noi", che non può essere oggettivato, rifiutando ogni forma di metalinguaggio, entrando in un circolo ermeneutico, ricercando l'autenticità della parola.

Lungo il cammino lo straniero incontra delle radure luminose, scopre, consapevolmente o inconsapevolmente, la parola giusta portatrice della sua esperienza.

Fare esperienza del linguaggio significa spingersi fino ai limiti che linguaggio ha imposto al nostro parlare, rimanendo nel suo orizzonte, nel dominio del Dire. 

Massimiliano Lauriello

- BIBLIOGRAFIA



- M. Heidegger, In cammino verso il Linguaggio, edizione a cura di Alberto Caracciolo, Mursia, Milano 1990.

- G. Baptist, La primavera del pensiero nel linguaggio della poesia. Heidegger e Holderlin (articolo).

- N. Abbagnano, G. Fornero, Protagonisti e testi della filosofia (volume terzo), Paravia, Torino 1996.



[1] M. Heidegger, In cammino verso il Linguaggio, p. 28.

[2] M. Heidegger, ibidem, p. 193.

3 W. Von Humboldt, Uber die Verschiedenheit, par.10, p. 65; par. 8, p. 41.

[4] M. Heidegger, ibidem, pp. 27-28.

5 M. Heidegger, ibidem, p. 29.

6 M. Heidegger, ibidem, p. 35

.

[7] M. Heidegger, ibidem, p. 42.

[8] M. Heidegger, ibidem, p. 43.

[9] M. Heidegger, ibidem, p. 99.

[10] M. Heidegger, ibidem, pp. 102-103.

[11] M. Heidegger, ibidem, p. 107.

[12] M. Heidegger, ibidem, p. 105.

[13] M. Heidegger, ibidem, p. 127.

[14] M. Heidegger, ibidem, p. 130.  

15 M. Heidegger, ibidem, p. 132.

[16] M. Heidegger, ibidem, p. 134.

[17] M. Heidegger, ibidem, p. 179.

[18] M. Heidegger, ibidem, p. 139.

[19] M. Heidegger, ibidem, pp. 139-140.

[20] M. Heidegger, ibidem, p. 159.

[21] M. Heidegger, ibidem, p. 200.

22 M. Heidegger, ibidem, p. 187.

[23] M. Heidegger, ibidem, p. 141.

[24] M. Heidegger, ibidem, p. 195.







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