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Concetti e proposizioni - oggetti e proprietà degli oggetti

comunicazione


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1.0              i concetti (p. 9)

La capacità di formare e comunicare concetti è una condizione necessaria dell'esistenza di una vita associata e della capacità dell'uomo di condurre la sua vita quotidiana nelle forme che conosciamo; uso di concetti non-scientifici nella vita quotidiana. A_ il concetto è un "ritaglio" operato in un flusso di esperienze infinito in estensione e in profondità, e infinitamente mutevole; B_ la maniera in cui il ritaglio viene di volta in volta operato non è dettato in forma cogente da qualità intrinseche delle nostre sensazioni ma dipende in larga parte dalle necessità pratiche di un certo individuo, gruppo, società, etc. (tra classi sociali e generazioni diverse, e addirittura fra individuo e individuo); C_ qual è la sede propria della formazione concettuale: l'individuo, il gruppo o la società?; individuo e società interagiscono nella formazione del patrimonio concettuale sia dell'individuo sia della società; socializzazione infantile, accordo sull'organizzazione concettuale della realtà; più è ridotta la componente interpersonale, più è difficile la  comunicazione, riguardo un determinato concetto, tra l'individuo e l'ambiente sociale; D_ confusione di ruoli fra "concetti" e "termini", nel senso che la funzione dei primi viene attribuita ai secondi: il concetto può svolgere il suo compito nell'attività mentale di un individuo senza essere sta 939h77j to affatto denominato; ma buona parte della comunicazione fra umani avviene verbalmente, quindi l'etichetta verbale risulta molto utile. NB_ le occasioni di creare nuovi concetti sono infinitamente più numerose delle possibilità di creare nuovi termini: solo i concetti più usati sono etichettati con un solo termine.



1.1              concetti e proposizioni (p. 12)

Il concetto si distingue dalla proposizione perché non è pensabile come vero/falso (si possono sottoporre a test solo proposizioni, cioè affermazioni). L'utilità (nella comunicazione interpersonale) è il criterio con cui sono valutati e selezionati i concetti dell'uso comune - mentre nelle comunità scientifiche questo aspetto passa in secondo piano; nelle scienze sociali, un concetto è tanto più utile al ricercatore quanto meglio gli consente di comprendere le situazioni e i comportamenti che studia.

1.2              livelli di generalità e scala di astrazione (p. 14)

Es. di espressione di un concetto: "l'elettore che decide all'ultimo momento il partito per cui votare". Gli elettori che decidono. sono i referenti del concetto, che globalmente intesi costituiscono l'estensione del concetto stesso. Per decidere chi rientra fra i referenti, se ne valutano i requisiti (es. se è elettore, se vota.); questi criteri costituiscono l'intensione del concetto. Ogni volta che aumento l'intensione di un concetto ne riduco automaticamente l'estensione, eliminando tutti quei referenti che non possiedono il requisito richiesto; posso continuare a introdurre requisiti, rendendo il concetto sempre più specifico. Viceversa, se tolgo un requisito aumento l'estensione del concetto. L'estensione e l'intensione sono legate da un rapporto inverso, e un concetto può fare ginnastica lungo una scala di astrazione, salendo dallo specifico al generale, o scendendo nella direzione opposta. In questo tipo di operazioni l'elemento significativo è costituito dai concetti e non dai termini.

Possiamo concludere che: il numero di termini che una certa lingua usa per esprimere un concetto non ha una relazione necessaria col livello di generalità di quel concetto; quando il livello di generalità a cui si situa un concetto lo rende utile a una certa società, la lingua parlata da quella società tenderà a usare meno termini per descrivere quel concetto.

Dal momento che il termine "scala di astrazione" genera equivoco, sarebbe opportuno parlare di "scala di generalità". Infine, da ogni concetto possono dipartire più scale di astrazione, sia in senso discendente che in senso ascendente; due concetti appartenenti a scale di astrazione diverse sono incomparabili quanto a generalità.

1.3              le definizioni (p. 17)

Non c'è consenso tra gli specialisti sulla questione se una definizione si riferisca a un concetto o a un termine. A vantaggio della seconda ipotesi bisogna dire che formalmente l'operazione del definire consiste nel dichiarare l'equivalenza semantica di un termine con una frase composta da un certo numero di termini (es. Stato = comunità stanziata permanentemente.). Per dichiarare tale equivalenza semantica è necessario basarsi sui significati di ciascun termine impiegato, cioè sui concetti che designano. Se il termine ha più significati, ognuno di essi darà origine ad (almeno) una definizione.

La definizione può avere due funzioni distinte: A_ tipicamente svolta dai dizionari per i concetti/termine dell'uso comune, descrivere il raccordo tra un dato concetto e un dato termine come viene abitualmente inteso tra i membri di una comunità, cercando di cristallizzare la componente intersoggettiva del concetto che consente il suo impiego nella comunicazione (definizione descrittiva o lessicale o discorsiva); B_ incanala i contributi individuali o di gruppo al patrimonio concettuale-terminologico, proporre un nuovo raccordo tra un concetto e un termine - entrambi possono essere proposti ex-novo oppure essere già in uso: ciò che conta è che il raccordo fra essi sia nuovo, e proposto alla comunità come utile a fini pratici o cognitivi (definizione stipulativa o nominale).

Queste definizioni cd. lessicali si differenziano dalle definizioni operative delle scienze sociali.

2.0              oggetti e proprietà degli oggetti (p. 19)

Distinzione tra concetti che si riferiscono agli oggetti studiati e concetti che si riferiscono a proprietà degli oggetti studiati. Metodo delle variazioni concomitanti elaborato da J.S. Mill: in che modo devono venir trattati, per entrare nel discorso scientifico, i concetti che si riferiscono agli oggetti e i concetti che si riferiscono alle loro proprietà.

2.1       dalle unità ai casi (p. 20)

Il tipo di oggetti di cui si occupa una determinata ricerca scientifica si dice unità (si parla quindi di unità-individuo, unità-famiglia, unità-comune); concetti a più livelli della stessa scala di astrazione possono essere scelti come unità. I particolari oggetti di cui si occupa quella data ricerca si dicono invece casi; solo alcuni casi che, in base alla determinazione astratta dell'unità, potrebbero diventare casi, lo diventano agli effetti di una determinata ricerca. È inevitabile la delimitazione di un certo ambito spazio-temporale: la delimitazione dell'ambito è una forma particolare di discesa lungo una scala di astrazione, una delle tante possibili. I risultati di una ricerca non sono generalizzabili oltre l'ambito spazio-temporale, ma la copertura di un ambito ristretto con un titolo generalissimo è più una regola che un'eccezione. Senza la delimitazione spazio-temporale dell'ambito di una ricerca, tutti gli oggetti di un certo tipo (quello corrispondente all'unità scelta) passati presenti e futuri sarebbero potenziali casi della ricerca stessa.



Per delimitare ulteriormente il numero dei casi di ricorre al campionamento, la selezione di un sotto-insieme di casi che sia in qualche modo rappresentativo dell'insieme dei potenziali casi (detto dagli statistici universo) che è quello che effettivamente ci interessa. Ma una perfetta casualità di campionamento nelle scienze sociali è un fenomeno assai raro.

*riassumendo: dall'astratta determinazione dell'unità (cioè del tipo di oggetti che gli interessano), il ricercatore passa all'individuazione dei casi concreti mediante una serie di norme che determinano l'ambito spazio-temporale, fissano eventualmente i criteri di campionamento con la precisione necessaria e danno ogni altra informazione necessaria a dirimere ogni dubbio su quali singoli oggetti - e quali no - assumeranno lo status di casi in quella ricerca, cioè diverranno delle righe nella matrice dei dati. Il complesso di tali norme è la definizione operativa dell'unità di quella ricerca, visto che svolge una funzione complementare a quella delle definizioni operative già riconosciute come tali, cioè quelle che trasformano un'astratta proprietà in una variabile che diventa una colonna nella matrice dei dati.

2.2              dalle proprietà alle variabili; la definizione operativa (p. 21)

Quali concetti possano essere possano essere attribuiti come proprietà agli oggetti, dipende dal tipo di oggetti di cui si tratta. Ma in base a quali criteri il ricercatore sceglie le proprietà che farà oggetto della sua ricerca? Innanzi tutto, i casi oggetti della ricerca devono poter assumere almeno due stati differenti della proprietà in questione: se una proprietà può assumere stati diversi da caso a caso si dice che può variare, cioè assumere stati diversi da caso a caso nello stesso momento. Ma la capacità di variare non è condizione sufficiente perché una proprietà sia definita variabile: è anche necessario che il ricercatore stabilisca in che modo questi stati differenti devono essere rilevati e registrati, dando una definizione operativa delle proprietà in questione. È quindi la definizione operativa che trasforma la proprietà in una variabile.

» Per DEFINIZIONE OPERATIVA della proprietà X intendiamo il complesso di regole che guidano le operazioni con cui lo stato di ciascun caso della proprietà X viene rilevato, assegnato a una delle categorie stabilite in precedenza, e registrato nel modo necessario a permetterne la successiva analisi con le tecniche che si intendono usare.

[1] Una parte della d.o. regola il modo di interrogazione (il testo della domanda può essere fisso o variare a seconda delle caratteristiche dell'interrogato - in questo caso il ricercatore deve istruire i suoi collaboratori (intervistatori); anche questa decisione introduce una regola, e come tale fa parte della decisione operativa).

[2] Una seconda parte specifica di tale d.o. è il modo in cui si devono registrare le risposte degli intervistati (il ricercatore può preparare un elenco più o meno generico e istruire gli intervistatori su come ricondurre alle voci in elenco tutte le possibili dizioni a cui ricorrono gli intervistati); sia l'elenco sia le istruzioni fanno parte della definizione operativa. Nel caso di registrazione  delle risposte degli intervistati, le istruzioni su come ricondurre ciascuna risposta registrata a una voce dell'elenco saranno impartite non più agli intervistatori, ma ai codificatori. In genere a ciascuna voce dell'elenco viene assegnata una diversa etichetta numerica, detta valore; la tavola di corrispondenza fra le voci e le rispettive etichette si dice codice; l'attività di trasformazione delle prime nelle seconde si dice codifica, e il codificatore è chi la svolge.

[3] Una terza parte specifica della d.o. è l'indicazione della posizione che la variabile assume nella matrice dei dati, precisata mediante il tracciato-scheda.

[4] Quarta parte specifica della d.o. sono speciali procedure di controllo (sullo stato di verità e congruenza delle risposte, in sede di analisi dei dati).

Queste parti specifiche della d.o. fanno capo a un tessuto di regole generali, comuni a tutte le proprietà registrate mediante la stessa tecnica (es. impaginazione del questionario, tecniche di intervista, codifica delle schede.).

Data l'unità, l'ambito e la tecnica di consultazione si ricavano i casi della ricerca, e si identifica la proprietà da rilevare sui casi, in base alla relativa parte specifica della def_op à necessità di definire operativamente le proprietà che si studiano per "ridurre l'opinabilità" - e non conferire certezza! - delle affermazioni (vedi p.25); casistica di distorsioni prodotte da sviste o da scarsa coscienza professionale + inevitabili distorsioni derivanti da insufficiente abilità nel seguire le istruzioni. Il grado di accuratezza con cui si cerca di rilevare e correggere gli errori è una delle parti implicite della def_op, mentre gli errori stessi non ne fanno parte.

2.3              la matrice dei dati (p. 27)

Nell'intraprendere una ricerca scientifica dunque, si sceglie un certo insieme di oggetti dello stesso tipo (casi) e si registra il loro stato su alcune proprietà, che si sono trasformate in variabili mediante altrettante definizioni operative. Se la registrazione è sistematica è utile fare ricorso a una matrice dei dati, che ha tante righe quanti sono i casi (da C1 a Cn) e tante colonne quante sono le variabili (da V1 a Vm). Nell'intersezione tra una riga e una colonna sta un dato, cioè il valore assegnato a un certo caso su una certa proprietà.

V1

V2




........

Vm

C1

D11

D12

........

D1m

C2

D21

D22

........

D2m

:

:

:

:

:

:

:

:

Cn

Dn1

Dn2

........

Dnm

In concreto, dato che i valori sono abitualmente costituiti da etichette numeriche, la matrice apparirà come una incomprensibile distesa di cifre: essa contiene solo simboli numerici, per il cui significato fa riferimento a due documenti esterni, il tracciato-scheda (posizione di ogni variabile nella matrice) e il codice (attribuisce alle cifre un significato a seconda delle variabili cui appartengono).

Gli strumenti fisici di immagazinamento-dati sono tra i più vari: schedoni, nastri e dischi magnetici, e soprattutto le schede perforate a 80 colonne; accade spesso che un perforatore salti una cifra; wild code checks - controllo dei codici irregolari.

NB_ si parla di cifre e non di dati, perché un dato può essere composto di più cifre.

2.4              unità di raccolta e unità di analisi; tipi di proprietà (p. 28)

Es. di ricerca in cui l'unità è il comune. È opportuno distinguere tra unità di raccolta dei dati (o rilevamento) dall'unità di analisi (o riferimento). Proprietà aggregate sono quelle che vengono poste in essere aggregando informazioni raccolte su unità di tipo diverso da quelle a cui vengono riferite; la loro caratteristica è quella di essere rilevate sulle parti, e riferite all'intero. Nel caso di proprietà contestuale invece una proprietà rilevata sull'intero viene riferita a una parte; essa è costante se tutti i casi sono parte dello stesso intero al cui livello è rilevata la proprietà.



Quando l'unità è l'individuo: nelle scienze sociali non si danno proprietà aggregate (sono molto importanti quelle contestuali); mentre non è così, ovviamente, nelle scienze biologiche.

Esistono anche proprietà comparative (quando un caso è classificato in rapporto ad altri casi) e proprietà relazionali (quando un caso è classificato sulla base dei rapporti che trattiene con gli altri casi). Infine, in una matrice dati l'unità di analisi deve essere sempre la stessa, mentre tutte le prorietà sopra descritte possono susseguirsi in qualsiasi ordine come variabili della stessa matrice.

» Panel: termine inglese che designa una giuria, e per estensione ogni gruppo la cui estensione dovrebbe restare stabile; nella tecnica dell'intervista si tratta della rilevazione in tempi successivi delle stesse proprietà sugli stessi casi. Esistono anche le cd. time series.

2.5              cenni storici sui concetti di matrice dati, variabile e definizione operativa (p. 30)

Il concetto di matrice dei dati nasce all'inizio dell'800 fra gli studiosi dell'università di Gottinga, a cavallo fra la statistica e la politica comparata. Il termine variabile, nelle scienze sociali, ha assunto un significato diverso sia rispetto alla matematica sia alle scienze sperimentali. Il concetto di definizione operativa nasce in fisica; Bridgman nel 1927 richiama l'attenzione sul ruolo specifico delle def_op: "per concetto non si intende in realtà che un gruppo di operazioni, e se abbiamo più serie di operazioni diverse abbamo anche più concetti, e dovrebbe esserci un termine differente per designare ciascuna serie". Poi Bridgman viene criticato! Infine, per le scienze sociali intersoggettività e ripetibilità delle def_op sono un traguardo ancora lontano, a cui si tende.

3.0              gli indicatori (p. 32)

Fra politologi e sociologi è abbastanza diffusa l'abitudine di considerare interscambiabili i concetti di indicatore e definizione operativa. Dove nasce il problema: ci sono concetti così generali che il ricercatore non trova, nella loro intensione, spunti sufficienti per fissare una definizione operativa. Ma è possibile stabilire un rapporto di indicazione o rappresentanza semantica fra il concetto che ha suggerito la def_op e uno dei concetti troppo generali per suggerirla. Tale rapporto, stabilito "in base a significati sociali" dei concetti interessati, cioè ai loro significati nel contesto in cui si svolge la ricerca, fa del concetto più specifico un indicatore del concetto più generale. (NB_ figure 2, 3, 4 a pag. 34)

3.1       il rapporto di indicazione: natura stipulativa e dipendenza dal contesto (p. 34)

La maniera di discendere da una scala di astrazione non è affatto obbligata: si possono trovare molteplici indicatori di uno stesso concetto generale; è necessario travere indicatori appropriati al contesto di ricerca. Elasticità di rapporti semantici fra concetti (che suggeriscono direttamente una def_op) a livelli di generalità diversi. Possibilità di divergenza di rapporti di indicazione di un determinato concetto specifico (stesso indicatore per due concetti generali di contenuto semantico diverso, magari opposto): il contenuto semantico di un concetto, e quindi il suo legame con altri concetti più generali, è diverso a seconda dei contesti sociali (e questo può rappresentare un problema di interpretazione in ambito politico).

3.2       validità e attendibilità (p. 34)

Dice Lazarsfeld: "ogni indicatore possiede un carattere specifico e non deve mai esser considerato completamente rappresentativo di un altro concetto". Se, nella stessa scala, il concetto I è a un livello inferiore del concetto A, significa che esso copre soltanto parte dell'estensione semantica del concetto A.

Parte indicante: la parte di estensione di I che ne fa un plausibile indicatore di A, il contenuto semantico in comune tra I e A; parte estranea: il contenuto semantico che I ha in comune con altri concetti, estraneo rispetto al rapporto semantico fra I e A che ci interessa al momento. Gli indicatori più validi [ validità ] sono quelli con la parte indicante più ampia e la parte estranea il meno ampia possibile. La validità non può essere misurata a priori: generalmente ci si avvale della conoscenza del contesto; oppure ci sono 2 tecniche: criterion-related validation (quando un supposto indicatore del concetto A è correlato con qualche altro indicatore, già accettato come valido, dello stesso concetto), e construct validation (validazione per relazione con altri concetti).

L'attendibilità o affidabilità (ingl. reliability) è una proprietà del rapporto fra il concetto che ha suggerito la definizione operativa e gli esiti effettivi delle operazioni che tale definizione prevede. Non essendo possibile misurare la "parte indicante", cioè l'estensione della corrispondenza semantica fra due concetti, ci si avvale di un criterio che presuppone un solo indicatore dello stesso concetto. Il cd. test-retest reliability consiste nel somministrare due volte lo stesso stimolo agli stessi individui, e misurare la correlazione fra le risposte date nelle due occasioni (questa tecnica ha però molti limiti).

3.3       pluralità e congruenza degli indicatori (p. 39)

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