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Promessi Sposi - capitoli 30 e 31

letteratura

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Promessi Sposi - capitoli 30 e 31                                   lunedì 3 aprile 2000

Dal capitolo 31 in poi non abbiamo l'attenzione dell'Autore per ogni singolo personaggio, ma iniziano i cosiddetti capitoli corali, mentre nel 33 ritroviamo un personaggio di cui non si parla da tempo, Don Rodrigo. Nel capitolo 30, Don Abbondio, Agnese e Perpetua sono presso l'Innominato. Sembra che ogni cosa infastidisca e impaurisca Don Abbondio. L 353b11d 'accoglienza presso l'Innominato è come le donne si aspettavano, e questi rassicura gli ospiti dicendo che se anche i lanzichenecchi avessero dovuto attaccare, loro sarebbero stati pronti a combattere e quindi sarebbero stati al sicuro. Agnese e Perpetua decidono di aiutare dentro il castello per non essere troppo di peso all'Innominato. Don Abbondio non ha di queste esigenze e passeggia nervosamente da una stanza all'altra tutto il giorno e, mentre l'Innominato vorrebbe entrare in contatto con quest'uomo che, essendo un uomo di Chiesa, considera quasi al suo pari, Don Abbondio tenta in ogni modo di evitare qualsiasi dialogo con l'Innominato, di cui ha un terrore folle e di cui non si fida pienamente. Trascorso qualche giorno dal passaggio dei lanzichenecchi, i tre lasciano il castello dell'Innominato per ultimi, dopo tutti gli altri ospiti di questi, perché Don Abbondio voleva essere certo di non trovare lanzichenecchi per la strada. La casa del sarto non ha subito danni perché era fuori dall'itinerario. La loro invece è stata saccheggiata e non solo dai lanzichenecchi e anche il tesoro che Perpetua aveva nascosto in giardino è stato rubato. Don Abbondio per questo l'accusa di non aver pestato bene la terra dopo averlo sotterrato e Perpetua allora si arrabbia e gli fa notare che lui, oltre a non essere stato d'aiuto in nessun modo era stato anzi d'impiccio. La gente ha rubato anche tovaglie pregiate e altre cose di Don Abbondio, e questi, che ha paura di tutto e di tutti, non si sogna nemmeno di andare a riprendersele, e per questo Perpetua gli da' del vigliacco.

La peste nel romanzo di Manzoni è praticamente lo spannung, il momento di massima tensione a cui segue lo scioglimento, l'unica soluzione possibile ai problemi di Renzo e Lucia. Manzoni scrive alcune pagine pacate in cui descrive la morte, la carestia, la disperazione di questa gente, descrivendo vari episodi.

In questo periodo, per diversi motivi, non si hanno le cure adeguate per la peste.

Tadino e Ripamonte sono due storici che si interessano al problema della peste, più che altro tentando di scoprire chi l'aveva portata. Il marito di Donna Prassede, Don Ferrante, ritiene che, siccome la peste non si vede e non si tocca, non esiste. Egli muore di peste.

Il governo tenta di tacitare la malattia e i suoi effetti.

Nel capitolo 31 Manzoni mette in evidenza il comportamento di una popolazione spaventata.

La peste agisce generalmente in poche ore, a volte di più, ma comunque in tempo brevi, portando rapidamente alla morte le vittime. In pochi casi si guarisce, e allora si è immuni. La peste provoca la degenerazione delle ghiandole linfatiche in bubboni (da qui il nome, peste bubbonica). Vengono organizzate riunioni all'aperto per pregare insieme Dio che faccia scomparire questa terribile malattia, il che, invece di fermare la diffusione di questa malattia, la accelera, perché la gente sana stando a contatto con quella malata, veniva contagiata facilmente. Gli abitanti iniziano addirittura a pensare che ci sia qualcuno che di proposito diffonde la malattia, gli untori. In realtà gli untori non esistono, ma si sono verificati casi in cui il popolo, spinto dalla disperazione, ha deciso di uccidere qualcuno sospettato di aver diffuso intenzionalmente la peste. Un esempio è il vecchio che fu ucciso perché in Duomo, prima di sedersi, aveva spazzolato la panca sporca con il cappello, ed era stato accusato di star spargendo la malattia.

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