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CULTURA E POTERE TECNOLOGICO

comunicazione


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cultura e potere tecnologico

"Molti di noi vivono ancora 'come se'. il lavoro fosse dato una volta per tutte, 'come se'. la televisione, o un guru o un giornale dicessero la verità, 'come se' le nostre scelte dipendessero da argomentazioni razionali, o magari da pulsioni irrazionali, sempre però descrivibili da un discorso razionale. [.] è sempre più difficile, ma ancora non è impossibile vivere così. [. ] Anzi [.] forse l'essenza del capitalismo postindustriale è proprio quella di consentire tutti questi 'come se', di favorirli [.] come comodi bozzoli in cui ognuno possa adagiarsi, mentre il capitale costruisce i suoi profitti proprio sul sovraccarico informativo globale, sull'incertezza cognitiva e sull'angoscia comportamentale di ciascuno di noi. [.] Continuando a vivere nella credenza di una stabilità del reale, della governabilità dei flussi informativi, della nostalgia del referente, non faremo certo rivivere il vecchio rapporto di sudditanza fra rappresentazione e realtà; semplicemente non capiremo nulla di quanto avviene intorno a noi, saremo solo travolti dai processi e neppure lo sapremo". (A. Caronia, 'Il corpo vitruale', pgg. 159-160)

Personalmente ritengo che siamo solo all'inizio di una curva ascendente di velocizzazione globale dello sviluppo tecnologico, ed è improbab 919f55j ile che si verificheranno (e senz'altro non accadrà a corto raggio) fasi di rallentamento entro le quali poter assimilare 'biologicamente' e culturalmente tutti i cambiamenti che le innovazioni tecnologiche oggi comportano. Cultura allora non significa 'ventaglio completo' di conoscenze più o meno specifiche, tecniche, bensì capacità di comprendere la natura dei cambiamenti tecnologici e di riflesso sociali ed economici, (categorie quest'ultime che inglobano il politico). Cultura, ancora, non significa unidirezionalità, 'incancrenimento specialistico', ma capacità di appropriazione di pluralità di sguardi, di punti di vista associata alla possibilità, repente e in più campi, di approfondimento, di assimilazione anche specialistica, di qualità dell'informazione assimilata che può trasformarsi in offerta, e perché no, servizio a sua volta qualitativamente elevato e celere. Insomma, cultura, come sempre e oggi più che mai, significa metodo ed elasticità, nel momento in cui il soggetto diventa 'elemento interattivo nel crocevia di forze ed energie diverse. Osservare ciò che accade per dedurne i riflessi e non farsi cogliere impreparati, saper investire il proprio tempo e le proprie energie in campi 'futuribili', innovativi attraverso gli strumenti più idonei, veloci e affidabili: ecco secondo me la migliore strategia di vita. La nostalgia di fasi di stasi e di maggior stabilità creerà un'inettitudine di fondo e 'risacche di isolamento'; non sarà un atteggiamento utile, e senz'altro porrà fuori dal tempo. L'atmosfera che si prospettata fin qui ricorda la realtà del film 'Brazil' di Terry Gilliam, del 1985.



Credo, giunti sin qui, che sia necessario puntualizzare una questione nevralgica, essenziale nello sviluppo delle nostre riflessioni. Vi è chi afferma, ritengo con eccessivo ottimismo, la possibilità di essere liberi di scegliere la propria dimensione e i propri tempi potendo attingere da un serbatoio di modelli immenso quale una società basata sul concetto d'interattività sembra volerci offrire. Non mi pare si tratti neppure di sfumature, mi spiego: partiamo dal presupposto che moltissimi media sono oramai divenuti indispensabili e non solo alla comunicazione, alla produzione o ad una 'economia della qualità della vita', ma alla sopravvivenza stessa. Di molti media non si può fare a meno e il loro 'mantenimento', nel senso di proseguimento a un utile 'usufrutto', richiederà presenza e competenza sempre maggiori, e dunque un atteggiamento di continua informazione e informatizzazione, perché gli strumenti ad alta tecnologia a nostra disposizione sono sempre più numerosi, e anche qualora vengano in un futuro prossimo incanalati in un unico strumento, questo sarà sempre più 'portatile', sempre più legato al nostro corpo, ai nostri spostamenti alle nostre abitudini, ai nostri ritmi, sui quali le generazioni di apparecchiature precedenti avranno già lasciato tracce indelebili. Ogni nostro passo sarà calcolato, identificabile, decifrabile, trasmettibile, e per avere un po' di 'respiro' non resterebbe che sperare nelle variabili, negli imprevisti non calcolati, nei virus, nella deprogrammazione. Forse (e mi si perdoni il colorito azzardo) le prossime generazioni saranno impegnate in una lotta politica tra i promotori dell'ordine e gli 'attivisti' del caos.

Altro aspetto della questione: tutti gli 'oggetti' immateriali accresceranno il loro valore a discapito di quelli materiali, fino ad ora alla base del concetto di scambio. Per fruire di questi nuovi prodotti all'interno del mercato 'virtuale', il medium più importante è chiaramente la vista. Conseguentemente l'attenzione degli altri sarà il bene più importante: nel cyberspace si esiste se qualcuno ci legge, ci guarda e ascolta, ma soprattutto, per ora, se qualcuno ci vede. Per catturare questa attenzione i produttori di qualsiasi bene di consumo faranno di tutto. Nel mondo delle 'entità impalpabili', la conoscenza tecnica del mondo informatico sarà la competenza più importante e cara, nel senso di prezzo, proprio in quanto necessaria ed estremamente richiesta. Il tempo allora assumerà, cosa che si sta già verificando, un valore mai avuto prima: si pagherà per ricevere il tempo di qualcuno, ma non in proporzione all'entità della prestazione offerta, il tempo verrà quantificato di per sé stesso, o al massimo in base a chi lo offre. I tariffari temporali non sono poi fantascienza, ma regolano già molte attività commerciali e molti servizi della nostra società.

Sappiamo tutti che la corsa irrefrenabile della tecnica e della tecnologia nasce atavicamente dall'impulso a migliorare le condizioni di vita dell'uomo, alleggerendone le prestazioni fisiche e dunque  dilatandone il tempo a disposizione per la cura di sé, sia fisica che mentale. Si è giunti, dal dopoguerra in poi, ad una fase di surplus di tempo, che nell'era televisiva diventa inutile  fino alla noia mortale: si crea uno spazio temporale vuoto che nuovi bisogni 'artificiali' prontamente colmano. Non mi pare di azzardare troppo avanzando l'ipotesi che nell'era informatica avanzata, cioè in un futuro prossimo, il vecchio 'consumatore televisivo' dovrà pagare caro per riavere il suo (una volta suo) tempo: possederlo significa poterlo sfruttare, farlo cioè fruttare mettendolo a disposizione di un'attività non necessariamente produttiva, ma comunque gratificante, la quale ormai è perlopiù realizzabile solo nel 'grembo' di una società sviluppata e organizzata, laddove cioè i nostri bisogni sono più radicati. Ma il 'consumatore televisivo' non avrà, in generale, le conoscenze e le competenza per muoversi in tale contesto sempre più informatizzato, sempre più parcellizzato e regolamentato: per riappropriarsi del tempo dovrà pagare. Non essendo in grado di produrre nulla di utile per lo sviluppo della società informatizzata, pagherà con l'unica energia 'sfruttabile' che possiede, il suo tempo, dovendo rinunciare così ad un'indipendente formazione, ad un proprio giudizio critico, per non parlare di una individuale potenza decisionale. Egli si aggiungerà alla massa di fruitori che compongono il mercato




Oggi conoscenza significa informazione: si è abbassato il livello di profondità della conoscenza in nome di una diffusione 'universale'. Il sapere è frammentato e frammentario: 'bisogna' conoscere tutto e non c'è tempo per fermarsi su qualcosa. Abbiamo già a che fare con un tipo di conoscenza del futuro sufficiente a muoversi nel labirinto del ciberspazio, fatto di codici e regole, senza sprofondarvi.

Non credo alla democratizzazione dell'informazione: la realtà di adesso è ben altra: il nuovo progresso tecnologico, favorisce sì la più ampia partecipazione dei 'cittadini' e la ricostruzione di comunità organiche, ma  funziona anche come sempre più efficiente strumento di manipolazione, anche se non in forme dispotiche e orwelliane. Non sarà tanto semplice attingere a tutte le fonti d'informazione con cui si desidera entrare in contatto, perché sarà necessaria ogni volta una chiave di accesso, perché sarà indispensabile dare qualcosa in cambio (fatto che prima succedeva soprattutto per i beni materiali). Il potere dunque sarà in mano a tutti coloro che avranno delle conoscenze specifiche, tecniche e non, e sapranno trasformarle in servizi, e ritengo inoltre che ciò si stia traducendo nella lotta di pochi a preservare questo prezioso sapere al fine di essere sempre in meno a gestirlo. Lo strumento principale per fare ciò è rendere inaccessibile la conoscenza ai più, pagare profumatamente chi se ne è costruita una e inglobarlo nel proprio circuito. Si sta parlando di multinazionali che gestiscono l'informatizzazione dell'informazione: una volta assicurati i bisogni primari al pubblico (termine che oggi ha sostituito 'popolo') gliene si possono creare di secondari a volontà, fino a che la loro carta di credito eroga numeri e con essi denaro.

Ecco come descrive le cose A. Caronia in 'Il corpo virtuale', (cito liberamente dalle pagine 171-174): "Le formazioni sociali postmoderne non obbediscono più alle leggi del capitalismo classico, ossia al primato della produzione industriale e all'onnipresenza della lotta di classe. Per una rosea visione del problema pare che siamo di fronte all'era del prosumer, come altri hanno definito il nuovo soggetto, fatto di più io, produttore e allo stesso tempo consumatore: è l'inizio di una Terza Ondata  dopo quella della società agricola e della società industriale, capace di ricomporre ciò che quelle avevano diviso. E mentre tutti i settori del lavoro tradizionale industriale sono soggetti a rapide ristrutturazioni che migliorano i servizi, i prodotti e tagliano il personale, il solo nuovo comparto che inizia ad affiancarsi all'orizzonte dell'attuale sistema economico, è quello della conoscenza: un gruppo elitario di settori e discipline professionali - i cosiddetti analisti di simboli o knowledge workers - responsabili di spianare la strada alla nuova economia automatizzata ad alta tecnologia. L'era del lavoro 'tradizionale' sta finendo, e i milioni di posti precedenti non saranno mai rimpiazzati. La manodopera sarà trattata con modalità molto simili a quelle riservate ad una classe sociale un tempo identificata con l'appellativo collettivo di schiavi, e la nuova classe operaia sarà costituita da computer operators, o meglio informatic operators, se così si può dire, categoria che ancora oggi designa una élite di tecnici."

Probabilmente torneremo ad una fase di commercializzazione basata sul concetto di scambio, questa volta però la merce sarà costituita da informazioni, documenti e competenze, ciò che sta alla base del concetto di cultura e che lo diventa sempre meno.







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