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LA CRISI DELL'ARISTOTELISMO LINGUISTICO E LA STORICITÀ DELLA LINGUA SECONDO VICO

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LA CRISI DELL'ARISTOTELISMO LINGUISTICO E LA STORICITÀ DELLA LINGUA SECONDO VICO

la crisi dell'aristotelismo linguisticO e la storicità della lingua secondo vICO

A partire dal Rinascimento, con la crisi dell'aristotelismo linguistico, sorsero le premesse di una rivalutazione della lingua in chiave storicistica: per comprendere questo periodo della storia della linguistica è necessario ricostruire la nascita e lo sviluppo della linguistica da Platone ed Aristotele al Rinascimento e all'avvento delle scienze sperimentali, per poi riassumere gli aspetti essenziali della critica all'aristotelismo, della crisi del logicismo grammaticale e del verbalismo scientifico e, attraverso il pensiero di Vico, dello storicismo linguistico.



1 - Platone, Aristotele e le origini dell'aristotelismo linguistico.

    Sin dall'antichità la speculazione filosofica di Platone ed Aristotele ha segnato in modo indelebile gli sviluppi della gnoseologia e dell'ontologia, ma soprattutto ha svolto un ruolo determinante per la definizione scientifica dello studio della lingua e del significato. La concezione della lingua di Aristotele ha rappresentato il punto di partenza di un complesso iter di studi sul linguaggio, ricco di contraddizioni e di implicazioni storiche, culturali e sociali.

    Per Platone ed Aristotele il linguaggio, la facoltà umana del comunicare, nell'ambito della loro speculazione 616j98g filosofica, costituisce un punto di convergenza, tra il piano ontologico e quello gnoseologico: vediamo brevemente in che termini.

Per Platone l'intento fondamentale della filosofia è la politica: la filosofia è quella particolare forma di sapere che consente di governare bene gli uomini. La dottrina delle idee permette di comprendere questa visione della filosofia e conseguentemente di ricavare una particolare concezione del linguaggio, successivamente ripresa da Aristotele attraveso una critica della dottrina platonica. Sul piano ontolgico Platone ritiene che l'essenza, l'universale, il che cos'è, di ogni manifestazione sensibile della realtà, sia l'idea ovvero la forma visibile all'intelletto, la forma intellegibile che costituisce anche il modello, l'esemplare perfetto, il paradeigma della realtà particolare, e quindi costituisce essa stessa una realtà universale ed immutabile. Le realtà sensibili e particolari partecipano di queste idee che sono innate nell'uomo, il quale conosce per via di una reminescenza. Le idee rimangono separate dalla realtà sensibile, ognuna di esse è identica a sé stessa e diversa da ogni altra, ma contradditoriamente comunicano tra di loro, generano quella "comunicazione" (koinonìa) o quella particolare "coimplicazione" (symplochè) che rende possibile il "discorso", il lògos, ovvero il pensiero stesso. Infatti, come emerge da un qualsiasi discorso tra due persone, Platone sostiene che alcune idee partecipano l'una dell'altra, e la condizione essenziale di tale partecipazione reciproca è la validità, la verità del discorso. Non si tratta certamente di una "teoria" organicamente elaborata e quindi compiuta: si tratta piuttosto di una concezione non ancora ben definita, posta quasi a corollario della stessa dottrina delle idee, ma che tuttavia ci permette di ricavare molti elementi utili.

    Anzitutto si intravede in Platone un'acquisita consapevolezza della necessità di stabilire un  rigido parallelismo e una precisa distinzione tra cose, natura, da un lato e parole, linguaggio, dall'altro; in secondo luogo  un abbandono di ogni residuo di quelle nozioni filosofiche primitive, arcaiche, secondo le quali la parola è una qualità obiettivamente inerente all'oggetto al quale si riferisce. Nel Cratilo, Platone pone addirittura in secondo piano il parallellismo esistente tra le forme linguistiche e le manifestazioni sensibili della realtà, rivolgendo in particolar modo la sua attenzione su una nuova visione della parola che non può essere più una qualità inerente della cosa ma che deve necessariamente essere concepita come uno strumento attraverso il quale l'uomo fa riferimento a qualcosa, e senza il quale non sarebbe possibile acquisire e convalidare una qualsiasi forma di conoscenza o anche trasmetterla agli altri. Tutto ciò ribadendo che l'unica fonte di un'autentica conoscenza della realtà non è il mondo delle parole, delle espressioni verbali, ma il mondo delle idee, di quelle realtà universali ed immutabili.

    Effettivamente soltanto con Aristotele si arriva ad una prima teoria della lingua che, come emerge in alcuni passi del trattato Dell'espressione, è concepita come un insieme di elementi, di forme foniche, che corrispondono alle molteplici manifestazioni sensibili di una realtà universale. Alla dottrina platonica delle idee Aristotele contrappone la sua dottrina delle categorie sulla base della quale la realtà, nelle sue innumerevoli manifestazioni, non viene più classificata e conosciuta attraverso il sistema delle idee, intese come realtà universali e separate l'una dall'altra, ma sulla base di caratteri universali, che potremmo impropriamente chiamare "concetti". Le espressioni linguistiche, le "voci", sono dei simboli, dei segni, delle espressioni convenzionali, quindi variabili a seconda delle diverse lingue, di "affezioni esistenti nell'anima", cioè di nozioni, le quali a loro volta corrispondono a delle "immagini". Queste ultime non sono che rappresentazioni non convenzionali, e dunque non necessariamente uguali per tutti, ma simili, di cose, di realtà concrete, considerate nei loro aspetti sia particolari sia universali. In conclusione le parole, le forme del linguaggio verbale, sono state create dall'uomo, esistono "ex instituto in forza di una convenzione istituzionale delle società umane" [1].

E' su queste basi che si è sviluppato l'aristotelismo linguistico, una tendenza verso un'interpretazione logicizzante e universalistica della lingua, concepita come strumento essenziale di una conoscenza integrale della realtà.



2 - Il Rinascimento: l'avvento delle scienze sperimentali e la crisi dell'aristotelismo.

    Tuttavia, considerando la storia della cultura linguistica dall'antichità ai giorni nostri, nel corso del tempo la concezione aristotelica ha avuto degli effetti completamente differenti poiché, se inizialmente  ha determinato un rifiuto dello scetticismo logico e morale, suscitando un interesse notevole per l'importanza delle forme linguistiche e favorendo la nascita di discipline come la fonologia, la morfologia e la sintassi, a partire dall'età ellenistica ha progressivamente spento ogni entusiasmo degli studiosi verso le indagini linguistiche specifiche. Questa apparente contraddizione è probabilmente legata al fatto che originariamente lo studio dei singoli fatti linguistici non era affrontato con quell'interesse puramente normativo che avrebbe trionfato qualche secolo dopo con la nascita di una linguistica scientifica e che implicitamente  ha comportato un graduale, ma non definitivo, allontanamento dall'autentica concezione aristotelica. La lingua è per Aristotele una scrittura dell'anima, implicitamente è l'unica fonte di una conoscenza completa della realtà nella molteplicità di tutte le sue manifestazioni sensibili: questo aspetto della concezione aristotelica si è tradotto nel verbalismo scientifico e nel logicismo grammaticale.

    Dal Rinascimento in poi avrebbe lentamente preso consistenza quel profondo rinnovamento culturale che tra il Cinquecento e il Seicento si era manifestato attraverso una vera e propria rivoluzione scientifica. Nasce una nuova concezione della scienza che non è più una scienza essenzialmente qualitativa e finalistica, bensì quantitativa e meccanicistica basata su di un metodo matematico-sperimentale e rivolta al conseguimento e allo sviluppo di una tecnica. Il costante ampliamento degli orizzonti della conoscenza umana, grazie alla nascita di nuove scienze fisiche e naturali, e quindi la necessità di costruire nuove "architetture di concetti", nuovi sistemi di classificazione della realtà, resero ben presto evidente quanto il lessico tradizionale di una lingua comune fosse ormai inadeguato per la conoscenza scientifica: la lingua non poteva più essere considerata come l'unica fonte di una conoscenza veritiera della natura.

Sul versante delle discipline umanistiche e prettamente letterarie ".l'interpretazione logicizzante e universalistica della lingua, quell'interpretazione per cui ciò che trova espressione nelle lingue è un mondo di realtà intellettuali e ontologiche." [2] cominciò a mostrare segni di crisi nella misura in cui iniziarono a diffondersi le polemiche dei letterati contro il latino in favore del volgare, le polemiche teologiche e religiose riguardo le diversità tra le redazioni delle Sacre Scritture, l'idea della peculiarità storica di ogni lingua, e soprattutto nella misura in cui iniziarono ad ampliarsi le conoscenze linguistiche legate alla crescente intensità con la quale si stabilivano contatti tra le popolazioni europee, grazie all'estensione delle reti commerciali e alle continue scoperte geografiche.

    I grandi mutamenti storici e sociali, il progresso scientifico e il rinnovamento culturale, intervenuti in particolar modo nel contesto europeo, hanno lentamente decretato la crisi dell'aristotelismo linguistico e la comparsa di un nuovo orientamento filosofico nei confronti del linguaggio che è possibile cogliere in forme compiute in alcuni pensatori del tempo.

3 - La storicità della lingua in Vico.

    Secondo lo storicismo linguistico di Bacone, le lingue di tutti i popoli del mondo presentano delle differenze che non si limitano esclusivamente alla forma esterna, ma che coinvolgono profondamente i processi di formazione delle parole stesse, e  la strutturazione logica del periodo. Sulle sue orme Hobbes individua il fondamento della conoscenza in un parlare basato su un arbitrium contingente e circoscritto, mentre Locke critica duramente l'innatismo della conoscenza umana, idealmente "depositata" nel linguaggio, e il verbalismo scientifico, rivolgendo la sua attenzione sulle diversità non solo formali ma anche semantiche tra le lingue. Infatti: "Nella misura in cui il possesso di una lingua condiziona l'elaborazione delle idee, e nella misura in cui ogni lingua ha una sua inconfondibile, individuale fisionomia storica, le idee e il sapere umano non sono qualche cosa di extratemporale, ma sono immersi nel tempo, frutto delle esperienze delle comunità umane". Inoltre ".le relazioni tra parole e cose non sono relazioni metastoriche, universalmente valide: la conoscenza delle cose, quando voglia avere valore universale, deve necessariamente sganciarsi dalle parole di una particolare lingua" [3]. Questo passo di De Mauro ci permette di individuare le linee essenziali dello storicismo linguistico che Vico e Leibniz contrappongono all'aristotelismo, criticando l'innatismo e il verbalismo come avevano fatto gli empiristi inglesi.




 Per Vico la lingua è essenzialmente l'espressione della vita e del modo di pensare di un popolo: da questo punto di vista egli è il primo filosofo moderno ad aver sviluppato una teoria filosofica del linguaggio. Di fronte alla varietà delle lingue e alle innumerevoli differenze semantiche che esse presentano le une rispetto alle altre, i criteri razionalistici e logicizzanti dell'aristotelismo linguistico mostrano chiaramente i loro limiti: infatti, il linguaggio non risponde necessariamente ad un ordine logico e scientifico, non riflette pedissequamente un sistema di categorie e concetti universali, un sapere razionale preesistente all'uomo. Una lingua, per quanto possa essere strumentalizzata dal sapere razionale e scientifico, è l'espressione del genio particolare di un popolo: è il risultato di un processo per cui ogni aspetto della realtà viene designato e classificato associandolo ad una parola sulla base di un legame a-razionale, prescientifico ed analogico, che racchiude in sé un qualcosa di fantastico ed immaginoso.

    Nei Principj di scienza nuova Vico individua "Tre spezie di lingue.

Delle quali la prima fu una lingua divina mentale per atti muti religiosi, o sieno divine cerimonie; onde restaron in ragion civile a' romani gli atti legittimi, co' quali celebravano tutte le faccende delle loro civili utilità. Qual lingua si conviene alle religioni per tal proprietà: che più importa loro essere riverite che ragionate; e fu necessaria ne' primi tempi, che gli uomini gentili non sapevano ancora articolar la favella.

La seconda fu per imprese eroiche, con le quali parlano l'armi; la qual favella, (..), restò alla militar disciplina.

La terza è per parlari, che per tutte le nazioni d'oggi s'usano, articolati." [4].

La mente umana si sviluppa seguendo tre fasi, ciascuna dominata, rispettivamente,  da una diversa facoltà, dal "senso", dalla "fantasia" e dalla "ragione". Nell'età dominata dal senso, che corrisponde all'infanzia, gli uomini "sentono senza avvertire", in modo oscuro, misterioso e confuso; in quella dominata dalla fantasia, durante la giovinezza, gli uomini "avvertiscono con animo perturbato e commosso" dalle loro stesse emozioni, con chiarezza ma non con distacco, lasciando libero sfogo alla loro naturale creatività;  infine nell'età dominata dalla ragione, gli uomini "riflettono con mente pura", ovvero con chiarezza e con distacco, senza essere influenzati da alcun sentimento. Ad ognuna di queste fasi dello sviluppo della mente corrisponde una fase precisa della storia delle singole nazioni e conseguentemente di ogni singola lingua: il linguaggio e la storia sono fatti dagli uomini e quindi il loro sviluppo segue le stesse leggi che regolano lo sviluppo della mente umana. Alla fase del senso corrisponde l'eta degli dei, ovvero la preistoria, quando gli uomini vivevano ancora in uno stato animale, guidati dai sensi, dagli istinti, dalle passioni. Ogni evento, ogni fenomeno naturale era attribuito a potenze divine che dominavano la vita umana; si comunicava per cenni muti attraverso i movimenti del corpo. Alla fase della fantasia corrisponde l'età degli eroi durante la quale nacquero le prime istituzioni politiche e religiose: a questa età risalgono i miti, le favole, i canti e tutte quelle espressioni di un "sapere poetico". Vico esalta il potere creativo della fantasia che non è semplicemente una facoltà intermedia tra il senso e la ragione, come sosteneva Aristotele, ma è una capacità di creare miti, tradizioni, e quindi costumi, consuetudini, stili di vita che si esplica proprio nel linguaggio. L'uomo comunica per mezzo di immagini e metafore, attraverso la parola definisce poeticamente la realtà, costruisce il suo mondo civile. Nella "parola poetica", come nel "detto acuto", o tropo, il medesimo e il differente vengono associati grazie ad un processo di induzione analogica e possono convivere in una precisa unità linguistica. Il linguaggio non è che un complesso insieme di analogie che l'uomo riesce a cogliere e a definire attraverso una continua attività creativa, ricorrendo ad una parola poetica per mezzo della quale ogni aspetto della realtà stessa viene riconosciuto come tale nella sua essenza. La parola poetica è "propria" in quanto permette di cogliere la realtà nella sua complessità e nella sua molteplicità, è semanticamente indipendente ed è connessa a livello ontologico alla realtà alla quale si riferisce nella misura in cui tale realtà e stata "creata" attraverso la parola stessa. Alla fase della ragione corrisponde l'eta degli uomini, caratterizzata da un pieno sviluppo della ragione e quindi da forme di conoscenza scientifica, per cui non si comunica più poeticamente ma prosasticamente. In questo passaggio dalla parola poetica ad una parola prosastica si verifica un "accorciamento": la parola diventa impropria si riduce ad una etichetta convenzionale che esprime non più un senso ma un significato riconosciuto da una comunità sempre più ampia di parlanti, per cui l'uomo tende a perdere quel rapporto creativo con la realtà che aveva durante lo stadio poetico del linguaggio.



Ogni singola lingua è caratterizzata da una sua storicità, da particolarità che testimoniano il suo sviluppo nel corso dei secoli, è l'espressione autentica dei miti, dei valori, degli usi, dei costumi, delle tradizioni di un popolo.

    Sulle orme di Vico, Leibniz sostiene che ogni lingua, sul piano lessicale, tende a mantenere un certo equilibrio tra termini generali, di largo uso e dal significato molto comune, e termini specifici, di uso più raro e dal significato meno comune, inoltre ogni lingua ha una propria fisionomia non solo a livello fonico ma anche sintattico e semantico. Il comune parlare degli uomini dunque, può essere uno strumento attraverso il quale plasmare l'esperienza che è contenuta nella lingua.

    L'acquisita consapevolezza della storicità delle lingue sia in Vico sia in Leibniz, avrebbe orientato i loro interessi verso indagini linguistiche specifiche tendenzialmente rivolte all'individuazione di una charateristica universalis che accomunasse tutte le lingue, mantenendo comunque fede alle loro concezioni: studiare le lingue non è semplicemente un'esigenza pratica, poiché la conoscenza di una lingua implica la capacità di collegare ogni peculiarità semantica o sintattica ad aspetti particolari della vita e della cultura di un popolo, secondo una precisa etimologia della parola. Conoscere una lingua significa anche individuare e studiare le matrici storiche e culturali che la legano ad un determinato popolo, e soltanto dal confronto tra più lingue può emergere una qualche comunanza linguistica al di fuori di ogni ragione soprastorica vagheggiata dall'aristotelismo linguistico.

Massimiliano Lauriello

- BIBLIOGRAFIA

- T. De Mauro, Introduzione alla semantica, Editori Laterza, Roma-Bari 1965.

- G. Vico, Principj di scienza nuova, Einaudi.

- E. Berti, Storia della filosofia. Antichità e medioevo (vol.1), Editori Laterza, Roma-Bari 1991.

- E. Berti, Storia della filosofia.Dal Quattrocento al Settecento (vol.2). Editori Laterza, Roma-Bari 1991.



[1] T. De Mauro, ibidem,  p. 45.

[2] T. De Mauro, ibidem,  p. 53.

[3] T. De Mauro, ibidem,  p. 57.

[4] G. Vico, Principj di scienza nuova,  p. 409.







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