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Ugo Foscolo - La personalità letteraria: diviso tra razionalità e interiorità

letteratura


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Ugo FOSCOLO (1778 - 1827)
"FERMO E LUCIA" E "I PROMESSI SPOSI"

Ugo Foscolo

Ugo Foscolo nasce il 6 Febbraio 1778 a Zante. Dopo l'infanzia, trascorsa tra Zante e Spalato, nel 1793 raggiunge la madre a Venezia (il padre era morto nel 1788). La discesa di Napoleone in Italia accende l'entusiasmo politico di Foscolo, che si impegna per la causa rivoluzionaria. Quando Napoleone cede Venezia all' Austria con il Trattat 434e43e o di Campoformio (1797), la delusione del poeta è grande. Foscolo continuerà a seguire gli eserciti Napoleonici, ma il suo atteggiamento diventerà sempre più antifrancese.

Tuttavia, pur avversando il dispotismo Napoleonico, Foscolo ne comprende l'importanza storica e riconosce la sua funzione nel merito di aver svegliato in Italia la coscienza nazionale e l'ansia di libertà.

Dopo la sconfitta di Napoleone  a Lipsia (1813), Foscolo rientra a Milano da Firenze. Tornati gli Austriaci, per non giurare fedeltà al nuovo potere prende la via dell'esilio (1815). Sarà prima a Zurigo e poi a Londra, dove rimarrà fino alla morte avvenuta il 10 Settembre 1827.

La personalità letteraria: diviso tra razionalità e interiorità

Foscolo appartiene ad una cultura e a una tradizione letteraria di stampo Illuministico (meccanicismo), con forti tendenze al gusto neoclassico, ancora radicato in Italia nonostante l'avvento delle prime tendenze preromantiche. Anche Foscolo tuttavia è caratterizzato da una sorta di irrequietezza interiore di tipo preromantico, le sue opere sono infatti segnate dalla continua ricerca di arginare la piena della sua interiorità appassionata per riuscire ad esprimerla in forme limpide e serene secondo l'estetica Neoclassica (Estetica neoclassica: in un contesto storico fortemente segnato dai moti rivoluzionari e solcato da profondi cambiamenti, l'estetica neoclassica incarna il bisogno di serenità e pace e la necessità di rendere eterno e assoluto tutto ciò che alla luce dei fatti era mutevole e precario. Nell'arte e nella letteratura, tale bisogno si identifica con il modello greco della ricerca di una bellezza ideale, quasi artificiale, alienata da ogni elemento di disturbo, e capace di eternare e rasserenare).



Le opere:

E' necessario osservare, per analizzare correttamente la produzione Foscoliana, come in alcune opere prevalga la passione ("Ortis"), mentre in altre prevalga il controllo razionale che "raffredda il sentimento" ( "Le Odi" ). Si considerano opere della maturità quelle in cui si raggiunge l'equilibrio tra realtà appassionata e armonia formale, ovvero tra reale e ideale.

"Le lettere di Jacopo Ortis":

romanzo epistolare in prima persona.

Nell'Ortis troviamo la più chiara e concreta espressione dell'interiorità appassionata di Foscolo, della sua angoscia per la realtà che lo opprime, delle sue giovanili illusioni (libertà, gloria, eternità).Il suicidio finale rappresenta la ribellione del giovane alla realtà oppressiva in cui la tirannide politica (Austria-Napoleone), le costrizioni sociali (impossibilità di sposare Teresa), sono espressione concreta della tirannia del vivere (leggi meccaniche).Nell'Ortis il reale prevale sull'ideale: questo si presenta ancora sottoforma di precarie illusioni che non reggono all'urto con la realtà. Prevale quindi l'aspetto preromantico (individualismo acceso, culto dei valori spirituali).

Odi, Sonetti, Sepolcri:

Dalle precarie illusioni dell'Ortis, il Foscolo passa gradualmente alla creazione di grandi ideali che non si infrangono più all'urto con la realtà dolorosa ma si rafforzano sempre di più. Tali ideali sono: la bellezza (neoclassica), l'eroismo e la libertà, l'amore, l'arte (serenatrice ed eternatrice).

"Le Odi": Ne scrisse due traendo spunto da occasioni concrete: la caduta da cavallo di una gentil donna che ne restò sfigurata ("A Luigia Pallavicini caduta da cavallo"), e la malattia di un'amica che perse momentaneamente la bellezza ("All'amica risanata"). Tali fatti indussero il poeta a riflettere sulla caducità dei valori umani che, per quanto grandi, sono destinati a finire. All'arte spetta dunque il compito di eternarli. "Le odi" rimane comunque un' opera prevalentemente neoclassica sia per l'uso di immagini mitiche sia per il linguaggio aulico e latineggiante nonché per i temi fondamentali (bellezza serenatrice vv. 10-12 ; arte eternatrice vv. 61-62 \ 67-69 ).

"I Sonetti":

Gli ultimi quattro costituiscono uno dei vertici della poesia Foscoliana per il raggiunto equilibrio tra reale e ideale, ragione e sentimento, elementi preromantici e neoclassici.

1)A Zacinto: E' dedicato alla sua isola mitizzata come culla di bellezza e armonia, come sede di valori importanti (eroismo, arte). E' presente nel sonetto un accento di individualismo e , per ciò che riguarda l'aspetto preromantico, sono presenti temi come la consapevolezza della morte, l'esilio e il sepolcro illacrimato. Per quanto riguarda l'aspetto neoclassico ritorna il tema del mito greco (Venere fecondatrice e simbolo di bellezza serena), e quello dell'arte eternatrice.

2)In morte del fratello Giovanni: Scritto in occasione del suicidio del fratello, presenta maggiormente elementi preromantici ma i dati della realtà dolorosa si equilibrano con il conforto che viene dalle illusioni:

              Reale: la morte, l'inquietudine, l'esilio, la dispersione familiare.

              Illusioni: il sepolcro lacrimato, gli affetti, la madre (che con il suo affetto ricompone idealmente la famiglia dispersa).

3)Alla Sera: E' il sonetto meno legato ad elementi autobiografici. La sera è vista come simbolo di morte nella quale si acquietano le tempeste del vivere ed è definita nulla eterno.

Elementi neoclassici: descrizione della sera estiva e serena.

Elementi preromantici: descrizione della sera invernale, irrequietezza, sentimento del tempo che passa.

  "I Sepolcri":

Il carme si pone in atteggiamento polemico nei confronti dell'editto di Saint Cloud del 1804, il quale stabiliva che le tombe dovevano essere uguali per tutti, senza distinzioni tra illustri e ignoti. Foscolo vede nell'editto un oltraggio al sacro e pietoso culto dei morti. Nel carme esprime le seguenti ragioni:

1) Le tombe, anche se sono inutili ai morti, sono tuttavia utili ai vivi per poter instaurare un vincolo d'amore con gli estinti;

2) hanno un valore storico: «il culto delle sepolture è nato con le stesse origini della civiltà» (Vico);

3) e valore patriottico: il carme, infatti, è anche un'esaltazione della patria, un continuo incitamento alla libertà; le tombe dei grandi, infatti, ispirano l'animo degli uomini generosi a compiere grandi imprese, a lottare e a sacrificarsi per la patria (Maratona, Santa Croce, Troia).

"I Sepolcri"sono, sicuramente, una delle opere più mature del Foscolo. In essa si realizza una sintesi armoniosa tra l'elemento passionale, derivato dalla partecipazione dell'autore alle tumultuose vicende del suo tempo, e la forma poetica, frutto del suo gusto neoclassico tendente all'armoniosa bellezza e alla serenità. Tali spinte contraddittorie si riscontrano, tuttavia, nel contrasto tra reale e ideale, tra verità e illusioni, conferendo all'opera quel tono di accorata commozione e di malinconia e che costituisce il carattere più originale dal punto di vista poetico.

Alessandro Manzoni

Nasce il 7 Marzo 1785 dal conte Pietro Manzoni e da Giulia Beccarla. Dopo un' infanzia e un'adolescenza trascorse nei collegi dei padri Somaschi e Barnabiti, Alessandro visse nella casa paterna, mostrando un atteggiamento sempre più insofferente nei confronti del padre che gli imponeva un educazione retriva e repressiva. Si avvicinò alle posizioni giacobine in politica e neoclassiche in letteratura, scrivendo nel 1801 "Il trionfo della libertà". A questa prima fase segue il periodo parigino (1805-1810) nel quale Manzoni, grazie all'incontro con Claude Fauriel, pone le basi della sua conversione al Romanticismo. Nel 1810 Alessandro si converte, insieme alla moglie Enrichetta, al cattolicesimo e, dopo il rientro a Milano, inizia per lui un periodo di intensissima attività letteraria nel quale comporrà molti dei suoi più grandi capolavori. Dopo il 1827 gli interessi del Manzoni tendono a diventare sempre più di tipo linguistico e filologico tanto che si dedica alla revisione linguistica dei Promessi sposi. Nel 1860 viene nominato senatore. Questo è per lui un periodo di scarsa produzione letteraria. Muore a Milano il 22 Maggio del 1873.

La morale e la poetica:"L'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo"

Manzoni può essere definito come uno dei maggiori esponenti del Romanticismo Italiano anche se si discosta fortemente dalle tendenze "irrazionali" che si erano diffuse, in quegli anni, prevalentemente in Germania. E' proprio per questo motivo che egli viene collocato in un contesto letterario più specifico che è quello del Romanticismo lombardo (generalmente più coeso con le posizioni illuministiche del tempo). La poetica di Manzoni si può in definitiva riassumere con la formula:"l'utile per iscopo, il vero per soggetto, l'interessante per mezzo". L'arte insomma deve avere per fine l'utilità morale e pratica degli uomini; deve fondarsi sul vero storico e sulla realtà; deve servirsi di una materia e di argomenti che interessi il maggior numero possibile di persone. Adesione psicologica e morale alla realtà e riflessione critica su di essa, sono i principi fondamentali dell' etica morale e letteraria di Manzoni: solo un uomo dal "forte sentire" è capace di farlo. Infatti,ogni grande opera sia in versi che in prosa è il frutto dell'unione tra meditazione e sentimento, tra ragione e istinto. Manzoni pone quindi i termini della propria poetica e della propria vita morale ai quali resterà sempre fedele: ".il santo Vero \ mai non tradir: né proferir mai verbo, \ che plauda al vizio, o la virtù derida".         



Compare inoltre il rifiuto delle regole letterarie: le tradizioni e le norme (per esempio quelle delle unità teatrali) creano situazioni convenzionali e personaggi fittizi, cioè un mondo più povero e limitato. La realtà è, secondo il Manzoni, infinitamente più ricca di ogni formula; per cui la rappresentazione della vita, se obiettiva ed integrale, è insieme, in sommo grado, poetica ed educativa.

L'ideologia religiosa: tra cattolicesimo e giansenismo

L'ideologia religiosa di Manzoni mostra due aspetti fondamentali: quello della chiesa militante, che obbedisce a un Dio concepito non solo come "aura consolatrice", ma anche come "bufera" capace di incutere terrore o sgomento ai violenti; e quello della democrazia dell'eguaglianza degli uomini in quanto tutti figli di Dio. Il primo aspetto unisce all'immagine del Dio mite e pacificatore (visione cattolica) quella del Dio giustiziere e del mondo drammaticamente scisso tra bene e male (visione giansenistica). Il secondo aspetto, invece, ricollega il cristianesimo alla cultura illuministica e ai suoi ideali di eguaglianza rivisitandoli però sotto il profilo spirituale.

Le Opere:

 

Gli Inni Sacri: "La Pentecoste":

Gli Inni Sacri sono stati il primo serio impegno letterario dopo la conversione. In essi Manzoni non vuole tanto mettere in luce gli aspetti dottrinari, teologici e dogmatici del cattolicesimo, ma piuttosto sottolineare l'importanza e gli effetti della fede nella vita degli uomini. Del cristianesimo isola il filone evangelico, democratico ed egualitario, testimoniando così la continuità tra i valori illuministici della sua formazione e quelli nuovi, frutto della conversione.

"La Pentecoste" è senz'altro uno dei più originali e riusciti tra gli Inni Sacri. Esso celebra la discesa dello Spirito Santo e i suoi effetti nel mondo. L'inno si conclude con un' invocazione allo Spirito Santo da parte di tutti gli uomini affinché esso scenda a redimerli.

Si distingue dagli altri per l'originalità della visione del Cristianesimo. Mentre negli altri Inni c'è piuttosto la celebrazione dei fatti liturgici, nella Pentecoste il messaggio cristiano diviene autentico annuncio di giustizia e di libertà, in senso romantico e democratico.

Le Odi Civili: "Il Cinque Maggio":

E' la più importante lirica patriottica del Manzoni anche per la chiarezza con cui definisce alcuni concetti fondamentali: 1) Il nuovo concetto di nazione intesa come patrimonio di tradizioni militari, linguistiche, culturali, religiose ed etniche ("Una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor"). 2) La libertà è conquista e sacrificio e deve nascere dalla volontà concorde del popolo e non da esterni e interessati interventi. 3) Il principio di diritto-dovere che accomuna tutti i popoli e tutte le nazioni. 4) Nessuna parola d'odio e di vendetta, ma un richiamo religioso alla fratellanza universale e all'eguaglianza di tutti i popoli d'innanzi a Dio. "Il Cinque Maggio" è una delle più importanti e conosciute Odi Civili. Il Manzoni era antinapoleonico per la sua concezione cristiana degli oppressori e degli oppressi. Tuttavia ammirava, anche se non amava, Napoleone (diciamo pure che era un lecca culo). Astenendosi da un giudizio "arduo" che toccherà "ai posteri", il Manzoni individua comunque, in questo grande personaggio della storia, un arcano strumento della Provvidenza, un chiaro segno della potenza di Dio creatore, una figura esemplare del destino dell'uomo, sospeso tra grandezza e miseria, che soltanto nella fede e nell'abbandono a Dio può placare le proprie pene e ritrovare la pace. 

Il genere Tragico: "L'Adelchi":

La novità Manzoniana è quella di aver creato un genere di teatro storico di ispirazione etico-religiosa e di strutturazione anticlassica. Tragedie come "L'Adelchi" o "Il Conte di Carmagnola" nascono dalla coscienza tragica dell'esistenza (pessimismo giansenistico), dal desiderio di applicare in concreto le teorie romantiche e dall'esigenza di trovare un nuovo modello di teatro, diverso da quello classico e da quello Alfieriano. Le innovazioni tecniche e tematiche sono: Il rifiuto delle unità del teatro classico, l'ispirazione morale e religiosa, e l'utilizzo di una trama storica basata sulla trattazione di problemi morali, al fine di scandagliare l'animo umano ( "risalire dai fatti all'animo umano").

L'Adelchi è una tragedia ambientata all'epoca della caduta del regno Longobardo in Italia tra il 772 e il 774. La trama si sviluppa intorno alla guerra tra il re longobardo Desiderio e Carlo il re dei Franchi ma il vero tema di fondo della tragedia è lo scandaglio interiore dei due personaggi principali: Adelchi ed Ermengarda. Entrambi rappresentano gli oppressi dall'odio e dall'ingiustizia.

Sia Adelchi che Ermengarda, infatti, si troveranno a combattere una guerra ingiusta e senza senso. Il Manzoni, con tale espediente, riesce a esprimere quella che è la sua visione morale della vita e della storia: il latente pessimismo Manzoniano di derivazione giansenistica si fonde alla visione etico religiosa del cattolicesimo raggiungendo, in quest'opera, picchi elevatissimi di pathos e sentimento (la morte di Adelchi e la caduta del regno Longobardo).

Italo Svevo (Ettore Schmitz)

Il suo vero nome fù Ettore Schmitz; figlio di un ebreo di origine tedesca e di un italiana, Italo Svevo cresce cittadino Austriaco fino al 1918, viene educato in un collegio tedesco (1874-78), vive in una città di confine come Trieste, marginale alla cultura italiana e a quella Austriaca, ma, a causa dei traffici commerciali e della sua posizione geografica, profondamente immersa nella mentalità mitteleuropea caratterizzata da differenze linguistiche e sentimenti irredentistici. In questa città crocevia di più popoli e "crogiuolo europeo", Svevo viene influenzato maggiormente dalla cultura europea piuttosto che da quella italiana. Lo pseudonimo "Italo Svevo" sta difatti a rappresentare la sua consapevolezza di appartenere a due tradizioni culturali diverse, quella italiana e quella germanica.

Rimane 18 anni impiegato alla banca Union (1880-98) e nel 1896 sposa la ricca Livia Veneziani. Dal 1907 al 1920 inizia la formazione culturale di Svevo e la sua produzione letteraria. Muore nel 1928 a Motta di Livenza per incidente d'auto.




La formazione culturale: diviso tra positivismo e decadentismo.

Nel pensiero di Svevo confluiscono filoni culturali contraddittori e, a prima vista, difficilmente conciliabili: da un lato il positivismo, la lezione di Darwin, il marxismo; dall'altro il pensiero negativo di Schopenhauer e Nietzsche. Quanto all'evidente influenza di Freud, in essa agiscono elementi sia positivisti che antipositivisti.

Questi spunti contraddittori sono in realtà assimilati da Svevo in un modo originalmente organico, riconducibile a una precisa modalità operativa: dal positivismo e da Darwin ma anche da Freud, Svevo riprende la propensione a valersi di tecniche scientifiche di conoscenza e il rifiuto di qualunque ottica di tipo metafisico, spiritualistico o idealistico, nonché la tendenza a considerare il destino dell'umanità nella sua evoluzione complessiva. Tralaltro  anche il marxismo non viene accettato da Svevo come soluzione sociale, ma solo come strumento analitico e come prospettiva critica di giudizio sulla civiltà europea e sui suoi meccanismi economici e sociali.

Anche da Schopenhauer  Svevo riprende alcuni strumenti di analisi e di critica, ma non la soluzione filosofica ed esistenziale: non accetta infatti la proposta di una saggezza da raggiungersi con la "noluntas" (la rinuncia alla volontà) e con il soffocamento degli istinti vitali. Dal filosofo tedesco egli desume soprattutto la capacità di cogliere gli "autoinganni" e il carattere effimero e inconsistente delle ideologie e dei desideri dell'uomo. Lo stesso atteggiamento Svevo rivela nei confronti di Nietzsche e Freud. Da Nietzsche riprende la teoria della pluralità dell'io e la critica spietata dei valori borghesi; mentre da Freud riprende lo studio razionale e scientifico della psicanalisi senza accettarla però come ideologia o come terapia.

Il disagio esistenziale: la figura dell'inetto.

La causa principale del disagio esistenziale di Svevo trova le sue radici all'interno dell'ideologia borghese di quel tempo: Svevo si sente "un diverso" proprio per il fatto che i canoni e gli stereotipi della sua civiltà gli impongono un "modus vivendi" totalmente in contrasto con il suo modo di concepire l'esistenza. Coloro che non rispettano questi modelli "precompilati" di "uomo normale" ("Sano"), sono considerati diversi ("ammalati"). E' proprio per questo motivo che Svevo, nella "Coscienza di Zeno", difende i diritti dei cosiddetti "ammalati" rispetto ai "sani". La nevrosi, per Svevo, è anche un segno positivo di "non rassegnazione" e di "non adattamento" ai meccanismi alienanti della civiltà, la quale impone lavoro, disciplina, obbedienza delle leggi morali, sacrificando la ricerca del piacere. L'ammalato è colui che non vuole rinunciare alla forza del desiderio. La terapia lo renderebbe sì più normale, ma a prezzo di spegnere in lui le pulsioni vitali. Per questo Svevo difende la propria "inettitudine", che è una forma di resistenza all'alienazione circostante.Inettitudine: l'inetto è colui che non si adatta ed è separato dal contesto avendo dentro di sé costantemente inadattamento alla vita, colui che è eternamente insoddisfatto.2 La creazione dell' "inetto

Spostando l'asse della speculazione discorsiva sugli interessi che l'autore coltivava, è opportuno, ai fini di una più chiara visione della sua poetica, sollevare il vivo interesse che Svevo nutriva per la "sorte del singolo", minacciato nella sua identità e nella sua libertà individuale dalle coercizioni dell'ambiente. Siffatto aspetto verte a fornire una spiegazione della singolare condizione dell' "inetto", colui il quale non accetta di vivere quotidianamente secondo le regole del comformismo sociale: "un diverso", "un divergente", che si oppone alla figura del borghese medio, attivo e votato al successo.Nei romanzi sveviani l'inetto è il "malato" che osserva lucidamente, portandola allo scoperto, la rete di mistificazione, inganni, censure e rimozioni che il mondo dei "sani" ignora, per una sorta di autoinganno collettivo, con cui sostiene la sua visione ottimistica del progresso, il suo vitalismo. Il tema dell'inettitudine, insieme con quello della vecchiaia e della morte, costituisce un motivo costante della narrativa e della meditazione di Svevo. Con la sua ottica divergente, il personaggio sveviano fa lucidamente la diagnosi della propria condizione alienata, professa la propria inettitudine, bloccando in sé definitivamente ogni residua possibilità di azione. E, quanto più è acuta la sua sofferenza della vita, tanto più viva è la sua aspirazione a realizzarsi in esperienze totali, tanto più il personaggio è immobilizzato nei gesti, incapace cioè di un qualsiasi atto valido alla costruzione di se stesso. Suo destino è di subire la realtà: la sua "malattia" è nella disposizone, tutta borghese, a guardare a quel destino da una prospettiva individualistica, che reca già in sé l'inevitabilità della sconfitta. In questa coscienza che il personaggio ha della sua malattia, si riflette l'idea più generale di un malessere esistenziale e di una crisi che si rivela incapace di trovare, sia pure a livello di proposta, una qualche soluzione ai problemi di ordine storico che investono la società italiana ed europea del tempo

La poetica:"quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura".

In Svevo è caduta ogni funzione sociale e ideologica della letteratura: essa è un'attività privata, un vizio. L'autore stesso la praticò in questo modo, senza illusioni e con molti disinganni, fino a pensare seriamente di abbandonare, dopo l'insuccesso del secondo romanzo, "quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura".

Perché, allora, scrivere? La funzione si capovolge: non più estetica o sociale, ma conoscitiva e critica. L'intellettuale, identificato ormai con l'inetto, il diverso, il malato, il nevrotico, ricorre alla letteratura, estraniandosi dall'attività economica e dai modelli sociali, per recuperare la misura della sua esistenza (mediante l'autoanalisi) e dei rapporti sociali.

La Coscienza di Zeno: opera aperta.

La Coscienza di Zeno esce nel 1923 ed è l'autobiografia, seppur fittizia, dello stesso protagonista, Zeno, il quale, spinto dal suo psicanalista, si mette a scrivere la storia della sua vita, e il corso della sua nevrosi. Già nel titolo appare evidente che Svevo vuole sottolineare, con il personaggio di Zeno, la pluralità e l'ambiguità dell'io. Il termine coscienza può avere, infatti, due accezioni ambivalenti e contraddittorie: può essere intesa come coscienza morale o come consapevolezza delle proprie azioni; fatto sta che il vero punto di vista dell'autore non viene mai alla luce. Tant'è vero che Svevo utilizza la tecnica dell' "io narrante" ovvero del protagonista narratore. Così facendo crea volutamente una sorta di equivoca ambiguità tra autore e voce narrante. E' proprio per questo motivo che possiamo parlare di "opera aperta" , ovvero che lascia spazio alle interpretazioni del lettore. La coscienza è quindi, al tempo stesso, soggetto e oggetto conoscitivo: nell'indagare il soggetto si perviene inevitabilmente al lato conoscitivo di esso.

Eugenio Montale

Eugenio Montale ha cominciato a scrivere a vent'anni e ha continuato fino alla morte; ha vinto il Premio Nobel  per la letteratura ed è stato fatto senatore a vita per i suoi meriti nei confronti della letteratura italiana. Eppure, in fondo, alla poesia si è formato da solo, grazie alla sua "mania" di lettore onnivoro, capace di "divorare" ogni tipo di testo e di leggere in molte lingue, e alla sua capacità di osservare anche i fenomeni meno "vistosi", gli elementi più piccoli e più umili della vita.

Nato a Genova nel 1896, destinato da genitori borghesi a fare il ragioniere nella ditta del padre, decide di diventare cantante operistico e per diversi anni prende lezioni di canto: una grande musicalità, un grande interesse per i suoni e per gli strumenti musicali restano poi una costante della sua opera. Nella sua vita piena di avvenimenti un'importanza grande quanto quella della lettura hanno i rapporti con uomini di coltura, che egli stringe negli ambienti più diversi: durante il servizio militare (prestato nel corso della prima guerra mondiale) conosce alcuni poeti ed intellettuali, che in seguito diverranno oppositori del fascismo, come fu sempre lo stesso Montale. E' proprio uno di questi intellettuali antifascisti, Piero Gobetti, che pubblica, nel 1925, la prima raccolta poetica di Montale, Ossi di seppia, assai legata alla terra in cui il poeta aveva passato gli anni dell'infanzia, la Liguria arida e rocciosa delle Cinque Terre.



Intanto Montale, che ha firmato nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti, allarga il suo giro di amicizie: conosce tra gli altri lo scrittore triestino Italo Svevo e il poeta Umberto Saba. Dopo alcuni anni di collaborazione a diverse riviste, Montale ormai trentenne si trasferisce a Firenze, dove lavora prima come redattore della Casa Editrice Bemporad  e poi come direttore della Biblioteca del Gabinetto Vieusseux , una prestigiosa istituzione fiorentina. In questi anni Firenze è il vero centro culturale d'Italia e Montale conosce e frequenta molti scrittori, musicisti e pittori dell'epoca. Al Caffè "Le Giubbe Rosse" si parla di letteratura, di poesia, ma anche di politica; intanto il regime si fa più rigido, con l'avvicinarsi della seconda guerra mondiale, e Montale, che non ha voluto mai prendere la tessera del partito fascista, nel 1938 perde il proprio lavoro. Da qualche anno il poeta ha conosciuto e poi ha iniziato a convivere con Drusilla Tanzi, la cui figura ritornerà in molte sue poesie con l'affettuoso soprannome di Mosca. Questi sono anche gli anni in cui Montale lavora molto, anche per necessità economiche, a tradurre poeti, soprattutto inglesi, come Eliot (traduzioni che oggi sono piuttosto discusse, ma che sicuramente contribuirono ad allargare la cultura e ad affinare il gusto del poeta per la parola ben scelta, per la sonorità più raffinata).

Nel 1039 Montale pubblica presso Einaudi la sua seconda raccolta poetica, Le occasioni, che ha grande successo: essa esprime le difficoltà e le angosce di anni davvero bui, ma insieme parla d'amore e di salvezza. Viene "completata" nel 1943 da Finisterre, un insieme di poesie  che Montale stesso definisce come proiettate "sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre", "nate nell'incubo degli anni '40-42" (quelli dunque della seconda guerra mondiale): per la stretta censura dell'epoca di guerra la raccolta viene pubblicata a Lugano, in Svizzera, grazie a Gianfranco Contini, un grande critico italiano, che la porta di nascosto oltre confine.

Durante la guerra Montale partecipa al Comitato di Liberazione Nazionale (una sorta di governo provvisorio democratico dopo la liberazione dell'Italia dai nazisti) e si scrive al Partito d'Azione. Subito dopo la guerra comincia a collaborare con il Corriere della Sera, da cui viene infine assunto in modo stabile: nel 1948 perciò si trasferisce a Milano, dove passerà gli anni della maturità e della vecchiaia.

Nella sua qualità di giornalista, e anche di critico musicale, viaggia molto; negli anni Cinquanta e Sessanta scrive moltissime recensioni di opere letterarie e musicali, articoli di costume, servizi da "inviato speciale". Sul Corriere della Sera pubblica anche bozzetti e brevi racconti, che verranno poi raccolti nella Farfalla di Dinard.

Nel 1956 esce, presso Mondadori, la terza grande raccolta poetica di Montale, La bufera e altro ( in cui vengono riprese anche le liriche di Finisterre): una raccolta difficile, complessa, incentrata sulla crisi che minaccia le "presenze amate e familiari", ma anche sulla possibilità di salvezza che scaturisce da figure di donne angeliche e insieme reali (Clizia, La Volpe, La Stessa Mosca) .

Negli anni Sessanta la fama di Montale è grandissima non solo in Italia, ma anche all'estero: le sue opere sono tradotte nei paesi europei, compresi quelli dell'Est, come Ungheria e Bulgaria, e negli Stati Uniti. Sarebbe una stagione felice per Montale che, nominato senatore a vita, privo di preoccupazioni economiche, può dedicarsi alle attività preferite: purtroppo, però, nel 1963 muore la Mosca, che il poeta non finirà mai di rimpiangere. Dopo un lungo silenzio "poetico", Montale rinnova comunque la sua scrittura, tanto che molti critici parlano di una "seconda stagione poetica" dell'autore: escono Satura (1971), Diario del '71 e del '72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977), e infine Altri versi (1980); scopriamo un nuovo Montale, attento alle cose minime della vita quotidiana: al rondone che si è incatramato le ali, ad una vecchia pipa, all'infilascarpe.

Lo sguardo critico, ma insieme partecipe, sull'uomo e sul mondo non si è certo affievolito. E intatta resta la capacità di fare ironia sugli altri e su sé stesso, sulla falsa notizia della sua morte apparsa su molti giornali, sulla sua stessa esistenza.

"Quando il mio nome apparve in quasi tutti i giornali/una gazzetta francese avanzò l'ipotesi/che non fossi mai esistito": questi i primi versi di una poesia del 1980, scritti a pochi mesi dalla morte, avvenuta a Milano nel 1981.

L'ERMETISMO.

La poesia ermetica fu così chiamata nel 1936 dal critico Flora che con aggettivo ermetico volle definire un tipo di poesie caratterizzato da un linguaggio difficile, a volte ambiguo e misterioso (il termine è forse derivato dal nome del Dio greco Hermes, il Mercurio dei Romani, personaggio dai risvolti enigmatici).

I poeti ermetici con i loro versi non raccontano, non descrivono, non spiegano, ma fissano sulla pagina dei frammenti di verità a cui sono pervenuti in momenti di grazia, attraverso la rilevazione poetica e non con l'aiuto del ragionamento.

I loro testi sono estremamente concentrati: molti significati si racchiudono in poche parole e tutte le parole hanno un'intensa carica allusiva, analogica, simbolica.

La poesia degli ermetici vuole liberarsi dalle espressioni retoriche, dalla ricchezza lessicale fine a se stessa, dai momenti troppo autobiografici o descrittivi e dal sentimentalismo.

Vuole diventare "poesia pura" che si esprime con termini essenziali: concorrono a questa essenzialità anche la sintassi semplificata, spesso privata dei nessi logici, gli spazi bianchi e le pause lunghe e frequenti che rappresentano momenti di concentrazione, di silenzio, di attesa.

I poeti ermetici si sentono lontani dalla realtà politico - sociale dei loro tempi: l'esperienza della Prima Guerra Mondiale, e quella del ventennio fascista, li ha condannati ad una grande solitudine morale; l'impossibilità di farsi interpreti della realtà o messaggeri di verità storico - politiche li isola, li confina in una ricerca poetica riservata a pochi e priva di impegno sul piano politico.

Il poeta sicuramente più rappresentativo della corrente è Giuseppe Ungaretti. La poesia si Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale si può collegare per qualche aspetto all'ermetismo, ma dopo gli esordi si evolve in linee poetiche originali ed innovative.

     

 







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