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LETTERATURA ITALIANA - L'età rivoluzionaria e napoleonica (1789-1814)

letteratura

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LETTERATURA ITALIANA

L'età rivoluzionaria e napoleonica (1789-1814)

 

 

 

 

La lingua

La prassi linguistica

L'uso pratico della lingua è investito nell'età napoleonica da un ampio fenomeno di unificazione e di omogeneizzazione, legato al doppio processo di semplificazione, che ha investito l'Italia 444d31e napoleonica sia sul piano della geografia politica sia su quello della geografia delle presenze intellettuali. Tanto più che su questo secondo piano il principale polo aggregatore è costituito da una città come Milano che sul piano politico, come capitale del Regno italico, è al centro di un'unità statale particolarmente vasta, comprendente oltre alla Lombardia anche il Veneto, il Trentino, l'Emilia e le Marche. Tutto ciò influenza notevolmente il panorama linguistico italiano, che, unito da una base classicistica ammodernata e semplificata nel corso del 700, si vede penetrare dal francese, proveniente dall'egemonia illuministica del regno d'Oltralpe. C'è tuttavia in questo processo una brevissima pausa, perché il moto generalizzato di ripulsa che inizialmente investe la società italiana durante il Terrore, temporaneamente interrompe anche quel flusso di testi francesi che aveva invaso la Penisola nel 700. Il flusso riprende impetuoso con le conquiste napoleoniche: specialmente in Lombardia i libri francesi, soprattutto quelli legati ai presupposti filosofici della Rivoluzione, tornano presto a circolare ancor più di prima, in lingua originale come in traduzione. Simile fenomeno diventa macroscopico nella messa a punto di un nuovo linguaggio politico: il giornalismo giacobino modella direttamente sul vocabolario francese i nuovi termini della politica, per poi rapidamente diffonderli nell'opinione pubblica colta.

La riflessione critica

Sul piano della riflessione sulla lingua vanno soprattutto indicati due fenomeni. Da un lato, si afferma negli ambienti giacobini un'esigenza di "democratizzazione" della lingua per farne strumento di diffusione dei principi rivoluzionari anche negli strati sociali più bassi. Particolarmente interessanti, pur nella loro ingenuità, sono le posizioni assunte dal "Monitore napoletano" a favore dell'uso scritto del dialetto per raggiungere e coinvolgere nella rivoluzione, come scrive Eleonora Fonseca Pimentel, "quella parte del popolo, che altro linguaggio non ha, né intende che quello". Da un altro lato, la penetrazione del francese genera nell'età napoleonica una violenta reazione di tipo puristico e arcaizzante, condotta in nome della salvaguardia della parte ritenuta più genuina del patrimonio linguistico-letterario nazionale. Il suo principale esponente fu l'abate Antonio Cesari che scrisse una Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana e promosse, a sue spese, la riedizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca arricchendolo di circa 5000 voci ricavate da testi del 300. In questa crociata per la purezza della lingua, Cesari aveva finito con il razzolare fra i testi antichi accogliendo termini ormai obsoleti ed estranei persino alla lingua letteraria comune. Per il loro ottuso arcaismo, le sue opposizioni furono duramente criticate da Monti, che invece era favorevole non a un irrigidimento, ma a un ampliamento della lingua classicistica della tradizione letteraria per renderla funzionale anche alle esigenze della moderna comunicazione scientifica. Questo di Cesari fu un tentativo di sottrarre la lingua all'influenza del cambiamento storico e culturale, significativamente compiuto proprio nel periodo in cui maggiore è l'incalzare di avvenimenti e di fenomeni di trasformazione. La sua proposta risultò ottusa e incapace di comprendere che l'egemonia francese era soprattutto politica e culturale, prima che linguistica. La mescolanza, infatti, di ceti e di popoli perseguito dalla politica di Napoleone come base del proprio potere non passava attraverso un'egemonia linguistica del francese sull'italiano. Una simile supremazia avrebbe alienato le simpatie di un ceto intellettuale, sul cui appoggio invece la politica napoleonica faceva affidamento come strumento di controllo ideologico e di celebrazione propagandistica. Per questa ragione, lo stesso Napoleone si era preoccupato della sopravvivenza della purezza della lingua letteraria italiana con interventi amministrativi, fra cui hanno particolare importanza la ricostituzione dell'Accademia della Crusca al fine di redigere un nuovo Vocabolario, e l'assegnazione nel 1813 all'Istituto nazionale italiano di scienze lettere ed arti di un'attività lessicografica in concorrenza con quella della Crusca.

 

-Le ideologie rivoluzionarie nella cultura napoletana

IL PENSIERO GIACOBINO

Nato sul terreno dell'Illuminismo e in stretto rapporto con le ideologie della rivoluzione francese, il pensiero giacobino si sviluppa in Italia negli ultimi anni del'700 e comincia a declinare già in età napoleonica. Esso mira a una rottura rivoluzionaria dell'ordine ereditato dal passato, e ha quindi al proprio centro la riflessione sulla forma migliore di governo libero e sui processi necessari per introdurre l'uguaglianza all'interno della società civile. Le soluzioni proposte dai giacobini danno origine a 2 diversi modelli culturali. Il primo pone nella natura il fondamento stesso dell'uguaglianza. A tale modello culturale aderì Francesco Maria Pagano, avvocato e membro del governo della Repubblica Napoletana del 1799, autore dei Saggi politici, pubblicati fra il 1783 e il 1785; nella sua opera, insieme con un richiamo al pensiero vichiano emergono l'analisi delle origini storiche delle diverse forme di oppressione e una forte affermazione del principio di uguaglianza fra gli uomini. Pagano rimase vittima nel 1799 della repressione borbonica, la cui violenza, fra condanne a morte ed esili, privò il Regno di Napoli di tutta l'ala avanzata della sua borghesia intellettuale. L'altro modello culturale, espresso da Vincenzio Russo, all'opposto, pone i fondamenti della disuguaglianza nella natura stessa e assegna alle istituzioni politiche il compito di opporsi alla natura per creare l'uguaglianza attraverso l'istruzione e le relazioni sociali.

 

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