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letteratura


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PERSONALITA'

Come abbiamo già detto, Francesco Petrarca nacque ad Arezzo da esuli fiorentini: questo vuol dire che si sentiva ed era estraneo al suo stesso luogo natio. A ciò si aggiunga che viaggiò molto per l'Italia e l'Europa e così facilmente ci spieghiamo perché non partecipasse attivamente alla politica di nessuna città italiana e non avesse sogni universalistici come Dante: egli molto più concretamente vedeva realizzabile in Italia una federazione di Stati che, pur conservando ciascuno la propria autonomia interna, fossero però uniti nella difesa del suolo italiano dalle invasioni barbariche. Egli perciò fu uno dei primi a vagheggiare idee nazionalistiche ed a considerare l'Italia, e non altri, l'erede della romanità. Ecco perché egli asserì pure che l'eventuale federazione di Stati italiani dovesse avere come sua capitale e guida una Roma repubblicana (quindi non papale) che si ispirasse ai valori dell'antica Roma repubblicana, quella che aveva gettato le basi della futura Roma imperiale, dando alle genti un grande esempio di operosità, di saggezza politica, di coraggio, di genialità.

Naturalmente questa passione per la più autentica romanità egli l'aveva maturata attraverso gli studi dei classici antichi, dei quali fu solerte ricercatore, accurato restauratore, profondo interprete e grande ammiratore. A tal riguardo bisogna sottolineare che il Petrarca fu l'iniziatore della nuova filologia, che rese giustizia ai classici antichi delle tante false interpretazioni che ne avevano, lungo tutto il Medioevo, fortemente manipolata l'autentica fisionomia.



Il Petrarca fu dunque un uomo moderno per i suoi tempi non solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista culturale. Egli fu il primo animatore di quel vasto movimento di idee che contribuì ad accelerare il crollo definitivo degli ideali medievali e ad avviare una nuova concezione di vita, che verrà poi definita "umanesimo" perché largamente attinta dal pensiero degli antichi autori delle "Humanae litterae".

Il Petrarca ha ancora il grande merito di aver intuito che non ci può essere vera cultura, non ci può essere progresso scientifico senza la possibilità di condurre i propri studi liberamente, senza la disposizione a cercare nuove avventure del pen 656i86g siero e dell'azione: la lezione degli antichi è preziosa per chi sa attingervi la capacita di andare avanti; può invece divenire opprimente e negatrice di ogni progresso se la si vuole considerare definitiva e perfetta. Sotto questo aspetto il Petrarca ci appare più moderno anche di molti umanisti che vennero dopo di lui!

Il Petrarca, però, non comprese compiutamente il grande contributo che stava dando al cammino della civiltà e più volte tentennò, si mostrò insicuro, incerto: tutto questo non è dovuto alla fragilità dell'intelletto, ma piuttosto alla fragilità della coscienza, che forse non seppe affrontare con determinazione il rapporto tra fede e scienza. I turbamenti che ne derivarono non valsero, però, ad inficiare l'apporto positivo che il suo pensiero diede al progresso della cultura e furono invece una fonte preziosa di ispirazione per la sua poesia: senza quel tormento interiore, senza quello che i critici chiamano il suo "dissidio interiore" forse non avremmo avuto quelle pagine meravigliose del "Canzoniere".

CANZONIERE

Lo stesso Petrarca raccolse in un "Canzoniere" tutte le liriche da lui scritte in volgare, complessivamente 366 (317 sonetti, 4 madrigali, 7 ballate, 9 sestine, 29 canzoni), di cui solo una trentina non riguardano il suo amore per Laura e sono ispirate a motivi religiosi ("Vergine bella"), politici ("Italia mia" e "Spirto gentil"), polemici (contro la curia avignonese), per cui i titoli delle due parti in cui è divisa l'opera sono:"Rime in vita di Madonna Laura" e "Rime in morte di Madonna Laura". Laura però non rappresenta solo la donna amata dal Poeta, ma l'insieme degli interessi terreni che attrassero il Petrarca assai spesso allontanandolo dal pensiero della vita eterna e dall'amore dovuto a Dio. I quali tornano ripetutamente alla coscienza del Poeta e lo inducono a pentirsi amaramente delle sue deviazioni mondane. Ma non per questo l'attrazione dei piaceri terreni cessa dall'esercitare la propria influenza sulla debole coscienza dell'uomo. Tutte le liriche registrano, quindi, l'incessante e conflittuale alternarsi nell'animo del Poeta di atteggiamenti lascivi e di sinceri pentimenti. Esse rappresentano dunque una sorta di "diario" dell'intera vicenda esistenziale del Petrarca, la cui anima appare sospesa tra "cielo" e "terra". Di questa posizione lo stesso Poeta avvertì il disagio psicologico e si vergognò di averla minutamente ed insistentemente rappresentata nelle sue poesie, tanto da scrivere un sonetto di introduzione nel quale chiede perdono ai lettori e assicura di essere ormai altro uomo da quello che era e di aver finalmente capito che tutto ciò che piace al mondo è breve sogno.

Protagonista del "Canzoniere" è quindi il Petrarca stesso (e non Laura) con il suo dissidio interiore. E per questo motivo, pur considerando egli - intellettualisticamente - queste poesie non più che delle "nugae" (cioè "cosucce da poco"), in effetti le amò tanto da dedicare loro il meglio della sua perizia stilistica.

Il "Canzoniere" è forse l'opera lirica più ragguardevole della letteratura italiana e per secoli svolse il ruolo di modello esemplare per tanti poeti, fino ad essere assunto ufficialmente dai retori del Cinquecento come punto di riferimento per il genere lirico (ebbe inizio il cosiddetto "petrarchismo".

SOLITUDINE E MALINCONIA

"SOLO E PENSOSO I PIU'

DESERTI CAMPI

VO MISURANDO A PASSI

TARDI E LENTI"

In questi due versi di uno dei più famosi sonetti del "Canzoniere" è racchiuso il sentimento più profondo e costante della vita intima del Petrarca e della sua poesia.

Il Poeta ama vagare "solo" e meditabondo per campi "deserti": ciò vuol dire che disdegna non solo la compagnia, ma anche la presenza, anzi la vista di altre persone. E vuol dire, evidentemente, che egli sente pressante il bisogno di meditare fra sé e sé sui suoi personali problemi esistenziali e non certo su questioni di storia o di letteratura per i quali pretendeva un folto pubblico di persone scelte che potessero applaudirlo e soddisfare la sua sete di gloria mondana. Infatti si sa che il Petrarca ebbe sempre vivo il desiderio di gloria e questo riconobbe come uno dei suoi vizi maggiori. Ma questo desiderio intese egli come "fine" della sua esistenza, o piuttosto come "mezzo" per eludere l'affanno della mente, la pena del cuore, il dubbio della coscienza?



C'è ancora da osservare che amare la solitudine, preferirla al consorzio umano può anche essere una libera scelta dell'individuo e costituire perciò una condizione appagante, ma il Petrarca aggiunge che i campi deserti li va misurando a passi "tardi e lenti", cioè segnati dalla stanchezza psicologica e morale e perciò in una condizione di profonda tristezza e malinconia. Ed è questa la situazione psicologica in cui visse l'intera esistenza il Petrarca.

Nello stesso sonetto il Poeta confessa che, pur nella solitudine, l'Amore non cessa di seguirlo e di perseguitarlo, e, quindi, sembra voler attribuire all'amore una funzione negativa, un'azione tormentosa di cui farebbe volentieri a meno. Sennonché la fonte di quell'amore è Laura, la donna per la quale egli ha scritto versi ricolmi di tenerezza sentimentale, ma anche vibranti di passione carnale. Ed è qui la differenza fra Laura e Beatrice: dopo la morte, questa rimprovererà a Dante di essersi allontanato dal suo ricordo e lo potrà fare con piena dignità perché l'amore di Dante per lei era veramente puro, non macchiava minimamente la sua condizione di sposa fedele, mentre quella rimprovererà al suo amante di averla desiderata anche nel corpo.

A questo pianto è ovvia una deduzione: Beatrice e la donna-angelo, la stella polare che guida il navigante sperduto nella tempesta indicandogli il porto della salvezza, è la virtù che liberò dal vizio e dalla passione, è 1'Amore che consola; Laura è un pensiero fisso che sollecita anche i sensi dell'amante senza pero appagarli, sicché il Petrarca non si asterrà dal definirla una "fiera", pur sognando che essa, fatta "mansueta", vada un giorno a versare lacrime pietose sulla sua tomba, e come si legge nella canzone "Chiare, fresche e dolci acque". Nella stessa canzone il Poeta paventa la morte ed afferma di essere convinto che sia proprio l'onore a chiuderg1i gli occhi lacrimanti. Ma perché teme la morte? Non è forse liberazione dalle pene angosciose di un amore impossibile, non è forse approdo al porto della Verità e della Beatitudine eterna? Niente affatto! La morte è per lui distacco dà Laura ed è per questo che egli implora il Destino che consenta almeno al suo corpo di essere sepolto sulle rive del Sorga, laddove tutto parla di Laura: la morte gli sarà "men cruda" se egli potrà portare questa speranza a "quel dubbioso passo".

Così Laura diventa per il Poeta, più che il simbolo del suo attaccamento ai piaceri terreni, il Piacere stesso. Ed il Petrarca, che ha consapevolezza del suo "mal perverso" ed ha appreso da Dante e da Sant'Agostino che ben altro deve essere l'impegno dell'uomo nel breve passaggio sulla terra, si dibatte incessantemente tra i due poli del Cielo e della Terra e vive amaramente i suoi giorni tra esaltazioni e abbattimenti, tra propositi di virtù e debolezze di seduzione, tra momenti di estasi ascetica e momenti di lascivo abbandono.

Tutto questo si traduce in poesia nel sentimento diffuso della malinconia: la malinconia di un uomo che ama alla pari il Cielo e la Terra, Laura e la "Vergine bella" che non sa rinunziare a nessuno dei termini contrapposti pur sapendo che una scelta si impone.

Il Petrarca è insomma l' "uomo nuovo" del Trecento che guarda al futuro senza voler dimenticare il passato, che vive con particolare sensibilità tutto il travag1io di un mondo in trasformazione.

A questo punto si impone di essere più espliciti e di individuare nella poesia del Petrarca i luoghi ove più apertamente si esprimono il senso della solitudine ed il sentimento della malinconia.

Anzitutto nel "Secretum" il Petrarca confessa che il suo vizio maggiore è l'accidia, che consiste, come riferisce il vocabolario, nella "avversione all'operare associata all'idea di tedio". Questa condizione psicologica non può certo considerarsi di serenità e di gaudio, ma piuttosto di depressione e di mestizia, che portano dritto alla malinconia ed alla solitudine. Noi però sappiamo bene che il Petrarca fu un instancabile ricercatore e studioso dei classici antichi ed un operoso scrittore e, d'altra parte, nel "De vita solitaria" e nel "De ocio religiosorum" egli fa l'elogio della solitudine come dell' "otium" degli antichi, cioè come condizione ideale per dedicarsi agli studi. Ed allora l'accidia di cui parla non può riferirsi al suo concreto, reale vivere ed operare, quanto ad un pernicioso stato di malessere psicologico che non lo abbandonò mai, neppure durante i suoi studi, e fu la sostanza della sua poesia.

E poiché il meglio della poesia petrarchesca è nel "Canzoniere", è qui che dobbiamo rintracciare le espressioni più significative della malinconia del Poeta.




Una canzone che tratta esclusivamente la pena dell'amore impossibile, pena sentita ed espressa come "solitudine" e come "malinconia", è quella che inizia col verso "Ne la stagion che il ciel rapido inchina": racchiude cinque quadretti agresti in ciascuno dei quali alla serenità degli altri si contrappone il dolore del Poeta. Per esempio, nella prima strofa, il Poeta confida che quando il sole volge al tramonto ed anche la vecchietta si consola per il riposo che l'attende dopo una faticosa giornata, a lui si accresce il dolore del giorno e fa spavento la notte insonne che gli si apparecchia.

Nel sonetto "Padre del ciel..." il Poeta implora misericordia da Dio "dopo i perduti giorni, dopo le notti vaneggiando spese": esplicito riferimento a notti insonni trascorse tra solitudine e malinconia.

Numerose ancora le espressioni di tristezza nella canzone "Chiare, fresche e dolci acque": rivolgendosi alle fresche acque del Sorga le prega di dare ascolto alle sue "dolenti parole estreme"; la morte gli sarà meno cruda se potrà sperare di lasciare in quei luoghi "la carne travagliata e l'ossa".

Note di struggente malinconia sono infine nei sonetti "Passa la nave mia colma d'oblio" e "Zefiro torna e il bel tempo rimena". In quest'ultimo il Poeta descrive il raggiante e profumato ritorno della primavera, che allieta i cuori e li esorta all'amore, mentre a lui si fa più aspra e pungente la pena d'amore e il canto degli uccelli e il fiorir dei prati non sono altro che "un deserto et fere aspre e selvagge".

MODERNITA' DEL PETRARCA

Quando si parla di "modernità" relativamente a Francesco Petrarca si deve distinguere il termine in due ottiche diverse: una rispetto ai suoi tempi ed una rispetto ai nostri tempi. L'Aretino, infatti, fu ai suoi tempi un grande innovatore, suo malgrado, della tradizionale cultura medievale, ma anche un temperamento ed una coscienza di intellettuale che per molti aspetti richiama alla condizione psicologica degli intellettuali del nostro tempo.

Per quanto si riferisce ai suoi tempi possiamo anzitutto dire che egli, nonostante sentisse profondamente l'esigenza di ancorare il suo pensiero e la sua moralità in un porto di certezze assolute, in effetti non riuscì mai a trovare un punto di riferimento definitivo e brancolò sempre fra tentennamenti e contraddizioni che lo tormentarono per tutta la vita. Non per niente egli si andò gradualmente allontanando da quel filone di pensiero che attraverso S. Tommaso giungeva all'aristotelismo, per avvicinarsi al platonismo attraverso la lezione di S. Agostino. Inoltre egli per primo mise allo scoperto il secolare equivoco della interpretazione del mondo classico che dagli studiosi medievali veniva inteso come preparazione all'avvento del Cristo, mentre in realtà esso rappresentava l'ideologia pagana sostanzialmente contraria alla spiritualità cristiana. Infine il Petrarca ebbe il grande merito di intuire che non ci può essere vera cultura, non ci può essere progresso scientifico senza la possibilità di condurre i propri studi liberamente, senza la disposizione a cercare nuove avventure del pen 656i86g siero e dell'azione. Egli insomma ebbe perfetta consapevolezza che la lezione degli antichi è preziosa per chi sa attingervi la capacità di andare avanti, ma che può divenire opprimente e negatrice di ogni progresso se la si vuole considerare definitiva e perfetta.

Tutto questo fervore di studi, di ricerche, di meditazioni non si esplicò, tuttavia, in una condizione di serenità e di compostezza spirituale. Esso fu agitato da un convulso dibattito interiore che tormentò l'animo del Poeta per quasi tutta la sua esistenza. Da una parte il Petrarca sentiva viva l'esigenza di approdare a certezze morali e per questo forse invidiava la costanza e la coerenza della personalità di Dante (per cui nei "Trionfi", ad imitazione del grande fiorentino, assunse Laura come simbolo di guida dell'umanità in pericolo alla ricerca della Verità e della salvezza); dall'altra parte avvertiva tutta la fragilità della propria coscienza in perenne lotta fra l'attrazione dei piaceri mondani, caduchi e fallaci, e l'aspirazione alla pace eterna. Sotto questo aspetto il Petrarca nostra una sensibilità assai vicina a quella degli intellettuali della nostra epoca, che stanno drammaticamente subendo il crollo delle vecchie ideologie ottocentesche senza avere la forza di crearne delle nuove. E del suo stato di dubbio e perplessità il Petrarca ci ha lasciato una eloquente testimonianza nel "Secretum", dove analizza le probabili cause del suo disagio intellettuale e morale, riconoscendole soprattutto nel vizio dell'accidia e nel suo amore per Laura, che rappresenta in generale il richiamo alla vanità terrena. Ebbene, anche in questa opera di acuta introspezione, il Poeta mostra di conoscere i propri difetti ma ad un tempo dichiara di non essere certo di poter mantenere la promessa fatta a S. Agostino di allontanare da sé il pensiero di Laura








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