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Riflessione: la comunicazione nel perpetuarsi del sistema societario

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Riflessione: la comunicazione nel perpetuarsi del sistema societario

Riflessione:

la comunicazione nel perpetuarsi del sistema societario

Questa breve relazione è il frutto di una riflessione nata in seguito alla lettura dei materiali didattici del corso "sociologia corso avanzato", ed al lavoro svolto insieme alle mie colleghe, del suddetto corso, nella stesura dell'elaborato di gruppo "Il paradosso come strumento critico di analisi".

L'organizzazione sociale è costituita da un "...insieme di rapporti sociali relativamente stabili tra individui e gruppi che si osservano in una società, e dalle azioni ricorrenti che, nel quadro stabilito dai suddetti rapporti, essi compiono quotidianamente allo scopo di produrre e riprodurre, materialmente e simbolicamente la loro struttura"[1]. Al maggiore grado di complessità sociale corrisponde un aumento del coinvolgimento della popolazione all'interno dell'organizzazione stessa, ed a ciò, corrisponde anche, una maggiore strutturazione e specializzazione delle strutture ed enti che la compongono. Il riferimento va ai tre, o per molti quattro, principali settori della società: lo Stato (le istituzioni politico-amministrative), il mercato (l'economia), le organizzazioni di solidarietà sociale (il terzo sett 636h76g ore) e, per illustrare le appena citate ragioni di molti, si potrebbe considerare anche il settore informale (la famiglia, i rapporti di parentela, il vicinato, etc.)[2]. Questi elementi ideali della società che sono stati poc'anzi individuati,  una volta venutisi a trovare in situazioni di alta specializzazione e complessità del sistema, si sono indirizzati alla copertura di una funzione, di un ruolo e di un campo di azione sempre più definito all'interno dell'organizzazione sociale; detto questo, pare rilevante ai fini del discorso, mettere in evidenza che la specializzazione delle forme sociali è indispensabile per il continuo perpetuarsi della società stessa.



La società si ricrea e si riafferma tramite le interrelazioni sociali, le quali si manifestano con l'ausilio della comunicazione: la comunità è il risultato di un intesa discorsivamente raggiunta.

 A questo proposito pare interessante, per il proseguo della relazione, inserire le teorie di Habermas riguardanti l'agire comunicativo e l'agire strategico. Egli, innanzi tutto, indica nell'intenzione di intendersi e nel linguaggio percepito come medium per l'intesa, gli elementi costitutivi dell'agire comunicativo. Invece, l'agire strategico è caratterizzato da un'azione che mira all'autoaffermazione ed il linguaggio è usato in modo strettamente funzionale rispetto allo scopo[3]. I due tipi di agire sono quelli che caratterizzano e creano un azione sociale, anche se il primo ha come fine l'intesa, ed il secondo il successo individuale e l'influenza sull'altro. Habermas, inoltre, nel suo testo, espone, illustra ed approfondisce, delineando i tratti principali, i modelli comunicativi che indirizzano l'azione sociale:

1)    L'agire teleologico[4]; dove l'azione è unicamente compiuta per ottenere il proprio interesse e per riuscire ad avere un influenza, un controllo sugli altri. A questo scopo possono essere utilizzate strumentalmente anche altre persone (agire strumentale).

2)    L'agire regolato da norme; il quale indica il rapporto esistente tra il soggetto e il mondo sociale, - definito come insieme di persone appartenenti ad una stessa comunità,- che è regolato da leggi e con il quale il soggetto condivide dei valori. L'appartenere ad una comunità comporta intorno a se, e verso gli altri, un'attesa generalizzata di comportamento comune, o meglio, socialmente accettato.

3)    L'agire drammaturgico; in cui il soggetto è attore di se stesso e si rappresenta di fronte agli altri: in questo modo regola l'accesso dei suoi simili alla propria soggettività.

4)    L'agire comunicativo; che, come già specificato, è caratterizzato da soggetti che stabiliscono una relazione interpersonale ricercando l'intesa[5].

Le azioni sociali, quindi, sono di diversi tipi, ma trovano unità nella cultura in cui vengono compiute, nel linguaggio attraverso il quale prendono forma, e fanno riferimento a delle rappresentazioni collettive; se così non fosse, non verrebbero immediatamente accettate e non apparterrebbero, appunto, alle suddette rappresentazioni collettive o immagini convenzionali della società.

Nel momento in cui le azioni non concordano con le immagini convenzionali della comunità, cioè non sono accettate socialmente, avviene uno scontro, che rompe l'equilibrio raggiunto rendendo manifesta la struttura sottostante, rivelando le costrizioni implicite della società.

 Per Durkheim la società è il risultato di un equilibrio ottenuto tramite le interrelazioni di più elementi, ognuno dei quali ha un proprio compito, un proprio ruolo ed una propria funzione; la presenza simultanea di tali componenti ha come fine il mantenimento, e, se nel caso non ci fosse, il recupero della stabilità del sistema. Le costrizioni latenti della società vengono definite da Durkheim come "fatto sociale".

I fatti sociali sono ".modi di agire, di pensare e di sentire esterni all'individuo, e dotati di un potere di coercizione in virtù del quale si impongono ad esso.Essi costituiscono una nuova specie, ad essi soltanto deve essere data e riservata la qualifica di sociali.è infatti chiaro che il loro - riferito ai fatti - substrato, non essendo l'individuo, può essere soltanto la società.È un fatto sociale ogni modo di fare, più o meno fissato capace di esercitare sull'individuo una costrizione esterna - oppure un modo di fare che è generale nell'estensione di una società data, pur avendo esistenza propria, indipendente dalle sue manifestazioni individuali"[6].

Per ogni soggetto che partecipa, o meglio, è inserito all'interno del sistema società, l'organizzazione sociale appare immodificabile: questo avviene in quanto le rappresentazioni collettive e le immagini della società, i codici formativi e culturali, le condotte metodiche e fondate sulla prassi di cui si avvalgono gli "animali sociali", fanno parte dell'organizzazione sociale stessa[7].

Ognuno di noi è un attore che riproduce, nel suo operare, il sistema societario inconsapevolmente, "la realtà societaria non è solamente data ai membri d'una società come una realtà materiale, capace di mostrare caratteri in vario modo affini agli oggetti fisici, come la durezza e l'indifferenza per le sorti di chi con essa si scontra; è anche socialmente costruita col concorso di tutti"[8].

Uno strumento utile per il ricrearsi ed il riaffermarsi della società, come detto in precedenza, è il linguaggio, attraverso il quale le nostre azioni prendono forma, si plasmano e vengono concretizzate.

Oggi il linguaggio, anzi, la diversità linguistica, è in via d'estinzione. Nel "mondo moderno" una lingua non parlata da una potenza internazionale o non utilizzata in internet è destinata a scomparire, poiché esclusa dal mercato mondiale[9] e dalla fitta trama di relazioni internazionali che tale "rete delle reti" implica. La conseguenza più rilevante sta nel fatto che le popolazioni o le minoranze linguistiche, che non hanno un potere d'accesso all'informatica "Word Wide Web", si spegneranno, o meglio, si estingueranno. Un altro risultato derivante da questa estinzione è la perdita, da parte di noi esseri umani, dell'innata creatività linguistica che ci distingue[10], e lo smarrimento di buona parte della nostra identità culturale.

 Il venir meno delle diversità linguistiche, del plurilinguismo, porterà indubitabilmente alla scomparsa del  pluriculturalismo, che è, appunto, basato in gran parte sul primo: "su plurilinguismo est s'isprigu prus fidele de su multiculturalismu. S'eliminatzione de su primu diat causare de se guru sa pérdida de su segundu"[11]

Una lingua non funge solo da strumento di comunicazione, ma è portatrice di usi, tradizioni, cultura e storia del popolo che attraverso essa si esprime; ma soprattutto essa  rappresenta e simbolizza la visione del mondo di coloro che la parlano, l'immaginario dei suddetti individui, nonché il loro modo di tramandare il sapere. Le diverse lingue del mondo, malgrado tutte le loro somiglianze, esprimono in maniera diversa la realtà sociale in cui si sono formate ed evolute[12]; da ciò si deduce che bisognerebbe eludere l'omologazione linguistica e quindi culturale, per andare alla ricerca dell'interazione, della correlazione e del confronto tra i diversi idiomi, in modo da arrivare all'ibridismo e ricreare un ciclo. Con l'ibridismo, quindi con l'incrocio fra le diverse culture e lingue, si darà vita ad un essere differente che, però,  sarà in grado anche di conservare l'identità delle sue origini, "[13].




Bibliografia

           Bjeljac-Babic R.," Ses miza limbas, unu patrimonu in perigulu", Su Currèu Unesco, n°0, 2000.

          Donati P. (a cura di), "Sociologia del terzo settore", NIS, Roma 1996.

Durkheim E., "Le regole del metodo sociologico", ed. it., Edizioni di comunità, Milano 1969.

Gallino L. (diretto da), "Manuale di sociologia", UTET, Torino 1994.

Habermas J., "Teoria dell'agire comunicativo, Razionalità nell'azione e razionalizzazione sociale", ed. it., il Mulino, Bologna 1984.

Izzo A., Storia del pensiero sociologico, Il Mulino, Bologna, 1994 (1991).

          Portella E., ".Cultura clonada e cultura ibridas", Su Currèu Unesco, n°0, 2000.



[1]Gallino L. (diretto da), "Manuale di sociologia", UTET, Torino 1994.

[2]Cfr. Donati P. (a cura di),"Sociologia del terzo settore", NIS, Roma 1996, p. 27.

[3]Cfr. Habermas J., "Teoria dell'agire comunicativo. Razionalità nell'azione e razionalizzazione sociale", ed. it., Il Mulino, Bologna 1984, pp. 31-45 e 155-185.

[4] Tale agire è quello che Weber definisce come razionale rispetto allo scopo. Cfr. Izzo A., "Storia del pensiero sociologico", Il Mulino, Bologna 1994, pp. 179-181.

[5] Cfr. Habermas J., "Teoria dell'agire comunicativo. Razionalità nell'azione e razionalizzazione sociale", op. cit., pp. 31-45 e 155-185.

[6]Durkheim E., "Le regole del metodo sociologico", ed. it., Edizioni di comunità, Milano 1969.

[7] Cfr. Gallino L. (diretto da), "Manuale di sociologia", UTET, Torino 1994.

[8] Ivi.

[9] Rilevanti sono le cifre di questa scomparsa: dieci lingue all'anno e si prevede che nel corso di questo secolo scompariranno più del cinquanta percento delle lingue parlate. Cfr. Bjeljac-Babic R., "Ses miza limbas, unu patrimonu in perigulu", Su Currèu Unesco, n°0, 2000, p 18.

[10] Ivi, p. 19.

[11]Ibidem.

[12]" .Si proamus a collire sas paraulas chi esistint in totu sas limbas e chi tenent su matessi sentidu, nd'imbenimus 300 totu a su prus. In mesu issopo, figurant: eo, tue, nois, chie .".  Per  un approfondimento vedi ibidem.

[13] Cfr. Portella E., "Cultura clonada e cultura ibridas" ", Su Currèu Unesco, n°0, 2000, p.9.







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