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OSCAR WILDE - IL FANTASMA DI CANTERVILLE - Romanza sacra e profana

letteratura


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                                   OSCAR WILDE

                           IL FANTASMA DI CANTERVILLE

                             Romanza sacra e profana

                        IL DELITTO DI LORD ARTHUR SAVILE

                               Saggio sul dovere

                            Traduzione Telematica di

                     Vincenzo Guagliardo e Giulio Cacciotti

   FreebookEdizioni LibroLibero  Mi - S.Maria del Suffragio,6 - A.93 n.37

                           IL FANTASMA DI CANTERVILLE




                             Romanza sacra e profana

1. Quando Mr. Hiram B. Otis, ministro degli Stati Uniti,  acquistò Canterville

   Chase,  tutti gli dissero che commetteva una grande sciocchezza, poiché non

   vi era dubbio di  sorta  che  l'intera  località  non  fosse  letteralmente

   infestata   dagli   spiriti.    Lo   stesso   lord   Canterville,   persona

   scrupolosissima in materia d'onore,  si era sentito  in  dovere  di  fargli

   presente  la  realtà  dei  fatti,  quando  si  trovarono  per  discutere le

   condizioni di vendita.

   "Neppure noi abbiamo più  avuto  il  coraggio  di  abitarvi,"  spiegò  lord

   Canterville  "da  quando la mia prozia,  la vecchia duchessa di Bolton,  si

   spaventò in modo tale che le prese un attacco di nervi  dal  quale  non  si

   riebbe  mai  completamente,  per  colpa  di due mani scheletriche che le si

   posarono sulle spalle mentre si stava vestendo per scendere  a  pranzo.  Mi

   sento  tenuto a precisarle,  mister Otis,  che il fantasma S stato visto da

   diversi membri della mia famiglia tuttora viventi,  come pure  dal  rettore

   della  parrocchia,  il reverendo Augustus Dampier,  che S membro del King's

   College di Cambridge.  Dopo il disgraziato incidente toccato alla duchessa,

   nessuna  delle  domestiche giovani volle più restare al nostro servizio,  e

   persino lady Canterville stentava a prendere sonno,  la notte,  a causa dei

   misteriosi rumori che provenivano dal corridoio e dalla biblioteca".

   "Mio  egregio  lord," fu la risposta del ministro "sono disposto a comprare

   in un solo blocco suppellettili e  fantasma.  Io  sono  nato  in  un  paese

   moderno  dove  col  denaro  si  può  acquistare  tutto,   e  con  i  nostri

   intraprendenti giovani che dipingono di rosso il vostro vecchio mondo, e vi

   soffiano via le vostre migliori attrici e le vostre primedonne,  sono certo

   che  se  in  Europa esistesse davvero uno spettro,  ce lo saremmo portato a

   casa nostra già da un pezzo e lo  avremmo  collocato  in  bella  mostra  in

   qualche museo o in qualche baraccone da fiera".

   "Ho  il  convincimento  che  il  fantasma  esista  realmente," replicò lord

   Canterville sorridendo "per quanto  può  dirsi  che  abbia  resistito  alle

   offerte  dei  vostri  dinamici impresari.  E' noto da tre secoli,  anzi dal

   1584,  per essere esatti,  e non manca mai di fare la  sua  comparsa  prima

   della morte di un membro della nostra famiglia".

   "Be',  in  quanto  a  questo  non  S  da  meno  del  medico  di casa,  lord

   Canterville.  Ma io le dico che roba simile,  come spettri e fantasmi,  non

   esiste,   e  non  credo  che  le  leggi  della  natura  subiscano  speciali

   alterazioni per riguardo all'aristocrazia britannica".

   "Certo  in  America  siete  tutti  estremamente   pratici"   rispose   lord

   Canterville  che  non aveva pienamente afferrato il senso dell'ultima frase

   detta da Mr.. Otis, "e se non le importa di avere uno spettro in casa,  per

   me fa lo stesso. Però la prego di tenere presente che io l'ho avvertita".

   Poche  settimane  dopo  questo  colloquio  la compravendita del castello fu

   perfezionata,  e al termine della stagione il ministro e  la  sua  famiglia

   andarono  a  stabilirsi  a  Canterville  Chase.  Mrs.  Otis,  quando era la

   signorina Lucrezia R.  Tappan,  della Cinquantatreesima Strada  Ovest,  era

   stata una famosa bellezza nuovayorkese; ora era un'avvenente donna di mezza

   età, con due occhi magnifici e un profilo superbo. Molte signore americane,

   non appena abbandonano il loro paese natale, adottano un'apparenza di semi-

   infermità  cronica,  forse  ritenendo che ciò sia una forma di raffinatezza

   europea: Mrs.  Otis non era mai caduta in  questo  errore.  Godeva  di  una

   salute  di  ferro  e  possedeva  una  vera  miniera di meravigliosi istinti

   animali. A dire il vero, sotto molti punti di vista poteva essere scambiata

   per una inglese autentica,  costituiva un fulgido esempio del fatto che noi

   in  realtà abbiamo tutto in comune con gli americani,  fuorché naturalmente

   il linguaggio.  Suo figlio maggiore,  battezzato Washington dai genitori in

   un  momento di patriottismo di cui egli non cessò mai di rammaricarsi,  era

   un ragazzo biondo,  mica male fisicamente,  che si era fatto  strada  nella

   diplomazia   americana   ballando   i  valzer  tedeschi  per  tre  stagioni

   consecutive al Casinò di Newport,  ed anche a  Londra  era  ben  noto  come

   ottimo  ballerino.  Le  sue  sole  debolezze  erano  le gardenie e i titoli

   nobiliari. Per il resto, era un ragazzo di grande buon senso. Miss Virginia

   E.  Otis era una ragazzina di quindici anni,  graziosa e fragile  come  una

   cerbiatta,  con  una  bella  espressione  di sicurezza e d'indipendenza nei

   grandi occhi azzurri.  Era una meravigliosa amazzone,  e  aveva  corso  due

   volte  in  gara  con  lord  Bolton  attorno  al  parco,  superandolo di una

   lunghezza e mezza,  proprio di fronte alla statua di Achille,  e suscitando

   un  entusiasmo  indescrivibile nel giovane duca di Cheshire,  che le si era

   dichiarato seduta stante ed era stato rimandato a Eton quella  sera  stessa

   dai  suoi  tutori,  in  un  torrente  di lacrime.  Dopo Virginia venivano i

   gemelli,  soprannominati di solito  "Stelle  e  Strisce"  per  la  rapidità

   vertiginosa dei loro movimenti.  Erano due ragazzi simpaticissimi e, con la

   sola eccezione del degno ministro, i soli veri repubblicani della famiglia.

   Poich, Canterville Chase dista sette miglia da Ascot,  che  S  la  stazione

   ferroviaria  più  vicina,  Mr.  Otis  aveva telegrafato perché venissero  a

   prenderli con una giardiniera,  e tutta la famiglia si accomodò  di  ottimo

   umore  sui  sedili,  per  la  breve scarrozzata.  Era una deliziosa sera di

   giugno e l'aria era fragrante del profumo acuto  dei  pini.  Di  quando  in

   quando  si udiva il dolce richiamo del colombo selvatico o si intravedeva,

   affondato tra le felci fruscianti,  il petto  dorato  di  un  fagiano.  Gli

   scoiattoli  occhieggiavano  incuriositi  al  loro  passaggio  dall'alto dei

   faggi,  e i conigli scutrettolavano via per il sottobosco e su per i  poggi

   erbosi, le candide code all'aria.

   Non  appena  gli  Otis  ebbero imboccato il viale di Canterville Chase,  il

   cielo si coprì improvvisamente di  nuvole  fosche,  una  strana  immobilità

   parve imprigionare l'aria,  un gran volo di corvi passò silenzioso sul loro

   capo  e  prima  che  raggiungessero  la  dimora  grosse  gocce  di  pioggia

   incominciarono a cadere.

   A  riceverli  sulla soglia del castello trovarono una vecchia donna vestita

   lindamente di seta nera,  con una cuffia e  un  grembiule  bianco.  Era  la

   signora  Umney,  la governante che Mr.  Otis aveva acconsentito a tenere al

   proprio servizio per espressa richiesta di  lady  Canterville.  La  signora

   Umney  fece  a  ciascuno un profondo inchino mentre scendevano di vettura e

   disse loro con un garbo compito e antiquato:  "Vi  auguro  il  benvenuto  a

   Canterville Chase".

   Seguendo  i  suoi  passi,  i  membri  della famiglia Otis passarono dal bel

   vestibolo in stile Tudor nella biblioteca che era una sala  lunga  e  bassa

   rivestita di quercia nera,  all'estremità della quale si trovava una grande

   finestra istoriata.  Il tS era già apparecchiato su un tavolino  e  quelli,

   dopo essersi tolti gli spolverini da viaggio,  presero a guardarsi intorno,

   mentre la signora Umney si occupava di loro.

   A un tratto la signora Otis notò una macchia  di  colore  rosso  opaco  che

   imbrattava  il  pavimento  proprio  vicino  al caminetto e,  senza rendersi

   minimamente conto di quel che in realtà significasse, l'additò alla signora

   Umney soggiungendo: "Credo che laggiù sia stato versato qualcosa".

   "Infatti signora," rispose la vecchia governante sottovoce "S stato versato

   del sangue, in quel punto".

   "Che orrore!" gridò la signora Otis.  "Non mi piace affatto  che  ci  siano

   macchie di sangue in un salotto: bisogna farla togliere immediatamente".

   La  vecchia  sorrise e disse con lo stesso tono di voce basso e misterioso:

   "E' il sangue di lady Eleonore de Canterville,  che fu assassinata in  quel

   punto preciso dal proprio marito,  sir Simon de Canterville,  nel 1575. Sir

   Simon  le  sopravvisse  di  nove  anni  e  poi  scomparve  subitamente   in

   circostanze assai misteriose. Il suo corpo non S mai stato rinvenuto, ma il

   suo spirito peccatore vaga tuttora per il castello.  La macchia di sangue S

   stata sempre molto ammirata da turisti e  visitatori,  e  non  S  possibile

   toglierla".

   "Quante  storie" gridò Washington Otis.  "Il Super Smacchiatore e Detersivo

   Incomparabile Pinkerton la farà sparire in due secondi",  e  prima  che  la

   governante,  terrorizzata,  avesse il tempo di aprire bocca,  il giovanotto

   era già per terra e  stava  fregando  energicamente  il  pavimento  con  un

   bastoncino che pareva una specie di cosmetico nero.  Effettivamente,  pochi

   istanti dopo, ogni traccia di sangue era scomparsa.

   "Ero sicuro che il Pinkerton avrebbe dato un risultato  immediato"  esclamò

   il giovane trionfante, lanciando occhiate di soddisfazione ai congiunti che

   lo  guardavano  ammirati;  ma  aveva  appena proferite queste parole che un

   tremendo guizzo di folgore luccicò nella sala buia e un pauroso scoppio  di

   tuono li fece balzare in piedi; la signora Umney svenne.

   "Che  clima  spaventoso"  osservò calmo il ministro,  accendendosi un lungo

   sigaro.  "Credo dipenda dall'eccesso di popolazione che affligge il vecchio

   continente  e  non permette una distribuzione uniforme per tutti i fenomeni

   atmosferici. Io sono sempre stato del parere che soltanto l'emigrazione può

   rimettere in sesto l'Inghilterra".

   "Mio caro Hiram," esclamò la moglie "che cosa ce ne facciamo di  una  donna

   che sviene alla minima sciocchezza?".

   "Trattieniglielo  sullo  stipendio  come  faresti  per qualche rottura," le

   rispose il ministro "vedrai che non svenirà più,  d'ora in poi".  E infatti

   di lì a pochi istanti la signora Umney si riebbe di colpo.  La povera donna

   era indubbiamente fuori di s,,  e con rotte parole supplicò il signor  Otis

   di  stare  in  guardia,  che qualche guaio grosso si preparava a colpire il

   castello.

   "Ho visto cose terribili con questi miei poveri occhi,  signore;  cose  che

   farebbero rizzare i capelli in testa ad ogni buon cristiano. E quante notti

   insonni  ho  passato  per i fenomeni spaventosi che si verificano in questa

   casa!".

   Sia Mr.  Otis che sua moglie rassicurarono la  brava  donna  che  essi  non

   avevano  nessunissima  paura degli spettri,  cosicché dopo aver invocato le

   benedizioni della Provvidenza sui  suoi  nuovi  padroni  ed  essersi  messa

   d'accordo  con  loro  per  un aumento di salario,  la vecchia governante si

   ritirò a passi barcollanti nella propria camera.

2. Il temporale imperversò furioso tutta la notte,  ma non  accadde  nulla  di

   notevole.  La  mattina  seguente,  tuttavia,  quando  scesero  per la prima

   colazione, trovarono che la spaventosa macchia di sangue era ricomparsa sul

   pavimento.  "Non credo possa essere colpa  del  Super  Detersivo,"  osservò

   Washington  "perché  l'ho  provato  con tutto e mi ha sempre dato risultati

   perfetti.  Dev'essere stato il  fantasma".  Di  conseguenza  fregò  via  la

   macchia una seconda volta,  ma ecco che la seconda mattina  era comparsa di

   nuovo.  E ci fu anche la terza mattina,  benché la biblioteca  fosse  stata

   chiusa a chiave la notte da Mr. Otis in persona, il quale aveva poi portato

   via  la  chiave  con s,.  Tutta la famiglia cominciava ormai a interessarsi

   seriamente alla faccenda: a Mr.  Otis venne il  sospetto  di  essere  stato

   forse un po' troppo dogmatico nel negare l'esistenza di fantasmi, Mrs. Otis

   espresse   l'intenzione  di  farsi  socia  dell'Associazione  Psichica,   e

   Washington stilò una lunga lettera per i signori  Myers  &  Pomodore  sulla

   permanenza  delle  macchie  sanguigne  allorch,  queste  siano connesse con

   qualche delitto.  Quella notte ogni dubbio intorno all'effettiva  esistenza

   dei fantasmi fu dissipato per sempre.

   Il  giorno  era  stato  caldo  e  soleggiato e quando,  verso sera,  l'aria

   rinfrescò,  la famiglia  Otis  uscì  in  massa  per  una  scarrozzata.  Non

   rincasarono  che  alle  nove,  e  consumarono un pasto leggero.  Durante la

   conversazione non fu fatto il benché minimo accenno a spettri  e  fantasmi,

   di  modo che mancavano anche quelle condizioni primarie di attesa ricettiva

   che spesso precedono il verificarsi di fenomeni psichici.  Come mi narrò in

   seguito  Mr.  Otis,  il  discorso  cadde su quegli argomenti che formano di

   solito il nocciolo della conversazione tra gli americani colti delle classi

   superiori,  come ad esempio  l'enorme  superiorità,  quale  attrice,  della

   signorina Fanny Davenport al confronto di Sarah Bernhardt; la difficoltà di

   trovare granoturco acerbo,  focacce di sorgo e pannocchie bollite nel latte

   anche nelle migliori case inglesi;  l'importanza di Boston  sullo  sviluppo

   dell'anima  universale;  i  vantaggi del bagaglio assicurato nei viaggi per

   ferrovia,  e la dolcezza dell'accento di  Nuova  York    in  paragone  alla

   pronuncia  strascicata dei londinesi.  Non si parlò neppure lontanamente di

   cose soprannaturali e tanto meno fu fatta alcuna allusione a sir  Simon  de

   Canterville.  Alle undici la famiglia si ritirò e alle undici e mezzo tutte

   le luci erano spente.  Poco tempo dopo  Mr.  Otis venne però risvegliato da

   un curioso rumore che proveniva dal corridoio, proprio davanti all'uscio di

   camera sua.  Risuonava come uno stridore di metallo che pareva farsi sempre

   più vicino ad ogni istante.  Il ministro si alzò senza  indugi,  accese  un

   fiammifero e guardò l'orologio.  Era l'una esatta. Si sentiva calmissimo, e

   si tastò il polso per accertarsi di non  essere  febbricitante.  Lo  strano

   rumore continuava, accompagnato ora da un distinto strascicare di passi. Il

   ministro  s'infilò  le pantofole,  tolse dal cassetto del tavolino da notte

   una minuscola fiala di forma oblunga, e aprì la porta. Diritto davanti a s,

   vide ergersi,  nell'esangue luce lunare,  un uomo dall'aspetto  spaventoso.

   Aveva  gli  occhi  rossi come due carboni ardenti: lunghi capelli grigi gli

   ricadevano per le spalle in ciocche incolte, e le vesti,  di foggia antica,

   erano tutte lacere e imbrattate;  dai polsi e dalle caviglie,  infine,  gli

   pendevano pesanti manette e ceppi arrugginiti.

   "Egregio signore," incominciò Mr. Otis "sono costretto a pregarla di oliare

   un po' come si deve quelle sue catene,  e le ho portato a questo scopo  una

   bottiglietta  di  Lubrificante  Solare  Tammany.   Me  lo  hanno  garantito

   efficacissimo fin dalla  prima  applicazione,  e  potrà  leggere  parecchie

   testimonianze  AD HOC,  riportate sul foglietto di propaganda,  da parte di

   alcuni tra i nostri più eminenti teologi.  Glielo lascio qui  per  suo  uso

   accanto  alle  candele  della  camera  da  letto,  e  sarò  felicissimo  di

   fornirgliene dell'altro, qualora ne avesse bisogno".

   Con queste parole, il ministro degli Stati Uniti posò la bottiglietta su un

   tavolo di marmo, chiuse la porta e si ritirò a riposare.

   Per un attimo il fantasma di Canterville rimase  letteralmente  paralizzato

   dallo  sdegno;  quindi,  dopo aver gettato con violenza la fiala sul lucido

   pavimento,  svolazzò per il corridoio gemendo  cupamente  ed  emanando  una

   verde  luce  spettrale.  Proprio nel momento in cui giungeva al sommo della

   grande scalinata di quercia,  ecco  che  un  uscio  si  spalancò  lasciando

   intravedere  sulla soglia due figure biancovestite,  e un grosso guanciale

   passò sibilando ad un pelo della sua testa.  Non c'era evidentemente  tempo

   da  perdere;  perciò  adottando  in  tutta fretta la quarta dimensione come

   unica via di scampo,  lo spettro svanì attraverso il rivestimento di  legno

   della parete, restituendo alla casa quiete e silenzio.

   Come  ebbe  raggiunta  una  piccola  stanza segreta,  nell'ala sinistra del

   castello,  si appoggiò  a  un  raggio  di  luna  onde  riprendere  fiato  e

   incominciò  a  riflettere  sulla propria situazione.  Mai,  mai,  nella sua

   brillante ed ininterrotta  carriera  tricentenaria,  egli  era  stato  così

   grossolanamente insultato.  Ripensò alla vecchia duchessa da lui spaventata

   al punto di farla cadere in un attacco isterico, mentre si ammirava davanti

   allo specchio nei suoi pizzi  e  nei  suoi  diamanti:  pensò  alle  quattro

   cameriere che aveva fatto uscire di senno, semplicemente sghignazzando alle

   loro  spalle da dietro le tendine del guardaroba.  Ripensò al Rettore della

   parrocchia al quale aveva spento la candela  una  notte  che  usciva  tardi

   dalla  biblioteca,  e che da quella volta aveva dovuto essere affidato alle

   cure di sir William Gull,  divenuto com'era un  misero  essere,  sempre  in

   preda  a  gravissime  turbe  nervose.  E  che dire della vecchia signora de

   Tr,mouillac la quale essendosi svegliata presto un mattino e  avendo  visto

   uno scheletro seduto in poltrona accanto al caminetto, intento a leggere il

   suo diario, era stata costretta a letto per ben sei settimane da un attacco

   di  febbre  cerebrale,  e non appena ristabilita si era riconciliata con la

   Chiesa e aveva rotto ogni rapporto con quel noto scettico che era il signor

   Voltaire.   Ripensò  alla  notte  da  tregenda  in  cui  il  malvagio  lord

   Canterville fu trovato rantolante nel proprio spogliatoio,  con il fante di

   quadri mezzo infilato nella gola,  e confessò sul punto di morire  di  aver

   sottratto  a  Charles  Fox  cinquantamila  sterline al Casinò di Crockford,

   precisamente grazie a quella carta,  e giurò che era stato  il  fantasma  a

   fargliela ingoiare.

   Le  sue grandi imprese gli tornarono tutte alla mente;  dal maggiordomo che

   si era ucciso nella dispensa con un colpo di pistola  per  aver  visto  una

   mano  verde  battere  contro  i vetri della finestra,  alla bellissima lady

   Stutfield,  costretta a portare sempre  annodato  al  collo  un  nastro  di

   velluto nero per nascondervi l'impronta che cinque dita di fuoco le avevano

   lasciato sulla candida pelle,  e che alla fine si era annegata nello stagno

   delle carpe,  in  fondo  al  Viale  del  Re.  Con  l'egotismo  entusiastico

   dell'artista nato, riandò col pensiero alle sue trasformazioni più famose e

   sorrise  amaramente tra s,,  rammentando la sua ultima apparizione sotto le

   spoglie di "Ruben il Rosso", ovvero "L'Infante Strangolato", il suo "d,but"

   nella personificazione di "Gibeone l'allampanato",  e il "furore" che aveva

   suscitato  in  una  languida sera di giugno limitandosi a giocare a birilli

   con le proprie ossa sul terreno del campo di  tennis.  Ebbene,  dopo  tutte

   queste  gesta,  dovevano  venire  quattro  miserabili  americani  moderni a

   offrirgli del Lubrificante Solare e a buttargli dei cuscini in  testa!  Era

   una   situazione   assolutamente  insopportabile.   D'altronde  mai  nessun

   fantasma,  nel corso della storia,  era stato trattato a quel modo.  Decise



   pertanto  di vendicarsi adeguatamente,  e rimase immerso sino allo spuntare

   del giorno in un atteggiamento di profonda meditazione.

3. Allorché  i  componenti  della  famiglia  Otis  si  riunirono  il   mattino

   successivo  intorno  al  tavolo  della  prima  colazione,  la questione del

   fantasma  venne  discussa  particolareggiatamente.  Com'era  naturale,   il

   ministro  degli  Stati  Uniti  era  piuttosto seccato che il suo dono fosse

   stato accolto con tanto malgarbo.  "Io  non  ho  l'intenzione,"  disse  "di

   recargli alcuna offesa personale,  e se si considera il lunghissimo periodo

   di tempo da cui egli S ospite di questa casa,  trovo che  non  sia  affatto

   educato  accoglierlo con scariche di cuscini".  Osservazione molto giusta e

   saggia, alla quale, mi dispiace di doverlo ammettere, i gemelli scoppiarono

   in omeriche risate. "D'altro canto," proseguì il ministro "se lui si ostina

   a non adoperare il Lubrificante Solare ci vedremo costretti a togliergli le

   catene,  perché, sarebbe impossibile dormire,  altrimenti,  con quel chiasso

   tremendo proprio a due passi dalle stanze da letto".

   Il resto della settimana trascorse senza che essi venissero più disturbati:

   l'unico  fenomeno  che  seguitava  ad  attrarre  la  loro attenzione era il

   continuo rinnovarsi della macchia di sangue sul pavimento della biblioteca.

   Questo era certamente un fatto  inesplicabile,  dato  che  la  porta  della

   biblioteca  veniva  chiusa  a chiave ogni sera da Mr.  Otis in persona e le

   finestre ermeticamente sbarrate dall'interno.  Lo stesso colore,  per  così

   dire camaleontico,  della macchia,  era di per sé sconcertante e dava adito

   ad un mucchio di commenti.  Alcune mattine era  di  un  rosso  cupo  (quasi

   indiano),  altre  volte  diventava  vermiglia,  poi  trascolorava  in fosca

   porpora, e un giorno che si erano riuniti in biblioteca per la preghiera in

   comune,  secondo il semplice rito della Libera Chiesa Episcopale  Americana

   Riformata, la trovarono trasformata in un bel verde smeraldo.

   Questi  mutamenti  caleidoscopici,  com'era logico,  divertivano moltissimo

   tutti quanti, e ogni sera davano luogo a scommesse. L'unica persona che non

   prendesse parte a quegli spassi era la piccola  Virginia  che,  chissà  per

   quale  inesplicabile  motivo,  appariva sempre molto preoccupata alla vista

   della macchia di sangue,  e il mattino che la trovò  color  verde  smeraldo

   quasi quasi si mise a piangere.

   Il fantasma fece la sua seconda comparsa nella notte della domenica.  Erano

   da poco andati a letto quando intesero un pauroso fracasso  nel  vestibolo.

   Si precipitarono tutti di sotto e constatarono che una enorme, antichissima

   armatura,  si  era staccata dal suo supporto ed era caduta sul pavimento di

   pietra, mentre il fantasma di Canterville, seduto su una poltrona dall'alto

   schienale,  si stava sfregando le ginocchia con un'espressione  di  acuta

   sofferenza dipinta sul volto.  I gemelli,  che erano venuti armati dei loro

   scacciacani,   si  affrettarono  a  sparargli  addosso  due   scariche   di

   pallottoline,  con  quella  precisione di mira che si può ottenere soltanto

   dopo lunghe e attente esercitazioni sul  proprio  maestro  di  calligrafia,

   mentre  il  ministro  degli  Stati  Uniti  gli puntò addosso il revolver e,

   seguendo le regole dell'etichetta californiana,  gli ingiunse di alzare  le

   mani. Il fantasma balzò in piedi con un urlo inumano di rabbia e guizzò tra

   loro,  dileguò  come una nebbia,  spegnendo al suo passaggio la candela che

   Washington Otis teneva in mano e lasciandoli così  immersi  in  un'oscurità

   completa.  Arrivato  che  fu  in  cima  alle scale,  si riprese e decise di

   prorompere nel suo celebre scroscio di risa demoniache.  Queste  gli  erano

   state estremamente utili in più di un'occasione. Si dice che avessero fatta

   diventare grigia,  in una sola notte, la parrucca di lord Raker, e comunque

   era un fatto che,  per causa loro,  ben tre  governanti  francesi  di  lady

   Canterville  si  erano  licenziate  prima  della  fine  del  mese di prova.

   Pertanto rise il suo terribile riso,  finché  l'antica  volta  non  risuonò

   ripetutamente  in ogni recesso;  ma la sua eco paurosa si era appena spenta

   che un uscio si aprì e Mrs.  Otis vi si affacciò avvolta in  una  veste  da

   camera  azzurro  chiaro dicendo: "Ho proprio paura che lei non stia affatto

   bene.  Perciò le ho portato una bottiglia di Tintura del Dottor Dobell.  Se

   si tratta di indigestione lo troverò un rimedio veramente ottimo".

   Il  fantasma  le  lanciò  un'occhiata satanica di indignazione e incominciò

   subito a fare i preparativi necessari per potersi trasformare in un  enorme

   cane  nero,  una bravura per la quale era giustamente rinomato e alla quale

   il medico di famiglia aveva sempre attribuito l'idiozia congenita dello zio

   di lord Canterville,  l'onorevole Thomas Horton.  Ma un rumore di passi che

   si  avvicinavano lo fece recedere dal suo bieco proposito,  e si accontentò

   pertanto di diventare appena appena  fosforescente,  dileguandosi  con  un

   profondo  e funereo gemito proprio nel momento in cui i gemelli stavano per

   piombargli addosso.

   Come egli fu nella sua stanza,  le forze lo abbandonarono e cadde in  preda

   ad   una  violenta  agitazione.   La  volgarità  dei  gemelli  e  il  rozzo

   materialismo della signora Otis erano, si capisce, molto spiacevoli, ma ciò

   che lo rendeva addirittura disperato era l'aver dovuto  constatare  di  non

   essere  stato  capace  d'indossare  la  cotta di maglia.  Aveva sperato che

   persino degli americani  moderni  si  sarebbero  emozionati  a  vedere  uno

   spettro in armatura,  se non per altro motivo, almeno per rispetto del loro

   poeta nazionale Longfellow,  sulle cui poesie così piene  di  grazia  e  di

   fascino  egli  stesso  si era intenerito nelle lunghe ore d'ozio,  mentre i

   Canterville erano in città.  Era  la  sua  armatura,  per  giunta:  l'aveva

   indossata  al  torneo  di  Kenilworth,  e  ne era stato molto complimentato

   niente di meno che dalla Regina Vergine in persona.  Tuttavia,  non  appena

   aveva  tentato  di  mettersela,  poc'anzi,  il  peso  dell'enorme corazza e

   dell'elmo di acciaio lo avevano completamente sopraffatto,  ed  era  caduto

   pesantemente   sul   pavimento   di  pietra  sbucciandosi  le  ginocchia  e

   ammaccandosi seriamente le nocche della mano destra.

   Dopo questa disavventura si ammalò gravemente  per  diversi  giorni  e  non

   abbandonò  la  propria stanza se non per tenere in efficienza la macchia di

   sangue. Alla fine però, a forza di curarsi, si rimise in salute e decise di

   compiere un terzo tentativo per spaventare il ministro degli Stati Uniti  e

   la sua famiglia. Scelse il 17 di agosto, che cadeva di venerdì, per fare la

   sua  comparsa,  e  passò  quasi  l'intera  giornata  a  rivedere il proprio

   guardaroba.  Infine la sua scelta cadde su un grande cappello con  la  tesa

   all'ingiù ornato di una piuma rossa, di un sudario sfrangiato ai polsi e al

   collo,  e di una daga arrugginita. Verso sera scoppiò un violento temporale

   accompagnato da pioggia, e il vento era così furibondo che tutte le porte e

   le finestre del  vecchio  castello  tremavano  con  gemiti  e  scricchiolii

   paurosi.  Era un tempo infernale,  proprio come piaceva a lui. Il suo piano

   d'azione era il seguente:  sarebbe  entrato  pian  piano  nella  camera  di

   Washington  Otis,  gli  avrebbe  borbottato  parole sconnesse dai piedi del

   letto,  poi si sarebbe pugnalato per tre volte alla gola al  suono  di  una

   musica  in  sordina.  Nutriva  contro  Washington  un  rancore particolare,

   sapendo perfettamente che era lui a togliere ogni giorno la famosa  macchia

   di   sangue  dei  Canterville,   grazie  a  quel  suo  maledetto  Detersivo

   Incomparabile Pinkerton.  Dopo aver ridotto  in  uno  stato  di  indicibile

   terrore  quel  giovane  incosciente  e  scapestrato,  sarebbe passato nella

   stanza occupata dal ministro degli  Stati  Uniti  e  da  sua  moglie,  dove

   avrebbe  posato sulla fronte della signora Otis una mano umidiccia,  mentre

   avrebbe sibilato nelle orecchie  del  suo  tremebondo  marito  gli  orrendi

   segreti della cappella mortuaria. In quanto alla piccola Virginia non aveva

   ancora  deciso  sul  da farsi.  In fondo essa non lo aveva mai n, offeso n,

   insultato,   ed  era  graziosa  e  gentile.   Pochi  gemiti  cavernosi  dal

   guardaroba,  pensò,  sarebbero  stati più che sufficienti,  oppure,  se non

   fosse riuscito a svegliarla,  le avrebbe grattato la trapunta del letto con

   dita tremanti di paralisi.  Ai gemelli,  invece, era ben deciso a impartire

   una lezione coi fiocchi.  Per prima cosa,  naturalmente,  si sarebbe seduto

   sui   loro  stomachi,   in  modo  da  provocare  la  sensazione  soffocante

   dell'incubo.  Poi,  dato che avevano i letti vicini,  si sarebbe  messo  in

   mezzo  assumendo  l'aspetto di un cadavere verde e freddo come il ghiaccio,

   finché, quelli si  fossero  sentiti  immobilizzati  dal  terrore,  e  infine

   avrebbe  gettato  il  sudario e si sarebbe messo a strisciare per la stanza

   con ossa calcinate e un'unica pupilla roteante,  nella personificazione  di

   "Daniele il Muto",  ovvero "Lo Scheletro del Suicida", "r"le" nel quale più

   di una volta era stato di effetto strepitoso  e  che  egli  considerava  in

   tutto  e  per  tutto  eguale  alla  sua  celebre  creazione  di "Martino il

   Maniaco", ovvero il "Mistero Mascherato".

   Alle dieci e mezzo udìì la famiglia che andava a  coricarsi.  Fu  disturbato

   per   un  certo  tempo  da  urla  e  sghignazzate  selvagge  -  i  gemelli,

   naturalmente,  i quali si stavano certamente divertendo prima di mettersi a

   dormire  -  ma  alle  undici  e  un  quarto  tutta  la casa era immersa nel

   silenzio,  e come scoccò la mezzanotte egli uscì dal suo rifugio.  Il  gufo

   picchiava  il  suo  becco adunco contro le invetriate,  il corvo gracchiava

   appollaiato in cima all'antico tasso,  il vento errava gemendo  attorno  al

   castello come un'anima in pena,  ma la famiglia Otis dormiva, inconsapevole

   della propria sorte,  e alto sopra i rumori della pioggia e della  tempesta

   il  fantasma  pot,  distinguere  il sonoro russare del ministro degli Stati

   Uniti. Emerse cautamente dal pannello di legno che rivestiva la parete, con

   un sorriso malvagio sulla bocca avvizzita e crudele,  e la luna si  nascose

   la  faccia  dietro  ad una nuvola mentre egli passava davanti al finestrone

   dove le sue insegne e quelle di sua moglie assassinata splendevano in campo

   azzurro e oro. Avanti, avanti; egli procedette,  scivolando silenzioso come

   un'ombra  malefica,  e la stessa tenebra parve inorridire al suo passaggio.

   Ad un certo momento gli sembròò di udire un appello lontano, e si fermò,  ma

   non  era che l'abbaiare di un cane della Cascina Rossa,  ed egli riprese ad

   avanzare,  borbottando strane maledizioni del sedicesimo secolo e brandendo

   di  quando  in  quando la daga rugginosa nell'aria notturna.  Giunse infine

   all'angolo del  corridoio  che  conduceva  nella  camera  dello  sfortunato

   Washington. Sostò per un istante: il vento gli faceva svolazzare intorno al

   capo  le  lunghe  ciocche  grigie,  e  scompigliava  in  pieghe fantastiche,

   grottesche, l'orrore senza nome del suo sudario. Quindi la pendola suonò il

   quarto  ed  egli  comprese  che  l'ora  era  venuta.   Ridacchiò  tra   s,,

   lugubremente, e svoltòò l'angolo; ma subito cadde all'indietro con un gemito

   spaventoso di lamento e si nascose la faccia sbiancata tra le mani lunghe e

   ossute.  Proprio  davanti  a lui si ergeva uno spettro mostruoso,  immobile

   come un'immagine scolpita e allucinante come il sogno di un pazzo. Aveva il

   cranio calvo e lucido,  e un riso  osceno  pareva  gli  avesse  distorto  i

   lineamenti  in  un  ghigno perpetuo.  Dagli occhi uscivano bagliori di luce

   scarlatta, la bocca era un vasto gorgo di fuoco,  e un lenzuolo ributtante,

   simile  al  suo,  ammantava delle sue nevi silenti le forme titaniche.  Sul

   petto recava  una  scritta  vergata  in  caratteri  antichi,  un  cartiglio

   d'infamia,  pareva,  chissà  quale testimonianza di peccati orrendi,  quale

   spaventoso calendario di delitti,  e alto nella mano  destra  impugnava  un

   falciuolo d'acciaio scintillante.

   Non  avendo  mai  visto  uno spettro in vita sua,  era troppo logico che il

   povero  fantasma  ne  fosse  terribilmente  spaventato,   e  dopo  un'altra

   fuggevole  occhiata alla paurosa apparizione,  fuggì precipitosamente nella

   propria stanza,  inciampando nel sudario mentre correva lungo il corridoio,

   e  alla fine lasciò cadere la spada negli stivaloni da caccia del ministro,

   dove fu trovata dal maggiordomo l'indomani mattina. Una volta al sicuro nel

   segreto del proprio appartamento,  si lasciò cadere sul letto,  un  modesto

   pagliericcio,  e  nascose  la faccia sotto le coperte.  Dopo qualche tempo,

   l'antico spirito dei Canterville ebbe infine il sopravvento in lui, ed egli

   decise che sarebbe andato a parlamentare con l'altro  fantasma  non  appena

   fosse  spuntata  l'alba.  Perciò,  proprio  mentre  l'aurora stava tingendo

   d'argento le cime dei colli, ritornò nel punto in cui i suoi occhi si erano

   posati per la prima volta sulla truce apparizione,  poiché, aveva riflettuto

   che,  dopo tutto,  due fantasmi valgono meglio di uno solo e che forse, con

   l'aiuto del suo nuovo amico,  avrebbe potuto agire con  maggiore  efficacia

   contro i gemelli.  Come fu giunto all'angolo del corridoio,  uno spettacolo

   terribile si offrì alla  sua  vista.  Qualcosa  doveva  certamente  essere

   accaduto  allo  spettro,  perché,  la luce era del tutto scomparsa dalle sue

   occhiaie vuote, il falciuolo luccicante gli era caduto di mano,  ed esso se

   ne  stava  poggiato  contro  il  muro  in  una  postura  molto  scomoda  ed

   innaturale. Il fantasma diede un balzo e lo afferrò tra le braccia; ma, con

   suo grande orrore, la testa si staccò dal busto e scivolò a terra, il corpo

   assunse una posizione recline,  ed egli si trovò a stringere una  tenda  da

   letto in cotonina bianca,  con una scopa,  un coltellaccio da cucina, e una

   zucca vuota ai piedi. Incapace di comprendere questa strana trasformazione,

   s'impadronì7con ansia febbrile della scritta misteriosa  ed  ecco  che  nel

   grigio chiarore del mattino pot, leggere queste inquietanti parole:

        SPETTRO DEGLI OTIS

        Unico Fantasma Autentico e Originale

        Guardarsi dalle imitazioni

        Tutti gli Altri sono Contraffatti

   Una grande luce si formò in lui.  Dunque era stato giocato,  battuto, messo

   alla berlina!  Il vecchio sguardo dei Canterville gli balenò  negli  occhi:

   fece scricchiolare l'una contro l'altra le gengive sdentate, e levando alte

   sopra  il  capo  le  mani  vizze  giurò  secondo la pittoresca fraseologia

   dell'antica scuola,  che allorquando il cantachiaro avesse fatto echeggiare

   due volte il suo allegro squillo,  imprese di sangue sarebbero state ordite

   e l'Omicidio si sarebbe aggirato per la contrada con passi felpati.

   Aveva appena terminato di proferire questo terribile  giuramento,  che  dal

   tetto ricoperto di tegole rosse di un lontano cascinale, un gallo cantò. Il

   fantasma rise un lungo,  sommesso,  amaro riso, e attese. Attese per lunghe

   ore, ma il volatile,  chissà per quale motivo,  non cantò la seconda volta.

   Infine,  alle sette e mezzo, il sopraggiungere delle cameriere lo costrinse

   ad abbandonare la sua veglia minacciosa,  ed egli ritornò  incespicando  di

   stanchezza nella propria camera,  rimuginando sulle sue vane speranze e sui

   suoi propositi così miseramente frustrati.  Prese  poi  a  consultare  vari

   libri  di  cavalleria  antica,  e  scoprì che in ogni occasione in cui quel

   giuramento era stato pronunciato,  cantachiaro  aveva  cantato  sempre  una

   seconda volta.  "Che il malanno colga quel dannato volatile!" borbottò. "E'

   tramontato il giorno in cui con la mia fiera lancia gli avrei trapassata la

   gola e lo avrei fatto cantare per me nell'angoscia della morte!". Quindi si

   ritirò entro un comodo sarcofago di piombo dove rimase a  riposare  fino  a

   tarda sera.

4. Il giorno seguente il fantasma si sentì molto debole e stanco.  La tremenda

   eccitazione di quelle ultime quattro settimane incominciava  a  produrre  i

   suoi  effetti.  Aveva  i  nervi  terribilmente scossi e trasaliva al minimo

   rumore.  Si barricò in camera sua per cinque giorni consecutivi e alla fine

   decise  di  rinunciare  al  puntiglio della macchia di sangue sul pavimento

   della biblioteca. Dopo tutto, se la famiglia Otis non ne voleva sapere, era

   segno che  non  se  la  meritava.  Si  trattava  chiaramente  di  individui

   appartenenti  a  un  piano  di esistenza basso e materialistico,  del tutto

   incapaci di apprezzare il  valore  simbolico  dei  fenomeni  sensibili.  La

   questione  delle apparizioni spettrali e lo sviluppo dei corpi astrali era,

   si  capisce,  una  faccenda  completamente  diversa  che  sfuggiva  al  suo

   controllo.  Era  suo  preciso  dovere  apparire  nel corridoio una volta la

   settimana e borbottare parole sconnesse presso  il  grande  finestrone,  il

   primo  e il terzo mercoledì di ogni mese,  e non vedeva come avrebbe potuto

   onorevolmente sottrarsi a questi obblighi.  Era verissimo che  la  sua  era

   stata  una  vita malvagia,  ma in tutte le cose attinenti al soprannaturale

   era di una coscienziosità estrema.  Pertanto,  nei  tre  sabati  successivi

   seguitò  ad attraversare come al solito il corridoio tra la mezzanotte e le

   tre del mattino,  prendendo tutte le precauzioni per non essere n, visto n,

   udito. Si tolse gli stivali, cercò di camminare il più lievemente possibile

   sulle  vecchie tavole del pavimento rose dai tarli,  si avvolse in un ampio

   mantello di velluto nero,  e fece uso del Lubrificante Solare per oliare le

   sue catene.

   Devo  ammettere che il povero fantasma si rassegnò ad adottare quest'ultimo

   mezzo di protezione soltanto dopo lunghe esitazioni.  Ma una notte,  mentre

   la  famiglia  dormiva,  entrò  di  soppiatto nella camera di Mr.  Otis e ne

   asportò la bottiglia. A tutta prima si sentì un poco umiliato,  ma aveva in

   definitiva  sufficiente  buon  senso  per riconoscere che si trattava di un

   ritrovato tutt'altro che disprezzabile e che in un certo qual modo  serviva

   al suo scopo.  Ma nonostante tutti questi riguardi,  non era certo lasciato

   in pace.  Incappava sempre  in  corde  tese  da  una  parte  all'altra  del

   corridoio,  nelle quali inciampava al buio,  e una volta che si era vestito

   nel costume di "Isacco il Nero",  ovvero "Il Cacciatore  della  Foresta  di

   Hogley",  cadde  malamente per essere scivolato su un piano inclinato tutto

   cosparso  di  burro  che  i  gemelli  avevano  avuto  cura   di   costruire

   dall'ingresso della sala delle Tapezzerie fino alla sommità della scalinata

   di  quercia.  Quest'ultimo insulto lo mise in un furore tale che risolse di

   compiere un ultimo sforzo per tentare di affermare la propria dignità e  la

   propria  posizione  sociale,  e  decise  di far visita a quei due sfacciati

   studentelli di Eton,  la notte seguente,  nel suo  celebre  personaggio  di

   "Rupert il Temerario", ovvero "Il Conte Decapitato".

   Erano  più  di  settant'anni  che  non  faceva  la  sua apparizione in quel

   travestimento,  da  quando,  precisamente,  aveva  talmente  spaventato  la

   graziosa lady Barbara Modish che questa aveva rotto il proprio fidanzamento

   con il nonno dell'attuale lord Canterville,  ed era scappata a Gretna Green

   con il bellissimo Jack Castleton,  dichiarando che per nulla  al  mondo  si



   sarebbe  rassegnata  ad  imparentarsi  a  una famiglia che permetteva ad un

   fantasma tanto mostruoso di passeggiare su e giù per  la  terrazza  all'ora

   del  crepuscolo.  Il  povero  Jack era stato in seguito ucciso in duello da

   lord  Canterville  a  Wandsworth  Common,  e  lady  Barbara  era  morta  di

   crepacuore  a  Tunbridge  Wells  prima della fine di quell'anno,  cosicché,

   tutto sommato, il suo era stato un enorme successo.  Si trattava però di un

   "trucco"  estremamente difficile,  se S lecito adoperare un'espressione del

   gergo  teatrale  a  proposito  di  uno   dei   più   grandi   misteri   del

   soprannaturale,  o  per  usare  un  termine più scientifico,  dell'universo

   extranaturale, e gli ci vollero tre ore buone per i preparativi.  Alla fine

   ogni cosa fu pronta,  ed egli si sentì molto soddisfatto del suo aspetto. I

   grossi stivali di cuoio intonati al vestito erano un tantino troppo  grandi

   per  lui,  e  delle  due pistole da sella che gli sarebbero servite ne pot,

   trovare una sola; ma nel complesso era contento, perciò all'una e un quarto

   scivolò silenziosamente fuori del rivestimento di legno della parete  e  si

   avviò  strisciando  lungo  il corridoio.  Arrivato alla stanza occupata dai

   gemelli - che,  sia detto tra parentesi,  si chiamava la  camera  da  letto

   azzurra  a  causa del colore dei suoi cortinaggi - trovò l'uscio socchiuso.

   Desiderando fare un ingresso teatrale,  la spalancò del tutto con  un  gran

   colpo,  ma nello stesso momento un'enorme brocca d'acqua gli cadde addosso,

   bagnandolo fino alle midolla,  e soltanto per  qualche  centimetro  la  sua

   spalla  sinistra  non fu colpita in pieno.  Contemporaneamente si sentirono

   dal gran letto a due piazze risatine e squittii  di  allegria  soffocati  a

   stento tra le coperte. La scossa portata al suo sistema nervoso fu talmente

   forte  che il poveretto volò alla propria camera più svelto che pot,,  e il

   giorno dopo dovette starsene a letto con un raffreddore tremendo.  La  sola

   cosa  che lo consolava un poco in quella triste faccenda,  era il fatto che

   per fortuna non si era portato la testa con sè perché in caso contrario le

   conseguenze sarebbero state molto più gravi.

   Da quella notte rinunciò ad ogni ulteriore tentativo d'incutere spavento  a

   quella  volgare  famiglia  americana,   e  si  accontentò,  di  regola,  di

   strisciare nei corridoi calzato di pianelle dalla suola di feltro,  con una

   grossa sciarpa di lana rossa al collo per timore delle correnti d'aria e un

   minuscolo archibugio,  in caso di attacco da parte dei gemelli. Ma l'ultimo

   colpo che egli doveva essere costretto a subire gli capitò il 19 settembre.

   Era sceso nel grande vestibolo centrale,  sicuro che lì almeno  nessuno  lo

   avrebbe  molestato,  e  si  stava  divertendo  a fare commenti satirici "in

   pectore" sulle grandi fotografie del ministro degli Stati Uniti  e  di  sua

   moglie  che  avevano  adesso  preso  il  posto  dei ritratti della famiglia

   Canterville.  Era avvolto semplicemente ma lindamente in un lungo  sudario,

   maculato qua e là con terra di cimitero,  si era legata la mascella con una

   striscia di lino giallo,  e recava in spalla una  piccola  lanterna  e  una

   vanga  da  becchino.  Si  era  abbigliato  infatti  per  la  parte di "Jack

   l'Affossatore",  ovvero "Il Ladro di Cadaveri di Chertsey Barn",  una delle

   sue interpretazioni più notevoli, interpretazioni che i Canterville avevano

   tutte  le  ragioni  di  ricordare  perfettamente perché da essa aveva avuto

   origine, in realtà, la lite con il loro vicino lord Rufford.

   Erano circa le due e un quarto del  mattino  e,  per  quanto  aveva  potuto

   controllare,  nella  casa  tutto era quiete e silenzio.  Ma mentre si stava

   avviando passo passo in biblioteca,  per vedere se vi era  rimasta  qualche

   traccia  della  macchia  di sangue,  ecco che improvvisamente gli sbucarono

   addosso da un angolo  buio  due  figure  che  agitavano  selvaggiamente  le

   braccia sopra il capo e gli fecero "Buuu!" nell'orecchio.

   Colto  da  un  panico anche troppo naturale,  date le circostanze,  corse a

   precipizio su per le scale,  ma ecco anche lì Washington Otis ad aspettarlo

   con  in  mano  la  grossa  pompa  che  serviva  ad  annaffiare il giardino.

   Sentendosi braccato da ogni parte dai propri nemici,  e quasi sul punto  di

   soccombere, fece appena in tempo ad eclissarsi nella grande stufa di ferro,

   che  fortunatamente  per  lui non era accesa,  e fu costretto a mettersi in

   salvo per la strada dei comignoli e  dei  tetti,  giungendo  nella  propria

   camera in uno stato pietoso di sporcizia, di disordine e di disperazione.

   Dopo di ciò non fu più visto in nessuna spedizione notturna.  I gemelli gli

   fecero la posta per parecchio tempo,  cospargendo ogni notte i corridoi  di

   gusci di noce,  con grande fastidio dei servitori e dei familiari, ma senza

   alcun risultato.  Era stato talmente ferito nei suoi sentimenti più intimi,

   che  disdegnava ormai di apparire,  era evidente.  Di conseguenza Mr.  Otis

   riprese  a  redigere  la  sua  storia  del  Partito  Democratico,  un'opera

   grandiosa  alla  quale  lavorava  da  anni;  Mrs.  Otis organizzò una feste

   campestre meravigliosa che stupì tutta la regione;  i ragazzi si dedicarono

   al LACROSSE, all'EUCHRE, al POKER, e ad altri giochi nazionali americani, e

   Virginia cavalcò per i prati sul suo puledro, accompagnata dal giovane duca

   di  Cheshire  che  era  venuto  a Canterville Chase a trascorrervi l'ultima

   settimana di vacanza.

   Era opinione generale che il fantasma fosse scomparso,  e Mr.  Otis scrisse

   una  lettera  a  questo  proposito  a  lord  Canterville,  il quale rispose

   esprimendo il proprio compiacimento per la notizia e inviò le  sue  sentite

   congratulazioni alla gentile consorte del ministro.

   Gli Otis in realtà s'ingannavano, perché il fantasma era sempre nella casa,

   e  sebbene  fosse  oramai  pressoché un povero invalido,  era ben lungi dal

   volere lasciare andare le cose com'erano,  tanto più da quando aveva saputo

   che  tra gli ospiti si trovava il giovane duca di Cheshire,  il cui prozio,

   lord Francis Stilton,  aveva  scommesso  una  volta  cento  ghinee  con  il

   colonnello   Carbury  che  avrebbe  giocato  a  dadi  con  il  fantasma  di

   Canterville,  ed era stato trovato l'indomani disteso sul  pavimento  della

   sala  da  gioco,  totalmente paralizzato: e benché fosse vissuto poi fino a

   tarda età, non fu più in grado di dire altro che: "Doppio sei".  L'episodio

   in quell'epoca era stato universalmente risaputo,  per quanto, per rispetto

   ai sentimenti delle due nobili famiglie,  si era fatto di tutto per mettere

   a tacere la cosa,  e si possono anzi trovare tutti i particolari relativi a

   questo tragico evento nel terzo volume di lord Tattle  intitolato  "Ricordi

   del Principe Reggente e dei suoi amici".

   Il fantasma era dunque logicamente molto ansioso di far vedere che egli non

   aveva ancora perduta tutta la sua influenza sugli Stilton con i quali,  per

   giunta,  era lontanamente imparentato,  avendo una sua prima cugina sposato

   in  seconde  nozze  il  sire  di  Bulkeley,  dal  quale,  come tutti sanno,

   discendono in linea genealogica i duchi di Cheshire. Predispose quindi ogni

   cosa per comparire al piccolo innamorato di Virginia nella sua famosa parte

   del "Monaco Vampiro", ovvero "Il Benedettino Dissanguato", visione talmente

   orrenda che quando la vecchia lady Sartup la scorse,  il che accadde in una

   fatale  vigilia  di  capodanno  dell'anno  1764,  diede  in acute strida di

   spavento che culminarono  in  un  violento  attacco  di  apoplessia,  e  la

   disgraziata nobildonna decedette in capo a tre giorni, dopo aver diseredato

   i  Canterville  che  erano i suoi parenti più prossimi,  e lasciando invece

   tutto il proprio denaro al suo speziale londinese.

   All'ultimo  momento,   tuttavia,   l'incubo  dei  gemelli  gli  impedì   di

   abbandonare  la sua cameretta segreta nell'ala sinistra del castello,  e il

   giovane duca dormì in pace i suoi rosei sonni sotto il baldacchino  piumato

   della camera regale, e pot, sognare di Virginia indisturbato.

5. Pochi giorni dopo questi avvenimenti,  Virginia e il suo ricciuto cavaliere

   uscirono a cavallo sui prati di Brockley, dove la fanciulla si strappò così

   malamente la veste di amazzone nel saltare una  siepe  che,  di  ritorno  a

   casa,  preferì  passare  dalla  scala  di  servizio per non essere vista in

   quella guisa.  Mentre attraversava di corsa il vestibolo attiguo al  salone

   delle tappezzerie,  la cui porta era per caso aperta, ebbe l'impressione di

   vedervi dentro qualcuno,  e pensando si trattasse della  cameriera  di  sua

   madre,  che  qualche volta si metteva a lavorare lì,  affacciò la testa per

   chiederle di rattopparle  il  vestito.  Ma  con  sua  immensa  sorpresa  si

   trattava invece del fantasma di Canterville in persona.  Era seduto accanto

   alla finestra,  assorto nella contemplazione dell'oro consunto degli alberi

   e  della danza impazzita delle foglie rosse giù per il lungo viale.  Teneva

   la testa appoggiata ad una mano e tutto il suo atteggiamento esprimeva  uno

   stato di depressione indicibile.  Aveva un aspetto tanto misero e tanto mal

   ridotto che la piccola Virginia, il cui primo impulso era stato di fuggire,

   si sentì invadere da una  profonda  compassione  e  decise  di  cercare  di

   confortarlo. Il passo della fanciulla era così leggero, e così greve era la

   malinconia  dello  spettro,  che  questi  non si accorse della sua presenza

   finché, lei non gli ebbe rivolta la parola.

   "Mi spiace  tanto  per  lei,"  incominciò  Virginia  "ma  i  miei  fratelli

   ritornano  domani  a  Eton,  e  perciò,  se lei si comporterà come si deve,

   nessuno la disturberà".

   "Comportarmi come si deve!"  replicò  il  fantasma,  volgendosi  stupito  a

   guardare  la  graziosa  fanciulla che aveva avuto il coraggio di parlargli.

   "E' semplicemente ridicolo chiedermi una cosa simile! Io devo far risuonare

   le mie catene, e mugolare attraverso i buchi delle serrature, e passeggiare

   di notte per la casa,  se S questo ciò a cui tu alludi.  E'  la  mia  unica

   ragione di esistere".

   "Non S affatto una buona ragione,  e lei sa benissimo di essere stato molto

   ma molto cattivo.  Ce lo disse la signora  Umney,  proprio  il  giorno  del

   nostro arrivo, che lei ha assassinato sua moglie".

   "Be',  lo  ammetto," rispose il fantasma con petulanza "ma si tratta di una

   pura e semplice questione di famiglia che non riguarda nessun altro".

   "E' un grave peccato ammazzare  chicchessia"  osservò  Virginia,  la  quale

   aveva a volte una dolce gravità puritana, ereditata forse da un suo lontano

   antenato della Nuova Inghilterra.

   "Oh,  io non posso soffrire la severità a buon mercato dell'etica astratta.

   Mia moglie era una donna bruttissima,  non mi inamidava mai i miei 'ruches'

   come piaceva a me, e non capiva un'acca in fatto di cucina. Perbacco, avevo

   preso  un daino magnifico nella foresta di Hogley,  un due anni superbo,  e

   vuoi sapere come me lo fece servire in tavola?  Be',  ormai la cosa non  ha

   più importanza,  S passato tanto tempo da allora, e non trovo che sia stato

   molto carino da parte dei suoi fratelli farmi morire di fame,  anche se gli

   avevo accoppata la sorella".

   "L'hanno  fatta morire di fame,  signor fantasma?  Sir Simon,  voglio dire.

   Vuole mangiare qualcosa?  Ho nella mia borsetta un panino imbottito.  Posso

   offrirglielo?".

   "No, grazie, ormai non mangio più nulla: comunque S un gesto molto gentile,

   il  tuo,  e  tu  sei  immensamente  più  carina di tutto il resto della tua

   orribile, villana, volgare, disonesta famiglia!".

   "La smetta!" gridò Virginia,  picchiando  un  piede  per  terra.  "E'  lei,

   invece,  maleducato,  orribile e volgare!  E in quanto a disonestà,  lei sa

   benissimo chi ha rubato tutti i colori della mia  scatola  di  pittura  per

   tenere  lustra  e  forbita  quella ridicola macchia di sangue sul pavimento

   della biblioteca.  All'inizio mi  ha  preso  tutti  i  rossi,  compreso  il

   vermiglio,  in  modo che non ho più potuto fare nessun tramonto,  poi mi ha

   soffiato il verde smeraldo e il giallo  cromo,  e  alla  fine  non  mi  era

   rimasto  più  che l'indaco e il bianco di China,  e non mi restava altro da

   fare che dipingere paesaggi al chiaro di luna che sono molto deprimenti  da

   guardare  e  per  giunta  difficilissimi  da  ritrarre.  Io  non  l'ho  mai

   sbugiardata davanti agli altri,  però,  e ho sempre taciuto,  bench,  fossi

   estremamente  seccata,  e  trovassi  la cosa semplicemente assurda,  perché

   infatti chi ha mai visto una macchia di sangue color verde smeraldo?".

   "A dire la verità," replicò il fantasma alquanto confuso "che altro  potevo

   fare?  E' una cosa complicatissima,  oggigiorno, trovare del sangue vero, e

   dal momento che era stato tuo fratello Washington a incominciare con il suo

   maledetto Detersivo Incomparabile,  non vedevo il motivo per cui non  avrei

   dovuto  adoperare  i  tuoi  colori.  In quanto al colore,  poi,  S una pura

   questione di gusto. Noi Canterville,  per esempio,  abbiamo sangue blu,  il

   sangue  più  blu  di  tutta l'Inghilterra,  ma io lo so che a voi americani

   queste differenze di tinta non interessano".

   "Lei non sa nulla di ciò che interessa  a  noi,  e  la  cosa  migliore  che

   dovrebbe fare sarebbe quella di emigrare e migliorare il suo cervello.  Mio

   padre non sarà che troppo felice di procurarle un passaggio gratuito, e per

   quanto vi sia una forte tassa sugli spiriti  e  gli  alcolici  in  genere,

   l'ufficio  della dogana non le farà difficoltà,  dato che i funzionari sono

   tutti democratici. Una volta a Nuova York,  stia certo che avrà un successo

   formidabile.  Conosco  un  sacco di gente che darebbe centomila dollari per

   avere un nonno, figurarsi poi se potesse trovare un fantasma di famiglia".

   "Non credo che l'America mi piacerebbe".

   "Forse perché, noi non possediamo n, rovine n, curiosità artistiche" osservò

   Virginia con tono sarcastico.

   "N, rovine n, curiosità" replicò il fantasma.  "Ma avete la vostra marina e

   le vostre maniere!".

   "Buona  sera.  Vado a chiedere a papà di concedere ai gemelli una settimana

   di vacanza supplementare".

   "Oh, ti prego, non te ne andare,  Virginia!" gridò lo spettro.  "Sono tanto

   solo e infelice e proprio non so quello che devo fare.  Vorrei tanto andare

   a dormire e non posso".

   "Questo S semplicemente ridicolo. Non ha che da mettersi a letto e spegnere

   la candela.  Qualche volta S molto difficile stare svegli,  soprattutto  in

   chiesa,  ma non S affatto difficile addormentarsi.  Come, persino i bambini

   sanno  come  si  fa,  e    che  non  hanno  l'intelligenza  ancora  molto

   sviluppata!".

   "Io  non  dormo da trecento anni" disse tristemente il fantasma,  e i begli

   occhi celesti di Virginia si spalancarono dallo stupore.  "Da trecento anni

   non posso dormire, e sono tanto stanco".

   Virginia si fece molto seria e le sue dolci labbra tremarono come petali di

   rosa. Si accostò, gli si inginocchiò al fianco e lo fissò nel vecchio volto

   avvizzito.

   "Povero,  povero fantasma," mormorò con tenerezza "non c'S proprio un luogo

   dove possa trovar sonno?".

   "Lontano di qua,  oltre la pineta," rispose il fantasma con voce sommessa e

   sognante "c'S un piccolo giardino.  Laggiù l'erba cresce lunga e folta,  il

   fiore della cicuta vi allarga le sue grandi stelle bianche,  l'usignolo  vi

   canta tutta la notte.  Tutta la notte, canta, e la fredda luna di cristallo

   si china  a  guardare,  e  l'albero  del  tasso  distende  le  sue  braccia

   gigantesche sui dormienti".

   Gli occhi di Virginia si appannarono di lacrime ed essa si nascose il volto

   tra le mani.

   "Lei sta parlando del giardino della morte" mormorò.

   "Sì,  la morte.  Oh,  la morte deve essere tanto bella. Poter giacere nella

   morbida terra bruna,  con gli steli dell'erba che si agitano leggeri  sopra

   il  tuo  capo,  e  ascoltare  il  silenzio.  Non avere n, ieri,  n, domani.

   Dimenticare il tempo,  perdonare la  vita,  essere  in  pace.  Tu  potresti

   aiutarmi.  Potresti aprire per me i battenti della Casa della Morte, poich,

   l'amore vi sta sempre vicino, e l'amore S più forte della morte".

   Virginia tremò;  un brivido glaciale le serpeggiò per  la  schiena,  e  per

   alcuni  attimi regnò tra loro un silenzio sepolcrale.  La fanciulla ebbe la

   sensazione di vivere come in un sogno terrificante.

   Poi il fantasma riprese a parlare,  e la sua voce assomigliava  al  sospiro

   del vento.

   "Hai mai letto l'antica profezia che sta sulla finestra della biblioteca?".

   "Oh,  sì!" esclamò Virginia,  alzando vivacemente il capo. "Tante volte! La

   conosco benissimo.  E' dipinta in strane lettere nere,  ed S  difficile  da

   leggersi. Non sono che sei versi:

        Quando una fanciulla bionda strapperà

        La preghiera dalle labbra del peccato:

        Quando il mandorlo inaridito rifiorirà

        E un'innocente creatura verserà lacrime,

        Ritornerà tranquilla la dimora

        E la pace scenderà su Canterville.

   ...Però non so che cosa significhino".

   "Significano,"  disse  tristemente  il fantasma "che tu devi piangere per i

   miei peccati, perché io non ho lacrime,  e pregare con me per la mia anima,

   perché  io  non  ho fede,  e poi,  se tu sarai stata sempre buona,  dolce e

   gentile,  l'angelo della morte avrà pietà di me.  Tu  vedrai  nell'oscurità

   ombre paurose, e voci malvagie ti sussurreranno all'orecchio, ma esse non ti

   faranno  male,  poiché contro la purezza di una creatura innocente le forze

   dell'inferno non possono prevalere".

   Virginia non rispose,  e il  fantasma  si  torse  le  mani  in  preda  alla

   disperazione    guardando    l'aureo    capo   reclino   della   fanciulla.

   Improvvisamente questa si alzò,  pallidissima,  con una strana  luce  negli

   occhi.  "Io non ho paura," disse con fermezza "chiederò all'angelo di avere

   pietà di te".

   Il fantasma si levò con un debole grido  di  gioia,  le  prese  la  mano  e

   inchinandosi  gliela  baciò con grazia antiquata.  Le sue dita erano fredde

   come il ghiaccio e le labbra bruciavano come fiamma  ardente,  ma  Virginia

   non  tremò mentre lui la guidava attraverso la sala immersa nel crepuscolo.

   Sul verde sbiadito della tappezzeria erano ricamati  minuscoli  cacciatori:

   essi suonarono i loro corni ornati di nappe e con le piccole mani le fecero

   cenno  di tornare indietro.  "Torna indietro,  piccola Virginia!" gridarono

   "torna indietro!".

   Il fantasma le strinse ancor più saldamente la mano e lei chiuse gli  occhi

   alle loro lusinghe. Animali immondi con code di lucertole e occhi sgusciati

   la   fissarono   di  soppiatto  dalla  cornice  del  caminetto  scolpito  e

   mormorarono: "Attenta, piccola Virginia! Attenta! Potrebbe darsi che non ti

   vediamo mai più!".

   Il fantasma accelerò la sua silenziosa  fuga,  e  Virginia  non  gli  diede

   retta.  Quando furono arrivati in fondo alla sala, egli si fermò e borbottò

   alcune parole incomprensibili.  Allora Virginia aprì gli occhi  e  vide  il

   muro  dissolversi  lentamente,  come una nebbia,  e una grande caverna nera

   aprirsi dinnanzi a lei.  Un vento impetuoso e gelido li  investì,  ed  essa

   sentì  qualcosa che la tirava per il lembo del vestito.  "Presto,  presto,"

   gridò il fantasma "altrimenti sarà  troppo  tardi".  Un  istante  dopo,  il

   rivestimento  di  legno si era già richiuso sopra di loro,  e la sala delle

   tappezzerie era vuota.

6. Circa dieci minuti più tardi suonò la campana per il té  e poiché Virginia

   non si fece vedere,  Mrs.  Otis mandò di sopra uno dei valletti a cercarla.

   Ma questi tornò di lì a poco dicendo che non  aveva  trovato  la  signorina

   Virginia  da nessuna parte.  Poiché essa aveva l'abitudine di scendere ogni

   sera in giardino a raccogliere fiori  per  la  tavola,  Mrs.  Otis  non  si



   preoccupò  affatto,  a tutta prima,  ma quando scoccarono le sei e Virginia

   non comparve ancora,  cominciò ad agitarsi seriamente,  e mandò i ragazzi a

   cercarla,  mentre lei e Mr. Otis frugavano ogni angolo della casa. Alle sei

   e mezzo i ragazzi tornarono senza aver  trovato  la  minima  traccia  della

   sorella. Erano tutti, ora, in uno stato di grande agitazione e non sapevano

   più che fare e dove andare, quando Mr. Otis si rammentò a un tratto di aver

   dato il permesso, pochi giorni prima, ad una tribù di zingari di accamparsi

   nel parco.  Partì quindi subito per Blackfell Hollow, dove si trovavano gli

   zingari, una spedizione composta di lui stesso, di suo figlio maggiore e di

   due garzoni di fattoria. Il piccolo duca di Cheshire,  che l'angoscia aveva

   reso letteralmente pazzo, supplicò disperatamente che gli fosse concesso di

   accompagnarli,  ma Mr. Otis non glielo permise perché temeva che ci sarebbe

   stato un po' di parapiglia.  Giunto però sul  posto,  non  gli  rimase  che

   constatare  che gli zingari se ne erano andati,  e anzi,  a giudicare dalle

   apparenze,  la loro partenza doveva essere recente e determinata  da  cause

   improvvise,  perché  il  fuoco da campo era ancora acceso e sul prato erano

   sparse vettovaglie.  Mandò allora Washington e i due uomini  a  frugare  la

   regione,  mentre  egli  correva  a  casa  a  spedire telegrammi a tutti gli

   ispettori di polizia della Contea, supplicandoli di ricercare una fanciulla

   che doveva essere stata certamente rapita da una  banda  di  zingari  o  di

   vagabondi. Fece sellare il cavallo e, dopo aver insistito perché sua moglie

   e  i  figli  si  mettessero  a  tavola,  si  avviò lungo la strada di Ascot

   accompagnato da un ragazzo di scuderia. N

   Non aveva percorso un paio di miglia quando sentì un risuonare  di  zoccoli

   alle  sue  spalle: si volse e vide che il giovane duca di Cheshire lo aveva

   raggiunto in groppa al  suo  puledro,  tutto  infuocato  in  viso  e  senza

   berretto.  "La  supplico Mr.  Otis," lo implorò il ragazzo "ma io non posso

   mangiare finché Virginia non S  stata  ritrovata.  La  prego,  non  sia  in

   collera  con  me.  Se  lei  ci  avesse permesso di fidanzarci l'anno scorso

   questa disgrazia non sarebbe successa. Non mi rimanderà indietro, vero? Non

   posso tornare indietro, non voglio!".

   Il ministro non pot, trattenersi dal sorridere alla vista di  quel  monello

   così   pieno  di  ardire  e  di  grazia  giovanile;   lo  commuoveva  anche

   profondamente la sua devozione per Virginia: si chinò dunque  sulla  sella,

   gli batté amichevolmente sulle spalle e gli disse: "Va bene,  Cecil, se non

   vuoi proprio tornare indietro immagino che dovrò lasciarti venire  con  me,

   però appena saremo ad Ascot bisognerà che ti trovi un cappello!".

   "Io  voglio trovare Virginia,  altro che cappello!" ribatté il giovane duca

   ridendo,  e insieme proseguirono al galoppo verso la stazione  ferroviaria.

   Lì giunti,  Mr. Otis si informò presso il capostazione se fosse stata vista

   sulla banchina una ragazza corrispondente  alla  descrizione  che  fece  di

   Virginia,  ma  nessuno  seppe  dirgli nulla di preciso.  Il capostazione si

   affrettò tuttavia a telefonare a tutti i posti di servizio  della  linea  e

   gli  assicurò  che  si sarebbe fatto l'impossibile per trovarla.  Dopo aver

   acquistato un cappello per il giovane duca presso un mercante  di  articoli

   vari  che stava per chiudere i battenti,  Mr.  Otis proseguì la sua corsa a

   cavallo verso Bexley,  un villaggio distante circa quattro miglia,  che gli

   era  stato  descritto  come  una  delle  località preferite di solito dagli

   zingari, essendo situato presso una grossa borgata.

   Andarono a svegliare la guardia campestre,  ma non poterono ottenere da lei

   alcuna  informazione  utile,  e  dopo  avere  perlustrato  l'intera borgata

   puntarono i musi dei loro cavalli sulla via di casa  e  furono  di  ritorno

   alla  Chase  verso  le undici di sera,  stanchi morti e col cuore affranto.

   Washington e i gemelli li stavano  aspettando  alla  cancellata  muniti  di

   lanterne, poiché il viale era completamente al buio. Di Virginia neppure la

   minima traccia.  Gli zingari erano stai raggiunti sui prati di Brockley, ma

   la fanciulla non era con loro,  ed essi poterono spiegare la loro  partenza

   improvvisa  giustificandosi  di essersi sbagliati sulla data della fiera di

   Chorton: se ne erano andati in fretta e furia per timore  di  arrivarvi  in

   ritardo.  Anzi,  si  erano  mostrati  molto  addolorati  nell'apprendere la

   scomparsa di Virginia,  poiché erano molto riconoscenti  al  Mr.  Otis  che

   aveva  permesso  loro  di  accamparsi  nel  parco,  e quattro di essi erano

   rimasti indietro per aiutare nelle ricerche.  Lo  stagno  delle  carpe  era

   stato sondato,  l'intera località era stata perlustrata da cima a fondo, ma

   senza alcun risultato. Era evidente che, per qualche notte almeno, Virginia

   era perduta per loro e fu in uno stato di profonda depressione che Mr. Otis

   e i ragazzi si avviarono verso il castello, seguiti dal garzone di scuderia

   che teneva per la briglia  i  due  cavalli  e  il  puledro.  Nel  vestibolo

   trovarono un gruppo di domestici spaventati,  e sul divano del salotto Mrs.

   Otis,  quasi fuori di s, per la  paura  e  l'inquietudine,  che  si  faceva

   bagnare  continuamente  la  fronte  dalla  vecchia  governante  di casa con

   compresse d'acqua di colonia. Mr.  Otis volle che sua moglie si sforzasse a

   mangiare  qualcosa  a tutti i costi e ordinò la cena per l'intera famiglia.

   Fu un pasto malinconico, nessuno parlò;  persino i gemelli erano ammutoliti

   e desolati perché erano affezionatissimi alla loro sorellina. Quando ebbero

   finito di pranzare,  malgrado le suppliche e le preghiere del piccolo duca,

   Mr. Otis volle che andassero tutti quanti a coricarsi perché, disse, quella

   notte non restava nulla di meglio da  fare;  il  mattino  seguente  avrebbe

   telefonato subito a Scotland Yard perché gli mandassero al più presto degli

   agenti investigativi.

   Proprio  nel  momento  in cui uscivano dalla sala da pranzo,  la mezzanotte

   incominciò a rintoccare dall'orologio della torre e quando scoccò  l'ultimo

   colpo si sentì un boato e un grido subitaneo,  acutissimo: uno spaventevole

   scoppio di tuono scosse la casa,  un accordo  di  musica  celeste  echeggiò

   nell'aria,  un  pannello  in  cima  alla  scalinata  si spalancò con grande

   fragore,  e sul pianerottolo apparve Virginia,  pallida e  bianca,  con  un

   piccolo  scrigno  tra le mani.  In un attimo tutti le furono intorno.  Mrs.

   Otis la strinse appassionatamente a s,,  il duca quasi la soffocò di  baci,

   mentre   i  gemelli  eseguivano  intorno  al  gruppo  una  selvaggia  danza

   guerriera.

   "Ma in none di Dio,  bambina,  dove sei stata?" gridò Mr.  Otis  furibondo,

   poich,  pensava  che sua figlia si fosse divertita a giocare loro un brutto

   scherzo.  "Cecil ed io abbiamo corso per tutta la Contea in cerca di te,  e

   tua madre S quasi morta di paura. Non devi più fare tiri del genere!".

   "Tranne  che  al  fantasma!  Tranne  che  al fantasma!" urlarono i gemelli,

   saltabeccandole intorno come due capretti.

   "Tesoro mio!  Grazie al cielo sei di  nuovo  qui  con  noi!  Non  devi  più

   staccarti da me!" mormorò Mrs. Otis baciando la figliola che tremava tutta,

   e lisciando l'oro arruffato dei suoi capelli.

   "Papà",  spiegò  Virginia  con  voce tranquilla,  "sono stata col fantasma.

   Adesso S morto e bisogna che tutti voi veniate a vederlo.  E'  stato  molto

   cattivo,  ma si S sinceramente pentito di tutto il male che ha commesso,  e

   mi ha dato questa bellissima scatola piena di gioielli, prima di morire".

   Tutti la fissarono sbalorditi,  ma Virginia era  molto  calma  e  seria  e,

   volgendosi,  li  guidò  attraverso l'apertura formatasi nel rivestimento di

   legno giù per  un  angusto  corridoio  segreto:  Washington  illuminava  il

   cammino  con  una  candela  accesa  che aveva tolto dalla tavola.  Giunsero

   infine a una grande porta di quercia tempestata di borchie  rugginose.  Non

   appena  Virginia l'ebbe toccata,  questa girò su pesanti cardini e tutti si

   trovarono in una stanzetta bassa, dal soffitto a volta,  munita di un'unica

   finestrella  a  grata.  Un  enorme  anello  di ferro era infisso nel muro e

   incatenato ad esso stava un lunghissimo scheletro,  disteso in tutta la sua

   lunghezza  sul pavimento di pietra: pareva stesse cercando di afferrare con

   le dita rattrappite una brocca e un tagliere di foggia  antica,  che  erano

   stati  messi  fuori dalla sua portata.  La brocca doveva essere stata piena

   d'acqua, un tempo,  perché era coperta internamente di una muffa verdastra.

   Sul  tagliere  non  era  rimasto  che  un  mucchietto di polvere.  Virginia

   s'inginocchiò accanto allo scheletro,  e congiungendo le sue  piccole  mani

   prese  a  pregare  in  silenzio,  mentre  gli  altri  stavano a contemplare

   stupefatti la terribile tragedia il cui segreto  era  finalmente  chiaro  a

   tutti.

   "Ehi!"  esclamò  a  un tratto uno dei gemelli,  che si era messo a guardare

   fuori della finestra per cercare di capire in quale  ala  del  castello  si

   trovasse precisamente quella stanza.  "Guardate un po'! Il vecchio mandorlo

   secco S tutto un boccio! Vedo benissimo i fiori alla luce lunare".

   "Dio gli ha perdonato!" disse gravemente Virginia,  levandosi in  piedi,  e

   una luce soprannaturale parve per un attimo illuminarle il volto.

   "Che  angelo  sei!" gridò il giovane duca,  e le mise un braccio intorno al

   collo e la baciò.

7. Quattro giorni  dopo  il  verificarsi  di  questi  strani  avvenimenti,  un

   funerale  mosse  da  Canterville  Chase verso le undici di notte.  Il carro

   funebre era tirato da otto cavalli neri,  ciascuno dei quali recava in capo

   un  gran ciuffo svolazzante di piume di struzzo,  e il cofano di piombo era

   ricoperto di un ricco drappo color porpora sul quale erano ricamate in  oro

   le insegne dei Canterville. Al lato del carro e degli equipaggi camminavano

   i  domestici  con  torce  accese:  tutta  la  processione  aveva un aspetto

   estremamente suggestivo.  Lord Canterville apriva  il  corteo:  era  venuto

   apposta  sin  dal  Galles  per  presenziare alle esequie e sedeva nel primo

   cocchio,  insieme con la piccola Virginia.  Seguivano poi il ministro degli

   Stati Uniti e sua moglie,  quindi Washington e i tre ragazzi,  e finalmente

   nell'ultima vettura la  signora  Umney.  Era  opinione  generale  che,  dal

   momento  che  la  povera donna era stata spaventata dallo spettro per oltre

   cinquant'anni, aveva il diritto di accompagnarlo di persona alla sua ultima

   e definitiva dimora.  Una grande fossa era stata scavata in un  angolo  del

   cimitero,  proprio  sotto il vecchio albero di tasso,  e il rito funebre fu

   celebrato con grande solennità dal reverendo Augustus  Dampier.  Quando  la

   cerimonia  ebbe  termine,  i domestici,  secondo un'antica tradizione della

   famiglia dei Canterville, spensero le torce e, mentre la bara veniva calata

   nella tomba,  Virginia si fece innanzi e vi pose  sopra  una  grande  croce

   fatta di rami di mandorlo intrecciati,  bianchi e rosa.  In quel momento la

   luna uscì da dietro una nuvola,  inondando della  sua  argentea  silenziosa

   luce  il  piccolo  cimitero,  e da un boschetto lontano un usignolo prese a

   cantare.  La fanciulla si rammentò della descrizione  che  il  fantasma  le

   aveva  fatto  del  giardino  della  morte;  i  suoi  occhi si riempirono di

   lacrime, e fu molto se proferì una sola parola nel cammino di ritorno verso

   casa.

   Il mattino seguente,  prima che lord Canterville rientrasse in  città,  Mr.

   Otis  volle  avere  un  colloquio  con l'antico proprietario del castello a

   proposito dei gioielli che  il  fantasma  aveva  regalato  a  Virginia.  Si

   trattava di gioielli meravigliosi,  soprattutto una certa collana di rubini

   con un'antica montatura veneziana,  un  esemplare  veramente  splendido  di

   oreficeria  del  secolo  sedicesimo,  il cui valore era così enorme che Mr.

   Otis provava grande scrupolo a permettere che sua figlia lo accettasse.

   "Mio caro lord," disse  a  lord  Canterville  "so  che  nel  suo  paese  la

   manomorta  si  applica  non soltanto alla terra,  ma a qualunque bagatella,

   perciò mi rendo perfettamente conto che questi gioielli sono,  o  perlomeno

   dovrebbero essere,  eredità della sua famiglia. Io mi sento pertanto tenuto

   a chiederle di portarli a Londra con s,,  e di  considerarli  semplicemente

   come  una  parte  di  beni  di  sua  proprietà che le S stata restituita in

   circostanze insolite. In quanto alla mia figliola,  non S che una bambina e

   per  il  momento  non sente,  per fortuna,  alcuna inclinazione per inutili

   oggetti di  lusso.  Inoltre  mia  moglie,  che  in  fatto  di  arte  non  S

   un'autorità da poco,  avendo avuto il privilegio,  da ragazza, di passare a

   Boston numerose stagioni invernali,  mi ha fatto presente che si tratta  di

   gemme  di  grande  pregio  monetario che potrebbero rendere immensamente se

   vendute ad un intenditore.  Tenuto  conto  di  tutto  ciò,  mio  caro  lord

   Canterville,  sono  certo  che  lei comprenderà benissimo come io non possa

   permettere che esse rimangano in possesso di un membro della mia famiglia.

   Del resto,  orpelli e cianfrusaglie simili,  per quanto adatti o  necessari

   alla  dignità  dell'aristocrazia britannica,  sarebbero assolutamente fuori

   luogo tra gente che S stata  educata  ai  severi  e  secondo  me  immortali

   princìpi della semplicità repubblicana. La pregherei solamente di lasciarmi

   la  scatola,  perché  Virginia S desiderosa di conservarla come ricordo del

   suo infelice e traviato antenato. D'altro canto S una scatola molto vecchia

   e  in  pessimo  stato,   e  spero  che  non  avrà  alcuna   difficoltà   ad

   accondiscendere alla sua richiesta.  Per quel che mi concerne, confesso che

   sono  molto  stupito  che  una  mia  figliola  dimostri  simpatia  per  una

   qualsivoglia  forma di medievalismo,  e posso spiegarmi la cosa solo con il

   fatto che Virginia S nata in uno dei vostri sobborghi londinesi  poco  dopo

   un viaggio di mia moglie ad Atene".

   Lord Canterville stette ad ascoltare molto gravemente il discorso del degno

   ministro,  tirandosi  di  tanto  in  tanto  i baffi grigi per nascondere un

   sorrisetto involontario,  e  quando  Mr.  Otis  ebbe  finito,  gli  strinse

   cordialmente la mano e disse: "Mio caro ministro,  la sua graziosa figliola

   ha reso al mio sfortunato  avo,  sir  Simon  de  Canterville,  un  servigio

   inestimabile,  e  la mia famiglia ed io ci sentiamo infinitamente in debito

   con lei per il coraggio e il sangue freddo che  ha  saputo  dimostrare.  E'

   indubbio  che  i gioielli le appartengono sacrosantamente e,  perbacco,  io

   credo che se fossi tanto crudele da portarglieli via, quel sacripante di un

   mio trisavolo salterebbe fuori dalla sua tomba in capo a quindici giorni, e

   mi farebbe vedere i sorci verdi per tutto il resto della mia esistenza.  In

   quanto  al  fatto  che siano beni mobili spettanti per tradizione all'erede

   legale, non S ritenuto bene mobile per tradizione tutto quanto non S citato

   in un testamento o documento legale, e l'esistenza di queste gemme S sempre

   stata ignorata.  Le garantisco di non avere maggiore diritto  a  reclamarli

   come  miei  di  quanto  non ne possa avere il suo maggiordomo,  e quando la

   signorina Virginia sarà cresciuta,  sono certo che sarà contenta  di  avere

   delle  belle  cose  da  mettersi  indosso.  Del resto,  Mr.  Otis,  lei sta

   dimenticando di aver acquistato  castello  e  fantasma  in  blocco,  perciò

   qualunque cosa fosse appartenuta al fantasma diventava sua automaticamente:

   infatti,  qualunque  fosse  l'attività  esplicata da sir Simon in corridoio

   durante la notte, agli effetti della legge egli era ben morto, e perciò lei

   aveva acquistato la sua proprietà per diritto di compera".

   Mr.  Otis si rammaricò moltissimo del rifiuto di  lord  Canterville,  e  lo

   pregò   di   recedere  dalla  sua  decisione,   ma  l'onesto  nobiluomo  fu

   irremovibile.  Infine il ministro si persuase ad accettare il dono  che  il

   fantasma  aveva fatto a sua figlia,  e quando nella primavera del 1890,  la

   giovane duchessa di Cheshire fu presentata per la prima volta  a  Corte  in

   occasione   del   suo   matrimonio,   i   suoi  gioielli  furono  l'oggetto

   dell'ammirazione  generale.  Virginia  aveva  infatti  ricevuto  la  corona

   nobiliare,  che  S  la  meta  più  ambita di tutte le buone piccole bambine

   americane, sposandosi con il suo piccolo innamorato non appena questi aveva

   raggiunto la maggiore età. Erano entrambi così carini,  e si volevano tanto

   bene,  che tutti rimasero entusiasti di quel matrimonio,  all'infuori della

   vecchia marchesa di Winbleton,  che aveva cercato di accalappiare  il  duca

   per una almeno delle sue sette figlie zitelle,  e aveva dato a questo scopo

   non meno di tre costosissimi pranzi,  e strano a dirsi,  all'infuori  dello

   stesso Mr.  Otis.  Personalmente, il ministro degli Stati Uniti nutriva per

   il giovane duca una simpatia vivissima,  ma  in  teoria  era  contrario  ai

   titoli,  e  per  usare  le  sue  parole  "aveva il timore che in mezzo alla

   debilitante  influenza  di  un'aristocrazia  assetata  di  piacere  i  sani

   princìpi   della   semplicità   repubblicana   venissero   a  poco  a  poco

   dimenticati".

   Le sue obiezioni, tuttavia, furono smantellate a una a una,  e io credo che

   mentre si avviava su per la navata della chiesa di San Giorgio,  in Hanover

   Square, con sua figlia al braccio,  non c'era un uomo più orgoglioso di lui

   in tutta l'Inghilterra.

   I giovani duchi,  terminato il loro viaggio di nozze, vennero a Canterville

   Chase, e lo stesso giorno del loro arrivo,  nel pomeriggio,  si recarono al

   piccolo  cimitero  solitario presso la pineta.  Dapprincipio vi erano state

   non poche difficoltà a proposito dell'iscrizione per la pietra  tombale  di

   sir  Simon,  ma alla fine si era deciso di incidervi sopra semplicemente le

   iniziali del vecchio gentiluomo, unitamente ai versi dipinti sulla finestra

   della biblioteca.  La duchessa aveva portato con s, alcune rose  bellissime

   che  sparse sulla fossa,  e dopo essere rimasti per qualche istante immersi

   in un raccoglimento silenzioso,  i due giovani  si  avviarono  passo  passo

   verso il coro in rovina dell'antica abbazia. Qui la duchessa sedette su una

   colonna  caduta,  mentre  suo  marito le si accoccolò ai piedi a fumare una

   sigaretta e a guardarla nei dolcissimi occhi.  Improvvisamente  il  giovane

   buttò la sigaretta, le prese una mano e le disse: "Virginia, una moglie non

   dovrebbe avere nessun segreto per il proprio marito!".

   "Ma, mio caro Cecil! Io non ho segreti per te!".

   "Sì, che ne hai" le rispose il giovane sorridendo. "Tu non mi hai mai detto

   quello che S accaduto quando ti sei chiusa lassù col fantasma".

   "Non l'ho mai detto a nessuno, Cecil" rispose Virginia gravemente.

   "Lo so, ma a me potresti dirlo".

   "Oh,  ti prego,  non chiedermi nulla,  Cecil, non posso dirtelo. Povero sir

   Simon. Io gli debbo moltissimo. Sì,  non ridere,  Cecil,  S proprio come ti

   dico.  Egli mi ha fatto comprendere che cos'S la vita, e che cosa significa

   la morte, e perché l'amore sia più forte dell'una e dell'altra".

   Il duca si alzò e baciò appassionatamente sua moglie.

   "Tieniti pure il tuo segreto fino a quando io potrò  avere  il  tuo  cuore"

   mormorò.

   "Il mio cuore tu l'hai sempre avuto, Cecil".

   "Però ai nostri bambini lo racconterai un giorno, vero?".

   Virginia arrossò.







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