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giovanni verga - Accenni sulla vita (1840 - 1922)

letteratura


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giovanni verga


Accenni sulla vita (1840 - 1922)

Nacque da nobile famiglia a Catania. Intraprese gli studi giuridici senza però portarli a termine. Si dedicò al giornalismo politico e pubblicò romanzi a sfondo storico - patriottico. A Firenze strinse amicizia con Luigi Capuana, il teorizzatore del Verismo, sarà lui che convincerà Verga a scrivere in maniera "veristica".

L'ideologia e la poetica

La produzione veristica fu caratterizzata da tre fattori:

1)     Il positivismo e in particolare l'Evoluzionismo (la legge dei più forti sui più deboli: legge della selezione naturale di Darwin), che Verga interpretò in termini sociali: il progresso umano è il risultato di una lotta che porta alla sopravvivenza dei forti, mentre i deboli soccombono, ma i vincitori di oggi saranno i vinti di domani. Da qui nascerà il ciclo dei romanzi I Vinti, con esempi tratti da ogni livello della scala sociale.



2)     Il Naturalismo francese: da cui trasse il principio dell'impersonalità dell'arte: l'autore non parla, ma sono i personaggi e le cose stesse che devono parlare. A differenza dei naturalisti Verga non crede nella funzione sociale dell'arte, per lui la realtà non poteva essere modificata.

3)     La questione meridionale: l'unità d'Italia aveva accentuato ancora di più lo squilibrio fra Nord e Sud.

Si formò così l'ideologia dello scrittore Giovanni Verga. Del positivismo come abbiamo detto manca la fiducia nel progresso sociale.

Le opere narrative

I primi romanzi di Verga sono storici - sentimentali (Storia di una Capiniera, Eva.), ambientati in un mondo aristocratico, narrano di passioni e personaggi eccezionali.

La svolta verso il verismo avvenne con il "bozzetto siciliano" il Nedda, la storia di una povera raccoglitrice di ulive, racconta delle dure condizioni storiche della Sicilia. Seguiranno la raccolta di novelle Vita dei Campi (tra cui Fantasticheria, Rosso Malpelo, La Lupa.), il Ciclo dei Vinti, le Novelle Rusticane (tra cui La roba, Libertà.).

Il Ciclo dei Vinti: nella prefazione dei Malavoglia Verga esprime il suoi desiderio di scrivere cinque romanzi legati da un "filo rosso" (cioè dalle diverse posizioni all'interno della classe gerarchica): i Malavoglia, il Mastro Don Gesualdo, la duchessa di Leyra, l'onorevole Scipioni e l'Uomo di lusso. In realtà alla fine scriverà completamente solo i primi due, perché si rese conto che se avesse continuato sarebbe caduto in contraddizione con se stesso, con la sua ideologia verista.

Ai suoi tempi i suoi romanzi non ebbero successo, in quanto coloro che sapevano leggere erano i ricchi, e ad essi non interessava leggere opere che narravano della vita di gente povera.

La produzione teatrale del Verga iniziò con il dramma Cavalleria rusticana, continuò negli anni a venire, caratterizzata da un dialogo semplificato, dal dialetto colorito e dai temi legati al mondo popolare.

I Malavoglia

(La trama dei Malavoglia è accennata nella novella Fantasticheria).

Il primo romanzo del ciclo dei "vinti" mostra l'inutile sforzo degli uomini per uscire dalla miseria e per conquistarsi condizioni di vita più umane. Il tema si articola su due piani: quello delle vicende dei personaggi e quello collettivo. Il tempo è collocato nei primi anni dell'Unità, e le vicende si svolgono ad Aci Trezza, a pochi chilometri da Catania.

I Toscano, detti Malavoglia, sono una famiglia di pescatori, composta dal nonno Padron 'Ntoni, dal figlio Bastianazzo con la moglie Maruzza detta la Longa, e da cinque nipoti: 'Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia. Il loro patrimonio è costituito da una grossa barca, la Provvidenza e dalla casa del Nespolo, detta così a causa del nespolo che le cresceva accanto.

Spesso nomi e nomignoli sono usati in senso ironico. La barca, la Provvidenza, non mantiene certo la promessa del suo bel nome augurale; Maruzza detta la Longa è bassina e minuta; i Toscano seppure soprannominati Malavoglia sono tutt'altro che svogliati, anzi voltivi e laboriosi.

Padron 'Ntoni compra a credito dallo zio Crocifisso, che fa l'usuraio, un carico di lupini per rivenderli a Riposto. Durante il tragitto una tempesta provoca la perdita del carico di lupini e la morte di Bastianazzo. A questa disgrazia ne seguiranno altre, a cominciare dai debiti che vanno pagati allo zio Crocifisso. I Malavoglia vengono declassati e diventano oggetto di pettegolezzi e maldicenze a causa della perdita della Provvidenza. Il giovane 'Ntoni tornato dal servizio militare lavora con il nonno a giornata ma lo fa di malavoglia, preferendo andare a bere all'osteria o andando a corteggiare le ragazze del paese. La situazione in seguito peggiorerà ancora: Luca muore nella battaglia di Lissa; lo zio Crocifisso espropria la Casa nel nespolo; Maruzza muore per il colera; il matrimonio di Mena va a monte; 'Ntoni ferirà con una coltellata il brigadiere don Michele. Durante il processo l'avvocato difensore, per alleggerire la posizione dell'imputato, insinua il sospetto che 'Ntoni abbaia ferito don Michele per motivi di onore, perché se la intendeva con la sorella Lia. 'Ntoni è condannato a cinque anni di carcere e Lia considerandosi colpevole verso il fratello scappa di casa e si perderà. Padron 'Ntoni affranto, si ammala e muore all'ospedale. Intanto Alessi, che ha sposato la Nunziata, con la sua laboriosità riscatta la casa del Nespolo, dove torna ad abitare insieme alla sorella Mena, la quale si rifiuta di sposare don Alfio. Quando 'Ntoni ritorna dal carcere si sente colpevole per aver violato il patto di solidarietà, di onestà e di amore con i propri congiunti, e per aver provocato la rovina della famiglia: non può rimanere e perciò se ne andrà via per sempre.



Nei Malavoglia si scontrano due concezioni della vita: la concezione di chi come il nonno si sente legato alla tradizione e dà importanza al culto della famiglia, al senso dell'onore, alla dedizione al lavoro [l'ideale dell'ostrica: l'attaccamento alla casa, alla famiglia e al lavoro]; e chi come il nipote 'Ntoni, si ribella all'ambiente in cui vive.

È un romanzo corale, i fatti non sembrano narrati dallo scrittore (impersonalità dell'arte). Il linguaggio è dialettale, semplice, popolare. tale da esprimere al meglio il livello culturale dei suoi personaggi. Verga porta sulla scena le classi più umili, ma non è un libro di denuncia o di protesta.

Lettura svolta in classe: L'addio di 'Ntoni

Dopo cinque anni di prigione 'Ntoni una sera torna a casa, ma è deciso ad andarsene subito. La pagina è poetica e drammatica. Vengono evidenziati il culto della famiglia, dell'onore, della tradizione. Si ha l'impressione di un mondo statico in cui chiunque infranga le regole è destinato all'espulsione e 'Ntoni lo sa, andarsene è il suo dovere. Il ritorno è un atto di affetto. Il pessimismo verghiano è la dolorosa accettazione di questo insegnamento fatale.

Mastro-Don Gesualdo

(La trama di Mastro-don Gesualdo è accennata nella novella La roba).

È ancora una storia che narra la sconfitta che colpisce chi riesce a ribellarsi al "fato" economico e sociale: il protagonista è pervenuto dalla povertà alla ricchezza, ma paga la sua ascesa con la solitudine.

Mastro-don Gesualdo è un capomastro e dopo un'infanzia e una giovinezza di lavoro e di sacrifici, è ormai ricco proprietario e un uomo d'affari e al titolo che testimonia il suo punto di partenza (mastro) aggiunge ora quello di (don) che qualifica il suo nuovo stato sociale. Sposa Bianca una giovane discendente da una famiglia di nobili decaduti che ha avuto una relazione col figlio della baronessa Rubiera, don Ninì. Mastro-don Gesualdo si aspetta da questo matrimonio - per il quale ha abbandonato la fedele Diodata, dalla quale ha avuto dei figli - di avere solidarietà negli affari e l'aiuto da parte dei notabili del paese, ma ciò non avviene. Bianca muore di tisi (tubercolosi polmonare), ed è pianta sinceramente, nonostante tutto da Gesualdo. Isabella, figlia di Bianca e Don Gesualdo (in realtà il vero padre era don Ninì), dopo aver tentato la fuga con un parente "poeta" e cacciatore di dote, sposa un nobile palermitano che in breve tempo sperpera il patrimonio accumulato con tanta fatica dal suocero. Anche i parenti consanguinei di Mastro-don Gesualdo sono colmi di rancore contro il parente, che si è fatto ricco "come un maiale", e che pure li aiuta nella sua innata generosità, mentre i parenti acquisiti tramano contro di lui. Dopo la morte di Bianca, anche lui si ammala. Tenta di riprendersi trasferendosi in campagna ma il male, un cancro al piloro, è implacabile. Il genero lo trasferisce a Palermo (l'unica a seguire per un pezzo la carrozza che lo porta via dal paese è Diodata). Qui relegato in un mezzanino del palazzo nobiliare, muore, solo, nell'inutile attesa di un autentico colloquio con la figlia, tra l'indifferenza dei servitori, che lo deridono a causa delle sue umili origini.




Lettura svolta in classe: Don Gesualdo e la roba

Don Gesualdo è invidiato da tutti, ma poco amato anche dalla propria figlia. Quando si accorge di dover morire per un male incurabile, si sente perduto, vinto da una sorte contro cui non può far nulla. E la sua reazione (come quella di Mazzarò) è una rabbia disperata. Davanti alla sua roba lo assale lo sgomento di vedere vanificate le sue fatiche di un'esistenza intera, la sorda disperazione di dover lasciare tutto quello che è stato lo scopo stesso del suo vivere. Il tentativo disperato di distruggere la roba perché se ne vada via con lui, ci appare come il gesto tragico di chi aveva trovato nella roba la compagna e lo scopo della sua solitudine e ora, costretto a spogliarsene, ha per la prima volta la consapevolezza di essere proprio solo ed inutile.

Fantasticheria

Questa "novella" è in realtà una lunga lettera nella quale l'autore rievoca i pochi giorni che un'elegante signora avrebbe trascorso con lui ad Aci Trezza, e da ciò trae spunto per riflettere sulla vita e sui valori di questo villaggio di poveri pescatori e paragonarli e contrapporli a quelli del mondo borghese e cittadino a cui la visitatrice appartiene. Il titolo intende l'abbandono alla rievocazione di figure umane e situazioni care all'autore, come rievocazione di quel mondo che troverà compiuta espressione nei Malavoglia.

Dopo quarantotto ore l'elegante signora di città era già stufa di quel piccolo paese, in quelle ore fece tutto quello che si poteva fare ad Aci Trezza affermando di non capire come si possa viver lì tutta la vita. Il giornalista risponde che per vivere lì sarebbe sufficiente non essere ricco. Verga in tal modo individua nel fattore economico l'elemento di maggior distinzione fra borghesi e popolo. In questa novella Verga definisce anche "l'ideale dell'ostrica": il tenace attaccamento della povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, a una vita di stenti, alla religione, alla famiglia.come il tenace attaccamento delle ostriche allo scoglio. Se qualcuno tenta di staccarsi da quel mondo di tenaci affetti (casa, tradizione, lavoro.) è destinato a soccombere.

La roba

Mazzarò è un self - made man, "un uomo che si è fatto da solo", un uomo che con disumani sacrifici e notevole abilità riesce ad accumulare una straordinaria ricchezza: la roba - vigneti, uliveti, proprietà terriere che si estendono a perdita d'occhio - rappresenta l'unico obiettivo della sua vita. Ma questa accumulazione deve alla fine fare i conti con il limite biologico della morte, che comporta la vanificazione del possesso. Mazzarò era un uomo meschino, grottesco e molto spilorcio ("ricco come un maiale", "aveva la testa come un brillante"). Il ricordo di sua madre era solo legato alle spese del funerale che aveva dovuto sostenere. Era però un uomo solo ed abbandonato, l'unica cosa che aveva era la sua roba, tutto quello che aveva fatto durante tutta la sua vita ora doveva lasciarlo. Preso da tale angosciante rivelazione, se passava un giovanotto davanti a lui gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, borbottando "Guardate chi ha i giorni lunghi! Costui che non ha niente". Quando gli dissero poi che doveva lasciare la sua roba per pensare alla sua anima uscì nel cortile di casa sua, come un pazzo, urlando "roba mia, vientene con me!"

Critica sul Verga

L'elemento costante di tutta la produzione verghiana è il sentimento doloroso che l'autore ha della vita. Egli non nega che ci sia progresso nella storia degli uomini, un progresso che si svolge a costo di pene indescrivibili, per effetto delle quali, durante il moto incessante della vita, si distruggono i precari equilibri di cui l'esistenza è via via composta. La legge della sofferenza che presiede alla vita s'identifica col ritmo stesso dell'essere e si rivela soprattutto quando qualcuno pretende di uscire dalla condizione che gli appartiene, alla quale è inchiodato sin dalla nascita. Chiaramente quest'ideologia va contestualizzata, erano allora in pieno svolgimento i conflitti di classe, mentre oggi le parità fra uomini e donne, il progresso tecnologico, il benessere sociale, le conquiste civili. rendono assai meno stridenti tali contrasti. Per Verga scrivere opere letterarie significa cogliere questa legge e rappresentarla con la massima fedeltà oggettiva; le concezioni del positivismo lo aiutano a liberarsi del soggettivismo di stampo romantico e gli svelano l'intima necessità del dolore da lui descritta nell'inquieta psicologia dei personaggi. Per tali motivi è molto più apprezzato oggi che non nel tempo in cui visse.







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