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GUIDA ALLA STORIA CONTEMPORANEA - Riassunto, La natura della storia contemporanea

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GUIDA ALLA STORIA CONTEMPORANEA - Riassunto, La natura della storia contemporanea

Geoffrey Barraclough:

Guida alla Storia Contemporanea.

Scaletta.

Disciplina della storia contemporanea:

1)      necessità: sostanziale diversità.




2)      scientificità (1. indicalità, 2. Continuità, 3. distacco);

3)      cronologia (1890, 1914, 1960);

4)      centralità e periferia: conflitti europei e fascismi.

2^ rivoluzione industriale:

1)      società di massa (1. esplosione demografica, 2. concentrazione);

2)      imperialismo: praticabilità (1. gap, 2. comunicazioni) e appetibilità (1. importazioni, 2. competizione).

Imperialismo:

1)      sviluppi sfavorevoli (1. Affaticamento Europa, 2. sviluppo colonie);

2)      centri di civiltà non europei e orientamento Russia e US;

3)      dominions bianchi: insubordinazione, coronamento, esempio.

Politica internazionale:

1)      passaggio da un equilibrio europeo a un bipolarismo mondiale;

2)      due campi di politica internazionale e effetti imperialismo;

3)      potenze avvantaggiate (1. Germania, 2. Giappone) e svantaggiate (1. Russia. 2. GB);

4)      trasformazione in lotta mondiale, rivoluzionaria ed ideologica.

Partiti:

1)      società di massa e estensione del voto;

2)      caratteri (1. base di massa, 2. permanenza, 3. disciplina, 4. controllo, 5. struttura);

3)      sinistre prima, organizzazioni borghesi dopo;

4)      riduzione importanza del parlamento (contro partiti e governo).

Liberazione delle colonie:

1)      la rivoluzione più vasta (1/4 popolazione) e rapida (1945-1960);

2)      contingenze (guerre mondiali) e basi (1. modernizzazione capitalista, 2. compromissione, 3. leaders);

3)      fasi nazionalismi (1. proto-conservatori, 2. classe media e leaders, 3. partiti di massa).

Bolscevismo:

1)      leninismo: prassi rivoluzionaria strutturata e disciplinata;

2)      universalità subordinata alla difesa dell'URSS (patto nazisovietico, egemonia);

3)      reazione occidentale (18-29 cordone sanitario, 29-41 fascismi, 45 Keynes);

4)      Asia e Africa (1. debolezza capitalismo; 2. rapidità sviluppo, 3 democrazia manipolabile, 4) opera missionaria URSS);

Cultura:

1)      cause (1. rivoluzione scientifica, 2. società di massa);

2)      fasi (1. rifiuto umanesimo, 2. sperimentalismo negativo, 3. realismo impegnato mondiale).


Riassunto.

La necessità di una storia contemporanea distinta da quella moderna deriva dalla sostanziale diversità delle due epoche. La scientificità di tale disciplina dipende 1) dalla sua capacità di definire il termine 'contemporaneità' nonostante la sua natura indicale; 2) di distinguere il nuovo nonostante la continuità e indefinitezza dei fenomeni storici; 3) di mantenere distacco e straniamento nonostante la prossimità temporale.

La transizione al nuovo mondo inizia già nel 1890, con il manifestarsi delle forze tipiche della contemporaneità, e (nonostante la Grande Guerra segni decisamente la fine del vecchio mondo) essa non si conclude prima del 1960, per l'inerzia di paure, nostalgie ed illusioni soprattutto europee.

Centrali nel crollo del vecchio equilibrio, eventi come i conflitti tra le potenze europee e i regimi fascisti (tentativi falliti di conservare la supremazia dell'Europa) furono periferici nella costruzione del nuovo.

Fu la 2^ rivoluzione industriale (che in parte globalizzò le innovazioni della 1^, uso delle macchine e dell'energia chimico-fisica e in parte ne introdusse di nuove) a mettere in moto la transizione. Da un lato essa contribuì alla nascita della società di massa:

1)      consentendo progressi di medicina, igiene, produzione, conservazione e trasporto dei cibi che condussero ad una esplosione demografica.

2)      innescando economie di scala che portarono alla concentrazione dell'economia e quindi della manodopera nelle grandi città industriali.

Dall'altro essa rese le dottrine imperialiste a) praticabili e b) appetibili:

a1) ampliando il gap economico e militare tra occidente e resto del mondo;

a2) migliorando comunicazioni, trasporti e organizzazioni commerciali;

b1) accrescendo il bisogno delle nazioni industrializzate di alimenti e materie prime;

b2) stimolando la competizione economica internazionale (soprattutto con la depressione '73-'85).

L'imperialismo, basato sul temporaneo (data la trasferibilità della tecnologia) monopolio dell'industrializzazione, si infranse presto contro gli sviluppi che aveva messo in moto:

1)      affaticando le potenze europee e inasprendone le rivalità;

2)      innescando nei paesi colonizzati processi di sviluppo demografico, economico e politico.

Centri di industria, civiltà e potenza sorsero lontano dall'Europa. Russia e US orientarono i propri interessi verso le coste pacifiche.

Le prime rivolte scoppiarono nel cuore degli imperi, i 'dominions bianchi' che non accettarono di rinunciare alle prerogative di Stati maturi, né di subordinare i propri interessi alla madrepatria. Queste insubordinazioni (che costituirono importanti esempi per le 'colonie di colore') trovarono coronamento nella partecipazione autonoma dei dominions alla Grande Guerra, alla conferenza di pace ed alla Società delle Nazioni.

La contemporaneità ha comportato il passaggio da un equilibrio centrato sull'Europa ad un bipolarismo di superpotenze continentali ed extraeuropee. Già nell'800 si erano delineati due distinti campi di politica internazionale: quello europeo e quello mondiale. L'imperialismo erose gli spazi di manovra e mise le potenze europee in attrito con quelle mondiali (prima in Cina, poi nella Grande Guerra).

In questo duplice conflitto furono avvantaggiate le potenze impegnate su un solo campo, come la Germania (che tentò assurgere a potenza mondiale, spiegando rapidamente in Europa ed Africa la sua temporanea superiorità industriale) e il Giappone (che si impose nel Pacifico), e svantaggiate quelle impegnate su entrambi, come la Russia (che manteneva però una salda posizione in Asia) e la GB (che poggiava su una supremazia navale ed un impero traballanti).

La Grande Guerra fu trasformata in una lotta mondiale, rivoluzionaria ed ideologica dalla politica diretta alle masse di Lenin e Wilson. Presto i loro modelli entrarono in conflitto ideologico e politico originando il sistema bipolare della guerra fredda.

Dalla inurbamento industriale nacque la società di massa destinata a sconvolgere lo Stato liberale. L'espansione del diritto di voto (fino alla prima metà dell'800 limitato a una oligarchia borghese) rese politicamente attive le masse e impose una nuova organizzazione basata sui partiti (uno, duo o più). 5 sono i caratteri specifici di ogni partito:

1)      base popolare di massa;

2)      carattere permanente (e non più occasionale);

3)      disciplina di partito;

4)      controllo della segreteria e della base sui delegati;

5)      struttura basata sulle sezioni e sui funzionari stipendiati.

Le sinistre adottarono per prime la struttura di partiti di classe, seguirono (riluttanti ma convinte dalla minaccia comunista) le organizzazioni borghesi (prima assoggettate ai loro leaders).

Il rafforzamento dei partiti e del governo (per la crescente complessità e tecnicità delle decisioni esecutive e l'accentramento dell'amministrazione) ha ridotto il dibattito parlamentare a propaganda e le elezioni a sondaggi di popolarità.

La rivolta contro l'imperialismo fu la più vasta e rapida rivoluzione della storia: tra il 1945 e il 1960 più di ¼ della popolazione mondiale si ribellò per l'indipendenza. Le guerre mondiali (indebolendo la coesione inter e intra nazionale europea e diffondendo i valori della propaganda leninista e wilsoniana) furono cause contingenti di una rivolta le cui basi erano state poste dall'imperialismo stesso:

1)      modernizzazione sociale ed economica prodotta dall'esposizione al capitalismo;

2)      compromissione delle forze che si allearono con i colonizzatori;

3)      formazione di leaders autoctoni esperta nella nuove tecniche politiche.

Lo sviluppo dei nazionalismi avvenne in 3 stadi:

1)      proto-nazionalismo, con orientamenti conservatori, soprattutto nei paesi con un passato glorioso;

2)      partecipazione della classe media e sorgere di una classe di leaders;

3)      estensione a contadini e operai e organizzazione in un moderno partito di massa.

Il marxismo-leninismo fu l'espressione filosofica delle forze della contemporaneità. Il merito di Lenin fu di aver trasformato il marxismo da dottrina riformista a prassi rivoluzionaria strutturata e disciplinata.

Quando l'obbiettivo della rivoluzione mondiale si sfasciò sulla roccia del nazionalismo, il bolscevismo subordinò l'universalità del proprio messaggio alla difesa dell'URSS (patto nazi-sovietico; politica egemonica esercitata su Cina, Europa orientale e Internazionale).

La reazione occidentale all'influenza sovietica ebbe tre fasi:

1)      1918-1929: intervento per stendere di un cordone sanitario attorno alla Russia (finché essa fu indebolita da guerra civile e marasma economico non c'era da temere il comunismo all'interno dell'occidente);

2)      1929-1941: la sfiducia nel liberalismo suscitata dal contrasto tra il progresso economico russo e la Grande Crisi e la paura del comunismo condussero a regimi fascisti;

3)      dopo il 1945: la riforma keynesiana mostrò che il liberalismo poteva eguagliare i successi russi.

In Asia e Africa:

1)      le forze capitaliste avevano basi ristrette e screditate da collusioni colonialiste;

2)      il comunismo prometteva uno sviluppo molto rapido i cui costi in termini di libertà individuale parevano lievi a popoli abituati a regimi autoritari;

3)      in paesi dove il contrasto tra ricchi e poveri era estremo la democrazia rischiava di essere manipolata a favore dei primi;

4)      l'URSS svolse una importante opera missionaria in Asia.

La rivoluzione scientifica e tecnica (che negò la conoscibilità e l'ordine della natura) e la società di massa (che estese e diversificò il pubblico dei prodotti culturali) innescarono nella cultura un processo di 3 fasi:

1)      rifiuto dell'umanesimo positivista, individualista ed antropocentrica (Zola, Nietzche, Freud, la sociologia);

2)      sperimentalismo estremo che spazzò via la vecchia cultura, ma fu troppo frammentario per giungere a risultati positivi;

3)      cristallizzazione di una nuova cultura davvero mondiale (non più solo europea) caratterizzata da un profondo realismo e impegno sociale e politico, guidata da mezzi espressivi nuovi (cinema, romanzo, teatro architettura).

I   La natura della storia contemporanea.

L'esistenza di un lungo periodo di transizione (da poco terminato), che ha mediato il passaggio dall'epoca moderna a quella contemporanea e in cui i diversi ethos delle due hanno convissuto, non implica che esse non siano nettamente distinte. Il mondo contemporaneo manifesta caratteri di novità qualitativa e strutturale tali che il suo studio richiede la costituzione di un nuovo tipo di storia. La storia dell'era moderna efficace nello spiegare lo sgretolamento del vecchio mondo è infatti insufficiente nell'interpretare il sorgere di quello nuovo.

Si assumerà che la storia contemporanea abbia inizio quando i problemi che sono attuali nel mondo odierno assumono per la prima volta una chiara fisionomia.



1.1.

La costituzione di una storia della contemporaneità come disciplina scientifica si scontra con ostacoli di natura sia oggettiva che psicologica:

1)        Il carattere indicale e perciò vago, indefinito ed ambiguo del termine 'contemporaneità'.

2)        La non definitezza dei confini storici dovuta al fatto che le tendenze storiche più nuove tendono a svolgersi lentamente e a convivere con quelle più vecchie piuttosto che rimpiazzarle.

3)        La tendenza del pensiero storico attuale a mettere in rilievo nelle vicende storiche soprattutto l'elemento di continuità.

4)        L'idea che una la pratica della storia richieda un distacco, uno straniamento ed una imparzialità inattuabili senza la frapposizione di una certa distanza temporale tra gli avvenimenti analizzati ed il momento dell'analisi.

5)        La povertà scientifica di molta parte di sedicente storia contemporanea, ridotta a poco più di commento (spesso a fini propagandistici) di natura giornalistica.

Si tratta comunque di ostacoli che è possibile superare:

1)        Il primo obbiettivo della storia contemporanea dovrebbe essere di definire rigorosamente (in modo convenzionale, ma adeguato alla realtà) cosa si intenda in senso stretto per contemporaneità.

2/3) Bisogna riconoscere che continuità e gradualità nei cambiamenti non sono gli aspetti più notevoli della storia. Ad ogni grande svolta storica [come lo sono stati il periodo della Lotta per le Investiture; il Rinascimento e la Riforma; la prima metà del XX secolo] ci troviamo di fronte a fenomeni così imprevedibili, dinamici e rivoluzionari da rendere insufficienti le spiegazioni causali.

4)        Nel passato la storia della contemporaneità è sempre stata la parte fondamentale della storia. La nozione di storia come una disciplina del tutto rivolta al passato è un'eredità della cultura ottocentesca.

5)        Per essere davvero scientifica la storia contemporanea richiede un rigore ed una profondità superiore a quella degli altri tipi di storia ed un continuo confronto dei fenomeni contemporanei con quelli passati.

1.2.

Per designare l'era oggetto dello studio della storia contemporanea si userà l'aggettivo neutro 'contemporanea'. La denominazione di 'atlantica' [nella successione mediterranea-europea- atlantica] va rifiutata per tre ragioni:

1)      si tratta di un concetto più politico che storico;

2)      riflette un punto di vista europeo;

3)      si riferisce ad un periodo nel quale uno dei fenomeni più significativi è stato lo spostamento del centro del mondo nel Pacifico.

1.3.

Esistono alcune pietre miliari nel passaggio dal mondo moderno a quello contemporaneo:

1890        E' attorno a questa data che la maggior parte dei fenomeni tipici del nuovo mondo hanno inizio. Cominciano a manifestarsi nuove forze ad ogni livello della realtà, decisive più nella loro azione reciproca che in se stesse.

1918        Nessun evento più della Grande Guerra segnò la fine di epoca. Essa comportò modifiche sostanziali ed irreversibili a molti diversi livelli tali da chiudere definitivamente l'era moderna. Eppure a) la tenace inerzia dell'opposizione conservatrice; b) il desiderio di tornare alla normalità; c) la paura di uno sconvolgimento radicale; d) l'illusione che l'Europa potesse mantenere la sua posizione dominante allungarono il tempo di transizione all'era contemporanea.

1960        Verso la fine di questo anno si può affermare concluso il periodo di transizione e pienamente iniziata l'era contemporanea.

Esistono naturalmente pilastri di continuità tra le due epoche:

1)      il ruolo da protagonista dello Stato nazionale sovrano;

2)      l'ordine sociale mantenuto stabile da una prosperosa borghesia fondata sul diritto di proprietà.

1.4.

I conflitti tra le potenze europee che tanta parte ebbero nel processo di abbattimento del vecchio mondo, non aiutano invece a capire il carattere di quello nuovo, il cui centro tendeva a spostarsi al di fuori dell'Europa.

I regimi fascisti, che coagularono il consenso delle masse presentandosi come gli unici strumenti efficaci per puntellare il vecchio mondo, l'estremo tentativo di riorganizzare l'Europa attorno alla Germania in modo che potesse tenere testa alle altre potenze mondiali, ne favorirono il crollo in almeno tre modi:

1)      dividendo le forze conservatrici;

2)      costringendo la destra conservatrice ad una temporanea alleanza con la sinistra;

3)      contribuendo a velocizzare i cambiamenti nel mondo fuori dall'Europa.

Ma il contributo positivo di tali regimi al nuovo mondo fu assai scarso.

Gran parte degli eventi della fase di transizione tradizionalmente considerati centrali e primari furono, in effetti, periferici e derivati e viceversa. Neppure il corso degli eventi dell'Europa stessa può essere spiegato senza inquadrarlo nel processo evolutivo mondiale.

1.5.

La fine del periodo di transizione e l'inizio dell'era moderna può essere posto alla fine del 1960 (emblematicamente segnata dall'esordio dell'amministrazione Kennedy). Molti eventi di questo periodo segnano l'imporsi della nuova epoca:

1)      nel blocco sovietico si manifestarono gravi spaccature ideologiche, soprattutto tra URSS e Cina;

2)      il comune fronte asiatico fu frantumato dalle dispute territoriali tra Cina, India, Birmania e Pakistan;

3)      in Africa dopo lo smantellamento del colonialismo europeo cominciarono a sorgere problemi economici e politici connessi all'indipendenza;

4)      in Europa i Trattati di Roma mostrarono una tendenza a nuove forme di integrazione regionale.

Il nuovo mondo appare in molti modi distinto dal vecchio:

1)      importanza internazionale della Cina;

2)      riduzione della tensione ideologica tra comunismo e capitalismo dovuta alla consapevolezza che non si davano alternative possibili alla convivenza;

3)      esplosione di problemi riguardanti la crescente sperequazione tra paesi industrializzati e paesi sottosviluppati, dovuti alla seconda fase del processo di emancipazione afro-asiatica;

4)      nascita raggruppamenti sovranazionali (quali Comecon, Mercato comune europeo e la federazione di molti Stati latino americani, arabi ed africani) resa necessaria dal progresso industriale;

5)      riduzione del sistema capitalista ad una posizione di minoranza;

6)      crescente globalizzazione ed integrazione del mondo;

7)      alleanza tra scienza e tecnologia in grado di rivoluzionare le basi materiali dell'esistenza umana, ma anche di mettere l'uomo di fronte alla possibilità concreta dell'autodistruzione.

II   Influenza del progresso tecnico e scientifico.

Il progresso industriale che si verificò negli ultimi decenni del XIX secolo non fu soltanto un espansione a livello mondiale della prima rivoluzione industriale iniziata in Inghilterra un secolo prima. La seconda rivoluzione industriale non solo rese globali i processi avviati dalla prima:

1)      estensione dell'uso delle macchine e delle fonti d'energia chimico-fisica;

2)      la concentrazione della maggior parte della manodopera dalle campagne alle fabbriche;

La seconda rivoluzione industriale fu più rapida e radicale nei suoi effetti, fu scientifica in senso molto più stretto e più che migliorare i prodotti esistenti ne introdusse di nuovi e sconvolgenti.

2.1.

Uno tra i fattori più caratteristici della nuova era è l'influsso esercitato sulla società dal progresso scientifico e tecnico. Attorno al '900 l'industrializzazione cominciò a rivoluzionare davvero le condizioni di vita delle masse introducendo una serie di innovazioni ancora oggi centrali:

1)      impiego di nuove fonti e forme di energia quali rispettivamente il petrolio e l'elettricità;

2)      impiego massiccia del nikel e dell'alluminio nella metallurgia;

3)      progressi nel campo della medicina, della batteriologia e dell'igiene entrata in uso del cloroformio, dell'acido fenico, degli antisettici, degli antibiotici, dell'anestesia;

4)      aumento della produzione agricola determinato dall'uso intensivo di scorie basiche come fertilizzanti;

5)      introduzione di nuovi metodi di conservazione del cibo quali la sterilizzazione e la pasteurizzazione;

6)      progressi nel campo dei trasporti: completamento delle ferrovie principali, costruzione di navi di grande tonnellaggio e perfezionamento delle tecniche di refrigerazione.

2.2.

I mutamenti industriali agirono in molti modi come catalizzatori del passaggio dal vecchio mondo a quello nuovo:

1)      le nuove tecniche, introducendo economie di scala e comportando costi inaccessibili per le imprese familiari (soprattutto nel periodo della 'grande depressione' tra il '73 e l'85), imposero un processo di concentrazione irreversibile ed esteso a tutti i settori;

2)      il progresso dell'igiene, della medicina e della conservazione alimentare produsse un enorme sviluppo demografico;

3)      l'esplosione demografica, la crisi agraria dovuta alla concorrenza dell'importazione d'oltremare e soprattutto la creazione delle grandi fabbriche dilatarono a dismisura le città ponendo le basi per il sorgere della 'società di massa';

4)      l'espansione dell'industria spinse i capitalisti europei ed americani in cerca di materie prime a varcare i confini locali fino alla formazione di un mercato veramente mondiale.

2.3.

Gli sviluppi conseguenti alla seconda rivoluzione industriale trovarono uno sbocco politico nel 'nuovo imperialismo' in cui furono coinvolte tutte le nazioni industriali.

1)      La rivoluzione industriale che aveva creato enormi differenze tra le parti sviluppate e quelle sottosviluppate del mondo;

2)      il miglioramento delle comunicazioni, dei trasporti e delle forme d'organizzazione commerciale che facilitavano lo sfruttamento delle zone sottosviluppate;

3)      la perturbazione dell'equilibrio delle forze economiche tradizionali (con il boom industriale di Russia, Germania e USA) che rendeva più pressante la competizione tra i paesi sviluppati;

4)      la 'grande depressione' che rendeva necessaria un politica economica attiva ed espansiva;

5)      la dipendenza delle società industrializzate dai territori d'oltremare per i rifornimenti alimentari e di materie prime.

Tutto ciò accrebbe smisuratamente la popolarità della dottrina e della prassi 'neomercantilista'. Si affermava la necessità che ogni paese industriale costruisse attorno a sé un impero coloniale, formando una unità commerciale autosufficiente e protetta da tariffe doganali in cui la madrepatria avrebbe fornito manufatti in cambio di prodotti alimentari e materie prime.

Verso il '900 la gran parte del mondo era ridotta sotto il dominio dei conquistatori europei (anche se non era destinata a rimanerlo per molto). Dal cuore delle società industrializzate scaturirono forze che abbracciarono e trasformarono l'intero mondo.

III   Il ridimensionamento dell'Europa.

I primi facili successi del neoimperialismo (imposti con la forza della schiacciante disparità tecnica) alimentarono in Europa illusioni di supremazia. In effetti, essi contenevano i semi del tramonto dell'era europea:

1)      gettandosi ingordamente sui paesi sottosviluppati le potenze europee affaticarono se stesse;

2)      le rivalità interne all'Europa (aumentate dalla competizione imperialista) non consentirono quell'unità di propositi necessaria al mantenimento della superiorità con la forza;

3)      le prime reazioni al dominio europeo vennero dagli stessi coloni 'bianchi' (i cui interesse si distinsero presto da quelli della madrepatria) le cui ribellioni divennero modello anche per le popolazioni di colore;

4)      soprattutto, la dominazione economica e politica europea provocò sviluppi irreversibili che si sarebbero dimostrati fatali per il predominio dell'Europa.

3.1.

Il primo grave colpo al progetto imperialista venne dal cuore dell'impero, i 'dominions bianchi' (quali Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa). Nessuno di essi era disposto a rinunciare alle prerogative degli Stati economicamente e politicamente maturi, né a subordinare alla madrepatria i propri interessi e le proprie politiche economiche, interne ed esterne. Anzi i dominions cominciarono a premere sulla madrepatria perché si impegnasse attivamente nella salvaguardia dei loro interessi.

Il coronamento di questi sviluppi fu la partecipazione dei dominions alla prima guerra mondiale, alla conferenza di pace del '18-'19, alla Società delle Nazioni (come membri autonomi).

La rivolta dei dominions fu un esempio importante per le colonie 'di colore', essa mostrò il paradosso dell'imperialismo che scatenava pressioni tali da rendere impossibile la realizzazione dei propri dogmi.

3.2.

L'equilibrio mondiale andava sempre più spostandosi dall'Europa all'area pacifica (come dimostra l'attacco giapponese alla Cina del 1894 e l'occupazione americana delle Filippine), verso la quale si rivolsero gli interessi americani.

Dal 1890 si verificò in Europa un declino costante delle nascite, che si estese, dal 1930, anche agli Stati Uniti ed alle colonie bianche. Al contrario, in Asia ed in Africa i miglioramenti medici, igienici, agricoli, nella conservazione e nei trasporti alimentari, introdotti dalla colonizzazione europea produssero un'intensa crescita demografica.

3.3.

Il semplice peso degli sviluppi demografici produsse un radicale mutamento dell'equilibrio tra razze bianche e razze di colore e la formazione di nuovi centri di popolazione, produzione e potere molto lontani dall'Europa. Cominciò a farsi strada tra gli europei la consapevolezza della precarietà della propria posizione.

3.4.

Di fronte ad una natalità insufficiente a permettere un adeguato ricambio dei coloni bianchi, il dominio europeo fu costretto ad affidarsi

1)      a un baluardo di rigide leggi sulla immigrazione e sul dominio dei bianchi nelle colonie;

2)      alla ancora favorevole distribuzione degli armamenti.

Tuttavia la capacità europea di difendere le proprie aree coloniali era in evidente declino.



3.5.

La politica statunitense e quella russa si orientarono decisamente verso il Pacifico, rispettivamente dirottando l'espansione demografica verso l'ovest (California) e l'est (Siberia) dei due paesi.

3.6.

All'inizio parve che il colonialismo avrebbe significato l'allargamento delle frontiere della civiltà europea attorno a un centro che allo svantaggio demografico avrebbe opposto una crescente supremazia industriale. Tuttavia fu presto evidente che l'abilità tecnica, per la sua relativa trasferibilità, non può rimanere a lungo un monopolio e che il capitale può essere accumulato molto velocemente (come dimostrarono Cina e Russia).

Stimolati dai capitali, dalle invenzioni, dalla manodopera e dal tenore di vita europei nuovi e importanti centri di industria, di civiltà e di potenza sorsero lontano dall'Europa:

1)      Stati Uniti e Russia spostarono il loro equilibrio interno verso le coste pacifiche;

2)      Australia e Nuova Zelanda segnarono la crescita d'importanza dell'emisfero meridionale;

3)      Brasile e Argentina guidarono lo spettacolare sviluppo dell'America centrale e meridionale.

IV   Dall'equilibrio europeo alla politica mondiale

Nello spazio di mezzo secolo si è passati da un sistema multilaterale di equilibrio incentrato sull'Europa ad un sistema bipolare di due superpotenze extraeuropee, continentali e federali.

4.1.

Il radicale mutamento nella struttura delle relazioni internazionali non può essere spiegato semplicemente facendo riferimento alle lotte intestine che indebolirono l'Europa. Esse stesse fanno parte di un processo più ampio determinato da:

1)      la crescente concentrazione di potenza economica e militare ai fianchi dell'Europa;

2)      il sorgere di nuovi centri politici e punti di conflitto lontano in Asia e nella regione del Pacifico.

Alla fine del XIX secolo, all'apice del moto di espansione colonialista, si credeva che l'equilibrio politico europeo sarebbe stato trasposto immutato su scala mondiale. Era invece evidente che l'Europa si trovava in una situazione precaria: la sua residua potenza dipendeva da una superiorità industriale e tecnologica destinata ad ridursi velocemente. Ne era consapevole la Germania la cui irrequieta politica estera era dettata dall'urgenza di spiegare al più presto e al massimo la sua potenza.

4.2.

L'ottimismo degli Europei al volgere del secolo era dovuto a tre errori di valutazione:

1)      l'illusione che la creazione dell'impero tedesco come solido e potente blocco centrale avesse rinsaldato la posizione del continente;

2)      la tendenza a considerare come importanti solo le questioni del loro le questioni europee;

3)      la tendenza a sottovalutare la politica estera degli Stati Uniti.

Al contrario gli Stati Uniti dispiegarono presto, nell'area asiatica e pacifica, le loro ambizioni imperialiste (rimaste sopite mentre il giovane Stato attraversava la fase del suo consolidamento interno) entrando in competizione con le forze degli imperialismi inglese e russo. Si delinearono così due distinti campi di manovra internazionale:

1)      uno interno alle potenze europee;

2)      uno su scala mondiale, i cui protagonisti erano Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti.

Per tutto l'800 le relazioni internazionali rimasero pacifiche perché fra i due differenti teatri c'era spazio per tutti. Quando nel '900, in conseguenza all'espansione neocolonialista, gli spazi furono tutti colmati, allora le potenze europee entrarono direttamente in attrito con quelle continentali.

4.3.

Le potenze europee avevano potuto procedere tranquillamente alla spartizione dell'Africa perché né la Russia né gli Stati Uniti erano direttamente interessati. Diversamente quando, dopo il 1895, esse si rivolsero alla Cina. Nel 1898 gli Stati Uniti (diventati una potenza nel Pacifico dopo l'annessione delle Filippine e dell'isola di Guam) enunciarono il principio dell'integrità e della non violabilità della Cina con al nota 'della porta aperta' di Hay.

Ben presto, già dopo il 1905, le potenze europee furono spinte in diparte e nel conflitto per l'Estremo Oriente rimase impegnati Stati Uniti, Giappone e Russia. Tale conflitto ebbe quattro importanti conseguenze:

1)      la fine dell'amicizia tra gli Stati Uniti e la Russia (segnata dal appoggi degli US al Giappone);

2)      l'elezione dell'Estremo Oriente a centro di rivalità;

3)      il saldarsi saldamente degli affari europei a quelli mondiali;

4)      l'inizio del declino del primato europeo e l'imporsi di un sistema di polarità mondiale.

4.4.

La prima metà del XX secolo fu un periodo di grande confusione nella politica internazionale:

1)      Inghilterra e Russia si trovarono impacciate dalla necessità di impegnarsi sia sul fronte dei conflitti europei che su quello dei conflitti mondiali. Questa ambivalenza, che indebolì l'azione dei due Stati su entrambi i fronti, fu fatale alla Gran Bretagna. Mentre la Russia poteva contare su una posizione stabile di dominio sull'Asia Centrale, la potenza dell'Inghilterra poggiava su una supremazia marittima che non era più assoluta e su un impero disperso su popoli recalcitranti.

2)      La Germania, disinteressandosi per il momento della sfera mondiale e sfruttando la distrazione di Inghilterra e Russia, tentò di costruire attorno a sé due vasti imperi, l'uno nel cuore dell'Europa, l'altro nell'Africa centrale, che gli permettessero di trovare un posto nel concerto delle potenze mondiali. Questo piano non poteva non condurre allo scontro con l'Inghilterra nella prima Guerra Mondiale.

3)      Dall'altra parte il Giappone sfruttò le difficoltà di Russia ed Inghilterra, impegnate nel primo conflitto mondiale, per impadronirsi delle isole tedesche nel Pacifico e per imporre alla Cina i 'ventun punti'.

In Europa l'effetto della guerra fu quello di distruggere la base dell'equilibrio europeo, che non si tentò nemmeno ricostruire alla Conferenza di pace a Parigi. Solo lo smembramento della Germania, impedito però dal timore dell'infiltrazione comunista, avrebbe permesso di ottenere un vero equilibrio.

4.5.

I trattati segreti tra Inghilterra, Russia zarista, Francia e Italia mostrano come queste potenze intendessero la Prima Guerra Mondiale come volta al ristabilimento dell'equilibrio europeo. Con la rivoluzione russa e l'entrata in guerra degli Stati Uniti, il conflitto si trasformò in una lotta mondiale rivoluzionaria e ideologica.

Né l'una né l'altra delle due potenze continentali aveva alcun interesse al mantenimento dell'equilibrio europeo e alla restaurazione del passato. Wilson e Lenin consapevoli della natura della nascente società globale di massa, scavalcarono le vecchie diplomazie e rivolsero direttamente alle masse appelli che abbracciavano l'intero mondo e che implicavano un radicale rivolgimento del sistema precedente.

Ben presto i due modelli entrarono in conflitto sommando alla divergenza d'interessi politici tra Russia e Stati Uniti anche una profonda frattura ideologica. Nasce in questo modo, come risultato di forze che vengono da molto lontano, il sistema bipolare che caratterizzerà buona parte della seconda metà del XX secolo.

V.   Dall'individualismo alla democrazia di massa.

Negli anni tra il 1870 e il 1914, l'introduzione di nuovi processi di produzione e nuove forme d'organizzazione industriale su larga scala resero necessaria un urbanizzazione senza precedenti. Dalla concentrazione della popolazione nelle città nacque la moderna società di massa destinata trasformare radicalmente l'ordine sociale e politico borghese e la filosofia liberale da esso sostenuta. Si sviluppò una nuova filosofia dall'intervento dello Stato, inteso come un complesso meccanismo amministrativo di controllo degli individui per scopi sociali.

5.1.

La democrazia liberare del XIX secolo era una oligarchia egualitaria su base economica controllata da un corpo relativamente piccolo di individui facenti parte del medesimo sfondo sociale. L'avvento della società massa, attraverso l'estensione progressiva del diritto di voto, ha reso politicamente attivi strati della società sempre più vasti ed eterogenei per censo ed educazione.

I cardini del nuovo modello politico sono i partiti (ne sia presente uno solo, due o più), essi rappresentano la forma caratteristica dell'organizzazione politica moderna e il fulcro del potere politico.

5.2.

I partiti nacquero come entità extra-costituzionali e furono dapprima attaccati come contrari alle tradizioni democratiche. La loro diffusione fu tuttavia inesorabile:

1)      negli Stati Uniti dove lo sviluppo era meno intralciato dai privilegi tradizionali la democrazia di massa si impose fin dal 1840 (elezione di Harrison).

In Europa (dove l'introduzione dei partiti fu spesso guidata dall'ala di sinistra del partito socialista) bisognò attendere l'effetto delle forze prodotte dall'industrializzazione:

2)      in Inghilterra fino all'approvazione della seconda Legge di Riforma del 1867;

3)      in Germania fino all'abrogazione delle leggi antisocialiste nel 1890;

4)      in Francia fino all'esplosione del caso Dreyfus nel 1896.

5.3.

Quattro sono i caratteri specifici dell'organizzazione di partito:

1)      la base popolare di massa;

2)      il carattere permanente (le organizzazioni precedenti avevano carattere occasionale, venivano create per affrontare un particolare obbiettivo o prova elettorale e subito dopo sciolte);

3)      la disciplina di partito;

4)      il controllo dei membri del partito sui delegati.

La prima vera organizzazione partitica inglese ed europea fu il 'caucus'.

La sostituzione del capitalismo famigliare (in cui proprietario ed operai lavoravano assieme) con il capitalismo finanziario (in cui i lavoratori erano ridotti alla posizione anonima di 'manodopera') favorì la nascita di una forte coscienza di classe proletaria. I partiti socialisti, proclamandosi partiti di classe (al contrario dei partiti borghesi che professavano di essere partiti nazionali) ottennero l'appoggio di una base veramente di massa. Anche per lo sviluppo dell'organizzazione e della coesione interna i partiti socialisti erano all'avanguardia:

1)      grazie alla loro struttura in sezioni;

2)      grazie alla rigida disciplina di partito ed alla prevalenza del principio del mandato parlamentare;

3)      grazie alla loro struttura di funzionari a tempo pieno stipendiati dalla sede centrale.

Le organizzazioni borghesi si adattarono con più riluttanza alle condizioni della democrazia di massa per l'insofferenza delle classi medie, con le loro tradizioni individualisti, alla disciplina di partito. Ovunque le associazioni borghesi furono dapprima assoggettate alle personalità dei leaders. Bisognò attendere l'esempio dei partiti socialisti e la minaccia della rivoluzione comunista perché le classi medie si convincessero della necessità di organizzare i partiti in senso davvero moderno.

5.4.

Il ruolo del deputato profondamente è mutato: da rappresentante dell'intera nazione legato solo alla sua coscienza, a macchina di voto fedelmente assoggettata ai capi di partito. Con la scomparsa dei deputati indipendenti il dibattito parlamentare ha perso ogni valore reale dal momento che i risultati sono decisi in anticipo dalle sedi dei partiti. I discorsi in parlamento non sono che il più antiquato e meno efficace dei mezzi propagandistici.

D'altra parte il potere del parlamento è stato eroso dall'accrescimento dei poteri del governo determinato:

1)      dalla complessità crescente e la natura altamente tecnica delle decisioni esecutive;

2)      dall'accentramento dell'amministrazione statale;

3)      (storicamente) dallo sforzo bellico.

In questa situazione le elezioni tendono a diventare sondaggi di popolarità e i leaders di partito personaggi televisivi ('i partiti esistono per conquistare il potere: sarebbe sciocco aspettarsi che fossero schizzinosi nella scelta dei mezzi').

5.5.

Questo nuovo modello di politica fondata sui partiti si è immediatamente radicato negli Stati nuovi a dimostrazione del fatto che non vi sono ad esso alternative possibili. Ciò non deve tuttavia distogliere l'attenzione dai problemi congeniti di questo sistema:

1)      che il governo sia controllato interamente da una élite burocratica tecnicamente competente, ma sostanzialmente cinica;

2)      che l'apparato dei partiti venga manipolato da parte di clientele e gruppi di pressione.

VI   La rivolta contro l'occidente.

La rivolta dei popoli asiatici ed africani contro l'imperialismo europeo rappresenta il più vasto e rapido processo rivoluzionario della storia dell'umanità: tra il 1945 e il 1960 più di quaranta paesi (più di un quarto della popolazione mondiale) si ribellarono ed ottennero l'indipendenza.

6.1.

Il controllo europeo sulle colonie fu grandemente indebolito dalla Prima Guerra Mondiale e dai suoi sviluppi:

1)      le stesse potenze europee incoraggiarono ed appoggiarono i movimenti nazionalisti nelle colonie dei loro nemici;

2)      le potenze imperialiste furono costrette, per non alienarsi il sostegno delle colonie, ad impegnarsi in concessioni ed in promesse che spesso non furono in grado di mantenere alimentando il malcontento nelle colonie;

3)      Lenin denunciò aspramente l'imperialismo ed i bolscevichi si impegnarono attivamente per mantenere vivo il fermento;

4)      la propaganda wilsoniana diffusa su scala mondiale convinse i paesi colonizzati della iniquità della loro situazione.

Tuttavia questo indebolimento non sarebbe servito se nelle colonie non vi fossero stati movimenti rivoluzionari pronti ad approfittarne. Decisivi in questo senso furono:

1)      l'assimilazione delle idee, delle tecniche, delle istituzioni occidentali;

2)      la vitalità e la capacità di rinnovamento delle società asiatiche e africane;

3)      la formazione di un'abile élites dirigente.

Il nazionalismo arrivò in Asia cento anni dopo che in Europa e in Africa dopo altri cinquant'anni. Ovunque si svilupparono legami, sensibilità e solidarietà verso le altre colonie (di cui la Conferenza afro-asiatica di Bandung fu simbolo) tale che ogni colpo inferto agli imperi aveva ampie ripercussioni morali e politiche:

1)      le vittorie del Giappone sulla Russia nel 1904-5 e sulla Germania nel 1915 mostrarono che le armi europee non erano invincibili;

2)      la rivoluzione russa del 1905 suscitò quella persiana, turca, cinese e diede nuovo vigore la Congresso in India;

3)      la strategia della resistenza passiva, ideata da Gandhi per l'India, fu adottata in molti altri paesi;

4)      la vittoria del nazionalismo indiano nel 1947 e lo scacco anglo-francese in Egitto provocarono l'esplosione di una ondata di nazionalismo nell'Africa tropicale.

Di fronte a questi sviluppi le potenze europee si affrettarono a disfarsi delle colonie ormai divenute un passivo.

6.2.

I primi movimenti anti-europei furono chiamati 'proto-nazionalisti' perché mescolati a reazioni primitive non ancora efficacemente organizzare. Il loro obbiettivo non era quello, senza speranza, di rovesciare gli imperi con l'insurrezione armata, ma quello, più realistico, di logorarli dall'interno. Essi sorsero:

1)      in Cina, di fronte alla minaccia della spartizione tra le potenze occidentali;

2)      in Egitto, con la sollevazione di Arabi Pascià del 1882;

3)      in India, con la fondazione del Congresso nazionale indiano;

4)      nell'impero ottomano, contro il processo di smembramento avviato dal congresso di Berlino.



In paesi accomunati da:

1)      un'antica civiltà ed un passato glorioso a cui fare riferimento;

2)      dall'esposizione prolungata e massiccia al capitalismo europeo;

3)      dall'indebolimento dei vecchi regimi dovuto agli effetti incontenibili della colonizzazione.

Al contrario in zone, come l'Africa tropicale, in cui gli investimenti europei furono scarsi, le forme di amministrazione indiretta ed i mutamenti sociali ridotti al minimo il nazionalismo si sviluppò con un ritardo di molti anni.

Il paradosso del colonialismo fu che, una volta impegnate in Asia ed in Africa, le potenze europee e le loro economie non poterono fare a meno di rompere l'equilibrio delle società autoctone e innescare un fermento destinato a sfociare in rivolta.

6.3.

Qualunque azione di dominio nei territori coloniali rendeva più difficile il loro mantenimento. Anche le forme indirette di governo, attuate tramite l'appoggio alle forze autoctone disposte a collaborare (regimi preesistenti, élites occidentalizzate), finivano per indebolire gli unici alleati degli imperi.

La politica coloniale era caratterizzata da continui compromessi e concessioni, soprattutto in quei territori dove l'inferiorità demografica dei bianchi era tale da vanificare la superiorità tecnica e bellica.

6.4.

Alla colonizzazione seguì ovunque una radicale trasformazione delle strutture sociali:

1)      le classi inferiori furono private dei loro tradizionali mezzi di sussistenza e trasformate prima in braccianti e servi e poi in proletariato industriale urbano;

2)      nuove élites (composte dagli individui più dinamici, principalmente della tradizionale classe dirigente, ma anche delle altre classi) esperte nelle tecniche occidentali furono educate dagli stessi imperialisti perché impiegarle come manodopera specializzata e nei gradi bassi dell'amministrazione e degli affari;

6.5.

Lo sviluppo dei movimenti nazionalisti avvenne in tre stati:

a)      il proto-nazionalismo in cui si cercava ancora di restaurare il vecchio mondo dalla prospettiva delle innovazioni occidentali;

b)      il sorgere di una nuova classe dominante liberale con la partecipazione della classe media;

c)      l'allargamento della base di resistenza tramite l'organizzazione in un partito moderno di massa dei contadini e degli operai. La rivoluzione sociale era in questo senso la contropartita necessaria dell'emancipazione nazionale.

Questi tre stadi si ritrovano nella storia dell'emancipazione di quasi tutti i paesi coloniali:

1)      India. a) Il partito del Congresso era un'organizzazione, formata dai membri dell'élite tradizionale, che riconosceva il governo britannico e si limitava a proporre riforme specifiche. b) Con l'affermazione di Tilak il Congresso divenne molto più aggressivo e arrivò a reclamare l'indipendenza, eppure in fatto di questioni sociali Tilak rimaneva sostanzialmente conservatore e la sua agitazione rimase ristretta alla classe media. c) Gandhi riorganizzò il Congresso sul modello dei partiti moderni e sostituì alla non cooperazione di pochi gruppi di professionisti, la disobbedienza civile di massa.

2)      Cina. a) Sotto la guida di K'ang Yu-wei il Kuo min t'ang non aveva altri obbiettivi che riformare la Cina entro la cornici della monarchia manciù. b) Sun Yat-sen riorganizzo il Kuo min t'ang in un partito rivoluzionario dotato di esercito e si alleò con il Partito comunista cinese. Con la morte di Sun venne a mancare l'unica personalità in grado di conciliare gli elementi discordanti del partito nazionale. I capitalisti e i proprietari terrieri si schierarono con l'esercito che mise da parte ogni progetto di riforma sociale e si volse contro i comunisti costringendoli a ritirarsi nel nord-est. c) Tutt'altro che sconfitti i Comunisti di Mao crearono una organizzazione senza precedenti capace di organizzare il numerosissimo proletariato rurale in un esercito rivoluzionario di massa.

3)      Indonesia. c) L'organizzazione di un movimento rivoluzionario di massa fu impedita dalla mancanza di una classe media autoctona (capace di sostenere finanziariamente il movimento rivoluzionario); di un proletariato agricolo (la cui formazione era ostacolata dalla autosufficienza delle comunità di villaggio); di organismo capace di dare unità ai diversi gruppi nazionalisti (il PNI fu fondato solo nel 1927). Di conseguenza l'indipendenza poté realizzarsi solo quando l'invasione giapponese infranse la potenza olandese.

4)      Nord Africa. a) b) Il movimento nazionalista fu debitore del suo slancio iniziale all'Islam, c) ma la transizione ad un partito rivoluzionario di massa, l'Istiqlal, fu possibile solo in seguito all'arrivo delle truppe americane nel 1942.

5)      Africa Tropicale. La svolta decisiva si ebbe con la Seconda Guerra Mondiale. La mancanza di una tradizione ed una civiltà comune capace di accomunare i diversi popoli dell'Africa centro-meridionale fece dell'Occidente il modello a cui i movimenti rivoluzionari si ispirarono.

Fondamentale per il successo dei movimenti indipendentisti fu lo sviluppo di nuove città:

1)      in esse emersero le nuove élites istruite, emancipate e politicamente attive;

2)      in esse si concentrarono grandi masse di proletariato industriale;

3)      esse costituirono un punto di riferimento per la formazione di una fitta rete di gruppi nazionalisti sparsi su tutto il territorio nazionale.

6.6.

Anche prima della colonizzazione le società africane ed asiatiche erano tutt'altro che stagnanti o statiche. Tuttavia le tendenze al rinnovamento furono accelerate dall'urto dell'Europa che indebolì le strutture tradizionali e rese evidente che l'unica alternativa alla modernizzazione era soccombere. Il problema dei leaders afro-asiatici fu quello di modernizzare senza occidentalizzare, mantenendo la propria specifica personalità nazionale e la propria eredità culturale.

VII   La sfida ideologica.

Il marxismo fu la filosofia sociale che emerse come espressione coerente delle forze materiali scatenate dalla nascente società di massa contemporanea.

7.1.

La dottrina di Marx era suscettibile di una vasta gamma di interpretazioni compatibili con molte forme diverse di socialismo. Il leninismo fu tra queste interpretazioni la più fortunata perché era quella che meglio rispondeva alle condizioni del mondo contemporaneo. Prima di Lenin, il marxismo era diventato, in seguito alla delusione per il fallimento delle rivoluzioni del 1848-9 e al rapido miglioramento delle condizioni della classe operaia, una dottrina riformista ostile ad ogni attivismo rivoluzionario e impegnata a trasformare la società capitalista dall'interno ed attraverso metodi parlamentari.

La prima impresa di Lenin fu quella di applicare le idee marxismo ad una prassi rivoluzionaria disciplinata dotata dell'ordine, del metodo e dell'autorità fino ad allora prerogativa dei governi. Fu il genio di Lenin e il suo insistere sull'organizzazione che permise di trasferire la rivoluzione dalla teoria alla realtà. L'opera di Lenin si basava su due principi:

1)      senza dottrina rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario;

2)      la coscienza di classe rivoluzionaria può venire al proletariato solo tramite una élites dirigente efficiente.

7.2.

La rapida diffusione della teoria e della prassi bolscevica fu dovuta a tre fattori:

1)      il bolscevismo mise in circolazione un modello rivoluzionario attivo ed efficace di cui fino si sentiva fortemente la mancanza;

2)      la fondazione di uno Stato comunista in Russia trasformò l'ideale comunista in un movimento mondiale sostenuto da un potenza economica e politica formidabile;

3)      il bolscevismo si presentò sempre come un messaggio d'interesse universale.

Il successo del comunismo, enorme soprattutto nelle nascenti democrazie afro-asiatiche, fu dovuto alla sua capacità di offrire un modello coerente, universale, moderno ed efficace sullo sfondo di un liberalismo attraversato da una profonda crisi morale e dopo la crisi del '29 anche economica.

Quando la pretesa universalità del bolscevismo si scontrò con il suo essere la dottrina ufficiale dello Stato russo, fu sempre la prima a piegarsi alla seconda (data la necessità tattica immediata di mantenere il comunismo come forza affermata). Si spiegano così:

1)      il patto nazi-sovietico del 1939;

2)      le manovre sovietiche nei confronti della Cina;

3)      il controllo esercitato sulle repubbliche popolari dell'Europa orientale;

4)      asservimento della politica dell'Internazionale comunista agli interessi russi.

7.3.

Lenin, in linea con il pensiero marxista non pensò mai alla rivoluzione come limitata alla sola Russia. La guerra avrebbe imposto alle potenze industriali impegnate uno sforzo intollerabile che avrebbe dovuto innescare la rivoluzione proletaria sia nelle colonie che nel cuore degli imperi. Quando però la socialdemocrazia si sfasciò sulla roccia del nazionalismo, Lenin (e Stalin dopo di lui) furono costretti a concentrarsi sul compito di garantire la sicurezza del URSS in un mondo ostile.

7.4.

Il successo del marxismo-leninismo fu particolarmente rapido e diffuso in Asia ed in Africa. Lenin aveva sostenuto e mostrato nei fatti che la fase di sviluppo capitalista non era inevitabile e che la transizione al comunismo dei paesi arretrati poteva essere immediata.

7.5.

La reazione occidentale all'influenza sovietica ebbe tre fasi:

1)      Tra il 1918 e il 1929 i paesi occidentali impegnarono i russi con una politica di intervento che fruttò il tempo necessario alle politiche estere per stendere un cordone sanitario di attorno alla Russia. Finché la Russia fu indebolita dalla guerra civile e dal marasma economico e l'economia capitalista si mantenne efficiente non c'era motivo di temere il comunismo all'interno degli Stati occidentali.

2)      Tra il 1929 e il 1941 fece immensa impressione il contrasto tra la solidità ed il progresso economico russo e la Grande Crisi che sconvolgeva l'occidente capitalista. La sfiducia nell'efficacia del capitalismo liberale e la minaccia sempre più concreta della diffusione del comunismo si manifestò nel successo dei regimi fascisti.

3)      Dopo il 1945 la società capitalista liberale si impegnò per mostrare che era in grado di tenere testa ai successi sovietici. Nasce così la rivoluzione keynesiana dello stato assistenziale (che molto deve all'esempio sovietico di economia pianificata).

7.6.

In Africa e soprattutto in Asia l'influenza sovietica trovò molti meno ostacoli:

1)      Le forze e gli interessi del capitalismo avevano nei paesi sottosviluppati basi ristrette e screditate dalla collusione con i colonialisti. Al contrario la Russia sovietica usciva indenne dal marchio dell'imperialismo, anzi essa aveva fatto moltissimo per l'istruzione delle popolazioni del circolo artico e del Caucaso (anche se la politica illuminata varata subito dopo la rivoluzione non fu poi sempre seguita con coerenza).

2)      Il comunismo in Russia offriva l'esempio concreto di una via allo sviluppo economico assai più breve di quella del libero mercato. I costi in termini di sacrifici economici e limitazioni della libertà individuale sembravano lievi per popoli affamati dal sottosviluppo e abituati a regimi autoritari.

3)      In paesi in cui il contrasto tra ricchi e poveri era estremo le istituzioni parlamentari rischiavano di essere manipolate a favore dei primi. La dittatura sembrò ai leaders afro-asiatici l'unico modo immediatamente disponibile per garantire l'interesse comune nelle loro nazioni.

4)      La missione missionaria svolta in Europa dopo la Prima Guerra Mondiale dalla democrazia americana, fu svolta in Asia dopo la Seconda Guerra dalla democrazia russa, la cui azione aveva il vantaggio (rispetto a quella americana) di essere sociale (invece che politica) e di rivolgersi a tutti i livelli della società (invece che alle sole classi medie).

7.7.

All'inizio del XX secolo l'ordine capitalista liberale sembrava incontrastato. Appena sessanta anni dopo:

1)      un terzo della popolazione mondiale era integrato in un sistema rivale;

2)      persino in Occidente il sistema dell'economia libera aveva ceduto il posto ad economie miste con un settore pubblico in espansione.

Grazie agli sviluppi keynesiani la società capitalista è stata in grado in occidente di mettersi al passo con le condizioni del mondo moderno. Tuttavia il capitalismo è ancora colpevole di gravi torti nei confronti dei paesi sottosviluppati:

1)      quando applicato in Asia, Africa, America Latina il capitalismo agisce accrescendo lo squilibrio sociale ed economico;

2)      l'alto tenore di benessere raggiunto dalle popolazioni delle società occidentali si basa in buona parte sullo sfruttamento economico dei paesi sottosviluppati. La legge dell'ineguaglianza cumulativa è all'opera.

VIII   Arte e letteratura nel mondo contemporaneo.

a) La rivoluzione scientifica e tecnologica e b) la nascita della società di massa sono gli sviluppi strutturali che maggiormente spinsero per una rivoluzione della cultura. Tale processo fu costituito di tre fasi:

1)      1880-1814, reazione contro la tradizione;

2)      1815-1939, sperimentazione di nuovi modi di nuovi modi d'espressione;

3)      1945 in poi, abbandono di molti esperimenti e inizio di cristallizzazione culturale.

8.1.

L'evoluzione culturale verso la contemporaneità incominciò con il crollo della tradizione umanista (positivista, individualista ed antropocentrista) attaccata da più parti:

1)      Zola criticò la contraddizione tra la teoria della dignità e della uguaglianza umana e la prassi della spersonalizzazione e della disuguaglianza economica;

2)      Nietzsche attaccò direttamente i valori morali della civiltà occidentale strappando il velo ideologico steso per nascondere la vera struttura del potere;

3)      le scienze proprie (Pointcaré, Bergson, Bradley) negarono che la conoscibilità e l'ordine della Natura;

4)      Freud spalancò le porte dell'inconscio distruggendo l'io come ragione e consapevolezza;

5)      La sociologia distrusse l'illusione dell'autonomia del comportamento e del pensiero individuale.

L'orrore delle due guerre mondiali segnò definitivamente il fallimento dell'intera civiltà occidentale.

8.2.

L'attacco della nuova scienza alla visione realista ed ordinata della Natura si tradusse nell'arte in un progressivo rifiuto del realismo:

1)      l'impressionismo propose un realismo evaporante e dissolvente;

2)      il cubismo rifiutò la geometria euclidea mostrando che le cose non avevano una posizione o una forma semplice.

3)      L'astrattismo fece un passo ulteriore negando la necessità dell'oggetto stesso;

8.3.

Lo sperimentalismo ebbe come risultato di spazzare via ogni residuo della vecchia cultura, ma nel complesso non riuscì mai a giungere a risultati positivi, per la tendenza degli artisti a disperdersi in conventicole troppo esoteriche per suscitare consonanze.

8.4.

Dopo il 1945 l'arte cominciava ad accettare la convivenza con il mondo nuovo. I progressi della sociologia misero in discussione la vecchia etica individualista, mettendo in luce l'importanza delle relazioni sociali. Ciò favorì il nascere di una cultura impegnata e pronta a scendere a patti con la società industriale e massificata.

L'opera di Brecht (e la filosofia esistenzialista di Heidegger, Jasper e Sartre), caratterizzata da un universo di valori relativi e tesa al superamento dello stato precario della società umana, è esemplare di questa nuova prospettiva.

8.5.

Quanto alla società di massa la prima reazione degli intellettuali fu di disillusione rispetto alla speranza che l'estensione dell'istruzione obbligatoria avrebbe condotto all'allargamento della cultura alta all'intera società. La base sociale del nuovo pubblico era ben più diversificata di quella delle tradizionali élites acculturate ed esprimeva gusti e interessi diversi.

Furono i mezzi espressivi nuovi (cinema, romanzo, teatro, architettura, ma anche musica) a stabilire per primi un contatto con le nuova realtà, mentre le forme classiche d'espressione artistica si trovarono più impacciate, almeno in occidente.

8.6.

La cultura contemporanea ha cominciato ad assumere un carattere sempre più mondiale e sempre meno europeo (la scuola messicana di pittura; il cinema giapponese; l'edilizia urbana brasiliana). L'impatto modernizzante della colonizzazione e del risveglio nazionale ha investito anche la cultura e l'arte, producendo in una prima fase una cultura autoctona su imitazione delle forme europee, ma subito dopo (quando fu evidente che la cultura europea tradizionale non era in grado di rispondere alle esigenze nuove dei popoli dei paesi in via di sviluppo) la ricerca di una espressione artistica davvero indipendente.

La cultura di questi paesi è fortemente caratterizzata da un profondo realismo ed impegno sociale e politico. Gli artisti africani, asiatici e sudamericani si sono mostrati consapevoli che la loro opera deve contribuire alla costruzione di una nuova civiltà.







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