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LA POLIFONIA DELLA SCUOLA DI NOTRE-DAME

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LA POLIFONIA DELLA SCUOLA DI NOTRE-DAME

Analisi delle fonti con particolare riferimento al Manoscritto della Biblioteca  fiorentina Mediceo-Laurenziana Pluteo XXIX.1

INTRODUZIONE

Questo breve elaborato ha il solo compito di illustrare, peraltro brevemente, quali siano le principali fonti che ci testimoniano lo svilupparsi della polifonia presso la cattedrale parigina di Notre-Dame. Le questioni riguardanti questi codici, quali la loro datazione e localizzazione, l'origine del loro repertorio, e l'uso che di questo si faceva sono ancora perlopiù irrisolte, o oggetto di vivaci discussioni fra gli studiosi. Sarebbe impensabile poter svolgere una trattazione completa di ogni codice, quindi ci limiteremo a dare una visione d'insieme dei manoscritti principali, per poi dedicarci con maggiore attenzione al più significativo di questi codici, il Firenze, Biblioteca Mediceo-Laurenziana, Pluteo XXIX.1. Prenderemo spunto per la nostra trattazione partendo proprio dal titolo che ci offre i tre nuclei principali, ovvero: polifonia, Notre-Dame, fonti.



POLIFONIA

Iniziamo col definire in maniera molto semplice questa prima parola. Polifonia è "un insieme simultaneo di suoni o di successioni combinate di suoni aventi distinta individualità[1]". Le prime fonti che parlano 818j91i di polifonia sono fonti teoriche del IX sec. Queste testimonianze in genere riflettono prassi esecutive già consolidate nel tempo, quindi possiamo pensare che sia nata prima la pratica della polifonia, e poi la sua descrizione e giustificazione teorica. In tali trattati si parla di ORGANUM (dal lat. conformare, coordinare), ovvero una elaborazione polifonica delle parti solistiche dei canti responsoriali gregoriani per la Messa e per l'Ufficio. Si tratta certamente di una pratica piuttosto rudimentale che consisteva nel sottoporre ad una melodia, mutuata dal repertorio gregoriano, una melodia, detta Vox Organalis, procedente alla costanza di una quarta o di una quinta


L'esempio sopra rappresentato è tratto dal trattato "musica enchiriadis" del IX sec.

Presto forme musicali molto complesse presero il posto dell'organum, come per es. il mottetto, il conductus e la clausola[2]

NOTRE-DAME

Verso la fine del XII sec. la polifonia si sviluppò con grande vigore; la cattedrale di Notre-Dame a Parigi divenne uno dei principali centri di "sperimentazione" di musica polifonica. Questo periodo di grande energia creativa è legata alla presenza di importanti personalità, fra le quali sicuramente ricordiamo Magister Leoninus e Magister Perotinus Magnus. Il primo è definito dall'Anonimo IV come "optimus organista", e proprio il nostro anonimo cronista ci informa che Leoninus avrebbe composto un "MAGNUS LIBER ORGANI DE GRADUALE ET ANTIPHONARIO PRO SERVITIO DIVINO MULTIPLICANDO", aveva cioè composto polifonia per la Messa e per l'Ufficio per ampliare, nel senso di solennizzare, l'Ufficio divino. Gli organa di Leoninus sono generalmente a 2 voci. Ben presto a Leoninus succedette Magister Perotinus Magnus (1160-1235) che fu senza dubbio il miglior compositore di discanti e organa. Perotinus rimaneggiò forse in modo significativo il Magnus Liber Organi, con clausolae in stile di discanto[3] che, probabilmente, potevano essere sostituite alle clausolae più antiche di Leoninus. A volte invece la clausolae erano "interscambiabili" o eseguibili una di seguito all'altra. La generazione di Perotinus passò dalla polifonia a 2 voci agli organa a 3 e 4 voci. Fra i generi tipici dell'epoca di Notre-Dame ci furono gli organa, i mottetti, i conductus e i rondellus.

FONTI del REPERTORIO di NOTRE-DAME

Come già ricordato, non sarà possibile analizzare dettagliatamente ogni testimone del repertorio dell'epoca di Notre-Dame. Ci limiteremo quindi a dare alcune informazioni sommarie sulle fonti principali, per poi soffermarci con maggiore attenzione sull'unico manoscritto presente in Italia: il Pluteo XXIX.1.

·        Wolfenbüttel Herzug -August Bibliothek- ms 628 olim Helmst 677 (W1)

Questo codice fu scritto probabilmente in Inghilterra intorno al 1250. Appartenne forse al monastero di S.Andrea apostolo in Scozia: i primi 10 fascicoli contengono

prevalentemente il repertorio di Notre-Dame, e forse i fascicoli 3 e 4 contengono la

versione più antica del Magnus Liber Organi di Leoninus.

·        Wolfenbüttel Herzug -August Bibliothek- ms 1099 olim Helmst 1206 (W2)

Il manoscritto è forse di provenienza francese e risale circa alla fine del XIII sec (è il più recente dei quattro). Non contiene nessuna clausola, e questo sembra denotare un minore interesse per le elaborazioni gregoriane.

·        Madrid, Biblioteca Nacional, ms 20486 olim 167 (Ma)

Codice copiato in Spagna a metà del XIII sec. circa. Non contiene il Magnus Liber Organi e quindi nessuna clausola[4].

 

Firenze, Biblioteca Mediceo-Laurenziana, Pluteo XXIX.1 (F)

Passiamo ora a descrivere più dettagliatamente il manoscritto conservato in Italia di cui è possibile osservare una fotografia digitale[5]. Il codice è il più ricco e completo testimone per la musica della scuola di Notre-Dame. Il Pluteo è un codice membranaceo formato da 476 carte, redatte forse in Francia verso la metà del XIII sec. La qualità della pergamena utilizzata è veramente ottima: non compaiono mai "occhi della pergamena"[6] o cimose. Le misure approssimative del manoscritto sono mm 232 X mm 157. Allo stato attuale il codice si presenta formato da fascicoli che presentano una cartulazione[7] in numeri romani; sono riscontrabili due distinte mani che hanno eseguito la cartulazione: una più antica ha numerato le pagine dalla 1 alla 355, mentre la seconda, più recente, ha proseguito il lavoro fino alla carta 476. Dalle riproduzioni anastatiche non è possibile fare osservazioni circa l'inchiostro utilizzato. Il codice è lacunoso: mancano le carte 48-64, 185-200 e 255-256. In ogni pagina sono ben disegnati 12 pentagrammi[8], forse tracciati con l'ausilio del "pettine", strumento apposito per la preparazione dei righi musicali nel Medioevo. Ogni rigo musicale è preceduto da una chiave di Do che attribuisce ulteriore chiarezza all'impaginazione. Le iniziali del testo latino sono di tipo filigranato, in genere di colore blu/rosso, e sono riscontrabili in qualunque zona della pagina, in stretta relazione col testo cantato. Non sono presenti altri tipi di decorazione o altri tipi di scritture distintive. Alla fine del codice, sul verso della carta 476 abbiamo una importante frase che ci dice che il codice è stato voluto a Firenze da Pietro de Medici[9]; non sappiamo se il Pluteo abbia avuto altri possessori prima di stabilirsi definitivamente nella biblioteca di Firenze.



 

NOTAZIONE-TRASCRIZIONE

Tutto il codice è notato con notazione mensurale di tipo modale. Sembra opportuno fornire qualche brevissima informazione circa la notazione modale. Al contrario di quanto avviene per noi oggi, non è la forma di ogni singola nota a stabilirne direttamente il valore, bensì è determinato dal modo con cui vengono composti gli ordines. Diamo qui di seguito una tabella riassuntiva di tutti i modi e la loro trascrizione ritmica.

[10]

La notazione modale, sebbene la apparente semplicità, nasconde insidie notevoli. Spesso gli ordines sono, per così dire, incompleti, o meglio bisogna fare aggiustamenti ai valori

finali delle nostre moderne trascrizioni in corrispondenza della fine degli ordines; si parla cosi di fractio modi oppure di extensio modi. I tenores sono generalmente notati in V modo mentre alle voci superiori si possono alternare modi differenti, senza per questo inficiare la sincronia dell'esecuzione. Appare chiaro già dal primo sguardo come i tenores siano la voce portante dal punto di vista melodico-armonico; in corrispondenza delle note del tenor si verifica sempre una consonanza[11]. L'origine del tenor è spesso di origine gregoriana (e questo potrebbe spiegare la sua funzione portante), mentre le altre voci appaiono molto più "ricche" e sono una elaborazione e amplificazione del canto liturgico. Il testo latino appare sempre al di sotto del tenor, e sembra essere avvicinato alle note con molta cura; da un esame paleografico sembra essere chiaro che il testo è stato scritto dallo stesso copista che ha notato il codice.

 

CONCLUSIONI

Considerare sinteticamente le poche cose sopra esposte non è sicuramente compito facile. Potremo provare a fare delle sole ipotesi che considereremo ragionevolmente veritiere.

1.      se consideriamo la cura con cui è stato redatto questo codice e il tipo di repertorio che contiene non sembra probabile che questo fosse un codice destinato ad un uso quotidiano; possiamo pensare ad un lussuoso repertorio (riconosciuto e considerato "punto di riferimento") della cattedrale parigina che venisse consultato solo in caso di bisogno, oppure, cosa secondo noi ancora più probabile, fosse una testimonianza di potere. Era nel comune pensare medioevale che l'avere codici lussuosi fosse sinonimo di importanza e ricchezza.

Per quel che riguarda la musica, sarebbe forse troppo azzardato discutere se fossero eseguite o meno. I problemi sorgono quanto proviamo a ricostruire il loro modo di cantare.

2.      di certo non bisogna fare troppo affidamento sulle trascrizioni moderne, in quanto sono costrette ad avvalersi delle fractio modi e extensio modi[12] che non siamo sicuri fossero praticati nel XIII sec.

3.      l'esecuzione del tenor è molto controversa; le trascrizioni moderne in genere indicano solo il punto in cui la nota lunga compare senza dare alcuna indicazione

per una ipotetica esecuzione. Pensiamo cantare le note del tenor solo dove compaiono sui manoscritti sia una pratica fuorviante: sarebbe stato inutili concepire forme musicali a più voci se poi si tiene silente una voce per la maggior parte dell'esecuzione; inoltre sappiamo che il tenor ha origine gregoriana, quindi sembra improbabile che fosse stato trascurato fino al punto di farlo rimanere senza voce.

4.      una cattedrale come quella di Notre-Dame aveva bisogno di certo di un discreto numero di cantori; se accettiamo che il tenor fosse cantato senza interruzioni, dobbiamo pensare anche a come i cantori prendessero fiato durante la pronuncia di una stessa frase musicale; sembra improbabile che tutti riprendessero fiato in un unico momento: questo avrebbe portato ad una micro-pausa che non avrebbe giustificazione né dal punto di vista musicale né da quello testuale.

5.      si riscontrano spesso brani con lo stesso tenor e stesso testo, ma con voci superiori differentemente elaborate. Bisogna supporre un differente uso di queste melodie, e sembra plausibile pensare che le voci maggiormente elaborate indichino brani di maggior rilevanza liturgica, e quindi usati per celebrazioni solenni. Di certo composizioni molto lunghe e complesse non potevano essere eseguite quotidianamente e soprattutto da cantori non adeguatamente preparati.

6.      non sembra ipotizzabile pensare che le melodie del Pluteo XXIX.1 fossero state composte "ad hoc" per la cattedrale di Notre-Dame. Se così fosse sarebbe forse ragionevole aspettarsi delle prove interne al codice.

Sicuramente ci sono altri aspetti del codice o del repertorio che potrebbero indurre a formulare ipotesi differenti da quelle sopra esposte; nessuno potrà però pretendere di riportare alla luce l'effettivo modo di cantare medievale, quello che si praticava giorno dopo giorno, senza la preoccupazione di rispettare fedelmente i precetti teorico-grammaticali sui quali noi oggi facciamo tanto affidamento.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

APEL Willi, Il canto gregoriano, liturgia, storia, notazione, modalità e tecniche compositive, (Musica Ragionata X), a cura di Marco Della Sciucca, LIM 1998.




BALTZER A. Rebecca, Les clausules a deux voix du manuscrit de Florence, Biblioteca Mediceo-Laurenziana, pluteus 29.1 in Le Magnus Liber Organi de Notre-Dame de Paris.

CLAUSOLA, The New Grove Dictionary of Music and Musicians, edited by Stanley Sadie, vol 4, London: Macmillan c1980, voce a cura di Rudolf Flotzinger.

DITMER Luther, Epilogue in Pluteo XXIX.1, Firenze, Biblioteca Mediceo-Laurenziana, Faksimile-ausgabe der Handschrift  a cura di L. Ditmer, vol.2, New York: Institute of Medieval Music 1980.

HILEY David, Western Plainchant, A Handbook, Oxford: Clarendon Press 1993.

LEONIN, The New Grove Dictionary of Music and Musicians, edited by Stanley Sadie, vol 10, London: Macmillan c1980, voce a cura di Ian D. Bent.

PEROTIN, The New Grove Dictionary of Music and Musicians, edited by Stanley Sadie, vol 14, London: Macmillan c1980, voce a cura di Ian D. Bent.

PLUTEO XXIX.1, Firenze, Biblioteca Mediceo-Laurenziana, Faksimile-ausgabe der Handschrift  a cura di L. Ditmer, New York: Institute of Medieval Music 1980.

WERF Hendrich van der, The oldest extant part music and the origin of Western Poliphony, New York: Rochester 1993.

INDICE

Introduzione                                                                                                                       pag. 1

Polifonia                                                                                                                              pag. 1

Notre-Dame                                                                                                                        pag. 2

Fonti del repertorio di Notre-Dame                                                                                 pag. 2

Notazione-Trascrizione                                                                                                     pag. 4

Conclusioni                                                                                                                         pag. 5

Bibliografia                                                                                                                         pag. 7



[1] Voce tratta dal New Grove Dictionary of Music and Musician, London 1984.

[2] Per l'approfondimento di tali forme musicali, si consiglia la consultazione del dizionario  The New Grove Dictionary

[3] Termine altomedievale da diaphonia, ovvero canto a più voci distinte. Le voci proseguono nota contro nota, secondo due principi: sillaba contro sillaba o melisma contro melisma.

[4] Per ulteriori informazioni si consiglia al lettore di consultare le descrizioni codicologiche presenti in ogni riproduzione anastatica di manoscritto.

[5] La fotografia non è stata ottenuta dal'originale; si è usata una camera Nikon Coolpix 990 con risoluzione 96 pixel/pollici.

[6] "Occhi della pergamena", ovvero buchi sulla pagina derivanti dalla lavorazione non appropriata o dalla scadente qualità della pelle utilizzata; in questi casi non si riscontrano cadute di testo.

[7] Termine usato preferibilmente per codici latini, in contrapposizione a "foliazione" usata in genere per codici di origine greca.

[8] La frase non è del tutto esatta in quanto i Tenores sono scritti utilizzando tetragrammi di origine gregoriana.

[9] Leggiamo testualmente: "Liber Petri de Medici".

[10] Immagine tratta da Atlante della Musica,

[11] Erano considerati consonanti gli intervalli di quarta, quinta e ottava e costituivano le cosiddette symphoniae

[12] cfr. il capitolo TRASCRIZIONE-NOTAZIONE a pag.5







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