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Eneide - Proemio (libro I)

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Eneide

Proemio (libro I)

Come avviene nell'Iliade e nell'Odissea, anche l'Eneide si apre con un proemio, che è costituito dall'introduzione, o protasi, in cui Virgilio espone in estrema sintesi l'argomento dell'opera e l'invocazione alla Musa, affinché gli dia la necessaria ispirazione. Esso è costituito principalmente in due parti:

§        La prima parte del proemio sintetizza l'intera storia del poema. Infatti vengono indicate le varie avventure e i naufragi che caratterizzeranno il viaggio di Enea, profugo per volere del fato e che ha molto sofferto anche in guerra a causa dell'ira di Giunone. Questa parte si conclude con la prefigurazione del destino non solo dell'eroe troiano, ma della gente che da lui discenderà, la gloriosa stirpe di Roma. Il poeta quindi enuncia subito la conclusione del racconto, non gli interessa creare una suspance narrativa sulla sorte dei personaggi, per il semplice motivo che il mito di Enea era già conosciuto ai lettori del tempo poiché era già stato accennato in opere come le guerre puniche e gli annali. Ciò che interessa all'autore è designare l'eroe Enea, la sua sofferenza, il suo percorso caratterizzato da continue lotte, di conflitti personali, di incertezze, di sacrifici che porterà l'eroe al suo scopo: la fondazione di una città e la continuazione della stirpe troiana su una nuova Terra.



§        La seconda parte parla dell'ira di Giunone , da sempre ostile ai Troiani. Il poeta si chiede, quasi con stupore, come sia possibile che gli dei possano provare un ira così tremenda. Le ragioni personali della rabbia di giunone sono tre: il troiano Paride aveva giudicato Venere (madre di Enea) più bella di lei, il troiano Ganimede era stato preferito a Ebe, sua figlia, come coppiere degli dei, e infine, Giunone era consapevole del destino di Enea e del fatto che fonderà Roma, città così potente da riuscire a sconfiggere Cartagine, da lei tanto amata e protetta.

Il proemio virgiliano è più ricco e sfumato rispetto a quelli omerici. Al centro dell'Iliade, c'era l'ira guerresca di Achille, al centro dell'Odissea, c'era Ulisse, eroe multiforme, polutropos (versatile); mentre Virgilio canta due temi: le armi e l'uomo. La prima evidente differenza è che egli non ricorre all'ispirazione della musa per raccontare i fatti. Si l'imiterà a invocare la musa, a chiederle di precisargli i fatti, nella parte finale solo per seguire lo schema classico del poema omerico. La domanda finale di Virgilio "Di tanta ira sono capaci gli dei?" ci fa capire che Virgilio vive in un periodo di dubbi per quanto riguarda la religione, e essendo colto, non è più interessato alle solite vicende degli dei, fatte di tradimenti, rivendicazioni e vendett 323j94d e di basso livello. Infatti durante l'età augustea si sviluppa il cristianesimo e Virgilio ne sente l'influenza, sebbene egli sia pagano. Vi saranno molti riferimenti a questa influenza che subisce durante la narrazione.

 Vi è una sorta di "aemulatio", ovvero un fenomeno di imitazione e nello stesso tempo di superamento del modello greco da parte dei Romani. Una dimostrazione di questo fenomeno ci viene data dallo stesso personaggio Enea. Egli assomiglia molto agli eroi omerici poiché come Ulisse, dovrà affrontare un viaggio pieno di pericoli e avventure, e come Achille dovrà combattere valorosamente in guerra. Ma il personaggio è più ricco e sfumato. A differenza di Ulisse, egli dovrà compiere un viaggio verso l'ignoto, e non un ritorno verso casa (nostos), mentre, a differenza di Achille, egli non dovrà combattere per la sua patria, ma per fondarne una nuova, per costruire una città per la sua gente.  

L'inganno del cavallo (libro II)

La scena si apre come nell'Odissea, ovvero nell'Olimpo, dove gli dei discutono sul destino dell'eroe troiano. Giunone, per ostacolare la navigazione dei troiani, chiede aiuto al re Eolo, re dei venti, premettendogli in cambio una ninfa. Eolo scatena una tremenda tempesta che fa naufragare le navi troiane. Interviene però Nettuno che placa il mare in favore dei naviganti. Le navi approdano sulla costa della Libia. La dea Venere, madre di Enea, rassicurata da Giove sulla sorte del figlio, appare al figlio nei panni di una cacciatrice e lo informa che si trova vicino la città di Cartagine, da poco fondata dalla regina Didone. Didone è sorella di Pigmalione, e moglie di Sicheo, un ricco possidente terriero. Spinto dall'avidità, Pigmalione aveva ucciso Sicheo, che compare in sogno alla moglie e la invita a scappare. Così ella, fuggita per mare, assieme a un gruppo di esuli, fonda la città di Cartagine. Enea raggiunge così Cartagine e qui sono invitati al banchetto a cui Venere manda Cupido, dio dell'amore, sotto le sembianze di Ascanio, figlio di Enea, affinché susciti grande passione in Didone nei confronti di Enea. Dopo il banchetto la regina invita l'eroe a narrare la parte conclusiva della guerra di Troia e i viaggi che hanno preceduto lo sbarco in africa. Questo avvenimento viene ripreso dall'Odissea, quando Ulisse si trova alla corte dei Feaci e racconta le sue peripezie. Anche nell'Eneide viene quindi aperta un'ampia digressione (o analessi) che si risolve in due libri (II e III).

Troviamo così Enea che si accinge a raccontare la sua storia.   

Nella parte iniziale vengono narrati in modo sintetico gli eventi decisivi per la caduta di Troia, connessi all'inganno del cavallo. Racconta che i capi greci, con l'aiuto di Minerva, fabbricano un cavallo di legno,fingendo che sia un voto per un felice ritorno: di nascosto però, fanno entrare molti guerrieri, muniti di armi e posizionano il cavallo davanti all'entrata di Troia. Intanto gli altri greci si era nascosti nell'ormai abbandonata isola di Tenedo, aspettando il momento giusto per l'assalto. Quando i Troiani credono che ormai i Greci hanno abbandonato le loro terre, escono dalle mura e festeggiano la fine della guerra. Sono stupefatti davanti alla vista del fatale regalo (voluto dal fato; è una mediavox, può avere significato positivo e negativo; in questo caso negativo, portatore di sventure). La folla si divide in due pareri opposti. Timete, per vendicarsi dell'oltraggio subito da Priamo, e quindi per tradire la sua patria, invita a portarlo dentro. Invece Capi e Laocoonte chiedono che il dono insidioso dei greci venga gettato in mare e sondato in profondità poiché sicuramente il cavallo cela un inganno (Laocoonte dice : "Timeo Danaos dona ferentes" = temo i Greci, anche se portano doni) . Viene portato però al cospetto della folla un prigioniero greco, Sinone. Egli dice di essere fuggito dal campo per evitare di essere sacrificato agli dei affinché favorissero il ritorno in patria dei Greci. Egli afferma che il cavallo è un offerta a Minerva ed è stato costruito in dimensioni enormi affinché i troiani no lo portino dentro le mura. Questo, renderebbe la città inespugnabile. Tali eventi erano stati taciuti dai poemi omerici, con l'eccezione di un breve brano nell'ottavo libro dell'Odissea, che rappresenta la chiusura dell'Iliade da parte Greca, mentre con Enea abbiamo il completamento da parte troiana. La forte sintesi che caratterizza il racconto di questi eventi si spiegano con il fatto che il mito della guerra di Troia e della distruzione della città era abbastanza diffuso a Roma, dove era stato divulgato da testi poetici e da rappresentazioni teatrali di origine greca oltre che dagli autori che precedono Virgilio. Naturalmente il poeta osserva la fine di Troia con gli occhi di Enea, che in questa fase è narratore in prima persona. Il racconto assume toni commossi e drammatici, soprattutto quando egli descrive l'orribile fine del sacerdote Laocoonte che, mentre stava immolando un toro sull'altare solenne, viene aggredito da due enormi serpenti che uccidono lui e i sui figli e che quindi appaiono come una manifestazione della volontà degli dei: il Fato vuole che il cavallo entri in città.



La folla atterrita considera questo evento un segno dell'ira divina, si decide di far entrare il cavallo in città. Mentre i Troiani dormono, dal ventre del cavallo escono i guerrieri greci che aprono la porta ai compagni ritornati dall'isola di Tenedo. Inizia così il massacro. Successivamente Enea descrive un proprio sogno, particolarmente impressionante e vivido. In esso si manifesta Ettore, eroe troiano ucciso da Achille, che appare ferito, insanguinato, sporco e con i calcagni traforati, in seguito alla violenza compiuta da Achille sul suo cadavere. Ma alle immagini di Troia distrutta subentrano quelle del tempio di Vesta, sul cui sfondo Ettore investe solennemente Enea della sua missione (prolessi sul futuro dell'eroe e della sua gloriosa stirpe): Enea può dare un senso alla sua fuga e vincere i suoi dubbi; solo ora può fuggire, perché questa decisione non può provenire da una azione volontaria come la paura, ma deve essere legata a un valore più alto, la ricerca della patria.Mentre Troia muore fra infinite sofferenze,un gruppo di uomini forti e tenaci si salva, si apre una speranza, si intravede la gloria futura di Roma a riscattare la rovina presente.   

Ricordiamo che qui viene ripreso un avvenimento dell'Iliade. . La citazione di un fatto dell'Iliade  è gratificante per il lettore stesso che si sente colto di leggere un avvenimento di cui è gia a conoscenza.

La fuga di Troia e la scomparsa di Creusa (libro II)

Inutilmente Enea, aggirandosi per la città, cerca di organizzare la resistenza contro i Greci: giunto nella reggia, egli assiste all'uccisione di Priamo da parte di Pirro, crudele figlio di Achille. Tornato a casa, Enea preparala fuga. Lo seguono il padre Anchise, il figlio Ascanio e la moglie Creusa.

Durante la fuga però una terribile sciagura si abbatte su Enea: mentre si allontana dalla città, la moglie, che lo seguiva, scompare. Coraggiosamente l'eroe, lasciati al sicuro, in una valle nei pressi di Troia, il padre ed il figlio, ritorna in città e la esplora a fondo alla ricerca di Creusa. Ma la ricerca è vana e della moglie appare a Enea solo il fantasma. Al centro del brano sta proprio l'apparizione di Creusa, fatta di puro spirito che invano Enea cerca di abbracciare per 3 volte. Appartenendo ormai al regno delle ombre, è venuta a conoscenza del futuro e annuncia ad Enea, proprio come aveva fatto Ettore, il suo destino e quello del suo popolo (gli annuncia che gli aspetta una moglie di sangue reale). Questa parte costituisce una prolessi. Enea si decide ad abbandonare Troia e a pensare alla ricostruzione della sua stessa vita e della città. La sua decisione si rafforza quando, ritornato da Anchise e Ascanio, li trova assieme ad un folto gruppo di cittadini, pronti a seguirlo. Enea non sarà solo nell'esilio, avrà compagni forti e fedeli che condivideranno non solo i mille pericolo del viaggio e della guerra, ma anche il destino di gloria che gli è riservato.

La prolessi di Creusa.

Con le parole che l'ombra di Creusa rivolge ad Enea troviamo chiaramente delineato il destino che attende l'eroe; ma tale destino non sarà raggiunto pacificamente: dovrà essere invece faticosamente conquistato, diventando l'oggetto di una vera e propria missione che investe l'eroe troiano, la missione di fondare una città. Non bisogna dimenticare l'intento celebrativo di Virgilio nei confronti di Augusto e del impero che con augusto si inaugurava: il faticoso itinerario di Enea è la nobile base su cui si fonda la nascita dell'impero e su cui si fonda il trionfo di Roma su tutti i popoli.

Enea peraltro, è inevitabilmente predestinato a questo compito, alla missione di condottiero della sua gente e di fondatore di una nuova stirpe. Non c'è per lui possibilità di scelta, di deviare il percorso che il Fato ha già segnato per lui. E anche quando la sua vita sembrerà prendere una direzione (incontro con Didone) basterà un semplice richiamo di giove per riportare Enea al proprio dovere e al proprio destino che è stato scelto per lui da forze superiori. Si può dire che egli è strumento del Fato.   

Polidoro (libro III)

I Troiani superstiti, guidati da Enea, costituiscono una flotta di 20 navi e salpano alla ricerca di una terra che li possa ospitare. La loro prima tappa è la Tracia. Un tempo questa regione era legata a Troia da antica ospitalità e sacra alleanza. Enea annuncia che qui innalzerà le mura di una città che chiamerà Eneade, dal suo nome. Prima però si accinge ad offrire sacrifici agli dei protettori a alla madre Venere, e a immolare un grande toro a Giove, re dei celesti. Per decorare gli altari, Enea decide di utilizzare delle piantine di mirto (sacro a Venere) che intravede su un monticello. Si avvicina così ad esse ma quando cerca di strapparli dall'intero arbusto, cominciano a colare dal virgulto delle gocce nere che paiono sangue agli occhi di Enea, ormai terrorizzato. Dopo la terza volta che Enea tenta di strappare le piante per vedere se si verifica lo stesso fenomeno, irrompe dall'arbusto un gemito che prega Enea di smettere. L'arbusto si rivela essere Polidoro, il più giovane dei figli di Priamo, mandato nella regione della Tracia da Polimestore durante il periodo di guerra, per vivere in pace e serenità. Appena però la potenza Troiana fu schiantata, il re della Tracia si alleò con i greci, e, ignorando la giustizia, uccise Polidoro con una grande quantità di frecce, per impadronirsi del suo denaro. Dopo che Enea si riprende dallo spavento e dopo aver raccontato ai compagni l'accaduto, si decise tutti insieme di lasciare quella Terra malvagia e vile per dirigersi verso terre più lontane. Prima però celebrano il funerale a Polidoro: elevano un grande monte per la tomba e costruiscono altari arricchiti da scuro cipresso per i Mani, ovvero le divinità che indicano le anime dei morti, attorno ai quali stanno le donne di Troia con le chiome disciolte. Concludono il rito versando coppe di sangue e di latte e invocando a gran voce il nome di Polidoro, dandogli l'addio supremo.




La vicenda di Polidoro si caratterizza come episodio chiaramente fantastico e che quindi appare modellato sullo stile e sugli argomenti dell'Odissea. Tale vicenda è il risultato della maledetta febbre dell'oro, il desiderio smodato di ricchezza che spinge all'assassinio Polimestore: l'orrore di Enea e dei suoi è dovuto al raccapricciante spettacolo dell'uomo coperto di frecce trasformatesi in cespuglio ma anche al pensiero del crimine spietato che si cela dietro quella figura. Il desiderio di ricchezza che porta a gesti spietati è un tema che ricorre più volte nell'Eneide: si pensa all'uccisone di Sicheo da parte di Pigmalione. Di Polidoro si ricorderà Dante, nel canto 13 dell'Inferno, nel quale viene presentata la figura di Pier de la Vigne, poeta siciliano segretario dell'imperatore Federico II, accusato di tradimento e per questo morto suicida. Nell'immaginazione di dante i suicidi sono condannati a fare la stessa fine di Polidoro, trasformati in uomini pianta. I suicidi, avendo posto fine volontariamente alla loro vita , non meritano nell'aldilà il loro corpo e quindi diventano delle piante.  Le Arpie (libro III)

Dopo brevi soste nelle isole di Delo e di Creta, i Troiani ripartono diretti verso l'Italia , cui sono stati indirizzati dall'oracolo di Apollo a Delo. Colpiti da una tempesta, sbarcano in una delle isole Strofadi, dove incontrano le Arpie. Questo episodio, come quello in cui si narra l'incontro con Polidoro, ha carattere prettamente fantastico e mitologico. Esse sono descritte come uccelli dal volto pallido di donna e dal corpo di uccello munito di artigli e di un ventre capace di scaricare luride feci: tale ibridismo costituisce l'aspetto più sgradevole ed orribile delle creature. Queste creature furono mandate tempo prima all'abitazione del signore degli Sciti, Fineo, che prediceva così bene il futuro, che gli dei lo accecarono e lo costrinsero ad ospitare le Arpie. Esse insozzavano sempre la sua mensa ma alla fine gli argonauti le scacciarono e esse si nascosero nelle isole Strofadi. Il capo di queste è Celeno. Sbarcato nell'isola, Enea con i compagni si accinge a preparare un grosso banchetto con le carni dei bovi e delle capre trovati incustoditi nei campi. Una parte della preda la offrono agli dei, e con il resto cominciano a banchettare allegramente. Ma d'un tratto arrivano le Arpie che rubano le vivande e insozzano le mense e ripartono lasciando nell'aria un fetido odore. Enea decide di spostare la mensa e di ricuocere la carne in un luogo più coperto, in una rupe concava protetta tutt'intorno dagli alberi. Ma le Arpie riescono a penetrare in quel luogo così accuratamente scelto da Enea e per la seconda volta portano via la preda dalla tavola imbandita. Enea decide così di preparare gli uomini per il terzo incontro, facendo nascondere nell'erba alta le armi. Così quando le Arpie arrivano per la terza volta, gli uomini sono preparati e riescono a respingerle con uno strano combattimento. Mentre le Arpie volano via, si ferma su un alta rupe la più forte delle Arpie, Celeno, che rivolge irata la sua parola ai Troiani. Ella dice che hanno osato dichiarar guerra alle Arpie nella loro Terra patria, inespugnabile. Inoltre rivela ad Enea ciò che Apollo ha rivelato a lei per quanto riguarda il destino del popolo troiano. Esso arriverà al porto del Lazio come predetto, ma non cingerà le mura della città promessa prima che venga assalito da una fame così feroce che lo costringerà a rodere anche i piatti delle mense.

L'immagine più impressionante dell'episodio va cercata, probabilmente, nella rabbia e nell'aggressività con cui le Arpie si gettano sulle mense troiane. Questa fame inesausta sottolinea l'aspetto più l'animalesco delle creature. Anche la profezia finale di Celeno, la più ostile delle Arpie, è la proiezione sui troiani dell'autentica ossessione per il cibo; ma tale profezia non si rivelerà così funesta per i Troiani perché, sbarcati nel Lazio mangeranno, oltre al cibo, le focacce usate come piatti. 

Didone innamorata (libro IV)

Il IV libro è il libro della passione e della tragedia: infatti la nobile protagonista muore per amore. Il modello preso in considerazione per questo libro non è omerico: viene preso spunto dal poema epico ellenistico "le argonautiche" dove viene curato molto l'aspetto dell'innamoramento fra l'eroe
Giasone e Medea. Ricordiamo che la figura dell'amore nel IV libro è fortemente legata all'immagine del cuore lacerato, della ferita, delle fiamme, del sangue.    

Si conclude la digressione,il racconto di Enea: infatti ripartiti dalle Strofadi, i Troiani incontrano, nel loro viaggio, altri esuli della loro gente: Eleno, che ha sposato Andromaca e Aceste, signore di Drepano, in Sicilia. A Drepano muore Anchise e i Troiani ripartiti dalla Sicilia vengono scagliati durante una violenta tempesta sulle coste africane, dove vengono accolti appunto da Didone. Intanto per l'azione irresistibile di cupido, la regina Didone si è innamorata del condottiero troiano.  La mattina dopo il banchetto Didone confessa alla sorella Anna di essersi innamorata follemente di Enea. Ella elogia la figura dell'eroe, il suo splendido valore e la sublime gloria della sua stirpe. Dice di non aver mai incontrato un uomo così nobile, forte e bello, appartenente ad una stirpe divina, che ha attraversato così tante sventure sia per mare che per Terra per volontà degli dei. Sebbene la passione sia già forte, Didone è ancora in grado di trattenersi, è ancora in grado di ricordare il vincolo di fedeltà che la lega al suo defunto marito Sicheo. Ella confessa che se non fosse strettamente legata al marito per mezzo del sacro giuramento avrebbe già ceduto all'amore per Enea. Ma ella continua dicendo che non è intenzionata a violare il sacro pudore (pudititia, divinità romana, oggetto di culto antico importante) e che possa il padre onnipotente fulminarla nell'ombra tra le pallide ombre dell'inferno se questo dovesse accadere.



Anna si dimostra più razionale rispetto a Didone. Ella le risponde che non può sciupare la sua vita rimanendo sola e senza figli. Ella dice: "credi che questo importi alla cenere e all'ombra di chi è morto e sepolto?" Questa domanda che Virgilio fa rivolgere ad Anna ci fa capire come il poeta, sebbene sia pagano, sia influenzato dalle idee di Epicuro che afferma che dopo la morte non vi è aldilà. Anna capisce che Didone abbia potuto respingere gli altri pretendenti africani, ma non è giusto che respinga un uomo come Enea, a lei così gradito; inoltre mette in evidenza il prestigio politico e la forza militare che verrebbero a Cartagine dalla sua unione con Enea (da questa ultima affermazione si vede il lato razionale e fortemente materiale di Anna).

Ella invita quindi la sorella trattenere l'eroe troiano, con qualunque scusa, in modo che si crei l'occasione opportuna per far nascere un legame sentimentale. Il discorso di Anna, in fondo, è proprio quello che Didone desiderava ascoltare: parole d'incoraggiamento, di favore per il sentimento che irresistibilmente la regina sente bruciare dentro di sé.

La maledizione e il suicidio di Didone (libro IV)

Didone cede all'amore per Enea e  si unisce con l'eroe in una grotta durante un violento temporale. Lo viene a sapere Iarba, re della Numidia e pretendente respinto di Didone, cui aveva concesso i territori di Cartagine. Egli, sdegnato, chiede a Giove di intervenire: il Re degli dei lo accontenta e invia Mercurio a ricordare all'eroe troiano la sua missione ancora incompiuta. Enea deve ubbidire e inizia i preparativi della partenza; le suppliche di Didone affinché egli si trattenga almeno per qualche mese vengono respinte. E mentre nella mente di Didone cominciano a farsi strada lo sconvolgimento e la pazzia, Mercurio appare in sogno ad Enea, che dorme sulla nave pronto a salpare, e lo incita a partire subito, prima che la regina infuriata possa assalirlo con le sue navi. Enea dunque, qui come in buona parte del poema, non è altro che uno strumento del fato, di una volontà molto più forte di lui, di fronte alla quale tutte le sue energie fisiche e mentali non possono opporre alcuna resistenza, e tutta la sua carica affettiva deve essere repressa, subordinata all'ordine di Giove di partire. C'è in gioco un futuro di gloria, di grandezza, per l'intera stirpe che da Enea discenderà; e i sentimenti di una donna ben poco possono contro le forze che determinano l'intera storia dell'umanità. Di fronte a Didone il personaggio di Enea quasi si annulla. Egli appare non solo incapace di decisioni autonome, ma anche di sentimenti forti e personali, come quelli che animano invece Didone. L'affetto che prova per la Regina rimane chiuso dentro di lui, viene nascosto dalla fretta con cui egli organizza uomini e navi per una partenza che sa tanto di fuga.

In fondo la stessa relazione tra i due è nata come una parentesi  in un momento di dimenticanza di Enea, di stanchezza nei confronti della propria missione, di cedimento ai propri sentimenti. Giunone stessa e la madre Venere hanno congiurato contro di lui, pur con propositi diversi, l'una per stornarlo dal suo destino, l'altra per procurargli una pausa di riposo. Ma l'inesorabilità del fato incalza Enea, che deve riprendere il cammino per mantenersi fedele al suo compito. Quando la mattina Didone si sveglia, capisce subito che Enea è partito, ella fra un momento di pazzia (in cui vaneggia che avrebbe potuto bruciare le navi di Enea con tutta la sua stirpe dentro, straziare il corpo del padre e del figlio) e il suicidio, la regina trova la lucidità per pronunciare la terribile maledizione contro i Troiani e la loro discendenza (analogamente all'Arpia Celeno). Ella invoca Giunone, Ecate, le Furie (o Arpie) affinché i Troiani soffrano in guerra, e da questa guerra ne ricavino un patto iniquo (svantaggioso per loro: in effetti i patti che pongono fine alla guerra tra Troiani e Latini saranno iniqui perché, nella fusione dei popoli, il nome e la lingua de Troiani non saranno conservati). Ella inoltre prega che Enea non goda di un regno e nemmeno di una sepoltura. Infatti secondo la leggenda, Enea è morto solo dopo tre anni di regno e il suo corpo non è stato mai ritrovato. La mancanza di sepoltura era considerata una gravissima disgrazia, perché impediva all'anima del defunto di accedere al regno dei morti. Le ultime parole di Didone pregano che non ci sia mai pace fra Troiani e Latini, e spera che un vendicatore sorga dalle sue ossa. Con questo efficace espediente narrativo Virgilio crea una giustificazione, seppure leggendaria, alla feroce rivalità che, per oltre un secolo, divise Roma da Cartagine, e che portò dopo tre guerre e dopo che Annibale fu sul punto di annientare Roma, alla completa distruzione della città di Cartagine.

Così ella si trafigge con la spada lasciatagli da Enea su un tumulo che aveva fatto innalzare prima allo scopo, come aveva detto, di un sacrificio per gli dei. Anna arriva troppo tardi, ormai Didone si è ferita ed è moribonda. La sorella si sente in colpa poiché è stata in parte lei a spingerla fra le braccia di Enea ed ora è disperata davanti alla scena strazianti che si sta verificando. Giunone, non riuscendo più a sopportare tanta sofferenza, manda tramite un arcobaleno Iride, messaggera degli dei che affretta la morte a Didone strappandole il capello d'oro: così finalmente può giungere nell'aldilà.  Se esaminiamo attentamente la figura di Didone, capiamo che per lei non esiste un alternativa al suicidio. Ella si è messa completamente in gioco, puntando tutto su Enea: si è fidata completamente di lui, gli ha affidato non solo tutta la sua vita affettiva ma anche il suo prestigio politico in tutta l'Africa settentrionale. Dopo la fuga di Enea, Didone non ha più strade psicologicamente credibili da percorrere: non quella di accettare uno dei pretendenti che ha rifiutato, non quella di un insopportabile solitudine.    







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