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J.K. ROWLING LE FIABE DI BEDA IL BARDO

letteratura

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J.K. ROWLING

LE FIABE DI BEDA IL BARDO

(The Tales Of Beedle The Bard, 2007)

INDICE

Introduzione

IL MAGO E IL PENTOLONE SALTERINO

LA FONTE DELLA BUONA SORTE

LO STREGONE DAL CUORE PELOSO

BABÀ RABA E IL CEPPO GHIGNANTE

LA STORIA DEI TRE FRATELLI

Un messaggio personale della

Baronessa Nicholson di Winterbourne

(Membro del Parlamento Europeo)

Introduzione

Le Fiabe di Beda il Bardo sono una raccolta di storie scritte per giovani maghi e streghe. Sono state popolari favole serali per secoli, perciò il Pentolone Salterino e la Fonte della Buona Sorte sono altrettanto familiari a molti studenti di Hogwarts quanto Cenerentola e la Bella Addormentata nel Bosco lo sono ai bambini Babbani (non magici).

Le storie di Beda assomigliano alle nostre favole per molti aspetti; per esempio, la virtù vi è generalmente ricompensata e la cattiveria punita. C'è però un'ovvia differenza. Nelle favole Babbane, la magia sta di solito alla radice dei problemi dei protagonisti: la strega cattiva ha avvelenato la mela, o ha fatto dormire la principessa per cent'anni, o ha trasformato il principe in un'orribile bestia. Nelle Fiabe di Beda il Bardo, invece, incontriamo eroi ed eroine in grado essi stessi di praticare la magia, ma che ciononostante hanno le nostre stesse difficoltà a risolvere i propri problemi. Le storie di Beda hanno aiutato generazioni di genitori magici a spiegare questa triste verità ai loro figli: la magia crea tanti problemi quanti ne risolve.

Un'altra notevole differenza tra queste fiabe e le loro controparti Babbane è che le streghe di Beda sono molto più attive nel cercare la propria fortuna rispetto alle nostre eroine. Asha, Altheda, Amata e Baba Raba sono streghe che prendono il proprio destino in mano, invece di farsi un pisolino secolare o aspettare che spunti qualcuno con la scarpetta che hanno perso. L'eccezione a questa regola, l'anonima fanciulla dello Stregone dal Cuore Peloso, si comporta più come una principessa delle nostre fiabe, ma nessuno vive per sempre felice e contento, alla fine della sua storia.

Beda il Bardo è vissuto nel quindicesimo secolo e la gran parte della sua vita rimane avvolta dal mistero. Si sa che è nato nello Yorkshire e l'unica xilografia esistente lo mostra con una barba straordinariamente rigogliosa. Se le sue fiabe riflettono accuratamente le sue opinioni, doveva essere abbastanza bendisposto verso i Babbani, che considerava più ignoranti che malevoli; diffidava della Magia Oscura e credeva che i peggiori eccessi dei maghi derivassero da tratti fin troppo umani di crudeltà, apatia o arrogante abuso dei propri talenti. Gli eroi e le eroine che trionfano nelle sue storie non sono i più dotati di poteri magici, ma coloro che dimostrano maggiori gentilezza, buonsenso e ingegnosità.

Un mago dei giorni nostri che condivideva simili idee era, naturalmente, il Professor Albus Percival Wulfric Brian Silente, Ordine di Merlino (Prima Classe), Preside della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, Supremo Pezzo Grosso della Confederazione Internazionale dei Maghi, e Stregone Capo del Wizengamot. È stata ciononostante una sorpresa scoprire, tra le molte carte che Silente ha lasciato in eredità agli Archivi di Hogwarts, una serie di commenti alle Fiabe di Beda il Bardo. Non sapremo mai se siano stati scritti per il proprio piacere o in vista di una pubblicazione; ma per. gentile concessione della Professoressa Minerva McGranitt, attuale Preside di Hogwarts, siamo oggi lieti di pubblicare in questa sede i commenti del Professor Silente, insieme a una nuova traduzione del testo di Beda a cura di Hermione Granger. Confidiamo che le intuizioni del Professor Silente, che includono osservazioni sulla storia della magia, ricordi personali e informazioni illuminanti sugli elementi chiave di ogni fiaba, faranno apprezzare a una nuova generazione di maghi e di Babbani Le Fiabe di Beda il Bardo. Chiunque abbia avuto la fortuna di conoscere il Professor Silente non può non credere che sarebbe stato felice di contribuire a questo progetto, dato che i diritti d'autore saranno donati al Children's High Level Group, che opera per aiutare i bambini in disperato bisogno di essere ascoltati.

Ci corre l'obbligo di aggiungere una piccola osservazione alle note del Professor Silente. Per quanto possiamo arguire, le note furono terminate circa diciotto mesi prima dei tragici eventi che si verificarono in cima alla Torre di Astronomia di Hogwarts. Chi conosce la storia della più recente guerra tra 343f59d maghi (per esempio chi ha letto tutti e sette i volumi sulla vita di Harry Potter) si accorgerà che il Professor Silente rivela qualcosa di meno di quello che sa - o sospetta - a proposito dell'ultima fiaba di questo libro. Il motivo di tale omissione sta, forse, in quanto Silente ebbe a dire sulla verità, molti anni or sono, al suo pupillo preferito e più famoso:

È una cosa meravigliosa e terribile, e per questo va trattata con molta cautela.

Che siamo d'accordo con lui o meno, possiamo forse scusarlo per aver cercato di proteggere i futuri lettori dalle tentazioni in cui lui stesso era caduto e per le quali ha pagato un prezzo così terribile.

J.K. Rowling

2008

Nota alle note

I commenti del Professor Silente si rivolgono a un pubblico di maghi, perciò ho inserito occasionalmente la spiegazione di qualche termine o fatto che potesse necessitare di un chiarimento per i lettori Babbani.

JKR

1

IL MAGO E IL IL

PENTOLONE SALTERINO

C'era una volta un vecchio mago gentile che adoperava la magia con generosità e saggezza a beneficio dei suoi vicini. Invece di rivelare la vera origine del suo potere, egli fingeva che le pozioni, gli incantesimi e gli antidoti gli sorgessero già bell'e fatti dal piccolo calderone che chiamava la sua pentola fortunata. Nel raggio di miglia, la gente veniva da lui con i propri problemi e il mago era lieto di dare una rimestata alla pentola e aggiustare ogni cosa.

Il mago, che era molto amato, visse fino a una notevole età, poi morì, lasciando ogni bene all'unico figlio. Costui era di disposizione molto diversa dal suo gentile padre. Coloro che non sapevano praticare la magia erano, nella sua opinione, privi di alcun valore, e più d'una volta egli aveva litigato col padre per via dell'abitudine di quest'ultimo di dispensare soccorso magico ai vicini.

Alla morte del padre, il figlio trovò nascosto nella vecchia pentola un pacchettino, che recava il suo nome. Lo aprì, sperando che vi fosse dell'oro, ma invece c'era una pantofola morbida e spessa, troppo piccola per indossarla e senza compagna. Un frammento di pergamena all'interno della pantofola diceva: «Con la viva speranza, figlio mio, che tu non ne abbia mai bisogno».

Il figlio maledisse la mente rammollita del padre, poi gettò la pantofola nel calderone, deciso a usarlo d'ora in avanti come cestino per la spazzatura.

Quella stessa notte una contadina bussò alla porta.

«Mia figlia si è riempita di verruche, signore» disse. «Vostro padre le mischiava uno speciale impiastro in quel vecchio pentolone...»

«Vattene!» gridò il figlio. «Che m'importa delle verruche della tua mocciosa?»

E sbatté la porta in faccia alla vecchia.

Immediatamente si udì un fracasso venire dalla cucina. Il mago accese la bacchetta e aprì la porta; con sommo stupore, vide la pentola del padre: le era spuntato un unico piede di ottone e saltellava sul posto, in mezzo alla stanza, producendo uno spaventevole baccano sulle pietre del pavimento. Il mago le si avvicinò meravigliato, ma fece un balzo all'indietro quando vide che l'intera superficie della pentola era coperta di verruche.

«Oggetto disgustoso!» urlò, e cercò prima di far Evanescere la pentola, poi di pulirla magicamente, infine di gettarla fuori di casa. Ma nessuno dei suoi incantesimi funzionò ed egli non poté impedire alla pentola di seguirlo saltellando fuori dalla cucina e fino a letto, salendo fragorosamente i gradini di legno della scala.

Il mago non riuscì a dormire tutta la notte per il rumore della vecchia pentola verrucosa accanto al letto, e la mattina dopo quella riprese a saltellare dietro di lui fino al tavolo della colazione. Clang, clang, clang, faceva la pentola col piede di ottone, e il mago non aveva neanche assaggiato il porridge quando si udì bussare di nuovo alla porta.

Sulla soglia c'era un vecchio.

«È la mia vecchia asina, signore» spiegò. «S'è persa, o ce l'hanno rubata, e senza di lei non posso portare la roba al mercato e stasera la mia famiglia avrà fame».

«E io ho fame adesso!» ruggì il mago, e sbatté la porta in faccia al vecchio.

Clang, clang, clang, faceva il piede d'ottone della pentola sul pavimento, ma ora al suo chiasso s'erano aggiunti i ragli di un asino e i lamenti di esseri umani affamati, che echeggiavano nelle profondità della pentola.

«Basta. Stai zitto!» strillò il mago, ma tutti i suoi poteri non servirono a far tacere il pentolone verrucoso, che gli saltellò dietro per tutto il giorno, ragliando e gemendo e sfracassando, dovunque egli andasse e qualsiasi cosa egli facesse.

Quella sera bussarono per la terza volta alla porta, e sulla soglia c'era una ragazza che singhiozzava come se le si stesse spezzando il cuore.

«Mio figlio è malato grave» disse. «Per piacere, aiutateci. Vostro padre mi ha raccomandato di venire se avevamo...»

Ma il mago le sbatté la porta in faccia.

Allora l'insopportabile pentola si riempì fino all'orlo di acqua salata e sparse lacrime per il pavimento, senza perciò smettere di saltellare, ragliare, gemere e produrre nuove verruche.

Anche se per il resto della settimana non vennero altri abitanti del villaggio alla casa del mago, la pentola lo teneva informato delle loro molte sventure. Nel volgere di pochi giorni, non si trattava più solo di ragli e gemiti e lacrime e saltelli e verruche, ma anche di asfissie e vomiti e pianti di bambino, di uggiolii di cane, di rigurgiti di formaggio andato a male e latte inacidito e di un'invasione di lumache voraci.

Il mago non poteva dormire né mangiare con la pentola accanto, ma quella non ne voleva sapere di andarsene ed egli non aveva modo di farla tacere né di indurla a fermarsi.

Alla fine, il mago non resse più.

«Portatemi tutti i vostri problemi, tutti i vostri guai e le vostre disgrazie!» urlò, correndo nella notte con la pentola che gli saltellava dietro lungo la strada per il villaggio. «Venite! Lasciate che io vi curi, vi sistemi e vi consoli! Ho la pentola di mio padre e vi guarirò!»

E con l'abominevole pentola sempre alle calcagna, corse per la strada e gettò incantesimi in ogni direzione.

In una casa le verruche della bambina svanirono nel sonno; l'asina perduta fu recuperata con un Incantesimo di Appello da un lontano roveto e atterrò dolcemente nella propria stalla; il bambino malato fu cosparso di dittamo e si svegliò, sano e roseo. In ogni casa colpita dalla malattia e dal dolore, il mago fece del suo meglio e gradualmente la pentola che aveva accanto smise di gemere e vomitare e tornò calma, lucente e pulita.

«Allora, Pentolone?» chiese il mago tremante, al sorgere del sole.

La pentola fece un ruttino, col quale rigurgitò la pantofola che il mago le aveva gettato dentro, e gli permise di infilargliela al piede di ottone. Insieme, tornarono verso la casa del mago, il passo della pentola finalmente attutito. Da quel giorno, il mago aiutò gli abitanti del villaggio così come aveva fatto suo padre, per evitare che la pentola scalciasse via la pantofola e ricominciasse a saltellare.

Il commento di Albus Silente su

Il Mago e il Pentolone Salterino

Un vecchio mago gentile decide di insegnare al figlio senza cuore una lezione, facendogli assaggiare l'infelicità dei Babbani locali. La coscienza del giovane mago si risveglia ed egli accetta di mettere la propria magia al servizio dei vicini non maghi. Una fiaba semplice e confortante, si potrebbe pensare: nel qual caso si farebbe la figura di ingenui citrulli. Una storia pro-Babbana che mostra la superiorità nelle arti magiche di un padre filo-Babbano rispetto al figlio anti-Babbano? È a dir poco sorprendente che anche solo una copia della versione originale sia sopravvissuta alle fiamme, cui tanto spesso simili storie erano destinate.

Non si può dire che Beda fosse al passo con i suoi tempi nel predicare amore fraterno verso i Babbani. All'inizio del quindicesimo secolo la persecuzione di streghe e maghi si stava diffondendo per tutta Europa. Molti rappresentanti della comunità magica ritenevano, e a ragione, che praticare un sortilegio sul maiale ammalato del vicino Babbano equivalesse a raccogliere la legna della propria pira.[1] «Che i Babbani se la cavino senza di noi!» fu il motto che accompagnò il progressivo allontanamento dei maghi dai fratelli Babbani, tendenza culminata con l'istituzione dello Statuto Internazionale della Segretezza Magica del 1689, allorché i maghi decisero di entrare volontariamente in clandestinità.

Il grottesco Pentolone Salterino, tuttavia, aveva fatto presa sull'immaginazione dei bambini. La soluzione fu di sbarazzarsi della morale pro-Babbana e tenere il calderone con le sue verruche, perciò verso la metà del sedicesimo secolo tra le famiglie magiche circolava una variante della favola. Nella nuova versione, il Pentolone Salterino protegge un mago innocente dai vicini armati di torce e forconi, catturandoli e inghiottendoli. Alla fine della storia, quando ormai il Pentolone ha consumato la maggioranza dei vicini, il mago ottiene dai paesani che rimangono la promessa che sarà lasciato a praticare la magia in pace. In cambio, ordina al Pentolone di restituire le vittime, che vengono diligentemente rigurgitate, leggermente acciaccate. Ancora oggi, alcuni genitori maghi (generalmente anti-Babbani) raccontano questa seconda versione ai propri figli i quali, se mai leggono l'originale, ne rimangono assai stupiti.

Come ho accennato, tuttavia, il suo spirito pro-Babbano non fu l'unica ragione di risentimento verso Il Mago e il Pentolone Salterino. Con la crescente ferocia della caccia alle streghe, le famiglie magiche cominciarono a condurre doppie vite, usando incantesimi di dissimulazione per proteggersi. Nel diciassettesimo secolo qualsiasi mago che fraternizzasse con Babbani era sospetto, se non addirittura emarginato dalla propria comunità. Tra i molti insulti rivolti ai maghi filo-Babbani (alcuni coloriti epiteti, quali 'Sguazzafango', 'Leccacacca' e 'Ciucciafeccia' risalgono a questo periodo), c'era l'accusa di possedere poteri magici deboli o inferiori.

Alcuni maghi influenti dell'epoca, come Brutus Malfoy, direttore di Stregoneria in guerra, un periodico anti-Babbano, perpetuarono il luogo comune che un filo-Babbano avesse più o meno gli stessi poteri di un Magonò.[2] Nel 1675, Brutus scrisse:

Di questo possiamo star certi: che qualsivoglia mago dimostri gradimento della società dei Babbani sia di modesto intelletto, di magia tanto fiacca e meschina ch'egli può sentirsi superiore soltanto se si circonda d'ignobili Babbani.

Nulla è più sicuro segno di debole magia che una predilezione per la compagnia non magica.

Nel corso del tempo questo pregiudizio venne meno, a fronte della prova schiacciante che alcuni dei migliori maghi del mondo[3] erano, come si suol dire, filo-Babbani.

L'ultima obiezione al Mago e il Pentolone Salterino resta ancora oggi viva in certi ambienti e trova probabilmente la sua massima espressione in Beatrix Bloxam (1794-1910), autrice delle nefande Fiabe del funghetto. La Bloxam riteneva che Le Fiabe di Beda il Bardo fossero diseducative per quella che lei chiamava «l'insana ossessione per i più orridi argomenti, quali la morte, la malattia, lo spargimento di sangue, la magia nera, i personaggi immorali e le deiezioni ed eruzioni corporee del peggior tipo». La Bloxam riscrisse svariate storie, tra cui alcune di Beda, secondo i propri ideali, e cioè «onde riempire le menti pure dei nostri angioletti di pensieri sani e lieti, preservare il loro dolce riposo dai brutti sogni e proteggere il prezioso fiore della loro innocenza».

Così recita l'ultimo paragrafo del Mago e il Pentolone Salterino nella versione di Beatrix Bloxam:

E allora la piccola pentolina d'oro danzò per la gioia - hoppitti, hoppiti, hop! - sui piedini di rosa! Gigetta Cosetta aveva curato tutte le bambole dal male al pancino, e la pentolina era così felice che si colmò di dolcetti per Gigetta Cosetta e le sue bamboline!

«Ma mi raccomando di lavarti i dentini!» gridò la pentola.

E Gigetta Cosetta baciò e abbracciò la pentolina saltellosa e promise di aiutare sempre le bambole e di non fare mai più la vecchia cicciosa lagnosa.

La storia di Beatrix Bloxam ha sempre ottenuto la stessa reazione da generazioni di bambini magici: irrefrenabili conati di vomito, seguiti dall'immediata richiesta di portar via il libro e ridurlo in poltiglia.

2

LA FONTE DELLA

BUONA SORTE

In un giardino incantato chiuso da alte mura e protetto da potenti magie, in cima a un colle scorreva la Fonte della Buona Sorte.

Una volta all'anno, tra l'alba e il tramonto del giorno più lungo, un solo infelice aveva il privilegio di intraprendere il viaggio alla Fonte, bagnarvisi e ricevere Buona Sorte per il resto della vita.

In quel giorno, centinaia di persone giungevano da ogni parte del regno per essere davanti alle mura del giardino prima dell'alba. Maschi e femmine, ricchi e poveri, giovani e vecchi, con poteri magici e senza, si ammassavano nella notte, ognuno con la speranza di essere l'eletto a entrare nel giardino.

Tre streghe, ognuna col proprio fardello di pene, s'incontrarono ai margini della folla e aspettando l'alba si raccontarono a vicenda le proprie disgrazie.

La prima, di nome Asha, era malata di un morbo che nessun Guaritore sapeva curare. Sperava che la Fonte la risanasse e le garantisse una vita lunga e felice.

La seconda, di nome Altheda, era stata derubata da un mago malvagio della casa, dell'oro e della bacchetta. Sperava che la Fonte la liberasse dall'impotenza e dalla povertà.

La terza, di nome Amata, era stata abbandonata da un uomo che amava caramente e pensava che il suo cuore non ne sarebbe mai guarito. Sperava che la Fonte la sollevasse dal dolore e dalla nostalgia.

Le tre donne ebbero pietà l'una dell'altra e decisero che, se la fortuna le avesse scelte, si sarebbero unite e avrebbero cercato di arrivare alla Fonte insieme.

Il cielo fu squarciato dai primi raggi del sole e nel muro si aprì una fessura. La folla si accalcò, e ognuno gridava il proprio diritto alla benedizione della Fonte. Dal giardino uscirono dei rampicanti, serpeggiarono tra la gente e si attorcigliarono alla prima strega, Asha, che afferrò il polso della seconda strega, Altheda, che si strinse alla veste della terza, Amata.

E Amata s'impigliò nell'armatura di un cavaliere dall'aspetto lugubre, in groppa a un cavallo magro fino all'osso.

I rampicanti tirarono dentro le tre streghe attraverso la fessura e il cavaliere venne disarcionato e trascinato insieme a loro.

Le urla furiose della folla delusa si levarono nell'aria del mattino, poi tacquero quando le mura del giardino si richiusero.

Asha e Altheda si arrabbiarono con Amata, che si era inavvertitamente portata dietro il cavaliere.

«Solo uno può bagnarsi nella Fonte! Sarà già difficile decidere chi sarà tra noi, ci mancava anche un altro!»

Ora, Messer Senzafortuna, come il cavaliere era conosciuto nelle terre fuori dalle mura, si avvide che quelle erano streghe e, poiché egli non possedeva alcun potere magico, né particolare abilità a giostrare o a tirar di scherma, né alcunché che lo distinguesse, era certo di non aver speranza di battere le tre donne nella corsa alla Fontana. Dichiarò pertanto la propria intenzione di tornare fuori dalle mura.

Questa volta fu Amata ad arrabbiarsi.

«Cuore pavido!» lo rimbeccò. «Sfodera la tua spada, Cavaliere, e aiutaci a raggiungere la meta!»

E così le tre streghe e il misero cavaliere si inoltrarono per il giardino incantato, dove erbe rare, frutta e fiori crescevano in abbondanza ai lati di sentieri assolati. Non incontrarono ostacoli finché giunsero ai piedi del colle in cima al quale stava la Fonte.

Lì, però, trovarono una mostruosa Serpe bianca, gonfia e cieca, attorcigliata alla base del colle. Al loro arrivo, essa voltò l'orrenda faccia su di loro e pronunciò le seguenti parole:

Datemi la prova del vostro dolore.

Messer Senzafortuna sfoderò la spada e cercò di uccidere la bestia, ma la lama si spezzò. Allora Altheda le tirò delle pietre e Asha e Amata provarono ogni incantesimo che potesse domarla o stordirla, ma il potere delle loro bacchette non ebbe più efficacia delle pietre dell'amica né della lama del cavaliere: la Serpe non li lasciava passare.

Il sole si levò sempre più alto nel cielo e Asha, disperata, cominciò a piangere.

Allora la grande Serpe posò il muso sul suo volto e bevve le sue lacrime. Placata la propria sete, la Serpe scivolò via e svanì in una buca del terreno.

Gioendo alla sparizione della Serpe, le tre streghe e il cavaliere presero a salire per il colle, certi di poter raggiungere la Fonte prima del mezzogiorno.

A metà dell'erta, tuttavia, s'imbatterono in una frase incisa nel terreno.

Datemi i frutti della vostra fatica.

Messer Senzafortuna prese l'unica moneta che possedeva e la posò sul pendio erboso, ma la moneta rotolò via e si perse. Le tre streghe e il cavaliere continuarono a salire, ma dopo ore e ore di cammino non erano avanzati di un sol passo; la cima del colle non era più vicina e l'iscrizione stava sempre davanti a loro.

Il sole si alzò sulle loro teste e cominciò a scendere verso il lontano orizzonte. I quattro erano ormai scorati, ma Altheda marciò più veloce e più forte degli altri e li spronò a seguire il suo esempio, nonostante non avanzasse affatto per la collina.

«Coraggio, amici, non cedete!» li esortò, asciugandosi il sudore dalla fronte.

Come le gocce caddero lucenti a terra, l'iscrizione che bloccava il loro cammino sparì, ed essi videro che riuscivano di nuovo a salire.

Felici per aver superato il secondo ostacolo, corsero più veloci che poterono verso la vetta, finché finalmente intravidero la Fonte, luccicante come cristallo, in una cornice di fiori e di alberi.

Ma prima che potessero raggiungerla, incontrarono un ruscello che bloccava loro il passaggio. Nelle profondità dell'acqua limpida una pietra liscia recava le seguenti parole:

Datemi il tesoro del vostro passato.

Messer Senzafortuna cercò di attraversare il ruscello a bordo del proprio scudo, ma lo scudo affondò. Le tre streghe lo tirarono fuori dall'acqua, poi tentarono a loro volta di superare il torrente con un balzo, ma il torrente non le lasciava passare, e intanto il sole scendeva sempre più basso nel cielo.

Perciò si misero a riflettere sul significato del messaggio sulla pietra. Amata fu la prima a comprendere: con la bacchetta estrasse dalla propria mente tutte le memorie dei giorni felici passati con l'amante fuggito e le lasciò cadere nell'acqua. Il torrente le portò via e un passaggio di pietre affiorò. Le tre streghe e il cavaliere finalmente raggiunsero la vetta.

La Fonte scintillava davanti a loro, tra le erbe e i fiori più rari e più belli che avessero mai visto. Il cielo era infiammato di rosso ed era ormai tempo di decidere chi tra di loro si sarebbe bagnato alla Fonte.

Ma prima che potessero giungere a una decisione, la fragile Asha cadde a terra. Esausta per lo sforzo di scalare la vetta, era in fin di vita.

I tre amici l'avrebbero portata alla Fonte, ma Asha era in mortale agonia e li supplicò di non toccarla.

Allora Altheda corse a raccogliere tutte le erbe che ritenne più adatte, le mescolò nella borraccia di Messer Senzafortuna e versò la pozione nella bocca di Asha.

Immediatamente Asha riuscì ad alzarsi. Non solo, ma tutti i sintomi del suo terribile morbo erano spariti.

«Sono guarita!» esclamò. «Non ho più bisogno della Fonte. Lasciate che sia Altheda a bagnarsi!»

Ma Altheda era intenta a raccogliere altre erbe nella veste.

«Se sono in grado di curare questa malattia, potrò guadagnare tutto l'oro che voglio! Lasciate che sia Amata a bagnarsi!»

Messer Senzafortuna s'inchinò e mostrò la Fonte ad Amata, ma ella scosse il capo: ogni suo rimpianto per l'amante le era stato portato via dal ruscello e ora capiva quanto egli fosse stato crudele e infedele, e che essersene liberata era una ragione bastante per essere felice.

«Buon signore, siete voi a dovervi bagnare, in ricompensa della vostra cavalleria!» disse a Messer Senzafortuna.

Così il cavaliere sferragliò negli ultimi raggi del tramonto e si bagnò nella Fonte della Buona Sorte, esterrefatto di essere stato scelto tra centinaia e. stordito dalla propria incredibile fortuna.

Quando il sole scese oltre l'orizzonte, Messer Senzafortuna uscì dall'acqua della Fonte rivestito della gloria del suo trionfo e, con la sua armatura arrugginita, si gettò ai piedi di Amata, che era la donna più gentile e più bella su cui avesse mai posato gli occhi. Fulgido di successo, le chiese la mano e il cuore e Amata, non meno felice di lui, capì di aver trovato l'uomo che li meritava.

Le tre streghe e il cavaliere scesero insieme dal colle, a braccetto, e tutti e quattro vissero a lungo felici e contenti, senza mai sapere né sospettare che l'acqua della Fonte non possedeva alcun incantesimo.

Il commento di Albus Silente su

La Fonte della Buona Sorte

La Fonte della Buona Sorte è un classico intramontabile, tanto che fu il soggetto dell'unico tentativo di inserire una recita natalizia nelle celebrazioni festive di Hogwarts.

L'allora insegnante di Erbologia, il Professor Herbert Beery,[4] devoto entusiasta del teatro amatoriale, propose un adattamento di questa amatissima fiaba come intrattenimento natalizio per insegnanti e studenti. Io ero allora un giovane insegnante di Trasfigurazione e Herbert mi affidò gli effetti speciali, che includevano la realizzazione di una Fonte della Buona Sorte funzionante e una collina erbosa in miniatura, che le nostre eroine e il nostro eroe dovevano fingere di scalare, mentre sprofondava lentamente nel palcoscenico e scompariva alla vista.

Penso di poter dire, senza eccessiva vanità, che sia la Fonte sia il Colle fecero discretamente la loro parte. Ahimè, non altrettanto si può dire del resto del cast. Tralasciando per un momento il comportamento della gigantesca 'Serpe' messa a disposizione dal nostro insegnante di Cura delle Creature Magiche, il Professor Silvanus Kettleburn, l'elemento umano fu un disastro. Il Professor Beery, nel suo ruolo di regista, era pericolosamente ignaro degli intrecci sentimentali che si consumavano sotto il suo naso. Non aveva idea che gli studenti che interpretavano Amata e Messer Senzafortuna erano stati fidanzati fino a un'ora prima del levarsi del sipario, momento scelto da 'Messer Senzafortuna' per spostare i propri affetti su 'Asha'.

Basti dire che i nostri cercatori di Buona Sorte non arrivarono mai in vetta al Colle. Il sipario si era appena alzato quando la 'Serpe' del Professor Kettleburn - rivelando di essere un Ashwinder[5] sotto Incantesimo di Ingozzamento - esplose in una pioggia di scintille incandescenti e polvere, riempiendo la Sala Grande di fumo e frammenti di scenografia. Mentre le enormi uova infuocate che aveva deposto ai piedi del mio Colle incendiavano le tavole del palcoscenico, 'Amata' e 'Asha' si scagliarono l'una contro l'altra, duellando con tanto ardore che il Professor Beery cadde vittima di fuoco incrociato, gli insegnanti dovettero evacuare la Sala e l'inferno che si era scatenato sul palco rischiò di inghiottire tutto quanto. L'intrattenimento serale si concluse con un'infermeria piena; ci vollero diversi mesi prima che la Sala Grande perdesse l'aroma pungente del legno bruciato, e molto di più perché la testa del Professor Beery riassumesse le normali dimensioni, mentre il Professor Kettleburn fu messo in verifica.[6] Il Preside Armando Dippet vietò ogni futura rappresentazione, una tradizione non teatrale che Hogwarts è fiera di continuare tutt'oggi.

Nonostante il nostro fiasco, La Fonte della Buona Sorte è probabilmente la più popolare delle fiabe di Beda, benché, come Il Mago e il Pentolone Salterino, abbia i suoi detrattori. Più di un genitore ha chiesto la rimozione di questa fiaba dalla biblioteca di Hogwarts, tra cui, curiosamente, un discendente di Brutus Malfoy nonché ex membro del Consiglio di Hogwarts, il signor Lucius Malfoy. Il signor Malfoy sottopose per iscritto la sua richiesta di bandire la fiaba:

Qualsiasi opera, di carattere narrativo o meno, che raffiguri l'unione di maghi e Babbani dovrebbe essere bandita dagli scaffali di Hogwarts. Non desidero che mio figlio, influenzato dalla lettura di storie che incoraggiano il matrimonio tra maghi e Babbani, possa rischiare di sporcare la purezza della propria linea di sangue.

Il mio rifiuto di rimuovere il libro dalla biblioteca fu appoggiato dalla maggioranza del Consiglio. Scrissi a Malfoy per spiegare la mia decisione:

Le cosiddette famiglie Purosangue mantengono la propria presunta purezza negando, cancellando o nascondendo la presenza di Babbani o nati-Babbani nel proprio albero genealogico. Dopodiché cercano di imporre la loro ipocrisia su di noi, chiedendoci di bandire opere che parlano delle verità da loro negate. Non esistono maghi o streghe il cui sangue non sia mischiato a quello dei Babbani, pertanto ritengo tanto illogico quanto immorale togliere dal bagaglio di conoscenze dei nostri studenti opere che trattino tale argomento.[7]

Questo scambio epistolare segnò l'inizio della lunga campagna di Lucius Malfoy per sollevarmi dalla posizione di Preside di Hogwarts, e della mia per sollevare lui da quella di Mangiamorte Preferito di Lord Voldemort.

3

LO STREGONE

DAL CUORE PELOSO

C'era una volta un giovane stregone bello, ricco e pieno di talento, che aveva notato come i suoi amici, quando si innamoravano, diventassero sciocchi, sgambettassero e si azzimassero, perdessero l'appetito e la dignità. Risolto a non cadere mai preda di tali debolezze, il giovane stregone ricorse alle Arti Oscure per assicurarsene l'immunità.

Ignorando il suo segreto, i famigliari ridevano nel vederlo così freddo e altero.

«Tutto cambierà» prevedevano, «quando una fanciulla catturerà il suo cuore».

Ma il suo cuore rimaneva intatto. Benché molte fanciulle fossero attratte dal suo contegno altezzoso e avessero impiegato le arti più sottili per sedurlo, nessuna riuscì a conquistarne l'affetto. Lo stregone si gloriava della propria indifferenza e della sagacia che l'aveva prodotta.

La prima freschezza della gioventù sfiorì e i coetanei dello stregone cominciarono a sposarsi e poi a mettere al mondo figli.

«Il loro cuore dev'essere come un guscio vuoto» ridacchiava lui tra sé e sé, osservando il comportamento dei giovani genitori che lo circondavano, «raggrinzito dalle richieste dei loro pargoli miagolanti!»

E di nuovo si compiaceva per la saggezza della sua scelta.

Col passare degli anni, gli anziani genitori dello stregone morirono. Il figlio non li pianse; al contrario, si considerò fortunato per la loro dipartita, dato che ora regnava da solo nel loro castello. Dopo aver trasferito il suo tesoro più grande nella segreta più profonda, si abbandonò a una vita di agi e di abbondanza, e i suoi comodi erano l'unica premura dei suoi molti servitori.

Lo stregone era certo di essere oggetto di immensa invidia da parte di chiunque contemplasse la sua splendida e indisturbata solitudine. Perciò, un giorno che sentì per caso due dei suoi lacchè parlare di lui, fu colto da rabbia e da dolore.

Il primo lacchè stava esprimendo pietà per il padrone che, con tutta la sua ricchezza e tutto il suo potere, non era comunque amato da nessuno.

Ma il suo compagno ridacchiava, chiedendo come mai un uomo che possedeva tanto oro e un castello così principesco non fosse stato capace di attirare una moglie.

Le loro parole diedero un colpo tremendo all'orgoglio dello stregone.

Risolse immediatamente di prender moglie, e una moglie superiore a qualunque altra. Sarebbe stata di stupefacente bellezza, in grado di suscitare invidia e desiderio in qualsiasi uomo la vedesse; sarebbe stata di stirpe magica, di modo che i loro figli ereditassero straordinari talenti; e sarebbe stata ricca almeno quanto lui, così che nonostante l'accrescimento della famiglia la sua esistenza non risultasse meno comoda.

Avrebbe potuto impiegare anche cinquant'anni per trovare una donna siffatta, ma il caso volle che, il giorno stesso in cui aveva deciso di cercarla, una fanciulla che corrispondeva a ogni suo desiderio giungesse nel vicinato a far visita alla propria famiglia.

Era una strega di prodigiosa abilità e possedeva moltissimo oro. La sua bellezza era tale che faceva sussultare il cuore di ogni uomo che le posava gli occhi addosso; ogni uomo, cioè, tranne uno. Il cuore dello stregone non provò assolutamente nulla. Tuttavia, era il trofeo che cercava, perciò cominciò a farle la corte.

Tutti coloro che notarono il cambiamento nei suoi modi ne furono stupefatti e dissero alla fanciulla che era riuscita laddove altre cento avevano fallito.

La ragazza stessa era a un tempo affascinata e respinta dalle attenzioni dello stregone. Percepiva la freddezza che stava dietro al calore dei suoi complimenti, e non aveva mai incontrato un uomo così strano e remoto. I suoi famigliari, però, consideravano il loro un ottimo matrimonio e, ansiosi di favorirlo, accettarono l'invito dello stregone a una festa in onore della fanciulla.

La tavola era imbandita di piatti e bicchieri d'oro e d'argento che ospitavano i migliori vini e i cibi più sontuosi. I menestrelli pizzicavano liuti dalle corde di seta e cantavano un amore che il loro padrone non aveva mai provato. La fanciulla sedeva su un trono accanto allo stregone, che le sussurrava tenere parole rubale ai poeti, senza alcuna idea del loro vero significato.

La fanciulla ascoltò, perplessa, e infine rispose: «Voi parlate bene, Stregone, e io sarei deliziata delle vostre attenzioni, se solo pensassi che voi abbiate un cuore!»

Lo stregone sorrise e le rispose di non temere per ciò. Le chiese di seguirlo e la portò via dalla festa, giù fino alla segreta in cui era rinchiuso il suo più grande tesoro.

Là, in un magico scrigno di cristallo, stava il cuore pulsante dello stregone.

Per anni distaccato da occhi, orecchie e dita, non era mai caduto preda della bellezza, di una voce musicale o del contatto con una serica pelle. La fanciulla rimase terrorizzata nel vederlo, perché il cuore si era ristretto e coperto di lunghi peli neri.

«Oh, cosa avete mai fatto?» gemette. «Rimettetelo al suo posto, ve ne supplico!»

Vedendo che era necessario obbedirle per compiacerla, lo stregone prese la bacchetta, aprì lo scrigno di cristallo, squarciò il proprio petto e rimise il cuore peloso nella cavità che aveva un tempo occupato.

«Ora siete guarito e conoscerete il vero amore!» esclamò la fanciulla, e lo abbracciò.

Il tocco delle sue morbide e candide braccia, il suo respiro nelle orecchie, il profumo dei suoi folti capelli dorati perforavano come lance il cuore appena ridestato. Ma durante il suo lungo esilio, il cuore s'era fatto strano, cieco e selvaggio nelle tenebre cui era stato condannato, e i suoi appetiti erano potenti e perversi.

Gli invitati della festa avevano notato l'assenza del loro anfitrione e della fanciulla. Dapprima non se n'erano curati, ma con il passare delle ore si erano impensieriti e finalmente s'erano messi a cercarli per il castello.

Trovarono infine la segreta e l'orrenda visione che laggiù li attendeva.

La fanciulla giaceva morta sul pavimento, con il petto aperto, e di fianco a lei era accucciato il folle stregone, che teneva in una mano insanguinata un grande cuore liscio e scarlatto. Lo leccava e lo accarezzava e diceva di volerlo scambiare con il proprio.

Nell'altra mano brandiva la bacchetta, con la quale cercava di estrarre dal proprio petto il cuore peloso e rimpicciolito. Ma il cuore peloso era più forte di lui e si rifiutava di lasciare la presa sui sensi dello stregone e ritornare nella teca dov'era stato confinato per tanti anni.

Davanti agli occhi inorriditi degli ospiti, lo stregone gettò via la bacchetta e afferrò una daga d'argento. Dichiarando che mai sarebbe stato schiavo del proprio cuore, lo recise dal petto.

Per un istante, lo stregone si inginocchiò trionfante, con un cuore in ogni mano; poi cadde sul corpo della fanciulla e morì.

Il commento di Albus Silente su

Lo Stregone dal Cuore Peloso

Come abbiamo visto, le prime due fiabe di Beda hanno attirato critiche per i loro temi di generosità, tolleranza e amore. Lo Stregone dal Cuore Peloso, invece, non sembra essere stata modificata né eccessivamente criticata nei secoli trascorsi da quando fu scritta; la storia che lessi un giorno nell'originale runico era quasi identica a quella che mi aveva raccontato mia madre. Detto questo, Lo Stregone dal Cuore Peloso è di gran lunga la più raccapricciante delle opere di Beda, e molti genitori non la raccontano ai figli finché non pensano che siano abbastanza grandi da non avere incubi.[8]

Perché, dunque, una fiaba così macabra è sopravvissuta? A mio modo di vedere, Lo Stregone dal Cuore Peloso è rimasta intatta attraverso i secoli perché parla agli abissi più oscuri di tutti noi. Riguarda una delle più grandi e meno riconosciute tentazioni della magia: la ricerca dell'invulnerabilità.

Ovviamente, tale ricerca non è altro che una sciocca fantasia. Nessun uomo e nessuna donna vivente, maghi o meno, sono mai sfuggiti a una qualche forma di lesione, fisica, mentale o emotiva. E tuttavia, noi maghi sembriamo particolarmente inclini all'idea di poter piegare la natura stessa dell'esistenza alla nostra volontà. Il giovane stregone[9] di questa storia, per esempio, decide che innamorarsi metterebbe a repentaglio la sua comodità e la sua sicurezza. Percepisce l'amore come umiliazione, debolezza, un prosciugamento delle proprie risorse emotive e materiali.

Naturalmente, il secolare commercio di pozioni d'amore dimostra che lo stregone della storia non era il solo a voler controllare l'imprevedibile corso dell'amore. La ricerca di una vera pozione d'amore continua ancora oggi, ma nessun elisir di questo genere è mai stato creato e i migliori pozionisti dubitano che sia mai possibile.[10]

L'eroe di questa storia, però, non è interessato neanche a un simulacro dell'amore che possa creare o distruggere a propria volontà. Egli desidera rimanere per sempre immune da quella che considera una specie di malattia, perciò compie un atto di Magia Oscura possibile solo in un libro di fiabe: imprigiona il proprio cuore.

La somiglianza di questo procedimento con la creazione di un Horcrux è stata sottolineata da molti. Sebbene l'eroe di Beda non stia cercando di sfuggire alla morte, tuttavia divide ciò che chiaramente non è stato creato per essere diviso - corpo e cuore, piuttosto che anima - e così facendo sfida la Prima Legge Fondamentale della Magia di Adalbert Incant:

Altera i più profondi misteri - l'origine della vita, l'essenza dell'uomo - solo se sei preparato alle conseguenze più estreme e pericolose.

Naturalmente, nel tentativo di diventare superumano, questo imprudente giovanotto si rende disumano. Il cuore che ha imprigionato lentamente si restringe e diventa peloso, simboleggiando la propria discesa nella bestialità. Alla fine si è ridotto a un animale violento che prende ciò che vuole con la forza e muore nel futile tentativo di riconquistare ciò che ormai è per sempre al di fuori della sua portata: un cuore umano.

Sebbene un po' desueta, l'espressione 'avere il cuore peloso' è entrata nel linguaggio quotidiano dei maghi, per descrivere una strega o un mago freddi e insensibili. La mia zia zitella, Honoria, ha sempre sostenuto di aver rotto il fidanzamento con un mago dell'Ufficio per l'Uso Improprio delle Arti Magiche perché a un certo punto ha scoperto che 'aveva il cuore peloso'. (Si mormorava, tuttavia, che in realtà l'avesse sorpreso nell'atto di palpeggiare degli Horklumps,[11] ciò che l'aveva profondamente sconvolta.) In tempi più recenti, il manuale di auto-aiuto Il cuore peloso: i maghi che non vogliono responsabilità[12] ha scalato le classifiche dei libri più venduti.

4

BABA RABA E IL

CEPPO GHIGNANTE

Molto tempo fa, in un lontano paese, c'era un re stolto che voleva essere l'unico a possedere il potere della magia.

A tale scopo ordinò al capo del suo esercito di formare una Brigata di Cacciatori di Streghe e li dotò di un branco di feroci cani neri. Contemporaneamente, il Re fece proclamare in ogni città e villaggio del regno il seguente editto: «Il Re richiede un Istruttore di Magia».

Nessun vero mago osò presentarsi volontario, poiché si erano dati tutti alla clandestinità per sfuggire alla Brigata di Cacciatori di Streghe.

Ma un astuto ciarlatano privo di qualsivoglia potere magico vide un'occasione per arricchirsi e arrivò a palazzo vantandosi di essere un mago di prodigiosa abilità. Il ciarlatano eseguì qualche semplice trucco, col quale convinse il Re dei suoi poteri magici, e fu immediatamente nominato Gran Fattucchiere Capo, nonché Reale Istruttore Privato di Magia.

Il ciarlatano chiese al Re un enorme sacco d'oro, onde procurarsi bacchette e altri generi di necessità magici. Domandò inoltre svariati grossi rubini, per preparare incantesimi curativi, e un paio di calici d'argento, per la conservazione e la fermentazione delle pozioni. Lo stolto Re gli fornì tutto quanto.

Il ciarlatano nascose il tesoro in casa propria e tornò a palazzo.

Non sapeva di essere osservato da una vecchietta che viveva in una baracca ai margini dei giardini della reggia. Si chiamava Baba ed era la lavandaia che si occupava di mantenere le lenzuola del palazzo morbide, profumate e candide. Da dietro le lenzuola stese ad asciugare, Baba vide il ciarlatano strappare due rametti da uno degli alberi del Re e poi sparire dentro il palazzo.

Il ciarlatano diede uno dei due rametti al Re e lo assicurò che si trattava di una bacchetta di immenso potere.

«Ma potrà funzionare» aggiunse, «solo quando voi ne sarete degno».

Ogni mattina il ciarlatano e il Re stolto passeggiavano per i giardini della reggia, dove agitavano le bacchette e urlavano al vento parole prive di senso. Il ciarlatano badava a eseguire qualche altro trucco, di modo che il Re restasse convinto dell'abilità del suo Fattucchiere Capo e del potere della bacchetta che gli era costata tanto oro.

Una mattina, il ciarlatano e il Re stolto stavano agitando i loro rametti, saltellando in cerchio e cantando rime insensate, quando una fragorosa risata raggiunse le orecchie del Re. Baba la lavandaia li stava guardando dalla finestra della sua baracca, e rideva così forte che presto non ebbe più la forza di reggersi in piedi e sparì alla vista.

«Devo essere molto ridicolo, se una vecchia lavandaia ride tanto a vedermi!» disse il Re. Smise di saltellare e agitare il rametto e aggrottò la fronte. «Sono stanco di tutti questi esercizi! Quando sarò pronto a eseguire veri incantesimi di fronte ai miei sudditi, Fattucchiere?»

Il ciarlatano cercò di consolare l'allievo, promettendogli che presto sarebbe stato capace di compiere stupefacenti imprese di magia, ma la risata di Baba aveva punto l'orgoglio del Re stolto più di quanto il ciarlatano immaginasse.

«Domani» disse il Re, «inviteremo la corte ad ammirare il suo Re nell'esecuzione di magie!»

Il ciarlatano capi che era giunto il momento di prendere il tesoro e darsela a gambe.

«Ahimè, Vostra Maestà, ciò è impossibile! Ho scordato di avvertire la Vostra Signoria che domani devo intraprendere un lungo viaggio...»

«Se lasci la reggia senza il mio permesso, Fattucchiere, la mia Brigata di Cacciatori di Streghe ti scaglierà contro i suoi cani! Domani mattina mi assisterai nell'esecuzione di magie davanti ai signori e alle signore della mia corte, e se qualcuno riderà di me, sarai decapitato!»

Il Re tornò dentro il palazzo, lasciando il ciarlatano solo e spaventato. Tutta la sua astuzia non sarebbe bastata a salvarlo, adesso, perché non poteva fuggire né aiutare il Re a eseguire magie che nessuno dei due conosceva.

Cercando uno sfogo alla sua paura e alla sua rabbia, il ciarlatano si avvicinò alla finestra di Baba la lavandaia. Guardò dentro e vide la vecchietta seduta a un tavolo, intenta a pulire una bacchetta. In un angolo dietro di lei, le lenzuola del Re si stavano lavando da sole in un catino di legno.

Il ciarlatano comprese immediatamente che Baba era una vera strega e che, dato che era stata causa del suo terribile problema, poteva anche risolverlo.

«Vecchia!» ruggì il ciarlatano. «La tua risata mi è costata cara! Se rifiuti di aiutarmi, ti denuncerò come strega, e sarai tu a essere dilaniata dai cani del Re!»

La vecchia Baba sorrise al ciarlatano e gli promise che avrebbe fatto qualsiasi cosa in suo potere per aiutarlo.

Il ciarlatano le diede istruzione di nascondersi in un cespuglio durante l'esibizione del Re e di eseguire a sua insaputa gli incantesimi che il Re avrebbe tentato. Baba si disse d'accordo, ma fece una domanda.

«Cosa farò, mio signore, se il Re vorrà eseguire un incantesimo che Baba non conosce?»

Il ciarlatano fece spallucce.

«La tua magia è senz'altro superiore all'immaginazione di quello stolto» rispose, e tornò al castello molto compiaciuto della propria intelligenza.

Il mattino seguente tutti i nobili del regno si erano radunati nei giardini del palazzo. Il Re salì su un palco davanti a loro, affiancato dal ciarlatano.

«Per prima cosa, farò sparire il cappello di questa dama!» annunciò il Re, puntando il rametto verso una nobildonna.

Da dietro il cespuglio, Baba puntò la bacchetta verso il cappello e lo fece sparire. Grandi furono lo stupore e l'ammirazione della folla, e sonoro l'applauso che tributò al Re esultante.

«Adesso, farò volare quel cavallo!» gridò il Re, puntando il rametto verso la propria cavalcatura.

Da dietro il cespuglio, Baba puntò la bacchetta verso il cavallo e lo fece salire in alto nel cielo.

La folla era ancora più fremente e attonita, e ruggì il proprio apprezzamento per la magia del suo Re.

«E ora...» disse il Re, guardandosi attorno alla ricerca di un'idea; e il Capitano della sua Brigata di Cacciatori di Streghe si fece avanti.

«Vostra Maestà» disse il Capitano, «questa stessa mattina, Sciabola è morto per aver mangiato un fungo velenoso! Riportatelo in vita, Vostra Maestà, con la vostra bacchetta!»

E il Capitano issò sul palco il corpo senza vita del più grande dei cani cacciatori di streghe.

Lo stolto Re levò il rametto e lo puntò verso il cane morto. Ma dietro al cespuglio Baba sorrise e non si prese nemmeno la briga di alzare la bacchetta, poiché nessuna magia può resuscitare i morti.

Quando il cane non si mosse, la folla cominciò prima a mormorare, poi a ridere. Sospettavano che i primi due incantesimi del Re fossero solo dei trucchi.

«Perché non funziona?» urlò il Re al ciarlatano, che ricorse all'unico espediente che gli restava.

«Guardate, Maestà, guardate!» gridò, indicando il cespuglio dietro al quale si nascondeva Baba. «La vedo benissimo, una strega malvagia che blocca la vostra magia con i suoi perversi incantesimi! Prendetela, qualcuno la prenda!»

Baba fuggì, e la Brigata di Cacciatori di Streghe si gettò al suo inseguimento, sciogliendo i cani che latravano assetati del sangue di Baba. Ma, raggiunta una bassa siepe, la piccola strega sparì alla vista e quando il Re, il ciarlatano e tutti i cortigiani furono dall'altro lato della siepe, videro che la muta dei cani stava abbaiando e raspando attorno a un albero vecchio e ricurvo.

«Si è trasformata in un albero!» esclamò il ciarlatano e, temendo che Baba si mutasse di nuovo in donna e lo denunciasse, aggiunse: «Abbattetela, Vostra Maestà, così si trattano le streghe malvagie!»

Fu immediatamente portata un'ascia e il vecchio albero venne abbattuto tra l'esultanza dei cortigiani e del ciarlatano.

Ma quando fecero per tornare al palazzo, il suono di una risata li arrestò.

«Sciocchi!» gridò la voce di Baba dal ceppo che si erano lasciati alle spalle.

«Non si possono uccidere le streghe né i maghi tagliandoli a metà! Prendete l'ascia, se non mi credete, e tagliate in due il Gran Fattucchiere!»

Il Capitano della Brigata di Cacciatori di Streghe non vedeva l'ora di fare l'esperimento, ma quando levò l'ascia il ciarlatano cadde in ginocchio, chiedendo pietà e confessando tutte le sue malefatte. Mentre lo portavano verso le segrete, il ceppo dell'albero sghignazzò più forte che mai.

«Tagliando una strega a metà, avete scatenato una spaventosa maledizione sul vostro regno!» disse al Re, terrorizzato. «D'ora in poi, ogni capello che torcerete ai miei colleghi maghi e streghe ricadrà come un colpo d'ascia sulle vostre reni, finché non desidererete d'esser morto!»

A questo anche il Re cadde in ginocchio e promise al ceppo che avrebbe immediatamente proclamato un editto per proteggere le streghe e i maghi del regno e avrebbe loro consentito di praticare la magia.

«Molto bene» disse il ceppo, «ma non avete ancora fatto ammenda con Baba!»

«Tutto, tutto quel che vorrai!» esclamò il Re stolto, torcendosi le mani davanti al ceppo.

«Erigerete un monumento a Baba sopra a questo ceppo, in memoria sempiterna di una povera lavandaia e della vostra stoltezza!» dichiarò il ceppo.

Il Re promise immediatamente di ingaggiare il più famoso scultore del regno e di commissionargli una statua d'oro puro. Poi il Re svergognato e tutti i nobili tornarono al palazzo, lasciando il ceppo a sghignazzare.

Quando i giardini furono deserti, da un buco tra le radici del ceppo uscì un vecchio coniglio robusto e baffuto, che stringeva una bacchetta tra i denti. Baba Raba saltellò fuori dai giardini e andò molto lontano, la statua d'oro della lavandaia sorse sul ceppo d'albero e da allora in quel regno mai più una strega o un mago furono perseguitati.

Il commento di Albus Silente su

Baba Raba e il Ceppo Ghignante

La storia di Baba Raba e il Ceppo Ghignante è, per molti versi, la più 'realistica' delle fiabe di Beda, nel senso che la magia descritta risponde, quasi in tutto, alle leggi magiche conosciute.

È attraverso questa storia che molti di noi hanno scoperto per la prima volta che la magia non può resuscitare i morti. È stata una grande delusione e una grande sorpresa, perché da bambini credevamo che i nostri genitori fossero in grado di riportare in vita i nostri topini o gattini morti con un semplice cenno della bacchetta. Benché circa sei secoli siano trascorsi da quando Beda scrisse questa storia, e nonostante abbiamo trovato innumerevoli modi per mantenere un'illusione della presenza dei nostri cari,[13] nessun mago è mai riuscito a riunire corpo e anima dopo che la morte è avvenuta. Come scrive l'eminente filosofo mago Bertrand de Pensées-Profondes nel suo famoso trattato Uno studio delle possibilità di invertire gli effetti contingenti e metafisici della morte naturale, con particolare riguardo alla reintegrazione di essenza e materia: «Lasciate perdere. Non succederà mai».

La fiaba di Baba Raba, inoltre, ci offre una delle prime apparizioni letterarie di un Animagus, poiché Baba la lavandaia possiede la rara abilità magica di trasformarsi in animale a proprio piacimento.

Gli Animagi costituiscono una minima percentuale della popolazione magica. Arrivare a una perfetta e spontanea trasformazione da umano in animale e viceversa richiede molto studio e molto esercizio, e molti maghi ritengono che il loro tempo possa essere meglio impiegato in altri ambiti. Certamente, le applicazioni di un simile talento sono limitate, a meno che si abbia un gran bisogno di travestirsi o nascondersi. È per questo motivo che il Ministero della Magia ha voluto istituire un registro degli Animagi, poiché non ci sono dubbi che questo tipo di magia sia di grande utilità soprattutto a chi operi in attività clandestine, segrete o addirittura criminali.[14]

Che sia esistita una lavandaia capace di trasformarsi in un coniglio è dubbio; tuttavia, alcuni storici della magia hanno avanzato l'ipotesi che Beda si sia ispirato alla famosa fattucchiera francese Lisette de Lapin, condannata per stregoneria a Parigi nel 1422. Con grande meraviglia dei suoi carcerieri Babbani, che furono accusati di averla aiutata a scappare, Lisette sparì dalla propria cella la notte prima dell'esecuzione. Non è mai stato provato che Lisette fosse un Animagus e che sia riuscita a passare attraverso le sbarre della finestra della cella, ma poco tempo dopo un grosso coniglio bianco fu visto attraversare la Manica a bordo di un calderone sul quale era issata una vela, e in seguito un simile coniglio divenne un fidato consigliere alla corte di Enrico VI.[15]

Il re della storia di Beda è uno stolto Babbano che al tempo stesso brama e teme la magia. Pensa di poter diventare un mago semplicemente imparando formule e agitando una bacchetta.[16] Ignora del tutto la vera natura della magia e dei maghi, perciò crede agli assurdi suggerimenti sia del ciarlatano che di Baba. È infatti tipico di un certo pensiero Babbano accettare, per ignoranza, ogni genere di cose impossibili sulla magia, tra cui l'idea che Baba si sia tramutata in un albero e possa ancora pensare e parlare. (Val la pena notare a questo punto, però, che Beda da un canto usa l'espediente dell'albero parlante per mostrarci quanto sia ignorante il re Babbano, dall'altro ci chiede di credere che Baba possa parlare dopo essersi trasformata in coniglio. Potrebbe trattarsi di una licenza poetica, ma io ritengo più probabile che Beda abbia solo sentito parlare degli Animagi e non ne abbia mai conosciuto uno, perché questa è l'unica incongruenza della fiaba con le leggi della magia. Gli Animagi non conservano l'abilità umana della parola nella loro forma animale, anche se conservano il pensiero e le capacità di ragionamento degli umani. Questa, come sa qualsiasi scolaretto, è la differenza fondamentale tra un Animagus e chi si Trasfigura in un animale. Quest'ultimo diventa in tutto e per tutto un animale, con la conseguenza di non sapere niente di magia e nemmeno di essere mai stato un mago, e di aver bisogno pertanto di qualcuno che lo ri-Trasfiguri nella sua forma originale).

Ritengo invece possibile che nel far fingere alla propria eroina di trasformarsi in un albero e nella sua minaccia al Re di un dolore simile a un colpo d'ascia nelle reni, Beda si sia ispirato a vere tradizioni e pratiche magiche. Gli alberi da bacchetta sono sempre stati ferocemente protetti dai fabbricanti che li hanno in cura, e chi abbatta simili alberi per rubarli rischia non solo la ritorsione degli Asticelli[17] che vi fanno abitualmente il nido, ma anche gli effetti degli incantesimi protettivi imposti dai loro proprietari. All'epoca di Beda, la Maledizione Cruciatus[18] non era ancora stata dichiarata illegale dal Ministero della Magia e poteva produrre esattamente la sensazione di cui Baba minaccia il Re.

5

LA STORIA DEI

TRE FRATELLI

C'erano una volta tre fratelli che viaggiavano lungo una strada tortuosa e solitaria al calar del sole. Dopo qualche tempo, i fratelli giunsero a un fiume troppo profondo per guadarlo e troppo pericoloso per attraversarlo a nuoto. Tuttavia erano versati nelle arti magiche, e così bastò loro agitare le bacchette per far comparire un ponte sopra le acque infide. Ne avevano percorso metà quando si trovarono il passo sbarrato da una figura incappucciata.

E la Morte parlò a loro. Era arrabbiata perché tre nuove vittime l'avevano appena imbrogliata: di solito i viaggiatori annegavano nel fiume. Ma la Morte era astuta. Finse di congratularsi con i tre fratelli per la loro magia e disse che ciascuno di loro meritava un premio per essere stato tanto abile da sfuggirle.

Così il fratello maggiore, che era un uomo bellicoso, chiese una bacchetta più potente di qualunque altra al mondo: una bacchetta che facesse vincere al suo possessore ogni duello, una bacchetta degna di un mago che aveva battuto la Morte! Così la Morte si avvicinò a un albero di sambuco sulla riva del fiume, prese un ramo e ne fece una bacchetta, che diede al fratello maggiore.

Il secondo fratello, che era un uomo arrogante, decise che voleva umiliare ancora di più la Morte e chiese il potere di richiamare altri dalla Morte. Così la Morte raccolse un sasso dalla riva del fiume e lo diede al secondo fratello, dicendogli che quel sasso aveva il potere di riportare in vita i morti.

Infine la Morte chiese al terzo fratello, il minore, che cosa desiderava. Il fratello più giovane era il più umile e anche il più saggio dei tre, e non si fidava della Morte. Perciò chiese qualcosa che gli permettesse di andarsene senza essere seguito da lei. E la Morte, con estrema riluttanza, gli consegnò il proprio Mantello dell'Invisibilità.

Poi la Morte si scansò e consentì ai tre fratelli di continuare il loro cammino, e così essi fecero, discutendo con meraviglia dell'avventura che avevano vissuto e ammirando i premi che la Morte aveva loro elargito.

A tempo debito i fratelli si separarono e ognuno andò per la sua strada.

Il primo fratello viaggiò per un'altra settimana o più, e quando ebbe raggiunto un lontano villaggio andò a cercare un altro mago con cui aveva da tempo una disputa. Armato della Bacchetta di Sambuco, non poté mancare di vincere il duello che seguì. Lasciò il nemico a terra, morto, ed entrò in una locanda, dove si vantò a gran voce della potente bacchetta che aveva sottratto alla Morte in persona e di come essa l'aveva reso invincibile.

Quella stessa notte, un altro mago si avvicinò furtivo al giaciglio dove dormiva il primo fratello, ubriaco fradicio. Il ladro rubò la bacchetta e per buona misura tagliò la gola al fratello più anziano.

E fu così che la Morte chiamò a sé il primo fratello.

Nel frattempo, il secondo fratello era tornato a casa propria, dove viveva solo. Estrasse la pietra che aveva il potere di richiamare in vita i defunti e la girò tre volte nella mano. Con sua gioia e stupore, la figura della fanciulla che aveva sperato di sposare prima della di lei prematura morte gli apparve subito davanti.

Ma era triste e fredda, separata da lui come da un velo. Anche se era tornata nel mondo dei mortali, non ne faceva veramente parte e soffriva. Alla fine il secondo fratello, reso folle dal suo disperato desiderio, si tolse la vita per potersi davvero riunire a lei.

E fu così che la Morte chiamò a sé il secondo fratello.

Ma sebbene la Morte avesse cercato il terzo fratello per molti anni, non riuscì mai a trovarlo. Fu solo quando ebbe raggiunto una veneranda età che il fratello più giovane si tolse infine il Mantello dell'Invisibilità e lo regalò a suo figlio. Dopodiché salutò la Morte come una vecchia amica e andò lieto con lei, da pari a pari, congedandosi da questa vita.

Il commento di Albus Silente su

La Storia dei Tre Fratelli

Questa storia mi fece una profonda impressione da bambino. La sentii per la prima volta da mia madre e ben presto divenne la fiaba che chiedevo più spesso di ogni altra prima di addormentarmi. Richiesta che più di una volta portò ad alterchi con il mio fratellino Aberforth, che preferiva Ghiozza, la Capra Zozza.

La morale della Storia dei Tre Fratelli non potrebbe essere più chiara: gli sforzi umani per evitare o sconfiggere la morte sono destinati al fallimento. Il terzo fratello della storia ('il più umile e anche il più saggio') è l'unico a capire che, avendo già scansato la Morte una volta, il meglio che possa sperare è rimandare il loro prossimo incontro il più a lungo possibile. Egli sa che tentare la Morte - praticando la violenza, come il primo fratello, o l'arte tenebrosa della negromanzia,[19] come il secondo - significa mettersi contro un nemico che non può perdere.

L'ironia della sorte è che da questa storia è scaturita una curiosa leggenda, che contraddice precisamente il messaggio originale. La leggenda sostiene che i doni che la Morte consegna ai fratelli - una bacchetta invincibile, una pietra che può richiamare i morti dall'oltretomba, e un Mantello dell'Invisibilità che dura per sempre - siano oggetti reali che esistono nel nostro mondo. La leggenda va oltre: se qualcuno diventasse il legittimo proprietario di tutti e tre, diverrebbe 'padrone della Morte', locuzione che è sempre stata intesa a significare invulnerabile, persino immortale.

Potremmo sorridere, un po' tristemente, su quanto tutto ciò ci riveli dell'umana natura. L'interpretazione più ottimista sarebbe: «La speranza eternamente sorge».[20] Nonostante il fatto che, secondo Beda, due dei tre oggetti siano molto pericolosi, nonostante il chiaro messaggio che la Morte alla fine viene per tutti noi, una piccola minoranza nella comunità magica continua a credere che Beda abbia voluto inviare un messaggio cifrato, che è esattamente l'opposto di quello scritto nero su bianco, e che soltanto loro sono sufficientemente intelligenti per decifrare.

La loro teoria (o forse 'disperato desiderio' sarebbe un termine più adeguato) non si fonda su molte prove. Veri Mantelli dell'Invisibilità, benché rari, esistono nel nostro mondo; tuttavia, dalla storia si evince chiaramente che il Mantello della Morte è di natura straordinariamente durevole.[21] Durante tutti i secoli trascorsi dall'epoca di Beda fino ai giorni nostri, nessuno ha mai sostenuto di aver trovato il Mantello della Morte. Ma a questa obiezione così rispondono i veri credenti: o i discendenti del terzo fratello non sanno da dove venga il loro Mantello, oppure lo sanno e dimostrano di possedere la stessa saggezza del loro avo non raccontandolo ai quattro venti.

Naturalmente, nemmeno la pietra è mai stata trovata. Come ho già rilevato nel commento a Baba Raba e il Ceppo Ghignante, non siamo ancora capaci di resuscitare i morti e ci sono tutte le ragioni di credere che non lo saremo mai. Spregevoli copie, è vero, sono state create da taluni Maghi Oscuri: gli Inferi,[22] che sono però niente più che spettrali marionette, e non uomini realmente ridestati dall'aldilà. Inoltre, la storia di Beda dice esplicitamente che l'amore perduto del secondo fratello non fa veramente ritorno dal regno dei morti. La fanciulla è stata mandata dalla Morte per attirare il secondo fratello nelle proprie grinfie e perciò è fredda, lontana, tormentosamente presente e assente al tempo stesso.[23]

Resta la bacchetta, e qui gli ostinati che credono nel messaggio nascosto di Beda hanno per lo meno una qualche testimonianza storica alla quale appoggiarsi. Si dà infatti il caso che attraverso i secoli ci siano stati maghi che hanno sostenuto - o per vanità, o per intimidire possibili nemici, o in assoluta buona fede - di possedere una bacchetta più potente del normale, una bacchetta addirittura 'invincibile'. Alcuni di loro hanno persino asserito che la bacchetta fosse di sambuco, come quella che avrebbe fabbricato la Morte. A tali bacchette sono stati attribuiti molti nomi, tra cui 'Bacchetta del Destino' o 'Stecca della Morte'.

Non è affatto sorprendente che esistano vecchie superstizioni sulle nostre bacchette, che dopo tutto sono i nostri strumenti magici e le armi più potenti. Certe bacchette (e di conseguenza i loro proprietari) sarebbero incompatibili:

Se lui è quercia e lei è agrifoglio,

le nozze non consiglio.

oppure denoterebbero difetti nel carattere del proprietario:

Il sorbo sparla, il castagno sogna,

testardo è il frassino, il nocciolo si lagna.

E naturalmente, in questa categoria di detti non dimostrati troviamo:

Bacchetta di sambuco, non cavi un ragno dal buco.

Che sia perché nella storia di Beda la Morte fabbrica la bacchetta con il sambuco, o perché maghi violenti o assetati di potere hanno persistentemente dichiarato che le loro bacchette erano di sambuco, questo legno non è mai stato molto apprezzato dai fabbricanti di bacchette.

La prima menzione documentata di una bacchetta di sambuco dai poteri particolarmente sviluppati e pericolosi riguarda quella posseduta da Emeric, comunemente chiamato 'il Maligno', un mago dalla vita piuttosto corta ma eccezionalmente aggressivo che terrorizzò l'Inghilterra meridionale nell'Alto Medio Evo. Morì com'era vissuto, in un feroce duello contro un mago chiamato Egbert. Cosa sia stato di Egbert non è noto, ma l'aspettativa di vita dei duellanti medievali in generale era breve. Prima che esistesse un Ministero della Magia a regolare l'uso della Magia Oscura, i duelli di solito erano fatali.

Un secolo dopo, un altro personaggio poco raccomandabile, chiamato Godelot, fece progredire gli studi di Magia Oscura con una raccolta di pericolosi incantesimi, prodotti con l'ausilio di una bacchetta che descrive come «il più maligno e sottile tra li miei amici, il quale ha corpo di Sabuco,[24] e conosce i modi delle magie fetide e putridissime». (Delle Magie Fetide e Putridissime divenne il titolo del capolavoro di Godelot).

Come si vede, Godelot considera la propria bacchetta un compagno, quasi un istruttore. Gli esperti dell'arte delle bacchette[25] sanno che le bacchette in effetti assorbono l'abilità di chi le usa, benché questa sia una questione delicata e imprevedibile; vanno infatti considerati molti fattori addizionali, come la relazione tra la bacchetta e chi la usa, per comprendere quanto possa funzionare una bacchetta in congiunzione con un particolare individuo. Tuttavia, un'ipotetica bacchetta che sia passata tra le mani di molti Maghi Oscuri mostrerà, come minimo, una spiccata affinità con i tipi più pericolosi di magia.

La maggior parte dei maghi e delle streghe preferiscono una bacchetta che li abbia 'scelti' a qualsiasi bacchetta di seconda mano, proprio perché questa potrebbe aver preso dal precedente proprietario abitudini incompatibili con lo stile di magia del nuovo padrone. La pratica generale di seppellire (o cremare) la bacchetta insieme al proprietario tende a far sì che nessuna bacchetta assorba conoscenze da troppi padroni. Chi crede nella Bacchetta di Sambuco, però, sostiene che a causa del modo in cui avrebbe cambiato proprietà - ogni padrone avrebbe infatti superato il precedente, di solito uccidendolo - essa non sia mai stata distrutta né seppellita, ma sia sopravvissuta attraverso i secoli accumulando saggezza, forza e potere ben oltre il normale.

Si sa che Godelot perì nelle proprie segrete, dove era stato rinchiuso dal figlio pazzo Hereward. Dobbiamo pensare che Hereward abbia sottratto la bacchetta al padre, altrimenti questi sarebbe riuscito a evadere, ma cosa ne fece successivamente Hereward non è dato di sapere. Quel che è certo è che una bacchetta chiamata 'Bacchetta di Surello'[26] dal suo stesso proprietario, Barnabas Deverill, appare all'inizio del diciottesimo secolo e che Deverill la utilizzò per farsi una reputazione di mago terrificante, finché il suo regno di terrore non venne sovvertito dall'altrettanto infame Loxias, che prese la bacchetta, la ribattezzò 'Stecca della Morte' e la usò per far scempio di chiunque non gli andasse a genio. È difficile tracciare la storia successiva della bacchetta di Loxias, perché furono molti a vantarsi di averlo fatto fuori, inclusa la sua stessa madre.

Ciò che non può non colpire qualsiasi mente dotata di buonsenso che studi la cosiddetta storia della Bacchetta di Sambuco è che ogni uomo che si sia mai vantato di possederla[27] ha sempre sostenuto che fosse 'invincibile', mentre il suo stesso passaggio di mano in mano dimostra non solo che è stata vinta centinaia di volte, ma che attira guai quanto Ghiozza la Capra Zozza attira le mosche. In fin dei conti, la ricerca della Bacchetta di Sambuco non fa che confermare un'osservazione che ho avuto più volte occasione di ripetere nel corso della mia lunga vita, e cioè che gli esseri umani hanno un debole esattamente per le cose che sono peggiori per loro.

Ma chi di noi avrebbe mostrato la saggezza del terzo fratello, se avessimo avuto la possibilità di scegliere fra i tre Doni della Morte? Maghi e Babbani sono altrettanto assetati di potere: chi avrebbe resistito alla 'Bacchetta del Destino'? Quale essere umano, che avesse perduto una persona cara, non avrebbe scelto la Pietra della Resurrezione? Persino io, Albus Silente, troverei più facile rifiutare il Mantello dell'Invisibilità. Il che dimostra che, per quanto intelligente, sono comunque un idiota come tutti.

CHILDREN'S HIGH LEVEL GROUP

health. education. welfare.

Cara Lettrice, caro Lettore,

grazie infinite per aver comprato questo libro speciale e unico. Ho voluto approfittare dell'occasione per spiegare come il vostro aiuto potrà fare davvero la differenza nella vita di molti bambini.

Più di un milione di bambini vivono in grandi istituti di accoglienza in tutta Europa. Al contrario di quanto comunemente si crede, la maggioranza di loro non sono orfani, ma sono affidati a comunità perché le loro famiglie sono povere, problematiche o appartenenti a una minoranza etnica. Molti di questi bambini sono portatori di disabilità o di handicap, ma spesso sono privi di qualunque genere di assistenza sanitaria e di sostegno educativo. In alcuni casi non sono loro garantite nemmeno le prime necessità, come un'alimentazione adeguata. Quasi sempre vivono in assenza di contatti umani o stimoli affettivi.

Per cambiare la vita dei bambini 'istituzionalizzati' o emarginati, e per far sì che nessuna generazione futura debba mai più patire simili sofferenze, nel 2005 io e JK Rowling abbiamo fondato il Children's High Level Group. La nostra intenzione era dare voce a questi bambini abbandonati: far sì che le loro storie fossero conosciute.

L'intento del CHLG è di porre fine all'uso di istituti di grandi dimensioni e di promuovere soluzioni che permettano ai bambini di vivere in famiglia - la propria, di affido o adottiva - o in piccole comunità.

L'iniziativa aiuta circa 250.000 bambini ogni anno. Abbiamo fondato una linea telefonica dedicata e indipendente che fornisce sostegno e informazioni a centinaia di migliaia di bambini all'anno. Gestiamo inoltre attività formative, tra cui i progetti 'Community Action', nel quale ragazzi provenienti da scuole tradizionali lavorano insieme ai bambini bisognosi di cure speciali negli istituti, ed 'Edelweiss', che consente ai ragazzi emarginati e collocati in istituto di esprimere la propria creatività e il proprio talento. In Romania, il CHLG ha creato un consiglio nazionale dei bambini per rappresentare i loro diritti e permettere loro di parlare delle proprie esperienze.

Ma il raggio della nostra azione è ancora limitato. Abbiamo bisogno di fondi per crescere e per allargare il nostro intervento, per raggiungere altri paesi e aiutare sempre più bambini che ne hanno tanto disperato bisogno.

Il CHLG ha una caratteristica unica tra le organizzazioni non governative in questo campo, che è quella di lavorare, oltre che sul territorio con servizi specializzati, anche con i governi e le istituzioni statali, con la società civile, con organizzazioni professionali e di volontariato.

Il CHLG punta alla piena attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Bambino in tutta Europa e, in futuro, in tutto il mondo. In soli due anni, abbiamo già assistito alcuni governi nello studio di strategie per prevenire l'abbandono dei neonati negli ospedali e per migliorare la cura di bambini portatori di disabilità o di handicap, e abbiamo raccolto in un manuale le indicazioni sulle modalità migliori per dimettere i bambini dagli istituti.

Vi siamo davvero molto grati per l'aiuto che ci date comprando questo libro. Questi fondi essenziali daranno al CHLG la possibilità di continuare le proprie attività, e a centinaia di migliaia di altri bambini quella di vivere una vita dignitosa e sana.

Per saperne di più su di noi, o su come aderire alle nostre iniziative, visitate il sito: www.chlg.org

Grazie,

Baronessa Nicholson di Winterbourne,

Membro del Parlamento Europeo

Co-Direttrice del CHLG

FINE



[1] Naturalmente le vere streghe e i veri maghi erano per lo più in grado di sfuggire al rogo, al ceppo e al capestro (cfr. le annotazioni su Lisette de Lapin nel mio commento a Baba Raba e il Ceppo Ghignante). Tuttavia, alcune esecuzioni ebbero effettivamente luogo: Sir Nicholas de Mimsy-Porpington (un mago della corte reale durante la vita, e durante la morte fantasma della Torre di Grifondoro) fu privato della propria bacchetta prima di venire rinchiuso in una segreta e si trovò quindi nell'impossibilità di sfuggire alla morte; soprattutto, le famiglie di maghi rischiavano di perdere i giovani rampolli che, per la loro incapacità di controllare la magia, si facevano notare dai cacciatori di streghe Babbani e risultavano vulnerabili.

[2] [Un Magonò è una persona nata da genitori maghi, ma priva di poteri magici. Si tratta di casi piuttosto rari. Molto più comuni sono maghi e streghe nati da genitori Babbani. JKR]

[3] Io, per esempio.

[4] Il Professor Beery avrebbe poi lasciato Hogwarts per insegnare alla A.M.A.D. (Accademia Magica di Arti Drammatiche) dove, mi confessò una volta, mantenne una forte avversione nei confronti delle rappresentazioni di questa storia, ritenendo che portasse iella.

[5] Cfr. Gli Animali Fantastici: dove trovarli per una descrizione completa di questa curiosa creatura. Non la si sarebbe mai dovuta introdurre volontariamente in una stanza rivestita di legno né sottoporla a un Incantesimo di Ingozzamento.

[6] Il Professor Kettleburn fu messo in verifica per ben sessantadue volte durante la sua carriera di insegnante di Cura delle Creature Magiche. I suoi rapporti con il mio predecessore a Hogwarts, il Professor Dippet, furono sempre tesi, dato che il Professor Dippet lo considerava un po' uno scavezzacollo. Quando io diventai Preside, tuttavia, il Professor Kettleburn si era notevolmente calmato, sebbene alcuni cinici sostenessero che con solo uno e mezzo dei suoi arti originali a disposizione avesse dovuto per forza prendere la vita con maggiore serenità.

[7] La mia risposta provocò svariate repliche da parte del signor Malfoy, ma poiché esse consistevano per lo più di obbrobriosi commenti sulla mia salute mentale, la mia famiglia e la mia igiene, la loro rilevanza per queste note è del tutto marginale.

[8] Come racconta nel suo diario, Beatrix Bloxam non si riebbe mai dall'aver origliato questa storia raccontata da sua zia a una cuginetta più grande. «Per puro caso, la mia piccola orecchia finì proprio sulla serratura. Posso solo immaginare di essere rimasta paralizzata dall'orrore, perché inavvertitamente ascoltai l'intera orribile storia, oltre ad alcuni spaventosi particolari che riguardavano una scabrosissima faccenda occorsa tra mio zio Nobby, una strega del posto e un sacco di Bulbi Balzellanti. Lo shock per poco non mi fu fatale; rimasi a letto per una settimana ed ero tanto traumatizzata che sviluppai l'abitudine di tornare, nel sonno, ogni sera alla stessa serratura, finché mio padre, per il mio bene, non decise di imporre un Incantesimo di Adesione alla mia porta durante la notte». Evidentemente Beatrix non trovò mai modo di adattare Lo Stregone dal Cuore Peloso alle sensibili orecchie dei bambini, perché nelle sue Fiabe del funghetto non ce n'è traccia.

[9] [Il termine 'stregone' è molto antico. Benché a volte sia semplicemente un sinonimo di 'mago', originariamente denotava una persona versata nel duello e nella magia marziale. Era anche un titolo che si conferiva a maghi che avevano compiuto imprese coraggiose, così come i Babbani possono venir nominati cavalieri per atti di valore. Chiamando il giovane mago di questa storia stregone, Beda indica che era già stato riconosciuto come particolarmente abile nella magia offensiva. Oggigiorno i maghi usano la parola 'stregone' in due significati: o per descrivere un mago dall'aspetto particolarmente feroce, o come titolo che denota particolari abilità o risultati. In questo senso, Silente è Stregone Capo del Wizengamot. JKR]

[10] Spiega Hector Dagworth-Granger, fondatore della Strastraordinaria Società dei Pozionisti: «Un bravo pozionista può indurre potenti infatuazioni, ma nessuno è mai riuscito a creare quell'attaccamento veramente indistruttibile, eterno e incondizionato che soltanto può essere chiamato Amore».

[11] Gli Horklumps sono creature rosa e ispide, simili a funghi. È veramente difficile immaginare perché qualcuno dovrebbe volerle palpeggiare. Per maggiori informazioni, cfr. Gli Animali Fantastici: dove trovarli.

[12] Da non confondersi con Muso peloso, cuore umano, commovente testimonianza della lotta di un uomo contro la licantropia.

[13] [Le fotografie e i ritratti dei maghi si muovono e (nel caso dei dipinti) parlano come i loro soggetti. Altri rari oggetti, come lo Specchio delle Brame, possono mostrare più che un'immagine statica di una persona cara defunta. I fantasmi sono versioni trasparenti, mobili, parlanti e pensanti di maghi e streghe che, per qualsiasi ragione, hanno preferito restare sulla terra. JKR]

[14] [La Professoressa McGranitt, attuale Preside di Hogwarts, mi prega di precisare che è diventata un Animagus solo in seguito alle proprie estese ricerche in tutti i campi della Trasfigurazione, e che non ha mai usato la sua capacità di trasformarsi in un soriano per nessuna attività clandestina, eccezion fatta per legittime missioni svolte per conto dell'Ordine della Fenice, nelle quali segretezza e dissimulazione erano indispensabili. JKR]

[15] Il che può aver contribuito alla reputazione di instabilità mentale costruitasi attorno a quel re Babbano.

[16] Come studi approfonditi dell'Ufficio Misteri hanno dimostrato già a partire dal 1672, maghi e streghe si nasce, non si diventa. La inattesa capacità di praticare la magia può in effetti apparire in persone di stirpe apparentemente non magica (benché diversi studi successivi facciano pensare che ci dev'essere stato un mago in qualche punto dell'albero genealogico), ma i Babbani non possono essere maghi. Il meglio, o il peggio, che possono sperare sono effetti casuali e incontrollabili generali da un'autentica bacchetta magica, la quale, in quanto strumento che incanala la magia, a volte trattiene poteri residui che si possono scaricare improvvisamente. Cfr. anche le note sulle bacchette a proposito della Storia dei Tre Fratelli.

[17] Per un'esauriente descrizione di questi curiosi arboricoli, detti anche Bowtruckles, cfr. Gli Animali Fantastici: dove trovarli.

[18] Le maledizioni Cruciatus, Imperium e Avada Kedavra furono dichiarate Senza Perdono nel 1717, e il loro uso punito con le pene più severe.

[19] [La negromanzia è l'Arte Oscura di resuscitare i morti, un ramo della magia che, come questa storia spiega chiaramente, non ha mai funzionato. JKR]

[20] [Questa citazione dimostra che Albus Silente non era solo estremamente colto in termini magici, ma che aveva anche una certa familiarità con l'opera del poeta Babbano Alexander Pope. JKR]

[21] [In genere, i Mantelli dell'Invisibilità non sono infallibili. Si possono rompere o possono diventare opachi con il tempo, gli incantesimi che vi sono imposti possono consumarsi o essere annullati da contro-incantesimi. È questa la ragione per cui le streghe e i maghi di solito ricorrono a Incantesimi di Disillusione per nascondersi o camuffarsi. Albus Silente era noto per la sua capacità di eseguire un Incantesimo di Disillusione tanto potente da rendersi invisibile senza bisogno di un Mantello. JKR]

[22] [Gli Inferi sono cadaveri rianimati dalla Magia Oscura. JKR]

[23] Molti critici ritengono che, nel creare questa pietra che resuscita i morti, Beda si sia ispirato alla Pietra Filosofale, con la quale si distilla l'Elisir di Lunga Vita, che induce l'immortalità.

[24] Antico nome del sambuco.

[25] Io, per esempio.

[26] Dal francese 'sureau' = sambuco.

[27] Nessuna strega ha mai dichiaralo di possedere la Bacchetta di Sambuco. Pensatene ciò che preferite, ma così è.

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