Divina Commedia
-Canto I, Inferno,Virgilio
Dante è smarrito nella selva oscura, e dopo
essere uscito dal suo smarrimento intrapresa la strada che dovrebbe portarlo
verso la luce del sole attraverso il colle, simbolo della purificazione, viene
fermato da lonza, lupa e leone. La lupa è il pericolo maggiore per Dante mentre
lonza e leone sono meno assetati del suo corpo. La lonza è l'invidia o Firenze
o la frode, il leone rappresenta o la superbia o la monarchia francese o la
violenza, la lupa invece o l'avarizia o la curia romana o l'incontinenza. C'è
poi la figura del veltro, personaggio misterioso dalla dubbia precisazione:
rappresenta la forza della virtù che alla fine avrà ragione sui vizi
simboleggiati dalla lupa; forse rappresenta un papa o un santo, forse Arrigo
VII o Cangrande della Scala o forse Dante stesso nella sua missione di
precettore. Appare poi Virgilio che invita al viaggio Dante che titubante segue
la sua guida, simbolo di ragione umana e naturale. Il viaggio inizia Venerdì 8
e finisce Giovedì 14.
-Canto II, Inferno, Antinferno
Invocazione alle muse, il timore di Dante di
essere orgoglioso a iniziare questo viaggio, è questo l'inizio del secondo
canto. Virgilio parla delle tre donne che hanno voluto il suo viaggio, la
Vergine Maria, che annulla la sua pena /simbolo della misericordia divina),
Lucia, vergine e martire, protettrice della vista, in contrapposizione c 939c28j on la
selva oscura, la Grazia illuminante allegoricamente e infine Beatrice, la
protettrice di Dante, che sedeva in parte a Rachele, simbolo della vita
contemplatrice. Virgilio dice quindi a Dante del aspetto provvidenziale del suo
viaggio, voluto da Dio e quindi non peccato. Dante riprende il viaggio.
-Canto III, Inferno, Antinferno, Celestino
V, Caronte
Dante entra quindi nell'Inferno trovandosi
davanti la porta dell'inferno, con le sue parole di colore oscuro e dure da
accettare. Sente le prime grida e i primi pianti e vede gli ignavi che non sono
accettati né nel purgatorio né nel paradiso perché disprezzati anche
dall'inferno: infatti non hanno usato ciò che Dio dà all'uomo, il libero
arbitrio. Il loro contrappasso è quello di seguire un'insegna girando in
cerchio, loro che nella vita non hanno seguito alcun schieramento. Oltre a ciò
sono colpiti da insetti e formiche, che devono il loro sangue. Fra questi ci
sono gli angeli che non hanno deciso da che parte stare fra Dio e Satana, ma
sono stati per se. Oltre a questi c'è chi ha fatto per "viltade il gran
rifiuto": può essere Celestino V, Pilato o Esaù ma oggi si tende a prendere Celestino,
che rifiutò dopo pochi mesi la carica di pontefice. Dante passa avanti e vede
Caronte arrivare dall'Archeonte. Egli traghetta le anime spaurite sull'altra
riva; Dante non resiste alla vista delle anime e sviene.
-Canto IV, Inferno, Limbo, gli "spiriti
magni"
Al risveglio Dante si ritrova nel primo
cerchio, e nella prima parte del limbo, dove sono presenti le anime non
battezzate; qui non trova pianti ma solo sospiri per la speranza impossibile di
vedere un giorno Dio. Dante prova dolore perché sa che fra questi ci sono
persone di molto valore, come la sua guida. Parla poi degli unici uomini che
erano uscito da lì: Adamo, Abele, Noè e Mosè, Abramo, Davide, Israele, suo
padre i sui figli e Rachele, tutte le figure della Bibbia. Dante poi vede la
luce che illumina il castello dove risiedono gli spiriti magni, fra cui si
avvicina loro Omero, con la spada, Orazio, Ovidio, Lucano. Dante li lascia
parlare ed è poi invitato a conversare, segue poi nel capitolo la descrizione
di tutti gli uomini che sono nel castello, fra cui anche arabi e comunque
persone non appartenenti al mondo cristiano. Il castello è a sette mura con 7
porte, simbolo delle virtù cardinali e teologali (fede, speranza, carità le
teo.; fortezza, giustizia, prudenza, temperanza le card.).
-Canto V, Inferno, Lussuriosi, Paolo e
Francesca
All'inizio del secondo cerchio Dante vede
Minasse che indica il girone alle anime dannate, cerca di evitare a Dante di
entrare ma Virgilio lo ferma. Entra poi nella parte dove i dannati sono spinti
e sbattuti dal vento, come contrappasso di loro, che nella vita non sono
riusciti a contenere il vento della passione che ora li assale. Virgilio poi dà
alcuni nomi a Dante fra cui Elena, Cleopatra e Achille. Dante a questo punto
vede Paolo e Francesca e li chiama per parlare con loro. Alla fine del
colloquio dove si parla del loro amore e dell'amore in genere Dante sviene per
la compassione.
-Canto VI, Inferno, Golosi, Ciacco
Nel terzo cerchio una pioggia incessante
massacra i peccatori di gola, all'inizio di questo cerchio Dante trova Cerbero,
che Virgilio fa scappare buttandogli sabbia in bocca; egli passa sopra i
dannati e vigila affinché non si alzino. Ma Ciacco quando vede passare il poeta
lo ferma e comincia a parlargli. Poi come tutti i sesti canti della divina commedia,
comincia a parlare di politica e di Firenze, dicendo la sorte di ogni uomo
della città, la cui maggior parte è destinata all'inferno (l' ho scritto da
schifo ma ci siamo capiti). Parla del suo futuro e di dove si trovano altre
anime, come Farinata, il Taccheggiaio,Iacopo Rusticucci e Arrigo e il Mosca. Dà
poi una descrizione del Giudizio Universale, quando le anime riprenderanno il
proprio corpo e aumenterà il dolore della loro pena. Arrivano all'inizio del
terzo girone, dove vedono Pluto.
-Canti VII-VIII-IX, Inferno
All'inizio del settimo Plauto spaventa
i due ma Virgilio ricorda lui che il viaggio di Dante è voluto da Dio. Entrano
così nel cerchio degli avari e dei prodighi, divisi in due schiere che vanno in
senso opposto, ogni dannato ha un peso e si urtano fra di loro. Si parla della
frivolezza dei beni terreni e viene criticata la Chiesa. Arrivano poi a una
fonte che versa acqua scura e che forma lo Stige. Qui sono gli iracondi e gli
accidiosi, i primi escono dall'acqua e si mordono e si picchiano, gli altri
restano sotto il fango e si capisce la loro presenza dalle bolle e intanto
arrivano vicino ad una torre. Inizia l'ottavo capitolo, tre fiammelle indicano
l'arrivo di qualcuno, Flegias, che arriva su una barca. Flegias comincia a
traghettare i due ma ad un certo punto esce dall'acqua Filippo Argenti, che se
la prende da iroso, con Dante. Arrivano alle porte della città di Dite, dove
dei diavoli impediscono anche alla ragione, a Virgilio di passare; egli può
solo sperare in un intervento divino, che arriva nel capitolo dopo, con il
messo dal Cielo; intanto Dante era stato impaurito da tre furie infernali che
volevano chiamare la Gorgona, ma Virgilio protegge il suo discepolo coprendogli
gli occhi. Arrivano in una pianura dove ci sono delle tombe infuocate: gli
eretici.
-Canto
X, Inferno, Eretici
Virgilio
dice che dopo il Giudizio Universale le tombe saranno chiuse, e dice che lì può
trovare tutti gli epicurei. Si innalza da una tomba, che è contrappasso a dire
che gli epicurei, che pensavano non ci fosse niente dopo la morte, ora hanno la
propria tomba in un posto che non credevano esistesse. Farinata non si sente
partecipe della disgrazia delle anime dell'inferno e si innalza da esso, per
colpa anche del suo orgoglio, che lo fa sembrare dispotico. Parla anche
Cavalcante dei Cavalcanti che chiede perché suo figlio non fa lo stesso viaggio
che Dante sta compiendo. Dante non sa cosa dire e Cavalcante ritorna nella sua
bara. Con loro ci sono anche Federico II e Ottaviano degli Ubaldini.
-Canti XI-XII, Inferno
I due
discendono a valle del cerchio degli eretici dove si riparano per il fetore
nella tomba del papa Anastasio; Virgilio parla di come è diviso l'inferno e di
come i peccati di violenza e di frode siano più gravi perché commessi con
l'intelligenza e quindi offendendo di più Dio. Il settimo cerchio è diviso in
violenti contro il prossimo, contro sé stessi e contro Dio. La frode invece è
contro chi si fida e contro chi non si fida. La prima è punita nell'ottavo
cerchio, la seconda, più grave, è il tradimento, ed è punita nel nono e
nell'ultimo cerchio. Minosse è all'inizio del XII cap.; Virgilio lo provoca
ricordandogli la sua morte e i due poeti riescono a passare. Arrivano al fiume
di sangue, il Flegetonte, dove sono i violenti contro il prossimo: i tiranni,
gli omicidi, i predatori e i devastatori, i feritori. Sulla riva i Centauri li
colpiscono con le frecce. Il loro capo, Chitone, parla con Virgilio, che gli
chiede di dare loro un centauro per guadare il fiume; viene chiamato Nesso, che
porta Dante in groppa.
-Canto XIII, Inferno, Violenti, Pier delle
Vigne
Siamo nel secondo girone del settimo cerchio,
dei violenti, nel girone dei suicidi e il canto inizia proprio con la
descrizione raccapricciante della selva dei suicidi, una selva negativa
all'opposto di luoghi naturali bellissimi come quelli della maremma toscana
citata da lui in paragone. Qui abitano le terribili arpie con volto di donna e
corpo di uccello rapace. Virgilio preannuncia che il girone finirà con un
orribile deserto. Dante pensa che i lamenti siano di dannati nascosti nella
selva ma quando spezza un ramo capisce la vera natura dei dannati. Nelle parole
del dannato si rivela la natura dei suicidi, essi che occuparono come uomini il
più alto grado animale ora sono ridotti a vegetali. Loro che commisero violenze
contro di se chiedono quel rispetto e cura per il loro tronco in nome della
pietas che l'uomo dovrebbe avere per tutte le forme di vita anche con aspetto
di serpi e che loro non ebbero per se
stessi (analogia con episodio dell'Eneide Polidoro)Virgilio promette che Dante
lo ricorderà tra i vivi,desiderio di tutti i dannati. Pier delle Vigne si
descrivere come tuttora funzionario dell'imperatore per la dignità che ha
dimostrato nel suo incarico e la fierezza che questa in lui provoca,dice che
gli affidò Federico le due chiavi in quanto egli poteva provocare la
benevolenza e l'inimicizia del suo signore in analogia con Pietro. Nato a Capua
intorno al 1190 lavorava infatti come giurista per Federico II e divenne
generale del regno. Egli non solo eseguì ma consigliò anche le decisioni
dell'imperatore che si fidava ciecamente di lui. Accusato di tradimento fu
carcerato e accecato e morì secondo alcuni suicidandosi contro il muro della
cella. Fu elemento di spicco della scuola siciliana iniziatrice della poesia in
volgare. Poi Pier delle Vigne risponde alla domanda di Virgilio che sostituisce
Dante turbato raccontando della loro situazione e del loro destino: Minosse
manda ala settimo cerchio le anime che si privarono del loro corpo
violentemente, cadono a caso nella selva e lì germoglia come semente. I lamenti
sono provocati dalle ferite fatte dalle Arpie che si cibano delle loro foglie.
Dopo il giudizio universale andranno a riprendere i corpi ma li attaccheranno a
i loro cespugli dato che li rifiutarono in vita. Mentre Pier delle Vigne finiva
di parlare videro passare due spiriti nudi (Ercolano dei Maconi, senese,
scialacquatore morì fuggendo da una battaglia, Iacopo da Sant'Andrea, di
Padova, scialacquatore, cortigiano di Federico II) pieni di graffi e uno di
loro si nascose dietro un cespuglio dalle cagne nere che lo smembrano e ne
portano via le membra mentre si lamenta il cespuglio dietro cui si nascose.
Racconta di essere fiorentino e che era nel periodo in cui S G Battista sostituì
l'antico patrono Marte che si vendicò riversando la sua arte la guerra contro
Firenze. Egli non si sa se è nell'ombra per indicare una tendenza a quei tempi
a Firenze verso il suicido, o Rocco dei Mozzi, o Lotto degli Agli , suicida a
causa di una sentenza ingiusta, si impiccò con la forca mezzo di punizione
pubblico nella sua casa eseguendo lui la sua sentenza. Questo canto costituisce
un eccezione per il tono lugubre e le immagini lugubri derivate dal tema del
suicidio che prima visto nella cultura classica come atto eroico viene visto
cristianamente come rifiuto dell'amore di Dio, degradazione della ragione
effetto della disperazione, peccato contro la grazia divina. Questa rottura
dell'ordine naturale comporta lo strano rapporto reale-surreale del canto. Il
canto introduce una selva priva di elementi vitali in cui vivono le Arpie,
esseri mostruosi, con un senso di incubo. Per loro il Giudizio Universale
rappresenta la somma tortura, il nuovo orrore. Pier delle Vigne diviene un
esempio importante in questo canto in quanto vittima ingiusta dell'invidia.
Egli però ha dato peso all'ordine mondano, stravolgendo l'ordine morale e
perdendo la guida della ragione e essendo portato al grave peccato che fa
intendere Dante che non va seguito neanche in queste situazioni; infatti egli
in una situazione simile troverà nella giustizia divina l'esilio come distacco
dalla società invidiosa. Gli scialacquatori sono collegati ai suicidi in quanto
il possesso dei beni era legato al dovere di mantenerli per il bene della
società, dilapidarli vuol dire sopprimersi e giocare la vita sul denaro.
L'ultimo peccatore è simbolo di Firenze in cui dominano le violenze per la
passione per il denaro. La selva è descritta con tre negazioni e tre
aggettivazioni in relazione tra loro. Dannati e scenario compongono un
tutt'uno. Infatti il dannato si sente albero (giura sulle radici). Questa
corrispondenza è rispettata anche stilisticamente. La pietà di Dante deriva
dalla similitudine delle due vicende: la lealtà innanzitutto e addirittura la
devozione che lo spinge a trascurare il peccato di Federico che tradì la
fiducia che aveva sempre ricevuto. Tutti e due sono vittime dell'invidia e
tutti e due tengono più a ristabilire la loro dignità più che la loro fortuna.
Il turbamento nasce anche dall'oscurarsi di un grande personaggio che
rappresenta la figura ideale di imperatore secondo Dante per la sua visione
politica. E' solo nel Medioevo che la cagna diventa nera e simbolo del diavolo
per furia voracità forza indomabile velocità insaziabilità. Secondo la teologia
tutti i corpi si ricongiungeranno all'anima dopo il Giudizio Universale ma
quella di Dante è una finzione poetica che accentua il suo disprezzo per questo
peccato. Dante rispettava Pier delle Vigne anche come poeta della scuola siciliana
radice della poesia in volgare e il linguaggio molto ricercato del canto è un
omaggio a questa e un modo per esprimere il conflitto interiore perché Piero
era anche superbo, folle idolatre del suo signore, debole e fragile.
-Canto XIV, Inferno, Violenti
Giunge al terzo girone del settimo cerchio,
una vasta landa desertica su cui scendono incessantemente dall'alto falde di
fuoco che colpiscono i dannati: i bestemmiatori, supini e immobili, i sodomiti
intenti a correr senza posa, gli usurai rannicchiati a terra. Tra i
bestemmiatori uno è indifferente al dolore del fuoco, è Capanno uno dei 7 re
che assediarono Tebe e che venne fulminato da Giove per la sua tracotanza.
Virgilio gli dice che proprio nel fatto che non si smorza la sua superbia è punito maggiormente
e che nessun tormento se non la sua rabbia sarebbe tormento adatto al suo empio
furore. Camminando ai bordi della selva giungono allo sbocco del Flegetonte.
Dentro una caverna del monte Ida a creta sta un gran veglio con le spalle a
Roma e la faccia a Oriente con testa d'oro,busto-argento, tronco-rame,
gambe-ferro, piede destro-argilla. Da esse eccetto la testa escono lacrime che
bucano il monte formando Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito. E' simbolo
dell'umanità e della sua decadenza. Il Flegetonte deriva il suo nome da flego
bruciare in quanto è di sangue ribollente mentre il Lete nominato da Dante
scorre in Purgatorio.
-Canto XV, Inferno, Violenti
Il fumo del ruscello crea una nebbia che salva
dal fuoco acqua e argini costruiti come quelli fiamminghi e padovani. Dante
viene riconosciuto da Brunetto Latini. Egli fu notaio ai tempi di Dante. Deve
la sua fama al Tresor, al Tesoretto e a
traduzioni di Cicerone. Dante non frequentò la sua scuola ma la sua conversazione,
lo ammirava e lo apprezzava come dichiara nel de vulgari. Solo Dante cita il
suo peccato di sodomita ma deve esserne stato certo dato che altri sodomiti più
famosi vengono da lui collocati in Purgatorio immaginando il loro pentimento.
Il nome che cita l'omosessualità deriva dalla città di Sodoma sul Mar Morto che
Dio distrusse con una pioggia di fuoco e zolfo per le pratiche sodomite
diffuse. Risparmiata la famiglia di Lot la moglie si volta e viene trasformata
in sale. L'omosessualità è punita al pari dell'omicidio volontario e Dante
riprende il racconto biblico senza pero scernere il peccato di ser Brunetto
dalla sua grandezza. Ser Brunetto sentendo nel voi di Dante un tono poco
familiare e di rimprovero lo supplica di restare e di seguirlo per non rimanere
indifeso dal fuoco per 100 anni. Dante cammina con atteggiamento riverente
segno della sua pietà. Non nomina Virgilio per non ferire il suo vecchio
maestro. I due temi principali sono:1) gratitudine per il suo vecchio maestro;
2)amara delusione nell'impatto emotivo di riconoscerlo tra i dannati. Dante
è a disagio di fronte al maestro che a
differenza di lui ha perso la via della salvezza tuttavia gli concede più volte
grande pietà: non rivela la nuova guida, tace la sua colpa e Brunetto disprezza
gli altri dannati quasi per riscattarsi di fronte all'allievo. Ancora una volta
il fine esemplare è ottenuto magnificamente anche con un dolore emotivo
dell'autore che condanna così anche una parte della sua vita e della sua
giovinezza. Poi predice a Dante le sue future sventure accanendosi contro i
Fiesolani e gli consiglia di star lontano da loro. La tradizione vuole che i
Fiesolani furono puniti dai Romani per aver appoggiato Catilina. Alcuni
sopravvissuti si trasferirono in pianura mescolandosi ai Romani e inquinandone
la stirpe. Solo pochi sono rimasti tra i discendenti dei Romani, la maggior
parte discendente da questi è degna dell'aggettivazione bestia e anche il
linguaggio nei loro confronti è molto duro. Essa consente a Dante di spiegare
l'inclinazione alla violenza e ai cattivi costumi di Firenze e di proiettare
lontane nel passato le ragioni del suo aristocrazismo. La visione di Dante non
si oppone alla Fortuna annunciatagli negativa già tre volte (Ciacco, Farinata,
Brunetto)e si prepara ad agire di conseguenza secondo le leggi morali. Dante
credeva all'influsso delle stelle (cost.gemelli)come segno della volontà
divina, ma considerava l'uomo libero di scegliere e quindi responsabile del
bene e del male che produceva. Cita Pisciano,VI sec autore di una grammatica,
Francesco d'Accorso, giurista docente a Bologna e Oxford, Andrea de Nozzi, che
fu vescovo di Firenze fu trasferito per i gravi abusi e contrasti e di lui
accenna ad abusi sessuali con conclusione tragica. La citazione del Tesoro
dimostra l'intento di celebrare il suo maestro di Dante. Il Tesoro è l'unico
mezzo tramite cui prosegue la sua opera di insegnamento interrotta con la
morte. L'insegnamento di Brunetto se pur lodevole si basava su una concezione
terrena dell'amore e perciò non portava all'eternità. Egli ha una concezione
mondana della fortuna come sorte e considera ancora l'eternità della fama
ignorando la salvezza cristiana.
-Canto XVI, Inferno, Violenti
Odono la cascata del Flegetonte cadere nel
cerchio seguente. Vedono tre ombre che girano su se stessi: Guerra, Aldobrandi
e Rusticucci, fiorentini illustri che Dante conobbe e ammirò. Essi chiedono se
a Firenze ha prevalso la gente nova e i subiti guadagni e di venir ricordati
tra i vivi. Virgilio prende la corda che li teneva uniti per sicurezza e la
getta nell'abisso così che sale Gerione.
-Canto XVII, Inferno, Violenti
Gerione era il mitico re di Spagna che nutriva
i tori con sangue umano e che è simbolo della frode, costituito dalla natura
umana, d'uccello, di scorpione, la faccia onesta, il corpo di serpente, due
zampe pelose fino alle ascelle, la
schiena, il petto, segnati da nodi, arabeschi circolari, torceva verso l'alto
la sua coda come lo scorpione armandola. Dante incontra gli usurai, violenti
contro l'arte, non incontra nessuno ma da una tasca riconosce lo stemma dei
Gianfigliazzi, Obriachi,Reginaldo degli Scrovegni unico padovano che verrà
raggiunto da due suoi concittadini. Gerione li prende in groppa e vola sotto
nell'abisso del cerchio sottostante da cui Dante colpito dal vento sente i
lamenti distinti dei dannati.
-Canto XVIII, Inferno, Fraudolenti
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Fraudolenti: Mezzani e seduttori, adulatori, simoniaci,
indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori
di discordia, falsari
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Arrivano alle Malebolge tutte di pietra e di
color ferrigno, grande distesa a forma circolare degradante verso il suo centro
dove si apre il pozzo della voragine infernale. Questo spazio è diviso in dieci
fosse concentriche. L'aspetto generale è quello di una serie di fossati che
circondano un castello e qui ci sono ponti che tagliano gli argini e i fossi e
convergono tutti verso il pozzo centrale. Dentro queste tasche sono puniti i
fraudolenti contro chi non si fida. Volgono a sinistra nella prima bolgia ma
Dante a destra vede gli indovini che girano in senso opposto. La prima schiera
è quella dei seduttori per conto altrui tra cui il bolognese Venedico
Caccianemico, viene preso a scudisciate. Nella seconda bolgia quella dei
seduttori per conto proprio riconosce Giasone, capo degli Argonauti. Essi sono
immersi nello sterco per l'abiezione e il servilismo che mostrarono in vita
(Interminelli) e Taide sozza e scapigliata fante che un tempo fu bella.
-Canto XIX, Inferno, Simoniaci
Inizia con l'invettiva contro i simoniaci.
Sovrastano al parte centrale del fossato. Poi si difende dall'accusa di
sacrilego per aver salvato la vita a un bimbo nel battesimo a Firenze. I
peccatori erano immersi in buche da cui spuntavano solo i piedi fino alla
coscia con le piante dei piedi infuocate. Le fiamme sono contrapposte a quelle
degli Apostoli e il rovesciamento simboleggia il rovesciamento dei valori.
Negli atti degli apostoli si parla di un Simon Mago che offrì denaro agli apostoli
per avere i loro poteri. La simonia è il peccato di colui che fa mercato di
cose sacre. Essi si rivolsero solo ai beni materiali, capovolsero il loro
ufficio trovando bene materiale dall'attività spirituale perciò la loro aurea è
una grottesca fiamma sui loro piedi e anche il fatto che guizzino come
nell'olio si riferisce all'olio benedetto. La colpa del papa è maggiore e
maggiore è anche la fiamma. Il dannato crede che si tratti di Bonifacio
destinato in futuro a raggiungerlo. E' invettiva contro un periodo storico
della chiesa cominciato con la donazione di Costantino. Il suo è sdegno morale
e offesa angosciata per i mali che derivano dai loro atti per la società e per
la chiesa. Il dannato si manifesta come Niccolò III degli Orsini e racconta che
i papi precedenti vengono appiattiti nelle fessure delle pietre e rammenta
eventi che servono alla datazione. Bonifacio VIII fu nemico per la rivalità
storica tra i due e per il suo accanito seguito all'idea plenitudo potestatis
della teocrazia che riunisse nel papa potere spirituale e temporale smentita
dalla storia. Clemente V fu succube del re di Francia e capovolse la politica
papale anche assolvendo i responsabili dello schiaffo di Anagni e santificando
Celestino V. La rabbia di Niccolò è
quella di dover essere il rappresentane di quel peccato. Dante apostrofa
i papi simoniaci citando un passo dell'apocalisse in cui si vede una donna
prostituirsi con ire della terra sopra una belva da 7 teste e 10 corna in
riferimento alla Roma imperiale ma eliminando la bestia egli si riferisce alla
Roma papale e 7 sono i doni dello spirito santo e 10 i comandamenti. Accusa la
donazione di Costantino ancora ritenuta vera.
-Canto XX, Inferno, Indovini
Nella quarta bolgia stanno gli indovini che
camminano in processione e hanno la testa completamente girata dalla parte
delle reni e il loro pianto cade sulle natiche. Sono puniti per aver voluto
conoscere il futuro. Anfairao, Tiresia, che passo di sesso toccando due
serpenti in amore, Arante indovino etrusco, Mante figlia di Tiresia e
responsabile dell'origine di Mantova, Euripilo e Calcante, Michele Scotto,
Guido Bonatti, Asdente.
-Canto XXI, Inferno, Baratteria
Siamo nel quinto girone. Bolliva una densa
pece che rendeva vischiosa ogni parete delle bolgie. Sono inseguiti da un
diavolo cavalcato da un dannato. I dannati sono barattieri. Il dannato viene
inseguito da un mastino, si immerse nella pece e riemerse capovolto di fronte a
una domanda sarcastica riguardo un immagine sacra di Lucca piena di barattieri.
Lo rimettono nella pece e non lo lasciano uscire dovendo ballare sotto la pece.
Come essi pescarono nel torbido cercando di ingannare il prossimo, ora bollono
nella pece e sono uncinati dai diavoli. I diavoli aggrediscono Virgilio che si
confronta con Malacoda. I diavoli guidano verso un altro ponte agibile i poeti.
Dante non si fida dei diavoli che vogliono accompagnarli.
-Canto XXII, Inferno
Segue il drappello di diavoli e vede dannati
sporgere con la schiena o col capo. Vi sono gli italiani Ugolino Visconti e
Michele Zanche.
-Canto XXIII, Inferno, Ipocriti
Arrivano alla sesta bolgia evitati i diavoli
che li inseguivano. Vi sono gli ipocriti, camminano a passi lentissimi,
piangendo, con cappucci in testa e sotto il peso di cappe rivestite di oro ma
dentro di piombo. Incontra due frati gaudenti. A terra crocefisso sta Caifas
con tre pali calpestati da quelli che passano, è colui che mandò Gesù a morte.
-Canto XXIV, Inferno, Ladri sacrileghi
Settima bolgia raggiunta con una corda dato
che il ponte è crollato. E' piena di serpenti di ogni genere dai quali fuggono
inutilmente i dannati. Sono i ladri sacrileghi hanno le mani legate dietro la
schiena da serpenti e passando per le reni congiungono testa e coda sul loro
ventre. Incontra Vanni Fucci che si trasforma in cenere e ritorna in forma
umana.
Si vendica predicendo la sconfitta dei bianchi
a Pistoia.
-Canto XXV, Inferno, Ladri sacrileghi
Caco è centauro condannato per aver rubato il
bestiame di Ercole, tre fiorentini, Brunelleschi, Abati, Sciancato e con loro
Cianfa Donati, Francesco de Cavalcanti.
-Canto XXVI, Inferno, Consiglieri
fraudolenti, Ulisse
Il canto inizia con l'invettiva a Firenze il
cui nome si diffonde nell'inferno tramite 5 ladroni, falsari e si augura che
accadano le minacce di Prato per quanto ne soffrirebbe, riferendosi o alla
rivolta contro il governo dei Neri sedata dai fiorentini e il conseguente
desiderio di vendetta o le maledizioni di Niccolò da Prato dopo il fallimento
della missione di pace. Risale la scala e cammina sull'argine. Siamo nella
ottava bolgia dei consiglieri fraudolenti i quali come nascosero i loro
inganni sono nascosti tra le fiamme e
come incendiarono gli animi ora sono una lingua di fuoco che però non illumina
il buio in antitesi con l'immagine cristiana della lingua di fuoco dello spirito
santo. Dante si augura di proseguire con virtù guidato dalla buona stella
(costellazione gemelli)o dalla volontà di Dio. Dante vede le anime dal ponte.
La fiamma dove sta Ulisse con Diomede è divisa come quella di Eteocle e
Polinice. I tre inganni citati sono:
il cavallo di Troia in cui si sono serviti di
un falsario, Sinone, per ingannare i troiani desiderosi di pace. Egli con
Diomede mostrò armi da guerra a Achille che lasciò gli abiti femminili, trucco
della dea Teti, e partì verso Troia dove sarebbe morto per dolore di Deidamia.
Il furto del Palladio durante l'assalto a Troia o perché credevano al suo
potere protettivo o per scoraggiare i Troiani. E' Virgilio a parlare coi
dannati per Dante o perché lui è il mediatore tra mondo classico e mondo cristiano
o perché si finge Omero. Ulisse racconta che dopo aver lasciato Gaeta e Circe
non tornò a Itaca se pur spinto da nobili affetti e doveri per la forza della
sua volontà di conoscere sia i vizi che i pregi umani. Qui si vede come Ulisse
non giudicava ne buona ne cattiva la conoscenza ma la considera un dovere
naturale dell'uomo. Passa per Spagna, Marocco, Sardigne, altre Isole. Supera lo
stretto delle colonne posto da Ercole come limite per gli uomini che Ulisse
riconosce e riconosceva ma non rispettò e poi tiene l'orazione piccola per
incitare i compagni. Erano passati 5 mesi, numero di profezie negative. Vista
la montagna del Purgatorio vengono sommersi dalle acque girando per tre volte
(volere divino). In tutto il canto il tema è l'orgoglio opposto all'umiltà:
nell'invettiva a Firenze che ha perso le sue vecchie virtù di pace sobria e
pudica, poi il freno morale che si impone Dante e infine Ulisse che come gli
altri grandi personaggi è rispettato ma condannato, all'interno del problema
della conoscenza. La conoscenza è un valore alto per Dante ma bisogna essere
umili e voler conoscere per amore e per innalzarsi a Dio no per orgoglio come
Ulisse in cui la passione cancella la necessità di controllare le doti
naturali. La visione di Dante è impregnata del senso della misura cavalleresco
e non dell'etica del successo classica. La condanna di Dante si manifesta anche
nel destino di Ulisse: non è Nettuno ad
affondarlo ma è la sua volontà preda della passione a portarlo a ciò e la sua
rovina è maggiore perché si è manifestata in vita e non solo dopo la morte di
fronte al giudizio divino, l'orgoglio porta alla sconfitta. Così viene esaltato
il viaggio di Dante e i suoi modelli Enea e Paolo guidata dalla volontà di Dio.
Inoltre è un autocritica per il passato eccessivo accanimento per la filosofia.
Per Dante il viaggio è frutto di prove morali verso la coscienza fondendo
intelletto e amore. Al contrario la visione di
Ulisse è quella dell'uomo libero da ogni responsabilità se non quella
della sua natura di essere intelligente e avido di conoscenza. Ulisse è il
prototipo della civiltà pagana che per la sua nobiltà si è spinta oltre i confini umani ma per la
mancanza della rivelazione, dell'obbedienza alla volontà divina e per la sua superbia e orgoglio non
può raggiungere il mondo eterno divino. Il gusto classico di Dante si mischia
alla severa concezione religiosa. La scienza non è negativa ma non deve
divenire folle e subordinare a se la morale, l'uomo che rifiuta il ruolo di
creatura come ha fatto Ulisse fallisce non per intervento divino ma per
conseguenza diretta della sua superbia. La follia di Ulisse sta nel non
riconoscere altra virtù che quella della sua scienza in contrasto con l'augurio
iniziale di Dante.
-Canto XXXIIII, Inferno, Fraudolenti, Ugolino della
Gherardesca
E' l'ultimo incontro di Dante con i dannati,
in esso dà l'esempio massimo di negatività e desolazione, già dall'inizio,
quando descrive la pena bestiale di Ugolino. Il peccato dei fraudolenti è
infatti il peggiore perché riesce a distruggere i valori su cui si fonda la
convivenza umana, portando al tradimento. In questo canto continua il sarcasmo,
l'ironia e l'irrisione della vita dei dannati. Nella ghiacciaia Cocito entrando
nell'Antenora (i traditori della patria) i dannati sono nel ghiaccio fino alla
testa, ma Ugolino fra essi ha un contrappasso maggiore: egli deve mangiare la
testa di chi lo ha tradito, il vescovo Ruggeri, e in questo gesto fa vedere
come il suo odio abbia sopraffatto nella sua vita l'amore, e come lui abbia
quindi perso la sfida che avviene fra bene e male in ogni anima. Tutto il suo
discorso è mosso dall'odio che prova per chi lo ha tradito, a cui dà tutte le
colpe della sua fine e di quella dei suoi figli. Ma Dante non riesce ad avere
compassione di lui, lo disprezza perché rappresentante del comune e dei quel
mondo peccatore che rappresenta questo Stato. Ma Dante sottolinea molto di più
la morte dei figli di Ugolino: essi sono quasi simbolo di Cristo perché
soffrono come lui nel Getsemani, e in più si offrono in un gesto di amore
estremo al padre, quasi come Agnelli di Dio. Ma Ugolino resta di pietra, chiuso
nel suo terrore che si trasforma in odio (si mangia le dita dalla rabbia), e
non sa dare alcun gesto di affetto ai figli, che muoiono davanti a lui. Alla
fine del canto però, dopo l'invettiva a Pisa, esponente del comune e
dell'ingiustizia, si passa al sarcasmo del frate Alberico, che si compiace
cinicamente della presenza di alcuni uomini in questo luogo, rilevando che
molti uomini sono già perduti prima di morire, e in loro vive un demone.
All'inizio, quando Ugolino vede Dante, smette
di mordere la testa di Ruggeri, e senza chiedere il nome ed il perché della sua
presenza al poeta, cieco per la rabbia, decide di raccontare la sua storia, che
vuole sia una vendetta per far vedere come il vescovo lo abbia fatto soffrire
agli altri. Dal punto di vista storico Ugolino della Gherardesca, conte di
Donoratico, figlio di Guelfo della Gherardesca, nacque nella prima metà del
XIII sec. da famiglia ghibellina ma fu del partito guelfo. Volle istituire a
Pisa il governo guelfo e riuscì a impossessarsi del potere con l'aiuto dei
Guelfi toscani. Ma Genova, Lucca e Firenze si allearono contro Pisa; allora
Ugolino, podestà, decise di rendere neutrali Firenze e Lucca donando loro alcuni
castelli. Dopo questa politica scaltra e oscillante prese il potere e divenne
poi tiranno. Ma nel 1288 i ghibellini sconfitti prima nella battaglia di
Meloria, guidati da Ruggeri, rientrarono in città, condannarono Ugolino a morte
e lo fecero morire di fame, rinchiuso nella torre dei Gualandi (la Muda).
L'arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini, nipote del cardinale Ottaviano
(epicureo), fu ghibellino e prima arcivescovo di Ravenna e infine arcivescovo
di Pisa e con ricche famiglie (Gualandi, Simondi e Lanfrnchi vv. 32) capo dei
ghibellini, che portò al potere, tradendo Ugolino. Fu "nemico" del papa Niccolò
IV che lo dichiarò nemico della Chiesa, ma la condanna al carcere non fu mai
attuata. Con la sua presenza nel canto indica la critica ad una Chiesa temporizzata
e politicizzata che Dante non accetta. Nel canto, dopo aver descritto per un
attimo la Muda parla del sogno premonitore, dove si vede come lupo cacciato e
infine ucciso dai suoi cacciatori insieme ai suoi figli, i "lupicini"(vv. 29).
I questo incubo si intreccia reale e surreale: l'ambiente e i cacciatori sono
ben definiti, le prede no, ma al risveglio Ugolino capisce tutto. Inoltre dal
suo inizio di discorso emerge già il suo odio verso i suoi carnefici e il
popolo e inoltre l'affetto per i figli (in verità sono 2 figli e 2 nipoti, ma
Dante ne diminuisce l'età e li fa diventare 4 figli per aumentare la
compassione). Vedendo però che Dante non è preso emotivamente da queste parole
nel suo odio gli dice di essere crudele, visto che questa storia non lo fa
neanche lacrimare. Continua poi la storia, dicendo al reazione dei figli alla
chiusura della loro cella: il padre non parla più mentre i giovani, nel loro
amore, cercano affetto e si offrono come cibo. Infine muore il primo dei
quattro, Gaddo, che grida al padre "perché non mi aiuti?" e muore. Gli altri
tre invece non dicono più niente. Ormai cieco per la fame anche Ugolino alla
fine si spegne. Nel canto inizia poi l'invettiva a Pisa, mentre Ugolino
ricomincia il suo "fiero pasto". Ma bisogna ancora guardare questo dolore di
Ugolino. Quando sente la porta chiudersi "per lo dolor" si morde le mani: è
questo il momento che dà anche la pena che sarà nell'inferno. Questo dolore è
rabbia, ira, e questa è l'immagine che resta nell'inferno di Ugolino, non più uomo
ma odio. Dante lascia Ugolino e dopo l'invettiva, dove rivendica la necessità
di giustizia e la distruzione mediante l'allagamento di Pisa, passa nella
ghiacciaia Tolomea, quella dei traditori degli ospiti, dove incontra il frate
Alberico. Qui i peccatori non sono a testa in giù ma supini e non riescono a
piangere perché il pianto si trasforma in ghiaccio provocando più dolore.
Alberico ferma Dante e Virgilio chiedendo loro di togliergli le lacrime dagli
occhi. Dante lo prende in giro dando la promessa che avrebbe fatto ciò che
l'anima gli ha chiesto se egli avesse detto chi fosse. Alberico era un guelfo,
membro dei Manfredi, fu offeso da due sui parenti e decise di vendicarsi
uccidendoli a cena, dopo aver fatto finta di volersi riconciliare, chiamando i
sicari con la frase "Vengan le frutta!" nel verso dei datteri e dei fichi si
vuol dire: raccolgo con gli interessi il male che feci. Dante, quando viene a
sapere l'identità dell'anima, si meraviglia perché pensa fosse ancora vivo.
Inizia qui la spiegazione di Alberico, che dice che per alcuni peccati come il
suo l'anima esce dal corpo che viene poi posseduto da un demone. Questo demone
può essere stato ripreso da Dante da credenza popolare, ripreso dal vangelo,
che dice che Giuda fu preso dal diavolo, tradendo Gesù ma serve più che altro
per mettere persone non ancora morte in questi luoghi senza usare profezie e
malauguri, ovvi e soliti nella letteratura. Alberico parla di ser Branca Doria
che prima di uccidere Michele Zanche per prendere i suoi possessi era arrivato
lì. Il canto finisce con l'invettiva contro i Genovesi, che secondo Dante
dovrebbero essere dispersi nel mondo.