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CHE COS'E' LA SOCIOLOGIA? Norbert Elias - IL SOCIOLOGO COME CACCIATORE DI MITI

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CHE COS'E' LA SOCIOLOGIA? Norbert Elias - IL SOCIOLOGO COME CACCIATORE DI MITI

CHE COS'E' LA SOCIOLOGIA? Norbert Elias

CAPITOLO 1: SOCIOLOGIA: LA PROBLEMATICA DI COMTE

Sorvolando sulle manie e bizzarie di Comte (1798\1857), è il caso oggigiorno di rivalutare il pensiero di quest'uomo che fu il primo sociologo. Infatti si considera Comte come il più radicale dei positivisti, cioè uno che da' importanza solamente all'empiria. Ciò non è esatto, infatti Comte fu abbastanza chiaro nel dire che nonostante l'importanza dei fatti oggettivi, questi sono incomprensibili senza un riferimento teorico con cui osservarli. Il lavoro scienti 717j91h fico si basa su un indissolubile legame tra sintesi e osservazioni particolari, elaborazione teorica ed empirica.

I 3 problemi che Comte tentò di risolvere nel suo "corso di filosofia positiva":

-         elaborare una teoria sociologica del pensiero e della scienza

-         definire relazioni esistenti tra scienze fisiche, biologiche e sociologiche



-         fondare l'autonomia della sociologia dalle altre scienze stabilendo un metodo appropriato.

Infatti egli si rese conto che la società non poteva essere studiata come se fosse una scienza naturale, ed anche per questo motivo coniò una parola nuova, appunto "sociologia". Per Comte il principale obiettivo della sociologia era scoprire le leggi dello sviluppo sociale (es: la sua legge dei 3 stadi). Il passaggio da una teoria della conoscenza di tipo filosofico ad una di tipo sociologico, si rivela nell'aver posto al centro dell'analisi sociologica la società e non l'uomo\individuo.

Un altro punto centrale nel pensiero comtiano è l'importanza delle modalità del passaggio dal pensiero pre-scientifico al pensiero scientifico e questo è sempre legato alla sua teoria dei 3 stadi, secondo la quale l'uomo nell'indagare sul mondo userebbe nell'ordine metodo teologico, metafisico, positivo; l'uomo dapprima riflette sulla natura inanimata, poi su quella vivente, infine sulla società.

La tradizione filosofica della teoria della scienza e della conoscenza, muove dall'ipotesi che la forma del pensiero sia eterna ed immutabile (es: le categorie della logica), mentre i suoi contenuti possano variare, inoltre una scienza si legittima in base al suo metodo indipendentemente dal suo oggetto (questa è una posizione egocentrica che deriva dal modo di pensare delle scienze naturali). Comte si oppose a questo dicendo che bisogna distinguere forma del pensiero e contenuti del pensiero, ma non separarli. Infatti il metodo deve potere essere flessibile in modo da adeguarsi al suo oggetto di studio, e non è vero che la forma del pensiero sia immutabile, perché nel corso della storia l'uomo si è approcciato al mondo secondo diversi schemi (teologico, metafisico, positivo), prima di arrivare a quello attuale.

Comte, parlando delle scienze, pose inoltre il problema della specializzazione scientifica. Ai suoi tempi infatti stavano nascendo, sviluppandosi o dividendosi molte nuove scienze, e ci si iniziava a chiedere se ciò non avrebbe portato all'esistenza di troppe inutili branche e scienziati. Comte dice che la divisione del lavoro intellettuale è un passo determinante all'interno della filosofia positiva, ma bisogna evitare che ogni scienziato studi per conto proprio e si fossilizzi sui propri metodi. Comte quindi promuove l'interdisciplinarietà per evitare una specializzazione esagerata delle scienze. Una nuova classe di scienziati, i sociologi appunto, provvederanno a studiare lo spirito di ciascuna scienza allo stato attuale e determinare le possibili relazioni di queste con tutte le altre scienze.

CAPITOLO 2: IL SOCIOLOGO COME CACCIATORE DI MITI

Gli scienziati sono cacciatori di miti perché attraverso l'analisi dei fatti tentano di "convertire" i miti, le convinzioni religiose, le speculazioni metafisiche, in modelli teorici empiricamente verificabili, dimostrabili e correggibili.

La teoria filosofica della conoscenza dà per scontata la conoscenza scientifica, come se fosse sempre esistita ed esistesse esclusivamente quella; la teoria sociologica della conoscenza studia le strutture pre-scientifiche del pensiero e il loro carattere sociale. Nessuno dei due approcci quindi considera quali siano le condizioni che permettono alle ideologie pre-scientifiche e ai miti di diventare poi teorie scientifiche (sia della natura che della società).

Sappiamo, ad esempio riguardo all'uso del linguaggio, che l'uso di concetti che implicano l'idea di un nesso impersonale di eventi, derivano sicuramente dalla conoscenza di concetti che implicano invece l'idea di un nesso personale di eventi.

La condizione di passaggio dal pensiero pre-scientifico al pensiero scientifico è che gli uomini siano in grado di percepire dei nessi particolari tra gli eventi. Inizialmente sono concetti d'azione, poi divengono concetti di funzione. Per riuscire a considerare la 'natura' come un contesto funzionale, meccanico e regolare, gli uomini dovettero liberarsi dell'idea molto più appagante che dietro ad ogni fenomeno naturale vi fosse uno scopo significativo (concezione egocentrica ed animista\religiosa). Infatti ancora oggi molti trovano ripugnate il fatto che la società sia un contesto funzionale, non legato alle intenzioni e agli obiettivi degli individui che la compongono; è insopportabile rendersi conto che gli uomini formano tra loro delle interconnessioni funzionali nella quale buona parte delle azioni sono cieche, prive di scopo o involontarie. Questo può significare uno svuotamento di senso.

L'autonomia di una scienza si realizza in 3 punti:

-         autonomia rispetto al campo di indagine

-         autonomia rispetto alla teoria scientifica di questo campo di indagine

-         autonomia rispetto all'ambito accademico e ai gruppi professionali scientifici

il carattere sociale della ricerca scientifica è dimostrato dalla continua esigenza che i suoi risultati possano essere verificati.

La sociologia come scienza autonoma è nata in un periodo (1800\1900) durante il quale l'industrializzazione, i conflitti e le controversie sociali, hanno subito una spersonalizzazione: le rivendicazioni vengono fatte in nome di principi impersonali (libertà, uguaglianza.). Se proprio in questo periodo gli uomini si comportano in questo modo è probabilmente perché proprio ora iniziano a percepirsi come una forma nuova: non si sentono più semplicemente individui, ma appartenenti ad una società.

Lo sviluppo della sociologia coincide anche con un mutamento generale dei maggiori Paesi europei (es: spostamento di potere dalle monarchie alle democrazie); non si deve slegare il complessivo sviluppo sociale di questi, dallo sviluppo della sociologia stessa. Questo parallelismo evolutivo sfugge facilmente all'attenzione se questa si concentra soltanto su una singola sfera, ad esempio su quella economica, politica o sociale. Il compito della sociologia è anche quello di mettere in evidenza le trasformazioni che avvengono nelle singole sfere ed i risvolti che questo fatto causa sui normali\generali comportamenti umani. Ad esempio, la storia di Francia, Inghilterra e Germania sono molto diverse, ma perché in tutti questi paesi è avvenuto nello stesso periodo, lo stesso fenomeno, cioè lo spostamento di potere alle democrazie?

Ecco alcuni fattori comuni che hanno portato a tali conseguenze:

-         allargamento del diritto di voto

(in tutti paesi i governanti dovettero legittimarsi di fronte ai governati attraverso principi e ideali relativamente impersonali che concernevano l'ordinamento dei rapporti sociali e per accaparrarsi la simpatia di questi, dovettero venire incontro alle loro esigenze, tra le quali c'era anche il diritto di voto)

-         riduzione delle differenze tra strati sociali

(detto fenomeno della democratizzazione funzionale)

-         multipolarità istituzionale e reciprocità di controllo tra i vari gruppi sociali

(crescita della dipendenza di ogni persona e di ogni gruppo da un numero sempre più

 elevato di altre persone e altri gruppi)



-         consapevolezza dell'appartenenza ad una società e che i problemi hanno un risvolto sociale

CAPITOLO 3: MODELLI DI GIOCO

In questo capitolo verranno presentati dei modelli di gioco basati su regole artificiali che rispecchiano il modo di gestire la forza tra i partecipanti, servono ad illustrare gli equilibri di potere in ballo durante l'interazione. Per quanto siano grandi o piccoli i differenziali di potere, sono però presenti equilibri di forze ovunque sussista tra gli uomini una interdipendenza funzionale.

Il concetto di potere è inteso come forza relativa dei giocatori, ed è un concetto di relazione, perché si riferisce alle possibilità di vittoria di un giocatore rispetto al suo avversario. Anche il concetto di funzione deve essere inteso come concetto di relazione, perché non si può capire l'atteggiamento di A senza far riferimento a quello di B.

IL GIOCO PRIMARIO: IL MODELLO DI INTERCONNESSIONE SENZA NORME

Due piccole tribù vivono nella stessa zona, ma da un po' di tempo il cibo scarseggia. Di conseguenza cresce la rivalità tra le due tribù, una delle quali è composta da membri muscolosi e corpulenti ma lenti e anziani, mentre l'altra è composta da membri molto giovani, piccoli e agili. Una tribù attacca l'altra, e questa prepara una contromossa. I due gruppi dipendono uno dall'altro, ogni mossa di un gruppo determina quella dell'altro gruppo e viceversa. Ma non si possono trovare spiegazioni alle azioni dei gruppi se prese singolarmente: si possono comprendere solo in relazione alle azioni dell'altro gruppo. Le mosse di ogni gruppo non sono regolate da norme, ma dalle supposizioni circa la forza a disposizione dell'avversario.

MODELLI DI GIOCO: MODELLI DI INTERCONNESSIONI BASATE SU REGOLE

 

GIOCHI BIPOLARI

1A) gioco a 2; A è molto forte perché ha un alto grado di controllo su B, ma anche sul gioco stesso. Sebbene la forza di cui dispone B sia minore di quella di A, questa non può mai essere nulla, altrimenti non ci sarebbe interazione e il gioco non sussisterebbe.

         1B) gioco a 2; la forza di A e B si uguagliano. Il risultato dell'interconnessione delle mosse compiute dai 2 individui è un gioco che nessuno ha programmato, le mosse sembrano dipendere dalla mutevole conformazione del gioco, il quale sta assumendo il carattere di un processo sociale e cessa di essere il prodotto di scelte individuali.

GIOCHI MULTIPOLARI SU UN SOLO LIVELLO

2A) numero indeterminato di giocatori; A gioca nello stesso tempo, ma separatamente con tutti gli altri giocatori. A è il più forte di tutti gli altri giocatori, ha molto controllo sia su di loro che sul gioco stesso. La situazione di A potrebbe cambiare se il numero di avversari contro cui giocare aumentasse esageratamente.

2B) numero indeterminato di giocatori; A gioca nello stesso tempo con un gruppo composto da vari avversari. A è molto più forte del gruppo degli avversari. Nel gruppo degli avversari non ci sono tensioni interne. La formazione di un gruppo da parte dei molti giocatori + deboli rappresenta una riduzione della superiorità di A.

2C) numero indeterminato di giocatori; la forza di A diminuisce rispetto alla forza del gruppo dei suoi avversari. Se il gruppo è abbastanza unito le chances di A diminuiscono, e il gioco (come in 1B) comincia ad assumere la conformazione di un processo sociale.

2D) numero indeterminato di giocatori; due gruppi giocano l'uno contro l'altro. I due gruppi hanno approssimativamente la stessa forza. In questo caso il gioco non è controllabile né da un giocatore singolo né da uno dei due gruppi impegnati. Nessuna azione compiuta da una sola parte può essere spiegata esclusivamente in riferimento a quest'unica parte, essa può essere spiegata soltanto come prosecuzione dell'interconnessione precedente e come componente dell'attesa interconnessione futura a cui daranno luogo le azioni di entrambe le parti.

GIOCHI MULTIPOLARI A DIVERSI LIVELLI

Pensiamo ad un gioco multipolare in cui il numero dei partecipanti cresce continuamente. Ogni giocatore deve attendere sempre di più per poter giocare la propria mossa e gli è sempre + difficile farsi un'idea del corso del gioco. Crescendo il numero dei giocatori interdipendenti, la figurazione del gioco, il suo sviluppo e la sua direzione divengono sempre più opachi per il singolo giocatore, tali elementi si fanno per lui sempre più incontrollabili. Egli acquisisce anche la consapevolezza di non poter più comprendere e controllare il gioco.

L'aumento dei giocatori può portare a:

-         disintegrazione del gruppo in gruppi minori che si allontanano sempre di + tra loro

-         disintegrazione del gruppo in gruppi minori che possono creare una nuova configurazione di gioco composta da piccoli gruppi interdipendenti che giocano + o meno autonomamente

-         trasformazione del gruppo in una figurazione di maggiore complessità (gioco a due livelli)

3A) MODELLI DI GIOCO A DUE LIVELLI: IL TIPO OLIGARCHICO

Tutti i giocatori rimangono interdipendenti pur non giocando + direttamente gli uni contro gli altri. Il "secondo piano" è composto da rappresentanti, funzionari, capi, governi, élites, un gruppo ristretto i cui membri giocano direttamente insieme o contro altri, possiedono il monopolio all'accesso al gioco, ma sono legati a tutti i giocatori del "primo piano". I due livelli dipendono uno dall'altro e possiedono una diversa quantità di chance di potere. Il gioco del secondo livello è percepito ancora come un susseguirsi di mosse individualmente determinate. In questo tipo di gioco l'equilibrio di potere a favore del piano superiore è molto sproporzionato, niente affatto elastico e del tutto stabile.

         3B) MODELLI DI GIOCHI A DUE LIVELLI: TIPO SEMPLIFICATO DELLA PROGRESSIVA DEMOCRATIZZAZIONE

Gioco a due livelli dove la forza del livello inferiore cresce lentamente ma in modo continuo. Questo aumento di potere influenza le mosse del livello superiore in modo molto complesso. L'influenza è di solito indiretta e latente (manca loro un'organizzazione) e si riscontra nel crescente controllo sul primo livello.

Il progressivo spostamento di potere fa in modo che i partecipanti pensino che i giocatori del livello superiore esistano in funzione di quelli del livello inferiore (prima era il contrario). Ora per i giocatori del secondo livello il gioco diventa più complesso, e anche a questi risulta difficile calcolare le proprie mosse (non vengono + percepite come qualcosa di personale). All'interno del modello 3A oligarchico si ha ancora l'impressione che un giocatore e il suo gruppo (es: partito) possano davvero controllare e manovrare autonomamente lo svolgimento del gioco; mentre in questo modello dove il potere è distribuito più estesamente, si ha l'impressione che sia proprio il corso del gioco a determinare le mosse di ogni singolo giocatore.

Emerge fra gli individui la tendenza ad elaborare concetti impersonali (vedi capitolo precedente) capaci di tenere intellettualmente conto delle loro esperienze di gioco, cioè concetti che rappresentano la relativa autonomia del gioco rispetto alle intenzioni dei singoli giocatori. È molto dura capire che l'incapacità di controllare il corso del gioco deriva dalla loro mutua dipendenza, dalla posizione da loro assunta come giocatori e dalle tensioni e conflitti immanenti a questa interconnessione.

COMMENTO

1.       i modelli presentati non sono altro che modelli didattici, la cui funzione è  facilitare la comprensione dei processi sociali. Infatti si dice che la sociologia studi la società, ma spesso non si ha chiaro il  significato di questa parola.

2.     I modelli servono anche a mettere in luce il problema del potere, e delle sue diverse forme. All'interno di una relazione il potere è sempre presente in entrambe le parti, anche se in proporzioni diverse. Questi modelli possono anche aiutarci a considerare il potere come un concetto di relazione e non come un concetto statico. Spesso infatti tendiamo ad attribuire a qualcuno o a qualcosa la detenzione di tutto il potere dimenticando quanto detto sopra.




3.     Il modello 1A (assenza di norme) corrisponde all'idea che molti si fanno circa il modo in cui è possibile spiegare gli eventi sociali, perché le mosse sono avanzate da due individui. Anche qui la relazione è considerata ancora come uno stato e non come un processo. Nel modello 2C e 3B l'intreccio di mosse e persone porta ad uno svolgimento del gioco diverso da quello che i partecipanti avevano programmato. Alla luce di questi fatti, due modelli dimostrano l'autonomia della sociologia, perché si è visto come non sia possibile trattare la società semplicemente come un aggregato di individui, che può essere studiato esclusivamente su di questi: il numero dei partecipanti e il numero di relazioni possibili tra essi influisce in maniera inaspettata, e nessuno dei giocatori può + controllare e guidare il gioco singolarmente.

4.     I movimenti demografici dei modelli 3A e 3B sono cambiamenti di numero che rientrano in certe unità sociali (cioè è un fenomeno da collocare in un contesto preciso). Non si può dire però che il movimento demografico sia la causa e tutti gli altri cambiamenti ne siano conseguenze. Così come è avvenuto con l'incremento demografico del tardo 1700: esso era sia causa che conseguenza delle complessive trasformazioni che avvennero in quel periodo.

CAPITOLO 4: GLI UNIVERSALI DELLA SOCIETA' UMANA

Quando parliamo di universali della natura umana dobbiamo porre al centro del nostro discorso 3 fattori: la relativa libertà dai meccanismi comportamentali non appresi (dovuta alla costituzione biologica dell'uomo); l'illimitata mutabilità dell'esperienza e del comportamento dell'uomo all'interno dei suoi confini naturali; il fatto che il bambino è destinato costituzionalmente ad apprendere da altre persone.

LA MUTABILITA' NATURALE DELL'UOMO COME COSTANTE SOCIALE

Nella prassi scientifica è diffusa l'idea che i contesti fenomenici più organizzati siano più autonomi di quelli meno organizzati. I fenomeni del livello superiore non si possono spiegare sulla base di quello inferiore. C'è la tendenza a considerare i problemi della sociologia come se fossero del tutto autonomi e indipendenti rispetto a quello che si dice degli essere umani (a livello biologico ad esempio). Il fattore centrale ed immutabile delle società è la natura umana, questa è tendenzialmente mutevole (nel senso anche che si evolve, progredisce e regredisce, ma non è statica). Mentre gli animali della stessa specie formano sempre società dello stesso tipo, questo non vale assolutamente per gli uomini, i quali possono dar vita a differenti tipi di società senza che cambi la loro costituzione biologica. Grazie alla loro costituzione biologica non solo gli uomini possono imparare qualcosa, ma in quello che fanno devono sempre tenere a mente le cose apprese precedentemente (esempio del bambino che deve imparare tutto da 0, ma in ogni nuova azione mette in pratica quello che ha già imparato, ecc.).

La capacità di apprendimento è affiancata (causa o conseguenza?) da un indebolimento degli impulsi automatici ed innati, ma forse è meglio dire che è cresciuto il grado di controllo che vi si può applicare.


LA NECESSITA' DI NUOVI STRUMENTI LINGUISTICI E CONCETTUALI

La complessità di molte teorie sociologiche è dovuta, non tanto alla complessità dell'argomento, ma dai concetti e dal linguaggio utilizzato per esprimerli.

Le nostre lingue sono costruite in modo tale che noi possiamo esprimere il concetto di movimento, solo se prima attribuiamo all'oggetto in movimento un carattere di staticità ("il vento soffia": abbiamo l'impressione che da una situazione di calma, il vento abbia poi iniziato a soffiare). Whorf ad esempio, fa notare che molte lingue sono strutturate in questa maniera. La tendenza delle nostre lingue a dare maggiore importanza ai sostantivi può influire sulla formulazione di concetti. Ad esempio in sociologia, molti concetti, come quelli di "norma", "valore", "sistema sociale", hanno una connotazione statica, mentre il loro significato esprime un continuo movimento o processo, comunque una relazione con altri elementi. L'espressione "individuo e società" dà l'impressione che l'individuo sia un oggetto solo, abbandonato in mezzo ad un'entità indefinita, il che non è vero, uno dei motivi è ad esempio che i due soggetti non sono così separati, ma fanno parte di un'unica realtà.

Le strutture linguistiche quindi non sono sempre in grado di garantire una corretta analisi scientifica delle strutture e del livello di integrazione delle società umane.

CRITICA ALLE "CATEGORIE" SOCIOLOGICHE

Secondo la tradizione si ritiene che le scienze dovessero tendere a ricondurre ogni dato empirico (tutto ciò che è mobile e mutevole) a delle leggi (immobili ed immutabili). Anche dai sociologi si tende a pretendere questo. Ma i sociologi dovrebbero fare di più, ciò spiegare da dove derivi questo bisogno di rendere le cose statiche ed eterne. Sociologi come Comte, Spencer, Marx, hanno tentato di analizzare ed identificare quale sia "l'ordine insito nel cambiamento stesso". Parson dice che il cambiamento è solo una variazione da una situazione normale di equilibrio. Molti concetti della sociologia sono formulati in modo da sembrare irrelati, cioè privi di relazioni con altri concetti e fattori, si tende a realizzare concetti statici ed immobili. Weber ad esempio non riuscì a chiarire la relazione tra i concetti di individuo e società, dato che egli li considerava entrambi come oggetti isolati ed immobili. Ma non c'è via di uscita a questa trappola concettuale, se continuiamo ad usare dei sostantivi per riferirci invece a concetti di relazione e di processo. 

Una persona, un "individuo", ad esempio, non solo attraversa un processo o vari processi, ma è un processo. Il tradizionale concetto di individuo esprime un'immagine ideale. Dal Rinascimento sempre più persone hanno cominciato a pensare che il loro autentico "sé" si trovasse in qualche modo nella loro interiorità: "homo clausus" è il termine usato per definire questa percezione di sé, cioè come una scatola chiusa, dove dentro c'è il vero uomo e fuori tutto il resto del mondo.

L'attuale sensazione che l'uomo e la società siano entità separate, deriva proprio da questo modo di percepire se stessi (è tipico di società individualistiche in cui è molto presente il lavoro intellettuale). Anche Weber sotto l'influenza di questo modo di pensare, ad esempio divide le azioni in individuali, sociali e non-sociali (azioni verso oggetti inanimati®ma gli uomini attribuiscono significati sociali agli idoli ad es.!).

Nei bambini però questa sensazione di autonomia e distacco dagli altri non è assolutamente presente, essi si sentono legati agli altri e alle cose (animismo, egocentrismo.). L' "homo sociologicus" è l'uomo al plurale, un insieme di relazioni ed interdipendenze aperte, che non è diviso dalla società per mezzo di nessuna barriera.

I PRONOMI PERSONALI COME MODELLO FIGURAZIONALE

I pronomi sono un universale perché presenti in quasi tutte le lingue.

Spesso i pronomi, specie dalle scienze, vengono usati come sostantivi: "l'io", "l'ego".

I sei pronomi sono inseparabili, perché non esiste una percezione dell'IO senza la percezione del TU e del NOI, ecc.inoltre i pronomi sono scambiabili: ognuno parla di sé e degli altri e viceversa, quindi esprimono una posizione relativa.

Max Weber richiamò l'attenzione sul fatto di analizzare le prospettive dell'"io" e del "noi" riguardo i fatti sociali.

IL CONCETTO DI FIGURAZIONE

Il concetto di figurazione deve permettere di annullare la concezione dell'homo clusus, cioè di una divisione quasi fisica tra individuo e società. L'uomo, infatti, prende parte alla società attraverso le relazioni che instaura con gli altri uomini e spesso queste relazioni danno conseguenze non progettate e previste che sfuggono alla comprensione degli uomini stessi. Ma le società non sono agglomerati di atomi individuali. La concezione atomistica della società dipende in parte sicuramente dall'incapacità di vedere che dall'interconnessione dei comportamenti di molti individui sorgono delle strutture di interconnessione specifiche - matrimoni o parlamenti, crisi economiche o guerre - che non si possono comprendere o spiegare riconducendole al comportamento dei loro singoli membri. Una simile riduzione porta a misconoscere la relativa autonomia del campo di indagine della sociologia, e perciò della sociologia stessa dalla psicologia.

CAPITOLO 5: CONTESTI DI INTERCONNESSIONE. I PROBLEMI DEI LEGAMI SOCIALI.

LEGAMI AFFETTIVI:

con il concetto di figurazione parliamo delle interdipendenze degli uomini, ma cos'è che lega gli uomini tra di loro e li fa dipendere gli uni dagli altri?

L'uomo, si può dire per un istinto biologico, quando cerca l'appagamento, si rivolge ai suoi simili, si rende conto che lui stesso e il suo corpo non sono sufficienti. Questa dipendenza non si limita ai bisogni sessuali, ma anche quelli affettivi e pratici.

Esempio dell'individuo che ha perduto la persona amata: quando muore la persona amata non significa che è accaduto qualcosa nel mondo esterno e sociale di chi è sopravvissuto, un qualcosa cioè che agisce come causa esterna sulla sua interiorità. Queste categorie non colgono il legame sentimentale esistente tra chi è sopravvissuto e la persona amata. Con la morte della persona amata si trasforma anche la specifica figurazione delle valenze di chi è sopravvissuto e muta l'equilibrio della sua globale rete personale di relazioni. La valenze affettive che legano tra di loro gli uomini, tanto direttamente nelle relazioni faccia a faccia, quanto indirettamente nel richiamo di simboli comuni, rappresentano un altro livello di legami di tipo specifico.



LEGAMI POLITICI E PROFESSIONALI

Cos'è che rende tanto importanti delle forme di integrazione come gli stati e le tribù, al punto che sembra quasi ovvio che, quando parliamo di insiemi sociali, ci si riferisca mentalmente ad essi? Gli stati e le tribù sono oggetti di forte identificazione collettiva, sono cioè oggetti a cui sono legate le valenze di ogni individuo. Stati e tribù regolano l'uso della forza all'interno dei rapporti tra i loro membri e tendono ad indirizzarla verso chi non ne fa parte. La funzione primaria dell'associazione è quindi la difesa dalla distruzione causata da altri, oppure la distruzione di altri. Lo sviluppo delle strutture politiche ed economiche sono due aspetti inseparabili dell'evoluzione del nesso funzionale rappresentato dalla società nel suo complesso. Lo sviluppo dell'economia senza lo sviluppo di strutture statali è impensabile.

Ad esempio non è possibile spiegare le tensioni e i conflitti tra classe operaia e borghesia, ponendo al centro solo le chances economiche. Il problema riguarda la distribuzione del potere su larga scala. Il concetto di classe, così come espresso da Marx, si basa su un solo livello, quello della distribuzione delle chances economiche; bisogna tener conto che i contrasti tra le classi non avvengono solo a livello di fabbrica, ma su molti altri piani di integrazione ad esempio quello della società statale.

Ci sono molti metodi per analizzare i gradi di differenziazione di una società, ad esempio osservare il numero di professioni per le quali la società si serve di nomi diversi. Oggi, rispetto alle società precedenti, è meno disuguale la ripartizione delle chances di potere ed aumenta la reciprocità dei rapporti. Uno dei problemi centrali delle società fortemente differenziate è come controllare più efficacemente dal punto di vista istituzionale tutte le posizioni sociali addette all'integrazione e alla coordinazione.

EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI SVILUPPO

Sviluppo indica un'attività, qualcosa che gli uomini fanno in vista di fini ben chiari e sulla base di un certo grado di pianificazione. Los viluppo sembra un obiettivo economico consistente nel tentativo di accrescere il potenziale economico delle più povere società statali. Ma quando lo sviluppo economico è avviato ci si rende conto che è impossibile che questo si realizzi senza coinvolgere anche la società..

Invece di parlare di qualcuno che agisce per far sviluppare la società, parliamo sempre impersonalmente di sviluppo della società; non ci sono dietro ad esso misteriose forze sociali, ma è la conseguenza dell'interconnessione di azioni compiute da molte persone interdipendenti. Ciò che prima definivamo il corso del gioco ora lo chiamiamo sviluppo.

L'idea di uno sviluppo sociale continuo e necessario, è oggi molto ovvia, ma 200, 300 anni fa non era così. Sono occorsi secoli per arrivare a comprendere e ad accettare che lo sviluppo di una società fosse ordinato, strutturato e nel medesimo tempo non voluto e non pianificato. A partire dal 18° secolo le persone incominciarono a scoprire che sia nella natura che nella società esistono dei cambiamenti che è impossibile spiegare ricorrendo a cause immutabili o ad entità esterne. La teoria evolutiva di Darwin infatti evidenzia proprio questo, cioè che forme di vita meno complesse e organizzate vanno in modo cieco e casuale verso forme di vita più complesse e organizzate. Pur se con ideali diversi, tutti i sociologi classici condivisero l'opinione che la società si sviluppasse automaticamente verso un migliore ordine sociale.

Ma ordine non significa accordo ed armonia, denota semplicemente che la sequenza del cambiamento non è disordinata, cioè è possibile stabilire come le forme più recenti derivino da quelle precedenti.

IDEALI SOCIALI E SCIENZA SOCIALE

La sociologia nella sua evoluzione dipende dal cambiamento dei rapporti di potere e dal conflitto tra i sistemi di credenze sociali. I sociologi dovrebbero liberarsi dell'idea che la società che sono intenti a studiare corrisponda alle loro credenze sociali, alle loro esigenze morali e alla loro concezione di cosa è umanamente giusto e sbagliato. Per alcuni è impossibile tenere separate le proprie convinzioni e l'approccio scientifico teoretico ai problemi. Per un periodo di tempo molto lungo gli avvenimenti sociali procedettero proprio come si svolge un gioco, vale a dire alla cieca e privi di controllo; oggi l'obiettivo della sociologia è proprio quello di spiegare e rendere più comprensibili questi processi privi di controllo.

Uno degli universali della società è la triade dei controlli fondamentali, la quale può spiegare il grado di sviluppo di una società: controllo degli eventi naturali (sviluppo tecnologico); controllo dei rapporti sociali (sviluppo dell'organizzazione sociale); autocontrollo dei membri (processo di civilizzazione). Questi 3 tipi di controllo sono interdipendenti.

CAPITOLO 6: IL PROBLEMA DELLA NECESSITA' DEGLI SVILUPPI SOCIALI

Guardando il corso della storia si scorgono degli avvenimenti che ci fanno ipotizzare come andranno le cose in futuro, ad esempio dato che l'uomo finora ha sempre continuato ad evolversi, sicuramente continuerà a farlo anche in futuro.

Con l'aiuto di un modello basato sull'indagine dei processi che in passato hanno condotto alla formazione degli stati, è possibile fare certe prognosi circa i processi di formazione degli stati contemporanei. I modelli teoretici mostrano come le carte geografiche delle connessioni tra gli eventi, prima sconosciute.

Possiamo raffigurare lo sviluppo come una serie di vettori A®B®C®D. le lettere indicano diverse figurazioni umane in una sequenza evolutiva. Ora dal punto di vista della figura precedente (es:A), quella seguente è in molti casi se non in tutti, solo una delle sue possibili trasformazioni. Dal punto di vista della seguente (es:B),la figurazione che precede è di solito una delle condizioni necessarie alla realizzazione della seguente, cioè la stessa B.

Trattando il problema della necessità dello sviluppo, è perciò necessario che distinguiamo molto chiaramente tra l'affermazione che una figura B deriva necessariamente dalla figura A e l'affermazione che una figura A deve essere necessariamente premessa alla figurazione B.

TEORIA DELLO SVILUPPO SOCIALE

L'interdipendenza tra gli sviluppi intrasociali e quelli intersociali si è fatta ancora più stretta in tempi recenti. Secondo la concettualizzazione tradizionale, si distinguono le rivoluzioni come conflitti interni, e le guerre come conflitti esterni.

Come avviene in molte piccole società statali, anche la polarizzazione delle elites dirigenti di queste società deriva dalla polarizzazione di più estesi gruppi di potere sullo scacchiere internazionale.  Le società statali formano una figurazione detta corpo a corpo, è cioè un equilibrio di potere tra stati talmente interdipendenti tra loro che ciascuno di essi si sente minacciato se l'altro aumenta le sue chances di potere. Quindi ciascuna parte tenta costantemente di incrementare il proprio potenziale di forza.  Ogni spostamento dei confini comporta un potenziale danno per un blocco e vantaggio per l'altro blocco. La crescente interdipendenza su scala mondiale degli sviluppi intra e intersociali causa conflitti più o meno latenti all'interno di molte società di medie e piccole dimensioni e tra i partiti che sostengono l'una o l'altra delle grandi società polarizzate. Il confine strategico tra le superpotenze polarizzate attraversa quindi e spacca a metà le singole società statali. I paesi più poveri e meno progrediti sembrano perciò particolarmente predisposti ai conflitti violenti e mostrano una tendenza alla polarizzazione interna dei loro gruppi d'elite, allineata in conformità alla onnicomprensiva polarizzazione delle superpotenze. Se nei paesi altamente progrediti la dialettica delle minacce non impedisce un ulteriore sviluppo, nei paesi meno sviluppati, questa ne favorisce invece l'impoverimento. A ben guardare in sostanza, gli aiuti delle superpotenze non sono altro che palliativi: essi non servono allo sviluppo di quella società, perché vogliono solo che queste si schierino con l'una o l'altra fazione.

Le teorie dello sviluppo che considerano dotati di struttura solo gli aspetti economici del mutamento delle società, danno una visione ben limitata della questione. I modelli sociologici dello sviluppo oggi devono considerare tanto i processi di differenziazione quanto quelli di integrazione, sia quelli interstatali che intrastatali.

Una delle caratteristiche + sorprendenti delle teorie sociologiche recenti sta nel fatto che esse difficilmente riconoscono il ruolo centrale che le tensioni ed i conflitti particolari hanno in ogni sviluppo sociale, quasi che omettendoli dalle teorie questi scomparissero. infatti non si tratta, come molti pensano, di vicende personali di scarsa importanza, ma di tensioni e conflitti che in molti casi costituiscono propriamente lo sviluppo. (esempio della progressiva diminuizione di potere degli aristocratici tra il 19° e 20° secolo).   







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