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IL TERMINE

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     Il termine virtuale veniva usato in ottica, all'inizio del Diciottesimo secolo, per descrivere l'immagine rifratta o riflessa di un oggetto. All'inizio del Diciannovesimo secolo i fisici parlavano comunemente di 'velocità virtuale' o di 'momento virtuale' delle particelle. La parola è ancora oggi usata in fisica per descrivere il comportamento anomalo di certe particelle elementari, che appaiono in modo tanto fuggevole da non poter essere scoperte e studiate. Chiaramente il termine ha perduto del tutto il suo uso originale come forma aggett 858b19i ivale di 'virtù', che risale ai tempi in cui con esso si alludeva al possesso di un potere divino. Un'eco di quell'antico significato sopravvive tuttavia nelle parole di qualche 'realista virtuale' un po' troppo eccitabile, quando dichiara di avere il potere di creare un suo proprio mondo. Ed è appropriato che la parola abbia conservato una certa risonanza di questo significato divino, perché il concetto che vi corrisponde nel linguaggio dell'informatica è molto più che una semplice questione di tecnologia: la parola significa qualcosa che arriva fino al cuore scientifico della realtà. Con l'inizio del Ventesimo secolo la matematica era cambiata oltre ogni immaginazione: non era più semplicemente una branca della scienza, un mezzo per contare e misurare i fenomeni fisici, era divenuta invece un sistema apparentemente autonomo, che operava in maniera del tutto separata dal mondo reale manipolando i simboli suoi propri. Distaccare in tal modo la matematica dalla realtà fisica era da un lato liberatorio, (la matematica non era più l'ancella della scienza ma assoluta padrona di se stessa), d'altro canto la spogliava della sua antica autorità. Se non era più un mezzo per descrivere la realtà fisica, a che cosa mai poteva servire? E quale verità poteva mai esprimere? I dibattiti sull'argomento sembravano aver perduto importanza e alla fine scomparvero del tutto dall'attività quotidiana dei matematici. Sarebbero tornati a essere una materia significativa solo negli anni Novanta, riportati al loro rango primitivo dall'entrata in scena della realtà virtuale.



     Al primo congresso tenutosi in Gran Bretagna sulla realtà virtuale (estate del 1991) il presidente Tony Feldman, pur insistendo sul fatto che il programma dei lavori da lui redatto riguardava questioni molto pratiche e molto reali, dovette ammettere che tuttavia, nel trattare questi argomenti, la metafisica è inevitabile. L'origine del termine viene generalmente fatta risalire all'americano Myron Krueger, che si autodefinisce 'artista di computer ed educatore' e che intitolò 'Realtà artificiale' un libro scritto negli anni Settanta e pubblicato nel 1983. Argomento del libro è ciò che Krueger chiamava 'ambienti responsivi', installazioni d'arte in cui suoni e luci mutavano a seconda dei movimenti delle persone che le visitavano. Krueger tuttavia non impiegava il termine realtà artificiale in quanto definizione tecnologica, ma gli riservava un uso più ambizioso. Secondo lui il mondo descritto nella Genesi, creato da misteriose forze cosmiche, era un luogo mutevole e pericoloso, in cui la vita degli esseri umani veniva plasmata in base a un incomprensibile capriccio. Per secoli l'uomo si è prefisso l'obiettivo di domare il terribile potere della Natura, e il suo successo è stato così assoluto da far emergere un nuovo mondo grazie alla sua genialità: una realtà artificiale. Per quanto riguarda l'invenzione della realtà virtuale, il candidato preferito è un lavoro accademico di Ivan Sutherland, pubblicato nel 1968 e intitolato 'A head-mounted three-dimensional display', (un display tridimensionale a cuffia).

     Al Siggrraph '89 (Special Interest Group, Graphics) la riunione annuale dedicata alla grafica computerizzata, probabilmente uno degli eventi annuali più importanti dell'industria americana), la realtà virtuale fece il suo ingresso trionfale. La vera primadonna di questa seduta fu Jaron Lanier, fondatore di una compagnia chiamata 'VPL Research'. Da allora Lanier è divenuto il simbolo dell'industria della realtà virtuale, e ne rappresenta le origini geografiche e intellettuali (la costa del Pacifico). Egli afferma che essa è molto difficile da descrivere se non si è provata, ma c'è un'esperienza che consiste nel sognare che non c'è nulla di impossibile, che qualsiasi cosa può accadere, che si è in un mondo assolutamente aperto, in cui l'unica limitazione è la propria mente. Il problema è che si è lì da soli e quando ci si risveglia si deve rinunciare a tutta quella libertà. Egli continua poi dicendo che tutti noi abbiamo sofferto da bambini un terribile trauma in seguito dimenticato, quando abbiamo dovuto accettare il fatto che siamo degli esseri materiali, e che tuttavia, nel mondo materiale in cui dobbiamo fare delle cose, siamo molto limitati. Quel che a Lanier sembra così emozionante della realtà virtuale è che essa ci restituisce quella libertà. Ci dà la sensazione di poter essere quelli che siamo senza alcun limite, e che la nostra immaginazione sia diventata oggettiva, che possiamo farvi partecipare altre persone.




Uno degli slogan della realtà virtuale viene dato da William Bricken: La psicologia è la fisica della realtà virtuale. Riecheggiando parole di Marshall McLuhan, egli osserva inoltre che ogni nuova tecnologia viene inizialmente interpretata in termini di quella che l'ha preceduta: allo stesso modo la realtà virtuale viene attualmente vista come una realtà fisica con in più alcune caratteristiche speciali. Bricken parte dal presupposto che la realtà si trova nell'occhio di chi sta guardando e afferma con assoluta certezza che non verrà mai il giorno in cui la realtà virtuale, nel senso inteso dai suoi più ardenti sostenitori, sarà realizzata. Il Media Lab (MIT, Massachussets Institute of Technology) aveva un bizzarro motto alla Star Trek che suonava più o meno così: "È nostra missione l'inventare e il creativamente sfruttare nuovi mezzi per il benessere umano e per la soddisfazione individuale."

 A questo punto vale la pena sottolineare come l'interesse popolare suscitato dai media nei confronti di ciò che Virtual Reality significa e implica, è già stato pilotato altrove e il suo futuro è di nuovo nell'oblio, perché la velocità del loro adeguamento all'immaginario popolare non è stata sufficiente. E poi, effettivamente, le RV sono un singolo e specifico settore di ricerca, muovono relativamente pochi soldi. Le nuove frontiere del capitalismo internazionale sono le Information Highways, le autostrade elettroniche: Internet rappresenta un fenomeno vastissimo che ingloba tutti i sottosistemi della ricerca e dell'immaginario contemporaneo. (vedi capitolo 'INTERNET')

Sta di fatto che la vera importanza della realtà virtuale, ed è tale che sarebbe difficile esagerarla, sta nel fatto che essa affronta direttamente questa domanda: che cos'è la realtà?







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